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2019-12-18
Gli affari balcanici della famiglia Renzi
Ansa
I Balcani sono la passione dei Renzi. Almeno questo sembrerebbe emergere in alcune delle inchieste in cui i genitori dell'ex premier Matteo e alcuni loro collaboratori sono coinvolti, e dove appaiono a vario titolo quattro Paesi dell'ex Jugoslavia. Nell'inchiesta delle Dda di Catanzaro e Reggio Calabria sulle infiltrazioni 'ndranghetiste in Umbria, in cui è indagato anche Mariano Massone (arrestato con i genitori dell'ex premier nel febbraio scorso con l'accusa di bancarotta) gli inquirenti hanno intercettato un presunto mafioso, Giuseppe Benincasa, mentre discuteva con altri indagati degli affari con la famiglia di Rignano sull'Arno, tanto che nella richiesta di arresto per quasi trenta presunti picciotti gli inquirenti hanno annotato il contenuto di una conversazione del presunto malavitoso: «Il Benincasa afferma che in questo momento gli servono soldi e banche, poiché sta per intraprendere una grossa operazione commerciale in Serbia, nella quale sarebbero coinvolti il cognato (Andrea Conticini, ndr) e lo zio di Renzi».
Le parole esatte di Benincasa sono le seguenti: «Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni... per fare una bella… eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo… il papà e lo zio (sorride)… Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... sti cristiani che... il papà di Renzi con il cognato e lo zio. Sono già 3 o 4 volte che ci incontrano…». Non è chiaro quale sia l'operazione, se non che è in Serbia. Ormai è storia nota l'amore della famiglia dell'ex premier per i pellegrinaggi a Medjugorije in Bosnia Erzegovina. Apprezzabile momento di ricerca spirituale, dirà qualcuno. Ma purtroppo anche sulla via della fede Tiziano ha avuto qualche inciampo. Per esempio, a una partenza dall'aeroporto di Pisa di qualche anno fa i pellegrini trovarono in carabinieri del Noe pronti a filmare i loro movimenti. Infatti il babbo nella combriccola ha coinvolto anche personaggi oggi sotto inchiesta, come Carlo Russo, accusato di traffico di influenze illecite nella vicenda Consip e rinviato giudizio, ma anche l'ex collaboratore Patrizio Donnini, finito sotto indagine nell'inchiesta sulla fondazione Open, con l'accusa di appropriazione indebita e autoriciclaggio per i suoi rapporti con la famiglia Toto. Inoltre, quando è stato arrestato i finanzieri gli hanno sequestrato anche una scheda telefonica della Bosnia-Erzegovina ancora intonsa. Una sim che ha insospettito gli inquirenti, soprattutto dopo che hanno scoperto che il babbo aveva utilizzato per comunicare riservatamente con Massone (il sodale con cui condivide indagini dal 2014) una scheda intestata a un cittadino nigeriano. Nell'inchiesta sul fallimento della cooperativa Marmodiv, di cui Renzi senior e Massone sarebbero stati amministratori di fatto, gli investigatori hanno approfondito anche il filone del macero, ovvero della rivendita alle cartiere dei volantini della grande distribuzione mai consegnati. In una mail del 2013, a un socio, Renzi senior spiegava: «Per la carta preferiamo non apparire riguardo al passato, per il futuro se voi non ritenete di continuare provvederemo in altra maniera». Uno dei coindagati dei Renzi, Paolo M., un distributore di volantini, ha dichiarato che quella carta veniva portata all'estero, sempre nella ex Jugoslavia: «Posso precisare che i soldi del macero erano destinati ad Eventi 6 (l'azienda dei Renzi, ndr) perché so che quando veniva Carlo Ravasio (storico collaboratore della famiglia dell'ex premier, ndr) venivano prima portati e accumulati a Rignano e poi spediti in Slovenia». Non è finita. Nel bilancio del 2015 della Eventi 6, in pieno boom di fatturato, i Renzi avevano fatto mettere a bilancio: «La società cercherà nell'esercizio 2016 di affacciarsi sul mercato internazionale, pensiamo di partire, grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile, cercando di replicare il modello business attuale, adattandolo all'esigenze dei singoli mercati». Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Slovenia. Tutti paesi in cui, sembra, i Renzi avrebbero qualche interesse. Ma, secondo gli investigatori calabresi, nelle mire degli indagati non c'era solo il tentativo di acquisire la gestione e il controllo delle attività economiche perugine, c'era anche un progetto per piegare la politica locale. E, coincidenza, nel fascicolo spunta una esponente del Pd: Alessandra Vezzosi, eletta in consiglio comunale a Perugia nel 2014. Uno degli indagati, tale Antonio Ribecco, indicato dagli investigatori come un uomo di fiducia della cosca di San Leonardo di Cutro, in provincia di Crotone, e come il «regista» delle dinamiche associative esportate in Umbria, ne parla a telefono, sostenendo che durante la campagna elettorale ha pagato lui un rinfresco per la candidata: «Allora [...] gli ho fatto un rinfresco e gliel'ho pagato io diciamo alla moglie di Repace».
