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2021-02-03
Il Pd prova pure a mettere le mani sui parenti delle vittime del virus
Giorgio Gori (Emanuele Cremaschi/Getty Images)
Fino al 15 gennaio Robert Lingard è stato il responsabile comunicazione del comitato Noi denunceremo, nato da familiari di vittime del Covid a Bergamo. Quel giorno il presidente Luca Fusco aveva duramente criticato la Procura, accusando i pm che indagano sulla gestione dell'emergenza di essersi mossi tardi. Lingard ha lasciato il comitato perché quella dichiarazione non era stata concordata: «Nel momento in cui la Procura manda la Guardia di finanza ad acquisire documenti importantissimi al ministero della Salute, all'Istituto superiore di sanità e alla Regione Lombardia, non è il caso di mettere in dubbio l'azione dei pm», spiega. «Per di più lasciando intendere che i ritardi avrebbero permesso di occultare le prove».
Ma dietro l'abbandono c'è anche il sospetto di una strumentalizzazione politica operata dal sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori. «Ma a me e al pool di legali», sottolinea Lingard, «interessa soltanto che venga accertato se ci sono responsabilità penali e civili nella gestione della pandemia, e di chi sono tali responsabilità indipendentemente dal colore politico». Quella di Bergamo è un'inchiesta che dà parecchio fastidio al Pd: di fatto ha trasformato la percezione che il Paese aveva della pandemia. Nei primi mesi eravamo tutti convinti di essere di fronte a una tragica fatalità, e quella era la narrativa istituzionale. Ma le indagini dei pm e i documenti prodotti dal comitato hanno portato alla luce una lunga serie di mancanze della politica. Come l'assenza di un piano pandemico, il tentativo di silenziare rapporti internazionali sfavorevoli come quello redatto dall'Oms, o i ritardi nell'adozione di misure drastiche contro il contagio.
Inizialmente i pm hanno puntato l'attenzione sui presunti ritardi della Regione Lombardia. Ma con il passare delle settimane l'orizzonte si è allargato fino a coinvolgere l'azione dei governi dal 2006 in poi, anno in cui fu redatto il piano pandemico mai aggiornato. «Da quello che è emerso negli ultimi mesi», dice Lingard, «l'idea che mi sono fatto è che Gori abbia tentato di fare il piacione. A mio avviso il primo segnale di delegittimazione si è avuto lo scorso giugno, alla commemorazione delle vittime al cimitero monumentale di Bergamo. Erano stati invitati il capo dello Stato e autorità di ogni tipo ma neppure un rappresentante del comitato. Noi abbiamo saputo della cerimonia dai giornali». Il comitato ha battuto i pugni chiedendo che fossero presenti i parenti di 5 deceduti. Alla fine Gori ha fatto un solo invito: il presidente Fusco. Evidentemente il sindaco, che conosce bene i meccanismi della comunicazione, temeva che i riflettori fossero per i familiari delle vittime e non per lui e gli altri politici che dovevano prendersi tutti i meriti. Osserva Lingard: «Credo che Fusco sia l'unico a non essersi accorto che Gori avrebbe potuto ipoteticamente utilizzare il comitato per monopolizzarlo. La riprova si è avuta il 29 dicembre, quando il sindaco ha annunciato che il Comune di Bergamo si sarebbe costituito parte civile in un eventuale processo per epidemia colposa. È paradossale».
Mossa molto strana, in effetti. «L'annuncio è avvenuto senza informare i familiari delle vittime e chi, anche da un punto di vista documentale e di denunce, ha attivato quell'eventuale processo», protesta Lingard. «Al momento è un semplice annuncio non ancora formalizzato, intanto i giornali scrivono che Gori “va in soccorso del comitato". Ma noi non volevamo essere catapultati nella caciara politica. L'aspetto più astruso è però un altro. Le indagini sono ancora in corso, e non si sa quali saranno i risultati. In linea teorica non va escluso che i pm possano coinvolgere lo stesso Gori: non dimentichiamo che il sindaco, per legge, è responsabile della salute pubblica nel suo territorio».
Potrebbe dunque accadere che il Comune si ritrovi parte civile contro il suo stesso sindaco. D'altra parte, di solito questi passaggi avvengono a fascicolo giudiziario chiuso. «Le ragioni? Me le domando anch'io», si stupisce Lingard, «visto che in mezzo alle indagini non c'è più soltanto la Regione Lombardia ma i governi degli ultimi anni in cui il partito di Gori, il Pd, è sempre stato presente, a parte la partentesi del primo governo Conte».
