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2023-06-13
«Silvio è morto», l’Italia si ferma. Funerali di Stato e lutto nazionale
Getty Images
Se l’aspettava. Non adesso però. Non così presto. Invece Silvio Berlusconi è morto ieri mattina, alle 9.30, nel suo letto d’ospedale al San Raffaele, dov’era ricoverato da venerdì scorso. Ed è stato, fino all’ultimo, il solito Cavaliere. Sabato sera ha visto la finale di Champions league, tra Inter e Manchester City. Poi, ha lavorato sulla riorganizzazione di Forza Italia. Dopo, sul dossier della guerra in Ucraina e il timore dello scontro nucleare. Ma nella notte tra domenica e lunedì, c’è stato l’improvviso tracollo. Quello definitivo. Come nessuno aveva immaginato. L’automobile del suo medico personale, Alberto Zangrillo, arriva di soppiatto nell’ospedale milanese. Sono le 4 del mattino. Due ore più tardi, il primario di terapia intensiva ha chiaro, dopo i tanti scampati allarmi, che è la fine: stavolta, l’ex premier non ce l’avrebbe fatta.
Marta Fascina, la fidanzata del leader, è al suo fianco come sempre. Viene allertata la famiglia. Alle nove arrivano il fratello Paolo e, uno dopo l’altro, i figli: Marina, Eleonora, Piersilvio e Barbara. Fanno appena in tempo a salutarlo. Smette di respirare alle 9.30. Il flash, però, giunge nelle redazioni solo alle 10.17: «Berlusconi è in fin vita». Ma l’ottantaseienne Cavaliere, in realtà, è già morto da un pezzo. E non per la polmonite, che l’ha costretto al precedente ricovero di 45 giorni, terminato il 19 maggio 2023. Ma per la leucemia, di cui soffriva da tempo. Gliel’avevano diagnosticata a dicembre 2021, ma era diventata di pubblico dominio solo con quella penultima ed estenuante degenza. Già due mesi fa, certo, la situazione era critica. Il midollo non funzionava più. Per almeno dieci giorni, i valori dei globuli bianchi sembravano impazziti. Si temeva per la sua vita. Ma poi Silvio era parso nuovamente l’immortale propagandato per una vita: «Ce l’ho fatta anche questa volta, l’incubo è passato». Era tornato ad Arcore, a Villa San Martino, assieme alla compagna. Ma nuovi malesseri, nei giorni passati, hanno convinto i medici, Zangrillo e l’oncoematologo Fabio Ciceri, a un altro ricovero. Tutti i valori sballati, di nuovo. Tac, esami, chemioterapia. Ma il riacutizzarsi della leucemia gli è stato fatale. I suoi fedelissimi erano convinti che potesse superare il Natale. Lui, nato e vissuto con «il sole in tasca», molto di più.
La cronaca della giornata comincia al San Raffaele, con il repentino arrivo dei familiari. La notizia della scomparsa si diffonde rapidamente. «È gravissimo». Pochi minuti dopo, l’ufficialità: «È morto». I figli del Cavaliere abbandonano la clinica. Hanno i volti scuri. Gli occhi gonfi di lacrime, coperti da occhialoni neri. Alle 14.01 è Berlusconi a lasciare per sempre il San Raffaele, il teatro delle ultime battaglie. Il feretro viene trasferito nella residenza di Arcore, il suo regno più intimo, dove viene accolto tra gli applausi. Una nota ufficiale annuncia: «La camera ardente sarà allestita allo studio 20 di Mediaset a Cologno Monzese a partire da domani». L’ultimo saluto, nel suo impero televisivo. Ma la notizia è smentita, dopo un sopralluogo dei carabinieri: ci sono rischi di ordine pubblico che sconsigliano. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si dice disponibile ad accogliere la salma a Palazzo Madama. Così come il sindaco di Milano, Beppe Sala: offre Sala Alessi, nella sede del Comune.
