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2021-02-21
Si cambia linea senza dire chi ha sbagliato
Roberto Speranza (Ansa)
Ma se il sistema funzionava così bene e portava ottimi risultati, come mai adesso si vuole cambiare tutto? Forse si dovrebbe cominciare da qui a spiegare agli italiani per quale motivo il meccanismo dei colori - celebratissimo fino all'altro ieri - adesso rischia di venire smontato o comunque radicalmente modificato. Mario Draghi è convinto che i cittadini vogliano «velocità e trasparenza». Ecco, un primo passo in direzione della chiarezza sarebbe bene accetto: le istituzioni ci spieghino su quali basi intendono impostare il nuovo corso, e lo facciano rapidamente.
Ancora un paio di giorni fa, scienziati molto ascoltati come Fabrizio Pregliasco e Giuseppe Ippolito (quest'ultimo, per inciso, membro del Comitato tecnico scientifico) ribadivano sui giornali che «il sistema delle zone colorate funziona». Eppure ieri i presidenti di Regione si sono riuniti per discutere una nuova linea: la possibilità di restrizioni non più locali ma nazionali. Zona arancione per tutta Italia, in buona sostanza. Delle due l'una: o i colori funzionano, e allora vanno mantenuti, o non funzionano e la strategia va rivista. Tra i governatori e pure tra gli esperti sembra prevalere la seconda linea, ma il motivo - a dirla tutta - non è facilmente comprensibile.
Chissà, forse i presidenti di Regione chiedono al governo centrale di assumersi la responsabilità delle nuove restrizioni perché temono la competizione cromatica, pensando che il loro operato verrà giudicato dai cittadini in base al colore che saranno in grado di garantire. Se così fosse, si tratterebbe di una brutta manovra politica attuata sulla nostra pelle. O forse i presidenti sono semplicemente esasperati dal continuo mutamento e preferiscono norme draconiane ma chiare. E questo sarebbe già più comprensibile.
Certo è che, finora, le chiusure sono state disposte su base magica, più che scientifica. Ogni volta ci è stato ribadito con vigore: «I provvedimenti decisi dai dpcm hanno ottimi effetti, dovete rispettarli!». Poi, però, gli stessi provvedimenti venivano improvvisamente modificati senza fornire spiegazioni. È successo a Natale e Capodanno, rischia di succedere di nuovo. Che le decisioni vengano prese in modo spannometrico lo dimostrano chiaramente le affermazioni di Roberto Speranza risalenti a un paio di giorni fa. Il ministro della Salute si è rivolto alle Regioni invitandole ad «accettare la zona arancione» anche se i dati le collocavano in zona gialla. Il sistema semaforico è stato elaborato proprio al fine di evitare la discrezionalità: saranno i numeri a stabilire chi scende e chi sale, ci fu promesso. Ma allora perché, se i numeri stabiliscono un colore, il ministro preme perché se ne scelga un altro? Qualcosa non torna. Ritorniamo quindi al punto di partenza: poiché tutto va bene, tutto cambia. Il problema è che, prima di modificare il metodo di imposizione delle restrizioni, bisognerebbe compiere almeno due passaggi: uno politico, l'altro scientifico.
Sul piano politico, bisogna che qualcuno ammetta di aver sbagliato. Il ministro della Salute, i componenti del Cts, i consulenti come Walter Ricciardi devono prendere la parola e dire: sì, fino a oggi abbiamo utilizzato strumenti malfunzionanti, non abbiamo gestito bene la situazione e abbiamo messo l'intera nazione nei pasticci. Questa sì che sarebbe trasparenza.
Poi c'è l'ambito scientifico. Per decretare che un approccio è sbagliato, almeno in teoria, bisognerebbe basarsi su dati e analisi. Solo che, allo stato attuale, mancano gli uni e le altre. Fu il presidente Sergio Mattarella, di fronte ai parenti delle vittime di Covid a Bergamo, a chiedere di «riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere». Ci risulta che il suo appello sia caduto nel vuoto. Nessuna analisi seria della gestione della pandemia è stata fatta, nemmeno riguardo la prima ondata. Inoltre, ancora oggi il ministero della Salute e l'Istituto superiore di sanità - come ha svelato La Verità - non sono in grado di fornire dati precisi sui decessi. In sintesi, non sanno dire dove avvengano le morti per coronavirus.
