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2020-06-29
«Siamo diventati uno “sfogatoio” per il malcontento verso il governo»
Ansa
«Abbiamo avuto aggressioni ai danni di colleghi da Nord a Sud. A Milano, Reggio Emilia, Roma, Napoli», agenti feriti finiti in ospedale con decine di giorni di prognosi, segnalava a metà giugno Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione sindacale di polizia (Fsp) denunciando una situazione esplosiva in cui «gli appartenenti alle forze dell'ordine sono esposti a reazioni violente, resistenze incontrollate e aggressioni di ogni tipo, anche a causa di un clima sociale arroventato».
Perché c'è ostilità verso polizia e carabinieri?
«Non è avversione nei confronti della divisa. Le persone per bene hanno fiducia nel nostro lavoro, il livello di gradimento degli italiani rimane molto alto. Bisogna capire che il disagio oggi è enorme, i cittadini sono disperati e manifestano verso le forze dell'ordine il malcontento che nutrono per il governo, sempre più sordo alle loro richieste. Paghiamo lo scotto di rappresentare uno Stato che viene visto come incapace di intercettare le reali necessità degli italiani. Stiamo svolgendo una funzione di sfogatoio sociale, che non è nostra e che non accettiamo. Vedremo che cosa accadrà a fine agosto, con la fine del blocco dei licenziamenti».
C'è anche chi agita questo malessere sociale.
«Certo, sono i professionisti del disordine. Disinteressati alla politica ma che ci vedono come un obiettivo da colpire. Questo crescendo di aggressività sta passando nell'indifferenza più totale malgrado a giugno ci sia stata una forte impennata di episodi di violenza. Chi indossa la divisa e va in strada lo fa per svolgere un servizio, rappresenta un'istituzione e non si può dare la stura ad atteggiamenti di ritorsione, che traducono in fatti violenti una mentalità inaccettabile secondo cui il poliziotto è un nemico e un bersaglio».
Il ministro Lamorgese vuole ripristinare la tenuità del fatto nel reato a pubblico ufficiale.
«Dal capo del Viminale ci aspettiamo una presa di posizione netta in nostra difesa, visto che siamo chiamati a tutelare le norme. Il messaggio che si vuole mandare è devastante, quale parte della popolazione chiede oggi al politico di poter oltraggiare la polizia? Vogliamo maggiore sicurezza, ancora ci muoviamo senza un protocollo operativo certo, non sappiamo come reagire se ci sputano addosso o ci danno un calcio».
Si spieghi meglio.
«Quando chiediamo a una persona di seguirci al comando perché dobbiamo identificarla e questa si oppone, non sappiamo che cosa fare. Gli saltiamo addosso? Non siamo buttafuori per strada. Da noi accade tutto il contrario di quando avviene negli Stati Uniti: se a un ordine impartito la reazione è il rifiuto di eseguirlo, non abbiamo una procedura da seguire. Scatta la zona “grigia", il poliziotto che è ancora definito “personale esecutivo" deve assumersi in una manciata di secondi responsabilità civili, penali e amministrative, decidendo lui che cosa è meglio fare in una situazione di violenza. Se sbaglia, se tira fuori la pistola e spara, se non interviene, le conseguenze sul piano personale e lavorativo possono essere pesantissime».
Non ci sono norme da far rispettare?
«Solo affermazioni di principio, ma se un extracomunitario non vuole farsi prendere le impronte digitali che cosa fai? Colleghi hanno perso la falange di un dito strappata a morsi. A ogni azione deve corrispondere da parte dello Stato una reazione ben precisa, non lasciata al fai da te dell'agente di polizia. Non siamo super eroi che indossano il mantello invisibile, pochi mesi di corso non ci rendono padroni della nostra emotività. Per diventare professionisti della sicurezza ci vuole tempo».
Che cosa avete chiesto al capo del Viminale?
«Abbiamo ricordato al ministro Lamorgese che dopo le forze dell'ordine ci sono i cittadini. Se passa il principio di violenza nei nostri confronti, che siamo in prima linea, chi difende gli italiani?
«Chiediamo il taser, ma il ministero non risponde. Ci rivolgeremo al Tar»
Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, associazione sindacale carabiniere, dopo le ultime aggressioni di Avezzano aveva richiesto per l'ennesima volta di poter utilizzare i taser, le pistole a impulsi elettrici, e sollecitava «un veloce aggiornamento del quadro normativo». Al presidente del Consiglio, ai ministri della Difesa e dell'Interno, al comando generale dell'Arma ha inviato lo scorso mese due nuove lettere con carattere di urgenza.
Che cosa le hanno risposto?
«A noi non risponde mai nessuno. Inviamo con posta certificata, se non fosse per la ricevuta di avvenuta consegna, sembrerebbero raccomandate finite nel limbo Web. Nessuno si espone, ci rivolgeremo al Tar».