Alla fine, però, viene deciso che la camera ardente resterà a Villa San Martino. L’accesso sarà consentito solo ai familiari, fino al giorno dei funerali: mercoledì 14 giugno. Verranno celebrati dall’arcivescovo della città, Mario Delpini, alle 15, nel Duomo di Milano. Ci saranno, ovviamente, sia il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che il premier, Giorgia Meloni. Ed è scontata la presenza di altri capi di Stato. Da definire ancora la capienza massima della cattedrale, che può contenere circa 5.000 persone. La bara dovrebbe rimanere qualche minuto sul sagrato, ma senza il saluto e la processione della cittadinanza. Ci sarà comunque una folla oceanica. Per questo, saranno piazzati alcuni maxischermi in piazza Duomo.
Il giorno dei funerali è proclamato lutto nazionale, annuncia il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Mentre tutti gli edifici pubblici italiani, comprese le ambasciate e i consolati all'estero, dovranno subito esporre bandiere nazionali ed europee a mezz’asta. Sulla torre Mediaset continuano, intanto, ad alternarsi due scritte, che campeggiano sulle tangenziali milanesi: «Ciao Papà» e «Grazie Silvio». Mentre davanti ai cancelli di Arcore si raccoglie una moltitudine di giornalisti, curiosi, tifosi sia del Milan che del Monza. Accanto a una siepe, ci sono decine di sciarpe delle due squadre di calcio, mazzi di fiori, bandiere di Forza Italia, bigliettini. «Grazie Silvio». «Mancherai zio Silvio». Arrivano i familiari. Da ultimo entra pure Orazio Fascina, il padre di Marta. Nessuno ha voglia di parlare della morte di un uomo per cui ieri il pomposo detto anglosassone, «Larger than life», ovvero più grande della sua vita stessa, è sembrato d’un colpo riduttivo.
Non se l’aspettava, Silvio. In ospedale continuava a consumarsi gli occhi sugli organigrammi forzisti e le analisi geopolitiche. È morto come ha sempre vissuto. Da vero Cavaliere.
Putin: «Una perdita irreparabile»
Tanti i commenti alla notizia della morte di Silvio Berlusconi. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che domani sarà a Milano per i funerali di Stato, ha scritto: «Protagonista di lunghe stagioni della politica italiana e delle istituzioni repubblicane, è stato un grande leader, che ha segnato la storia della nostra Repubblica, incidendo su paradigmi, usi e linguaggi». La premier, Giorgia Meloni, ha diffuso un videomessaggio nel quale parla di un «un combattente» e di un uomo «che non ha mai avuto paura di difendere le sue convinzioni e sono state esattamente quel coraggio e quella determinazione a farne uno degli uomini più influenti della storia d’Italia, a consentirgli di imprimere delle vere e proprie svolte nel mondo della politica, della comunicazione e dell’impresa». Commosso il leader della Lega, Matteo Salvini: «Sono distrutto e piango raramente, oggi è uno di quei giorni. Conservo come un dono prezioso il valore della tua amicizia, i tuoi consigli, la tua generosità, il tuo rispetto, il tuo genio, i tuoi rari e affettuosi rimproveri subito seguiti da complimenti e attenzioni uniche. Ora dedicheremo ogni nostro sforzo e tutto il nostro impegno per proseguire le mille strade che hai per primo visto e tracciato». «Un dolore immenso. Semplicemente grazie presidente, grazie Silvio», ha twittato il ministro degli Esteri e coordinatore di Forza Italia, Antonio Tajani, che ha anticipato il rientro dagli Usa dove ha ricevuto le condoglianze del segretario di Stato, Antony Blinken: «Figura straordinariamente significativa nella vita italiana».
Nessun dubbio per il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Una cosa è sicura: c’è un’Italia prima che Berlusconi scendesse in politica e un’Italia dopo. Lui ha cambiato la politica italiana ma anche tante altre cose, dall’architettura a Milano al rapporto con i suoi dipendenti, tra loro non credo ce ne sia uno che non l’abbia amato. Lascia un vuoto che difficilmente può essere colmato». Lorenzo Fontana, presidente della Camera, lo ha definito un «protagonista assoluto della storia economica, industriale e politica italiana, europea e internazionale».
