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2020-06-29
«Siamo diventati uno “sfogatoio” per il malcontento verso il governo»
Ansa
«Abbiamo avuto aggressioni ai danni di colleghi da Nord a Sud. A Milano, Reggio Emilia, Roma, Napoli», agenti feriti finiti in ospedale con decine di giorni di prognosi, segnalava a metà giugno Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione sindacale di polizia (Fsp) denunciando una situazione esplosiva in cui «gli appartenenti alle forze dell'ordine sono esposti a reazioni violente, resistenze incontrollate e aggressioni di ogni tipo, anche a causa di un clima sociale arroventato».
Perché c'è ostilità verso polizia e carabinieri?
«Non è avversione nei confronti della divisa. Le persone per bene hanno fiducia nel nostro lavoro, il livello di gradimento degli italiani rimane molto alto. Bisogna capire che il disagio oggi è enorme, i cittadini sono disperati e manifestano verso le forze dell'ordine il malcontento che nutrono per il governo, sempre più sordo alle loro richieste. Paghiamo lo scotto di rappresentare uno Stato che viene visto come incapace di intercettare le reali necessità degli italiani. Stiamo svolgendo una funzione di sfogatoio sociale, che non è nostra e che non accettiamo. Vedremo che cosa accadrà a fine agosto, con la fine del blocco dei licenziamenti».
C'è anche chi agita questo malessere sociale.
«Certo, sono i professionisti del disordine. Disinteressati alla politica ma che ci vedono come un obiettivo da colpire. Questo crescendo di aggressività sta passando nell'indifferenza più totale malgrado a giugno ci sia stata una forte impennata di episodi di violenza. Chi indossa la divisa e va in strada lo fa per svolgere un servizio, rappresenta un'istituzione e non si può dare la stura ad atteggiamenti di ritorsione, che traducono in fatti violenti una mentalità inaccettabile secondo cui il poliziotto è un nemico e un bersaglio».
Il ministro Lamorgese vuole ripristinare la tenuità del fatto nel reato a pubblico ufficiale.
«Dal capo del Viminale ci aspettiamo una presa di posizione netta in nostra difesa, visto che siamo chiamati a tutelare le norme. Il messaggio che si vuole mandare è devastante, quale parte della popolazione chiede oggi al politico di poter oltraggiare la polizia? Vogliamo maggiore sicurezza, ancora ci muoviamo senza un protocollo operativo certo, non sappiamo come reagire se ci sputano addosso o ci danno un calcio».
Si spieghi meglio.
«Quando chiediamo a una persona di seguirci al comando perché dobbiamo identificarla e questa si oppone, non sappiamo che cosa fare. Gli saltiamo addosso? Non siamo buttafuori per strada. Da noi accade tutto il contrario di quando avviene negli Stati Uniti: se a un ordine impartito la reazione è il rifiuto di eseguirlo, non abbiamo una procedura da seguire. Scatta la zona “grigia", il poliziotto che è ancora definito “personale esecutivo" deve assumersi in una manciata di secondi responsabilità civili, penali e amministrative, decidendo lui che cosa è meglio fare in una situazione di violenza. Se sbaglia, se tira fuori la pistola e spara, se non interviene, le conseguenze sul piano personale e lavorativo possono essere pesantissime».
Non ci sono norme da far rispettare?
«Solo affermazioni di principio, ma se un extracomunitario non vuole farsi prendere le impronte digitali che cosa fai? Colleghi hanno perso la falange di un dito strappata a morsi. A ogni azione deve corrispondere da parte dello Stato una reazione ben precisa, non lasciata al fai da te dell'agente di polizia. Non siamo super eroi che indossano il mantello invisibile, pochi mesi di corso non ci rendono padroni della nostra emotività. Per diventare professionisti della sicurezza ci vuole tempo».
Che cosa avete chiesto al capo del Viminale?
«Abbiamo ricordato al ministro Lamorgese che dopo le forze dell'ordine ci sono i cittadini. Se passa il principio di violenza nei nostri confronti, che siamo in prima linea, chi difende gli italiani?
«Chiediamo il taser, ma il ministero non risponde. Ci rivolgeremo al Tar»
Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, associazione sindacale carabiniere, dopo le ultime aggressioni di Avezzano aveva richiesto per l'ennesima volta di poter utilizzare i taser, le pistole a impulsi elettrici, e sollecitava «un veloce aggiornamento del quadro normativo». Al presidente del Consiglio, ai ministri della Difesa e dell'Interno, al comando generale dell'Arma ha inviato lo scorso mese due nuove lettere con carattere di urgenza.
