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2021-02-21
Si cambia linea senza dire chi ha sbagliato
Roberto Speranza (Ansa)
Ma se il sistema funzionava così bene e portava ottimi risultati, come mai adesso si vuole cambiare tutto? Forse si dovrebbe cominciare da qui a spiegare agli italiani per quale motivo il meccanismo dei colori - celebratissimo fino all'altro ieri - adesso rischia di venire smontato o comunque radicalmente modificato. Mario Draghi è convinto che i cittadini vogliano «velocità e trasparenza». Ecco, un primo passo in direzione della chiarezza sarebbe bene accetto: le istituzioni ci spieghino su quali basi intendono impostare il nuovo corso, e lo facciano rapidamente.
Ancora un paio di giorni fa, scienziati molto ascoltati come Fabrizio Pregliasco e Giuseppe Ippolito (quest'ultimo, per inciso, membro del Comitato tecnico scientifico) ribadivano sui giornali che «il sistema delle zone colorate funziona». Eppure ieri i presidenti di Regione si sono riuniti per discutere una nuova linea: la possibilità di restrizioni non più locali ma nazionali. Zona arancione per tutta Italia, in buona sostanza. Delle due l'una: o i colori funzionano, e allora vanno mantenuti, o non funzionano e la strategia va rivista. Tra i governatori e pure tra gli esperti sembra prevalere la seconda linea, ma il motivo - a dirla tutta - non è facilmente comprensibile.
Chissà, forse i presidenti di Regione chiedono al governo centrale di assumersi la responsabilità delle nuove restrizioni perché temono la competizione cromatica, pensando che il loro operato verrà giudicato dai cittadini in base al colore che saranno in grado di garantire. Se così fosse, si tratterebbe di una brutta manovra politica attuata sulla nostra pelle. O forse i presidenti sono semplicemente esasperati dal continuo mutamento e preferiscono norme draconiane ma chiare. E questo sarebbe già più comprensibile.
Certo è che, finora, le chiusure sono state disposte su base magica, più che scientifica. Ogni volta ci è stato ribadito con vigore: «I provvedimenti decisi dai dpcm hanno ottimi effetti, dovete rispettarli!». Poi, però, gli stessi provvedimenti venivano improvvisamente modificati senza fornire spiegazioni. È successo a Natale e Capodanno, rischia di succedere di nuovo. Che le decisioni vengano prese in modo spannometrico lo dimostrano chiaramente le affermazioni di Roberto Speranza risalenti a un paio di giorni fa. Il ministro della Salute si è rivolto alle Regioni invitandole ad «accettare la zona arancione» anche se i dati le collocavano in zona gialla. Il sistema semaforico è stato elaborato proprio al fine di evitare la discrezionalità: saranno i numeri a stabilire chi scende e chi sale, ci fu promesso. Ma allora perché, se i numeri stabiliscono un colore, il ministro preme perché se ne scelga un altro? Qualcosa non torna. Ritorniamo quindi al punto di partenza: poiché tutto va bene, tutto cambia. Il problema è che, prima di modificare il metodo di imposizione delle restrizioni, bisognerebbe compiere almeno due passaggi: uno politico, l'altro scientifico.
Sul piano politico, bisogna che qualcuno ammetta di aver sbagliato. Il ministro della Salute, i componenti del Cts, i consulenti come Walter Ricciardi devono prendere la parola e dire: sì, fino a oggi abbiamo utilizzato strumenti malfunzionanti, non abbiamo gestito bene la situazione e abbiamo messo l'intera nazione nei pasticci. Questa sì che sarebbe trasparenza.
Poi c'è l'ambito scientifico. Per decretare che un approccio è sbagliato, almeno in teoria, bisognerebbe basarsi su dati e analisi. Solo che, allo stato attuale, mancano gli uni e le altre. Fu il presidente Sergio Mattarella, di fronte ai parenti delle vittime di Covid a Bergamo, a chiedere di «riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere». Ci risulta che il suo appello sia caduto nel vuoto. Nessuna analisi seria della gestione della pandemia è stata fatta, nemmeno riguardo la prima ondata. Inoltre, ancora oggi il ministero della Salute e l'Istituto superiore di sanità - come ha svelato La Verità - non sono in grado di fornire dati precisi sui decessi. In sintesi, non sanno dire dove avvengano le morti per coronavirus.
