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2020-06-29
«Siamo diventati uno “sfogatoio” per il malcontento verso il governo»
Ansa
«Abbiamo avuto aggressioni ai danni di colleghi da Nord a Sud. A Milano, Reggio Emilia, Roma, Napoli», agenti feriti finiti in ospedale con decine di giorni di prognosi, segnalava a metà giugno Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione sindacale di polizia (Fsp) denunciando una situazione esplosiva in cui «gli appartenenti alle forze dell'ordine sono esposti a reazioni violente, resistenze incontrollate e aggressioni di ogni tipo, anche a causa di un clima sociale arroventato».
Perché c'è ostilità verso polizia e carabinieri?
«Non è avversione nei confronti della divisa. Le persone per bene hanno fiducia nel nostro lavoro, il livello di gradimento degli italiani rimane molto alto. Bisogna capire che il disagio oggi è enorme, i cittadini sono disperati e manifestano verso le forze dell'ordine il malcontento che nutrono per il governo, sempre più sordo alle loro richieste. Paghiamo lo scotto di rappresentare uno Stato che viene visto come incapace di intercettare le reali necessità degli italiani. Stiamo svolgendo una funzione di sfogatoio sociale, che non è nostra e che non accettiamo. Vedremo che cosa accadrà a fine agosto, con la fine del blocco dei licenziamenti».
C'è anche chi agita questo malessere sociale.
«Certo, sono i professionisti del disordine. Disinteressati alla politica ma che ci vedono come un obiettivo da colpire. Questo crescendo di aggressività sta passando nell'indifferenza più totale malgrado a giugno ci sia stata una forte impennata di episodi di violenza. Chi indossa la divisa e va in strada lo fa per svolgere un servizio, rappresenta un'istituzione e non si può dare la stura ad atteggiamenti di ritorsione, che traducono in fatti violenti una mentalità inaccettabile secondo cui il poliziotto è un nemico e un bersaglio».
Il ministro Lamorgese vuole ripristinare la tenuità del fatto nel reato a pubblico ufficiale.
«Dal capo del Viminale ci aspettiamo una presa di posizione netta in nostra difesa, visto che siamo chiamati a tutelare le norme. Il messaggio che si vuole mandare è devastante, quale parte della popolazione chiede oggi al politico di poter oltraggiare la polizia? Vogliamo maggiore sicurezza, ancora ci muoviamo senza un protocollo operativo certo, non sappiamo come reagire se ci sputano addosso o ci danno un calcio».
Si spieghi meglio.
«Quando chiediamo a una persona di seguirci al comando perché dobbiamo identificarla e questa si oppone, non sappiamo che cosa fare. Gli saltiamo addosso? Non siamo buttafuori per strada. Da noi accade tutto il contrario di quando avviene negli Stati Uniti: se a un ordine impartito la reazione è il rifiuto di eseguirlo, non abbiamo una procedura da seguire. Scatta la zona “grigia", il poliziotto che è ancora definito “personale esecutivo" deve assumersi in una manciata di secondi responsabilità civili, penali e amministrative, decidendo lui che cosa è meglio fare in una situazione di violenza. Se sbaglia, se tira fuori la pistola e spara, se non interviene, le conseguenze sul piano personale e lavorativo possono essere pesantissime».
Non ci sono norme da far rispettare?
«Solo affermazioni di principio, ma se un extracomunitario non vuole farsi prendere le impronte digitali che cosa fai? Colleghi hanno perso la falange di un dito strappata a morsi. A ogni azione deve corrispondere da parte dello Stato una reazione ben precisa, non lasciata al fai da te dell'agente di polizia. Non siamo super eroi che indossano il mantello invisibile, pochi mesi di corso non ci rendono padroni della nostra emotività. Per diventare professionisti della sicurezza ci vuole tempo».
Che cosa avete chiesto al capo del Viminale?
«Abbiamo ricordato al ministro Lamorgese che dopo le forze dell'ordine ci sono i cittadini. Se passa il principio di violenza nei nostri confronti, che siamo in prima linea, chi difende gli italiani?
«Chiediamo il taser, ma il ministero non risponde. Ci rivolgeremo al Tar»
Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, associazione sindacale carabiniere, dopo le ultime aggressioni di Avezzano aveva richiesto per l'ennesima volta di poter utilizzare i taser, le pistole a impulsi elettrici, e sollecitava «un veloce aggiornamento del quadro normativo». Al presidente del Consiglio, ai ministri della Difesa e dell'Interno, al comando generale dell'Arma ha inviato lo scorso mese due nuove lettere con carattere di urgenza.