Gli investigatori lo identificano in Luigi Repace, marito della candidata Vezzosi, poi eletta. Non per questioni politiche ma per l'acquisizione delle aziende, invece, spunta il nome di un avvocato calabrese con studio a Roma, Vincenzo Maruccio. È il professionista che ha gestito per conto di Benincasa la trattativa con il curatore fallimentare per l'acquisizione dell'azienda su cui avrebbero messo gli occhi i Renzi. Negli atti viene ricordato un precedente arresto, che risale al 2015, per una indagine di Catanzaro. E un'indagine in cui era finito nel 2012, quando da consigliere regionale del Lazio fu accusato di essersi appropriato di circa 500.000 euro dai conti del Gruppo dell'Italia dei valori. Sette anni dopo scatta la scalata aziendale di Benincasa. E in una intercettazione Maruccio afferma che, «per portarla a termine, dovranno presentare un progetto credibile per il Tribunale e pertanto dovranno far figurare un aumento di capitale di 500.000 euro». E siccome i Renzi, come svelato dalla Verità, volevano entrare nell'affare ma poi, di colpo, sono venuti meno, Benincasa si è trovato nei guai. Ed è partito con la girandola di flussi economici dai conti correnti delle aziende che controllava, uno degli aspetti centrali nell'inchiesta sulla 'ndrangheta a Perugia.
L’ombra della corruzione nei legami tra il magistrato e un fedelissimo di Matteo
A Catanzaro a impensierire il Giglio magico non c'è solo l'inchiesta sui presunti 'ndranghetisti in contatto con la famiglia dell'ex premier Matteo Renzi. Addirittura un magistrato della Procura calabrese è sospettato di essere stato corrotto da un renziano doc. Il protagonista è Ferdinando Aiello, 47 anni, un ex parlamentare che nel 2014 lasciò Sel per unirsi al Pd e a Renzi e che nel 2016 ebbe l'onore di accompagnare l'allora sottosegretario Maria Elena Boschi in Sud America, alla ricerca di voti per il referendum costituzionale. Ad agosto il suo nome è comparso in un'inchiesta che ha coinvolto il governatore della Calabria Mario Oliverio. Al centro del procedimento, una somma stanziata dalla Regione Calabria, per sponsorizzazioni al «Festival dei due mondi» di Spoleto.
A dicembre, quando è stato notificato l'avviso di chiusura indagini il nome di Aiello non compariva, lasciando ipotizzare che le accuse contro di lui fossero state archiviate. Ma i problemi per lui non sono terminati. È di questi giorni la notizia di un'altra delicata indagine, dove lo stesso Aiello, si ritrova indagato insieme con il procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto (uno dei firmatari delle richieste di arresto per gli 'ndranghetisti trapiantati in Umbria). La Procura di Salerno, competente per le indagini su giudici e pm del distretto catanzarese, ha messo sotto inchiesta il magistrato calabrese per la misteriosa sparizione di un'informativa degli investigatori, in cui fra i sospettati, veniva citato l'ex deputato renziano. Il documento investigativo è stata rinvenuta nei sistemi informatici degli uffici giudiziari, ma non nel fascicolo cartaceo custodito nelle stanze della Procura di Catanzaro.
Aiello, dopo l'arrivo in Procura dell'annotazione, non sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati, nonostante gli elementi contenuti nell'atto redatto dai carabinieri. In tale contesto, gli inquirenti salernitani hanno scoperto che l'ex parlamentare Pd, avrebbe intrattenuto rapporti con il procuratore aggiunto, offrendogli pure soggiorni in alcune località turistiche italiane.
Nei giorni scorsi, Luberto è stato oggetto di un decreto di perquisizione, disposto dalla procura di Salerno. Nel decreto viene contestato al procuratore aggiunto di Catanzaro di aver posto in essere «condotte contrarie ai doveri d'ufficio di magistrato in servizio, ottenendo in cambio il pagamento di soggiorni alberghieri». Sembra di rileggere le accuse al pm Luca Palamara, al centro del cosiddetto scandalo Csm. Sempre per i pm salernitani, ci troveremmo di fronte a «un patto corruttivo» tra Luberto e l'ex parlamentare del Pd.
E, così, secondo la Procura, «le indagini hanno consentito di accertare che Aiello ha pagato dei soggiorni alberghieri dei quali hanno fruito Luberto e i suoi familiari». C'è, per esempio, un soggiorno all'hotel Capofaro (dal 27 al 31 luglio 2017) di Isola di Salina, per 1.140 euro. E, in inverno (dal 2 gennaio all'8 gennaio 2017), all'hotel Gardena di Castel Rotto, per un totale di 11.546 euro. Vacanza, sostiene l'accusa, in parte pagata da Aiello, in parte da Luberto. E, infine, un soggiorno all'hotel Adler di Ortisei, dal 13 gennaio al 20 gennaio 2018, prenotato con caparra da 600 euro da Aiello e saldata da Luberto con 3.394 euro.