Ci domandiamo: se non si è riflettuto a dovere sulle carenze di un metodo e sulle sue conseguenze e se mancano ancora indicatori fondamentali, come si può pensare di elaborare una nuova strategia di gestione dell'emergenza che funzioni? Non si può fare, è evidente. Si può, al massimo, proseguire a tentoni, facendosi guidare dalle suggestioni, dalle paure e dalle opinioni dei singoli consulenti. I quali, giova ricordarlo, sono sempre gli stessi dall'inizio dell'epidemia, gli stessi che hanno fornito versioni discordanti, che hanno polemizzato fra loro, che hanno commesso omissioni ed errori gravi.
«Velocità e trasparenza», dice Mario Draghi. Ottimo: significa che servono risultati, e subito. L'ultimo dpcm contiano è in scadenza il 5 marzo, il 25 febbraio scadrà il divieto di spostamento fra Regioni: siamo al primo vero banco di prova per il nuovo governo. Non possiamo più accettare che si cambia colore «perché sì», o che si modificano i parametri «perché bisogna farlo». L'Italia ha diritto a un po' di rispetto, se l'è guadagnato. Pasticciare con i colori è un bel gioco per bambini: adesso è il momento di diventare adulti.
«Tutti arancioni? No, tutti gialli». I governatori si dividono sui colori
Non passa la proposta di colorare di arancione tutta l'Italia: la Conferenza delle Regioni, riunita ieri, non approva l'idea del presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini: «Abbiamo trovato l'accordo», spiega alla Verità il presidente del Molise, Donato Toma, «su una serie di proposte da presentare al governo. Chiediamo di semplificare il sistema dei colori, passando da tre fasce a due; di avere un punto il martedì o il mercoledì, per non arrivare all'ultimo minuto con l'assegnazione delle fasce, dando tempo agli imprenditori di regolarsi: di rivisitare i 21 parametri, di accelerare con i ristori e», aggiunge Toma, «con la campagna vaccinale».
La linea l'ha dettata di buon mattino il leader del centrodestra di governo, Matteo Salvini: «Zona arancione», scrive su Facebook il segretario della Lega, «in tutta Italia? Basta con gli annunci, gli allarmi e le paure preventive che hanno caratterizzato gli ultimi mesi, se ci sono zone più a rischio si intervenga in modo rapido e circoscritto, si acceleri sul piano vaccinale ma non si getti nel panico l'intero Paese. Il diritto alla salute viene prima di tutto», aggiunge Salvini, «e rispettiamo le indicazioni della comunità scientifica, non le anticipazioni a mezzo stampa di lockdown ingiustificati e generalizzati». Il leader di quella che è la forza politica più importante della maggioranza che sostiene il governo Draghi annusa il pericolo dell'affacciarsi di una linea ultrarigorista, quella portata avanti innanzitutto dal presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che chiede che il meccanismo dei colori (giallo, arancione e rosso) per assegnare a ciascuna Regione le restrizioni adeguate per il livello di pericolosità della pandemia, e alza un muro.
La Conferenza delle Regioni, convocata per ieri pomeriggio, ha come punto all'ordine del giorno «la valutazione dell'attuale sistema di regole per la gestione e il contenimento della pandemia in vista dell'adozione del prossimo dpcm», oltre alla riduzione delle dosi di vaccino fornite da Astrazeneca. Il 25 febbraio scade il divieto di spostamento tra le Regioni, il 5 marzo decade l'ultimo dpcm dell'era Conte, e occorre stabilire le nuove regole, oppure mantenere in vita, magari con qualche accorgimento, quelle che hanno accompagnato fino ad ora la nostra vita al tempo del Covid.
