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2019-12-18
Gli affari balcanici della famiglia Renzi
Ansa
I Balcani sono la passione dei Renzi. Almeno questo sembrerebbe emergere in alcune delle inchieste in cui i genitori dell'ex premier Matteo e alcuni loro collaboratori sono coinvolti, e dove appaiono a vario titolo quattro Paesi dell'ex Jugoslavia. Nell'inchiesta delle Dda di Catanzaro e Reggio Calabria sulle infiltrazioni 'ndranghetiste in Umbria, in cui è indagato anche Mariano Massone (arrestato con i genitori dell'ex premier nel febbraio scorso con l'accusa di bancarotta) gli inquirenti hanno intercettato un presunto mafioso, Giuseppe Benincasa, mentre discuteva con altri indagati degli affari con la famiglia di Rignano sull'Arno, tanto che nella richiesta di arresto per quasi trenta presunti picciotti gli inquirenti hanno annotato il contenuto di una conversazione del presunto malavitoso: «Il Benincasa afferma che in questo momento gli servono soldi e banche, poiché sta per intraprendere una grossa operazione commerciale in Serbia, nella quale sarebbero coinvolti il cognato (Andrea Conticini, ndr) e lo zio di Renzi».
Le parole esatte di Benincasa sono le seguenti: «Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni... per fare una bella… eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo… il papà e lo zio (sorride)… Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... sti cristiani che... il papà di Renzi con il cognato e lo zio. Sono già 3 o 4 volte che ci incontrano…». Non è chiaro quale sia l'operazione, se non che è in Serbia. Ormai è storia nota l'amore della famiglia dell'ex premier per i pellegrinaggi a Medjugorije in Bosnia Erzegovina. Apprezzabile momento di ricerca spirituale, dirà qualcuno. Ma purtroppo anche sulla via della fede Tiziano ha avuto qualche inciampo. Per esempio, a una partenza dall'aeroporto di Pisa di qualche anno fa i pellegrini trovarono in carabinieri del Noe pronti a filmare i loro movimenti. Infatti il babbo nella combriccola ha coinvolto anche personaggi oggi sotto inchiesta, come Carlo Russo, accusato di traffico di influenze illecite nella vicenda Consip e rinviato giudizio, ma anche l'ex collaboratore Patrizio Donnini, finito sotto indagine nell'inchiesta sulla fondazione Open, con l'accusa di appropriazione indebita e autoriciclaggio per i suoi rapporti con la famiglia Toto. Inoltre, quando è stato arrestato i finanzieri gli hanno sequestrato anche una scheda telefonica della Bosnia-Erzegovina ancora intonsa. Una sim che ha insospettito gli inquirenti, soprattutto dopo che hanno scoperto che il babbo aveva utilizzato per comunicare riservatamente con Massone (il sodale con cui condivide indagini dal 2014) una scheda intestata a un cittadino nigeriano. Nell'inchiesta sul fallimento della cooperativa Marmodiv, di cui Renzi senior e Massone sarebbero stati amministratori di fatto, gli investigatori hanno approfondito anche il filone del macero, ovvero della rivendita alle cartiere dei volantini della grande distribuzione mai consegnati. In una mail del 2013, a un socio, Renzi senior spiegava: «Per la carta preferiamo non apparire riguardo al passato, per il futuro se voi non ritenete di continuare provvederemo in altra maniera». Uno dei coindagati dei Renzi, Paolo M., un distributore di volantini, ha dichiarato che quella carta veniva portata all'estero, sempre nella ex Jugoslavia: «Posso precisare che i soldi del macero erano destinati ad Eventi 6 (l'azienda dei Renzi, ndr) perché so che quando veniva Carlo Ravasio (storico collaboratore della famiglia dell'ex premier, ndr) venivano prima portati e accumulati a Rignano e poi spediti in Slovenia». Non è finita. Nel bilancio del 2015 della Eventi 6, in pieno boom di fatturato, i Renzi avevano fatto mettere a bilancio: «La società cercherà nell'esercizio 2016 di affacciarsi sul mercato internazionale, pensiamo di partire, grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile, cercando di replicare il modello business attuale, adattandolo all'esigenze dei singoli mercati». Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Slovenia. Tutti paesi in cui, sembra, i Renzi avrebbero qualche interesse. Ma, secondo gli investigatori calabresi, nelle mire degli indagati non c'era solo il tentativo di acquisire la gestione e il controllo delle attività economiche perugine, c'era anche un progetto per piegare la politica locale. E, coincidenza, nel fascicolo spunta una esponente del Pd: Alessandra Vezzosi, eletta in consiglio comunale a Perugia nel 2014. Uno degli indagati, tale Antonio Ribecco, indicato dagli investigatori come un uomo di fiducia della cosca di San Leonardo di Cutro, in provincia di Crotone, e come il «regista» delle dinamiche associative esportate in Umbria, ne parla a telefono, sostenendo che durante la campagna elettorale ha pagato lui un rinfresco per la candidata: «Allora [...] gli ho fatto un rinfresco e gliel'ho pagato io diciamo alla moglie di Repace».