Quello che si profila è un tentativo di strumentalizzare l'inchiesta di Bergamo contro la Regione Lombardia. Su questo, Lingard mette in fila una serie di fatti: «Mi limito a osservare che il sindaco è in prima linea nel criticare la Lombardia sulla campagna vaccinale e ha contribuito al lancio della class action contro l'istituzione della zona rossa che non doveva essere rossa. Con l'avvocato Consuelo Locati, che coordinava il pool legale del comitato, ci siamo sempre battuti contro le intromissioni della politica partitica». Ora anche l'avvocato Locati ha lasciato il comitato, spiegando su Facebook che Fusco voleva trasformarlo in un gruppo a sostegno della sua entrata in politica.
Emerge dunque un quadro in cui il Pd tenterebbe di «impadronirsi» dei parenti delle vittime del Covid di Bergamo, neutralizzando il comitato. «Di fatto, adesso il comitato è compromesso in termini di credibilità», è la convinzione di Lingard. «Chi potrebbe monopolizzare la questione della mala gestione dell'emergenza in Lombardia sarà dunque il sindaco Gori, il quale ha pure annunciato che chiederà i danni con la costituzione di parte civile. A patto che non gli arrivi l'avviso di garanzia».
Ecco la trasparenza del ministero: segreti i verbali della task force
Niente da fare, i verbali della task force anti Covid del ministro Roberto Speranza restano ancora, incredibilmente, segreti. A darne notizia, una fonte ufficiale, ossia un diniego ministeriale che, lunedì, è stato recapitato al deputato di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami, il quale giorni fa aveva inoltrato l'ennesima istanza di accesso agli atti per conoscere che cosa il team ministeriale di specialisti riunito per la prima volta il 22 gennaio – embrione da cui, poi, è poi derivato il Comitato tecnico scientifico – si fosse detto nel corso delle prime sedute. Una richiesta rigettata con motivazioni che hanno dell'incredibile.
La nota indirizzata a Bignami, infatti, liquida detti verbali come meri «fogli riproduttivi» di «riunioni», «scritti informali privi di firma» e che quindi «non costituiscono documenti amministrativi in senso proprio». «In altre parole», prosegue la nota, «trattasi di documenti che non hanno assunto natura provvedimentale, né si sono trasfusi in atti ufficiali, neppure in fase istruttoria, ed attengono ad una fase preparatoria». Per questo, è la conclusione, si può asserire «l'insussistenza del diritto di accesso alla natura e al contenuto degli atti in esame».
Ora, dato che non parliamo di una bocciofila né di una società segreta, bensì di una task force istituita per fronteggiare l'allora nascente pandemia – e di cui lo stesso ministro Speranza, non senza enfasi, aveva dato notizia – davvero non si capisce il motivo di cotanta riservatezza. Di certo non la comprende Bignami che, contattato dalla Verità, ha annunciato che da un lato ha inoltrato un'ulteriore richiesta di accesso agli atti e che, dall'altro, comunque vada adirà le vie legali, per quella che ritiene una segretezza ingiustificata per chi non abbia nulla da nascondere e, in ogni caso, illegittima.
Non una fonte di parte, bensì una sentenza del Tar – la numero 879/2021 – ha in effetti precisato che, a seguito del d.lgs. 25 maggio 2016, n. 97, il cosiddetto decreto Trasparenza, è pieno diritto del cittadino ottenere «qualsiasi documento in possesso delle pubbliche amministrazioni». Sempre la medesima sentenza ha poi precisato che è del tutto «irrilevante» che siffatti atti siano sfociati o meno in provvedimenti. Tradotto dal giuridichese: che quelli della task force fossero verbali, «scritti informali privi di firma», pizzini o sms, poco importa. Se ci sono, devono saltar fuori.
