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2019-12-18
Gli affari balcanici della famiglia Renzi
Ansa
I Balcani sono la passione dei Renzi. Almeno questo sembrerebbe emergere in alcune delle inchieste in cui i genitori dell'ex premier Matteo e alcuni loro collaboratori sono coinvolti, e dove appaiono a vario titolo quattro Paesi dell'ex Jugoslavia. Nell'inchiesta delle Dda di Catanzaro e Reggio Calabria sulle infiltrazioni 'ndranghetiste in Umbria, in cui è indagato anche Mariano Massone (arrestato con i genitori dell'ex premier nel febbraio scorso con l'accusa di bancarotta) gli inquirenti hanno intercettato un presunto mafioso, Giuseppe Benincasa, mentre discuteva con altri indagati degli affari con la famiglia di Rignano sull'Arno, tanto che nella richiesta di arresto per quasi trenta presunti picciotti gli inquirenti hanno annotato il contenuto di una conversazione del presunto malavitoso: «Il Benincasa afferma che in questo momento gli servono soldi e banche, poiché sta per intraprendere una grossa operazione commerciale in Serbia, nella quale sarebbero coinvolti il cognato (Andrea Conticini, ndr) e lo zio di Renzi».
Le parole esatte di Benincasa sono le seguenti: «Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni... per fare una bella… eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo… il papà e lo zio (sorride)… Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... sti cristiani che... il papà di Renzi con il cognato e lo zio. Sono già 3 o 4 volte che ci incontrano…». Non è chiaro quale sia l'operazione, se non che è in Serbia. Ormai è storia nota l'amore della famiglia dell'ex premier per i pellegrinaggi a Medjugorije in Bosnia Erzegovina. Apprezzabile momento di ricerca spirituale, dirà qualcuno. Ma purtroppo anche sulla via della fede Tiziano ha avuto qualche inciampo. Per esempio, a una partenza dall'aeroporto di Pisa di qualche anno fa i pellegrini trovarono in carabinieri del Noe pronti a filmare i loro movimenti. Infatti il babbo nella combriccola ha coinvolto anche personaggi oggi sotto inchiesta, come Carlo Russo, accusato di traffico di influenze illecite nella vicenda Consip e rinviato giudizio, ma anche l'ex collaboratore Patrizio Donnini, finito sotto indagine nell'inchiesta sulla fondazione Open, con l'accusa di appropriazione indebita e autoriciclaggio per i suoi rapporti con la famiglia Toto. Inoltre, quando è stato arrestato i finanzieri gli hanno sequestrato anche una scheda telefonica della Bosnia-Erzegovina ancora intonsa. Una sim che ha insospettito gli inquirenti, soprattutto dopo che hanno scoperto che il babbo aveva utilizzato per comunicare riservatamente con Massone (il sodale con cui condivide indagini dal 2014) una scheda intestata a un cittadino nigeriano. Nell'inchiesta sul fallimento della cooperativa Marmodiv, di cui Renzi senior e Massone sarebbero stati amministratori di fatto, gli investigatori hanno approfondito anche il filone del macero, ovvero della rivendita alle cartiere dei volantini della grande distribuzione mai consegnati. In una mail del 2013, a un socio, Renzi senior spiegava: «Per la carta preferiamo non apparire riguardo al passato, per il futuro se voi non ritenete di continuare provvederemo in altra maniera». Uno dei coindagati dei Renzi, Paolo M., un distributore di volantini, ha dichiarato che quella carta veniva portata all'estero, sempre nella ex Jugoslavia: «Posso precisare che i soldi del macero erano destinati ad Eventi 6 (l'azienda dei Renzi, ndr) perché so che quando veniva Carlo Ravasio (storico collaboratore della famiglia dell'ex premier, ndr) venivano prima portati e accumulati a Rignano e poi spediti in Slovenia». Non è finita. Nel bilancio del 2015 della Eventi 6, in pieno boom di fatturato, i Renzi avevano fatto mettere a bilancio: «La società cercherà nell'esercizio 2016 di affacciarsi sul mercato internazionale, pensiamo di partire, grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile, cercando di replicare il modello business attuale, adattandolo all'esigenze dei singoli mercati». Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Slovenia. Tutti paesi in cui, sembra, i Renzi avrebbero qualche interesse. Ma, secondo gli investigatori calabresi, nelle mire degli indagati non c'era solo il tentativo di acquisire la gestione e il controllo delle attività economiche perugine, c'era anche un progetto per piegare la politica locale. E, coincidenza, nel fascicolo spunta una esponente del Pd: Alessandra Vezzosi, eletta in consiglio comunale a Perugia nel 2014. Uno degli indagati, tale Antonio Ribecco, indicato dagli investigatori come un uomo di fiducia della cosca di San Leonardo di Cutro, in provincia di Crotone, e come il «regista» delle dinamiche associative esportate in Umbria, ne parla a telefono, sostenendo che durante la campagna elettorale ha pagato lui un rinfresco per la candidata: «Allora [...] gli ho fatto un rinfresco e gliel'ho pagato io diciamo alla moglie di Repace».
