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2019-12-18
Gli affari balcanici della famiglia Renzi
Ansa
I Balcani sono la passione dei Renzi. Almeno questo sembrerebbe emergere in alcune delle inchieste in cui i genitori dell'ex premier Matteo e alcuni loro collaboratori sono coinvolti, e dove appaiono a vario titolo quattro Paesi dell'ex Jugoslavia. Nell'inchiesta delle Dda di Catanzaro e Reggio Calabria sulle infiltrazioni 'ndranghetiste in Umbria, in cui è indagato anche Mariano Massone (arrestato con i genitori dell'ex premier nel febbraio scorso con l'accusa di bancarotta) gli inquirenti hanno intercettato un presunto mafioso, Giuseppe Benincasa, mentre discuteva con altri indagati degli affari con la famiglia di Rignano sull'Arno, tanto che nella richiesta di arresto per quasi trenta presunti picciotti gli inquirenti hanno annotato il contenuto di una conversazione del presunto malavitoso: «Il Benincasa afferma che in questo momento gli servono soldi e banche, poiché sta per intraprendere una grossa operazione commerciale in Serbia, nella quale sarebbero coinvolti il cognato (Andrea Conticini, ndr) e lo zio di Renzi».
Le parole esatte di Benincasa sono le seguenti: «Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni... per fare una bella… eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo… il papà e lo zio (sorride)… Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... sti cristiani che... il papà di Renzi con il cognato e lo zio. Sono già 3 o 4 volte che ci incontrano…». Non è chiaro quale sia l'operazione, se non che è in Serbia. Ormai è storia nota l'amore della famiglia dell'ex premier per i pellegrinaggi a Medjugorije in Bosnia Erzegovina. Apprezzabile momento di ricerca spirituale, dirà qualcuno. Ma purtroppo anche sulla via della fede Tiziano ha avuto qualche inciampo. Per esempio, a una partenza dall'aeroporto di Pisa di qualche anno fa i pellegrini trovarono in carabinieri del Noe pronti a filmare i loro movimenti. Infatti il babbo nella combriccola ha coinvolto anche personaggi oggi sotto inchiesta, come Carlo Russo, accusato di traffico di influenze illecite nella vicenda Consip e rinviato giudizio, ma anche l'ex collaboratore Patrizio Donnini, finito sotto indagine nell'inchiesta sulla fondazione Open, con l'accusa di appropriazione indebita e autoriciclaggio per i suoi rapporti con la famiglia Toto. Inoltre, quando è stato arrestato i finanzieri gli hanno sequestrato anche una scheda telefonica della Bosnia-Erzegovina ancora intonsa. Una sim che ha insospettito gli inquirenti, soprattutto dopo che hanno scoperto che il babbo aveva utilizzato per comunicare riservatamente con Massone (il sodale con cui condivide indagini dal 2014) una scheda intestata a un cittadino nigeriano. Nell'inchiesta sul fallimento della cooperativa Marmodiv, di cui Renzi senior e Massone sarebbero stati amministratori di fatto, gli investigatori hanno approfondito anche il filone del macero, ovvero della rivendita alle cartiere dei volantini della grande distribuzione mai consegnati. In una mail del 2013, a un socio, Renzi senior spiegava: «Per la carta preferiamo non apparire riguardo al passato, per il futuro se voi non ritenete di continuare provvederemo in altra maniera». Uno dei coindagati dei Renzi, Paolo M., un distributore di volantini, ha dichiarato che quella carta veniva portata all'estero, sempre nella ex Jugoslavia: «Posso precisare che i soldi del macero erano destinati ad Eventi 6 (l'azienda dei Renzi, ndr) perché so che quando veniva Carlo Ravasio (storico collaboratore della famiglia dell'ex premier, ndr) venivano prima portati e accumulati a Rignano e poi spediti in Slovenia». Non è finita. Nel bilancio del 2015 della Eventi 6, in pieno boom di fatturato, i Renzi avevano fatto mettere a bilancio: «La società cercherà nell'esercizio 2016 di affacciarsi sul mercato internazionale, pensiamo di partire, grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile, cercando di replicare il modello business attuale, adattandolo all'esigenze dei singoli mercati». Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Slovenia. Tutti paesi in cui, sembra, i Renzi avrebbero qualche interesse. Ma, secondo gli investigatori calabresi, nelle mire degli indagati non c'era solo il tentativo di acquisire la gestione e il controllo delle attività economiche perugine, c'era anche un progetto per piegare la politica locale. E, coincidenza, nel fascicolo spunta una esponente del Pd: Alessandra Vezzosi, eletta in consiglio comunale a Perugia nel 2014. Uno degli indagati, tale Antonio Ribecco, indicato dagli investigatori come un uomo di fiducia della cosca di San Leonardo di Cutro, in provincia di Crotone, e come il «regista» delle dinamiche associative esportate in Umbria, ne parla a telefono, sostenendo che durante la campagna elettorale ha pagato lui un rinfresco per la candidata: «Allora [...] gli ho fatto un rinfresco e gliel'ho pagato io diciamo alla moglie di Repace».
