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2020-06-29
«Siamo diventati uno “sfogatoio” per il malcontento verso il governo»
Ansa
«Abbiamo avuto aggressioni ai danni di colleghi da Nord a Sud. A Milano, Reggio Emilia, Roma, Napoli», agenti feriti finiti in ospedale con decine di giorni di prognosi, segnalava a metà giugno Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione sindacale di polizia (Fsp) denunciando una situazione esplosiva in cui «gli appartenenti alle forze dell'ordine sono esposti a reazioni violente, resistenze incontrollate e aggressioni di ogni tipo, anche a causa di un clima sociale arroventato».
Perché c'è ostilità verso polizia e carabinieri?
«Non è avversione nei confronti della divisa. Le persone per bene hanno fiducia nel nostro lavoro, il livello di gradimento degli italiani rimane molto alto. Bisogna capire che il disagio oggi è enorme, i cittadini sono disperati e manifestano verso le forze dell'ordine il malcontento che nutrono per il governo, sempre più sordo alle loro richieste. Paghiamo lo scotto di rappresentare uno Stato che viene visto come incapace di intercettare le reali necessità degli italiani. Stiamo svolgendo una funzione di sfogatoio sociale, che non è nostra e che non accettiamo. Vedremo che cosa accadrà a fine agosto, con la fine del blocco dei licenziamenti».
C'è anche chi agita questo malessere sociale.
«Certo, sono i professionisti del disordine. Disinteressati alla politica ma che ci vedono come un obiettivo da colpire. Questo crescendo di aggressività sta passando nell'indifferenza più totale malgrado a giugno ci sia stata una forte impennata di episodi di violenza. Chi indossa la divisa e va in strada lo fa per svolgere un servizio, rappresenta un'istituzione e non si può dare la stura ad atteggiamenti di ritorsione, che traducono in fatti violenti una mentalità inaccettabile secondo cui il poliziotto è un nemico e un bersaglio».
Il ministro Lamorgese vuole ripristinare la tenuità del fatto nel reato a pubblico ufficiale.
«Dal capo del Viminale ci aspettiamo una presa di posizione netta in nostra difesa, visto che siamo chiamati a tutelare le norme. Il messaggio che si vuole mandare è devastante, quale parte della popolazione chiede oggi al politico di poter oltraggiare la polizia? Vogliamo maggiore sicurezza, ancora ci muoviamo senza un protocollo operativo certo, non sappiamo come reagire se ci sputano addosso o ci danno un calcio».
Si spieghi meglio.
«Quando chiediamo a una persona di seguirci al comando perché dobbiamo identificarla e questa si oppone, non sappiamo che cosa fare. Gli saltiamo addosso? Non siamo buttafuori per strada. Da noi accade tutto il contrario di quando avviene negli Stati Uniti: se a un ordine impartito la reazione è il rifiuto di eseguirlo, non abbiamo una procedura da seguire. Scatta la zona “grigia", il poliziotto che è ancora definito “personale esecutivo" deve assumersi in una manciata di secondi responsabilità civili, penali e amministrative, decidendo lui che cosa è meglio fare in una situazione di violenza. Se sbaglia, se tira fuori la pistola e spara, se non interviene, le conseguenze sul piano personale e lavorativo possono essere pesantissime».
Non ci sono norme da far rispettare?
«Solo affermazioni di principio, ma se un extracomunitario non vuole farsi prendere le impronte digitali che cosa fai? Colleghi hanno perso la falange di un dito strappata a morsi. A ogni azione deve corrispondere da parte dello Stato una reazione ben precisa, non lasciata al fai da te dell'agente di polizia. Non siamo super eroi che indossano il mantello invisibile, pochi mesi di corso non ci rendono padroni della nostra emotività. Per diventare professionisti della sicurezza ci vuole tempo».
Che cosa avete chiesto al capo del Viminale?