Gli investigatori lo identificano in Luigi Repace, marito della candidata Vezzosi, poi eletta. Non per questioni politiche ma per l'acquisizione delle aziende, invece, spunta il nome di un avvocato calabrese con studio a Roma, Vincenzo Maruccio. È il professionista che ha gestito per conto di Benincasa la trattativa con il curatore fallimentare per l'acquisizione dell'azienda su cui avrebbero messo gli occhi i Renzi. Negli atti viene ricordato un precedente arresto, che risale al 2015, per una indagine di Catanzaro. E un'indagine in cui era finito nel 2012, quando da consigliere regionale del Lazio fu accusato di essersi appropriato di circa 500.000 euro dai conti del Gruppo dell'Italia dei valori. Sette anni dopo scatta la scalata aziendale di Benincasa. E in una intercettazione Maruccio afferma che, «per portarla a termine, dovranno presentare un progetto credibile per il Tribunale e pertanto dovranno far figurare un aumento di capitale di 500.000 euro». E siccome i Renzi, come svelato dalla Verità, volevano entrare nell'affare ma poi, di colpo, sono venuti meno, Benincasa si è trovato nei guai. Ed è partito con la girandola di flussi economici dai conti correnti delle aziende che controllava, uno degli aspetti centrali nell'inchiesta sulla 'ndrangheta a Perugia.
L’ombra della corruzione nei legami tra il magistrato e un fedelissimo di Matteo
A Catanzaro a impensierire il Giglio magico non c'è solo l'inchiesta sui presunti 'ndranghetisti in contatto con la famiglia dell'ex premier Matteo Renzi. Addirittura un magistrato della Procura calabrese è sospettato di essere stato corrotto da un renziano doc. Il protagonista è Ferdinando Aiello, 47 anni, un ex parlamentare che nel 2014 lasciò Sel per unirsi al Pd e a Renzi e che nel 2016 ebbe l'onore di accompagnare l'allora sottosegretario Maria Elena Boschi in Sud America, alla ricerca di voti per il referendum costituzionale. Ad agosto il suo nome è comparso in un'inchiesta che ha coinvolto il governatore della Calabria Mario Oliverio. Al centro del procedimento, una somma stanziata dalla Regione Calabria, per sponsorizzazioni al «Festival dei due mondi» di Spoleto.
A dicembre, quando è stato notificato l'avviso di chiusura indagini il nome di Aiello non compariva, lasciando ipotizzare che le accuse contro di lui fossero state archiviate. Ma i problemi per lui non sono terminati. È di questi giorni la notizia di un'altra delicata indagine, dove lo stesso Aiello, si ritrova indagato insieme con il procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto (uno dei firmatari delle richieste di arresto per gli 'ndranghetisti trapiantati in Umbria). La Procura di Salerno, competente per le indagini su giudici e pm del distretto catanzarese, ha messo sotto inchiesta il magistrato calabrese per la misteriosa sparizione di un'informativa degli investigatori, in cui fra i sospettati, veniva citato l'ex deputato renziano. Il documento investigativo è stata rinvenuta nei sistemi informatici degli uffici giudiziari, ma non nel fascicolo cartaceo custodito nelle stanze della Procura di Catanzaro.
Aiello, dopo l'arrivo in Procura dell'annotazione, non sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati, nonostante gli elementi contenuti nell'atto redatto dai carabinieri. In tale contesto, gli inquirenti salernitani hanno scoperto che l'ex parlamentare Pd, avrebbe intrattenuto rapporti con il procuratore aggiunto, offrendogli pure soggiorni in alcune località turistiche italiane.
