True
2020-06-29
«Siamo diventati uno “sfogatoio” per il malcontento verso il governo»
Ansa
«Abbiamo avuto aggressioni ai danni di colleghi da Nord a Sud. A Milano, Reggio Emilia, Roma, Napoli», agenti feriti finiti in ospedale con decine di giorni di prognosi, segnalava a metà giugno Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione sindacale di polizia (Fsp) denunciando una situazione esplosiva in cui «gli appartenenti alle forze dell'ordine sono esposti a reazioni violente, resistenze incontrollate e aggressioni di ogni tipo, anche a causa di un clima sociale arroventato».
Perché c'è ostilità verso polizia e carabinieri?
«Non è avversione nei confronti della divisa. Le persone per bene hanno fiducia nel nostro lavoro, il livello di gradimento degli italiani rimane molto alto. Bisogna capire che il disagio oggi è enorme, i cittadini sono disperati e manifestano verso le forze dell'ordine il malcontento che nutrono per il governo, sempre più sordo alle loro richieste. Paghiamo lo scotto di rappresentare uno Stato che viene visto come incapace di intercettare le reali necessità degli italiani. Stiamo svolgendo una funzione di sfogatoio sociale, che non è nostra e che non accettiamo. Vedremo che cosa accadrà a fine agosto, con la fine del blocco dei licenziamenti».
C'è anche chi agita questo malessere sociale.
«Certo, sono i professionisti del disordine. Disinteressati alla politica ma che ci vedono come un obiettivo da colpire. Questo crescendo di aggressività sta passando nell'indifferenza più totale malgrado a giugno ci sia stata una forte impennata di episodi di violenza. Chi indossa la divisa e va in strada lo fa per svolgere un servizio, rappresenta un'istituzione e non si può dare la stura ad atteggiamenti di ritorsione, che traducono in fatti violenti una mentalità inaccettabile secondo cui il poliziotto è un nemico e un bersaglio».
Il ministro Lamorgese vuole ripristinare la tenuità del fatto nel reato a pubblico ufficiale.
«Dal capo del Viminale ci aspettiamo una presa di posizione netta in nostra difesa, visto che siamo chiamati a tutelare le norme. Il messaggio che si vuole mandare è devastante, quale parte della popolazione chiede oggi al politico di poter oltraggiare la polizia? Vogliamo maggiore sicurezza, ancora ci muoviamo senza un protocollo operativo certo, non sappiamo come reagire se ci sputano addosso o ci danno un calcio».
Si spieghi meglio.
«Quando chiediamo a una persona di seguirci al comando perché dobbiamo identificarla e questa si oppone, non sappiamo che cosa fare. Gli saltiamo addosso? Non siamo buttafuori per strada. Da noi accade tutto il contrario di quando avviene negli Stati Uniti: se a un ordine impartito la reazione è il rifiuto di eseguirlo, non abbiamo una procedura da seguire. Scatta la zona “grigia", il poliziotto che è ancora definito “personale esecutivo" deve assumersi in una manciata di secondi responsabilità civili, penali e amministrative, decidendo lui che cosa è meglio fare in una situazione di violenza. Se sbaglia, se tira fuori la pistola e spara, se non interviene, le conseguenze sul piano personale e lavorativo possono essere pesantissime».
Non ci sono norme da far rispettare?
«Solo affermazioni di principio, ma se un extracomunitario non vuole farsi prendere le impronte digitali che cosa fai? Colleghi hanno perso la falange di un dito strappata a morsi. A ogni azione deve corrispondere da parte dello Stato una reazione ben precisa, non lasciata al fai da te dell'agente di polizia. Non siamo super eroi che indossano il mantello invisibile, pochi mesi di corso non ci rendono padroni della nostra emotività. Per diventare professionisti della sicurezza ci vuole tempo».
Che cosa avete chiesto al capo del Viminale?
«Abbiamo ricordato al ministro Lamorgese che dopo le forze dell'ordine ci sono i cittadini. Se passa il principio di violenza nei nostri confronti, che siamo in prima linea, chi difende gli italiani?
«Chiediamo il taser, ma il ministero non risponde. Ci rivolgeremo al Tar»
Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, associazione sindacale carabiniere, dopo le ultime aggressioni di Avezzano aveva richiesto per l'ennesima volta di poter utilizzare i taser, le pistole a impulsi elettrici, e sollecitava «un veloce aggiornamento del quadro normativo». Al presidente del Consiglio, ai ministri della Difesa e dell'Interno, al comando generale dell'Arma ha inviato lo scorso mese due nuove lettere con carattere di urgenza.
Che cosa le hanno risposto?
«A noi non risponde mai nessuno. Inviamo con posta certificata, se non fosse per la ricevuta di avvenuta consegna, sembrerebbero raccomandate finite nel limbo Web. Nessuno si espone, ci rivolgeremo al Tar».