Gli investigatori lo identificano in Luigi Repace, marito della candidata Vezzosi, poi eletta. Non per questioni politiche ma per l'acquisizione delle aziende, invece, spunta il nome di un avvocato calabrese con studio a Roma, Vincenzo Maruccio. È il professionista che ha gestito per conto di Benincasa la trattativa con il curatore fallimentare per l'acquisizione dell'azienda su cui avrebbero messo gli occhi i Renzi. Negli atti viene ricordato un precedente arresto, che risale al 2015, per una indagine di Catanzaro. E un'indagine in cui era finito nel 2012, quando da consigliere regionale del Lazio fu accusato di essersi appropriato di circa 500.000 euro dai conti del Gruppo dell'Italia dei valori. Sette anni dopo scatta la scalata aziendale di Benincasa. E in una intercettazione Maruccio afferma che, «per portarla a termine, dovranno presentare un progetto credibile per il Tribunale e pertanto dovranno far figurare un aumento di capitale di 500.000 euro». E siccome i Renzi, come svelato dalla Verità, volevano entrare nell'affare ma poi, di colpo, sono venuti meno, Benincasa si è trovato nei guai. Ed è partito con la girandola di flussi economici dai conti correnti delle aziende che controllava, uno degli aspetti centrali nell'inchiesta sulla 'ndrangheta a Perugia.
L’ombra della corruzione nei legami tra il magistrato e un fedelissimo di Matteo
A Catanzaro a impensierire il Giglio magico non c'è solo l'inchiesta sui presunti 'ndranghetisti in contatto con la famiglia dell'ex premier Matteo Renzi. Addirittura un magistrato della Procura calabrese è sospettato di essere stato corrotto da un renziano doc. Il protagonista è Ferdinando Aiello, 47 anni, un ex parlamentare che nel 2014 lasciò Sel per unirsi al Pd e a Renzi e che nel 2016 ebbe l'onore di accompagnare l'allora sottosegretario Maria Elena Boschi in Sud America, alla ricerca di voti per il referendum costituzionale. Ad agosto il suo nome è comparso in un'inchiesta che ha coinvolto il governatore della Calabria Mario Oliverio. Al centro del procedimento, una somma stanziata dalla Regione Calabria, per sponsorizzazioni al «Festival dei due mondi» di Spoleto.
A dicembre, quando è stato notificato l'avviso di chiusura indagini il nome di Aiello non compariva, lasciando ipotizzare che le accuse contro di lui fossero state archiviate. Ma i problemi per lui non sono terminati. È di questi giorni la notizia di un'altra delicata indagine, dove lo stesso Aiello, si ritrova indagato insieme con il procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto (uno dei firmatari delle richieste di arresto per gli 'ndranghetisti trapiantati in Umbria). La Procura di Salerno, competente per le indagini su giudici e pm del distretto catanzarese, ha messo sotto inchiesta il magistrato calabrese per la misteriosa sparizione di un'informativa degli investigatori, in cui fra i sospettati, veniva citato l'ex deputato renziano. Il documento investigativo è stata rinvenuta nei sistemi informatici degli uffici giudiziari, ma non nel fascicolo cartaceo custodito nelle stanze della Procura di Catanzaro.
Aiello, dopo l'arrivo in Procura dell'annotazione, non sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati, nonostante gli elementi contenuti nell'atto redatto dai carabinieri. In tale contesto, gli inquirenti salernitani hanno scoperto che l'ex parlamentare Pd, avrebbe intrattenuto rapporti con il procuratore aggiunto, offrendogli pure soggiorni in alcune località turistiche italiane.