Vladimir Putin ha parlato di «perdita irreparabile» e ha ricordato il Cav come un «vero amico», sostenendo che ha dato «un inestimabile contributo allo sviluppo della partnership russo-italiana, reciprocamente vantaggiosa».
Papa Francesco ha espresso vicinanza alla famiglia per la «perdita di un protagonista della vita politica italiana, che ha ricoperto pubbliche responsabilità con tempra energica». Il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei dal 1991 al 2007, molto «addolorato per la perdita di un amico», ha definito l’ex Cav «persona di grande intelligenza e generosità. Ha avuto meriti storici per l’Italia, soprattutto avendo impedito al Partito ex comunista di andare al potere nel 1994, e anche per l’instaurazione del bipolarismo in Italia. Inoltre ha operato molto bene in politica estera». Ruini oggi celebrerà una messa «per lui, perché il Signore, nella sua misericordia, lo accolga nella sua eterna pienezza di vita».
La leader dem, Elly Schlein, ieri ha deciso di rinviare la direzione del partito, affermando che «con la scomparsa di Berlusconi si chiude un’epoca. Siamo stati sempre avversari ma in questo momento rimane il grande rispetto che si deve a un protagonista della vita politica di questo Paese». Giuseppe Conte lo ha definito «un imprenditore e un politico che in ogni campo in cui si è cimentato ha contribuito a scrivere pagine significative della nostra storia», mentre per Matteo Renzi, con il quale fu protagonista del patto del Nazareno, il Cav «ha fatto la storia del Paese. Tanti lo hanno amato, tanti odiato: tutti oggi devono riconoscere che il suo impatto sulla vita politica ma anche economica, sportiva, televisiva è stato senza precedenti». Per Romano Prodi, avversario storico: «La nostra rivalità non è mai trascesa nell’inimicizia, mantenendo il confronto in un ambito di rispetto».
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Berlusconi si è spento ieri al San Raffaele, a 86 anni. Ricoverato da venerdì, da tempo lottava con la leucemia. Bandiere a mezz’asta a Palazzo Chigi. Domani alle 15 la cerimonia nel Duomo di Milano, celebrata da Mario Delpini.Per Sergio Mattarella il Cav «ha segnato la Repubblica». Il Papa ricorda la sua «tempra energica». Camillo Ruini: «Impedì ai comunisti di governare». Romano Prodi: «Rivalità corretta».Lo speciale contiene due articoli.Se l’aspettava. Non adesso però. Non così presto. Invece Silvio Berlusconi è morto ieri mattina, alle 9.30, nel suo letto d’ospedale al San Raffaele, dov’era ricoverato da venerdì scorso. Ed è stato, fino all’ultimo, il solito Cavaliere. Sabato sera ha visto la finale di Champions league, tra Inter e Manchester City. Poi, ha lavorato sulla riorganizzazione di Forza Italia. Dopo, sul dossier della guerra in Ucraina e il timore dello scontro nucleare. Ma nella notte tra domenica e lunedì, c’è stato l’improvviso tracollo. Quello definitivo. Come nessuno aveva immaginato. L’automobile del suo medico personale, Alberto Zangrillo, arriva di soppiatto nell’ospedale milanese. Sono le 4 del mattino. Due ore più tardi, il primario di terapia intensiva ha chiaro, dopo i tanti scampati allarmi, che è la fine: stavolta, l’ex premier non ce l’avrebbe fatta. Marta Fascina, la fidanzata del leader, è al suo fianco come sempre. Viene allertata la famiglia. Alle nove arrivano il fratello Paolo e, uno dopo l’altro, i figli: Marina, Eleonora, Piersilvio e Barbara. Fanno appena in tempo a salutarlo. Smette di respirare alle 9.30. Il flash, però, giunge nelle redazioni solo alle 10.17: «Berlusconi è in fin vita». Ma l’ottantaseienne Cavaliere, in realtà, è già morto da un pezzo. E non per la polmonite, che l’ha costretto al precedente ricovero di 45 giorni, terminato il 19 maggio 2023. Ma per la leucemia, di cui soffriva da tempo. Gliel’avevano diagnosticata a dicembre 2021, ma era diventata di pubblico dominio solo con quella penultima ed estenuante degenza. Già due mesi fa, certo, la situazione era critica. Il midollo non funzionava più. Per almeno