«Abbiamo ricordato al ministro Lamorgese che dopo le forze dell'ordine ci sono i cittadini. Se passa il principio di violenza nei nostri confronti, che siamo in prima linea, chi difende gli italiani?
«Chiediamo il taser, ma il ministero non risponde. Ci rivolgeremo al Tar»
Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, associazione sindacale carabiniere, dopo le ultime aggressioni di Avezzano aveva richiesto per l'ennesima volta di poter utilizzare i taser, le pistole a impulsi elettrici, e sollecitava «un veloce aggiornamento del quadro normativo». Al presidente del Consiglio, ai ministri della Difesa e dell'Interno, al comando generale dell'Arma ha inviato lo scorso mese due nuove lettere con carattere di urgenza.
Che cosa le hanno risposto?
«A noi non risponde mai nessuno. Inviamo con posta certificata, se non fosse per la ricevuta di avvenuta consegna, sembrerebbero raccomandate finite nel limbo Web. Nessuno si espone, ci rivolgeremo al Tar».
Non siete ascoltati?
«Sostengono che siamo militari e nonostante formiano un comparto di 500.00 persone, non dovremmo avere diritti sindacali. Non possiamo parlare di trasferimenti, di disciplina, di avanzamenti, di questioni inerenti alla sicurezza. Possiamo dire la nostra solo su mense e spacci aziendali quando la vita di un carabiniere è ben altra cosa».
Le vostre richieste quali sono?
«Di essere maggiormente tutelati, chiediamo strumenti idonei con cui fronteggiare e contrastare la violenza che cresce nelle nostre città. Il personale vuole essere dotato di taser, che dopo una brevissima sperimentazione ancora non viene distribuito come arma, ma ha anche bisogno di muoversi con più leggerezza e protezione quando è in pattuglia. Via le uniformi con giacca e cravatta: servono tute, magliette come in uso dalla polizia, un vestiario più tattico e che si igienizza in lavatrice, no alle scarpette di cuoio che non si possono lavare a differenza degli anfibi, basta con la bandoliera in cui si tenevano le munizioni della carabina e che diventa pericolosissima, perché chi vuole aggredire un uomo dell'Arma si aggancia a questa inutile fascia di cuoio. Attendiamo disposizioni in merito, non siamo ascoltati».
Che altro chiedete?
«Leggi a tutela delle forze dell'ordine. Non mance, norme. Siamo spaventati dalle conseguenze di ogni nostra azione. Vogliamo sapere come possiamo muoverci. Come associazione sindacale ci stiamo dotando di una polizza aggiuntiva per i carabinieri, ma è lo Stato che deve provvedere. Chi ripaga il militare per le lesioni subìte ad Avezzano? Non certo lo straniero che è nullatenente, quindi la polizza legale non serve, non c'è bisogno di pagare avvocati ma di essere risarciti del danno fisico».
«Tutti i giorni veniamo aggrediti dai carcerati»

Donato Capece (Ansa)
«Il ministro di Giustizia si è dimenticato che c'è un corpo di polizia che fa servizio nelle carceri», sbotta Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari. «Tutti giorni siamo oggetto di aggressioni da parte di i detenuti, però Alfonso Bonafede pensa alla prescrizione».
Anche voi non vi sentite tutelati?
«Se l'uomo in divisa rappresenta lo Stato, lo Stato deve reagire con fermezza a chi ci attacca. Le risse, i pestaggi, gli insulti sono all'ordine del giorno perché i detenuti pensano di godere di una sorta di impunità. Nelle ultime settimane, dopo le vergognose scarcerazioni, l'atteggiamento di scherno, l'arroganza sono peggiorati. I nostri uomini, nelle sezioni aperte, rimangono esposti a ogni genere di sopraffazione».
La risposta dello Stato quale deve essere?