Ci domandiamo: se non si è riflettuto a dovere sulle carenze di un metodo e sulle sue conseguenze e se mancano ancora indicatori fondamentali, come si può pensare di elaborare una nuova strategia di gestione dell'emergenza che funzioni? Non si può fare, è evidente. Si può, al massimo, proseguire a tentoni, facendosi guidare dalle suggestioni, dalle paure e dalle opinioni dei singoli consulenti. I quali, giova ricordarlo, sono sempre gli stessi dall'inizio dell'epidemia, gli stessi che hanno fornito versioni discordanti, che hanno polemizzato fra loro, che hanno commesso omissioni ed errori gravi.
«Velocità e trasparenza», dice Mario Draghi. Ottimo: significa che servono risultati, e subito. L'ultimo dpcm contiano è in scadenza il 5 marzo, il 25 febbraio scadrà il divieto di spostamento fra Regioni: siamo al primo vero banco di prova per il nuovo governo. Non possiamo più accettare che si cambia colore «perché sì», o che si modificano i parametri «perché bisogna farlo». L'Italia ha diritto a un po' di rispetto, se l'è guadagnato. Pasticciare con i colori è un bel gioco per bambini: adesso è il momento di diventare adulti.
«Tutti arancioni? No, tutti gialli». I governatori si dividono sui colori
Non passa la proposta di colorare di arancione tutta l'Italia: la Conferenza delle Regioni, riunita ieri, non approva l'idea del presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini: «Abbiamo trovato l'accordo», spiega alla Verità il presidente del Molise, Donato Toma, «su una serie di proposte da presentare al governo. Chiediamo di semplificare il sistema dei colori, passando da tre fasce a due; di avere un punto il martedì o il mercoledì, per non arrivare all'ultimo minuto con l'assegnazione delle fasce, dando tempo agli imprenditori di regolarsi: di rivisitare i 21 parametri, di accelerare con i ristori e», aggiunge Toma, «con la campagna vaccinale».
La linea l'ha dettata di buon mattino il leader del centrodestra di governo, Matteo Salvini: «Zona arancione», scrive su Facebook il segretario della Lega, «in tutta Italia? Basta con gli annunci, gli allarmi e le paure preventive che hanno caratterizzato gli ultimi mesi, se ci sono zone più a rischio si intervenga in modo rapido e circoscritto, si acceleri sul piano vaccinale ma non si getti nel panico l'intero Paese. Il diritto alla salute viene prima di tutto», aggiunge Salvini, «e rispettiamo le indicazioni della comunità scientifica, non le anticipazioni a mezzo stampa di lockdown ingiustificati e generalizzati». Il leader di quella che è la forza politica più importante della maggioranza che sostiene il governo Draghi annusa il pericolo dell'affacciarsi di una linea ultrarigorista, quella portata avanti innanzitutto dal presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che chiede che il meccanismo dei colori (giallo, arancione e rosso) per assegnare a ciascuna Regione le restrizioni adeguate per il livello di pericolosità della pandemia, e alza un muro.
La Conferenza delle Regioni, convocata per ieri pomeriggio, ha come punto all'ordine del giorno «la valutazione dell'attuale sistema di regole per la gestione e il contenimento della pandemia in vista dell'adozione del prossimo dpcm», oltre alla riduzione delle dosi di vaccino fornite da Astrazeneca. Il 25 febbraio scade il divieto di spostamento tra le Regioni, il 5 marzo decade l'ultimo dpcm dell'era Conte, e occorre stabilire le nuove regole, oppure mantenere in vita, magari con qualche accorgimento, quelle che hanno accompagnato fino ad ora la nostra vita al tempo del Covid.