I pm di Salerno, a sostegno dell'accusa mossa al magistrato calabrese, hanno prodotto pure le dichiarazioni di altri magistrati in servizio presso la procura di Catanzaro, nel periodo dei fatti contestati. Uno di questi ha riferito che alla festa per il cinquantesimo compleanno dell'aggiunto Luberto tra gli invitati ci sarebbe stato lo stesso Aiello.
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Nelle inchieste sui genitori e sui parenti del leader di Italia viva emerge un interessamento costante per l'ex Jugoslavia. E un presunto mafioso diceva: «Facciamo un'operazione in Serbia con il papà...».Per i pm di Salerno, l'ex parlamentare dem Ferdinando Aiello avrebbe ottenuto favori dall'aggiunto Vincenzo Luberto in cambio di vacanze.Lo speciale contiene due articoli.I Balcani sono la passione dei Renzi. Almeno questo sembrerebbe emergere in alcune delle inchieste in cui i genitori dell'ex premier Matteo e alcuni loro collaboratori sono coinvolti, e dove appaiono a vario titolo quattro Paesi dell'ex Jugoslavia. Nell'inchiesta delle Dda di Catanzaro e Reggio Calabria sulle infiltrazioni 'ndranghetiste in Umbria, in cui è indagato anche Mariano Massone (arrestato con i genitori dell'ex premier nel febbraio scorso con l'accusa di bancarotta) gli inquirenti hanno intercettato un presunto mafioso, Giuseppe Benincasa, mentre discuteva con altri indagati degli affari con la famiglia di Rignano sull'Arno, tanto che nella richiesta di arresto per quasi trenta presunti picciotti gli inquirenti hanno annotato il contenuto di una conversazione del presunto malavitoso: «Il Benincasa afferma che in questo momento gli servono soldi e banche, poiché sta per intraprendere una grossa operazione commerciale in Serbia, nella quale sarebbero coinvolti il cognato (Andrea Conticini, ndr) e lo zio di Renzi».Le parole esatte di Benincasa sono le seguenti: «Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni... per fare una bella… eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo… il papà e lo zio (sorride)… Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... sti cristiani che... il papà di Renzi con il cognato e lo zio. Sono già 3 o 4 volte che ci incontrano…». Non è chiaro quale sia l'operazione, se non che è in Serbia. Ormai è storia nota l'amore della famiglia dell'ex premier per i pellegrinaggi a Medjugorije in Bosnia Erzegovina. Apprezzabile momento di ricerca spirituale, dirà qualcuno. Ma purtroppo anche sulla via della fede Tiziano ha avuto qualche inciampo. Per esempio, a una partenza dall'aeroporto di Pisa di qualche anno fa i pellegrini trovarono in carabinieri del Noe pronti a filmare i loro movimenti. Infatti il babbo nella combriccola ha coinvolto anche personaggi oggi sotto inchiesta, come Carlo Russo, accusato di traffico di influenze illecite nella vicenda Consip e rinviato giudizio, ma anche l'ex collaboratore Patrizio Donnini, finito sotto indagine nell'inchiesta sulla fondazione Open, con l'accusa di appropriazione indebita e autoriciclaggio per i suoi rapporti con la famiglia Toto. Inoltre, quando è stato arrestato i finanzieri gli hanno sequestrato anche una scheda telefonica della Bosnia-Erzegovina ancora intonsa. Una sim che ha insospettito gli inquirenti, soprattutto dopo che hanno scoperto che il babbo aveva utilizzato per comunicare riservatamente con Massone (il sodale con cui condivide indagini dal 2014) una scheda intestata a un cittadino nigeriano. Nell'inchiesta sul fallimento della cooperativa Marmodiv, di cui Renzi senior e Massone sarebbero stati amministratori di fatto, gli investigatori hanno approfondito anche il filone del macero, ovvero della rivendita alle cartiere dei volantini della grande distribuzione mai consegnati. In una mail del 2013, a un socio, Renzi senior spiegava: «Per la carta preferiamo non apparire riguardo al passato, per il futuro se voi non ritenete di continuare provvederemo in altra maniera». Uno dei coindagati dei Renzi, Paolo M., un distributore di volantini, ha dichiarato che quella carta veniva portata all'estero, sempre nella ex Jugoslavia: «Posso precisare che i soldi del macero erano destinati ad Eventi 6 (l'azienda dei Renzi, ndr) perché so che quando veniva Carlo Ravasio (storico collaboratore della famiglia dell'ex premier, ndr) venivano prima portati e accumulati a Rignano e poi spediti in Slovenia». Non è finita. Nel bilancio del 2015 della Eventi 6, in pieno boom di fatturato, i Renzi avevano fatto mettere a bilancio: «La società cercherà nell'esercizio 2016 di affacciarsi sul mercato internazionale, pensiamo di partire, grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile, cercando di replicare il modello business attuale, adattandolo all'esigenze dei singoli mercati». Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Slovenia. Tutti paesi in cui, sembra, i Renzi avrebbero qualche interesse. Ma, secondo gli investigatori calabresi, nelle mire degli indagati non c'era solo il tentativo di acquisire la gestione e il controllo delle attività economiche perugine, c'era anche un progetto per piegare la politica locale. E, coincidenza, nel fascicolo spunta una esponente del Pd: Alessandra Vezzosi, eletta in consiglio comunale a Perugia nel 2014. Uno degli indagati, tale Antonio Ribecco, indicato dagli investigatori come un uomo di fiducia della cosca di San Leonardo di Cutro, in provincia di Crotone, e come il «regista» delle dinamiche associative esportate in Umbria, ne parla a telefono, sostenendo che durante la campagna elettorale ha pagato lui un rinfresco per la candidata: «Allora [...] gli ho fatto un rinfresco e gliel'ho pagato io diciamo alla moglie di Repace». Gli investigatori lo identificano in Luigi Repace, marito della candidata Vezzosi, poi eletta. Non per questioni politiche ma per l'acquisizione delle aziende, invece, spunta il nome di un avvocato calabrese con studio a Roma, Vincenzo Maruccio. È il professionista che ha gestito per conto di Benincasa la trattativa con il curatore fallimentare per l'acquisizione dell'azienda su cui avrebbero messo gli occhi i Renzi. Negli atti viene ricordato un precedente arresto, che risale al 2015, per una indagine di Catanzaro. E un'indagine in cui era finito nel 2012, quando da consigliere regionale del Lazio fu accusato di essersi appropriato di circa 500.000 euro dai conti del Gruppo dell'Italia dei valori. Sette anni dopo scatta la scalata aziendale di Benincasa. E in una intercettazione Maruccio afferma che, «per portarla a termine, dovranno presentare un progetto credibile per il Tribunale e pertanto dovranno far figurare un aumento di capitale di 500.000 euro». E siccome i Renzi, come svelato dalla Verità, volevano entrare nell'affare ma poi, di colpo, sono venuti meno, Benincasa si è trovato nei guai. Ed è partito con la girandola di flussi economici dai conti correnti delle aziende che controllava, uno degli aspetti centrali nell'inchiesta sulla 'ndrangheta a Perugia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sim-bosniache-e-business-in-slovenia-il-senso-dei-renzi-per-i-paesi-balcanici-2641637343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombra-della-corruzione-nei-legami-tra-il-magistrato-e-un-fedelissimo-di-matteo" data-post-id="2641637343" data-published-at="1771390939" data-use-pagination="False"> L’ombra della corruzione nei legami tra il magistrato e un fedelissimo di Matteo A Catanzaro a impensierire il Giglio magico non c'è solo l'inchiesta sui presunti 'ndranghetisti in contatto con la famiglia dell'ex premier Matteo Renzi. Addirittura un magistrato della Procura calabrese è sospettato di essere stato corrotto da un renziano doc. Il protagonista è Ferdinando Aiello, 47 anni, un ex parlamentare che nel 2014 lasciò Sel per unirsi al Pd e a Renzi e che nel 2016 ebbe l'onore di accompagnare l'allora sottosegretario Maria Elena Boschi in Sud America, alla ricerca di voti per il referendum costituzionale. Ad agosto il suo nome è comparso in un'inchiesta che ha coinvolto il governatore della Calabria Mario Oliverio. Al centro del procedimento, una somma stanziata dalla Regione Calabria, per sponsorizzazioni al «Festival dei due mondi» di Spoleto. A dicembre, quando è stato notificato l'avviso di chiusura indagini il nome di Aiello non compariva, lasciando ipotizzare che le accuse contro di lui fossero state archiviate. Ma i problemi per lui non sono terminati. È di questi giorni la notizia di un'altra delicata indagine, dove lo stesso Aiello, si ritrova indagato insieme con il procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto (uno dei firmatari delle richieste di arresto per gli 'ndranghetisti trapiantati in Umbria). La Procura di Salerno, competente per le indagini su giudici e pm del distretto catanzarese, ha messo sotto inchiesta il magistrato calabrese per la misteriosa sparizione di un'informativa