«Che chi ha commesso delle gravi infrazioni disciplinari sia allontanato subito da quel carcere, in un istituto fuori Regione. E deve perdere immediatamente i benefici di legge previsti, come i permessi premio. Non è per vendetta, ma per giustizia che lo chiediamo. Ci vuole certezza della pena e rispetto, garanzia per chi lavora in un penitenziario».
Invece?
«Hanno nominato una marea di figure di garanti dei diritti dei detenuti, per la polizia penitenziaria non ce n'è uno. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che è un ex magistrato, addirittura ha nominato garante dei detenuti uno che si è fatto anni a Poggioreale per traffico di droga. Non abbiamo nemmeno diritto allo psicologo quando è risaputo che è elevato lo stress per chi lavora in carcere, quest'anno tre colleghi si sono tolti la vita. Lo psicologo c'è solo per chi è dietro le sbarre».
Avete invocato lo scudo penale per i Baschi azzurri.
«Senza, molti avranno problemi a fare determinati tipi di servizi rischiando incriminazioni come accaduto con l'inchiesta avviata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere sui presunti pestaggi avvenuti in carcere. Noi lo chiediamo da tempo, vogliamo passare sotto il ministero dell'Interno da cui dipende la polizia. Almeno ci sono prefetti, dirigenti che sanno dialogare con gli uomini in divisa. Il primo luglio andiamo a manifestare contro il ministero di Giustizia, perché Bonafede se ne deve andare».
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«Non è un'avversione nei confronti della divisa, ma la gente è ormai disperata» dice il segretario della Fsp, Valter Mazzetti. «Il ministro Lamorgese vuole attenuare il reato di oltraggio a pubblico ufficiale? Messaggio devastante».I carabinieri di Unarma: «Dobbiamo tutelarci, abbiamo bisogno di strumenti adatti».Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari: «Il guardasigilli Bonafede pensa alla prescrizione, noi agenti penitenziari subiamo continui attacchi».Lo speciale contiene tre articoli.«Abbiamo avuto aggressioni ai danni di colleghi da Nord a Sud. A Milano, Reggio Emilia, Roma, Napoli», agenti feriti finiti in ospedale con decine di giorni di prognosi, segnalava a metà giugno Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione sindacale di polizia (Fsp) denunciando una situazione esplosiva in cui «gli appartenenti alle forze dell'ordine sono esposti a reazioni violente, resistenze incontrollate e aggressioni di ogni tipo, anche a causa di un clima sociale arroventato».Perché c'è ostilità verso polizia e carabinieri?«Non è avversione nei confronti della divisa. Le persone per bene hanno fiducia nel nostro lavoro, il livello di gradimento degli italiani rimane molto alto. Bisogna capire che il disagio oggi è enorme, i cittadini sono disperati e manifestano verso le forze dell'ordine il malcontento che nutrono per il governo, sempre più sordo alle loro richieste. Paghiamo lo scotto di rappresentare uno Stato che viene visto come incapace di intercettare le reali necessità degli italiani. Stiamo svolgendo una funzione di sfogatoio sociale, che non è nostra e che non accettiamo. Vedremo che cosa accadrà a fine agosto, con la fine del blocco dei licenziamenti».C'è anche chi agita questo malessere sociale.«Certo, sono i professionisti del disordine. Disinteressati alla politica ma che ci vedono come un obiettivo da colpire. Questo crescendo di aggressività sta passando nell'indifferenza più totale malgrado a giugno ci sia stata una forte impennata di episodi di violenza. Chi indossa la divisa e va in strada lo fa per svolgere un servizio, rappresenta un'istituzione e non si può dare la stura ad atteggiamenti di ritorsione, che traducono in fatti violenti una mentalità inaccettabile secondo cui il poliziotto è un nemico e un bersaglio».Il ministro Lamorgese vuole ripristinare la tenuità del fatto nel reato a pubblico ufficiale.