I presidenti delle Regioni si riuniscono in videoconferenza alle 17, la discussione è lunga e, come spiega uno dei partecipanti alla Verità, molto caotica. L'obiettivo è raggiungere l'intesa su una proposta da presentare al governo, ma le differenze tra i vari governatori sono profonde. L'idea di colorare di arancione tutta l'Italia non va giù alla maggioranza dei presidenti. La posizione di Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, è netta: «Va fatta», dice Bonaccini, «una valutazione senza ricette precostituite: il sistema a fasce che ha pagato per tanto tempo oggi mostra qualche limite. Bisogna provare a capire anche, e questo ce lo devono dire gli esperti, quale può essere l'incidenza di queste varianti nelle prossime settimane. Rischiamo questa altalena tra chiusure e riaperture che rischia di sfibrare un po' tutti i cittadini e gli operatori economici». Guarda caso, il sistema a fasce «mostra qualche limite» proprio ora che al governo è arrivato Mario Draghi, sostenuto da una maggioranza a prevalenza centrodestra. Proprio domani, tra l'altro, si terrà il Cdm che potrà, o meno, accogliere le indicazioni delle amministrazioni regionali e che vede all'ordine del giorno: «Disposizioni urgenti in materia di contenimento dell'emmergenza Covid-19, esame delle leggi regionali, ai sensi dell'articolo 127 della Costituzione».
«Nei prossimi giorni», annuncia Bonaccini, «incontreremo i neoministri Gelmini e Speranza. Serve una stretta, per non tornare a chiudere e restringere una volta che se ne è usciti». La linea della uniformità delle restrizioni sull'intero territorio nazionale è quella portata avanti, da sempre, anche dal principe dei «rigoristi», il presidente della Campania, Vincenzo De Luca. Con sfumature diverse, lo stesso presidente della Lombardia, Attilio Fontana, chiede di «rivedere il sistema a colori,che ci tiene in apprensione fino al venerdì. Dobbiamo dare modo alle famiglie», afferma Fontana, «alle imprese e alle attività commerciali di avere la capacità di organizzarsi, di avere un più ampio respiro per poter organizzare le proprie attività». Ai colleghi presidenti, il governatore della Liguria, Giovanni Toti, propone una zona gialla nazionale: «Pomeriggio di riunione», scrive Toti su Facebook a riunione in corso, «per elaborare le nostre proposte al governo Draghi in vista del rinnovo delle norme Covid. Ho proposto di istituire una zona gialla nazionale, che preveda maggiori aperture, come ad esempio sport, palestre e piscine, spettacolo, consentire ai ristoranti di scegliere se aprire a pranzo o a cena, per dare a tutti l'opportunità di lavorare: di regolamentare i passaggi di colore non solo su base regionale», aggiunge Toti, «ma soprattutto provinciale e comunale in modo da isolare le situazioni di rischio e le varianti dove è necessario; di anticipare la comunicazione del cambio di zona che non può arrivare a ridosso del passaggio stesso, in modo da consentire ai cittadini di programmare la propria vita». La riunione si prolunga, trovare una linea comune tra i presidenti delle Regioni italiane è difficile. La divisione tra governatori è l'effetto di una precisa strategia del governo Conte, che introdusse il sistema «a colori» per dividere il fronte dei governatori, che se fosse stato compatto avrebbe smascherato e combattuto con maggiore vigore ed efficacia le politiche dilatorie, confusionarie, inefficaci del precedente esecutivo. Alla fine, l'intesa: ora toccherà al governo decidere se e come recepire queste proposte.