Nei giorni scorsi, Luberto è stato oggetto di un decreto di perquisizione, disposto dalla procura di Salerno. Nel decreto viene contestato al procuratore aggiunto di Catanzaro di aver posto in essere «condotte contrarie ai doveri d'ufficio di magistrato in servizio, ottenendo in cambio il pagamento di soggiorni alberghieri». Sembra di rileggere le accuse al pm Luca Palamara, al centro del cosiddetto scandalo Csm. Sempre per i pm salernitani, ci troveremmo di fronte a «un patto corruttivo» tra Luberto e l'ex parlamentare del Pd.
E, così, secondo la Procura, «le indagini hanno consentito di accertare che Aiello ha pagato dei soggiorni alberghieri dei quali hanno fruito Luberto e i suoi familiari». C'è, per esempio, un soggiorno all'hotel Capofaro (dal 27 al 31 luglio 2017) di Isola di Salina, per 1.140 euro. E, in inverno (dal 2 gennaio all'8 gennaio 2017), all'hotel Gardena di Castel Rotto, per un totale di 11.546 euro. Vacanza, sostiene l'accusa, in parte pagata da Aiello, in parte da Luberto. E, infine, un soggiorno all'hotel Adler di Ortisei, dal 13 gennaio al 20 gennaio 2018, prenotato con caparra da 600 euro da Aiello e saldata da Luberto con 3.394 euro.
I pm di Salerno, a sostegno dell'accusa mossa al magistrato calabrese, hanno prodotto pure le dichiarazioni di altri magistrati in servizio presso la procura di Catanzaro, nel periodo dei fatti contestati. Uno di questi ha riferito che alla festa per il cinquantesimo compleanno dell'aggiunto Luberto tra gli invitati ci sarebbe stato lo stesso Aiello.
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Nelle inchieste sui genitori e sui parenti del leader di Italia viva emerge un interessamento costante per l'ex Jugoslavia. E un presunto mafioso diceva: «Facciamo un'operazione in Serbia con il papà...».Per i pm di Salerno, l'ex parlamentare dem Ferdinando Aiello avrebbe ottenuto favori dall'aggiunto Vincenzo Luberto in cambio di vacanze.Lo speciale contiene due articoli.I Balcani sono la passione dei Renzi. Almeno questo sembrerebbe emergere in alcune delle inchieste in cui i genitori dell'ex premier Matteo e alcuni loro collaboratori sono coinvolti, e dove appaiono a vario titolo quattro Paesi dell'ex Jugoslavia. Nell'inchiesta delle Dda di Catanzaro e Reggio Calabria sulle infiltrazioni 'ndranghetiste in Umbria, in cui è indagato anche Mariano Massone (arrestato con i genitori dell'ex premier nel febbraio scorso con l'accusa di bancarotta) gli inquirenti hanno intercettato un presunto mafioso, Giuseppe Benincasa, mentre discuteva con altri indagati degli affari con la famiglia di Rignano sull'Arno, tanto che nella richiesta di arresto per quasi trenta presunti picciotti gli inquirenti hanno annotato il contenuto di una conversazione del presunto malavitoso: «Il Benincasa afferma che in questo momento gli servono soldi e banche, poiché sta per intraprendere una grossa operazione commerciale in Serbia, nella quale sarebbero coinvolti il cognato (Andrea Conticini, ndr) e lo zio di Renzi».Le parole esatte di Benincasa sono le seguenti: «Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni... per fare una bella… eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo… il papà e lo zio (sorride)… Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... sti cristiani che... il papà di Renzi con il cognato e lo zio. Sono già 3 o 4 volte che ci incontrano…». Non è chiaro quale sia l'operazione, se non che è in Serbia. Ormai è storia nota l'amore della famiglia dell'ex premier per i pellegrinaggi a Medjugorije in Bosnia Erzegovina. Apprezzabile momento di ricerca spirituale, dirà qualcuno. Ma purtroppo anche sulla via della fede Tiziano ha avuto qualche inciampo. Per esempio, a una partenza dall'aeroporto di Pisa di qualche anno fa i pellegrini trovarono in carabinieri del Noe pronti a filmare i loro movimenti. Infatti il babbo nella combriccola ha coinvolto anche personaggi oggi sotto inchiesta, come Carlo Russo, accusato di traffico di influenze illecite nella vicenda Consip e rinviato giudizio, ma anche l'ex collaboratore Patrizio Donnini, finito sotto indagine nell'inchiesta