Che cosa le hanno risposto?
«A noi non risponde mai nessuno. Inviamo con posta certificata, se non fosse per la ricevuta di avvenuta consegna, sembrerebbero raccomandate finite nel limbo Web. Nessuno si espone, ci rivolgeremo al Tar».
Non siete ascoltati?
«Sostengono che siamo militari e nonostante formiano un comparto di 500.00 persone, non dovremmo avere diritti sindacali. Non possiamo parlare di trasferimenti, di disciplina, di avanzamenti, di questioni inerenti alla sicurezza. Possiamo dire la nostra solo su mense e spacci aziendali quando la vita di un carabiniere è ben altra cosa».
Le vostre richieste quali sono?
«Di essere maggiormente tutelati, chiediamo strumenti idonei con cui fronteggiare e contrastare la violenza che cresce nelle nostre città. Il personale vuole essere dotato di taser, che dopo una brevissima sperimentazione ancora non viene distribuito come arma, ma ha anche bisogno di muoversi con più leggerezza e protezione quando è in pattuglia. Via le uniformi con giacca e cravatta: servono tute, magliette come in uso dalla polizia, un vestiario più tattico e che si igienizza in lavatrice, no alle scarpette di cuoio che non si possono lavare a differenza degli anfibi, basta con la bandoliera in cui si tenevano le munizioni della carabina e che diventa pericolosissima, perché chi vuole aggredire un uomo dell'Arma si aggancia a questa inutile fascia di cuoio. Attendiamo disposizioni in merito, non siamo ascoltati».
Che altro chiedete?
«Leggi a tutela delle forze dell'ordine. Non mance, norme. Siamo spaventati dalle conseguenze di ogni nostra azione. Vogliamo sapere come possiamo muoverci. Come associazione sindacale ci stiamo dotando di una polizza aggiuntiva per i carabinieri, ma è lo Stato che deve provvedere. Chi ripaga il militare per le lesioni subìte ad Avezzano? Non certo lo straniero che è nullatenente, quindi la polizza legale non serve, non c'è bisogno di pagare avvocati ma di essere risarciti del danno fisico».
«Tutti i giorni veniamo aggrediti dai carcerati»

Donato Capece (Ansa)
«Il ministro di Giustizia si è dimenticato che c'è un corpo di polizia che fa servizio nelle carceri», sbotta Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari. «Tutti giorni siamo oggetto di aggressioni da parte di i detenuti, però Alfonso Bonafede pensa alla prescrizione».
Anche voi non vi sentite tutelati?
«Se l'uomo in divisa rappresenta lo Stato, lo Stato deve reagire con fermezza a chi ci attacca. Le risse, i pestaggi, gli insulti sono all'ordine del giorno perché i detenuti pensano di godere di una sorta di impunità. Nelle ultime settimane, dopo le vergognose scarcerazioni, l'atteggiamento di scherno, l'arroganza sono peggiorati. I nostri uomini, nelle sezioni aperte, rimangono esposti a ogni genere di sopraffazione».
La risposta dello Stato quale deve essere?
«Che chi ha commesso delle gravi infrazioni disciplinari sia allontanato subito da quel carcere, in un istituto fuori Regione. E deve perdere immediatamente i benefici di legge previsti, come i permessi premio. Non è per vendetta, ma per giustizia che lo chiediamo. Ci vuole certezza della pena e rispetto, garanzia per chi lavora in un penitenziario».
Invece?
«Hanno nominato una marea di figure di garanti dei diritti dei detenuti, per la polizia penitenziaria non ce n'è uno. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che è un ex magistrato, addirittura ha nominato garante dei detenuti uno che si è fatto anni a Poggioreale per traffico di droga. Non abbiamo nemmeno diritto allo psicologo quando è risaputo che è elevato lo stress per chi lavora in carcere, quest'anno tre colleghi si sono tolti la vita. Lo psicologo c'è solo per chi è dietro le sbarre».
Avete invocato lo scudo penale per i Baschi azzurri.
«Senza, molti avranno problemi a fare determinati tipi di servizi rischiando incriminazioni come accaduto con l'inchiesta avviata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere sui presunti pestaggi avvenuti in carcere. Noi lo chiediamo da tempo, vogliamo passare sotto il ministero dell'Interno da cui dipende la polizia. Almeno ci sono prefetti, dirigenti che sanno dialogare con gli uomini in divisa. Il primo luglio andiamo a manifestare contro il ministero di Giustizia, perché Bonafede se ne deve andare».