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Prima di archiviare il semaforo dei divieti, che ha angosciato gli italiani, qualcuno dovrebbe ammettere i propri errori. A cominciare da Roberto Speranza, che giorni fa voleva l'Italia in arancio anche se i dati indicavano lievi pericoli. Altrimenti torniamo al punto di partenza.Le Regioni non trovano l'accordo sulle serrate omogenee di Stefano Bonaccini, già bocciate da Matteo Salvini. Giovanni Toti prova a rilanciare: «Apriamo ovunque». Il compromesso finale è la richiesta di ridurre le zone a due e semplificare.Lo speciale contiene due articoli.Ma se il sistema funzionava così bene e portava ottimi risultati, come mai adesso si vuole cambiare tutto? Forse si dovrebbe cominciare da qui a spiegare agli italiani per quale motivo il meccanismo dei colori - celebratissimo fino all'altro ieri - adesso rischia di venire smontato o comunque radicalmente modificato. Mario Draghi è convinto che i cittadini vogliano «velocità e trasparenza». Ecco, un primo passo in direzione della chiarezza sarebbe bene accetto: le istituzioni ci spieghino su quali basi intendono impostare il nuovo corso, e lo facciano rapidamente. Ancora un paio di giorni fa, scienziati molto ascoltati come Fabrizio Pregliasco e Giuseppe Ippolito (quest'ultimo, per inciso, membro del Comitato tecnico scientifico) ribadivano sui giornali che «il sistema delle zone colorate funziona». Eppure ieri i presidenti di Regione si sono riuniti per discutere una nuova linea: la possibilità di restrizioni non più locali ma nazionali. Zona arancione per tutta Italia, in buona sostanza. Delle due l'una: o i colori funzionano, e allora vanno mantenuti, o non funzionano e la strategia va rivista. Tra i governatori e pure tra gli esperti sembra prevalere la seconda linea, ma il motivo - a dirla tutta - non è facilmente comprensibile. Chissà, forse i presidenti di Regione chiedono al governo centrale di assumersi la responsabilità delle nuove restrizioni perché temono la competizione cromatica, pensando che il loro operato verrà giudicato dai cittadini in base al colore che saranno in grado di garantire. Se così fosse, si tratterebbe di una brutta manovra politica attuata sulla nostra pelle. O forse i presidenti sono semplicemente esasperati dal continuo mutamento e preferiscono norme draconiane ma chiare. E questo sarebbe già più comprensibile. Certo è che, finora, le chiusure sono state disposte su base magica, più che scientifica. Ogni volta ci è stato ribadito con vigore: «I provvedimenti decisi dai dpcm hanno ottimi effetti, dovete rispettarli!». Poi, però, gli stessi provvedimenti venivano improvvisamente modificati senza fornire spiegazioni. È successo a Natale e Capodanno, rischia di succedere di nuovo. Che le decisioni vengano prese in modo spannometrico lo dimostrano chiaramente le affermazioni di Roberto Speranza risalenti a un paio di giorni fa. Il ministro della Salute si è rivolto alle Regioni invitandole ad «accettare la zona arancione» anche se i dati le collocavano in zona gialla. Il sistema semaforico è stato elaborato proprio al fine di evitare la discrezionalità: saranno i numeri a stabilire chi scende e chi sale, ci fu promesso. Ma allora perché, se i numeri stabiliscono un colore, il ministro preme perché se ne scelga un altro? Qualcosa non torna. Ritorniamo quindi al punto di partenza: poiché tutto va bene, tutto cambia. Il problema è che, prima di modificare il metodo di imposizione delle restrizioni, bisognerebbe compiere almeno due passaggi: uno politico, l'altro scientifico. Sul piano politico, bisogna che qualcuno ammetta di aver sbagliato. Il ministro della Salute, i componenti del Cts, i consulenti come Walter Ricciardi devono prendere la parola e dire: sì, fino a oggi abbiamo utilizzato strumenti malfunzionanti, non abbiamo gestito bene la situazione e abbiamo messo l'intera nazione nei pasticci. Questa sì che sarebbe trasparenza. Poi c'è l'ambito scientifico. Per decretare che un approccio è sbagliato, almeno in teoria, bisognerebbe basarsi su dati e