I presidenti delle Regioni si riuniscono in videoconferenza alle 17, la discussione è lunga e, come spiega uno dei partecipanti alla Verità, molto caotica. L'obiettivo è raggiungere l'intesa su una proposta da presentare al governo, ma le differenze tra i vari governatori sono profonde. L'idea di colorare di arancione tutta l'Italia non va giù alla maggioranza dei presidenti. La posizione di Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, è netta: «Va fatta», dice Bonaccini, «una valutazione senza ricette precostituite: il sistema a fasce che ha pagato per tanto tempo oggi mostra qualche limite. Bisogna provare a capire anche, e questo ce lo devono dire gli esperti, quale può essere l'incidenza di queste varianti nelle prossime settimane. Rischiamo questa altalena tra chiusure e riaperture che rischia di sfibrare un po' tutti i cittadini e gli operatori economici». Guarda caso, il sistema a fasce «mostra qualche limite» proprio ora che al governo è arrivato Mario Draghi, sostenuto da una maggioranza a prevalenza centrodestra. Proprio domani, tra l'altro, si terrà il Cdm che potrà, o meno, accogliere le indicazioni delle amministrazioni regionali e che vede all'ordine del giorno: «Disposizioni urgenti in materia di contenimento dell'emmergenza Covid-19, esame delle leggi regionali, ai sensi dell'articolo 127 della Costituzione».
«Nei prossimi giorni», annuncia Bonaccini, «incontreremo i neoministri Gelmini e Speranza. Serve una stretta, per non tornare a chiudere e restringere una volta che se ne è usciti». La linea della uniformità delle restrizioni sull'intero territorio nazionale è quella portata avanti, da sempre, anche dal principe dei «rigoristi», il presidente della Campania, Vincenzo De Luca. Con sfumature diverse, lo stesso presidente della Lombardia, Attilio Fontana, chiede di «rivedere il sistema a colori,che ci tiene in apprensione fino al venerdì. Dobbiamo dare modo alle famiglie», afferma Fontana, «alle imprese e alle attività commerciali di avere la capacità di organizzarsi, di avere un più ampio respiro per poter organizzare le proprie attività». Ai colleghi presidenti, il governatore della Liguria, Giovanni Toti, propone una zona gialla nazionale: «Pomeriggio di riunione», scrive Toti su Facebook a riunione in corso, «per elaborare le nostre proposte al governo Draghi in vista del rinnovo delle norme Covid. Ho proposto di istituire una zona gialla nazionale, che preveda maggiori aperture, come ad esempio sport, palestre e piscine, spettacolo, consentire ai ristoranti di scegliere se aprire a pranzo o a cena, per dare a tutti l'opportunità di lavorare: di regolamentare i passaggi di colore non solo su base regionale», aggiunge Toti, «ma soprattutto provinciale e comunale in modo da isolare le situazioni di rischio e le varianti dove è necessario; di anticipare la comunicazione del cambio di zona che non può arrivare a ridosso del passaggio stesso, in modo da consentire ai cittadini di programmare la propria vita». La riunione si prolunga, trovare una linea comune tra i presidenti delle Regioni italiane è difficile. La divisione tra governatori è l'effetto di una precisa strategia del governo Conte, che introdusse il sistema «a colori» per dividere il fronte dei governatori, che se fosse stato compatto avrebbe smascherato e combattuto con maggiore vigore ed efficacia le politiche dilatorie, confusionarie, inefficaci del precedente esecutivo. Alla fine, l'intesa: ora toccherà al governo decidere se e come recepire queste proposte.
