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2021-02-03
Il Pd prova pure a mettere le mani sui parenti delle vittime del virus
Giorgio Gori (Emanuele Cremaschi/Getty Images)
Fino al 15 gennaio Robert Lingard è stato il responsabile comunicazione del comitato Noi denunceremo, nato da familiari di vittime del Covid a Bergamo. Quel giorno il presidente Luca Fusco aveva duramente criticato la Procura, accusando i pm che indagano sulla gestione dell'emergenza di essersi mossi tardi. Lingard ha lasciato il comitato perché quella dichiarazione non era stata concordata: «Nel momento in cui la Procura manda la Guardia di finanza ad acquisire documenti importantissimi al ministero della Salute, all'Istituto superiore di sanità e alla Regione Lombardia, non è il caso di mettere in dubbio l'azione dei pm», spiega. «Per di più lasciando intendere che i ritardi avrebbero permesso di occultare le prove».
Ma dietro l'abbandono c'è anche il sospetto di una strumentalizzazione politica operata dal sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori. «Ma a me e al pool di legali», sottolinea Lingard, «interessa soltanto che venga accertato se ci sono responsabilità penali e civili nella gestione della pandemia, e di chi sono tali responsabilità indipendentemente dal colore politico». Quella di Bergamo è un'inchiesta che dà parecchio fastidio al Pd: di fatto ha trasformato la percezione che il Paese aveva della pandemia. Nei primi mesi eravamo tutti convinti di essere di fronte a una tragica fatalità, e quella era la narrativa istituzionale. Ma le indagini dei pm e i documenti prodotti dal comitato hanno portato alla luce una lunga serie di mancanze della politica. Come l'assenza di un piano pandemico, il tentativo di silenziare rapporti internazionali sfavorevoli come quello redatto dall'Oms, o i ritardi nell'adozione di misure drastiche contro il contagio.
Inizialmente i pm hanno puntato l'attenzione sui presunti ritardi della Regione Lombardia. Ma con il passare delle settimane l'orizzonte si è allargato fino a coinvolgere l'azione dei governi dal 2006 in poi, anno in cui fu redatto il piano pandemico mai aggiornato. «Da quello che è emerso negli ultimi mesi», dice Lingard, «l'idea che mi sono fatto è che Gori abbia tentato di fare il piacione. A mio avviso il primo segnale di delegittimazione si è avuto lo scorso giugno, alla commemorazione delle vittime al cimitero monumentale di Bergamo. Erano stati invitati il capo dello Stato e autorità di ogni tipo ma neppure un rappresentante del comitato. Noi abbiamo saputo della cerimonia dai giornali». Il comitato ha battuto i pugni chiedendo che fossero presenti i parenti di 5 deceduti. Alla fine Gori ha fatto un solo invito: il presidente Fusco. Evidentemente il sindaco, che conosce bene i meccanismi della comunicazione, temeva che i riflettori fossero per i familiari delle vittime e non per lui e gli altri politici che dovevano prendersi tutti i meriti. Osserva Lingard: «Credo che Fusco sia l'unico a non essersi accorto che Gori avrebbe potuto ipoteticamente utilizzare il comitato per monopolizzarlo. La riprova si è avuta il 29 dicembre, quando il sindaco ha annunciato che il Comune di Bergamo si sarebbe costituito parte civile in un eventuale processo per epidemia colposa. È paradossale».
Mossa molto strana, in effetti. «L'annuncio è avvenuto senza informare i familiari delle vittime e chi, anche da un punto di vista documentale e di denunce, ha attivato quell'eventuale processo», protesta Lingard. «Al momento è un semplice annuncio non ancora formalizzato, intanto i giornali scrivono che Gori “va in soccorso del comitato". Ma noi non volevamo essere catapultati nella caciara politica. L'aspetto più astruso è però un altro. Le indagini sono ancora in corso, e non si sa quali saranno i risultati. In linea teorica non va escluso che i pm possano coinvolgere lo stesso Gori: non dimentichiamo che il sindaco, per legge, è responsabile della salute pubblica nel suo territorio».
Potrebbe dunque accadere che il Comune si ritrovi parte civile contro il suo stesso sindaco. D'altra parte, di solito questi passaggi avvengono a fascicolo giudiziario chiuso. «Le ragioni? Me le domando anch'io», si stupisce Lingard, «visto che in mezzo alle indagini non c'è più soltanto la Regione Lombardia ma i governi degli ultimi anni in cui il partito di Gori, il Pd, è sempre stato presente, a parte la partentesi del primo governo Conte».