analisi. Solo che, allo stato attuale, mancano gli uni e le altre. Fu il presidente Sergio Mattarella, di fronte ai parenti delle vittime di Covid a Bergamo, a chiedere di «riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere». Ci risulta che il suo appello sia caduto nel vuoto. Nessuna analisi seria della gestione della pandemia è stata fatta, nemmeno riguardo la prima ondata. Inoltre, ancora oggi il ministero della Salute e l'Istituto superiore di sanità - come ha svelato La Verità - non sono in grado di fornire dati precisi sui decessi. In sintesi, non sanno dire dove avvengano le morti per coronavirus. Ci domandiamo: se non si è riflettuto a dovere sulle carenze di un metodo e sulle sue conseguenze e se mancano ancora indicatori fondamentali, come si può pensare di elaborare una nuova strategia di gestione dell'emergenza che funzioni? Non si può fare, è evidente. Si può, al massimo, proseguire a tentoni, facendosi guidare dalle suggestioni, dalle paure e dalle opinioni dei singoli consulenti. I quali, giova ricordarlo, sono sempre gli stessi dall'inizio dell'epidemia, gli stessi che hanno fornito versioni discordanti, che hanno polemizzato fra loro, che hanno commesso omissioni ed errori gravi. «Velocità e trasparenza», dice Mario Draghi. Ottimo: significa che servono risultati, e subito. L'ultimo dpcm contiano è in scadenza il 5 marzo, il 25 febbraio scadrà il divieto di spostamento fra Regioni: siamo al primo vero banco di prova per il nuovo governo. Non possiamo più accettare che si cambia colore «perché sì», o che si modificano i parametri «perché bisogna farlo». L'Italia ha diritto a un po' di rispetto, se l'è guadagnato. Pasticciare con i colori è un bel gioco per bambini: adesso è il momento di diventare adulti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-cambia-linea-senza-dire-chi-ha-sbagliato-2650647154.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutti-arancioni-no-tutti-gialli-i-governatori-si-dividono-sui-colori" data-post-id="2650647154" data-published-at="1613865377" data-use-pagination="False"> «Tutti arancioni? No, tutti gialli». I governatori si dividono sui colori Non passa la proposta di colorare di arancione tutta l'Italia: la Conferenza delle Regioni, riunita ieri, non approva l'idea del presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini: «Abbiamo trovato l'accordo», spiega alla Verità il presidente del Molise, Donato Toma, «su una serie di proposte da presentare al governo. Chiediamo di semplificare il sistema dei colori, passando da tre fasce a due; di avere un punto il martedì o il mercoledì, per non arrivare all'ultimo minuto con l'assegnazione delle fasce, dando tempo agli imprenditori di regolarsi: di rivisitare i 21 parametri, di accelerare con i ristori e», aggiunge Toma, «con la campagna vaccinale». La linea l'ha dettata di buon mattino il leader del centrodestra di governo, Matteo Salvini: «Zona arancione», scrive su Facebook il segretario della Lega, «in tutta Italia? Basta con gli annunci, gli allarmi e le paure preventive che hanno caratterizzato gli ultimi mesi, se ci sono zone più a rischio si intervenga in modo rapido e circoscritto, si acceleri sul piano vaccinale ma non si getti nel panico l'intero Paese. Il diritto alla salute viene prima di tutto», aggiunge Salvini, «e rispettiamo le indicazioni della comunità scientifica, non le anticipazioni a mezzo stampa di lockdown ingiustificati e generalizzati». Il leader di quella che è la forza politica più importante della maggioranza che sostiene il governo Draghi annusa il pericolo dell'affacciarsi di una linea ultrarigorista, quella portata avanti innanzitutto dal presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che chiede che il meccanismo dei colori (giallo, arancione e rosso) per assegnare a ciascuna Regione le restrizioni adeguate per il livello di pericolosità della pandemia, e alza un muro. La Conferenza delle Regioni, convocata per ieri pomeriggio, ha come punto all'ordine del giorno «la valutazione dell'attuale sistema di regole per la