Non siete ascoltati?
«Sostengono che siamo militari e nonostante formiano un comparto di 500.00 persone, non dovremmo avere diritti sindacali. Non possiamo parlare di trasferimenti, di disciplina, di avanzamenti, di questioni inerenti alla sicurezza. Possiamo dire la nostra solo su mense e spacci aziendali quando la vita di un carabiniere è ben altra cosa».
Le vostre richieste quali sono?
«Di essere maggiormente tutelati, chiediamo strumenti idonei con cui fronteggiare e contrastare la violenza che cresce nelle nostre città. Il personale vuole essere dotato di taser, che dopo una brevissima sperimentazione ancora non viene distribuito come arma, ma ha anche bisogno di muoversi con più leggerezza e protezione quando è in pattuglia. Via le uniformi con giacca e cravatta: servono tute, magliette come in uso dalla polizia, un vestiario più tattico e che si igienizza in lavatrice, no alle scarpette di cuoio che non si possono lavare a differenza degli anfibi, basta con la bandoliera in cui si tenevano le munizioni della carabina e che diventa pericolosissima, perché chi vuole aggredire un uomo dell'Arma si aggancia a questa inutile fascia di cuoio. Attendiamo disposizioni in merito, non siamo ascoltati».
Che altro chiedete?
«Leggi a tutela delle forze dell'ordine. Non mance, norme. Siamo spaventati dalle conseguenze di ogni nostra azione. Vogliamo sapere come possiamo muoverci. Come associazione sindacale ci stiamo dotando di una polizza aggiuntiva per i carabinieri, ma è lo Stato che deve provvedere. Chi ripaga il militare per le lesioni subìte ad Avezzano? Non certo lo straniero che è nullatenente, quindi la polizza legale non serve, non c'è bisogno di pagare avvocati ma di essere risarciti del danno fisico».
«Tutti i giorni veniamo aggrediti dai carcerati»

Donato Capece (Ansa)
«Il ministro di Giustizia si è dimenticato che c'è un corpo di polizia che fa servizio nelle carceri», sbotta Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari. «Tutti giorni siamo oggetto di aggressioni da parte di i detenuti, però Alfonso Bonafede pensa alla prescrizione».
Anche voi non vi sentite tutelati?
«Se l'uomo in divisa rappresenta lo Stato, lo Stato deve reagire con fermezza a chi ci attacca. Le risse, i pestaggi, gli insulti sono all'ordine del giorno perché i detenuti pensano di godere di una sorta di impunità. Nelle ultime settimane, dopo le vergognose scarcerazioni, l'atteggiamento di scherno, l'arroganza sono peggiorati. I nostri uomini, nelle sezioni aperte, rimangono esposti a ogni genere di sopraffazione».
La risposta dello Stato quale deve essere?
«Che chi ha commesso delle gravi infrazioni disciplinari sia allontanato subito da quel carcere, in un istituto fuori Regione. E deve perdere immediatamente i benefici di legge previsti, come i permessi premio. Non è per vendetta, ma per giustizia che lo chiediamo. Ci vuole certezza della pena e rispetto, garanzia per chi lavora in un penitenziario».
Invece?
«Hanno nominato una marea di figure di garanti dei diritti dei detenuti, per la polizia penitenziaria non ce n'è uno. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che è un ex magistrato, addirittura ha nominato garante dei detenuti uno che si è fatto anni a Poggioreale per traffico di droga. Non abbiamo nemmeno diritto allo psicologo quando è risaputo che è elevato lo stress per chi lavora in carcere, quest'anno tre colleghi si sono tolti la vita. Lo psicologo c'è solo per chi è dietro le sbarre».
Avete invocato lo scudo penale per i Baschi azzurri.
«Senza, molti avranno problemi a fare determinati tipi di servizi rischiando incriminazioni come accaduto con l'inchiesta avviata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere sui presunti pestaggi avvenuti in carcere. Noi lo chiediamo da tempo, vogliamo passare sotto il ministero dell'Interno da cui dipende la polizia. Almeno ci sono prefetti, dirigenti che sanno dialogare con gli uomini in divisa. Il primo luglio andiamo a manifestare contro il ministero di Giustizia, perché Bonafede se ne deve andare».