sulla fondazione Open, con l'accusa di appropriazione indebita e autoriciclaggio per i suoi rapporti con la famiglia Toto. Inoltre, quando è stato arrestato i finanzieri gli hanno sequestrato anche una scheda telefonica della Bosnia-Erzegovina ancora intonsa. Una sim che ha insospettito gli inquirenti, soprattutto dopo che hanno scoperto che il babbo aveva utilizzato per comunicare riservatamente con Massone (il sodale con cui condivide indagini dal 2014) una scheda intestata a un cittadino nigeriano. Nell'inchiesta sul fallimento della cooperativa Marmodiv, di cui Renzi senior e Massone sarebbero stati amministratori di fatto, gli investigatori hanno approfondito anche il filone del macero, ovvero della rivendita alle cartiere dei volantini della grande distribuzione mai consegnati. In una mail del 2013, a un socio, Renzi senior spiegava: «Per la carta preferiamo non apparire riguardo al passato, per il futuro se voi non ritenete di continuare provvederemo in altra maniera». Uno dei coindagati dei Renzi, Paolo M., un distributore di volantini, ha dichiarato che quella carta veniva portata all'estero, sempre nella ex Jugoslavia: «Posso precisare che i soldi del macero erano destinati ad Eventi 6 (l'azienda dei Renzi, ndr) perché so che quando veniva Carlo Ravasio (storico collaboratore della famiglia dell'ex premier, ndr) venivano prima portati e accumulati a Rignano e poi spediti in Slovenia». Non è finita. Nel bilancio del 2015 della Eventi 6, in pieno boom di fatturato, i Renzi avevano fatto mettere a bilancio: «La società cercherà nell'esercizio 2016 di affacciarsi sul mercato internazionale, pensiamo di partire, grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile, cercando di replicare il modello business attuale, adattandolo all'esigenze dei singoli mercati». Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Slovenia. Tutti paesi in cui, sembra, i Renzi avrebbero qualche interesse. Ma, secondo gli investigatori calabresi, nelle mire degli indagati non c'era solo il tentativo di acquisire la gestione e il controllo delle attività economiche perugine, c'era anche un progetto per piegare la politica locale. E, coincidenza, nel fascicolo spunta una esponente del Pd: Alessandra Vezzosi, eletta in consiglio comunale a Perugia nel 2014. Uno degli indagati, tale Antonio Ribecco, indicato dagli investigatori come un uomo di fiducia della cosca di San Leonardo di Cutro, in provincia di Crotone, e come il «regista» delle dinamiche associative esportate in Umbria, ne parla a telefono, sostenendo che durante la campagna elettorale ha pagato lui un rinfresco per la candidata: «Allora [...] gli ho fatto un rinfresco e gliel'ho pagato io diciamo alla moglie di Repace». Gli investigatori lo identificano in Luigi Repace, marito della candidata Vezzosi, poi eletta. Non per questioni politiche ma per l'acquisizione delle aziende, invece, spunta il nome di un avvocato calabrese con studio a Roma, Vincenzo Maruccio. È il professionista che ha gestito per conto di Benincasa la trattativa con il curatore fallimentare per l'acquisizione dell'azienda su cui avrebbero messo gli occhi i Renzi. Negli atti viene ricordato un precedente arresto, che risale al 2015, per una indagine di Catanzaro. E un'indagine in cui era finito nel 2012, quando da consigliere regionale del Lazio fu accusato di essersi appropriato di circa 500.000 euro dai conti del Gruppo dell'Italia dei valori. Sette anni dopo scatta la scalata aziendale di Benincasa. E in una intercettazione Maruccio afferma che, «per portarla a termine, dovranno presentare un progetto credibile per il Tribunale e pertanto dovranno far figurare un aumento di capitale di 500.000 euro». E siccome i Renzi, come svelato dalla Verità, volevano entrare nell'affare ma poi, di colpo, sono venuti meno, Benincasa si è trovato nei guai. Ed è partito con la girandola di flussi economici dai conti correnti delle aziende che controllava, uno degli aspetti centrali nell'inchiesta sulla 'ndrangheta a