Gli investigatori lo identificano in Luigi Repace, marito della candidata Vezzosi, poi eletta. Non per questioni politiche ma per l'acquisizione delle aziende, invece, spunta il nome di un avvocato calabrese con studio a Roma, Vincenzo Maruccio. È il professionista che ha gestito per conto di Benincasa la trattativa con il curatore fallimentare per l'acquisizione dell'azienda su cui avrebbero messo gli occhi i Renzi. Negli atti viene ricordato un precedente arresto, che risale al 2015, per una indagine di Catanzaro. E un'indagine in cui era finito nel 2012, quando da consigliere regionale del Lazio fu accusato di essersi appropriato di circa 500.000 euro dai conti del Gruppo dell'Italia dei valori. Sette anni dopo scatta la scalata aziendale di Benincasa. E in una intercettazione Maruccio afferma che, «per portarla a termine, dovranno presentare un progetto credibile per il Tribunale e pertanto dovranno far figurare un aumento di capitale di 500.000 euro». E siccome i Renzi, come svelato dalla Verità, volevano entrare nell'affare ma poi, di colpo, sono venuti meno, Benincasa si è trovato nei guai. Ed è partito con la girandola di flussi economici dai conti correnti delle aziende che controllava, uno degli aspetti centrali nell'inchiesta sulla 'ndrangheta a Perugia.
L’ombra della corruzione nei legami tra il magistrato e un fedelissimo di Matteo
A Catanzaro a impensierire il Giglio magico non c'è solo l'inchiesta sui presunti 'ndranghetisti in contatto con la famiglia dell'ex premier Matteo Renzi. Addirittura un magistrato della Procura calabrese è sospettato di essere stato corrotto da un renziano doc. Il protagonista è Ferdinando Aiello, 47 anni, un ex parlamentare che nel 2014 lasciò Sel per unirsi al Pd e a Renzi e che nel 2016 ebbe l'onore di accompagnare l'allora sottosegretario Maria Elena Boschi in Sud America, alla ricerca di voti per il referendum costituzionale. Ad agosto il suo nome è comparso in un'inchiesta che ha coinvolto il governatore della Calabria Mario Oliverio. Al centro del procedimento, una somma stanziata dalla Regione Calabria, per sponsorizzazioni al «Festival dei due mondi» di Spoleto.
A dicembre, quando è stato notificato l'avviso di chiusura indagini il nome di Aiello non compariva, lasciando ipotizzare che le accuse contro di lui fossero state archiviate. Ma i problemi per lui non sono terminati. È di questi giorni la notizia di un'altra delicata indagine, dove lo stesso Aiello, si ritrova indagato insieme con il procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto (uno dei firmatari delle richieste di arresto per gli 'ndranghetisti trapiantati in Umbria). La Procura di Salerno, competente per le indagini su giudici e pm del distretto catanzarese, ha messo sotto inchiesta il magistrato calabrese per la misteriosa sparizione di un'informativa degli investigatori, in cui fra i sospettati, veniva citato l'ex deputato renziano. Il documento investigativo è stata rinvenuta nei sistemi informatici degli uffici giudiziari, ma non nel fascicolo cartaceo custodito nelle stanze della Procura di Catanzaro.