degli investigatori, in cui fra i sospettati, veniva citato l'ex deputato renziano. Il documento investigativo è stata rinvenuta nei sistemi informatici degli uffici giudiziari, ma non nel fascicolo cartaceo custodito nelle stanze della Procura di Catanzaro. Aiello, dopo l'arrivo in Procura dell'annotazione, non sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati, nonostante gli elementi contenuti nell'atto redatto dai carabinieri. In tale contesto, gli inquirenti salernitani hanno scoperto che l'ex parlamentare Pd, avrebbe intrattenuto rapporti con il procuratore aggiunto, offrendogli pure soggiorni in alcune località turistiche italiane. Nei giorni scorsi, Luberto è stato oggetto di un decreto di perquisizione, disposto dalla procura di Salerno. Nel decreto viene contestato al procuratore aggiunto di Catanzaro di aver posto in essere «condotte contrarie ai doveri d'ufficio di magistrato in servizio, ottenendo in cambio il pagamento di soggiorni alberghieri». Sembra di rileggere le accuse al pm Luca Palamara, al centro del cosiddetto scandalo Csm. Sempre per i pm salernitani, ci troveremmo di fronte a «un patto corruttivo» tra Luberto e l'ex parlamentare del Pd. E, così, secondo la Procura, «le indagini hanno consentito di accertare che Aiello ha pagato dei soggiorni alberghieri dei quali hanno fruito Luberto e i suoi familiari». C'è, per esempio, un soggiorno all'hotel Capofaro (dal 27 al 31 luglio 2017) di Isola di Salina, per 1.140 euro. E, in inverno (dal 2 gennaio all'8 gennaio 2017), all'hotel Gardena di Castel Rotto, per un totale di 11.546 euro. Vacanza, sostiene l'accusa, in parte pagata da Aiello, in parte da Luberto. E, infine, un soggiorno all'hotel Adler di Ortisei, dal 13 gennaio al 20 gennaio 2018, prenotato con caparra da 600 euro da Aiello e saldata da Luberto con 3.394 euro. I pm di Salerno, a sostegno dell'accusa mossa al magistrato calabrese, hanno prodotto pure le dichiarazioni di altri magistrati in servizio presso la procura di Catanzaro, nel periodo dei fatti contestati. Uno di questi ha riferito che alla festa per il cinquantesimo compleanno dell'aggiunto Luberto tra gli invitati ci sarebbe stato lo stesso Aiello.
La polizia scientifica sul luogo della sparatoria avvenuta lo scorso 26 gennaio a Milano Rogoredo (Ansa)
Secondo l’ipotesi del pm Giovanni Tarzia, che coordina l’inchiesta con il procuratore Marcello Viola, i quattro avrebbero aiutato il collega C.C. (accusato di omicidio volontario e difeso dall’avvocato Pietro Porciani), a eludere le investigazioni della Squadra mobile. In particolare, avrebbero omesso di riferire la presenza sul luogo di persone diverse dagli operatori della polizia di Stato.
Alla polizia giudiziaria avrebbero inoltre fornito una ricostruzione non conforme al vero sulla successione dei movimenti, sulla posizione degli altri soggetti presenti e sui tempi dell’intervento. L’accusa ipotizza anche un ritardo nella richiesta dei soccorsi, mentre Mansouri era ancora agonizzante.
È su questo punto che la difesa degli agenti potrebbe farsi sentire: le dichiarazioni furono rese a ridosso dei fatti, da operatori ancora sotto choc per uno scontro armato avvenuto in pochi secondi. In un luogo come il boschetto di Rogoredo - caratterizzato da vegetazione fitta, dislivelli, zone d’ombra e visibilità intermittente - la percezione degli spazi, delle distanze e delle presenze può risultare alterata. La stessa Procura, del resto, non ha finora individuato testimoni terzi certi: l’eventuale presenza di altre persone è ipotizzata, ma non riscontrata. E non è un dettaglio secondario che l’attività di spaccio venga organizzata proprio lontano da telecamere, con punti di appoggio mobili e continuamente spostati.
L’agente che ha sparato, interrogato nell’immediatezza, aveva descritto una dinamica rapida e lineare: «La mia idea era rincorrerlo […] Io stavo partendo e il collega sarebbe partito dietro di me». Poi il cambio improvviso: «Lui aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata». A quel punto la reazione: «Io, mentre stavo per fare lo scatto, ho estratto l’arma ed ho esploso un colpo […] per paura». Il collega che era con lui in quei secondi, sentito come teste, aveva fornito una versione analoga. È dal confronto tra queste dichiarazioni, i rilievi balistici, le analisi delle telecamere di contesto e i primi esiti dell’autopsia che la Procura dice di aver ricavato le incongruenze.