Non siete ascoltati?
«Sostengono che siamo militari e nonostante formiano un comparto di 500.00 persone, non dovremmo avere diritti sindacali. Non possiamo parlare di trasferimenti, di disciplina, di avanzamenti, di questioni inerenti alla sicurezza. Possiamo dire la nostra solo su mense e spacci aziendali quando la vita di un carabiniere è ben altra cosa».
Le vostre richieste quali sono?
«Di essere maggiormente tutelati, chiediamo strumenti idonei con cui fronteggiare e contrastare la violenza che cresce nelle nostre città. Il personale vuole essere dotato di taser, che dopo una brevissima sperimentazione ancora non viene distribuito come arma, ma ha anche bisogno di muoversi con più leggerezza e protezione quando è in pattuglia. Via le uniformi con giacca e cravatta: servono tute, magliette come in uso dalla polizia, un vestiario più tattico e che si igienizza in lavatrice, no alle scarpette di cuoio che non si possono lavare a differenza degli anfibi, basta con la bandoliera in cui si tenevano le munizioni della carabina e che diventa pericolosissima, perché chi vuole aggredire un uomo dell'Arma si aggancia a questa inutile fascia di cuoio. Attendiamo disposizioni in merito, non siamo ascoltati».
Che altro chiedete?
«Leggi a tutela delle forze dell'ordine. Non mance, norme. Siamo spaventati dalle conseguenze di ogni nostra azione. Vogliamo sapere come possiamo muoverci. Come associazione sindacale ci stiamo dotando di una polizza aggiuntiva per i carabinieri, ma è lo Stato che deve provvedere. Chi ripaga il militare per le lesioni subìte ad Avezzano? Non certo lo straniero che è nullatenente, quindi la polizza legale non serve, non c'è bisogno di pagare avvocati ma di essere risarciti del danno fisico».
«Tutti i giorni veniamo aggrediti dai carcerati»

Donato Capece (Ansa)
«Il ministro di Giustizia si è dimenticato che c'è un corpo di polizia che fa servizio nelle carceri», sbotta Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari. «Tutti giorni siamo oggetto di aggressioni da parte di i detenuti, però Alfonso Bonafede pensa alla prescrizione».
Anche voi non vi sentite tutelati?
«Se l'uomo in divisa rappresenta lo Stato, lo Stato deve reagire con fermezza a chi ci attacca. Le risse, i pestaggi, gli insulti sono all'ordine del giorno perché i detenuti pensano di godere di una sorta di impunità. Nelle ultime settimane, dopo le vergognose scarcerazioni, l'atteggiamento di scherno, l'arroganza sono peggiorati. I nostri uomini, nelle sezioni aperte, rimangono esposti a ogni genere di sopraffazione».
La risposta dello Stato quale deve essere?
«Che chi ha commesso delle gravi infrazioni disciplinari sia allontanato subito da quel carcere, in un istituto fuori Regione. E deve perdere immediatamente i benefici di legge previsti, come i permessi premio. Non è per vendetta, ma per giustizia che lo chiediamo. Ci vuole certezza della pena e rispetto, garanzia per chi lavora in un penitenziario».
Invece?
«Hanno nominato una marea di figure di garanti dei diritti dei detenuti, per la polizia penitenziaria non ce n'è uno. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che è un ex magistrato, addirittura ha nominato garante dei detenuti uno che si è fatto anni a Poggioreale per traffico di droga. Non abbiamo nemmeno diritto allo psicologo quando è risaputo che è elevato lo stress per chi lavora in carcere, quest'anno tre colleghi si sono tolti la vita. Lo psicologo c'è solo per chi è dietro le sbarre».
Avete invocato lo scudo penale per i Baschi azzurri.
«Senza, molti avranno problemi a fare determinati tipi di servizi rischiando incriminazioni come accaduto con l'inchiesta avviata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere sui presunti pestaggi avvenuti in carcere. Noi lo chiediamo da tempo, vogliamo passare sotto il ministero dell'Interno da cui dipende la polizia. Almeno ci sono prefetti, dirigenti che sanno dialogare con gli uomini in divisa. Il primo luglio andiamo a manifestare contro il ministero di Giustizia, perché Bonafede se ne deve andare».