Aiello, dopo l'arrivo in Procura dell'annotazione, non sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati, nonostante gli elementi contenuti nell'atto redatto dai carabinieri. In tale contesto, gli inquirenti salernitani hanno scoperto che l'ex parlamentare Pd, avrebbe intrattenuto rapporti con il procuratore aggiunto, offrendogli pure soggiorni in alcune località turistiche italiane.
Nei giorni scorsi, Luberto è stato oggetto di un decreto di perquisizione, disposto dalla procura di Salerno. Nel decreto viene contestato al procuratore aggiunto di Catanzaro di aver posto in essere «condotte contrarie ai doveri d'ufficio di magistrato in servizio, ottenendo in cambio il pagamento di soggiorni alberghieri». Sembra di rileggere le accuse al pm Luca Palamara, al centro del cosiddetto scandalo Csm. Sempre per i pm salernitani, ci troveremmo di fronte a «un patto corruttivo» tra Luberto e l'ex parlamentare del Pd.
E, così, secondo la Procura, «le indagini hanno consentito di accertare che Aiello ha pagato dei soggiorni alberghieri dei quali hanno fruito Luberto e i suoi familiari». C'è, per esempio, un soggiorno all'hotel Capofaro (dal 27 al 31 luglio 2017) di Isola di Salina, per 1.140 euro. E, in inverno (dal 2 gennaio all'8 gennaio 2017), all'hotel Gardena di Castel Rotto, per un totale di 11.546 euro. Vacanza, sostiene l'accusa, in parte pagata da Aiello, in parte da Luberto. E, infine, un soggiorno all'hotel Adler di Ortisei, dal 13 gennaio al 20 gennaio 2018, prenotato con caparra da 600 euro da Aiello e saldata da Luberto con 3.394 euro.
I pm di Salerno, a sostegno dell'accusa mossa al magistrato calabrese, hanno prodotto pure le dichiarazioni di altri magistrati in servizio presso la procura di Catanzaro, nel periodo dei fatti contestati. Uno di questi ha riferito che alla festa per il cinquantesimo compleanno dell'aggiunto Luberto tra gli invitati ci sarebbe stato lo stesso Aiello.
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Nelle inchieste sui genitori e sui parenti del leader di Italia viva emerge un interessamento costante per l'ex Jugoslavia. E un presunto mafioso diceva: «Facciamo un'operazione in Serbia con il papà...».Per i pm di Salerno, l'ex parlamentare dem Ferdinando Aiello avrebbe ottenuto favori dall'aggiunto Vincenzo Luberto in cambio di vacanze.Lo speciale contiene due articoli.I Balcani sono la passione dei Renzi. Almeno questo sembrerebbe emergere in alcune delle inchieste in cui i genitori dell'ex premier Matteo e alcuni loro collaboratori sono coinvolti, e dove appaiono a vario titolo quattro Paesi dell'ex Jugoslavia. Nell'inchiesta delle Dda di Catanzaro e Reggio Calabria sulle infiltrazioni 'ndranghetiste in Umbria, in cui è indagato anche Mariano Massone (arrestato con i genitori dell'ex premier nel febbraio scorso con l'accusa di bancarotta) gli inquirenti hanno intercettato un presunto mafioso, Giuseppe Benincasa, mentre discuteva con altri indagati degli affari con la famiglia di Rignano sull'Arno, tanto che nella richiesta di arresto per quasi trenta presunti picciotti gli inquirenti hanno annotato il contenuto di una conversazione del presunto malavitoso: «Il Benincasa afferma che in questo momento gli servono soldi e banche, poiché sta per intraprendere una grossa operazione commerciale in Serbia, nella quale sarebbero coinvolti il cognato (Andrea Conticini, ndr) e lo zio di Renzi».Le parole esatte di Benincasa sono le seguenti: «Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni... per fare una bella… eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo… il papà e lo zio (sorride)… Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... sti cristiani che... il papà di Renzi con il cognato e lo zio. Sono già 3 o 4 volte che ci incontrano…». Non è chiaro quale sia l'operazione, se non che è in Serbia. Ormai è storia nota l'amore della famiglia dell'ex premier per i pellegrinaggi a Medjugorije in Bosnia Erzegovina. Apprezzabile