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Prima di archiviare il semaforo dei divieti, che ha angosciato gli italiani, qualcuno dovrebbe ammettere i propri errori. A cominciare da Roberto Speranza, che giorni fa voleva l'Italia in arancio anche se i dati indicavano lievi pericoli. Altrimenti torniamo al punto di partenza.Le Regioni non trovano l'accordo sulle serrate omogenee di Stefano Bonaccini, già bocciate da Matteo Salvini. Giovanni Toti prova a rilanciare: «Apriamo ovunque». Il compromesso finale è la richiesta di ridurre le zone a due e semplificare.Lo speciale contiene due articoli.Ma se il sistema funzionava così bene e portava ottimi risultati, come mai adesso si vuole cambiare tutto? Forse si dovrebbe cominciare da qui a spiegare agli italiani per quale motivo il meccanismo dei colori - celebratissimo fino all'altro ieri - adesso rischia di venire smontato o comunque radicalmente modificato. Mario Draghi è convinto che i cittadini vogliano «velocità e trasparenza». Ecco, un primo passo in direzione della chiarezza sarebbe bene accetto: le istituzioni ci spieghino su quali basi intendono impostare il nuovo corso, e lo facciano rapidamente. Ancora un paio di giorni fa, scienziati molto ascoltati come Fabrizio Pregliasco e Giuseppe Ippolito (quest'ultimo, per inciso, membro del Comitato tecnico scientifico) ribadivano sui giornali che «il sistema delle zone colorate funziona». Eppure ieri i presidenti di Regione si sono riuniti per discutere una nuova linea: la possibilità di restrizioni non più locali ma nazionali. Zona arancione per tutta Italia, in buona sostanza. Delle due l'una: o i colori funzionano, e allora vanno mantenuti, o non funzionano e la strategia va rivista. Tra i governatori e pure tra gli esperti sembra prevalere la seconda linea, ma il motivo - a dirla tutta - non è facilmente comprensibile. Chissà, forse i presidenti di Regione chiedono al governo centrale di assumersi la responsabilità delle nuove restrizioni perché temono la competizione cromatica, pensando che il loro operato verrà giudicato dai cittadini in base al colore che saranno in grado di garantire. Se così fosse, si tratterebbe di una brutta manovra politica attuata sulla nostra pelle. O forse i presidenti sono semplicemente esasperati dal continuo mutamento e preferiscono norme draconiane ma chiare. E questo sarebbe già più comprensibile. Certo è che, finora, le chiusure sono state disposte su base magica, più che scientifica. Ogni volta ci è stato ribadito con vigore: «I provvedimenti decisi dai dpcm hanno ottimi effetti, dovete rispettarli!». Poi, però, gli stessi provvedimenti venivano improvvisamente modificati senza fornire spiegazioni. È successo a Natale e Capodanno, rischia di succedere di nuovo. Che le decisioni vengano prese in modo spannometrico lo dimostrano chiaramente le affermazioni di Roberto Speranza risalenti a un paio di giorni fa. Il ministro della Salute si è rivolto alle Regioni invitandole ad «accettare la zona arancione» anche se i dati le collocavano in zona gialla. Il sistema semaforico è stato elaborato proprio al fine di evitare la discrezionalità: saranno i numeri a stabilire chi scende e chi sale, ci fu promesso. Ma allora perché, se i numeri stabiliscono un colore, il ministro preme perché se ne scelga un altro? Qualcosa non torna. Ritorniamo quindi al punto di partenza: poiché tutto va bene, tutto cambia. Il problema è che, prima di modificare il metodo di imposizione delle restrizioni, bisognerebbe compiere almeno due passaggi: uno politico, l'altro scientifico. Sul piano politico, bisogna che qualcuno ammetta di aver sbagliato. Il ministro della Salute, i componenti del Cts, i consulenti come Walter Ricciardi devono prendere la parola e dire: sì, fino a oggi abbiamo utilizzato strumenti malfunzionanti, non abbiamo gestito bene la situazione e abbiamo messo l'intera nazione nei pasticci. Questa sì che sarebbe trasparenza. Poi c'è l'ambito scientifico. Per decretare che un approccio è sbagliato, almeno in teoria, bisognerebbe basarsi su dati e analisi. Solo che, allo stato attuale, mancano gli uni e le altre. Fu il presidente Sergio Mattarella, di fronte ai parenti delle vittime di Covid a Bergamo, a chiedere di «riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere». Ci