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«Non è un'avversione nei confronti della divisa, ma la gente è ormai disperata» dice il segretario della Fsp, Valter Mazzetti. «Il ministro Lamorgese vuole attenuare il reato di oltraggio a pubblico ufficiale? Messaggio devastante».I carabinieri di Unarma: «Dobbiamo tutelarci, abbiamo bisogno di strumenti adatti».Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari: «Il guardasigilli Bonafede pensa alla prescrizione, noi agenti penitenziari subiamo continui attacchi».Lo speciale contiene tre articoli.«Abbiamo avuto aggressioni ai danni di colleghi da Nord a Sud. A Milano, Reggio Emilia, Roma, Napoli», agenti feriti finiti in ospedale con decine di giorni di prognosi, segnalava a metà giugno Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione sindacale di polizia (Fsp) denunciando una situazione esplosiva in cui «gli appartenenti alle forze dell'ordine sono esposti a reazioni violente, resistenze incontrollate e aggressioni di ogni tipo, anche a causa di un clima sociale arroventato».Perché c'è ostilità verso polizia e carabinieri?«Non è avversione nei confronti della divisa. Le persone per bene hanno fiducia nel nostro lavoro, il livello di gradimento degli italiani rimane molto alto. Bisogna capire che il disagio oggi è enorme, i cittadini sono disperati e manifestano verso le forze dell'ordine il malcontento che nutrono per il governo, sempre più sordo alle loro richieste. Paghiamo lo scotto di rappresentare uno Stato che viene visto come incapace di intercettare le reali necessità degli italiani. Stiamo svolgendo una funzione di sfogatoio sociale, che non è nostra e che non accettiamo. Vedremo che cosa accadrà a fine agosto, con la fine del blocco dei licenziamenti».C'è anche chi agita questo malessere sociale.«Certo, sono i professionisti del disordine. Disinteressati alla politica ma che ci vedono come un obiettivo da colpire. Questo crescendo di aggressività sta passando nell'indifferenza più totale malgrado a giugno ci sia stata una forte impennata di episodi di violenza. Chi indossa la divisa e va in strada lo fa per svolgere un servizio, rappresenta un'istituzione e non si può dare la stura ad atteggiamenti di ritorsione, che traducono in fatti violenti una mentalità inaccettabile secondo cui il poliziotto è un nemico e un bersaglio».Il ministro Lamorgese vuole ripristinare la tenuità del fatto nel reato a pubblico ufficiale.«Dal capo del Viminale ci aspettiamo una presa di posizione netta in nostra difesa, visto che siamo chiamati a tutelare le norme. Il messaggio che si vuole mandare è devastante, quale parte della popolazione chiede oggi al politico di poter oltraggiare la polizia? Vogliamo maggiore sicurezza, ancora ci muoviamo senza un protocollo operativo certo, non sappiamo come reagire se ci sputano addosso o ci danno un calcio».Si spieghi meglio.«Quando chiediamo a una persona di seguirci al comando perché dobbiamo identificarla e questa si oppone, non sappiamo che cosa fare. Gli saltiamo addosso? Non siamo buttafuori per strada. Da noi accade tutto il contrario di quando avviene negli Stati Uniti: se a un ordine impartito la reazione è il rifiuto di eseguirlo, non abbiamo una procedura da seguire. Scatta la zona “grigia", il poliziotto che è ancora definito “personale esecutivo" deve assumersi in una manciata di secondi responsabilità civili, penali e amministrative, decidendo lui che cosa è meglio fare in una situazione di violenza. Se sbaglia, se tira fuori la pistola e spara, se non interviene, le conseguenze sul piano personale e lavorativo possono essere pesantissime».Non ci sono norme da far rispettare?«Solo affermazioni di principio, ma se un extracomunitario non vuole farsi prendere le impronte digitali che cosa fai? Colleghi hanno perso la falange di un dito strappata a morsi. A ogni azione deve corrispondere da parte dello Stato una reazione ben precisa, non lasciata al fai da te dell'agente di polizia. Non siamo super eroi che indossano il mantello invisibile, pochi mesi di corso non ci rendono padroni della nostra emotività. Per diventare professionisti della sicurezza ci vuole tempo».Che cosa avete chiesto al capo del Viminale?«Abbiamo ricordato al ministro Lamorgese che dopo le forze dell'ordine ci sono i cittadini. 