momento di ricerca spirituale, dirà qualcuno. Ma purtroppo anche sulla via della fede Tiziano ha avuto qualche inciampo. Per esempio, a una partenza dall'aeroporto di Pisa di qualche anno fa i pellegrini trovarono in carabinieri del Noe pronti a filmare i loro movimenti. Infatti il babbo nella combriccola ha coinvolto anche personaggi oggi sotto inchiesta, come Carlo Russo, accusato di traffico di influenze illecite nella vicenda Consip e rinviato giudizio, ma anche l'ex collaboratore Patrizio Donnini, finito sotto indagine nell'inchiesta sulla fondazione Open, con l'accusa di appropriazione indebita e autoriciclaggio per i suoi rapporti con la famiglia Toto. Inoltre, quando è stato arrestato i finanzieri gli hanno sequestrato anche una scheda telefonica della Bosnia-Erzegovina ancora intonsa. Una sim che ha insospettito gli inquirenti, soprattutto dopo che hanno scoperto che il babbo aveva utilizzato per comunicare riservatamente con Massone (il sodale con cui condivide indagini dal 2014) una scheda intestata a un cittadino nigeriano. Nell'inchiesta sul fallimento della cooperativa Marmodiv, di cui Renzi senior e Massone sarebbero stati amministratori di fatto, gli investigatori hanno approfondito anche il filone del macero, ovvero della rivendita alle cartiere dei volantini della grande distribuzione mai consegnati. In una mail del 2013, a un socio, Renzi senior spiegava: «Per la carta preferiamo non apparire riguardo al passato, per il futuro se voi non ritenete di continuare provvederemo in altra maniera». Uno dei coindagati dei Renzi, Paolo M., un distributore di volantini, ha dichiarato che quella carta veniva portata all'estero, sempre nella ex Jugoslavia: «Posso precisare che i soldi del macero erano destinati ad Eventi 6 (l'azienda dei Renzi, ndr) perché so che quando veniva Carlo Ravasio (storico collaboratore della famiglia dell'ex premier, ndr) venivano prima portati e accumulati a Rignano e poi spediti in Slovenia». Non è finita. Nel bilancio del 2015 della Eventi 6, in pieno boom di fatturato, i Renzi avevano fatto mettere a bilancio: «La società cercherà nell'esercizio 2016 di affacciarsi sul mercato internazionale, pensiamo di partire, grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile, cercando di replicare il modello business attuale, adattandolo all'esigenze dei singoli mercati». Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Slovenia. Tutti paesi in cui, sembra, i Renzi avrebbero qualche interesse. Ma, secondo gli investigatori calabresi, nelle mire degli indagati non c'era solo il tentativo di acquisire la gestione e il controllo delle attività economiche perugine, c'era anche un progetto per piegare la politica locale. E, coincidenza, nel fascicolo spunta una esponente del Pd: Alessandra Vezzosi, eletta in consiglio comunale a Perugia nel 2014. Uno degli indagati, tale Antonio Ribecco, indicato dagli investigatori come un uomo di fiducia della cosca di San Leonardo di Cutro, in provincia di Crotone, e come il «regista» delle dinamiche associative esportate in Umbria, ne parla a telefono, sostenendo che durante la campagna elettorale ha pagato lui un rinfresco per la candidata: «Allora [...] gli ho fatto un rinfresco e gliel'ho pagato io diciamo alla moglie di Repace». Gli investigatori lo identificano in Luigi Repace, marito della candidata Vezzosi, poi eletta. Non per questioni politiche ma per l'acquisizione delle aziende, invece, spunta il nome di un avvocato calabrese con studio a Roma, Vincenzo Maruccio. È il professionista che ha gestito per conto di Benincasa la trattativa con il curatore fallimentare per l'acquisizione dell'azienda su cui avrebbero messo gli occhi i Renzi. Negli atti viene ricordato un precedente arresto, che risale al 2015, per una indagine di Catanzaro. E un'indagine in cui era finito nel 2012, quando da consigliere regionale del Lazio fu accusato di essersi appropriato di circa 500.000 euro dai conti del Gruppo dell'Italia dei valori. Sette anni dopo scatta la scalata aziendale di Benincasa. E in una intercettazione Maruccio afferma che, «per portarla a termine, dovranno presentare un progetto credibile per il Tribunale e pertanto dovranno far figurare un aumento di capitale di 500.000 euro». E siccome i Renzi, come svelato dalla Verità, volevano entrare nell'affare ma poi, di colpo, sono venuti meno, Benincasa si è trovato nei guai. 