Nei giorni scorsi, Luberto è stato oggetto di un decreto di perquisizione, disposto dalla procura di Salerno. Nel decreto viene contestato al procuratore aggiunto di Catanzaro di aver posto in essere «condotte contrarie ai doveri d'ufficio di magistrato in servizio, ottenendo in cambio il pagamento di soggiorni alberghieri». Sembra di rileggere le accuse al pm Luca Palamara, al centro del cosiddetto scandalo Csm. Sempre per i pm salernitani, ci troveremmo di fronte a «un patto corruttivo» tra Luberto e l'ex parlamentare del Pd.
E, così, secondo la Procura, «le indagini hanno consentito di accertare che Aiello ha pagato dei soggiorni alberghieri dei quali hanno fruito Luberto e i suoi familiari». C'è, per esempio, un soggiorno all'hotel Capofaro (dal 27 al 31 luglio 2017) di Isola di Salina, per 1.140 euro. E, in inverno (dal 2 gennaio all'8 gennaio 2017), all'hotel Gardena di Castel Rotto, per un totale di 11.546 euro. Vacanza, sostiene l'accusa, in parte pagata da Aiello, in parte da Luberto. E, infine, un soggiorno all'hotel Adler di Ortisei, dal 13 gennaio al 20 gennaio 2018, prenotato con caparra da 600 euro da Aiello e saldata da Luberto con 3.394 euro.
I pm di Salerno, a sostegno dell'accusa mossa al magistrato calabrese, hanno prodotto pure le dichiarazioni di altri magistrati in servizio presso la procura di Catanzaro, nel periodo dei fatti contestati. Uno di questi ha riferito che alla festa per il cinquantesimo compleanno dell'aggiunto Luberto tra gli invitati ci sarebbe stato lo stesso Aiello.
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Nelle inchieste sui genitori e sui parenti del leader di Italia viva emerge un interessamento costante per l'ex Jugoslavia. E un presunto mafioso diceva: «Facciamo un'operazione in Serbia con il papà...».Per i pm di Salerno, l'ex parlamentare dem Ferdinando Aiello avrebbe ottenuto favori dall'aggiunto Vincenzo Luberto in cambio di vacanze.Lo speciale contiene due articoli.I Balcani sono la passione dei Renzi. Almeno questo sembrerebbe emergere in alcune delle inchieste in cui i genitori dell'ex premier Matteo e alcuni loro collaboratori sono coinvolti, e dove appaiono a vario titolo quattro Paesi dell'ex Jugoslavia. Nell'inchiesta delle Dda di Catanzaro e Reggio Calabria sulle infiltrazioni 'ndranghetiste in Umbria, in cui è indagato anche Mariano Massone (arrestato con i genitori dell'ex premier nel febbraio scorso con l'accusa di bancarotta) gli inquirenti hanno intercettato un presunto mafioso, Giuseppe Benincasa, mentre discuteva con altri indagati degli affari con la famiglia di Rignano sull'Arno, tanto che nella richiesta di arresto per quasi trenta presunti picciotti gli inquirenti hanno annotato il contenuto di una conversazione del presunto malavitoso: «Il Benincasa afferma che in questo momento gli servono soldi e banche, poiché sta per intraprendere una grossa operazione commerciale in Serbia, nella quale sarebbero coinvolti il cognato (Andrea Conticini, ndr) e lo zio di Renzi».Le parole esatte di Benincasa sono le seguenti: «Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni... per fare una bella… eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo… il papà e lo zio (sorride)… Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... sti cristiani che... il papà di Renzi con il cognato e lo zio. Sono già 3 o 4 volte che ci incontrano…». Non è chiaro quale sia l'operazione, se non che è in Serbia. Ormai è storia nota l'amore della famiglia dell'ex premier per i pellegrinaggi a Medjugorije in Bosnia Erzegovina. Apprezzabile momento di ricerca spirituale, dirà qualcuno. Ma purtroppo anche sulla via della fede Tiziano ha avuto qualche inciampo. Per esempio, a una partenza dall'aeroporto di Pisa di qualche anno fa i pellegrini trovarono in carabinieri del Noe pronti a filmare i loro movimenti. Infatti il babbo nella combriccola ha coinvolto anche personaggi oggi sotto inchiesta, come Carlo Russo, accusato di traffico di influenze illecite nella vicenda Consip e rinviato giudizio, ma anche l'ex collaboratore Patrizio Donnini, finito sotto indagine nell'inchiesta sulla fondazione Open, con l'accusa di appropriazione indebita e autoriciclaggio per i suoi rapporti