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2021-02-03
Il Pd prova pure a mettere le mani sui parenti delle vittime del virus
Giorgio Gori (Emanuele Cremaschi/Getty Images)
Fino al 15 gennaio Robert Lingard è stato il responsabile comunicazione del comitato Noi denunceremo, nato da familiari di vittime del Covid a Bergamo. Quel giorno il presidente Luca Fusco aveva duramente criticato la Procura, accusando i pm che indagano sulla gestione dell'emergenza di essersi mossi tardi. Lingard ha lasciato il comitato perché quella dichiarazione non era stata concordata: «Nel momento in cui la Procura manda la Guardia di finanza ad acquisire documenti importantissimi al ministero della Salute, all'Istituto superiore di sanità e alla Regione Lombardia, non è il caso di mettere in dubbio l'azione dei pm», spiega. «Per di più lasciando intendere che i ritardi avrebbero permesso di occultare le prove».
Ma dietro l'abbandono c'è anche il sospetto di una strumentalizzazione politica operata dal sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori. «Ma a me e al pool di legali», sottolinea Lingard, «interessa soltanto che venga accertato se ci sono responsabilità penali e civili nella gestione della pandemia, e di chi sono tali responsabilità indipendentemente dal colore politico». Quella di Bergamo è un'inchiesta che dà parecchio fastidio al Pd: di fatto ha trasformato la percezione che il Paese aveva della pandemia. Nei primi mesi eravamo tutti convinti di essere di fronte a una tragica fatalità, e quella era la narrativa istituzionale. Ma le indagini dei pm e i documenti prodotti dal comitato hanno portato alla luce una lunga serie di mancanze della politica. Come l'assenza di un piano pandemico, il tentativo di silenziare rapporti internazionali sfavorevoli come quello redatto dall'Oms, o i ritardi nell'adozione di misure drastiche contro il contagio.
Inizialmente i pm hanno puntato l'attenzione sui presunti ritardi della Regione Lombardia. Ma con il passare delle settimane l'orizzonte si è allargato fino a coinvolgere l'azione dei governi dal 2006 in poi, anno in cui fu redatto il piano pandemico mai aggiornato. «Da quello che è emerso negli ultimi mesi», dice Lingard, «l'idea che mi sono fatto è che Gori abbia tentato di fare il piacione. A mio avviso il primo segnale di delegittimazione si è avuto lo scorso giugno, alla commemorazione delle vittime al cimitero monumentale di Bergamo. Erano stati invitati il capo dello Stato e autorità di ogni tipo ma neppure un rappresentante del comitato. Noi abbiamo saputo della cerimonia dai giornali». Il comitato ha battuto i pugni chiedendo che fossero presenti i parenti di 5 deceduti. Alla fine Gori ha fatto un solo invito: il presidente Fusco. Evidentemente il sindaco, che conosce bene i meccanismi della comunicazione, temeva che i riflettori fossero per i familiari delle vittime e non per lui e gli altri politici che dovevano prendersi tutti i meriti. Osserva Lingard: «Credo che Fusco sia l'unico a non essersi accorto che Gori avrebbe potuto ipoteticamente utilizzare il comitato per monopolizzarlo. La riprova si è avuta il 29 dicembre, quando il sindaco ha annunciato che il Comune di Bergamo si sarebbe costituito parte civile in un eventuale processo per epidemia colposa. È paradossale».
Mossa molto strana, in effetti. «L'annuncio è avvenuto senza informare i familiari delle vittime e chi, anche da un punto di vista documentale e di denunce, ha attivato quell'eventuale processo», protesta Lingard. «Al momento è un semplice annuncio non ancora formalizzato, intanto i giornali scrivono che Gori “va in soccorso del comitato". Ma noi non volevamo essere catapultati nella caciara politica. L'aspetto più astruso è però un altro. Le indagini sono ancora in corso, e non si sa quali saranno i risultati. In linea teorica non va escluso che i pm possano coinvolgere lo stesso Gori: non dimentichiamo che il sindaco, per legge, è responsabile della salute pubblica nel suo territorio».
Potrebbe dunque accadere che il Comune si ritrovi parte civile contro il suo stesso sindaco. D'altra parte, di solito questi passaggi avvengono a fascicolo giudiziario chiuso. «Le ragioni? Me le domando anch'io», si stupisce Lingard, «visto che in mezzo alle indagini non c'è più soltanto la Regione Lombardia ma i governi degli ultimi anni in cui il partito di Gori, il Pd, è sempre stato presente, a parte la partentesi del primo governo Conte».