Tanto più, ecco il punto, che il rilievo di quei documenti non è elevato: è massimo. Infatti, tramite quei verbali - e solo attraverso di essi - è possibile ricostruire che cosa si sono detti gli autorevoli esperti convocati dal ministro e quali idee, all'inizio della pandemia, fossero emerse per pianificarne il contrasto. Rispetto a ciò, qualcosa in realtà è già trapelato. Sappiamo per esempio che il 29 gennaio il dottor Giuseppe Ippolito dell'Istituto Spallazani era intervenuto in seno alla task force evidenziando l'opportunità di «riferirsi alle metodologie del Piano pandemico di cui è dotata l'Italia e di adeguarle alle linee guida appena rese pubbliche dell'Oms».
In sostanza, nel corso delle prime riunioni del gruppo, Ippolito esortava a dare attuazione al piano pandemico «di cui è dotata l'Italia». Non è dato sapere se alludesse a quello del 2006 o ad altri successivi che, come più volte raccontato su questo giornale, altro non erano che fotocopie dei precedenti. Il punto è che lo specialista dello Spallanzani un richiamo, a fine gennaio 2020, lo aveva fatto. Il che non è banale se pensiamo che nelle settimane successive, a febbraio, il Pd, anziché invitare alla prudenza, organizzava con Beppe Sala e Nicola Zingaretti gli ormai famigerati «aperitivi contro la paura», appoggiando campagne divenute indimenticabili come «abbraccia un cinese».
Ecco che allora i verbali che il ministero sta tenacemente celando assumono una importanza immensa perché da essi, oltre agli scambi di pareri tra i componenti della task force, è possibile sapere sia la verità sul piano pandemico italiano, da settimane al centro di un vero e proprio giallo – sul quale molte sono state, di fatto, le bugie di Speranza – sia sulle eventuali, iniziali sottovalutazioni del coronavirus che possono essere costate all'Italia non centinaia, ma qualche migliaio di vite.
In teoria così non dovrebbe essere dato che, lo si ricorderà, il 27 gennaio, quando cioè, mentre l'emergenza Covid si stava sviluppando in Cina, Giuseppe Conte ospite di Lilli Gruber rassicurò tutti: «Siamo prontissimi, abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili». Poi com'è andata si è visto, purtroppo. Ma il solo modo per appurare le effettive responsabilità, repetita iuvant, è accedere ai benedetti verbali della task force. E il fatto che si continui ad inventarsi scuse, prima quasi negando l'esistenza della stessa task force - liquidata come un «tavolo di consultazione informale» -, poi spiegando che sì, i verbali ci sono, ma non sono atti di «natura provvedimentale», ecco, non lascia presagire nulla di buono. Tanto per cambiare.
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Il sindaco di Bergamo tenta di manipolare parte del comitato che denuncia le inefficienze nella gestione della pandemia. Robert Lingard, ex responsabile comunicazione del gruppo: «Giorgio Gori potrebbe ritrovarsi indagato».Il dicastero della Salute nega a Galeazzo Bignami, deputato di Fratelli d'Italia, i resoconti delle prime riunioni per fronteggiare l'emergenza sanitaria. «Sono solo scritti informali senza firma».Lo speciale contiene due articoli.Fino al 15 gennaio Robert Lingard è stato il responsabile comunicazione del comitato Noi denunceremo, nato da familiari di vittime del Covid a Bergamo. Quel giorno il presidente Luca Fusco aveva duramente criticato la Procura, accusando i pm che indagano sulla gestione dell'emergenza di essersi mossi tardi. Lingard ha lasciato il comitato perché quella dichiarazione non era stata concordata: «Nel momento in cui la Procura manda la Guardia di finanza ad acquisire documenti importantissimi al ministero della Salute, all'Istituto superiore di sanità e alla Regione Lombardia, non è il caso di mettere in dubbio l'azione dei pm», spiega. «Per di più lasciando intendere che i ritardi avrebbero permesso di occultare le prove».Ma dietro l'abbandono c'è anche il sospetto di una strumentalizzazione politica operata dal sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori. «Ma a me e al pool di legali», sottolinea Lingard, «interessa soltanto che venga accertato se ci sono responsabilità penali e civili nella gestione della pandemia, e di chi sono tali responsabilità indipendentemente dal colore politico». Quella di Bergamo è un'inchiesta che dà parecchio fastidio al Pd: di fatto ha trasformato la percezione che il Paese aveva della pandemia. Nei primi mesi eravamo tutti convinti di essere di fronte a una tragica fatalità, e quella era la narrativa istituzionale. Ma le indagini dei pm e i documenti prodotti dal comitato