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2021-02-21
Si cambia linea senza dire chi ha sbagliato
Roberto Speranza (Ansa)
Ma se il sistema funzionava così bene e portava ottimi risultati, come mai adesso si vuole cambiare tutto? Forse si dovrebbe cominciare da qui a spiegare agli italiani per quale motivo il meccanismo dei colori - celebratissimo fino all'altro ieri - adesso rischia di venire smontato o comunque radicalmente modificato. Mario Draghi è convinto che i cittadini vogliano «velocità e trasparenza». Ecco, un primo passo in direzione della chiarezza sarebbe bene accetto: le istituzioni ci spieghino su quali basi intendono impostare il nuovo corso, e lo facciano rapidamente.
Ancora un paio di giorni fa, scienziati molto ascoltati come Fabrizio Pregliasco e Giuseppe Ippolito (quest'ultimo, per inciso, membro del Comitato tecnico scientifico) ribadivano sui giornali che «il sistema delle zone colorate funziona». Eppure ieri i presidenti di Regione si sono riuniti per discutere una nuova linea: la possibilità di restrizioni non più locali ma nazionali. Zona arancione per tutta Italia, in buona sostanza. Delle due l'una: o i colori funzionano, e allora vanno mantenuti, o non funzionano e la strategia va rivista. Tra i governatori e pure tra gli esperti sembra prevalere la seconda linea, ma il motivo - a dirla tutta - non è facilmente comprensibile.
Chissà, forse i presidenti di Regione chiedono al governo centrale di assumersi la responsabilità delle nuove restrizioni perché temono la competizione cromatica, pensando che il loro operato verrà giudicato dai cittadini in base al colore che saranno in grado di garantire. Se così fosse, si tratterebbe di una brutta manovra politica attuata sulla nostra pelle. O forse i presidenti sono semplicemente esasperati dal continuo mutamento e preferiscono norme draconiane ma chiare. E questo sarebbe già più comprensibile.
Certo è che, finora, le chiusure sono state disposte su base magica, più che scientifica. Ogni volta ci è stato ribadito con vigore: «I provvedimenti decisi dai dpcm hanno ottimi effetti, dovete rispettarli!». Poi, però, gli stessi provvedimenti venivano improvvisamente modificati senza fornire spiegazioni. È successo a Natale e Capodanno, rischia di succedere di nuovo. Che le decisioni vengano prese in modo spannometrico lo dimostrano chiaramente le affermazioni di Roberto Speranza risalenti a un paio di giorni fa. Il ministro della Salute si è rivolto alle Regioni invitandole ad «accettare la zona arancione» anche se i dati le collocavano in zona gialla. Il sistema semaforico è stato elaborato proprio al fine di evitare la discrezionalità: saranno i numeri a stabilire chi scende e chi sale, ci fu promesso. Ma allora perché, se i numeri stabiliscono un colore, il ministro preme perché se ne scelga un altro? Qualcosa non torna. Ritorniamo quindi al punto di partenza: poiché tutto va bene, tutto cambia. Il problema è che, prima di modificare il metodo di imposizione delle restrizioni, bisognerebbe compiere almeno due passaggi: uno politico, l'altro scientifico.
Sul piano politico, bisogna che qualcuno ammetta di aver sbagliato. Il ministro della Salute, i componenti del Cts, i consulenti come Walter Ricciardi devono prendere la parola e dire: sì, fino a oggi abbiamo utilizzato strumenti malfunzionanti, non abbiamo gestito bene la situazione e abbiamo messo l'intera nazione nei pasticci. Questa sì che sarebbe trasparenza.
Poi c'è l'ambito scientifico. Per decretare che un approccio è sbagliato, almeno in teoria, bisognerebbe basarsi su dati e analisi. Solo che, allo stato attuale, mancano gli uni e le altre. Fu il presidente Sergio Mattarella, di fronte ai parenti delle vittime di Covid a Bergamo, a chiedere di «riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere». Ci risulta che il suo appello sia caduto nel vuoto. Nessuna analisi seria della gestione della pandemia è stata fatta, nemmeno riguardo la prima ondata. Inoltre, ancora oggi il ministero della Salute e l'Istituto superiore di sanità - come ha svelato La Verità - non sono in grado di fornire dati precisi sui decessi. In sintesi, non sanno dire dove avvengano le morti per coronavirus.
