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Donald Trump (Ansa)
- «Intesa vicina ma firmo solo alle nostre condizioni, a partire dal nucleare». Poi Donald sente i Paesi del Golfo: alcuni favorevoli a un altro assalto per piegare l’Iran. Rubio più cauto ma ottimista. Ipotesi tregua di 60 giorni.
- La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi. Il caro benzina dovuto alla crisi in Iran ha impattato sulle bollette europee per 42 miliardi.
Lo speciale contiene due articoli.
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
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L’Indonesia nazionalizza l’export. Solare europeo sottozero. Hormuz senza tregua. Il ritorno degli extraprofitti. Maxi fusione NextEra-Dominion.
Il Tribunale di Napoli
Dalle informative dei carabinieri emerge un sistema di controllo dei colloqui tra legali a margine delle udienze. Ira dei penalisti che hanno già annunciato cinque giorni di sciopero.
Tre avvocati sono stati controllati e fotografati insieme con il fratello di un imputato di camorra e un paio di testimoni. Poi quelle immagini sono finite in un’informativa destinata alla Procura di Napoli, che sta provando a farla acquisire dal Tribunale in un processo di criminalità organizzata. Ma che cosa hanno fatto i legali per subire questo trattamento? L’abboccamento si è svolto in qualche covo segreto? Assolutamente no. L’incontro che ha suscitato l’attenzione degli investigatori è avvenuto in Tribunale, a margine di un processo e i tre difensori erano con il famigliare di un cliente fuori dall’aula dove si teneva l’udienza. Ecco un altro caso di avvocati ascoltati (di uno dei tre è stata depositata un’intercettazione), ma anche seguiti e fotografati.
Venerdì l’Unione delle Camere penali ha indetto «un’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale» di cinque giorni dopo che questo giornale ha pubblicato un’intervista all’avvocato perugino Alessandro Cannavale (ex procuratore di Spoleto). L’ex magistrato ha denunciato la captazione illegittima (perché non autorizzata da un gip) delle conversazioni tra avvocati e clienti nelle sale colloqui del carcere di Perugia.
In contemporanea gli avvocati Raffaele Esposito e Salvatore Pettirossi hanno inviato un esposto all’ordine degli avvocati di Napoli, dopo aver scoperto che la pm Giorgia De Ponte, lo scorso 29 aprile, ha chiesto l’acquisizione da parte della Corte d’Assise di Napoli di un’informativa dei carabinieri di Cisterna di Napoli e di un’intercettazione ambientale (fuori dall’aula del Tribunale) in cui è registrato anche l’avvocato Esposito. Documenti che suscitano non poche perplessità.
Il processo riguarda Salvatore Puzio, presunto esponente del clan Gelsomino di Afragola, accusato di essere il responsabile dell’omicidio di Luigi Mocerino, nell’ambito di un regolamento di conti. A difendere Puzio sono proprio Esposito e Pettirossi.
L’ottantanovenne Esposito non è un legale qualsiasi: è iscritto all’albo d’onore degli avvocati di Napoli e ha seguito i casi giudiziari campani più eclatanti del secolo scorso, dal processo Cutolo a quello Nuvoletta.
Dopo aver preso atto dell’informativa e della trascrizione dell’intercettazione che lo riguardava, il decano ha dichiarato: «In 60 anni di attività forense, non avevo mai visto nulla di simile. È un inedito e gravissimo attacco alla funzione del difensore nell’esercizio del suo magistero difensivo».
Esposito e Pettirossi sono finiti sotto la lente degli investigatori perché la Procura ha accolto un’ipotesi della polizia giudiziaria, che ritiene che i testi della difesa siano stati avvicinati e intimiditi dai familiari dell’imputato e indotti a rendere falsa testimonianza.
Tre di questi, per esempio, avrebbero molto timore di Puzio e si sarebbero incontrati con un terzo legale, Fioravante De Rosa, che era stato il difensore dello stesso Puzio.
Esposito e Pettirossi, nel loro esposto, ricordano che la pm ha avviato «una procedura incidentale volta all’accertamento dell’inquinamento probatorio» e che «tale accertamento finiva per coinvolgere, in maniera del tutto gratuita e infondata, anche l’operato dei difensori di Salvatore Puzio che venivano attinti da illegittimo sospetto».
I denuncianti spiegano nel dettaglio che cosa sia accaduto: «Il pm ha chiesto e ottenuto il provvedimento autorizzativo all’intercettazione nel corso del processo delle conversazioni sia all’interno della tribuna del pubblico che all’esterno dell’aula di udienza del Tribunale di Napoli con rilievi fotografici di noi avvocati, accompagnati da commenti calunniosi e diffamatori che ledono il prestigio, il decoro, e l’etica professionale».
I carabinieri, nel giugno del 2025, hanno video-ripreso alcuni conciliaboli fuori dall’aula e non solo quelli. Per esempio nelle immagini inserite nell’annotazione dell’Arma viene evidenziato l’arrivo in Tribunale di De Rosa con i testimoni Arturo Abimelech e Francesco Canciello e l’incontro del legale con i due colleghi che hanno presentato l’esposto.