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Al presidente del Consiglio, ai ministri della Difesa e dell'Interno, al comando generale dell'Arma ha inviato lo scorso mese due nuove lettere con carattere di urgenza. Che cosa le hanno risposto? «A noi non risponde mai nessuno. Inviamo con posta certificata, se non fosse per la ricevuta di avvenuta consegna, sembrerebbero raccomandate finite nel limbo Web. Nessuno si espone, ci rivolgeremo al Tar». Non siete ascoltati? «Sostengono che siamo militari e nonostante formiano un comparto di 500.00 persone, non dovremmo avere diritti sindacali. Non possiamo parlare di trasferimenti, di disciplina, di avanzamenti, di questioni inerenti alla sicurezza. Possiamo dire la nostra solo su mense e spacci aziendali quando la vita di un carabiniere è ben altra cosa». Le vostre richieste quali sono? «Di essere maggiormente tutelati, chiediamo strumenti idonei con cui fronteggiare e contrastare la violenza che cresce nelle nostre città. Il personale vuole essere dotato di taser, che dopo una brevissima sperimentazione ancora non viene distribuito come arma, ma ha anche bisogno di muoversi con più leggerezza e protezione quando è in pattuglia. Via le uniformi con giacca e cravatta: servono tute, magliette come in uso dalla polizia, un vestiario più tattico e che si igienizza in lavatrice, no alle scarpette di cuoio che non si possono lavare a differenza degli anfibi, basta con la bandoliera in cui si tenevano le munizioni della carabina e che diventa pericolosissima, perché chi vuole aggredire un uomo dell'Arma si aggancia a questa inutile fascia di cuoio. Attendiamo disposizioni in merito, non siamo ascoltati». Che altro chiedete? «Leggi a tutela delle forze dell'ordine. Non mance, norme. Siamo spaventati dalle conseguenze di ogni nostra azione. Vogliamo sapere come possiamo muoverci. Come associazione sindacale ci stiamo dotando di una polizza aggiuntiva per i carabinieri, ma è lo Stato che deve provvedere. Chi ripaga il militare per le lesioni subìte ad Avezzano? Non certo lo straniero che è nullatenente, quindi la polizza legale non serve, non c'è bisogno di pagare avvocati ma di essere risarciti del danno fisico». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/siamo-diventati-uno-sfogatoio-per-il-malcontento-verso-il-governo-2646283785.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tutti-i-giorni-veniamo-aggrediti-dai-carcerati" data-post-id="2646283785" data-published-at="1593375747" data-use-pagination="False"> «Tutti i giorni veniamo aggrediti dai carcerati» Donato Capece (Ansa) «Il ministro di Giustizia si è dimenticato che c'è un corpo di polizia che fa servizio nelle carceri», sbotta Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari. «Tutti giorni siamo oggetto di aggressioni da parte di i detenuti, però Alfonso Bonafede pensa alla prescrizione». Anche voi non vi sentite tutelati? «Se l'uomo in divisa rappresenta lo Stato, lo Stato deve reagire con fermezza a chi ci attacca. Le risse, i pestaggi, gli insulti sono all'ordine del giorno perché i detenuti pensano di godere di una sorta di impunità. Nelle ultime settimane, dopo le vergognose scarcerazioni, l'atteggiamento di scherno, l'arroganza sono peggiorati. I nostri uomini, nelle sezioni aperte, rimangono esposti a ogni genere di sopraffazione». La risposta dello Stato quale deve essere? «Che chi ha commesso delle gravi infrazioni disciplinari sia allontanato subito da quel carcere, in un istituto fuori Regione. E deve perdere immediatamente i benefici di legge previsti, come i permessi premio. Non è per vendetta, ma per giustizia che lo chiediamo. Ci vuole certezza della pena e rispetto, garanzia per chi lavora in un penitenziario». Invece? «Hanno nominato una marea di figure di garanti dei diritti dei detenuti, per la polizia penitenziaria non ce n'è uno. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che è un ex magistrato, addirittura ha nominato garante dei detenuti uno che si è fatto anni a Poggioreale per traffico di droga. Non abbiamo nemmeno diritto allo psicologo quando è risaputo che è elevato lo stress per chi lavora in carcere, quest'anno tre colleghi si sono tolti la vita. Lo psicologo c'è solo per chi è dietro le sbarre». Avete invocato lo scudo penale per i Baschi azzurri. «Senza, molti avranno problemi a fare determinati tipi di servizi rischiando incriminazioni come accaduto con l'inchiesta avviata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere sui presunti pestaggi avvenuti in carcere. Noi lo chiediamo da tempo, vogliamo passare sotto il ministero dell'Interno da cui dipende la polizia. Almeno ci sono prefetti, dirigenti che sanno dialogare con gli uomini in divisa. Il primo luglio andiamo a manifestare contro il ministero di Giustizia, perché Bonafede se ne deve andare».