Ci domandiamo: se non si è riflettuto a dovere sulle carenze di un metodo e sulle sue conseguenze e se mancano ancora indicatori fondamentali, come si può pensare di elaborare una nuova strategia di gestione dell'emergenza che funzioni? Non si può fare, è evidente. Si può, al massimo, proseguire a tentoni, facendosi guidare dalle suggestioni, dalle paure e dalle opinioni dei singoli consulenti. I quali, giova ricordarlo, sono sempre gli stessi dall'inizio dell'epidemia, gli stessi che hanno fornito versioni discordanti, che hanno polemizzato fra loro, che hanno commesso omissioni ed errori gravi.
«Velocità e trasparenza», dice Mario Draghi. Ottimo: significa che servono risultati, e subito. L'ultimo dpcm contiano è in scadenza il 5 marzo, il 25 febbraio scadrà il divieto di spostamento fra Regioni: siamo al primo vero banco di prova per il nuovo governo. Non possiamo più accettare che si cambia colore «perché sì», o che si modificano i parametri «perché bisogna farlo». L'Italia ha diritto a un po' di rispetto, se l'è guadagnato. Pasticciare con i colori è un bel gioco per bambini: adesso è il momento di diventare adulti.
«Tutti arancioni? No, tutti gialli». I governatori si dividono sui colori
Non passa la proposta di colorare di arancione tutta l'Italia: la Conferenza delle Regioni, riunita ieri, non approva l'idea del presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini: «Abbiamo trovato l'accordo», spiega alla Verità il presidente del Molise, Donato Toma, «su una serie di proposte da presentare al governo. Chiediamo di semplificare il sistema dei colori, passando da tre fasce a due; di avere un punto il martedì o il mercoledì, per non arrivare all'ultimo minuto con l'assegnazione delle fasce, dando tempo agli imprenditori di regolarsi: di rivisitare i 21 parametri, di accelerare con i ristori e», aggiunge Toma, «con la campagna vaccinale».
La linea l'ha dettata di buon mattino il leader del centrodestra di governo, Matteo Salvini: «Zona arancione», scrive su Facebook il segretario della Lega, «in tutta Italia? Basta con gli annunci, gli allarmi e le paure preventive che hanno caratterizzato gli ultimi mesi, se ci sono zone più a rischio si intervenga in modo rapido e circoscritto, si acceleri sul piano vaccinale ma non si getti nel panico l'intero Paese. Il diritto alla salute viene prima di tutto», aggiunge Salvini, «e rispettiamo le indicazioni della comunità scientifica, non le anticipazioni a mezzo stampa di lockdown ingiustificati e generalizzati». Il leader di quella che è la forza politica più importante della maggioranza che sostiene il governo Draghi annusa il pericolo dell'affacciarsi di una linea ultrarigorista, quella portata avanti innanzitutto dal presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che chiede che il meccanismo dei colori (giallo, arancione e rosso) per assegnare a ciascuna Regione le restrizioni adeguate per il livello di pericolosità della pandemia, e alza un muro.
La Conferenza delle Regioni, convocata per ieri pomeriggio, ha come punto all'ordine del giorno «la valutazione dell'attuale sistema di regole per la gestione e il contenimento della pandemia in vista dell'adozione del prossimo dpcm», oltre alla riduzione delle dosi di vaccino fornite da Astrazeneca. Il 25 febbraio scade il divieto di spostamento tra le Regioni, il 5 marzo decade l'ultimo dpcm dell'era Conte, e occorre stabilire le nuove regole, oppure mantenere in vita, magari con qualche accorgimento, quelle che hanno accompagnato fino ad ora la nostra vita al tempo del Covid.