Sul piano tecnico, i primi esiti dell’autopsia sono stati letti dalla difesa come un elemento a sostegno della versione dell’agente. Secondo quanto riferito dall’avvocato Porciani, l’esame medico-legale ha confermato che la distanza dello sparo era superiore ai 25 metri, quindi persino maggiore dei circa 20 metri indicati dal poliziotto nell’immediatezza dei fatti. Il proiettile è entrato nella regione temporo-parietale destra con un andamento verso la parte posteriore del cranio, senza fuoriuscire: una traiettoria che, secondo il legale, risulta compatibile con uno sparo esploso mentre l’agente si trovava di fronte a Mansouri. Resta poi incerto anche il capitolo della pistola a salve trovata vicino al corpo: potrebbero essere necessari gli esami del Dna, i cui risultati sono attesi nei prossimi giorni.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia ed ex vicesindaco di Milano, parla apertamente di «accanimento» e definisce «vergognoso» l’allargamento dell’inchiesta ad altri quattro poliziotti dopo un intervento avvenuto in una delle aree più pericolose della città. Una posizione che intercetta un malessere diffuso tra gli operatori in divisa, alimentato da un clima di crescente conflittualità attorno all’operato delle forze dell’ordine. Solo due giorni fa Ilaria Cucchi è tornata a intervenire pubblicamente sul caso del cittadino maliano ucciso a Verona - episodio poi archiviato - rilanciando critiche che, negli ambienti della polizia, vengono lette come una delegittimazione preventiva dell’azione sul campo.
Non è un meccanismo nuovo. Per i carabinieri coinvolti nell’inseguimento in cui morì Ramy Elgaml, nel novembre 2024, è servito oltre un anno per ricondurre l’imputazione da omicidio stradale a eccesso colposo nell’adempimento del dovere, riconoscendo che stavano svolgendo un attività di servizio. E mentre gli attivisti di Askatasuna restano a piede libero nonostante scontri e tensioni di piazza, sono i poliziotti che intervengono in servizio a finire subito sotto indagine, con un peso personale ed economico che dura ben oltre quei pochi secondi di intervento.
Nel frattempo il contesto resta invariato. Proprio ieri, a poca distanza dal luogo della sparatoria, due pusher sono stati arrestati in via Orwell, vicino alla stazione di Rogoredo: fuga, inseguimento, droga e coltelli sequestrati.
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Ansa
All’improvviso, il presidente di una Regione da sempre governata dai progressisti sostiene che la sinistra offre soluzioni che non funzionano, come il dialogo o la prevenzione. Boom. Mai s’era sentito un esponente autorevole smentire così nettamente la linea ufficiale del partito. De Pascale a dire il vero ha fatto anche di più: mentre molti rappresentanti del Pd, in cui lui stesso milita, criticano l’apertura di nuovi centri per il rimpatrio dei migranti, il governatore ha offerto di costruirne uno nella sua stessa regione. «Magari non lo farei a Bologna, per non inasprire le tensioni sociali, ma siccome cerco di lavorare per risolvere i problemi...», ha ribattuto a chi da sinistra lo ha criticato.
Qualcuno potrebbe pensare che l’ex sindaco di Ravenna, città nella quale la magistratura ha indagato una serie di medici accusati di firmare certificati per impedire che dei sanissimi migranti finissero nei Cpr, sia impazzito. Oppure che si sia convertito alle tesi di centrodestra in vista di un salto della barricata. In realtà, credo che De Pascale non sia solo sano di mente, ma, a differenza di alcuni suoi compagni scesi in piazza per sostenere i dottori accusati di false attestazioni sanitarie, abbia una percezione concreta di ciò che desiderano gli italiani. Altro che difesa a oltranza dei migranti (anche di quelli con decine di reati sulle spalle, come nel caso dell’algerino risarcito da un giudice per essere stato dirottato nel Cpr in Albania per un paio di giorni). E basta con l’idea che i Centri per il rimpatrio siano dei lager. Per affrontare il problema della sicurezza non basta la prevenzione, come insistono a dire Elly Schlein e compagni, i quali reclamano più poliziotti ma allo stesso tempo li vorrebbero con le mani legate. Serve anche la repressione, dice De Pascale. Il quale in questo modo non parla alla pancia del Paese, come credono alcuni suoi compagni di partito, ma alla pancia del Pd.
Lo spiega bene un sondaggio recentemente licenziato da Swg, società di certo non sospetta di simpatie verso il centrodestra. Le rilevazioni sul tema della sicurezza dicono che il 76 per cento degli italiani è favorevole all’espulsione degli immigrati condannati. Fin qui siamo all’ovvio dei popoli: difficile credere che esista chi voglia tener in casa dei pregiudicati stranieri. Ma la novità è che se l’87 per cento degli elettori di centrodestra si dichiara favorevole a una remigrazione dei delinquenti, anche il 76 per cento di chi vota centrosinistra la pensa allo stesso modo.