Lo psichiatra Tonino Cantelmi racconta dall’interno il caso della famiglia Trevallion: genitori descritti come presenti e affettuosi, bambini provati dalla separazione e una perizia che potrebbe fare chiarezza. Nell’intervista, Tonino Cantelmi solleva una domanda cruciale: quando la tutela dei minori diventa rigidità del sistema, chi protegge davvero le famiglie?
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Nel riquadro Aurora Livoli (Ansa)
Ogni volta, per questo o per quel cavillo, l’aggressore seriale ha evitato il rimpatrio, e grazie al nostro sistema di gestione della migrazione ha potuto - almeno di questo lo si accusa, restando innocente fino a sentenza - molestare, assalire, stuprare e infine strangolare a mani nude. Ebbene, non risulta che qualcuno si sia alzato in piedi per assumersi la responsabilità in quanto maschio della tremenda violenza subita da Aurora. Soprattutto, non risulta che ci siano assunzioni di responsabilità di altro e più giustificato genere. Se è infatti assurdo considerare responsabili della violenza diffusa tutti i maschi per il solo fatto di avere i medesimi genitali e gli stessi ormoni, non è affatto peregrino ritenere che le responsabilità di alcuni episodi atroci ricadano su tutti coloro che, per anni, hanno sponsorizzato l’immigrazione di massa, difeso i clandestini e fatto di tutto per ostacolare le espulsioni. Perché chi ha tifato per l’apertura delle frontiere non si sente responsabile per la morte di Aurora?
I fan dell’accoglienza, per altro, sono moralmente coinvolti, ma altri lo sono anche praticamente e in misura ben maggiore. Trattasi di coloro che hanno permesso che Emilio Gabriel Valdez Velazco rimanesse in Italia. Coloro che non lo hanno espulso, che gli hanno consentito di aggirarsi per le strade, aggredire e uccidere. Coloro che hanno costruito il sistema malsano che ha permesso al peruviano di appigliarsi a ogni sorta di scusa pur di evitare le sanzioni che avrebbe meritato. A politici, attivisti e intellettuali toccherebbe chiedere scusa; allo Stato invece dovrebbe spettare l’obbligo di pagare per la morte di una ragazza innocente a opera di qualcuno che non avrebbe dovuto trovarsi sul suolo italiano.
Eppure, guarda un po’, di scuse non ne arrivano. Del resto accade sempre così quando c’è l’immigrazione, argomento che di solito viene evitato dai più. Un esempio emblematico lo fornisce un altro brutale e insensato omicidio avvenuto l’altro giorno nei pressi della stazione di Bologna. La vittima è Alessandro Ambrosio, capotreno di Trenitalia di 34 anni, ammazzato a coltellate. Il presunto killer individuato dagli investigatori è Jelenic Marin, croato di 36 anni anche lui con precedenti per aggressione. Un altro straniero violento libero di aggirarsi per le città italiane e compiere crimini. Di nuovo, però, il tema migratorio è accuratamente espunto dalla discussione.
La sigle sindacali del settore ferroviario regionale hanno indetto uno sciopero per oggi. Secondo la Cgil dell’Emilia Romagna si tratta di «una mobilitazione che vuole trasformare il dolore in una richiesta collettiva di sicurezza, dignità e rispetto per chi lavora». Il sindacato rosso «rivendica le numerose segnalazioni avanzate nel tempo sulle stazioni ferroviarie, considerate da tempo aree critiche dal punto di vista dell’incolumità di lavoratori e passeggeri. Un allarme rimasto troppo spesso inascoltato». E se la prende con Matteo Salvini: «Anziché pensare a manomettere la Costituzione e a finanziare con paccate di miliardi opere di dubbia fattibilità come il ponte sullo Stretto», dicono Cgil Bologna e Cgil Emilia Romagna, «il governo e il ministro Salvini mettano subito risorse e mezzi per rendere più sicure le aree delle stazioni».
Già, chiedono più sicurezza e più sorveglianza. Ma fingono di dimenticare tutte le battaglie che hanno portato avanti a favore dell’immigrazione, anche contro lo stesso Salvini. Se avesse un po’ di onestà intellettuale, il sindacato dovrebbe scendere in piazza contro l’immigrazione di massa, e dovrebbe contestualmente riconoscere di avere clamorosamente sbagliato a pretendere l’apertura delle frontiere. O, almeno, dovrebbe assumersi le proprie responsabilità: hanno voluto l’accoglienza indiscriminata e le conseguenze le abbiamo tutti sotto gli occhi. Il sindacato vuole manifestare? Lo faccia contro sé stesso.
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