«Dal capo del Viminale ci aspettiamo una presa di posizione netta in nostra difesa, visto che siamo chiamati a tutelare le norme. Il messaggio che si vuole mandare è devastante, quale parte della popolazione chiede oggi al politico di poter oltraggiare la polizia? Vogliamo maggiore sicurezza, ancora ci muoviamo senza un protocollo operativo certo, non sappiamo come reagire se ci sputano addosso o ci danno un calcio».Si spieghi meglio.«Quando chiediamo a una persona di seguirci al comando perché dobbiamo identificarla e questa si oppone, non sappiamo che cosa fare. Gli saltiamo addosso? Non siamo buttafuori per strada. Da noi accade tutto il contrario di quando avviene negli Stati Uniti: se a un ordine impartito la reazione è il rifiuto di eseguirlo, non abbiamo una procedura da seguire. Scatta la zona “grigia", il poliziotto che è ancora definito “personale esecutivo" deve assumersi in una manciata di secondi responsabilità civili, penali e amministrative, decidendo lui che cosa è meglio fare in una situazione di violenza. Se sbaglia, se tira fuori la pistola e spara, se non interviene, le conseguenze sul piano personale e lavorativo possono essere pesantissime».Non ci sono norme da far rispettare?«Solo affermazioni di principio, ma se un extracomunitario non vuole farsi prendere le impronte digitali che cosa fai? Colleghi hanno perso la falange di un dito strappata a morsi. A ogni azione deve corrispondere da parte dello Stato una reazione ben precisa, non lasciata al fai da te dell'agente di polizia. Non siamo super eroi che indossano il mantello invisibile, pochi mesi di corso non ci rendono padroni della nostra emotività. Per diventare professionisti della sicurezza ci vuole tempo».Che cosa avete chiesto al capo del Viminale?«Abbiamo ricordato al ministro Lamorgese che dopo le forze dell'ordine ci sono i cittadini. Se passa il principio di violenza nei nostri confronti, che siamo in prima linea, chi difende gli italiani? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siamo-diventati-uno-sfogatoio-per-il-malcontento-verso-il-governo-2646283785.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chiediamo-il-taser-ma-il-ministero-non-risponde-ci-rivolgeremo-al-tar" data-post-id="2646283785" data-published-at="1593375747" data-use-pagination="False"> «Chiediamo il taser, ma il ministero non risponde. Ci rivolgeremo al Tar» Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, associazione sindacale carabiniere, dopo le ultime aggressioni di Avezzano aveva richiesto per l'ennesima volta di poter utilizzare i taser, le pistole a impulsi elettrici, e sollecitava «un veloce aggiornamento del quadro normativo». Al presidente del Consiglio, ai ministri della Difesa e dell'Interno, al comando generale dell'Arma ha inviato lo scorso mese due nuove lettere con carattere di urgenza. Che cosa le hanno risposto? «A noi non risponde mai nessuno. Inviamo con posta certificata, se non fosse per la ricevuta di avvenuta consegna, sembrerebbero raccomandate finite nel limbo Web. Nessuno si espone, ci rivolgeremo al Tar». Non siete ascoltati? «Sostengono che siamo militari e nonostante formiano un comparto di 500.00 persone, non dovremmo avere diritti sindacali. Non possiamo parlare di trasferimenti, di disciplina, di avanzamenti, di questioni inerenti alla sicurezza. Possiamo dire la nostra solo su mense e spacci aziendali quando la vita di un carabiniere è ben altra cosa». Le vostre richieste quali sono? «Di essere maggiormente tutelati, chiediamo strumenti idonei con cui fronteggiare e contrastare la violenza che cresce nelle nostre città. Il personale vuole essere dotato di taser, che dopo una brevissima sperimentazione ancora non viene distribuito come arma, ma ha anche bisogno di muoversi con più leggerezza e protezione quando è in pattuglia. Via le uniformi con giacca e cravatta: servono tute, magliette come in uso