con la famiglia Toto. Inoltre, quando è stato arrestato i finanzieri gli hanno sequestrato anche una scheda telefonica della Bosnia-Erzegovina ancora intonsa. Una sim che ha insospettito gli inquirenti, soprattutto dopo che hanno scoperto che il babbo aveva utilizzato per comunicare riservatamente con Massone (il sodale con cui condivide indagini dal 2014) una scheda intestata a un cittadino nigeriano. Nell'inchiesta sul fallimento della cooperativa Marmodiv, di cui Renzi senior e Massone sarebbero stati amministratori di fatto, gli investigatori hanno approfondito anche il filone del macero, ovvero della rivendita alle cartiere dei volantini della grande distribuzione mai consegnati. In una mail del 2013, a un socio, Renzi senior spiegava: «Per la carta preferiamo non apparire riguardo al passato, per il futuro se voi non ritenete di continuare provvederemo in altra maniera». Uno dei coindagati dei Renzi, Paolo M., un distributore di volantini, ha dichiarato che quella carta veniva portata all'estero, sempre nella ex Jugoslavia: «Posso precisare che i soldi del macero erano destinati ad Eventi 6 (l'azienda dei Renzi, ndr) perché so che quando veniva Carlo Ravasio (storico collaboratore della famiglia dell'ex premier, ndr) venivano prima portati e accumulati a Rignano e poi spediti in Slovenia». Non è finita. Nel bilancio del 2015 della Eventi 6, in pieno boom di fatturato, i Renzi avevano fatto mettere a bilancio: «La società cercherà nell'esercizio 2016 di affacciarsi sul mercato internazionale, pensiamo di partire, grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile, cercando di replicare il modello business attuale, adattandolo all'esigenze dei singoli mercati». Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Slovenia. Tutti paesi in cui, sembra, i Renzi avrebbero qualche interesse. Ma, secondo gli investigatori calabresi, nelle mire degli indagati non c'era solo il tentativo di acquisire la gestione e il controllo delle attività economiche perugine, c'era anche un progetto per piegare la politica locale. E, coincidenza, nel fascicolo spunta una esponente del Pd: Alessandra Vezzosi, eletta in consiglio comunale a Perugia nel 2014. Uno degli indagati, tale Antonio Ribecco, indicato dagli investigatori come un uomo di fiducia della cosca di San Leonardo di Cutro, in provincia di Crotone, e come il «regista» delle dinamiche associative esportate in Umbria, ne parla a telefono, sostenendo che durante la campagna elettorale ha pagato lui un rinfresco per la candidata: «Allora [...] gli ho fatto un rinfresco e gliel'ho pagato io diciamo alla moglie di Repace». Gli investigatori lo identificano in Luigi Repace, marito della candidata Vezzosi, poi eletta. Non per questioni politiche ma per l'acquisizione delle aziende, invece, spunta il nome di un avvocato calabrese con studio a Roma, Vincenzo Maruccio. È il professionista che ha gestito per conto di Benincasa la trattativa con il curatore fallimentare per l'acquisizione dell'azienda su cui avrebbero messo gli occhi i Renzi. Negli atti viene ricordato un precedente arresto, che risale al 2015, per una indagine di Catanzaro. E un'indagine in cui era finito nel 2012, quando da consigliere regionale del Lazio fu accusato di essersi appropriato di circa 500.000 euro dai conti del Gruppo dell'Italia dei valori. Sette anni dopo scatta la scalata aziendale di Benincasa. E in una intercettazione Maruccio afferma che, «per portarla a termine, dovranno presentare un progetto credibile per il Tribunale e pertanto dovranno far figurare un aumento di capitale di 500.000 euro». E siccome i Renzi, come svelato dalla Verità, volevano entrare nell'affare ma poi, di colpo, sono venuti meno, Benincasa si è trovato nei guai. Ed è partito con la girandola di flussi economici dai conti correnti delle aziende che controllava, uno degli aspetti centrali nell'inchiesta sulla 'ndrangheta a Perugia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sim-bosniache-e-business-in-slovenia-il-senso-dei-renzi-per-i-paesi-balcanici-2641637343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombra-della-corruzione-nei-legami-tra-il-magistrato-e-un-fedelissimo-di-matteo" data-post-id="2641637343" data-published-at="1773394310" data-use-pagination="False"> L’ombra