gestione e il contenimento della pandemia in vista dell'adozione del prossimo dpcm», oltre alla riduzione delle dosi di vaccino fornite da Astrazeneca. Il 25 febbraio scade il divieto di spostamento tra le Regioni, il 5 marzo decade l'ultimo dpcm dell'era Conte, e occorre stabilire le nuove regole, oppure mantenere in vita, magari con qualche accorgimento, quelle che hanno accompagnato fino ad ora la nostra vita al tempo del Covid. I presidenti delle Regioni si riuniscono in videoconferenza alle 17, la discussione è lunga e, come spiega uno dei partecipanti alla Verità, molto caotica. L'obiettivo è raggiungere l'intesa su una proposta da presentare al governo, ma le differenze tra i vari governatori sono profonde. L'idea di colorare di arancione tutta l'Italia non va giù alla maggioranza dei presidenti. La posizione di Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, è netta: «Va fatta», dice Bonaccini, «una valutazione senza ricette precostituite: il sistema a fasce che ha pagato per tanto tempo oggi mostra qualche limite. Bisogna provare a capire anche, e questo ce lo devono dire gli esperti, quale può essere l'incidenza di queste varianti nelle prossime settimane. Rischiamo questa altalena tra chiusure e riaperture che rischia di sfibrare un po' tutti i cittadini e gli operatori economici». Guarda caso, il sistema a fasce «mostra qualche limite» proprio ora che al governo è arrivato Mario Draghi, sostenuto da una maggioranza a prevalenza centrodestra. Proprio domani, tra l'altro, si terrà il Cdm che potrà, o meno, accogliere le indicazioni delle amministrazioni regionali e che vede all'ordine del giorno: «Disposizioni urgenti in materia di contenimento dell'emmergenza Covid-19, esame delle leggi regionali, ai sensi dell'articolo 127 della Costituzione». «Nei prossimi giorni», annuncia Bonaccini, «incontreremo i neoministri Gelmini e Speranza. Serve una stretta, per non tornare a chiudere e restringere una volta che se ne è usciti». La linea della uniformità delle restrizioni sull'intero territorio nazionale è quella portata avanti, da sempre, anche dal principe dei «rigoristi», il presidente della Campania, Vincenzo De Luca. Con sfumature diverse, lo stesso presidente della Lombardia, Attilio Fontana, chiede di «rivedere il sistema a colori,che ci tiene in apprensione fino al venerdì. Dobbiamo dare modo alle famiglie», afferma Fontana, «alle imprese e alle attività commerciali di avere la capacità di organizzarsi, di avere un più ampio respiro per poter organizzare le proprie attività». Ai colleghi presidenti, il governatore della Liguria, Giovanni Toti, propone una zona gialla nazionale: «Pomeriggio di riunione», scrive Toti su Facebook a riunione in corso, «per elaborare le nostre proposte al governo Draghi in vista del rinnovo delle norme Covid. Ho proposto di istituire una zona gialla nazionale, che preveda maggiori aperture, come ad esempio sport, palestre e piscine, spettacolo, consentire ai ristoranti di scegliere se aprire a pranzo o a cena, per dare a tutti l'opportunità di lavorare: di regolamentare i passaggi di colore non solo su base regionale», aggiunge Toti, «ma soprattutto provinciale e comunale in modo da isolare le situazioni di rischio e le varianti dove è necessario; di anticipare la comunicazione del cambio di zona che non può arrivare a ridosso del passaggio stesso, in modo da consentire ai cittadini di programmare la propria vita». La riunione si prolunga, trovare una linea comune tra i presidenti delle Regioni italiane è difficile. La divisione tra governatori è l'effetto di una precisa strategia del governo Conte, che introdusse il sistema «a colori» per dividere il fronte dei governatori, che se fosse stato compatto avrebbe smascherato e combattuto con maggiore vigore ed efficacia le politiche dilatorie, confusionarie, inefficaci del precedente esecutivo. Alla fine, l'intesa: ora toccherà al governo decidere se e come recepire queste proposte.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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