Quello che si profila è un tentativo di strumentalizzare l'inchiesta di Bergamo contro la Regione Lombardia. Su questo, Lingard mette in fila una serie di fatti: «Mi limito a osservare che il sindaco è in prima linea nel criticare la Lombardia sulla campagna vaccinale e ha contribuito al lancio della class action contro l'istituzione della zona rossa che non doveva essere rossa. Con l'avvocato Consuelo Locati, che coordinava il pool legale del comitato, ci siamo sempre battuti contro le intromissioni della politica partitica». Ora anche l'avvocato Locati ha lasciato il comitato, spiegando su Facebook che Fusco voleva trasformarlo in un gruppo a sostegno della sua entrata in politica.
Emerge dunque un quadro in cui il Pd tenterebbe di «impadronirsi» dei parenti delle vittime del Covid di Bergamo, neutralizzando il comitato. «Di fatto, adesso il comitato è compromesso in termini di credibilità», è la convinzione di Lingard. «Chi potrebbe monopolizzare la questione della mala gestione dell'emergenza in Lombardia sarà dunque il sindaco Gori, il quale ha pure annunciato che chiederà i danni con la costituzione di parte civile. A patto che non gli arrivi l'avviso di garanzia».
Ecco la trasparenza del ministero: segreti i verbali della task force
Niente da fare, i verbali della task force anti Covid del ministro Roberto Speranza restano ancora, incredibilmente, segreti. A darne notizia, una fonte ufficiale, ossia un diniego ministeriale che, lunedì, è stato recapitato al deputato di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami, il quale giorni fa aveva inoltrato l'ennesima istanza di accesso agli atti per conoscere che cosa il team ministeriale di specialisti riunito per la prima volta il 22 gennaio – embrione da cui, poi, è poi derivato il Comitato tecnico scientifico – si fosse detto nel corso delle prime sedute. Una richiesta rigettata con motivazioni che hanno dell'incredibile.
La nota indirizzata a Bignami, infatti, liquida detti verbali come meri «fogli riproduttivi» di «riunioni», «scritti informali privi di firma» e che quindi «non costituiscono documenti amministrativi in senso proprio». «In altre parole», prosegue la nota, «trattasi di documenti che non hanno assunto natura provvedimentale, né si sono trasfusi in atti ufficiali, neppure in fase istruttoria, ed attengono ad una fase preparatoria». Per questo, è la conclusione, si può asserire «l'insussistenza del diritto di accesso alla natura e al contenuto degli atti in esame».
Ora, dato che non parliamo di una bocciofila né di una società segreta, bensì di una task force istituita per fronteggiare l'allora nascente pandemia – e di cui lo stesso ministro Speranza, non senza enfasi, aveva dato notizia – davvero non si capisce il motivo di cotanta riservatezza. Di certo non la comprende Bignami che, contattato dalla Verità, ha annunciato che da un lato ha inoltrato un'ulteriore richiesta di accesso agli atti e che, dall'altro, comunque vada adirà le vie legali, per quella che ritiene una segretezza ingiustificata per chi non abbia nulla da nascondere e, in ogni caso, illegittima.
Non una fonte di parte, bensì una sentenza del Tar – la numero 879/2021 – ha in effetti precisato che, a seguito del d.lgs. 25 maggio 2016, n. 97, il cosiddetto decreto Trasparenza, è pieno diritto del cittadino ottenere «qualsiasi documento in possesso delle pubbliche amministrazioni». Sempre la medesima sentenza ha poi precisato che è del tutto «irrilevante» che siffatti atti siano sfociati o meno in provvedimenti. Tradotto dal giuridichese: che quelli della task force fossero verbali, «scritti informali privi di firma», pizzini o sms, poco importa. Se ci sono, devono saltar fuori.
Tanto più, ecco il punto, che il rilievo di quei documenti non è elevato: è massimo. Infatti, tramite quei verbali - e solo attraverso di essi - è possibile ricostruire che cosa si sono detti gli autorevoli esperti convocati dal ministro e quali idee, all'inizio della pandemia, fossero emerse per pianificarne il contrasto. Rispetto a ciò, qualcosa in realtà è già trapelato. Sappiamo per esempio che il 29 gennaio il dottor Giuseppe Ippolito dell'Istituto Spallazani era intervenuto in seno alla task force evidenziando l'opportunità di «riferirsi alle metodologie del Piano pandemico di cui è dotata l'Italia e di adeguarle alle linee guida appena rese pubbliche dell'Oms».
In sostanza, nel corso delle prime riunioni del gruppo, Ippolito esortava a dare attuazione al piano pandemico «di cui è dotata l'Italia». Non è dato sapere se alludesse a quello del 2006 o ad altri successivi che, come più volte raccontato su questo giornale, altro non erano che fotocopie dei precedenti. Il punto è che lo specialista dello Spallanzani un richiamo, a fine gennaio 2020, lo aveva fatto. Il che non è banale se pensiamo che nelle settimane successive, a febbraio, il Pd, anziché invitare alla prudenza, organizzava con Beppe Sala e Nicola Zingaretti gli ormai famigerati «aperitivi contro la paura», appoggiando campagne divenute indimenticabili come «abbraccia un cinese».