I presidenti delle Regioni si riuniscono in videoconferenza alle 17, la discussione è lunga e, come spiega uno dei partecipanti alla Verità, molto caotica. L'obiettivo è raggiungere l'intesa su una proposta da presentare al governo, ma le differenze tra i vari governatori sono profonde. L'idea di colorare di arancione tutta l'Italia non va giù alla maggioranza dei presidenti. La posizione di Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, è netta: «Va fatta», dice Bonaccini, «una valutazione senza ricette precostituite: il sistema a fasce che ha pagato per tanto tempo oggi mostra qualche limite. Bisogna provare a capire anche, e questo ce lo devono dire gli esperti, quale può essere l'incidenza di queste varianti nelle prossime settimane. Rischiamo questa altalena tra chiusure e riaperture che rischia di sfibrare un po' tutti i cittadini e gli operatori economici». Guarda caso, il sistema a fasce «mostra qualche limite» proprio ora che al governo è arrivato Mario Draghi, sostenuto da una maggioranza a prevalenza centrodestra. Proprio domani, tra l'altro, si terrà il Cdm che potrà, o meno, accogliere le indicazioni delle amministrazioni regionali e che vede all'ordine del giorno: «Disposizioni urgenti in materia di contenimento dell'emmergenza Covid-19, esame delle leggi regionali, ai sensi dell'articolo 127 della Costituzione».
«Nei prossimi giorni», annuncia Bonaccini, «incontreremo i neoministri Gelmini e Speranza. Serve una stretta, per non tornare a chiudere e restringere una volta che se ne è usciti». La linea della uniformità delle restrizioni sull'intero territorio nazionale è quella portata avanti, da sempre, anche dal principe dei «rigoristi», il presidente della Campania, Vincenzo De Luca. Con sfumature diverse, lo stesso presidente della Lombardia, Attilio Fontana, chiede di «rivedere il sistema a colori,che ci tiene in apprensione fino al venerdì. Dobbiamo dare modo alle famiglie», afferma Fontana, «alle imprese e alle attività commerciali di avere la capacità di organizzarsi, di avere un più ampio respiro per poter organizzare le proprie attività». Ai colleghi presidenti, il governatore della Liguria, Giovanni Toti, propone una zona gialla nazionale: «Pomeriggio di riunione», scrive Toti su Facebook a riunione in corso, «per elaborare le nostre proposte al governo Draghi in vista del rinnovo delle norme Covid. Ho proposto di istituire una zona gialla nazionale, che preveda maggiori aperture, come ad esempio sport, palestre e piscine, spettacolo, consentire ai ristoranti di scegliere se aprire a pranzo o a cena, per dare a tutti l'opportunità di lavorare: di regolamentare i passaggi di colore non solo su base regionale», aggiunge Toti, «ma soprattutto provinciale e comunale in modo da isolare le situazioni di rischio e le varianti dove è necessario; di anticipare la comunicazione del cambio di zona che non può arrivare a ridosso del passaggio stesso, in modo da consentire ai cittadini di programmare la propria vita». La riunione si prolunga, trovare una linea comune tra i presidenti delle Regioni italiane è difficile. La divisione tra governatori è l'effetto di una precisa strategia del governo Conte, che introdusse il sistema «a colori» per dividere il fronte dei governatori, che se fosse stato compatto avrebbe smascherato e combattuto con maggiore vigore ed efficacia le politiche dilatorie, confusionarie, inefficaci del precedente esecutivo. Alla fine, l'intesa: ora toccherà al governo decidere se e come recepire queste proposte.
