L’opposizione italiana verso questo tipo di energia non ha motivazioni scientifiche. È più sicura e meno costosa di altre tecnologie. Roberto Cingolani vuole attendere gli impianti di quarta generazione. Ma non esistono.
L’opposizione italiana verso questo tipo di energia non ha motivazioni scientifiche. È più sicura e meno costosa di altre tecnologie. Roberto Cingolani vuole attendere gli impianti di quarta generazione. Ma non esistono.La gretinata numero 6 è dire no al nucleare. Doppia gretinata, visto che la primaria preoccupazione delle fanciulle gretine è la CO2, ma il nucleare non emette CO2! Comunque, la gretinata è principalmente italiana, visto che i Paesi del mondo sviluppato usano tutti quella tecnologia. Lo stesso Paese di Greta Thunberg - la Svezia - produce quasi metà della propria elettricità col nucleare. L’altra metà con l’idroelettrico, per cui vien da chiedersi contro cosa caspita protesta Greta davanti al Parlamento del proprio Paese. La produzione elettronucleare nel mondo è cresciuta dai 1500 TWh (miliardi di chilowattora) dell’anno del disastro di Chernobyl ai 2600 TWh di oggi, con una lieve flessione dopo Fukushima, in un Giappone che sta lentamente riavviando il proprio nucleare. Possiamo dire che, nella cerchia dei Paesi avanzati industriali, il gretinismo italiano contro il nucleare è non una rarità ma un fatto unico al mondo. E limitandoci all’Italia, dunque, in tema di nucleare vi sono due tipi di gretini: quelli che lo sono e quelli che lo fanno.I primi sono facilmente liquidabili, tanto ingenue sono le loro argomentazioni: la tecnologia sarebbe poco sicura, costosa, e non avrebbe risolto il problema dei rifiuti nucleari. Invece, quando si fa il confronto con le altre tecnologie di produzione elettrica, si scopre facilmente che quella nucleare ha in assoluto, in rapporto ai kWh prodotti, il minore numero di decessi negli incidenti occorsi. Tant’è che 9 dei suoi 15 reattori l’Ucraina li ha installati dopo l’incidente di Chernobyl. L’obiezione dei costi è subito messa a tacere, visto che le gretine promuovono la diffusione del fotovoltaico: la produzione di 1 GW elettrico richiede un impegno economico di 30 miliardi in impianti fotovoltaici (che durano, se va bene, 30 anni), e di 3 miliardi in impianti nucleari (che durano 60 anni). Infine, che quello dei rifiuti nucleari sia un problema non risolto è una leggenda metropolitana: senza tediarvi con disquisizioni tecniche che dimostrano invece essere un problema di ingegneria elementare perfettamente risolto, basta che osserviate che negli Usa, in Francia, nella piccola Svizzera, vi sono, rispettivamente, 93, 56 e 4 reattori nucleari, senza che vi sia alcun cittadino americano, francese, svizzero con la fronte aggrottata per i rifiuti nucleari degli impianti in esercizio nei loro Paesi.Di quelli che fanno i gretini senza esserlo, il prototipo è il ministro Cingolani. Il quale, noto come persona che ha studiato, si guarda bene dal far credere di essere gretino e far sganasciare dalle risate i suoi colleghi scienziati, ingegneri e tecnici. Siccome ci tiene alla poltrona, Cingolani, costretto a riconoscere l’importanza della tecnologia, s’inventa di sana pianta due ragioni per cui da noi sarebbe meglio non farne niente. E il non fare è molto più comodo - è di tutto riposo, direi - del fare. Le due ragioni sono: 1) con i referendum l’Italia ha detto No al nucleare; 2) installeremo i reattori di IV generazione, quelli che lui chiama «nucleare pulito» (come se i reattori attuali fossero «nucleare sporco»). Guardiamo un po’ dentro queste ragioni.Primo. In nessun referendum l’Italia ha detto No al nucleare, né può essercene in Italia alcuno contro il nucleare. La nostra Costituzione vieta referendum che abroghino trattati internazionali. E con l’adesione all’Euratom l’Italia si è impegnata a «sviluppare un potente comparto nucleare». Per esempio, il referendum del 1987 chiedeva agli Italiani se intendessero abrogare le leggi che: 1) consentivano la compartecipazione dell’Enel alla costruzione di centrali nucleari all’estero; 2) garantivano incentivi agli enti locali ospitanti centrali nucleari; 3) davano facoltà al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere ove allocare centrali nucleari in assenza di indicazioni da parte degli enti locali. Come si vede, non erano - né potevano essere - referendum nucleare-sì/nucleare-no. Gli esiti dei referendum sono stati poi politicamente interpretati come No al nucleare. Se così fosse nella sostanza, l’Italia sarebbe fuori dall’Euratom; cosa possibile, ma per esserlo dovrebbe anche uscire dalla Ue. Una prospettiva interessante, devo dire.Secondo. I reattori di IV generazione non esistono. Dei 441 in esercizio nel mondo, circa 200 sono di I generazione, 230 di II generazione, e una decina di III generazione. I 52 reattori in costruzione nel mondo sono quasi tutti di III generazione (quattro sono di generazione III+). Dire che installeremo quelli di IV generazione è parlare come quel droghiere che alla cassa ha appeso il cartello ove si legge che «si fa credito domani», cioè che di nucleare non se ne deve parlare. Nulla di male, ma non lamentiamoci, poi, se le nostre bollette elettriche sono - ora, e dopo 25 anni di scelte scellerate - le più alte al mondo.