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«Non è un'avversione nei confronti della divisa, ma la gente è ormai disperata» dice il segretario della Fsp, Valter Mazzetti. «Il ministro Lamorgese vuole attenuare il reato di oltraggio a pubblico ufficiale? Messaggio devastante».I carabinieri di Unarma: «Dobbiamo tutelarci, abbiamo bisogno di strumenti adatti».Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari: «Il guardasigilli Bonafede pensa alla prescrizione, noi agenti penitenziari subiamo continui attacchi».Lo speciale contiene tre articoli.«Abbiamo avuto aggressioni ai danni di colleghi da Nord a Sud. A Milano, Reggio Emilia, Roma, Napoli», agenti feriti finiti in ospedale con decine di giorni di prognosi, segnalava a metà giugno Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione sindacale di polizia (Fsp) denunciando una situazione esplosiva in cui «gli appartenenti alle forze dell'ordine sono esposti a reazioni violente, resistenze incontrollate e aggressioni di ogni tipo, anche a causa di un clima sociale arroventato».Perché c'è ostilità verso polizia e carabinieri?«Non è avversione nei confronti della divisa. Le persone per bene hanno fiducia nel nostro lavoro, il livello di gradimento degli italiani rimane molto alto. Bisogna capire che il disagio oggi è enorme, i cittadini sono disperati e manifestano verso le forze dell'ordine il malcontento che nutrono per il governo, sempre più sordo alle loro richieste. Paghiamo lo scotto di rappresentare uno Stato che viene visto come incapace di intercettare le reali necessità degli italiani. Stiamo svolgendo una funzione di sfogatoio sociale, che non è nostra e che non accettiamo. Vedremo che cosa accadrà a fine agosto, con la fine del blocco dei licenziamenti».C'è anche chi agita questo malessere sociale.«Certo, sono i professionisti del disordine. Disinteressati alla politica ma che ci vedono come un obiettivo da colpire. Questo crescendo di aggressività sta passando nell'indifferenza più totale malgrado a giugno ci sia stata una forte impennata di episodi di violenza. Chi indossa la divisa e va in strada lo fa per svolgere un servizio, rappresenta un'istituzione e non si può dare la stura ad atteggiamenti di ritorsione, che traducono in fatti violenti una mentalità inaccettabile secondo cui il poliziotto è un nemico e un bersaglio».Il ministro Lamorgese vuole ripristinare la tenuità del fatto nel reato a pubblico ufficiale.«Dal capo del Viminale ci aspettiamo una presa di posizione netta in nostra difesa, visto che siamo chiamati a tutelare le norme. Il messaggio che si vuole mandare è devastante, quale parte della popolazione chiede oggi al politico di poter oltraggiare la polizia? Vogliamo maggiore sicurezza, ancora ci muoviamo senza un protocollo operativo certo, non sappiamo come reagire se ci sputano addosso o ci danno un calcio».Si spieghi meglio.«Quando chiediamo a una persona di seguirci al comando perché dobbiamo identificarla e questa si oppone, non sappiamo che cosa fare. Gli saltiamo addosso? Non siamo buttafuori per strada. Da noi accade tutto il contrario di quando avviene negli Stati Uniti: se a un ordine impartito la reazione è il rifiuto di eseguirlo, non abbiamo una procedura da seguire. Scatta la zona “grigia", il poliziotto che è ancora definito “personale esecutivo" deve assumersi in una manciata di secondi responsabilità civili, penali e amministrative, decidendo lui che cosa è meglio fare in una situazione di violenza. Se sbaglia, se tira fuori la pistola e spara, se non interviene, le conseguenze sul piano personale e lavorativo possono essere pesantissime».Non ci sono norme da far rispettare?«Solo affermazioni di principio, ma se un extracomunitario non vuole farsi prendere le impronte digitali che cosa fai? Colleghi hanno perso la falange di un dito strappata a morsi. A ogni azione deve corrispondere da parte dello Stato una reazione ben precisa, non lasciata al fai da te dell'agente di polizia. Non siamo super eroi che indossano il mantello invisibile, pochi mesi di corso non ci rendono padroni della nostra emotività. Per diventare professionisti della sicurezza ci vuole tempo».Che cosa avete chiesto al capo del Viminale?«Abbiamo ricordato al ministro Lamorgese che dopo le forze dell'ordine ci sono i cittadini. Se passa il principio di violenza nei nostri confronti, che siamo in prima linea, chi difende gli italiani? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siamo-diventati-uno-sfogatoio-per-il-malcontento-verso-il-governo-2646283785.