Ecco che allora i verbali che il ministero sta tenacemente celando assumono una importanza immensa perché da essi, oltre agli scambi di pareri tra i componenti della task force, è possibile sapere sia la verità sul piano pandemico italiano, da settimane al centro di un vero e proprio giallo – sul quale molte sono state, di fatto, le bugie di Speranza – sia sulle eventuali, iniziali sottovalutazioni del coronavirus che possono essere costate all'Italia non centinaia, ma qualche migliaio di vite.
In teoria così non dovrebbe essere dato che, lo si ricorderà, il 27 gennaio, quando cioè, mentre l'emergenza Covid si stava sviluppando in Cina, Giuseppe Conte ospite di Lilli Gruber rassicurò tutti: «Siamo prontissimi, abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili». Poi com'è andata si è visto, purtroppo. Ma il solo modo per appurare le effettive responsabilità, repetita iuvant, è accedere ai benedetti verbali della task force. E il fatto che si continui ad inventarsi scuse, prima quasi negando l'esistenza della stessa task force - liquidata come un «tavolo di consultazione informale» -, poi spiegando che sì, i verbali ci sono, ma non sono atti di «natura provvedimentale», ecco, non lascia presagire nulla di buono. Tanto per cambiare.
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Il sindaco di Bergamo tenta di manipolare parte del comitato che denuncia le inefficienze nella gestione della pandemia. Robert Lingard, ex responsabile comunicazione del gruppo: «Giorgio Gori potrebbe ritrovarsi indagato».Il dicastero della Salute nega a Galeazzo Bignami, deputato di Fratelli d'Italia, i resoconti delle prime riunioni per fronteggiare l'emergenza sanitaria. «Sono solo scritti informali senza firma».Lo speciale contiene due articoli.Fino al 15 gennaio Robert Lingard è stato il responsabile comunicazione del comitato Noi denunceremo, nato da familiari di vittime del Covid a Bergamo. Quel giorno il presidente Luca Fusco aveva duramente criticato la Procura, accusando i pm che indagano sulla gestione dell'emergenza di essersi mossi tardi. Lingard ha lasciato il comitato perché quella dichiarazione non era stata concordata: «Nel momento in cui la Procura manda la Guardia di finanza ad acquisire documenti importantissimi al ministero della Salute, all'Istituto superiore di sanità e alla Regione Lombardia, non è il caso di mettere in dubbio l'azione dei pm», spiega. «Per di più lasciando intendere che i ritardi avrebbero permesso di occultare le prove».Ma dietro l'abbandono c'è anche il sospetto di una strumentalizzazione politica operata dal sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori. «Ma a me e al pool di legali», sottolinea Lingard, «interessa soltanto che venga accertato se ci sono responsabilità penali e civili nella gestione della pandemia, e di chi sono tali responsabilità indipendentemente dal colore politico». Quella di Bergamo è un'inchiesta che dà parecchio fastidio al Pd: di fatto ha trasformato la percezione che il Paese aveva della pandemia. Nei primi mesi eravamo tutti convinti di essere di fronte a una tragica fatalità, e quella era la narrativa istituzionale. Ma le indagini dei pm e i documenti prodotti dal comitato hanno portato alla luce una lunga serie di mancanze della politica. Come l'assenza di un piano pandemico, il tentativo di silenziare rapporti internazionali sfavorevoli come quello redatto dall'Oms, o i ritardi nell'adozione di misure drastiche contro il contagio.Inizialmente i pm hanno puntato l'attenzione sui presunti ritardi della Regione Lombardia. Ma con il passare delle settimane l'orizzonte si è allargato fino a coinvolgere l'azione dei governi dal 2006 in poi, anno in cui fu redatto il piano pandemico mai aggiornato. «Da quello che è emerso negli ultimi mesi», dice Lingard, «l'idea che mi sono fatto è che Gori abbia tentato di fare il piacione. A mio avviso il primo segnale di delegittimazione si è avuto lo scorso giugno, alla commemorazione delle vittime al cimitero monumentale di Bergamo. Erano stati invitati il capo dello Stato e autorità di ogni tipo ma neppure un rappresentante del comitato. Noi abbiamo saputo della cerimonia dai giornali». Il comitato ha battuto i pugni chiedendo che fossero presenti i parenti di 5 deceduti. Alla fine Gori ha fatto un solo invito: il presidente Fusco. Evidentemente il sindaco, che conosce bene i meccanismi della comunicazione, temeva che i riflettori fossero per i familiari delle vittime e non per lui e gli altri politici che dovevano prendersi tutti i meriti. Osserva Lingard: «Credo che Fusco sia l'unico a non essersi accorto che Gori avrebbe potuto ipoteticamente utilizzare il comitato per monopolizzarlo. La riprova si è avuta