Quello che si profila è un tentativo di strumentalizzare l'inchiesta di Bergamo contro la Regione Lombardia. Su questo, Lingard mette in fila una serie di fatti: «Mi limito a osservare che il sindaco è in prima linea nel criticare la Lombardia sulla campagna vaccinale e ha contribuito al lancio della class action contro l'istituzione della zona rossa che non doveva essere rossa. Con l'avvocato Consuelo Locati, che coordinava il pool legale del comitato, ci siamo sempre battuti contro le intromissioni della politica partitica». Ora anche l'avvocato Locati ha lasciato il comitato, spiegando su Facebook che Fusco voleva trasformarlo in un gruppo a sostegno della sua entrata in politica.
Emerge dunque un quadro in cui il Pd tenterebbe di «impadronirsi» dei parenti delle vittime del Covid di Bergamo, neutralizzando il comitato. «Di fatto, adesso il comitato è compromesso in termini di credibilità», è la convinzione di Lingard. «Chi potrebbe monopolizzare la questione della mala gestione dell'emergenza in Lombardia sarà dunque il sindaco Gori, il quale ha pure annunciato che chiederà i danni con la costituzione di parte civile. A patto che non gli arrivi l'avviso di garanzia».
Ecco la trasparenza del ministero: segreti i verbali della task force
Niente da fare, i verbali della task force anti Covid del ministro Roberto Speranza restano ancora, incredibilmente, segreti. A darne notizia, una fonte ufficiale, ossia un diniego ministeriale che, lunedì, è stato recapitato al deputato di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami, il quale giorni fa aveva inoltrato l'ennesima istanza di accesso agli atti per conoscere che cosa il team ministeriale di specialisti riunito per la prima volta il 22 gennaio – embrione da cui, poi, è poi derivato il Comitato tecnico scientifico – si fosse detto nel corso delle prime sedute. Una richiesta rigettata con motivazioni che hanno dell'incredibile.
La nota indirizzata a Bignami, infatti, liquida detti verbali come meri «fogli riproduttivi» di «riunioni», «scritti informali privi di firma» e che quindi «non costituiscono documenti amministrativi in senso proprio». «In altre parole», prosegue la nota, «trattasi di documenti che non hanno assunto natura provvedimentale, né si sono trasfusi in atti ufficiali, neppure in fase istruttoria, ed attengono ad una fase preparatoria». Per questo, è la conclusione, si può asserire «l'insussistenza del diritto di accesso alla natura e al contenuto degli atti in esame».
Ora, dato che non parliamo di una bocciofila né di una società segreta, bensì di una task force istituita per fronteggiare l'allora nascente pandemia – e di cui lo stesso ministro Speranza, non senza enfasi, aveva dato notizia – davvero non si capisce il motivo di cotanta riservatezza. Di certo non la comprende Bignami che, contattato dalla Verità, ha annunciato che da un lato ha inoltrato un'ulteriore richiesta di accesso agli atti e che, dall'altro, comunque vada adirà le vie legali, per quella che ritiene una segretezza ingiustificata per chi non abbia nulla da nascondere e, in ogni caso, illegittima.
Non una fonte di parte, bensì una sentenza del Tar – la numero 879/2021 – ha in effetti precisato che, a seguito del d.lgs. 25 maggio 2016, n. 97, il cosiddetto decreto Trasparenza, è pieno diritto del cittadino ottenere «qualsiasi documento in possesso delle pubbliche amministrazioni». Sempre la medesima sentenza ha poi precisato che è del tutto «irrilevante» che siffatti atti siano sfociati o meno in provvedimenti. Tradotto dal giuridichese: che quelli della task force fossero verbali, «scritti informali privi di firma», pizzini o sms, poco importa. Se ci sono, devono saltar fuori.
Tanto più, ecco il punto, che il rilievo di quei documenti non è elevato: è massimo. Infatti, tramite quei verbali - e solo attraverso di essi - è possibile ricostruire che cosa si sono detti gli autorevoli esperti convocati dal ministro e quali idee, all'inizio della pandemia, fossero emerse per pianificarne il contrasto. Rispetto a ciò, qualcosa in realtà è già trapelato. Sappiamo per esempio che il 29 gennaio il dottor Giuseppe Ippolito dell'Istituto Spallazani era intervenuto in seno alla task force evidenziando l'opportunità di «riferirsi alle metodologie del Piano pandemico di cui è dotata l'Italia e di adeguarle alle linee guida appena rese pubbliche dell'Oms».