Interessanti sono pure altre risposte sul tema degli extracomunitari. Alla domanda se sia giusto un blocco navale per fermare gli sbarchi, il 49 per cento degli interpellati dice sì e solo il 38 si dichiara contrario. Ma separando destra e sinistra si scopre che è favorevole il 76 per cento degli elettori moderati, ma lo è pure il 24 per cento dei progressisti. Cioè un compagno su quattro vede di buon occhio una flotta che tuteli i nostri confini. Non è tutto. Swg ha sollecitato una risposta sul tema della stretta ai ricongiungimenti familiari dei migranti, argomento affrontato dal nuovo decreto Sicurezza. Beh, tenetevi forte: gli italiani sono quasi spaccati a metà, con un 45 per cento favorevole e un 42 contrario, ma se il sì al giro di vite per chi vota centrodestra arriva al 63 per cento, per gli elettori della sinistra siamo a un favorevole su tre. In pratica, il vento sta cambiando anche per i compagni e mi sa che il governatore dell’Emilia-Romagna ha annusato l’aria. Gli italiani sono stanchi di accoglienza, ma soprattutto di delinquenza.
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Ansa
Tra maggio 2024 e gennaio 2026 sarebbero 34 gli stranieri destinati al rimpatrio, perché ritenuti socialmente pericolosi o inottemperanti all’ordine di espulsione, che la polizia ha accompagnato all’ospedale di Ravenna per ottenere il nulla osta sanitario propedeutico all’ingresso in un Cpr. Per 14 di loro è arrivato il via libera sanitario. Altri dieci sono stati dichiarati non idonei al trattenimento. Dieci, invece, si sono opposti alla visita. Nonostante una direttiva del Viminale del 2022 preveda che prima dell’ingresso in un Cpr gli stranieri debbano sottoporsi a una valutazione clinica effettuata da un medico del Servizio sanitario nazionale.
È la regola. Senza quel nulla osta l’atto amministrativo si inceppa e non può essere eseguito. L’esecuzione dell’espulsione si arena. Di solito, però, scatta una denuncia per resistenza o per inottemperanza all’ordine di allontanamento. Reati che diventano ostativi (ma non sempre, perché poi tocca a un giudice la valutazione complessiva di ogni singolo caso) rispetto al rilascio di un permesso di soggiorno. Nel frattempo chi si oppone alla visita medica resta libero di circolare in Italia.
È una falla. E non è l’unica. Vista l’ipotesi della Procura di Ravenna, che sta cercando di accertare se alcuni stranieri dichiarati non idonei al trattenimento, invece, non presentavano gli impedimenti previsti dalla legge (malattie contagiose e problemi psichiatrici). Stando all’ipotesi investigativa, alcuni dottori farebbero parte di una rete di attivisti che ostacolerebbe l’invio dei migranti ai Cpr per motivi ideologici. E sarebbero coinvolte nelle indagini anche altre persone al momento non perquisite. La risposta dell’azienda sanitaria è netta. «I miei medici hanno agito nel rispetto del protocollo del 2022 e ho anche sollecitato la Regione a dotarsi di una procedura unica su tutto il territorio», sostiene il direttore generale dell’Ausl Romagna, Tiziano Carradori, che garantisce vicinanza e supporto legale ai sanitari.
Il riferimento al protocollo del 2022 non è secondario. È lì che si annida il cuore della procedura. È su quella direttiva, firmata dal prefetto Luciana Lamorgese, in quel momento ministro dell’Interno, che si regge il sistema dei nulla osta sanitari.
Nel frattempo il fronte sindacale alza la voce. Il Sindacato medici italiani prende posizione. «I medici hanno il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza, con l’unico obiettivo della tutela della vita e della salute. Valutano solo lo stato di salute dei pazienti, non sono deputati a esprimersi su altre questioni. La loro azione medica non può essere sottoposta a logiche di parte e di natura politica», afferma il presidente nazionale emerito dello Sri, Cosmo De Matteis, che aggiunge: «Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai medici coinvolti e sostengo l’appello della Società italiana di medicina delle migrazioni, perché la cura non è un reato e non deve discriminare nessuno». Proprio la Società italiana di medicina delle migrazioni aveva diffuso un appello ai medici sulla «presa di coscienza» rispetto alle certificazioni propedeutiche all’ingresso nei Cpr. Due visioni si fronteggiano. Da una parte gli investigatori dello Sco e della Squadra mobile che ipotizzano l’esistenza di una rete medica di attivismo ideologico. Dall’altra i camici bianchi che rivendicano autonomia clinica e tutela della salute. Al di là dell’inchiesta, però, resta aperta la questione giuridica dell’opposizione alla visita medica. È qui che il sistema mostra la sua fragilità. Un dispositivo costruito per garantire tutele sanitarie finisce per diventare, nei fatti, un varco.
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Ansa
Il piccolo «guerriero» continua a combattere da quel lettino del reparto di terapia intensiva dell’ospedale Monaldi di Napoli, dove si trova ricoverato da oltre 50 giorni a causa del trapianto di un «cuore bruciato». Anche mamma Patrizia lotta strenuamente affinché il suo piccolo, di 2 anni, possa presto tornare a casa. Nella giornata di ieri sono stati tanti gli aggiornamenti sul caso del «trapianto sbagliato»: dalle condizioni di salute del bimbo al vertice di oggi sulla possibilità di sottoporlo a un nuovo trapianto; dalle indagini sul contenitore usato per trasportare l’organo all’arrivo degli ispettori del ministero della Salute.