De Rosa e Pettirossi sono immortalati mentre «si trattengono a parlare» con Pasquale Puzio, fratello dell’imputato. I carabinieri annotano: «Dopo appena sette secondi dall’incontro, i due legali osservano nelle opposte direzioni, come per controllare se ci fosse qualcuno».
Gli esponenti si domandano «su quale dato oggettivo si fondi il commento» e aggiungono: «Come è possibile che un difensore debba essere offeso nel suo decoro, fotografato, esposto al ludibrio pubblico per il semplice fatto che sta parlando con un altro difensore, colpevole solo di essere stato presente ad alcune udienze del processo?».
I carabinieri evidenziano anche «un gesto con il pollice in su» che Pasquale Puzio avrebbe rivolto a De Rosa «prima di salire le scale per recarsi in tribuna». Anche qui gli investigatori allegano tre foto, compreso l’ingrandimento dell’ok del fratello dell’imputato.
Esposito e Pettirossi sono increduli: «Il pollice in su di Pasquale Puzio, valorizzato in termini di sospetto dalla polizia, a quale alchimia del sospetto appartiene?».
In altri due scatti Esposito è ritratto insieme con i due figli avvocati, Gaetano e Martin.
Gli investigatori commentano così la prima immagine: «Circostanza inconsueta è il fatto che, pochi secondi prima, Canciello, già testimone nel processo, nonché zio di Abimelech, fuoriusciva dall’aula parlando con l’avvocato Esposito», mentre i due figli, a breve distanza, stavano interloquendo con Pasquale Puzio. Nella seconda foto il gruppo è tutto insieme.
I legali protestano di fronte a un simile trattamento: «Sicché l’avvocato Esposito deve essere gravato dal sospetto, dall’ignominia, perché ha parlato, per pochi secondi, con Canciello, tra l’altro già escusso, come testimone, in precedenza?». Le doglianze non sono terminate: «L’avvocato Esposito viene fotografato assieme ai suoi figli, anche essi avvocati; ritratto come un inquinatore di prove per il fatto stesso di essere stato fotografato e in assenza di ogni monosillabo che ne giustifichi almeno il sospetto».
L’intercettazione depositata risale, invece, a novembre, ed è stata captata sempre fuori dall’aula del processo. Pasquale Puzio parla con un testimone, Pietro De Chiara, davanti all’avvocato Esposito: «Devi dire: “Dove io fatico non so dove può sta ...”». De Chiara replica: «Questa è la verità». Dell’avvocato restano impresse nella bobina solo poche parole.
L’esposto rimarca l’inutilità di quel dialogo a fini investigativi: «Le frasi attribuite all’avvocato Esposito sono incomprensibili […]. È possibile ricostruire da quei monosillabi frammentati un contesto lessicale, grammaticale, sintattico, a partire dal quale l’avvocato Esposito abbia potuto, per ipotesi e sempre e solo per ipotesi, suggerire un dato, un fatto, una circostanza, direttamente, indirettamente, per sottintesi?». Ovviamente, per chi scrive, la risposta è no. Viene anche sottolineato che in questo modo «si devasta l’onore di un professionista che ha servito la legge per 60 anni».
Senza contare che il teste De Chiara è stato giudicato irrilevante, tanto che è uno dei pochi nei confronti del quale non si è ritenuto di procedere per falsa testimonianza.
L’Unione delle Camere penali, a quanto risulta alla Verità, discuterà del caso nella prossima riunione di Giunta, prevista per la prossima settimana, e poi diramerà un documento. Intanto si sono già espresse le sezioni locali dell’Ordine degli avvocati e delle Camere penali, con prese di posizione molto dure.
Il segretario napoletano dell’associazione dei penalisti, Maurizio Capozzo, spiega al nostro giornale: «Come avvocati non ci sottraiamo a indagini, né rivendichiamo alcuna immunità, ma è evidente che quanto avvenuto, all’interno di un tribunale, in un’aula dove si sta celebrando un processo, tende a limitare e sindacare pesantemente il diritto di difesa e desta serie preoccupazioni. Tra l’altro quanto registrato anche a Perugia rivela che il nostro non è un caso isolato, ma conferma scenari inquietanti».
Capozzo aggiunge: «Abbiamo ritenuto doveroso, a tutela del diritto di difesa, portare il caso all’attenzione della Procura della Repubblica, della Procura generale, dei presidenti di Tribunale e Corte d’Appello: trasformare l’aula di udienza in un luogo sorvegliato e controllato dalla polizia giudiziaria non è proprio di uno Stato di diritto».
Il segretario manda anche una frecciata agli inquirenti napoletani: «Da tempo abbiamo provato ad avere un’interlocuzione istituzionale con la Procura non solo su questi temi, ma anche su altre problematiche che affliggono la giurisdizione nella nostra città, ma nulla si è mosso».