risulta che il suo appello sia caduto nel vuoto. Nessuna analisi seria della gestione della pandemia è stata fatta, nemmeno riguardo la prima ondata. Inoltre, ancora oggi il ministero della Salute e l'Istituto superiore di sanità - come ha svelato La Verità - non sono in grado di fornire dati precisi sui decessi. In sintesi, non sanno dire dove avvengano le morti per coronavirus. Ci domandiamo: se non si è riflettuto a dovere sulle carenze di un metodo e sulle sue conseguenze e se mancano ancora indicatori fondamentali, come si può pensare di elaborare una nuova strategia di gestione dell'emergenza che funzioni? Non si può fare, è evidente. Si può, al massimo, proseguire a tentoni, facendosi guidare dalle suggestioni, dalle paure e dalle opinioni dei singoli consulenti. I quali, giova ricordarlo, sono sempre gli stessi dall'inizio dell'epidemia, gli stessi che hanno fornito versioni discordanti, che hanno polemizzato fra loro, che hanno commesso omissioni ed errori gravi. «Velocità e trasparenza», dice Mario Draghi. Ottimo: significa che servono risultati, e subito. L'ultimo dpcm contiano è in scadenza il 5 marzo, il 25 febbraio scadrà il divieto di spostamento fra Regioni: siamo al primo vero banco di prova per il nuovo governo. Non possiamo più accettare che si cambia colore «perché sì», o che si modificano i parametri «perché bisogna farlo». L'Italia ha diritto a un po' di rispetto, se l'è guadagnato. Pasticciare con i colori è un bel gioco per bambini: adesso è il momento di diventare adulti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-cambia-linea-senza-dire-chi-ha-sbagliato-2650647154.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutti-arancioni-no-tutti-gialli-i-governatori-si-dividono-sui-colori" data-post-id="2650647154" data-published-at="1613865377" data-use-pagination="False"> «Tutti arancioni? No, tutti gialli». I governatori si dividono sui colori Non passa la proposta di colorare di arancione tutta l'Italia: la Conferenza delle Regioni, riunita ieri, non approva l'idea del presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini: «Abbiamo trovato l'accordo», spiega alla Verità il presidente del Molise, Donato Toma, «su una serie di proposte da presentare al governo. Chiediamo di semplificare il sistema dei colori, passando da tre fasce a due; di avere un punto il martedì o il mercoledì, per non arrivare all'ultimo minuto con l'assegnazione delle fasce, dando tempo agli imprenditori di regolarsi: di rivisitare i 21 parametri, di accelerare con i ristori e», aggiunge Toma, «con la campagna vaccinale». La linea l'ha dettata di buon mattino il leader del centrodestra di governo, Matteo Salvini: «Zona arancione», scrive su Facebook il segretario della Lega, «in tutta Italia? Basta con gli annunci, gli allarmi e le paure preventive che hanno caratterizzato gli ultimi mesi, se ci sono zone più a rischio si intervenga in modo rapido e circoscritto, si acceleri sul piano vaccinale ma non si getti nel panico l'intero Paese. Il diritto alla salute viene prima di tutto», aggiunge Salvini, «e rispettiamo le indicazioni della comunità scientifica, non le anticipazioni a mezzo stampa di lockdown ingiustificati e generalizzati». Il leader di quella che è la forza politica più importante della maggioranza che sostiene il governo Draghi annusa il pericolo dell'affacciarsi di una linea ultrarigorista, quella portata avanti innanzitutto dal presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che chiede che il meccanismo dei colori (giallo, arancione e rosso) per assegnare a ciascuna Regione le restrizioni adeguate per il livello di pericolosità della pandemia, e alza un muro. La Conferenza delle Regioni, convocata per ieri pomeriggio, ha come punto all'ordine del giorno «la valutazione dell'attuale sistema di regole per la gestione e il contenimento della pandemia in vista dell'adozione del prossimo dpcm», oltre alla riduzione delle dosi di vaccino fornite da Astrazeneca. Il 25 febbraio scade il divieto di spostamento tra le Regioni, il 5 marzo decade l'ultimo dpcm dell'era Conte, e occorre stabilire le nuove regole, oppure mantenere in vita, magari con qualche accorgimento, quelle che hanno accompagnato fino ad ora la nostra vita al tempo del Covid. I