della corruzione nei legami tra il magistrato e un fedelissimo di Matteo A Catanzaro a impensierire il Giglio magico non c'è solo l'inchiesta sui presunti 'ndranghetisti in contatto con la famiglia dell'ex premier Matteo Renzi. Addirittura un magistrato della Procura calabrese è sospettato di essere stato corrotto da un renziano doc. Il protagonista è Ferdinando Aiello, 47 anni, un ex parlamentare che nel 2014 lasciò Sel per unirsi al Pd e a Renzi e che nel 2016 ebbe l'onore di accompagnare l'allora sottosegretario Maria Elena Boschi in Sud America, alla ricerca di voti per il referendum costituzionale. Ad agosto il suo nome è comparso in un'inchiesta che ha coinvolto il governatore della Calabria Mario Oliverio. Al centro del procedimento, una somma stanziata dalla Regione Calabria, per sponsorizzazioni al «Festival dei due mondi» di Spoleto. A dicembre, quando è stato notificato l'avviso di chiusura indagini il nome di Aiello non compariva, lasciando ipotizzare che le accuse contro di lui fossero state archiviate. Ma i problemi per lui non sono terminati. È di questi giorni la notizia di un'altra delicata indagine, dove lo stesso Aiello, si ritrova indagato insieme con il procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto (uno dei firmatari delle richieste di arresto per gli 'ndranghetisti trapiantati in Umbria). La Procura di Salerno, competente per le indagini su giudici e pm del distretto catanzarese, ha messo sotto inchiesta il magistrato calabrese per la misteriosa sparizione di un'informativa degli investigatori, in cui fra i sospettati, veniva citato l'ex deputato renziano. Il documento investigativo è stata rinvenuta nei sistemi informatici degli uffici giudiziari, ma non nel fascicolo cartaceo custodito nelle stanze della Procura di Catanzaro. Aiello, dopo l'arrivo in Procura dell'annotazione, non sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati, nonostante gli elementi contenuti nell'atto redatto dai carabinieri. In tale contesto, gli inquirenti salernitani hanno scoperto che l'ex parlamentare Pd, avrebbe intrattenuto rapporti con il procuratore aggiunto, offrendogli pure soggiorni in alcune località turistiche italiane. Nei giorni scorsi, Luberto è stato oggetto di un decreto di perquisizione, disposto dalla procura di Salerno. Nel decreto viene contestato al procuratore aggiunto di Catanzaro di aver posto in essere «condotte contrarie ai doveri d'ufficio di magistrato in servizio, ottenendo in cambio il pagamento di soggiorni alberghieri». Sembra di rileggere le accuse al pm Luca Palamara, al centro del cosiddetto scandalo Csm. Sempre per i pm salernitani, ci troveremmo di fronte a «un patto corruttivo» tra Luberto e l'ex parlamentare del Pd. E, così, secondo la Procura, «le indagini hanno consentito di accertare che Aiello ha pagato dei soggiorni alberghieri dei quali hanno fruito Luberto e i suoi familiari». C'è, per esempio, un soggiorno all'hotel Capofaro (dal 27 al 31 luglio 2017) di Isola di Salina, per 1.140 euro. E, in inverno (dal 2 gennaio all'8 gennaio 2017), all'hotel Gardena di Castel Rotto, per un totale di 11.546 euro. Vacanza, sostiene l'accusa, in parte pagata da Aiello, in parte da Luberto. E, infine, un soggiorno all'hotel Adler di Ortisei, dal 13 gennaio al 20 gennaio 2018, prenotato con caparra da 600 euro da Aiello e saldata da Luberto con 3.394 euro. I pm di Salerno, a sostegno dell'accusa mossa al magistrato calabrese, hanno prodotto pure le dichiarazioni di altri magistrati in servizio presso la procura di Catanzaro, nel periodo dei fatti contestati. Uno di questi ha riferito che alla festa per il cinquantesimo compleanno dell'aggiunto Luberto tra gli invitati ci sarebbe stato lo stesso Aiello.
Donald Trump (Ansa)
Nelle stesse ore, il segretario all’Interno americano, Doug Burgum, affermava che le compagnie petrolifere statunitensi avrebbero presto aumentato la produzione. Inoltre, ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, l’amministrazione Trump stava considerando di sospendere temporaneamente il Jones act: una mossa che renderebbe meno costoso trasportare greggio e gas tra porti statunitensi.