Continua a leggereRiduci
«Non è un'avversione nei confronti della divisa, ma la gente è ormai disperata» dice il segretario della Fsp, Valter Mazzetti. «Il ministro Lamorgese vuole attenuare il reato di oltraggio a pubblico ufficiale? Messaggio devastante».I carabinieri di Unarma: «Dobbiamo tutelarci, abbiamo bisogno di strumenti adatti».Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari: «Il guardasigilli Bonafede pensa alla prescrizione, noi agenti penitenziari subiamo continui attacchi».Lo speciale contiene tre articoli.«Abbiamo avuto aggressioni ai danni di colleghi da Nord a Sud. A Milano, Reggio Emilia, Roma, Napoli», agenti feriti finiti in ospedale con decine di giorni di prognosi, segnalava a metà giugno Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione sindacale di polizia (Fsp) denunciando una situazione esplosiva in cui «gli appartenenti alle forze dell'ordine sono esposti a reazioni violente, resistenze incontrollate e aggressioni di ogni tipo, anche a causa di un clima sociale arroventato».Perché c'è ostilità verso polizia e carabinieri?«Non è avversione nei confronti della divisa. Le persone per bene hanno fiducia nel nostro lavoro, il livello di gradimento degli italiani rimane molto alto. Bisogna capire che il disagio oggi è enorme, i cittadini sono disperati e manifestano verso le forze dell'ordine il malcontento che nutrono per il governo, sempre più sordo alle loro richieste. Paghiamo lo scotto di rappresentare uno Stato che viene visto come incapace di intercettare le reali necessità degli italiani. Stiamo svolgendo una funzione di sfogatoio sociale, che non è nostra e che non accettiamo. Vedremo che cosa accadrà a fine agosto, con la fine del blocco dei licenziamenti».C'è anche chi agita questo malessere sociale.«Certo, sono i professionisti del disordine. Disinteressati alla politica ma che ci vedono come un obiettivo da colpire. Questo crescendo di aggressività sta passando nell'indifferenza più totale malgrado a giugno ci sia stata una forte impennata di episodi di violenza. Chi indossa la divisa e va in strada lo fa per svolgere un servizio, rappresenta un'istituzione e non si può dare la stura ad atteggiamenti di ritorsione, che traducono in fatti violenti una mentalità inaccettabile secondo cui il poliziotto è un nemico e un bersaglio».Il ministro Lamorgese vuole ripristinare la tenuità del fatto nel reato a pubblico ufficiale.«Dal capo del Viminale ci aspettiamo una presa di posizione netta in nostra difesa, visto che siamo chiamati a tutelare le norme. Il messaggio che si vuole mandare è devastante, quale parte della popolazione chiede oggi al politico di poter oltraggiare la polizia? Vogliamo maggiore sicurezza, ancora ci muoviamo senza un protocollo operativo certo, non sappiamo come reagire se ci sputano addosso o ci danno un calcio».Si spieghi meglio.«Quando chiediamo a una persona di seguirci al comando perché dobbiamo identificarla e questa si oppone, non sappiamo che cosa fare. Gli saltiamo addosso? Non siamo buttafuori per strada. Da noi accade tutto il contrario di quando avviene negli Stati Uniti: se a un ordine impartito la reazione è il rifiuto di eseguirlo, non abbiamo una procedura da seguire. Scatta la zona “grigia", il poliziotto che è ancora definito “personale esecutivo" deve assumersi in una manciata di secondi responsabilità civili, penali e amministrative, decidendo lui che cosa è meglio fare in una situazione di violenza. Se sbaglia, se tira fuori la pistola e spara, se non interviene, le conseguenze sul piano personale e lavorativo possono essere pesantissime».Non ci sono norme da far rispettare?«Solo affermazioni di principio, ma se un extracomunitario non vuole farsi prendere le impronte digitali che cosa fai? Colleghi hanno perso la falange di un dito strappata a morsi. A ogni azione deve corrispondere da parte dello Stato una reazione ben precisa, non lasciata al fai da te dell'agente di polizia. Non siamo super eroi che indossano il mantello invisibile, pochi mesi di corso non ci rendono padroni della nostra emotività. Per diventare professionisti della sicurezza ci vuole tempo».Che cosa avete chiesto al capo del Viminale?«Abbiamo ricordato al ministro Lamorgese che dopo le forze dell'ordine ci sono i cittadini. Se passa il principio di violenza nei nostri confronti, che siamo in prima linea, chi difende gli italiani? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siamo-diventati-uno-sfogatoio-per-il-malcontento-verso-il-governo-2646283785.