il 29 dicembre, quando il sindaco ha annunciato che il Comune di Bergamo si sarebbe costituito parte civile in un eventuale processo per epidemia colposa. È paradossale».Mossa molto strana, in effetti. «L'annuncio è avvenuto senza informare i familiari delle vittime e chi, anche da un punto di vista documentale e di denunce, ha attivato quell'eventuale processo», protesta Lingard. «Al momento è un semplice annuncio non ancora formalizzato, intanto i giornali scrivono che Gori “va in soccorso del comitato". Ma noi non volevamo essere catapultati nella caciara politica. L'aspetto più astruso è però un altro. Le indagini sono ancora in corso, e non si sa quali saranno i risultati. In linea teorica non va escluso che i pm possano coinvolgere lo stesso Gori: non dimentichiamo che il sindaco, per legge, è responsabile della salute pubblica nel suo territorio».Potrebbe dunque accadere che il Comune si ritrovi parte civile contro il suo stesso sindaco. D'altra parte, di solito questi passaggi avvengono a fascicolo giudiziario chiuso. «Le ragioni? Me le domando anch'io», si stupisce Lingard, «visto che in mezzo alle indagini non c'è più soltanto la Regione Lombardia ma i governi degli ultimi anni in cui il partito di Gori, il Pd, è sempre stato presente, a parte la partentesi del primo governo Conte».Quello che si profila è un tentativo di strumentalizzare l'inchiesta di Bergamo contro la Regione Lombardia. Su questo, Lingard mette in fila una serie di fatti: «Mi limito a osservare che il sindaco è in prima linea nel criticare la Lombardia sulla campagna vaccinale e ha contribuito al lancio della class action contro l'istituzione della zona rossa che non doveva essere rossa. Con l'avvocato Consuelo Locati, che coordinava il pool legale del comitato, ci siamo sempre battuti contro le intromissioni della politica partitica». Ora anche l'avvocato Locati ha lasciato il comitato, spiegando su Facebook che Fusco voleva trasformarlo in un gruppo a sostegno della sua entrata in politica.Emerge dunque un quadro in cui il Pd tenterebbe di «impadronirsi» dei parenti delle vittime del Covid di Bergamo, neutralizzando il comitato. «Di fatto, adesso il comitato è compromesso in termini di credibilità», è la convinzione di Lingard. «Chi potrebbe monopolizzare la questione della mala gestione dell'emergenza in Lombardia sarà dunque il sindaco Gori, il quale ha pure annunciato che chiederà i danni con la costituzione di parte civile. 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A darne notizia, una fonte ufficiale, ossia un diniego ministeriale che, lunedì, è stato recapitato al deputato di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami, il quale giorni fa aveva inoltrato l'ennesima istanza di accesso agli atti per conoscere che cosa il team ministeriale di specialisti riunito per la prima volta il 22 gennaio – embrione da cui, poi, è poi derivato il Comitato tecnico scientifico – si fosse detto nel corso delle prime sedute. Una richiesta rigettata con motivazioni che hanno dell'incredibile. La nota indirizzata a Bignami, infatti, liquida detti verbali come meri «fogli riproduttivi» di «riunioni», «scritti informali privi di firma» e che quindi «non costituiscono documenti amministrativi in senso proprio». «In altre parole», prosegue la nota, «trattasi di documenti che non hanno assunto natura provvedimentale, né si sono trasfusi in atti ufficiali, neppure in fase istruttoria, ed attengono ad una fase preparatoria». Per questo, è la conclusione, si può asserire «l'insussistenza del diritto di accesso alla natura e al contenuto degli atti in esame». Ora, dato che non parliamo di una bocciofila né di una società segreta, bensì di una task force istituita per fronteggiare l'allora nascente pandemia – e di cui lo stesso ministro Speranza, non senza enfasi, aveva dato notizia – davvero non si capisce il motivo di cotanta riservatezza. Di certo non la comprende Bignami che, contattato dalla Verità, ha annunciato che da un lato ha inoltrato un'ulteriore richiesta di accesso agli atti e che, dall'altro, comunque vada adirà le vie legali, per quella che ritiene una segretezza ingiustificata per chi non abbia nulla da nascondere e, in ogni caso, illegittima. Non una fonte di parte, bensì una sentenza del Tar – la numero 879/2021 – ha in effetti precisato che, a seguito del d.lgs. 25 maggio 2016, n. 97, il cosiddetto decreto Trasparenza, è pieno diritto del cittadino ottenere «qualsiasi documento in possesso delle pubbliche amministrazioni». Sempre la medesima sentenza ha poi precisato che è del tutto «irrilevante» che siffatti atti siano sfociati o meno in provvedimenti. Tradotto dal giuridichese: che quelli della task force fossero