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Prima di archiviare il semaforo dei divieti, che ha angosciato gli italiani, qualcuno dovrebbe ammettere i propri errori. A cominciare da Roberto Speranza, che giorni fa voleva l'Italia in arancio anche se i dati indicavano lievi pericoli. Altrimenti torniamo al punto di partenza.Le Regioni non trovano l'accordo sulle serrate omogenee di Stefano Bonaccini, già bocciate da Matteo Salvini. Giovanni Toti prova a rilanciare: «Apriamo ovunque». Il compromesso finale è la richiesta di ridurre le zone a due e semplificare.Lo speciale contiene due articoli.Ma se il sistema funzionava così bene e portava ottimi risultati, come mai adesso si vuole cambiare tutto? Forse si dovrebbe cominciare da qui a spiegare agli italiani per quale motivo il meccanismo dei colori - celebratissimo fino all'altro ieri - adesso rischia di venire smontato o comunque radicalmente modificato. Mario Draghi è convinto che i cittadini vogliano «velocità e trasparenza». Ecco, un primo passo in direzione della chiarezza sarebbe bene accetto: le istituzioni ci spieghino su quali basi intendono impostare il nuovo corso, e lo facciano rapidamente. Ancora un paio di giorni fa, scienziati molto ascoltati come Fabrizio Pregliasco e Giuseppe Ippolito (quest'ultimo, per inciso, membro del Comitato tecnico scientifico) ribadivano sui giornali che «il sistema delle zone colorate funziona». Eppure ieri i presidenti di Regione si sono riuniti per discutere una nuova linea: la possibilità di restrizioni non più locali ma nazionali. Zona arancione per tutta Italia, in buona sostanza. Delle due l'una: o i colori funzionano, e allora vanno mantenuti, o non funzionano e la strategia va rivista. Tra i governatori e pure tra gli esperti sembra prevalere la seconda linea, ma il motivo - a dirla tutta - non è facilmente comprensibile. Chissà, forse i presidenti di Regione chiedono al governo centrale di assumersi la responsabilità delle nuove restrizioni perché temono la competizione cromatica, pensando che il loro operato verrà giudicato dai cittadini in base al colore che saranno in grado di garantire. Se così fosse, si tratterebbe di una brutta manovra politica attuata sulla nostra pelle. O forse i presidenti sono semplicemente esasperati dal continuo mutamento e preferiscono norme draconiane ma chiare. E questo sarebbe già più comprensibile. Certo è che, finora, le chiusure sono state disposte su base magica, più che scientifica. Ogni volta ci è stato ribadito con vigore: «I provvedimenti decisi dai dpcm hanno ottimi effetti, dovete rispettarli!». Poi, però, gli stessi provvedimenti venivano improvvisamente modificati senza fornire spiegazioni. È successo a Natale e Capodanno, rischia di succedere di nuovo. Che le decisioni vengano prese in modo spannometrico lo dimostrano chiaramente le affermazioni di Roberto Speranza risalenti a un paio di giorni fa. Il ministro della Salute si è rivolto alle Regioni invitandole ad «accettare la zona arancione» anche se i dati le collocavano in zona gialla. Il sistema semaforico è stato elaborato proprio al fine di evitare la discrezionalità: saranno i numeri a stabilire chi scende e chi sale, ci fu promesso. Ma allora perché, se i numeri stabiliscono un colore, il ministro preme perché se ne scelga un altro? Qualcosa non torna. Ritorniamo quindi al punto di partenza: poiché tutto va bene, tutto cambia. Il problema è che, prima di modificare il metodo di imposizione delle restrizioni, bisognerebbe compiere almeno due passaggi: uno politico, l'altro scientifico. Sul piano politico, bisogna che qualcuno ammetta di aver sbagliato. Il ministro della Salute, i componenti del Cts, i consulenti come Walter Ricciardi devono prendere la parola e dire: sì, fino a oggi abbiamo utilizzato strumenti malfunzionanti, non abbiamo gestito bene la situazione e abbiamo messo l'intera nazione nei pasticci. Questa sì che sarebbe trasparenza. Poi c'è l'ambito scientifico. Per decretare che un approccio è sbagliato, almeno in teoria, bisognerebbe basarsi su dati e