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chiediamo-il-taser-ma-il-ministero-non-risponde-ci-rivolgeremo-al-tar" data-post-id="2646283785" data-published-at="1593375747" data-use-pagination="False"> «Chiediamo il taser, ma il ministero non risponde. Ci rivolgeremo al Tar» Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, associazione sindacale carabiniere, dopo le ultime aggressioni di Avezzano aveva richiesto per l'ennesima volta di poter utilizzare i taser, le pistole a impulsi elettrici, e sollecitava «un veloce aggiornamento del quadro normativo». Al presidente del Consiglio, ai ministri della Difesa e dell'Interno, al comando generale dell'Arma ha inviato lo scorso mese due nuove lettere con carattere di urgenza. Che cosa le hanno risposto? «A noi non risponde mai nessuno. Inviamo con posta certificata, se non fosse per la ricevuta di avvenuta consegna, sembrerebbero raccomandate finite nel limbo Web. Nessuno si espone, ci rivolgeremo al Tar». Non siete ascoltati? «Sostengono che siamo militari e nonostante formiano un comparto di 500.00 persone, non dovremmo avere diritti sindacali. Non possiamo parlare di trasferimenti, di disciplina, di avanzamenti, di questioni inerenti alla sicurezza. Possiamo dire la nostra solo su mense e spacci aziendali quando la vita di un carabiniere è ben altra cosa». Le vostre richieste quali sono? «Di essere maggiormente tutelati, chiediamo strumenti idonei con cui fronteggiare e contrastare la violenza che cresce nelle nostre città. Il personale vuole essere dotato di taser, che dopo una brevissima sperimentazione ancora non viene distribuito come arma, ma ha anche bisogno di muoversi con più leggerezza e protezione quando è in pattuglia. Via le uniformi con giacca e cravatta: servono tute, magliette come in uso dalla polizia, un vestiario più tattico e che si igienizza in lavatrice, no alle scarpette di cuoio che non si possono lavare a differenza degli anfibi, basta con la bandoliera in cui si tenevano le munizioni della carabina e che diventa pericolosissima, perché chi vuole aggredire un uomo dell'Arma si aggancia a questa inutile fascia di cuoio. Attendiamo disposizioni in merito, non siamo ascoltati». Che altro chiedete? «Leggi a tutela delle forze dell'ordine. Non mance, norme. Siamo spaventati dalle conseguenze di ogni nostra azione. Vogliamo sapere come possiamo muoverci. Come associazione sindacale ci stiamo dotando di una polizza aggiuntiva per i carabinieri, ma è lo Stato che deve provvedere. Chi ripaga il militare per le lesioni subìte ad Avezzano? Non certo lo straniero che è nullatenente, quindi la polizza legale non serve, non c'è bisogno di pagare avvocati ma di essere risarciti del danno fisico». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/siamo-diventati-uno-sfogatoio-per-il-malcontento-verso-il-governo-2646283785.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tutti-i-giorni-veniamo-aggrediti-dai-carcerati" data-post-id="2646283785" data-published-at="1593375747" data-use-pagination="False"> «Tutti i giorni veniamo aggrediti dai carcerati» Donato Capece (Ansa) «Il ministro di Giustizia si è dimenticato che c'è un corpo di polizia che fa servizio nelle carceri», sbotta Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari. «Tutti giorni siamo oggetto di aggressioni da parte di i detenuti, però Alfonso Bonafede pensa alla prescrizione». Anche voi non vi sentite tutelati? «Se l'uomo in divisa rappresenta lo Stato, lo Stato deve reagire con fermezza a chi ci attacca. Le risse, i pestaggi, gli insulti sono all'ordine del giorno perché i detenuti pensano di godere di una sorta di impunità. Nelle ultime settimane, dopo le vergognose scarcerazioni, l'atteggiamento di scherno, l'arroganza sono peggiorati. I nostri uomini, nelle sezioni aperte, rimangono esposti a ogni genere di sopraffazione». La risposta dello Stato quale deve essere? «Che chi ha commesso delle gravi infrazioni disciplinari sia allontanato subito da quel carcere, in un istituto fuori Regione. E deve perdere immediatamente i benefici di legge previsti, come i permessi premio. Non è per vendetta, ma per giustizia che lo chiediamo. Ci vuole certezza della pena e rispetto, garanzia per chi lavora in un penitenziario». Invece? «Hanno nominato una marea di figure di garanti dei diritti dei detenuti, per la polizia penitenziaria non ce n'è uno. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che è un ex magistrato, addirittura ha nominato garante dei detenuti uno che si è fatto anni a Poggioreale per traffico di droga. Non abbiamo nemmeno diritto allo psicologo quando è risaputo che è elevato lo stress per chi lavora in carcere, quest'anno tre colleghi si sono tolti la vita. Lo psicologo c'è solo per chi è dietro le sbarre». Avete invocato lo scudo penale per i Baschi azzurri. «Senza, molti avranno problemi a fare determinati tipi di servizi rischiando incriminazioni come accaduto con l'inchiesta avviata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere sui presunti pestaggi avvenuti in carcere. Noi lo chiediamo da tempo, vogliamo passare sotto il ministero dell'Interno da cui dipende la polizia. Almeno ci sono prefetti, dirigenti che sanno dialogare con gli uomini in divisa. Il primo luglio andiamo a manifestare contro il ministero di Giustizia, perché Bonafede se ne deve andare».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
Continua a leggereRiduci
Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
Continua a leggereRiduci
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
Continua a leggereRiduci