hanno portato alla luce una lunga serie di mancanze della politica. Come l'assenza di un piano pandemico, il tentativo di silenziare rapporti internazionali sfavorevoli come quello redatto dall'Oms, o i ritardi nell'adozione di misure drastiche contro il contagio.Inizialmente i pm hanno puntato l'attenzione sui presunti ritardi della Regione Lombardia. Ma con il passare delle settimane l'orizzonte si è allargato fino a coinvolgere l'azione dei governi dal 2006 in poi, anno in cui fu redatto il piano pandemico mai aggiornato. «Da quello che è emerso negli ultimi mesi», dice Lingard, «l'idea che mi sono fatto è che Gori abbia tentato di fare il piacione. A mio avviso il primo segnale di delegittimazione si è avuto lo scorso giugno, alla commemorazione delle vittime al cimitero monumentale di Bergamo. Erano stati invitati il capo dello Stato e autorità di ogni tipo ma neppure un rappresentante del comitato. Noi abbiamo saputo della cerimonia dai giornali». Il comitato ha battuto i pugni chiedendo che fossero presenti i parenti di 5 deceduti. Alla fine Gori ha fatto un solo invito: il presidente Fusco. Evidentemente il sindaco, che conosce bene i meccanismi della comunicazione, temeva che i riflettori fossero per i familiari delle vittime e non per lui e gli altri politici che dovevano prendersi tutti i meriti. Osserva Lingard: «Credo che Fusco sia l'unico a non essersi accorto che Gori avrebbe potuto ipoteticamente utilizzare il comitato per monopolizzarlo. La riprova si è avuta il 29 dicembre, quando il sindaco ha annunciato che il Comune di Bergamo si sarebbe costituito parte civile in un eventuale processo per epidemia colposa. È paradossale».Mossa molto strana, in effetti. «L'annuncio è avvenuto senza informare i familiari delle vittime e chi, anche da un punto di vista documentale e di denunce, ha attivato quell'eventuale processo», protesta Lingard. «Al momento è un semplice annuncio non ancora formalizzato, intanto i giornali scrivono che Gori “va in soccorso del comitato". Ma noi non volevamo essere catapultati nella caciara politica. L'aspetto più astruso è però un altro. Le indagini sono ancora in corso, e non si sa quali saranno i risultati. In linea teorica non va escluso che i pm possano coinvolgere lo stesso Gori: non dimentichiamo che il sindaco, per legge, è responsabile della salute pubblica nel suo territorio».Potrebbe dunque accadere che il Comune si ritrovi parte civile contro il suo stesso sindaco. D'altra parte, di solito questi passaggi avvengono a fascicolo giudiziario chiuso. «Le ragioni? Me le domando anch'io», si stupisce Lingard, «visto che in mezzo alle indagini non c'è più soltanto la Regione Lombardia ma i governi degli ultimi anni in cui il partito di Gori, il Pd, è sempre stato presente, a parte la partentesi del primo governo Conte».Quello che si profila è un tentativo di strumentalizzare l'inchiesta di Bergamo contro la Regione Lombardia. Su questo, Lingard mette in fila una serie di fatti: «Mi limito a osservare che il sindaco è in prima linea nel criticare la Lombardia sulla campagna vaccinale e ha contribuito al lancio della class action contro l'istituzione della zona rossa che non doveva essere rossa. Con l'avvocato Consuelo Locati, che coordinava il pool legale del comitato, ci siamo sempre battuti contro le intromissioni della politica partitica». Ora anche l'avvocato Locati ha lasciato il comitato, spiegando su Facebook che Fusco voleva trasformarlo in un gruppo a sostegno della sua entrata in politica.Emerge dunque un quadro in cui il Pd tenterebbe di «impadronirsi» dei parenti delle vittime del Covid di Bergamo, neutralizzando il comitato. «Di fatto, adesso il comitato è compromesso in termini di credibilità», è la convinzione di Lingard. «Chi potrebbe monopolizzare la questione della mala gestione dell'emergenza in Lombardia sarà dunque il sindaco Gori, il quale ha pure annunciato che chiederà i danni con la costituzione di parte civile. 