Perugia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sim-bosniache-e-business-in-slovenia-il-senso-dei-renzi-per-i-paesi-balcanici-2641637343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombra-della-corruzione-nei-legami-tra-il-magistrato-e-un-fedelissimo-di-matteo" data-post-id="2641637343" data-published-at="1779435634" data-use-pagination="False"> L’ombra della corruzione nei legami tra il magistrato e un fedelissimo di Matteo A Catanzaro a impensierire il Giglio magico non c'è solo l'inchiesta sui presunti 'ndranghetisti in contatto con la famiglia dell'ex premier Matteo Renzi. Addirittura un magistrato della Procura calabrese è sospettato di essere stato corrotto da un renziano doc. Il protagonista è Ferdinando Aiello, 47 anni, un ex parlamentare che nel 2014 lasciò Sel per unirsi al Pd e a Renzi e che nel 2016 ebbe l'onore di accompagnare l'allora sottosegretario Maria Elena Boschi in Sud America, alla ricerca di voti per il referendum costituzionale. Ad agosto il suo nome è comparso in un'inchiesta che ha coinvolto il governatore della Calabria Mario Oliverio. Al centro del procedimento, una somma stanziata dalla Regione Calabria, per sponsorizzazioni al «Festival dei due mondi» di Spoleto. A dicembre, quando è stato notificato l'avviso di chiusura indagini il nome di Aiello non compariva, lasciando ipotizzare che le accuse contro di lui fossero state archiviate. Ma i problemi per lui non sono terminati. È di questi giorni la notizia di un'altra delicata indagine, dove lo stesso Aiello, si ritrova indagato insieme con il procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto (uno dei firmatari delle richieste di arresto per gli 'ndranghetisti trapiantati in Umbria). La Procura di Salerno, competente per le indagini su giudici e pm del distretto catanzarese, ha messo sotto inchiesta il magistrato calabrese per la misteriosa sparizione di un'informativa degli investigatori, in cui fra i sospettati, veniva citato l'ex deputato renziano. Il documento investigativo è stata rinvenuta nei sistemi informatici degli uffici giudiziari, ma non nel fascicolo cartaceo custodito nelle stanze della Procura di Catanzaro. Aiello, dopo l'arrivo in Procura dell'annotazione, non sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati, nonostante gli elementi contenuti nell'atto redatto dai carabinieri. In tale contesto, gli inquirenti salernitani hanno scoperto che l'ex parlamentare Pd, avrebbe intrattenuto rapporti con il procuratore aggiunto, offrendogli pure soggiorni in alcune località turistiche italiane. Nei giorni scorsi, Luberto è stato oggetto di un decreto di perquisizione, disposto dalla procura di Salerno. Nel decreto viene contestato al procuratore aggiunto di Catanzaro di aver posto in essere «condotte contrarie ai doveri d'ufficio di magistrato in servizio, ottenendo in cambio il pagamento di soggiorni alberghieri». Sembra di rileggere le accuse al pm Luca Palamara, al centro del cosiddetto scandalo Csm. Sempre per i pm salernitani, ci troveremmo di fronte a «un patto corruttivo» tra Luberto e l'ex parlamentare del Pd. E, così, secondo la Procura, «le indagini hanno consentito di accertare che Aiello ha pagato dei soggiorni alberghieri dei quali hanno fruito Luberto e i suoi familiari». C'è, per esempio, un soggiorno all'hotel Capofaro (dal 27 al 31 luglio 2017) di Isola di Salina, per 1.140 euro. E, in inverno (dal 2 gennaio all'8 gennaio 2017), all'hotel Gardena di Castel Rotto, per un totale di 11.546 euro. Vacanza, sostiene l'accusa, in parte pagata da Aiello, in parte da Luberto. E, infine, un soggiorno all'hotel Adler di Ortisei, dal 13 gennaio al 20 gennaio 2018, prenotato con caparra da 600 euro da Aiello e saldata da Luberto con 3.394 euro. I pm di Salerno, a sostegno dell'accusa mossa al magistrato calabrese, hanno prodotto pure le dichiarazioni di altri magistrati in servizio presso la procura di Catanzaro, nel periodo dei fatti contestati. Uno di questi ha riferito che alla festa per il cinquantesimo compleanno dell'aggiunto Luberto tra gli invitati ci sarebbe stato lo stesso Aiello.
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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