verbali, «scritti informali privi di firma», pizzini o sms, poco importa. Se ci sono, devono saltar fuori. Tanto più, ecco il punto, che il rilievo di quei documenti non è elevato: è massimo. Infatti, tramite quei verbali - e solo attraverso di essi - è possibile ricostruire che cosa si sono detti gli autorevoli esperti convocati dal ministro e quali idee, all'inizio della pandemia, fossero emerse per pianificarne il contrasto. Rispetto a ciò, qualcosa in realtà è già trapelato. Sappiamo per esempio che il 29 gennaio il dottor Giuseppe Ippolito dell'Istituto Spallazani era intervenuto in seno alla task force evidenziando l'opportunità di «riferirsi alle metodologie del Piano pandemico di cui è dotata l'Italia e di adeguarle alle linee guida appena rese pubbliche dell'Oms». In sostanza, nel corso delle prime riunioni del gruppo, Ippolito esortava a dare attuazione al piano pandemico «di cui è dotata l'Italia». Non è dato sapere se alludesse a quello del 2006 o ad altri successivi che, come più volte raccontato su questo giornale, altro non erano che fotocopie dei precedenti. Il punto è che lo specialista dello Spallanzani un richiamo, a fine gennaio 2020, lo aveva fatto. Il che non è banale se pensiamo che nelle settimane successive, a febbraio, il Pd, anziché invitare alla prudenza, organizzava con Beppe Sala e Nicola Zingaretti gli ormai famigerati «aperitivi contro la paura», appoggiando campagne divenute indimenticabili come «abbraccia un cinese». Ecco che allora i verbali che il ministero sta tenacemente celando assumono una importanza immensa perché da essi, oltre agli scambi di pareri tra i componenti della task force, è possibile sapere sia la verità sul piano pandemico italiano, da settimane al centro di un vero e proprio giallo – sul quale molte sono state, di fatto, le bugie di Speranza – sia sulle eventuali, iniziali sottovalutazioni del coronavirus che possono essere costate all'Italia non centinaia, ma qualche migliaio di vite. In teoria così non dovrebbe essere dato che, lo si ricorderà, il 27 gennaio, quando cioè, mentre l'emergenza Covid si stava sviluppando in Cina, Giuseppe Conte ospite di Lilli Gruber rassicurò tutti: «Siamo prontissimi, abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili». Poi com'è andata si è visto, purtroppo. Ma il solo modo per appurare le effettive responsabilità, repetita iuvant, è accedere ai benedetti verbali della task force. E il fatto che si continui ad inventarsi scuse, prima quasi negando l'esistenza della stessa task force - liquidata come un «tavolo di consultazione informale» -, poi spiegando che sì, i verbali ci sono, ma non sono atti di «natura provvedimentale», ecco, non lascia presagire nulla di buono. Tanto per cambiare.
Un'immagine della Manifestazione nazionale per la vita svoltasi ieri a Roma (Ansa)
Tuttavia il tema è serio, e non si può liquidare semplicemente sostenendo che sia più «vero» chi è più estremo, più granitico, più scorretto nei toni. O, al contrario, che lo sia chi ha più successo, chi è più maturo perché capace di compromessi e meno avvezzo a infantili radicalismi. Queste, diciamocelo, sono schermaglie utili più che altro ad animare i social e i talk show. Quindi sorvoliamo.
Dovremmo chiederci, per cominciare, che cosa possa distinguere ancora, oggi, la destra dalla sinistra. Rispetto ai tempi in cui ne dibattevano Norberto Bobbio e Marcello Veneziani, il contesto è radicalmente mutato. Fra destra e sinistra ci sono più sovrapposizioni, più intrecci. Il cosiddetto sovranismo ha sbriciolato le barriere robuste che sorgevano attorno alle due categorie, ha mescolato gli approcci economici e stabilito singolari convergenze di critica alle istituzioni europee, al sistema finanziario, al globalismo. A dimostrarlo, più che il successo di movimenti trasversali che in effetti faticano a emergere, è il dilatarsi del fronte che il sistema dominante considera nemico. Oggi vengono considerati allo stesso modo «fascisti» (cioè nemici assoluti, da distruggere con ferocia) sia gli esponenti della destra poi sociale sia quelli della sinistra critica, considerati con disprezzo rossobruni. Critiche al politicamente corretto, al wokismo e alle sue derive deliranti arrivano sia da destra sia da sinistra. Analoghe sovrapposizioni si notano sul versante opposto, tra coloro che si definiscono «liberali». Il che, di nuovo, rende piuttosto complicato stabilire distinzioni e stilare classifiche basate sulla purezza. Apparentemente, dunque, non se ne esce: se è difficile distinguere fra destra e sinistra, figuriamoci se è semplice stabilire che cosa sia la «vera destra». Come regolarsi, allora? Beh, una chiave di lettura forse c’è, e ci perdonerà chi la trova banale.