Scontri fra pro-Pal e Polizia a Torino. Nel riquadro, Walter Mazzetti (Ansa)
La tenuità del reato vale anche se la vittima è un uomo in divisa. La Corte sconfessa il principio della sua ex presidente Cartabia.
Ennesima umiliazione per le forze dell’ordine. Sarà contenta l’eurodeputata Ilaria Salis, la quale non perde mai occasione per difendere i violenti e condannare gli agenti. La mano dello Stato contro chi aggredisce poliziotti o carabinieri non è mai stata pesante, ma da oggi potrebbe diventare una piuma. A dare il colpo di grazia ai servitori dello Stato che ogni giorno vengono aggrediti da delinquenti o facinorosi è una sentenza fresca di stampa, destinata a far discutere.
Mohamed Shahin (Ansa). Nel riquadro, il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Imagoeconomica)
Per il Viminale, Mohamed Shahin è una persona radicalizzata che rappresenta una minaccia per lo Stato. Sulle stragi di Hamas disse: «Non è violenza». Monsignor Olivero lo difende: «Ha solo espresso un’opinione».
Per il Viminale è un pericoloso estremista. Per la sinistra e la Chiesa un simbolo da difendere. Dalla Cgil al Pd, da Avs al Movimento 5 stelle, dal vescovo di Pinerolo ai rappresentanti della Chiesa valdese, un’alleanza trasversale e influente è scesa in campo a sostegno di un imam che è in attesa di essere espulso per «ragioni di sicurezza dello Stato e prevenzione del terrorismo». Un personaggio a cui, già l’8 novembre 2023, le autorità negarono la cittadinanza italiana per «ragioni di sicurezza dello Stato». Addirittura un nutrito gruppo di antagonisti, anche in suo nome, ha dato l’assalto alla redazione della Stampa. Una saldatura tra mondi diversi che non promette niente di buono.
Nei riquadri, Letizia Martina prima e dopo il vaccino (IStock)
Letizia Martini, oggi ventiduenne, ha già sintomi in seguito alla prima dose, ma per fiducia nel sistema li sottovaluta. Con la seconda, la situazione precipita: a causa di una malattia neurologica certificata ora non cammina più.
«Io avevo 18 anni e stavo bene. Vivevo una vita normale. Mi allenavo. Ero in forma. Mi sono vaccinata ad agosto del 2021 e dieci giorni dopo la seconda dose ho iniziato a stare malissimo e da quel momento in poi sono peggiorata sempre di più. Adesso praticamente non riesco a fare più niente, riesco a stare in piedi a malapena qualche minuto e a fare qualche passo in casa, ma poi ho bisogno della sedia a rotelle, perché se mi sforzo mi vengono dolori lancinanti. Non riesco neppure ad asciugarmi i capelli perché le braccia non mi reggono…». Letizia Martini, di Rimini, oggi ha 22 anni e la vita rovinata a causa degli effetti collaterali neurologici del vaccino Pfizer. Già subito dopo la prima dose aveva avvertito i primi sintomi della malattia, che poi si è manifestata con violenza dopo la seconda puntura, tant’è che adesso Letizia è stata riconosciuta invalida all’80%.
Maria Rita Parsi critica la gestione del caso “famiglia nel bosco”: nessun pericolo reale per i bambini, scelta brusca e dannosa, sistema dei minori da ripensare profondamente.