dalla polizia, un vestiario più tattico e che si igienizza in lavatrice, no alle scarpette di cuoio che non si possono lavare a differenza degli anfibi, basta con la bandoliera in cui si tenevano le munizioni della carabina e che diventa pericolosissima, perché chi vuole aggredire un uomo dell'Arma si aggancia a questa inutile fascia di cuoio. Attendiamo disposizioni in merito, non siamo ascoltati». Che altro chiedete? «Leggi a tutela delle forze dell'ordine. Non mance, norme. Siamo spaventati dalle conseguenze di ogni nostra azione. Vogliamo sapere come possiamo muoverci. Come associazione sindacale ci stiamo dotando di una polizza aggiuntiva per i carabinieri, ma è lo Stato che deve provvedere. Chi ripaga il militare per le lesioni subìte ad Avezzano? Non certo lo straniero che è nullatenente, quindi la polizza legale non serve, non c'è bisogno di pagare avvocati ma di essere risarciti del danno fisico». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/siamo-diventati-uno-sfogatoio-per-il-malcontento-verso-il-governo-2646283785.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tutti-i-giorni-veniamo-aggrediti-dai-carcerati" data-post-id="2646283785" data-published-at="1593375747" data-use-pagination="False"> «Tutti i giorni veniamo aggrediti dai carcerati» Donato Capece (Ansa) «Il ministro di Giustizia si è dimenticato che c'è un corpo di polizia che fa servizio nelle carceri», sbotta Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari. «Tutti giorni siamo oggetto di aggressioni da parte di i detenuti, però Alfonso Bonafede pensa alla prescrizione». Anche voi non vi sentite tutelati? «Se l'uomo in divisa rappresenta lo Stato, lo Stato deve reagire con fermezza a chi ci attacca. Le risse, i pestaggi, gli insulti sono all'ordine del giorno perché i detenuti pensano di godere di una sorta di impunità. Nelle ultime settimane, dopo le vergognose scarcerazioni, l'atteggiamento di scherno, l'arroganza sono peggiorati. I nostri uomini, nelle sezioni aperte, rimangono esposti a ogni genere di sopraffazione». La risposta dello Stato quale deve essere? «Che chi ha commesso delle gravi infrazioni disciplinari sia allontanato subito da quel carcere, in un istituto fuori Regione. E deve perdere immediatamente i benefici di legge previsti, come i permessi premio. Non è per vendetta, ma per giustizia che lo chiediamo. Ci vuole certezza della pena e rispetto, garanzia per chi lavora in un penitenziario». Invece? «Hanno nominato una marea di figure di garanti dei diritti dei detenuti, per la polizia penitenziaria non ce n'è uno. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che è un ex magistrato, addirittura ha nominato garante dei detenuti uno che si è fatto anni a Poggioreale per traffico di droga. Non abbiamo nemmeno diritto allo psicologo quando è risaputo che è elevato lo stress per chi lavora in carcere, quest'anno tre colleghi si sono tolti la vita. Lo psicologo c'è solo per chi è dietro le sbarre». Avete invocato lo scudo penale per i Baschi azzurri. «Senza, molti avranno problemi a fare determinati tipi di servizi rischiando incriminazioni come accaduto con l'inchiesta avviata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere sui presunti pestaggi avvenuti in carcere. Noi lo chiediamo da tempo, vogliamo passare sotto il ministero dell'Interno da cui dipende la polizia. Almeno ci sono prefetti, dirigenti che sanno dialogare con gli uomini in divisa. Il primo luglio andiamo a manifestare contro il ministero di Giustizia, perché Bonafede se ne deve andare».
Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.
Flavio Cattaneo (Ansa)
Il risultato? A Piazza Affari il titolo ha fatto ciò che ogni amministratore delegato sogna di vedere subito dopo una presentazione agli analisti: +6,8% in chiusura, quota 9,7 euro, con quell’aria da studente diligente che si presenta all’esame con i compiti già fatti.