analisi. Solo che, allo stato attuale, mancano gli uni e le altre. Fu il presidente Sergio Mattarella, di fronte ai parenti delle vittime di Covid a Bergamo, a chiedere di «riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere». Ci risulta che il suo appello sia caduto nel vuoto. Nessuna analisi seria della gestione della pandemia è stata fatta, nemmeno riguardo la prima ondata. Inoltre, ancora oggi il ministero della Salute e l'Istituto superiore di sanità - come ha svelato La Verità - non sono in grado di fornire dati precisi sui decessi. In sintesi, non sanno dire dove avvengano le morti per coronavirus. Ci domandiamo: se non si è riflettuto a dovere sulle carenze di un metodo e sulle sue conseguenze e se mancano ancora indicatori fondamentali, come si può pensare di elaborare una nuova strategia di gestione dell'emergenza che funzioni? Non si può fare, è evidente. Si può, al massimo, proseguire a tentoni, facendosi guidare dalle suggestioni, dalle paure e dalle opinioni dei singoli consulenti. I quali, giova ricordarlo, sono sempre gli stessi dall'inizio dell'epidemia, gli stessi che hanno fornito versioni discordanti, che hanno polemizzato fra loro, che hanno commesso omissioni ed errori gravi. «Velocità e trasparenza», dice Mario Draghi. Ottimo: significa che servono risultati, e subito. L'ultimo dpcm contiano è in scadenza il 5 marzo, il 25 febbraio scadrà il divieto di spostamento fra Regioni: siamo al primo vero banco di prova per il nuovo governo. Non possiamo più accettare che si cambia colore «perché sì», o che si modificano i parametri «perché bisogna farlo». L'Italia ha diritto a un po' di rispetto, se l'è guadagnato. Pasticciare con i colori è un bel gioco per bambini: adesso è il momento di diventare adulti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-cambia-linea-senza-dire-chi-ha-sbagliato-2650647154.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutti-arancioni-no-tutti-gialli-i-governatori-si-dividono-sui-colori" data-post-id="2650647154" data-published-at="1613865377" data-use-pagination="False"> «Tutti arancioni? No, tutti gialli». I governatori si dividono sui colori Non passa la proposta di colorare di arancione tutta l'Italia: la Conferenza delle Regioni, riunita ieri, non approva l'idea del presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini: «Abbiamo trovato l'accordo», spiega alla Verità il presidente del Molise, Donato Toma, «su una serie di proposte da presentare al governo. Chiediamo di semplificare il sistema dei colori, passando da tre fasce a due; di avere un punto il martedì o il mercoledì, per non arrivare all'ultimo minuto con l'assegnazione delle fasce, dando tempo agli imprenditori di regolarsi: di rivisitare i 21 parametri, di accelerare con i ristori e», aggiunge Toma, «con la campagna vaccinale». La linea l'ha dettata di buon mattino il leader del centrodestra di governo, Matteo Salvini: «Zona arancione», scrive su Facebook il segretario della Lega, «in tutta Italia? Basta con gli annunci, gli allarmi e le paure preventive che hanno caratterizzato gli ultimi mesi, se ci sono zone più a rischio si intervenga in modo rapido e circoscritto, si acceleri sul piano vaccinale ma non si getti nel panico l'intero Paese. Il diritto alla salute viene prima di tutto», aggiunge Salvini, «e rispettiamo le indicazioni della comunità scientifica, non le anticipazioni a mezzo stampa di lockdown ingiustificati e generalizzati». Il leader di quella che è la forza politica più importante della maggioranza che sostiene il governo Draghi annusa il pericolo dell'affacciarsi di una linea ultrarigorista, quella portata avanti innanzitutto dal presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che chiede che il meccanismo dei colori (giallo, arancione e rosso) per assegnare a ciascuna Regione le restrizioni adeguate per il livello di pericolosità della pandemia, e alza un muro. La Conferenza delle Regioni, convocata per ieri pomeriggio, ha come punto all'ordine del giorno «la valutazione dell'attuale sistema di regole per la