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chiediamo-il-taser-ma-il-ministero-non-risponde-ci-rivolgeremo-al-tar" data-post-id="2646283785" data-published-at="1593375747" data-use-pagination="False"> «Chiediamo il taser, ma il ministero non risponde. Ci rivolgeremo al Tar» Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, associazione sindacale carabiniere, dopo le ultime aggressioni di Avezzano aveva richiesto per l'ennesima volta di poter utilizzare i taser, le pistole a impulsi elettrici, e sollecitava «un veloce aggiornamento del quadro normativo». Al presidente del Consiglio, ai ministri della Difesa e dell'Interno, al comando generale dell'Arma ha inviato lo scorso mese due nuove lettere con carattere di urgenza. Che cosa le hanno risposto? «A noi non risponde mai nessuno. Inviamo con posta certificata, se non fosse per la ricevuta di avvenuta consegna, sembrerebbero raccomandate finite nel limbo Web. Nessuno si espone, ci rivolgeremo al Tar». Non siete ascoltati? «Sostengono che siamo militari e nonostante formiano un comparto di 500.00 persone, non dovremmo avere diritti sindacali. Non possiamo parlare di trasferimenti, di disciplina, di avanzamenti, di questioni inerenti alla sicurezza. Possiamo dire la nostra solo su mense e spacci aziendali quando la vita di un carabiniere è ben altra cosa». Le vostre richieste quali sono? «Di essere maggiormente tutelati, chiediamo strumenti idonei con cui fronteggiare e contrastare la violenza che cresce nelle nostre città. Il personale vuole essere dotato di taser, che dopo una brevissima sperimentazione ancora non viene distribuito come arma, ma ha anche bisogno di muoversi con più leggerezza e protezione quando è in pattuglia. Via le uniformi con giacca e cravatta: servono tute, magliette come in uso dalla polizia, un vestiario più tattico e che si igienizza in lavatrice, no alle scarpette di cuoio che non si possono lavare a differenza degli anfibi, basta con la bandoliera in cui si tenevano le munizioni della carabina e che diventa pericolosissima, perché chi vuole aggredire un uomo dell'Arma si aggancia a questa inutile fascia di cuoio. Attendiamo disposizioni in merito, non siamo ascoltati». Che altro chiedete? «Leggi a tutela delle forze dell'ordine. Non mance, norme. Siamo spaventati dalle conseguenze di ogni nostra azione. Vogliamo sapere come possiamo muoverci. Come associazione sindacale ci stiamo dotando di una polizza aggiuntiva per i carabinieri, ma è lo Stato che deve provvedere. Chi ripaga il militare per le lesioni subìte ad Avezzano? Non certo lo straniero che è nullatenente, quindi la polizza legale non serve, non c'è bisogno di pagare avvocati ma di essere risarciti del danno fisico». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/siamo-diventati-uno-sfogatoio-per-il-malcontento-verso-il-governo-2646283785.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tutti-i-giorni-veniamo-aggrediti-dai-carcerati" data-post-id="2646283785" data-published-at="1593375747" data-use-pagination="False"> «Tutti i giorni veniamo aggrediti dai carcerati» Donato Capece (Ansa) «Il ministro di Giustizia si è dimenticato che c'è un corpo di polizia che fa servizio nelle carceri», sbotta Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari. «Tutti giorni siamo oggetto di aggressioni da parte di i detenuti, però Alfonso Bonafede pensa alla prescrizione». Anche voi non vi sentite tutelati? «Se l'uomo in divisa rappresenta lo Stato, lo Stato deve reagire con fermezza a chi ci attacca. Le risse, i pestaggi, gli insulti sono all'ordine del giorno perché i detenuti pensano di godere di una sorta di impunità. Nelle ultime settimane, dopo le vergognose scarcerazioni, l'atteggiamento di scherno, l'arroganza sono peggiorati. I nostri uomini, nelle sezioni aperte, rimangono esposti a ogni genere di sopraffazione». La risposta dello Stato quale deve essere? «Che chi ha commesso delle gravi infrazioni disciplinari sia allontanato subito da quel carcere, in un istituto fuori Regione. E deve perdere immediatamente i benefici di legge previsti, come i permessi premio. Non è per vendetta, ma per giustizia che lo chiediamo. Ci vuole certezza della pena e rispetto, garanzia per chi lavora in un penitenziario». Invece? «Hanno nominato una marea di figure di garanti dei diritti dei detenuti, per la polizia penitenziaria non ce n'è uno. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che è un ex magistrato, addirittura ha nominato garante dei detenuti uno che si è fatto anni a Poggioreale per traffico di droga. Non abbiamo nemmeno diritto allo psicologo quando è risaputo che è elevato lo stress per chi lavora in carcere, quest'anno tre colleghi si sono tolti la vita. Lo psicologo c'è solo per chi è dietro le sbarre». Avete invocato lo scudo penale per i Baschi azzurri. «Senza, molti avranno problemi a fare determinati tipi di servizi rischiando incriminazioni come accaduto con l'inchiesta avviata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere sui presunti pestaggi avvenuti in carcere. Noi lo chiediamo da tempo, vogliamo passare sotto il ministero dell'Interno da cui dipende la polizia. Almeno ci sono prefetti, dirigenti che sanno dialogare con gli uomini in divisa. Il primo luglio andiamo a manifestare contro il ministero di Giustizia, perché Bonafede se ne deve andare».
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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