Insomma, è chiaro come per la Casa Bianca la priorità, in questo momento, sia quella di fronteggiare l’incremento dei prezzi del greggio, scattato a seguito dell’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non dimentichiamo che, negli Stati Uniti, il costo della benzina ha superato i 3,50 dollari al gallone, raggiungendo il livello più alto da maggio del 2024. Si tratta di una situazione non poco scivolosa, che potrebbe avere degli impatti assai negativi sul Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Del resto, un recente sondaggio effettuato da Morning consult ha rilevato che per il 48% degli americani la colpa del rincaro della benzina sarebbe da attribuirsi proprio all’amministrazione statunitense.
È anche per questo che, ieri, Trump ha ostentato ottimismo sulla questione. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi, quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada!», ha dichiarato su Truth, riprendendo l’espressione - «impero malvagio» - con cui Ronald Reagan definì notoriamente l’Urss nel 1983.
D’altronde, la necessità di abbassare il costo del greggio sta ponendo Trump davanti a un dilemma. Da una parte, vari suoi consiglieri lo stanno esortando a concludere in fretta il conflitto in Iran proprio per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra parte, il presidente non può escludere interventi armati nello Stretto di Hormuz, dove i pasdaran stanno di fatto bloccando la navigazione per mettere la Casa Bianca in difficoltà in vista delle Midterm. Non potendo fronteggiare la potenza militare israeliana e statunitense (ieri Centcom annunciava di aver distrutto circa 6.000 obiettivi dall’inizio della guerra), le Guardie della rivoluzione puntano a colpire il presidente americano dove può fargli più male. Non a caso, mercoledì, Trump ha detto che Washington aveva distrutto quasi tutte le navi posamine iraniane, esortando pertanto le petroliere a usare lo Stretto (in cui passa, ricordiamolo, circa il 20% del greggio a livello mondiale).
È anche in quest’ottica che il presidente americano sta valutando da giorni di fornire scorte armate alle imbarcazioni che navigano nell’area. Un’ipotesi che, ieri, il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, non ha escluso, pur non considerandola imminente. «Succederà relativamente presto, ma non può accadere ora», ha detto, riferendosi all’eventualità di organizzare delle scorte armate. «Semplicemente non siamo pronti. Tutte le nostre risorse militari in questo momento sono concentrate sulla distruzione delle capacità offensive dell’Iran e dell’industria manifatturiera che fornisce tali capacità offensive», ha aggiunto, per poi lasciare intendere che le attività di scorta potrebbero iniziare entro fine mese.
Insomma, l’amministrazione Trump sta cercando di fronteggiare le sue vulnerabilità sul piano energetico. E, più in generale, ostenta la sua forza contro Teheran. È anche in questo quadro che, ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito la notizia riportata da Abc News, secondo cui si registrerebbe il rischio di attacchi di droni iraniani in territorio californiano. «Non esiste alcuna minaccia da parte dell’Iran nei confronti del nostro territorio e non è mai esistita», ha detto, accusando la testata giornalistica di diffondere «false informazioni volte ad allarmare intenzionalmente il popolo americano».
In tutto questo, nella serata italiana di ieri, si è verificato un attacco alla sinagoga Temple Israel nei pressi di Detroit. In particolare, secondo la Cnn, l’aggressore, armato di fucile, avrebbe fatto schiantare la sua auto contro l’edificio e avrebbe successivamente avuto uno scontro a fuoco con il personale di sicurezza. La stessa testata ha anche riferito che il sospettato sarebbe morto, mentre l’Fbi è accorso sulla scena dell’attentato. Nel retro del veicolo sarebbe stata rinvenuta una grande quantità di esplosivo. La governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, ha definito «straziante» quanto accaduto. «L’antisemitismo e la violenza non hanno posto nel Michigan. Spero nella sicurezza di tutti», ha anche detto, mentre la Casa Bianca confermava che Trump era stato informato dell’attacco.