gestione e il contenimento della pandemia in vista dell'adozione del prossimo dpcm», oltre alla riduzione delle dosi di vaccino fornite da Astrazeneca. Il 25 febbraio scade il divieto di spostamento tra le Regioni, il 5 marzo decade l'ultimo dpcm dell'era Conte, e occorre stabilire le nuove regole, oppure mantenere in vita, magari con qualche accorgimento, quelle che hanno accompagnato fino ad ora la nostra vita al tempo del Covid. I presidenti delle Regioni si riuniscono in videoconferenza alle 17, la discussione è lunga e, come spiega uno dei partecipanti alla Verità, molto caotica. L'obiettivo è raggiungere l'intesa su una proposta da presentare al governo, ma le differenze tra i vari governatori sono profonde. L'idea di colorare di arancione tutta l'Italia non va giù alla maggioranza dei presidenti. La posizione di Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, è netta: «Va fatta», dice Bonaccini, «una valutazione senza ricette precostituite: il sistema a fasce che ha pagato per tanto tempo oggi mostra qualche limite. Bisogna provare a capire anche, e questo ce lo devono dire gli esperti, quale può essere l'incidenza di queste varianti nelle prossime settimane. Rischiamo questa altalena tra chiusure e riaperture che rischia di sfibrare un po' tutti i cittadini e gli operatori economici». Guarda caso, il sistema a fasce «mostra qualche limite» proprio ora che al governo è arrivato Mario Draghi, sostenuto da una maggioranza a prevalenza centrodestra. Proprio domani, tra l'altro, si terrà il Cdm che potrà, o meno, accogliere le indicazioni delle amministrazioni regionali e che vede all'ordine del giorno: «Disposizioni urgenti in materia di contenimento dell'emmergenza Covid-19, esame delle leggi regionali, ai sensi dell'articolo 127 della Costituzione». «Nei prossimi giorni», annuncia Bonaccini, «incontreremo i neoministri Gelmini e Speranza. Serve una stretta, per non tornare a chiudere e restringere una volta che se ne è usciti». La linea della uniformità delle restrizioni sull'intero territorio nazionale è quella portata avanti, da sempre, anche dal principe dei «rigoristi», il presidente della Campania, Vincenzo De Luca. Con sfumature diverse, lo stesso presidente della Lombardia, Attilio Fontana, chiede di «rivedere il sistema a colori,che ci tiene in apprensione fino al venerdì. Dobbiamo dare modo alle famiglie», afferma Fontana, «alle imprese e alle attività commerciali di avere la capacità di organizzarsi, di avere un più ampio respiro per poter organizzare le proprie attività». Ai colleghi presidenti, il governatore della Liguria, Giovanni Toti, propone una zona gialla nazionale: «Pomeriggio di riunione», scrive Toti su Facebook a riunione in corso, «per elaborare le nostre proposte al governo Draghi in vista del rinnovo delle norme Covid. Ho proposto di istituire una zona gialla nazionale, che preveda maggiori aperture, come ad esempio sport, palestre e piscine, spettacolo, consentire ai ristoranti di scegliere se aprire a pranzo o a cena, per dare a tutti l'opportunità di lavorare: di regolamentare i passaggi di colore non solo su base regionale», aggiunge Toti, «ma soprattutto provinciale e comunale in modo da isolare le situazioni di rischio e le varianti dove è necessario; di anticipare la comunicazione del cambio di zona che non può arrivare a ridosso del passaggio stesso, in modo da consentire ai cittadini di programmare la propria vita». La riunione si prolunga, trovare una linea comune tra i presidenti delle Regioni italiane è difficile. La divisione tra governatori è l'effetto di una precisa strategia del governo Conte, che introdusse il sistema «a colori» per dividere il fronte dei governatori, che se fosse stato compatto avrebbe smascherato e combattuto con maggiore vigore ed efficacia le politiche dilatorie, confusionarie, inefficaci del precedente esecutivo. Alla fine, l'intesa: ora toccherà al governo decidere se e come recepire queste proposte.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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