Il procuratore Nicola Gratteri accetta di replicare alle contestazioni dei penalisti. Prima, però, ci riprende per un servizio che gli abbiamo dedicato proprio ieri: «Stamattina non è stato tanto bello l’articolo che mi avete fatto sulla serie televisiva. Lo so che non vi sono molto simpatico perché ho fatto vincere il No. Però sapete che io prima di dire di votare per il No avevo mandato a dire di lasciar perdere questa riforma che non serviva a niente e avevo suggerito di fare interventi che servano a far durare meno i processi». Dopo essersi tolto questo sassolino dalla scarpa, ci ha inviato la sua risposta all’esposto. Eccola: «Sono state disposte intercettazioni dei testi della lista del pubblico ministero per il reato di cui agli articoli 377 bis - 416 bis del codice penale (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria e associazione di tipo mafioso, ndr). L’attività intercettiva è stata autorizzata dal gip nel corridoio all’esterno dell’aula di udienza e nella tribuna destinata al pubblico.
Alcuni testi hanno effettivamente ritrattato le dichiarazioni rese in indagini per l’omicidio.
Dall’attività di indagine è emerso che alcuni testi del pm intrattenevano conversazioni con difensori, anche prima della loro deposizione.
Nessun difensore è stato pedinato né direttamente intercettato». Nessun arretramento dunque. Sotto il Vesuvio si annunciano fuochi d’artificio.
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La genialata di 5 stelle e Pd ha scassato i conti pubblici: ci sono frodi alle casse dello Stato nel 33% delle domande presentate. Questi fondi sarebbero stati un «tesoro» da usare per tagliare le accise sui carburanti. Invece avremo il gasolio sopra i 2 euro.
Da domani gli automobilisti che intendono fare il pieno avranno una sgradita sorpresa. Nonostante le misure adottate dal governo per contenere il rincaro dei prezzi dei carburanti, il gasolio tornerà sopra i 2 euro al litro. Purtroppo, la guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno conseguenze immediate per chi usa l’auto. Ancora di più ne avranno sull’inflazione, dato che i beni di largo consumo, come i generi alimentari e la maggior parte di quelli che si trovano nei supermercati, viaggiano su gomma e, dunque, ogni rincaro alla pompa si riflette sui prodotti in vendita sugli scaffali.
Per evitare il peggio, l’esecutivo ha messo in campo un taglio alle accise, ma il provvedimento costa caro alle casse dello Stato e per non incorrere nelle ire di Bruxelles - e soprattutto nelle sanzioni Ue - è limitato nel tempo. Tuttavia, alla notizia del rincaro del prezzo del gasolio, se ne aggiunge un’altra ancor meno piacevole. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, intervenendo al Festival dell’economia di Trento, ha spiegato che nell’ultimo anno il grado di infedeltà delle domande di Superbonus è arrivato al 33%. In pratica, una domanda su tre cela una frode ai danni dello Stato. Come capirete, si tratta di una percentuale enorme che, tradotta in valore assoluto, credo rappresenti una cifra di parecchi miliardi.
Ernesto Maria Ruffini, il predecessore dell’attuale capo della riscossione, prima di dimettersi per provare a rifondare la Dc per poi offrirla in matrimonio al Pd, stimò che le truffe sfiorassero la somma record di 20 miliardi. È vero che su una spesa di 174 miliardi (tale è l’ultimo calcolo del ministero dell’Economia e delle finanze) si parla di una percentuale di poco sopra al 10%, ma è altrettanto vero che la cifra equivale, più o meno, a una finanziaria, con l’aggravante che quello non è, come in ogni manovra di bilancio, il conto di decine se non centinaia di interventi. No, in questo caso la cifra di 20 miliardi rappresenta un’uscita che non ha paragoni perché, nella storia della Repubblica, non ci sono spese simili per un unico capitolo e per pochi beneficiari. Pensate quanti interventi a sostegno di automobilisti e trasportatori sarebbero stati possibili se non fossero stati regalati a poche migliaia di famiglie tutti quei soldi. Soprattutto, la spesa folle del Superbonus ha premiato non solo proprietari di casa ma anche di ville superlussose e castelli.
Cioè, invece di avere a disposizione un «tesoro» (non lo chiamo con il diminutivo con cui di solito si definiscono questi fondi per la semplice ragione che non si tratta di pochi miliardi), lo Stato è costretto pure a dare la caccia ai truffatori e a non poter agire fuori dalla procedura di infrazione europea, perché in bilancio mancano proprio i soldi che il governo Conte bis ha regalato a una minoranza di privilegiati. Ovviamente, è inutile piangere sul latte versato. La maggioranza giallorossa composta da 5 stelle e Pd ha scavato una voragine nei conti dello Stato. Ma una cosa, forse, è necessario dirla o, meglio, saperla. Visto che ormai siamo in campagna elettorale e sia destra sia sinistra guardano alle elezioni del 2027, quando si dovrà votare per la prossima legislatura, credo sia opportuno chiedere un impegno alle forze politiche, ovvero la promessa che non ci saranno mai più né Superbonus né reddito di cittadinanza. Almeno sarà chiaro a tutti se chi si candida per governare ha intenzione di scassare un’altra volta i conti dello Stato.
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