In sostanza, nel corso delle prime riunioni del gruppo, Ippolito esortava a dare attuazione al piano pandemico «di cui è dotata l'Italia». Non è dato sapere se alludesse a quello del 2006 o ad altri successivi che, come più volte raccontato su questo giornale, altro non erano che fotocopie dei precedenti. Il punto è che lo specialista dello Spallanzani un richiamo, a fine gennaio 2020, lo aveva fatto. Il che non è banale se pensiamo che nelle settimane successive, a febbraio, il Pd, anziché invitare alla prudenza, organizzava con Beppe Sala e Nicola Zingaretti gli ormai famigerati «aperitivi contro la paura», appoggiando campagne divenute indimenticabili come «abbraccia un cinese».
Ecco che allora i verbali che il ministero sta tenacemente celando assumono una importanza immensa perché da essi, oltre agli scambi di pareri tra i componenti della task force, è possibile sapere sia la verità sul piano pandemico italiano, da settimane al centro di un vero e proprio giallo – sul quale molte sono state, di fatto, le bugie di Speranza – sia sulle eventuali, iniziali sottovalutazioni del coronavirus che possono essere costate all'Italia non centinaia, ma qualche migliaio di vite.
In teoria così non dovrebbe essere dato che, lo si ricorderà, il 27 gennaio, quando cioè, mentre l'emergenza Covid si stava sviluppando in Cina, Giuseppe Conte ospite di Lilli Gruber rassicurò tutti: «Siamo prontissimi, abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili». Poi com'è andata si è visto, purtroppo. Ma il solo modo per appurare le effettive responsabilità, repetita iuvant, è accedere ai benedetti verbali della task force. E il fatto che si continui ad inventarsi scuse, prima quasi negando l'esistenza della stessa task force - liquidata come un «tavolo di consultazione informale» -, poi spiegando che sì, i verbali ci sono, ma non sono atti di «natura provvedimentale», ecco, non lascia presagire nulla di buono. Tanto per cambiare.
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Il sindaco di Bergamo tenta di manipolare parte del comitato che denuncia le inefficienze nella gestione della pandemia. Robert Lingard, ex responsabile comunicazione del gruppo: «Giorgio Gori potrebbe ritrovarsi indagato».Il dicastero della Salute nega a Galeazzo Bignami, deputato di Fratelli d'Italia, i resoconti delle prime riunioni per fronteggiare l'emergenza sanitaria. «Sono solo scritti informali senza firma».Lo speciale contiene due articoli.Fino al 15 gennaio Robert Lingard è stato il responsabile comunicazione del comitato Noi denunceremo, nato da familiari di vittime del Covid a Bergamo. Quel giorno il presidente Luca Fusco aveva duramente criticato la Procura, accusando i pm che indagano sulla gestione dell'emergenza di essersi mossi tardi. Lingard ha lasciato il comitato perché quella dichiarazione non era stata concordata: «Nel momento in cui la Procura manda la Guardia di finanza ad acquisire documenti importantissimi al ministero della Salute, all'Istituto superiore di sanità e alla Regione Lombardia, non è il caso di mettere in dubbio l'azione dei pm», spiega. «Per di più lasciando intendere che i ritardi avrebbero permesso di occultare le prove».Ma dietro l'abbandono c'è anche il sospetto di una strumentalizzazione politica operata dal sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori. «Ma a me e al pool di legali», sottolinea Lingard, «interessa soltanto che venga accertato se ci sono responsabilità penali e civili nella gestione della pandemia, e di chi sono tali responsabilità indipendentemente dal colore politico». Quella di Bergamo è un'inchiesta che dà parecchio fastidio al Pd: di fatto ha trasformato la percezione che il Paese aveva della pandemia. Nei primi mesi eravamo tutti convinti di essere di fronte a una tragica fatalità, e quella era la narrativa istituzionale. Ma le indagini dei pm e i documenti prodotti dal comitato hanno portato alla luce una lunga serie di mancanze della politica. Come l'assenza di un piano pandemico, il tentativo di silenziare rapporti internazionali sfavorevoli come quello redatto dall'Oms, o i ritardi nell'adozione di misure drastiche contro il contagio.Inizialmente i pm hanno puntato l'attenzione sui presunti ritardi della Regione Lombardia. Ma con il passare delle settimane l'orizzonte si è allargato fino a coinvolgere l'azione dei governi dal 2006 in poi, anno in cui fu redatto il piano pandemico mai aggiornato. «Da quello che è emerso negli ultimi mesi», dice Lingard, «l'idea che mi sono fatto