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A darne notizia, una fonte ufficiale, ossia un diniego ministeriale che, lunedì, è stato recapitato al deputato di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami, il quale giorni fa aveva inoltrato l'ennesima istanza di accesso agli atti per conoscere che cosa il team ministeriale di specialisti riunito per la prima volta il 22 gennaio – embrione da cui, poi, è poi derivato il Comitato tecnico scientifico – si fosse detto nel corso delle prime sedute. Una richiesta rigettata con motivazioni che hanno dell'incredibile. La nota indirizzata a Bignami, infatti, liquida detti verbali come meri «fogli riproduttivi» di «riunioni», «scritti informali privi di firma» e che quindi «non costituiscono documenti amministrativi in senso proprio». «In altre parole», prosegue la nota, «trattasi di documenti che non hanno assunto natura provvedimentale, né si sono trasfusi in atti ufficiali, neppure in fase istruttoria, ed attengono ad una fase preparatoria». Per questo, è la conclusione, si può asserire «l'insussistenza del diritto di accesso alla natura e al contenuto degli atti in esame». Ora, dato che non parliamo di una bocciofila né di una società segreta, bensì di una task force istituita per fronteggiare l'allora nascente pandemia – e di cui lo stesso ministro Speranza, non senza enfasi, aveva dato notizia – davvero non si capisce il motivo di cotanta riservatezza. Di certo non la comprende Bignami che, contattato dalla Verità, ha annunciato che da un lato ha inoltrato un'ulteriore richiesta di accesso agli atti e che, dall'altro, comunque vada adirà le vie legali, per quella che ritiene una segretezza ingiustificata per chi non abbia nulla da nascondere e, in ogni caso, illegittima. Non una fonte di parte, bensì una sentenza del Tar – la numero 879/2021 – ha in effetti precisato che, a seguito del d.lgs. 25 maggio 2016, n. 97, il cosiddetto decreto Trasparenza, è pieno diritto del cittadino ottenere «qualsiasi documento in possesso delle pubbliche amministrazioni». Sempre la medesima sentenza ha poi precisato che è del tutto «irrilevante» che siffatti atti siano sfociati o meno in provvedimenti. Tradotto dal giuridichese: che quelli della task force fossero verbali, «scritti informali privi di firma», pizzini o sms, poco importa. Se ci sono, devono saltar fuori. Tanto più, ecco il punto, che il rilievo di quei documenti non è elevato: è massimo. Infatti, tramite quei verbali - e solo attraverso di essi - è possibile ricostruire che cosa si sono detti gli autorevoli esperti convocati dal ministro e quali idee, all'inizio della pandemia, fossero emerse per pianificarne il contrasto. Rispetto a ciò, qualcosa in realtà è già trapelato. Sappiamo per esempio che il 29 gennaio il dottor Giuseppe Ippolito dell'Istituto Spallazani era intervenuto in seno alla task force evidenziando l'opportunità di «riferirsi alle metodologie del Piano pandemico di cui è dotata l'Italia e di adeguarle alle linee guida appena rese pubbliche dell'Oms». In sostanza, nel corso delle prime riunioni del gruppo, Ippolito esortava a dare attuazione al piano pandemico «di cui è dotata l'Italia». Non è dato sapere se alludesse a quello del 2006 o ad altri successivi che, come più volte raccontato su questo giornale, altro non erano che fotocopie dei precedenti. Il punto è che lo specialista dello Spallanzani un richiamo, a fine gennaio 2020, lo aveva fatto. Il che non è banale se pensiamo che nelle settimane successive, a febbraio, il Pd, anziché invitare alla prudenza, organizzava con Beppe Sala e Nicola Zingaretti gli ormai famigerati «aperitivi contro la paura», appoggiando campagne divenute indimenticabili come «abbraccia un cinese». Ecco che allora i verbali che il ministero sta tenacemente celando assumono una importanza immensa perché da essi, oltre agli scambi di pareri tra i componenti della task force, è possibile sapere sia la verità sul piano pandemico italiano, da settimane al centro di un vero e proprio giallo – sul quale molte sono state, di fatto, le bugie di Speranza – sia sulle eventuali, iniziali sottovalutazioni del coronavirus che possono essere costate all'Italia non centinaia, ma qualche migliaio di vite. In teoria così non dovrebbe essere dato che, lo si ricorderà, il 27 gennaio, quando cioè, mentre l'emergenza Covid si stava sviluppando in Cina, Giuseppe Conte ospite di Lilli Gruber rassicurò tutti: «Siamo prontissimi, abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili». Poi com'è andata si è visto, purtroppo. Ma il solo modo per appurare le effettive responsabilità, repetita iuvant, è accedere ai benedetti verbali della task force. E il fatto che si continui ad inventarsi scuse, prima quasi negando l'esistenza della stessa task force - liquidata come un «tavolo di consultazione informale» -, poi spiegando che sì, i verbali ci sono, ma non sono atti di «natura provvedimentale», ecco, non lascia presagire nulla di buono. Tanto per cambiare.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 giugno 2026. Il presidente della Commissione Attività Produttive, Alberto Gusmeroli, illustra le proposte della Lega per i contribuenti in difficoltà col fisco.