dieci giorni, i valori dei globuli bianchi sembravano impazziti. Si temeva per la sua vita. Ma poi Silvio era parso nuovamente l’immortale propagandato per una vita: «Ce l’ho fatta anche questa volta, l’incubo è passato». Era tornato ad Arcore, a Villa San Martino, assieme alla compagna. Ma nuovi malesseri, nei giorni passati, hanno convinto i medici, Zangrillo e l’oncoematologo Fabio Ciceri, a un altro ricovero. Tutti i valori sballati, di nuovo. Tac, esami, chemioterapia. Ma il riacutizzarsi della leucemia gli è stato fatale. I suoi fedelissimi erano convinti che potesse superare il Natale. Lui, nato e vissuto con «il sole in tasca», molto di più. La cronaca della giornata comincia al San Raffaele, con il repentino arrivo dei familiari. La notizia della scomparsa si diffonde rapidamente. «È gravissimo». Pochi minuti dopo, l’ufficialità: «È morto». I figli del Cavaliere abbandonano la clinica. Hanno i volti scuri. Gli occhi gonfi di lacrime, coperti da occhialoni neri. Alle 14.01 è Berlusconi a lasciare per sempre il San Raffaele, il teatro delle ultime battaglie. Il feretro viene trasferito nella residenza di Arcore, il suo regno più intimo, dove viene accolto tra gli applausi. Una nota ufficiale annuncia: «La camera ardente sarà allestita allo studio 20 di Mediaset a Cologno Monzese a partire da domani». L’ultimo saluto, nel suo impero televisivo. Ma la notizia è smentita, dopo un sopralluogo dei carabinieri: ci sono rischi di ordine pubblico che sconsigliano. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si dice disponibile ad accogliere la salma a Palazzo Madama. Così come il sindaco di Milano, Beppe Sala: offre Sala Alessi, nella sede del Comune. Alla fine, però, viene deciso che la camera ardente resterà a Villa San Martino. L’accesso sarà consentito solo ai familiari, fino al giorno dei funerali: mercoledì 14 giugno. Verranno celebrati dall’arcivescovo della città, Mario Delpini, alle 15, nel Duomo di Milano. Ci saranno, ovviamente, sia il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che il premier, Giorgia Meloni. Ed è scontata la presenza di altri capi di Stato. Da definire ancora la capienza massima della cattedrale, che può contenere circa 5.000 persone. La bara dovrebbe rimanere qualche minuto sul sagrato, ma senza il saluto e la processione della cittadinanza. Ci sarà comunque una folla oceanica. Per questo, saranno piazzati alcuni maxischermi in piazza Duomo.Il giorno dei funerali è proclamato lutto nazionale, annuncia il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Mentre tutti gli edifici pubblici italiani, comprese le ambasciate e i consolati all'estero, dovranno subito esporre bandiere nazionali ed europee a mezz’asta. Sulla torre Mediaset continuano, intanto, ad alternarsi due scritte, che campeggiano sulle tangenziali milanesi: «Ciao Papà» e «Grazie Silvio». Mentre davanti ai cancelli di Arcore si raccoglie una moltitudine di giornalisti, curiosi, tifosi sia del Milan che del Monza. Accanto a una siepe, ci sono decine di sciarpe delle due squadre di calcio, mazzi di fiori, bandiere di Forza Italia, bigliettini. «Grazie Silvio». «Mancherai zio Silvio». Arrivano i familiari. Da ultimo entra pure Orazio Fascina, il padre di Marta. Nessuno ha voglia di parlare della morte di un uomo per cui ieri il pomposo detto anglosassone, «Larger than life», ovvero più grande della sua vita stessa, è sembrato d’un colpo riduttivo. Non se l’aspettava, Silvio. In ospedale continuava a consumarsi gli occhi sugli organigrammi forzisti e le analisi geopolitiche. È morto come ha sempre vissuto. Da vero Cavaliere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/silvio-e-morto-italia-ferma-2661234697.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-una-perdita-irreparabile" data-post-id="2661234697" data-published-at="1686632268" data-use-pagination="False"> Putin: «Una perdita irreparabile» Tanti i commenti alla notizia della morte di Silvio Berlusconi. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che domani sarà a Milano per i funerali di Stato, ha scritto: «Protagonista di lunghe stagioni della politica italiana e delle istituzioni repubblicane, è stato un grande leader, che ha segnato la storia della nostra Repubblica, incidendo su paradigmi, usi e linguaggi». La premier, Giorgia Meloni, ha diffuso un videomessaggio nel quale parla di un «un combattente» e di un uomo «che non ha mai avuto paura di difendere le sue convinzioni e sono state esattamente quel coraggio e quella determinazione a farne uno degli uomini più influenti della storia d’Italia, a consentirgli di imprimere delle vere e proprie svolte nel mondo della politica, della comunicazione e dell’impresa». Commosso il leader della Lega, Matteo Salvini: «Sono distrutto e piango raramente, oggi è uno di quei giorni. Conservo come un dono prezioso il valore della tua amicizia, i tuoi consigli, la tua generosità, il tuo rispetto, il tuo genio, i tuoi rari e affettuosi rimproveri subito seguiti da complimenti e attenzioni uniche. Ora dedicheremo ogni nostro sforzo e tutto il nostro impegno per proseguire le mille strade che hai per primo visto e tracciato». «Un dolore immenso. Semplicemente grazie presidente, grazie Silvio», ha twittato il ministro degli Esteri e coordinatore di Forza Italia, Antonio Tajani, che ha anticipato il rientro dagli Usa dove ha ricevuto le condoglianze del segretario di Stato, Antony Blinken: «Figura straordinariamente significativa nella vita italiana». Nessun dubbio per il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Una cosa è sicura: c’è un’Italia prima che Berlusconi scendesse in politica e un’Italia dopo. Lui ha cambiato la politica italiana ma anche tante altre cose, dall’architettura a Milano al rapporto con i suoi dipendenti, tra loro non credo ce ne sia uno che non l’abbia amato. Lascia un vuoto che difficilmente può essere colmato». Lorenzo Fontana, presidente della Camera, lo ha definito un «protagonista assoluto della storia economica, industriale e politica italiana, europea e internazionale». Vladimir Putin ha parlato di «perdita irreparabile» e ha ricordato il Cav come un «vero amico», sostenendo che ha dato «un inestimabile contributo allo sviluppo della partnership russo-italiana, reciprocamente vantaggiosa». Papa Francesco ha espresso vicinanza alla famiglia per la «perdita di un protagonista della vita politica italiana, che ha ricoperto pubbliche responsabilità con tempra energica». Il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei dal 1991 al 2007, molto «addolorato per la perdita di un amico», ha definito l’ex Cav «persona di grande intelligenza e generosità. Ha avuto meriti storici per l’Italia, soprattutto avendo impedito al Partito ex comunista di andare al potere nel 1994, e anche per l’instaurazione del bipolarismo in Italia. Inoltre ha operato molto bene in politica estera». Ruini oggi celebrerà una messa «per lui, perché il Signore, nella sua misericordia, lo accolga nella sua eterna pienezza di vita». La leader dem, Elly Schlein, ieri ha deciso di rinviare la direzione del partito, affermando che «con la scomparsa di Berlusconi si chiude un’epoca. Siamo stati sempre avversari ma in questo momento rimane il grande rispetto che si deve a un protagonista della vita politica di questo Paese». Giuseppe Conte lo ha definito «un imprenditore e un politico che in ogni campo in cui si è cimentato ha contribuito a scrivere pagine significative della nostra storia», mentre per Matteo Renzi, con il quale fu protagonista del patto del Nazareno, il Cav «ha fatto la storia del Paese. Tanti lo hanno amato, tanti odiato: tutti oggi devono riconoscere che il suo impatto sulla vita politica ma anche economica, sportiva, televisiva è stato senza precedenti». Per Romano Prodi, avversario storico: «La nostra rivalità non è mai trascesa nell’inimicizia, mantenendo il confronto in un ambito di rispetto».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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