è che Gori abbia tentato di fare il piacione. A mio avviso il primo segnale di delegittimazione si è avuto lo scorso giugno, alla commemorazione delle vittime al cimitero monumentale di Bergamo. Erano stati invitati il capo dello Stato e autorità di ogni tipo ma neppure un rappresentante del comitato. Noi abbiamo saputo della cerimonia dai giornali». Il comitato ha battuto i pugni chiedendo che fossero presenti i parenti di 5 deceduti. Alla fine Gori ha fatto un solo invito: il presidente Fusco. Evidentemente il sindaco, che conosce bene i meccanismi della comunicazione, temeva che i riflettori fossero per i familiari delle vittime e non per lui e gli altri politici che dovevano prendersi tutti i meriti. Osserva Lingard: «Credo che Fusco sia l'unico a non essersi accorto che Gori avrebbe potuto ipoteticamente utilizzare il comitato per monopolizzarlo. La riprova si è avuta il 29 dicembre, quando il sindaco ha annunciato che il Comune di Bergamo si sarebbe costituito parte civile in un eventuale processo per epidemia colposa. È paradossale».Mossa molto strana, in effetti. «L'annuncio è avvenuto senza informare i familiari delle vittime e chi, anche da un punto di vista documentale e di denunce, ha attivato quell'eventuale processo», protesta Lingard. «Al momento è un semplice annuncio non ancora formalizzato, intanto i giornali scrivono che Gori “va in soccorso del comitato". Ma noi non volevamo essere catapultati nella caciara politica. L'aspetto più astruso è però un altro. Le indagini sono ancora in corso, e non si sa quali saranno i risultati. In linea teorica non va escluso che i pm possano coinvolgere lo stesso Gori: non dimentichiamo che il sindaco, per legge, è responsabile della salute pubblica nel suo territorio».Potrebbe dunque accadere che il Comune si ritrovi parte civile contro il suo stesso sindaco. D'altra parte, di solito questi passaggi avvengono a fascicolo giudiziario chiuso. «Le ragioni? Me le domando anch'io», si stupisce Lingard, «visto che in mezzo alle indagini non c'è più soltanto la Regione Lombardia ma i governi degli ultimi anni in cui il partito di Gori, il Pd, è sempre stato presente, a parte la partentesi del primo governo Conte».Quello che si profila è un tentativo di strumentalizzare l'inchiesta di Bergamo contro la Regione Lombardia. Su questo, Lingard mette in fila una serie di fatti: «Mi limito a osservare che il sindaco è in prima linea nel criticare la Lombardia sulla campagna vaccinale e ha contribuito al lancio della class action contro l'istituzione della zona rossa che non doveva essere rossa. Con l'avvocato Consuelo Locati, che coordinava il pool legale del comitato, ci siamo sempre battuti contro le intromissioni della politica partitica». Ora anche l'avvocato Locati ha lasciato il comitato, spiegando su Facebook che Fusco voleva trasformarlo in un gruppo a sostegno della sua entrata in politica.Emerge dunque un quadro in cui il Pd tenterebbe di «impadronirsi» dei parenti delle vittime del Covid di Bergamo, neutralizzando il comitato. «Di fatto, adesso il comitato è compromesso in termini di credibilità», è la convinzione di Lingard. «Chi potrebbe monopolizzare la questione della mala gestione dell'emergenza in Lombardia sarà dunque il sindaco Gori, il quale ha pure annunciato che chiederà i danni con la costituzione di parte civile. A patto che non gli arrivi l'avviso di garanzia».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sfruttano-il-covid-per-sdoganare-laborto-fai-da-te-il-pd-prova-pure-a-mettere-le-mani-sui-parenti-delle-vittime-del-virus-2650259180.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-la-trasparenza-del-ministero-segreti-i-verbali-della-task-force" data-post-id="2650259180" data-published-at="1612295592" data-use-pagination="False"> Ecco la trasparenza del ministero: segreti i verbali della task force Niente da fare, i verbali della task force anti Covid del ministro Roberto Speranza restano ancora, incredibilmente, segreti. A darne notizia, una fonte ufficiale, ossia un diniego ministeriale che, lunedì, è stato recapitato al deputato di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami, il quale giorni fa aveva inoltrato l'ennesima istanza di accesso agli atti per conoscere che cosa il team ministeriale di specialisti riunito per la prima volta il 22 gennaio – embrione da cui, poi, è poi derivato il Comitato tecnico scientifico – si fosse detto nel corso delle prime sedute. Una richiesta rigettata con motivazioni che hanno dell'incredibile. La