Un momento delle celebrazioni a Reggio Calabria (Arma dei Carabinieri)
Reggio Calabria ha ospitato per la prima volta le celebrazioni per il 212° anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri. Sul Lungomare Falcomatà, affacciato sullo Stretto di Messina, si è svolta la cerimonia alla presenza del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Guido Crosetto e Matteo Piantedosi, del Comandante Generale dell’Arma, generale Salvatore Luongo, e delle massime autorità civili, militari e religiose.
La ricorrenza cade il 5 giugno, giorno in cui nel 1920 la Bandiera dell’Arma fu insignita della prima Medaglia d’Oro al Valor Militare per il contributo dei Carabinieri nella Prima guerra mondiale. Quest’anno la celebrazione assume un significato particolare anche in vista dell’80° anniversario della Repubblica Italiana.
Tema dell’edizione 2026 è stato lo «sguardo» dei Carabinieri, inteso come attenzione costante verso le esigenze delle comunità e presenza quotidiana sul territorio.
La cerimonia si è aperta con il giuramento degli allievi del 144° corso, intitolato al carabiniere Lorenzo Gennari, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Nel suo intervento, il comandante della Scuola Allievi di Reggio Calabria, colonnello Enrico Pigozzo, ha ricordato ai giovani militari che «qui si entra per imparare, di qui si esce per servire».
Dopo il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è intervenuto il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha sottolineato il ruolo dei Carabinieri come simbolo della presenza dello Stato e punto di riferimento per i cittadini. Rivolgendosi agli allievi che hanno appena prestato giuramento, il ministro ha ricordato il valore del servizio e del sacrificio richiesti dalla professione militare.
Uno dei momenti centrali della cerimonia è stata la consegna della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Bandiera di Guerra dell’Arma per l’attività svolta dal Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, che quest’anno celebra il centenario della sua istituzione. L’onorificenza premia il contributo fornito nel contrasto allo sfruttamento del lavoro e alle organizzazioni criminali attive nel settore dell’immigrazione illegale.
Consegnate anche numerose ricompense individuali. Tra queste la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria al maresciallo Carlo Legrottaglie, ucciso durante un intervento a Francavilla Fontana il 12 giugno 2025, e la Medaglia d’Argento al Valor Militare al brigadiere Costanzo Giuseppe Garibaldi, che nello stesso episodio affrontò gli autori dell’agguato.
Riconoscimenti sono stati conferiti anche ai militari intervenuti nell’esplosione avvenuta a Roma il 4 luglio 2025 presso un distributore di carburante e ai carabinieri impegnati nella protezione dell’ambasciatore italiano a Damasco durante gli scontri armati dell’8 dicembre 2024.
Nel corso della manifestazione sono stati premiati inoltre gli atleti del Centro Sportivo Carabinieri protagonisti delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. La Croce d’Oro al Merito dell’Arma è stata conferita ad Armin Zöggeler e Federica Brignone, mentre diversi altri atleti hanno ricevuto avanzamenti straordinari per meriti eccezionali.
Consegnato infine il tradizionale «Premio Annuale» a sei comandanti di Stazione e di Nucleo Forestale distintisi per l’attività svolta a favore delle rispettive comunità.
La cerimonia si è conclusa con la sfilata dei reparti, dei mezzi dell’Arma e dei cavalli del Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari. Grande emozione anche per la dimostrazione operativa del GIS, che ha simulato un intervento di liberazione ostaggi a bordo di una nave mediante l’impiego di un elicottero AW139, e per l’aviolancio finale dei paracadutisti del 1° Reggimento Tuscania.
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