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Una foto pubblicata dalla Royal Thai Navy mostra la nave cargo battente bandiera thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo essere stata colpita da missili iraniani nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi
Israele ha risposto con forza alla quarantaduesima ondata dell’operazione Vera promessa dell’Iran che ha battezzato questo attacco Labbaik Ya Khamenei («al tuo servizio Khamenei»), in memoria della Guida suprema. Le forze di difesa israeliane hanno preso di mira la rete di lancio di droni di Teheran, dopo aver ridotto le capacità del loro sistema missilistico, e distrutto oltre 250 velivoli. L’attacco di Tel Aviv ha eliminato molti comandanti e operatori della rete di droni responsabili di numerosi lanci. L’Idf ha colpito l’impianto nucleare di Taleghan, a Sud di Teheran, con una serie di raid aerei. Qui il regime iraniano stava lavorando su capacità critiche nello sviluppo di armi nucleari e questo complesso era stato un obiettivo israeliano anche nell’ottobre del 2024, durante una rappresaglia per un attacco missilistico.
Stati Uniti e Israele hanno portato a termine un’operazione ad Al Qaim, alla frontiera fra Siria e Iraq, nella quale sono stati uccisi una ventina di miliziani delle forze di mobilitazione popolare, un gruppo sciita alleato di Teheran. Intanto l’Iran ha annunciato di aver condotto la prima operazione «congiunta ed integrata» con Hezbollah contro Israele andando a colpire diverse città ed istallazioni militari nei pressi di Tel Aviv e Haifa con il più massiccio attacco dall’inizio del conflitto. Da Iran e Libano sono stati lanciati 200 razzi e 20 droni, combinandosi con missili balistici. L’aviazione di Tel Aviv ha risposto martellando la periferia di Beirut, soprattutto la roccaforte sciita di Dahiyeh, la valle della Bekaa e tutte le posizioni del Partito di Dio nel governatorato di Tiro, al confine con Israele.
Tel Aviv ha lanciato un ultimatum al governo del primo ministro Nawaf Salam: se non impedirà ad Hezbollah di attaccare, Israele «prenderà il territorio e lo farà da sé». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato di aver avvertito il presidente libanese Joseph Aoun che se non saranno in grado di controllare il proprio territorio e di impedire a Hezbollah di minacciare le comunità del Nord, l’Idf agirà. Il responsabile della Difesa ha anche aggiunto di aver dato istruzioni alle forze armate di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano con l’obiettivo di ripristinare la calma e la sicurezza nelle comunità del Nord.
L’esercito nazionale libanese è stato volutamente mantenuto debole perché le milizie dei partiti politici hanno sempre dominato la scena nel paese mediorientale. Il nuovo presidente Aoun ha cercato di dare ai governativi il monopolio della forza, ma le difficoltà nel processo di disarmo di Hezbollah hanno confermato la loro debolezza. Il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha definito la guerra contro Hezbollah come un altro settore principale, non un’arena secondaria.
Sul campo, le operazioni israeliane proseguono e nemmeno Ramlet El Baida, lungomare ricco di hotel e ristoranti di Beirut, è stato risparmiato dai droni con la Stella di David. Nell’attacco a questa zona, trasformata da settimane in rifugio per un migliaio di sfollati, sono morte 11 persone e altre 30 sono rimaste ferite. L’obiettivo era un’automobile di un dirigente di Hezbollah e la sua esplosione ha causato l’uccisione di tutti quelli che dormivano intorno. Il governo libanese ha allestito dei punti di ricovero improvvisato nella passeggiata più famosa di Beirut, ma la zona è stata sgomberata dall’esercito libanese per un allarme dovuto alla presenza di un missile di Israele inesploso. Anche l’Università di Beirut è stata colpita e due docenti hanno perso la vita.
Il ministro dell’Informazione, Paul Morcos, ha dichiarato che il numero delle vittime in Libano ha raggiunto quota 687, tra le quali 98 bambini. Morcos ha anche specificato che, dall’inizio del nuovo conflitto, sono stati uccisi anche 15 tra medici e soccorritori.
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Camp Singara, la base italiana dove comincia l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan iracheno a Erbil (Ansa)
La base colpita, Camp Singara, ospita da oltre quattordici anni il dispositivo italiano dell’Operazione Prima Parthica, impegnato nell’addestramento delle forze curde peshmerga nei campi di Benaslawa, Atrush e Sulaymaniyah. Alla missione contribuisce anche l’Airmobile Task Group «Griffon», che utilizza elicotteri NH90 per il trasporto tra le basi del nord dell’Iraq. L’operazione si estende inoltre a Baghdad, dove i carabinieri addestrano la polizia irachena, e in Kuwait nella base di Ali Al Salem Air Base. Nella stessa notte droni hanno colpito anche una base della coalizione a Erbil con militari americani e britannici, causando alcuni feriti statunitensi non gravi.