Che cosa le hanno risposto?
«A noi non risponde mai nessuno. Inviamo con posta certificata, se non fosse per la ricevuta di avvenuta consegna, sembrerebbero raccomandate finite nel limbo Web. Nessuno si espone, ci rivolgeremo al Tar».
Non siete ascoltati?
«Sostengono che siamo militari e nonostante formiano un comparto di 500.00 persone, non dovremmo avere diritti sindacali. Non possiamo parlare di trasferimenti, di disciplina, di avanzamenti, di questioni inerenti alla sicurezza. Possiamo dire la nostra solo su mense e spacci aziendali quando la vita di un carabiniere è ben altra cosa».
Le vostre richieste quali sono?
«Di essere maggiormente tutelati, chiediamo strumenti idonei con cui fronteggiare e contrastare la violenza che cresce nelle nostre città. Il personale vuole essere dotato di taser, che dopo una brevissima sperimentazione ancora non viene distribuito come arma, ma ha anche bisogno di muoversi con più leggerezza e protezione quando è in pattuglia. Via le uniformi con giacca e cravatta: servono tute, magliette come in uso dalla polizia, un vestiario più tattico e che si igienizza in lavatrice, no alle scarpette di cuoio che non si possono lavare a differenza degli anfibi, basta con la bandoliera in cui si tenevano le munizioni della carabina e che diventa pericolosissima, perché chi vuole aggredire un uomo dell'Arma si aggancia a questa inutile fascia di cuoio. Attendiamo disposizioni in merito, non siamo ascoltati».
Che altro chiedete?
«Leggi a tutela delle forze dell'ordine. Non mance, norme. Siamo spaventati dalle conseguenze di ogni nostra azione. Vogliamo sapere come possiamo muoverci. Come associazione sindacale ci stiamo dotando di una polizza aggiuntiva per i carabinieri, ma è lo Stato che deve provvedere. Chi ripaga il militare per le lesioni subìte ad Avezzano? Non certo lo straniero che è nullatenente, quindi la polizza legale non serve, non c'è bisogno di pagare avvocati ma di essere risarciti del danno fisico».
«Tutti i giorni veniamo aggrediti dai carcerati»

Donato Capece (Ansa)
«Il ministro di Giustizia si è dimenticato che c'è un corpo di polizia che fa servizio nelle carceri», sbotta Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari. «Tutti giorni siamo oggetto di aggressioni da parte di i detenuti, però Alfonso Bonafede pensa alla prescrizione».
Anche voi non vi sentite tutelati?
«Se l'uomo in divisa rappresenta lo Stato, lo Stato deve reagire con fermezza a chi ci attacca. Le risse, i pestaggi, gli insulti sono all'ordine del giorno perché i detenuti pensano di godere di una sorta di impunità. Nelle ultime settimane, dopo le vergognose scarcerazioni, l'atteggiamento di scherno, l'arroganza sono peggiorati. I nostri uomini, nelle sezioni aperte, rimangono esposti a ogni genere di sopraffazione».
La risposta dello Stato quale deve essere?
«Che chi ha commesso delle gravi infrazioni disciplinari sia allontanato subito da quel carcere, in un istituto fuori Regione. E deve perdere immediatamente i benefici di legge previsti, come i permessi premio. Non è per vendetta, ma per giustizia che lo chiediamo. Ci vuole certezza della pena e rispetto, garanzia per chi lavora in un penitenziario».
Invece?
«Hanno nominato una marea di figure di garanti dei diritti dei detenuti, per la polizia penitenziaria non ce n'è uno. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che è un ex magistrato, addirittura ha nominato garante dei detenuti uno che si è fatto anni a Poggioreale per traffico di droga. Non abbiamo nemmeno diritto allo psicologo quando è risaputo che è elevato lo stress per chi lavora in carcere, quest'anno tre colleghi si sono tolti la vita. Lo psicologo c'è solo per chi è dietro le sbarre».
Avete invocato lo scudo penale per i Baschi azzurri.
«Senza, molti avranno problemi a fare determinati tipi di servizi rischiando incriminazioni come accaduto con l'inchiesta avviata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere sui presunti pestaggi avvenuti in carcere. Noi lo chiediamo da tempo, vogliamo passare sotto il ministero dell'Interno da cui dipende la polizia. Almeno ci sono prefetti, dirigenti che sanno dialogare con gli uomini in divisa. Il primo luglio andiamo a manifestare contro il ministero di Giustizia, perché Bonafede se ne deve andare».