A marcare la differenza reale, oggi, è soltanto la visione del mondo. Meglio: la concezione della vita. Tanti possono criticare, da prospettive diverse, il sistema dominante. Ma potremmo azzardarci a sostenere che a distinguere la destra sia la visione verticale della vita contrapposta a quella orizzontale della sinistra. La destra tende a stabilire un ordine verticale che non è tanto gerarchico quanto qualitativo. La qualità aumenta tanto più si sale, e a forza di salire si giunge a un livello trascendente. O comunque si riconosce che tale livello esiste, ed è da questo livello che derivano le leggi che governano l’esistente e, se vogliamo, pure la sovranità. Questo ordine verticale attribuisce alla vita un valore che non può essere negato e cancellato dall’uomo. Stabilisce dei limiti che l’uomo, gli piaccia o meno, non può varcare se non vuole autodistruggersi. È tale ordine a rendere «magnifica» l’umanità, che senza di esso giace priva di senso e di scopo. Che cosa è dunque la vera destra, che cosa potrebbe essere? Quella che rispetta e aderisce maggiormente a questo ordine. Quella che esprime una visione a cui la sinistra - per costituzione, per antropologia - non potrà mai adeguarsi. Poiché essa glorifica la spinta dal basso verso l’alto e non può fare diversamente. La «vera destra» contesterà dunque il pensiero dominante, ma da un punto di osservazione completamente diverso, radicalmente anti progressista, che deve manifestarsi e concretizzarsi in scelte ben precise a proposito delle questioni fondative che riguardano l’essere umano.
Ieri, a Roma, si è tenuta la Manifestazione per la vita, e quelle questioni le ha poste con urgenza davanti agli occhi di tutti. Fine vita e suicidio assistito, aborto, transumanesimo, attenzione ai deboli e ai fragili. Non c’è nemmeno bisogno di lambiccarsi troppo: le linee di faglia sono tutte lì, e non si può restare indifferenti. Tutti possono criticare l’immigrazione di massa o affermare che l’Unione europea va cambiata. Tutti possono, se vogliono, difendere la sovranità nazionale, parteggiare per questa o per quell’altra postura geopolitica. Ma altro rileva di più. Riteniamo che i corpi siano un bene di consumo come gli altri oppure no? Riteniamo che la vita debba essere sempre disponibile o pensiamo che vada difesa sempre e comunque? Riteniamo che esistano categorie di esseri umani che non meritano di venire o al mondo o non meritano di restarci? Pensiamo che esistano limiti che l’uomo non dovrebbe superare? È a queste domande che una «vera destra» dovrebbe rispondere senza particolari tentennamenti, sulla base di una antropologia magari non univoca ma chiara. Non eliminando il dubbio o negando la libertà di pensiero e espressione o cancellando le sfumature, ma rimarcando che esistono spazi non negoziabili. Purtroppo, notiamo che di questi tempi la chiarezza è poca, e l’antropologia molto confusa. Eppure, volendo, fugare ogni dubbio sarebbe perfino semplice: con la vita o contro? Basta rispondere.
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Elly Schlein (Getty Images)
Nell’uno o nell’altro caso l’obiettivo è lo stesso: togliere voti all’attuale maggioranza, in vista delle future elezioni politiche.
Tuttavia, dal mio punto di vista il vero pericolo per l’elettore moderato o radicale non arriva da destra, fosse anche quella estrema dell’ex ufficiale, ma da sinistra. Mi spiego. Ho letto ieri sul giornale diretto da Marco Travaglio che il Pd sta già predisponendo l’organigramma del governo a guida Schlein, senza dimenticare gli incarichi istituzionali che la sinistra dovrà ricoprire in caso di vittoria. Nell’articolo del Fatto quotidiano non tutte le caselle risultano occupate, dunque ho provato a immaginare quali potrebbero essere ministri e presidenti di un prossimo esecutivo formato dal cosiddetto campo largo. L’elenco che segue è da film horror, ma non credo che le ipotesi che ho messo nero su bianco si discostino molto da quelle che potrebbero essere le scelte dei compagni.