L’azienda ospedaliera dei Colli, nel bollettino medico quotidiano, ha parlato di condizioni «stazionarie ma in un quadro di grave criticità». Il bambino è sotto stretto monitoraggio assistenziale e strumentale e sottoposto a consulenze specialistiche. Mamma Patrizia, nel pomeriggio di ieri, davanti alle telecamere di Dentro la notizia su Canale 5, ha confermato che i medici hanno parlato di un lieve peggioramento per quanto riguarda la condizione del fegato, ma lei è convinta che il suo bimbo presto migliorerà e spera nella possibilità di un imminente nuovo trapianto. C’è attesa, infatti, per il maxi consulto (Heart team) previsto per oggi al Monaldi, a cui parteciperanno massimi esperti provenienti da tutta Italia; per esempio dall’azienda ospedaliera pediatrica Bambino Gesù di Roma, (professor Lorenzo Galletti e la dottoressa Rachele Adorisio); dall’azienda ospedaliera Università di Padova (professor Giuseppe Toscano); dall’Asst Papa Giovanni XXIII-Ospedale di Bergamo (dottor Amedeo Terzi); dall’ospedale Regina Margherita di Torino (professor Carlo Pace Napoleone).
La direzione del Monaldi, nel «ribadire il proprio impegno ad assicurare trasparenza e collaborazione con le autorità ispettive e giudiziarie, garantisce ogni supporto necessario alle determinazioni clinico-terapeutiche ed assistenziali assunte dai medici curanti nell’esclusivo interesse del paziente».
Ieri Giorgia Meloni ha telefonato alla mamma del piccolo. Un gesto di vicinanza. Nel corso della chiamata, il premier ha rimarcato che si sta facendo il possibile per trovare un cuore compatibile. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, Meloni ha assicurato alla signora Patrizia che è anche il suo auspicio quello di «avere giustizia», qualora dovessero emergere responsabilità dall’inchiesta della magistratura. La mamma del piccolo ha ringraziato e ribadito che in questo momento la sua priorità «è avere un cuore nuovo per mio figlio, e vederlo tornare a casa guarito».
Intanto, prosegue l’inchiesta sul «cuore bruciato» che vede sei indagati tra medici e paramedici. Le indagini (affidate al pm Giuseppe Tittaferrante e coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci della Procura di Napoli) si stanno concentrando anche sulla tipologia di contenitore adoperato per il trasporto dell’organo. La notizia emersa ieri è che il cuore sia stato trasportato in un contenitore simile a una borsa frigo usata per mantenere fresche bibite o cibo. Sempre secondo quanto emerso, quel box è ritenuto inadeguato e ormai anacronistico, soprattutto perché privo di un sistema di controllo e monitoraggio delle temperature, ed è considerato, quindi, fuori dalle linee guida previste.
Gli accertamenti mirano a fare luce sulla catena di presunte omissioni che si sarebbero verificate quel giorno, quando l’equipe, da Napoli, si è recata a Bolzano (dove sono confluite varie equipe mediche per prelevare altri organi) per l’espianto del cuore. Gli inquirenti stanno valutando, in primis la tipologia di ghiaccio adoperato per tenere l’organo in condizioni di ipotermia. Ieri è stato ascoltato dal pm, come persona informata sui fatti, il cardiologo che aveva in cura il piccolo e che sei giorni dopo l’intervento si è dimesso dall’incarico di responsabile del Follow-up post operatorio. Nei prossimi giorni saranno ascoltate altre persone informate sui fatti e poi gli indagati, finora sei, componenti delle due equipe di Napoli: quella che ha eseguito l’espianto e quella che ha effettuato il trapianto. Un numero destinato ad aumentare, sempre a tutela delle persone coinvolte, se dovessero essere individuate presunte responsabilità anche a Bolzano.
Ulteriori accertamenti, delegati sempre al Nas, sono funzionali ad accertare che cosa sia successo nella città altoatesina, dove ci sarebbe stato un «rabbocco» del ghiaccio presente nel contenitore usato per il trasferimento dell’organo prima della partenza alla volta dell’ospedale Monaldi. Nella giornata di oggi arriveranno nell’ospedale partenopeo pure gli ispettori del ministero della Salute. Nei prossimi giorni, gli 007 del ministero si recheranno pure all’ospedale di Bolzano, dove il cuore era stato espiantato dal donatore. Gli ispettori dovranno, in particolare, verificare le modalità di trasporto dell’organo e valutare eventuali anomalie. Mamma Patrizia non molla e rivolge un accorato appello anche al Papa affinché l’aiuti a riportare il suo piccolo a casa sano e salvo.
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