presidenti delle Regioni si riuniscono in videoconferenza alle 17, la discussione è lunga e, come spiega uno dei partecipanti alla Verità, molto caotica. L'obiettivo è raggiungere l'intesa su una proposta da presentare al governo, ma le differenze tra i vari governatori sono profonde. L'idea di colorare di arancione tutta l'Italia non va giù alla maggioranza dei presidenti. La posizione di Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, è netta: «Va fatta», dice Bonaccini, «una valutazione senza ricette precostituite: il sistema a fasce che ha pagato per tanto tempo oggi mostra qualche limite. Bisogna provare a capire anche, e questo ce lo devono dire gli esperti, quale può essere l'incidenza di queste varianti nelle prossime settimane. Rischiamo questa altalena tra chiusure e riaperture che rischia di sfibrare un po' tutti i cittadini e gli operatori economici». Guarda caso, il sistema a fasce «mostra qualche limite» proprio ora che al governo è arrivato Mario Draghi, sostenuto da una maggioranza a prevalenza centrodestra. Proprio domani, tra l'altro, si terrà il Cdm che potrà, o meno, accogliere le indicazioni delle amministrazioni regionali e che vede all'ordine del giorno: «Disposizioni urgenti in materia di contenimento dell'emmergenza Covid-19, esame delle leggi regionali, ai sensi dell'articolo 127 della Costituzione». «Nei prossimi giorni», annuncia Bonaccini, «incontreremo i neoministri Gelmini e Speranza. Serve una stretta, per non tornare a chiudere e restringere una volta che se ne è usciti». La linea della uniformità delle restrizioni sull'intero territorio nazionale è quella portata avanti, da sempre, anche dal principe dei «rigoristi», il presidente della Campania, Vincenzo De Luca. Con sfumature diverse, lo stesso presidente della Lombardia, Attilio Fontana, chiede di «rivedere il sistema a colori,che ci tiene in apprensione fino al venerdì. Dobbiamo dare modo alle famiglie», afferma Fontana, «alle imprese e alle attività commerciali di avere la capacità di organizzarsi, di avere un più ampio respiro per poter organizzare le proprie attività». Ai colleghi presidenti, il governatore della Liguria, Giovanni Toti, propone una zona gialla nazionale: «Pomeriggio di riunione», scrive Toti su Facebook a riunione in corso, «per elaborare le nostre proposte al governo Draghi in vista del rinnovo delle norme Covid. Ho proposto di istituire una zona gialla nazionale, che preveda maggiori aperture, come ad esempio sport, palestre e piscine, spettacolo, consentire ai ristoranti di scegliere se aprire a pranzo o a cena, per dare a tutti l'opportunità di lavorare: di regolamentare i passaggi di colore non solo su base regionale», aggiunge Toti, «ma soprattutto provinciale e comunale in modo da isolare le situazioni di rischio e le varianti dove è necessario; di anticipare la comunicazione del cambio di zona che non può arrivare a ridosso del passaggio stesso, in modo da consentire ai cittadini di programmare la propria vita». La riunione si prolunga, trovare una linea comune tra i presidenti delle Regioni italiane è difficile. La divisione tra governatori è l'effetto di una precisa strategia del governo Conte, che introdusse il sistema «a colori» per dividere il fronte dei governatori, che se fosse stato compatto avrebbe smascherato e combattuto con maggiore vigore ed efficacia le politiche dilatorie, confusionarie, inefficaci del precedente esecutivo. Alla fine, l'intesa: ora toccherà al governo decidere se e come recepire queste proposte.
il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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La vittoria di Giorgia Meloni che non ha rivendicato il femminismo ha mandato in crisi il paradigma dominante. Il saggio «Belle Ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo» di Barbara Saltamartini critica i dogmi del femminismo progressista, contesta l’idea di un’unica voce legittimata a parlare per le donne e rilegge Giorgia Meloni come espressione di una tradizione femminile di destra rimossa dal racconto ufficiale. Il libro denuncia un’ideologia che ha mercificato la libertà e cancellato la differenza sessuale, rilanciando identità, maternità e comunità come valori politici. Un testo provocatorio che segna una rottura culturale.