Cominciamo dal presidente del Consiglio che, è vero, dev’essere incaricato da Sergio Mattarella, ma che per il capo dello Stato potrebbe rivelarsi una scelta obbligata nel caso di un candidato premier espresso dalla coalizione. Primarie a parte, mi pare evidente che i nomi più in vista della galassia giallorossa siano quelli di Elly Schlein e di Giuseppe Conte e dunque, a seconda di chi sia il prescelto da elettori o maggiorenti di partito, da questi due nomi non si scappa. Al momento, sono più propenso a credere che se non si affiderà la decisione ai gazebo, a spuntarla sarà la segretaria del Pd e dunque il presidente della Repubblica sarà costretto ad affidare a lei la guida dell’Italia. Ma se a Palazzo Chigi andranno Schlein e il suo cerchio magico, composto da Marco Furfaro e Chiara Braga, chi occuperà gli altri posti chiave? Comincio da quelli più in vista. Se non opterà per la presidenza del Senato, occupando la poltrona della seconda carica dello Stato (in modo da essere pronto per la prima quando Mattarella libererà il Quirinale), Conte potrebbe andare all’Economia. Anche se non si è laureato alla Bocconi come Giancarlo Giorgetti, in fatto di bilancio ha già dato ampia prova di saperci fare sia con il Reddito di cittadinanza che con il Superbonus e dunque lo si può definire l’uomo giusto al posto giusto.
Al lavoro vedrei bene Maurizio Landini, che presto lascerà l’incarico di segretario della Cgil e al ministero di via Veneto potrebbe mettere in pratica le sue teorie su occupazione e retribuzione, trovando risorse per entrambe con la patrimoniale, di cui la stessa Schlein ha di recente parlato. All’Interno, incarico importante perché ormai è chiaro che sulla sicurezza i governi si giocano il consenso, i candidati ideali mi paiono Pierfrancesco Majorino oppure Sandro Ruotolo, entrambi assai vicini a quell’area movimentista che in questi anni non si è fatta sfuggire una manifestazione: con loro al Viminale almeno potremmo sperare di evitarci i cortei in centro anche il sabato pomeriggio. All’Immigrazione invece non credo ci sia alternativa: la persona più indicata è Nostra Signora dell’Accoglienza, la madonna addolorata del Pd, ovvero Laura Boldrini, già funzionaria di organismi Onu poi trasformata in presidente della Camera da quel simpatico zuzzurellone di Pier Luigi Bersani. Alla Salute ovviamente non potrà non andare Roberto Speranza, che ai tempi del Covid tutti quanti ricordiamo per la straordinaria capacità di aver predetto la fine della pandemia con due anni di anticipo, salvo essere costretto a ritirare, alla seconda ondata del virus, il libro in cui sanciva il trionfo sulla malattia. Alla Famiglia credo non ci sia partita: il politico più qualificato per ricoprire il delicato incarico non può che essere Alessandro Zan. Così come alle Politiche abitative non potrà che andare un’onorevole sensibile agli alloggi come Ilaria Salis (che però avrebbe competenza anche per la Giustizia). Alle Grandi opere, ministero che dovrebbe inglobare pure quello dell’Ambiente in quanto non si può fare un ponte o un viadotto senza avere contezza del Green deal, il candidato naturale è Angelo Bonelli, quello che a una delle prime uscite di Giorgia Meloni si presentò in Parlamento armato di pietre. Non per scagliarle contro la premier, ma per denunciare il prosciugamento dell’Adige, che per fortuna continua a scorrere lieto fra Trento e Verona. Al governo non potrà mancare un posto per l’altro componente della coppia di fatto di Alleanza Verdi e Sinistra, Nicola Fratoianni, che senza indugio verrà schierato alla Difesa. Infine, la compagine verrà completata da un ministro della Giustizia davvero competente e qui la partita potrà essere giocata da Roberto Scarpinato o Federico De Raho, che vantando un curriculum in toga ma anche un’esperienza da commissari antimafia per conto dei 5 stelle, avranno finalmente la possibilità di fare luce sui misteri d’Italia.
Ho dimenticato qualcuno? Ah, sì. Paola Taverna all’Istruzione (del resto se c’è stata Lucia Azzolina, che ha di meno l’ex impiegata del Quarticciolo?). E agli Affari esteri Matteo Renzi (a cui, oltre a fare soldi, piace tanto viaggiare); Teresa Bellanova all’Agricoltura (del resto, come ha risolto lei il problema del capolarato non lo ha risolto nessuno). Manca qualcosa? Certo: il futuro presidente della Repubblica nel 2029. Ma lì la casella è già occupata: resta Mattarella per un altro settennato. In fondo, non c’è due senza tre.
Vi sentite male? Se ci pensate, la sporca dozzina di Vannacci è niente al confronto della dozzina di impresentabili del campo largo.