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Il protagonista è Ferdinando Aiello, 47 anni, un ex parlamentare che nel 2014 lasciò Sel per unirsi al Pd e a Renzi e che nel 2016 ebbe l'onore di accompagnare l'allora sottosegretario Maria Elena Boschi in Sud America, alla ricerca di voti per il referendum costituzionale. Ad agosto il suo nome è comparso in un'inchiesta che ha coinvolto il governatore della Calabria Mario Oliverio. Al centro del procedimento, una somma stanziata dalla Regione Calabria, per sponsorizzazioni al «Festival dei due mondi» di Spoleto. A dicembre, quando è stato notificato l'avviso di chiusura indagini il nome di Aiello non compariva, lasciando ipotizzare che le accuse contro di lui fossero state archiviate. Ma i problemi per lui non sono terminati. È di questi giorni la notizia di un'altra delicata indagine, dove lo stesso Aiello, si ritrova indagato insieme con il procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto (uno dei firmatari delle richieste di arresto per gli 'ndranghetisti trapiantati in Umbria). La Procura di Salerno, competente per le indagini su giudici e pm del distretto catanzarese, ha messo sotto inchiesta il magistrato calabrese per la misteriosa sparizione di un'informativa degli investigatori, in cui fra i sospettati, veniva citato l'ex deputato renziano. Il documento investigativo è stata rinvenuta nei sistemi informatici degli uffici giudiziari, ma non nel fascicolo cartaceo custodito nelle stanze della Procura di Catanzaro. Aiello, dopo l'arrivo in Procura dell'annotazione, non sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati, nonostante gli elementi contenuti nell'atto redatto dai carabinieri. In tale contesto, gli inquirenti salernitani hanno scoperto che l'ex parlamentare Pd, avrebbe intrattenuto rapporti con il procuratore aggiunto, offrendogli pure soggiorni in alcune località turistiche italiane. Nei giorni scorsi, Luberto è stato oggetto di un decreto di perquisizione, disposto dalla procura di Salerno. Nel decreto viene contestato al procuratore aggiunto di Catanzaro di aver posto in essere «condotte contrarie ai doveri d'ufficio di magistrato in servizio, ottenendo in cambio il pagamento di soggiorni alberghieri». Sembra di rileggere le accuse al pm Luca Palamara, al centro del cosiddetto scandalo Csm. Sempre per i pm salernitani, ci troveremmo di fronte a «un patto corruttivo» tra Luberto e l'ex parlamentare del Pd. E, così, secondo la Procura, «le indagini hanno consentito di accertare che Aiello ha pagato dei soggiorni alberghieri dei quali hanno fruito Luberto e i suoi familiari». C'è, per esempio, un soggiorno all'hotel Capofaro (dal 27 al 31 luglio 2017) di Isola di Salina, per 1.140 euro. E, in inverno (dal 2 gennaio all'8 gennaio 2017), all'hotel Gardena di Castel Rotto, per un totale di 11.546 euro. Vacanza, sostiene l'accusa, in parte pagata da Aiello, in parte da Luberto. E, infine, un soggiorno all'hotel Adler di Ortisei, dal 13 gennaio al 20 gennaio 2018, prenotato con caparra da 600 euro da Aiello e saldata da Luberto con 3.394 euro. I pm di Salerno, a sostegno dell'accusa mossa al magistrato calabrese, hanno prodotto pure le dichiarazioni di altri magistrati in servizio presso la procura di Catanzaro, nel periodo dei fatti contestati. Uno di questi ha riferito che alla festa per il cinquantesimo compleanno dell'aggiunto Luberto tra gli invitati ci sarebbe stato lo stesso Aiello.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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