Il piano firmato dall’amministratore delegato Flavio Cattaneo ha innestato il turbo. Gli investimenti salgono di dieci miliardi rispetto al programma precedente e toccano i 53 miliardi complessivi. Non un ritocco cosmetico, ma una vera accelerazione con l’obiettivo dichiarato di svilupparsi «nelle geografie più dinamiche»: Europa e Americhe, cioè mercati regolati, domanda solida e – dettaglio non trascurabile – minori sorprese politiche.
L’idea industriale è semplice quanto potente: se il mondo consuma più elettricità perché arrivano data center, intelligenza artificiale, robotica, auto elettriche e re-industrializzazione, qualcuno dovrà pur produrla e distribuirla. E fra i big c’è Enel. La gran parte delle risorse va a ciò che oggi fa davvero la differenza in un gruppo energetico: infrastrutture e generazione pulita.
Oltre 26 miliardi saranno destinati al business integrato, con circa 20 miliardi nelle rinnovabili. Di questi, più di 23 miliardi finiranno tra Europa (Italia e Spagna) e Nord America, mentre circa 3 miliardi prenderanno la strada dell’America Latina.
Altri 26 miliardi abbondanti andranno alle reti, il vero «asset invisibile» che però garantisce stabilità dei flussi di cassa. Il 55% sarà investito in Italia, il resto distribuito tra Penisola Iberica e America Latina.
Tradotto dal linguaggio finanziario: meno avventure, più chilometri di cavi. Ed è esattamente quello che i mercati vogliono sentirsi dire.
La cedola proposta per il 2025 sale a 0,49 euro per azione (da 0,47) ed è solo l’inizio: la crescita prevista è del 6% annuo. In un’epoca in cui molti gruppi promettono transizioni epocali ma dimenticano di remunerare gli azionisti nel frattempo, Enel fa l’opposto: investe molto e paga subito. Non a caso nel triennio 2023-2025 sono già stati restituiti circa 15 miliardi tra dividendi e buy-back. Un messaggio chiaro: la transizione energetica non è una penitenza francescana, ma un business regolato con ritorni prevedibili.
Naturalmente non esiste piano industriale italiano senza una variabile normativa. Il decreto Bollette peserà per circa 1,8 miliardi in tre anni. Il direttore finanziario Stefano De Angelis ha spiegato agli analisti che l’impatto sarà compensato da azioni gestionali e recuperi progressivi: l’effetto sull’utile netto oscillerà tra 300 e 400 milioni nell’anno peggiore, il 2028. Insomma, una zavorra gestibile. E infatti il mercato ha scelto di guardare avanti, non nello specchietto retrovisore. Come ha osservato lo stesso Cattaneo, la Borsa «non vede il passato ma il futuro». Efficienza prima ancora che crescita. Il gruppo non parte da zero. Le efficienze previste dal piano precedente – circa un miliardo – sono state centrate con un anno di anticipo.
Ora si punta ad altri 700 milioni di risparmi entro il 2028, mentre l’utile netto ordinario per azione è atteso salire fino a 0,80-0,82 euro, rispetto agli 0,69 stimati nel 2025. Il tutto con un prezzo dell’energia assunto a 85 euro per megawattora, livello prudenziale rispetto alle montagne russe viste negli ultimi anni.
Per anni la transizione è stata raccontata come una promessa lontana, fatta di slogan verdi e ritorni nebulosi. Questo piano segna invece il passaggio alla fase adulta: grandi investimenti, reti fisiche, rinnovabili industrializzate, crescita degli utili e dividendi prevedibili.
In altre parole, meno ideologia e più contabilità. E quando la transizione energetica incontra il rendimento, la Borsa – che non ha mai avuto vocazioni spirituali – applaude senza esitazioni.
Del resto, come insegna la vecchia scuola milanese, l’elettricità sarà anche invisibile, ma i dividendi si vedono benissimo.
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 febbraio 2026. Ospite l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti. L'argomento del giorno è: "La situazione in Ucraina e le elezioni di Midterm negli Usa".