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Alberto Stasi (Ansa)
Stasi è tornato nel penitenziario milanese per portare via i suoi effetti personali. Era già fuori per una licenza. Sarebbe dovuto tornare domenica sera. Ma la decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano di accogliere la richiesta per l’affidamento in prova ai servizi sociali (ottenuto con il parere positivo della Procura generale) ha cambiato tutto nel giro di poche ore. E, così, si è presentato a Bollate per raccogliere gli ultimi pezzi della sua vita da detenuto. Tre valigie con vestiti, documenti ed effetti personali accumulati negli anni. Al compagno di cella ha lasciato il ventilatore e il frigorifero. Piccoli oggetti che fuori sembrano dettagli insignificanti e che invece in un carcere diventano comfort, abitudini, elementi di sopravvivenza quotidiana.
Poi i saluti: il direttore Giorgio Leggieri, gli agenti della polizia penitenziaria, gli educatori, i detenuti. La liturgia silenziosa di chi esce dal carcere dopo aver passato una fetta della propria vita all’interno di quelle mura. Subito dopo ha incontrato la madre Elisabetta Ligabò, come accade quasi ogni sabato da anni. La nuova vita dell’ex bocconiano condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi riparte da un alloggio che ha preso in affitto nel Milanese. Continuerà a lavorare come contabile, ma non dovrà più fare ritorno ogni sera a Bollate.
Non tornerà nemmeno a vivere a Garlasco. Nessun divieto specifico però: potrà muoversi liberamente in Lombardia e anche tornare nel paese del delitto. Anche se la libertà resta piena di condizioni: obbligo di residenza, orari da rispettare, controlli periodici, divieto di frequentare pregiudicati e impossibilità di uscire dalla Lombardia senza autorizzazione del magistrato di sorveglianza. Perfino una vacanza dovrà essere autorizzata con il parere dell’Uepe, l’Ufficio locale di esecuzione penale esterna. «Non c’è niente di diverso, di particolare rispetto alla misura che gli è stata concessa», ha assicurato l’avvocato Giada Bocellari.
Ma è qui che si inserisce un dettaglio che colpisce. Rileggendo l’ultimo interrogatorio reso davanti ai magistrati di Pavia (che risale a soli cinque mesi fa), infatti, il carcere compare più volte nei dialoghi. Stasi richiama il giorno in cui è stato fermato per collocare gli avvenimenti nel tempo. E fa lo stesso per ricordare il momento preciso in cui si sono interrotti i rapporti con i Poggi: «Dopo che sono stato fermato e portato al Piccolini, al carcere
di Vigevano». Ma non è una ossessione. È una costante delle sue giornate. Una routine. Durante una pausa informale, che è stata fonoregistrata ed è finita nella trascrizione, è l’avvocato Antonio De Rensis a chiedergli: «A che ora torni in carcere?». Una frase pronunciata quasi automaticamente. E lui si preoccupa della burocrazia penitenziaria: «Mi devo far dare la giustificazione». È probabilmente il passaggio che racconta meglio cosa sia diventata la detenzione per Alberto dopo oltre dieci anni: un’abitudine da detenuto modello. Un luogo da cui uscire per lavorare e in cui rientrare la sera come accade a chiunque torni a casa dopo l’ufficio. Una vita sospesa tra libertà e carcere, scandita da automatismi penitenziari diventati normalità.
Adesso quella routine si è interrotta. O almeno ha cambiato forma. Il presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, Marcello Bortolato, ha voluto precisare che il beneficio non è stato concesso automaticamente. «La valutazione per la concessione dell’affidamento è fatta esclusivamente sugli atti di osservazione e sui comportamenti dentro e fuori dal carcere e tenendo conto dei pareri degli organi competenti». E ancora: «Non è automatico, altrimenti il beneficio verrebbe concesso a tutti i detenuti che hanno meno di quattro anni da scontare». Hanno pesato la buona condotta, il lavoro stabile, il comportamento tenuto durante la semilibertà, le relazioni positive con il personale penitenziario, il basso profilo mediatico mantenuto in questi anni, il risarcimento che continua a versare alla famiglia Poggi e il percorso costruito all’interno di Bollate. Un percorso che ha convinto i magistrati di sorveglianza a concedergli la misura alternativa.
Intanto i suoi difensori lavorano alla richiesta di revisione del processo. «Verrà presentata quando la difesa sarà pronta. È un lavoro lungo e tecnico, che richiede grande attenzione e che va fatto bene», ha spiegato Bocellari. Qualcosa però è cambiato anche per i difensori: «Ora», ammette la Bocellari, «siamo in grado di lavorare con più serenità perché Alberto è a tutti gli effetti un uomo che può riprendere in maniera sostanzialmente normale la propria vita».
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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