Il fatto che il bersaglio sia un complesso militare della coalizione internazionale - con presenza italiana e installazioni statunitensi - riporta al centro il tema di una possibile reazione dell’Alleanza Atlantica. In teoria, se l’episodio venisse qualificato come attacco contro forze di uno Stato membro, potrebbe aprirsi una discussione sull’Articolo 5 del Trattato Nato, la clausola di difesa collettiva che considera un’aggressione contro un alleato come un attacco contro tutti. La procedura non è automatica e richiede una decisione politica dei Paesi membri, ma l’episodio riaccende il dibattito su una possibile risposta coordinata degli alleati. Un rischio che il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva evocato parlando nei giorni scorsi del pericolo di «trovarsi sull’orlo di un abisso».
L’impatto è avvenuto intorno alle 00.40 ora locale, dopo che le forze della coalizione avevano attivato l’allarme di minaccia aerea. Il personale italiano aveva già raggiunto i bunker secondo le procedure di sicurezza. «Il drone ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono stati feriti», ha spiegato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente della missione Operazione Prima Parthica, assicurando che «il morale resta alto e la sicurezza del personale rimane la priorità».
In linea teorica un’azione di questo tipo potrebbe configurare reati perseguibili anche dalla giurisdizione italiana. Entrano infatti in gioco l’articolo 280 del codice penale, sull’attentato con finalità terroristiche, e l’articolo 285 relativo al delitto di strage, applicabili anche a fatti avvenuti all’estero grazie all’articolo 7 del codice penale quando vengono colpiti interessi dello Stato italiano.
Il nodo più delicato riguarda la natura giuridica della base. Una base militare all’estero non è formalmente territorio italiano, poiché la presenza del contingente avviene con il consenso dello Stato ospitante ed è regolata da un accordo sullo status delle forze, il cosiddetto Sofa (Status of Forces Agreement). Tuttavia, se la struttura viene considerata un presidio funzionale dello Stato italiano, l’attacco assume un peso ancora maggiore perché ha messo direttamente a rischio personale delle Forze armate impegnato in missione.
«La dottrina militare non è chiara sull’applicazione dell’articolo 5 Nato», osserva l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University. «Tuttavia anche non essendo avvenuto il fatto in area Nato sussistono gli estremi dell’articolo 4 Nato, ovvero della legittima difesa del nostro Paese ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
L’attacco di Erbil arriva dopo altri episodi che negli ultimi anni hanno coinvolto basi con presenza italiana nella regione. Nei giorni precedenti erano stati segnalati attacchi anche contro la base di Ali Al Salem Air Base in Kuwait, mentre quella della missione Unifil nel sud del Libano resta da tempo esposta alle tensioni tra Hezbollah e l’Israel Defense Forces. Nel 2024 due razzi colpirono la base di Shama ferendo lievemente quattro militari italiani della brigata Sassari. Episodi più gravi si erano verificati in passato: nel 2012 un attacco di mortaio in Afghanistan costò la vita al sergente maggiore Michele Silvestri. Il precedente più drammatico resta però la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, quando un attentato contro la base dei carabinieri provocò la morte di 19 italiani. Da allora quella data è ricordata ogni anno come giornata dedicata ai caduti nelle missioni internazionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che il contingente era stato avvisato della minaccia e aveva attivato le procedure di sicurezza. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti», ha dichiarato, spiegando di essere «costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi». Nella base sono presenti 141 militari italiani, già ridotti nelle settimane precedenti: «Abbiamo fatto rientrare 102 persone e ne abbiamo trasferite alcune in Giordania», ha aggiunto. Ora, il governo ha deciso di ritirare tutto il contingente, dopo ore di consultazioni a Roma che hanno coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che «sono in corso verifiche per individuare i responsabili» e ha assicurato che il governo è pronto «ad adottare ogni misura necessaria per garantire la sicurezza del personale», ribadendo l’impegno per la de-escalation. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «vicinanza ai nostri militari rimasti illesi». Dal Parlamento è arrivata una solidarietà bipartisan, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha parlato di «ferma condanna per l’attacco».
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