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«Non è un'avversione nei confronti della divisa, ma la gente è ormai disperata» dice il segretario della Fsp, Valter Mazzetti. «Il ministro Lamorgese vuole attenuare il reato di oltraggio a pubblico ufficiale? Messaggio devastante».I carabinieri di Unarma: «Dobbiamo tutelarci, abbiamo bisogno di strumenti adatti».Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari: «Il guardasigilli Bonafede pensa alla prescrizione, noi agenti penitenziari subiamo continui attacchi».Lo speciale contiene tre articoli.«Abbiamo avuto aggressioni ai danni di colleghi da Nord a Sud. A Milano, Reggio Emilia, Roma, Napoli», agenti feriti finiti in ospedale con decine di giorni di prognosi, segnalava a metà giugno Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione sindacale di polizia (Fsp) denunciando una situazione esplosiva in cui «gli appartenenti alle forze dell'ordine sono esposti a reazioni violente, resistenze incontrollate e aggressioni di ogni tipo, anche a causa di un clima sociale arroventato».Perché c'è ostilità verso polizia e carabinieri?«Non è avversione nei confronti della divisa. Le persone per bene hanno fiducia nel nostro lavoro, il livello di gradimento degli italiani rimane molto alto. Bisogna capire che il disagio oggi è enorme, i cittadini sono disperati e manifestano verso le forze dell'ordine il malcontento che nutrono per il governo, sempre più sordo alle loro richieste. Paghiamo lo scotto di rappresentare uno Stato che viene visto come incapace di intercettare le reali necessità degli italiani. Stiamo svolgendo una funzione di sfogatoio sociale, che non è nostra e che non accettiamo. Vedremo che cosa accadrà a fine agosto, con la fine del blocco dei licenziamenti».C'è anche chi agita questo malessere sociale.«Certo, sono i professionisti del disordine. Disinteressati alla politica ma che ci vedono come un obiettivo da colpire. Questo crescendo di aggressività sta passando nell'indifferenza più totale malgrado a giugno ci sia stata una forte impennata di episodi di violenza. Chi indossa la divisa e va in strada lo fa per svolgere un servizio, rappresenta un'istituzione e non si può dare la stura ad atteggiamenti di ritorsione, che traducono in fatti violenti una mentalità inaccettabile secondo cui il poliziotto è un nemico e un bersaglio».Il ministro Lamorgese vuole ripristinare la tenuità del fatto nel reato a pubblico ufficiale.«Dal capo del Viminale ci aspettiamo una presa di posizione netta in nostra difesa, visto che siamo chiamati a tutelare le norme. Il messaggio che si vuole mandare è devastante, quale parte della popolazione chiede oggi al politico di poter oltraggiare la polizia? Vogliamo maggiore sicurezza, ancora ci muoviamo senza un protocollo operativo certo, non sappiamo come reagire se ci sputano addosso o ci danno un calcio».Si spieghi meglio.«Quando chiediamo a una persona di seguirci al comando perché dobbiamo identificarla e questa si oppone, non sappiamo che cosa fare. Gli saltiamo addosso? Non siamo buttafuori per strada. Da noi accade tutto il contrario di quando avviene negli Stati Uniti: se a un ordine impartito la reazione è il rifiuto di eseguirlo, non abbiamo una procedura da seguire. Scatta la zona “grigia", il poliziotto che è ancora definito “personale esecutivo" deve assumersi in una manciata di secondi responsabilità civili, penali e amministrative, decidendo lui che cosa è meglio fare in una situazione di violenza. Se sbaglia, se tira fuori la pistola e spara, se non interviene, le conseguenze sul piano personale e lavorativo possono essere pesantissime».Non ci sono norme da far rispettare?«Solo affermazioni di principio, ma se un extracomunitario non vuole farsi prendere le impronte digitali che cosa fai? Colleghi hanno perso la falange di un dito strappata a morsi. A ogni azione deve corrispondere da parte dello Stato una reazione ben precisa, non lasciata al fai da te dell'agente di polizia. Non siamo super eroi che indossano il mantello invisibile, pochi mesi di corso non ci rendono padroni della nostra emotività. Per diventare professionisti della sicurezza ci vuole tempo».Che cosa avete chiesto al capo del Viminale?«Abbiamo ricordato al ministro Lamorgese che dopo le forze dell'ordine ci sono i cittadini. Se passa il principio di violenza nei nostri confronti, che siamo in prima linea, chi difende gli italiani? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siamo-diventati-uno-sfogatoio-per-il-malcontento-verso-il-governo-2646283785.