nota indirizzata a Bignami, infatti, liquida detti verbali come meri «fogli riproduttivi» di «riunioni», «scritti informali privi di firma» e che quindi «non costituiscono documenti amministrativi in senso proprio». «In altre parole», prosegue la nota, «trattasi di documenti che non hanno assunto natura provvedimentale, né si sono trasfusi in atti ufficiali, neppure in fase istruttoria, ed attengono ad una fase preparatoria». Per questo, è la conclusione, si può asserire «l'insussistenza del diritto di accesso alla natura e al contenuto degli atti in esame». Ora, dato che non parliamo di una bocciofila né di una società segreta, bensì di una task force istituita per fronteggiare l'allora nascente pandemia – e di cui lo stesso ministro Speranza, non senza enfasi, aveva dato notizia – davvero non si capisce il motivo di cotanta riservatezza. Di certo non la comprende Bignami che, contattato dalla Verità, ha annunciato che da un lato ha inoltrato un'ulteriore richiesta di accesso agli atti e che, dall'altro, comunque vada adirà le vie legali, per quella che ritiene una segretezza ingiustificata per chi non abbia nulla da nascondere e, in ogni caso, illegittima. Non una fonte di parte, bensì una sentenza del Tar – la numero 879/2021 – ha in effetti precisato che, a seguito del d.lgs. 25 maggio 2016, n. 97, il cosiddetto decreto Trasparenza, è pieno diritto del cittadino ottenere «qualsiasi documento in possesso delle pubbliche amministrazioni». Sempre la medesima sentenza ha poi precisato che è del tutto «irrilevante» che siffatti atti siano sfociati o meno in provvedimenti. Tradotto dal giuridichese: che quelli della task force fossero verbali, «scritti informali privi di firma», pizzini o sms, poco importa. Se ci sono, devono saltar fuori. Tanto più, ecco il punto, che il rilievo di quei documenti non è elevato: è massimo. Infatti, tramite quei verbali - e solo attraverso di essi - è possibile ricostruire che cosa si sono detti gli autorevoli esperti convocati dal ministro e quali idee, all'inizio della pandemia, fossero emerse per pianificarne il contrasto. Rispetto a ciò, qualcosa in realtà è già trapelato. Sappiamo per esempio che il 29 gennaio il dottor Giuseppe Ippolito dell'Istituto Spallazani era intervenuto in seno alla task force evidenziando l'opportunità di «riferirsi alle metodologie del Piano pandemico di cui è dotata l'Italia e di adeguarle alle linee guida appena rese pubbliche dell'Oms». In sostanza, nel corso delle prime riunioni del gruppo, Ippolito esortava a dare attuazione al piano pandemico «di cui è dotata l'Italia». Non è dato sapere se alludesse a quello del 2006 o ad altri successivi che, come più volte raccontato su questo giornale, altro non erano che fotocopie dei precedenti. Il punto è che lo specialista dello Spallanzani un richiamo, a fine gennaio 2020, lo aveva fatto. Il che non è banale se pensiamo che nelle settimane successive, a febbraio, il Pd, anziché invitare alla prudenza, organizzava con Beppe Sala e Nicola Zingaretti gli ormai famigerati «aperitivi contro la paura», appoggiando campagne divenute indimenticabili come «abbraccia un cinese». Ecco che allora i verbali che il ministero sta tenacemente celando assumono una importanza immensa perché da essi, oltre agli scambi di pareri tra i componenti della task force, è possibile sapere sia la verità sul piano pandemico italiano, da settimane al centro di un vero e proprio giallo – sul quale molte sono state, di fatto, le bugie di Speranza – sia sulle eventuali, iniziali sottovalutazioni del coronavirus che possono essere costate all'Italia non centinaia, ma qualche migliaio di vite. In teoria così non dovrebbe essere dato che, lo si ricorderà, il 27 gennaio, quando cioè, mentre l'emergenza Covid si stava sviluppando in Cina, Giuseppe Conte ospite di Lilli Gruber rassicurò tutti: «Siamo prontissimi, abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili». Poi com'è andata si è visto, purtroppo. Ma il solo modo per appurare le effettive responsabilità, repetita iuvant, è accedere ai benedetti verbali della task force. E il fatto che si continui ad inventarsi scuse, prima quasi negando l'esistenza della stessa task force - liquidata come un «tavolo di consultazione informale» -, poi spiegando che sì, i verbali ci sono, ma non sono atti di «natura provvedimentale», ecco, non lascia presagire nulla di buono. Tanto per cambiare.
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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