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chiediamo-il-taser-ma-il-ministero-non-risponde-ci-rivolgeremo-al-tar" data-post-id="2646283785" data-published-at="1593375747" data-use-pagination="False"> «Chiediamo il taser, ma il ministero non risponde. Ci rivolgeremo al Tar» Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, associazione sindacale carabiniere, dopo le ultime aggressioni di Avezzano aveva richiesto per l'ennesima volta di poter utilizzare i taser, le pistole a impulsi elettrici, e sollecitava «un veloce aggiornamento del quadro normativo». Al presidente del Consiglio, ai ministri della Difesa e dell'Interno, al comando generale dell'Arma ha inviato lo scorso mese due nuove lettere con carattere di urgenza. Che cosa le hanno risposto? «A noi non risponde mai nessuno. Inviamo con posta certificata, se non fosse per la ricevuta di avvenuta consegna, sembrerebbero raccomandate finite nel limbo Web. Nessuno si espone, ci rivolgeremo al Tar». Non siete ascoltati? «Sostengono che siamo militari e nonostante formiano un comparto di 500.00 persone, non dovremmo avere diritti sindacali. Non possiamo parlare di trasferimenti, di disciplina, di avanzamenti, di questioni inerenti alla sicurezza. Possiamo dire la nostra solo su mense e spacci aziendali quando la vita di un carabiniere è ben altra cosa». Le vostre richieste quali sono? «Di essere maggiormente tutelati, chiediamo strumenti idonei con cui fronteggiare e contrastare la violenza che cresce nelle nostre città. Il personale vuole essere dotato di taser, che dopo una brevissima sperimentazione ancora non viene distribuito come arma, ma ha anche bisogno di muoversi con più leggerezza e protezione quando è in pattuglia. Via le uniformi con giacca e cravatta: servono tute, magliette come in uso dalla polizia, un vestiario più tattico e che si igienizza in lavatrice, no alle scarpette di cuoio che non si possono lavare a differenza degli anfibi, basta con la bandoliera in cui si tenevano le munizioni della carabina e che diventa pericolosissima, perché chi vuole aggredire un uomo dell'Arma si aggancia a questa inutile fascia di cuoio. Attendiamo disposizioni in merito, non siamo ascoltati». Che altro chiedete? «Leggi a tutela delle forze dell'ordine. Non mance, norme. Siamo spaventati dalle conseguenze di ogni nostra azione. Vogliamo sapere come possiamo muoverci. Come associazione sindacale ci stiamo dotando di una polizza aggiuntiva per i carabinieri, ma è lo Stato che deve provvedere. Chi ripaga il militare per le lesioni subìte ad Avezzano? 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Anche voi non vi sentite tutelati? «Se l'uomo in divisa rappresenta lo Stato, lo Stato deve reagire con fermezza a chi ci attacca. Le risse, i pestaggi, gli insulti sono all'ordine del giorno perché i detenuti pensano di godere di una sorta di impunità. Nelle ultime settimane, dopo le vergognose scarcerazioni, l'atteggiamento di scherno, l'arroganza sono peggiorati. I nostri uomini, nelle sezioni aperte, rimangono esposti a ogni genere di sopraffazione». La risposta dello Stato quale deve essere? «Che chi ha commesso delle gravi infrazioni disciplinari sia allontanato subito da quel carcere, in un istituto fuori Regione. E deve perdere immediatamente i benefici di legge previsti, come i permessi premio. Non è per vendetta, ma per giustizia che lo chiediamo. Ci vuole certezza della pena e rispetto, garanzia per chi lavora in un penitenziario». Invece? «Hanno nominato una marea di figure di garanti dei diritti dei detenuti, per la polizia penitenziaria non ce n'è uno. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che è un ex magistrato, addirittura ha nominato garante dei detenuti uno che si è fatto anni a Poggioreale per traffico di droga. Non abbiamo nemmeno diritto allo psicologo quando è risaputo che è elevato lo stress per chi lavora in carcere, quest'anno tre colleghi si sono tolti la vita. Lo psicologo c'è solo per chi è dietro le sbarre». Avete invocato lo scudo penale per i Baschi azzurri. «Senza, molti avranno problemi a fare determinati tipi di servizi rischiando incriminazioni come accaduto con l'inchiesta avviata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere sui presunti pestaggi avvenuti in carcere. Noi lo chiediamo da tempo, vogliamo passare sotto il ministero dell'Interno da cui dipende la polizia. Almeno ci sono prefetti, dirigenti che sanno dialogare con gli uomini in divisa. Il primo luglio andiamo a manifestare contro il ministero di Giustizia, perché Bonafede se ne deve andare».
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?