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Vincenzo De Luca (Ansa)
Le elezioni locali sono una doccia fredda per l’opposizione, che sperava di bissare il risultato del referendum. Maggioranza avanti ad Arezzo: al ballottaggio sarà decisivo Calenda. Il centrosinistra si consola con Prato.
Se doveva essere un (quasi) midterm per il governo, questo turno amministrativo che ha coinvolto 6,7 milioni di elettori con un’affluenza del 60,1% (contro il 64,9% di quasi sei anni fa) può far dormire sonni tranquilli a Giorgia Meloni: il tifone referendum si è già trasformato in una tarda brezza primaverile.
Chi ha qualche problema è Elly Schlein che ha solo una conferma: deve per forza affidarsi al Campo largo che però - e queste elezioni lo rendono di palmare evidenza - è solo un cartello elettorale e se dovesse essere trasferito in alleanza politica nazionale avrebbe enormi difficoltà.
Il campo largo a Venezia è diventato, grazie al successo di Simone Venturini, un campiello; a Salerno l’arcinemico della Schlein, lo «sceriffo» Vincenzo De Luca, lo ha asfaltato; a Reggio Calabria Francesco Cannizzaro, esponente di punta di Forza Italia, con una vittoria plebiscitaria lo ha arato; a Messina, con la riconferma del sindaco Federico Basile, lo ha dissolto. Solo a Prato il Campo largo regge grazie a un cacicco del Pd, Matteo Biffoni, che si appresta a guidare la più grande chinatown d’Italia per la terza volta. Nelle città di maggior peso è finita con un 2 a 1 per il centrodestra rispetto al Campo largo, ma a vedere tutta la classifica il Pd ha tenuto una sola città su cinque. Non è una media da Champions League! A Prato - unica città tra quelle che pesano dove il Pd ha prevalso - passa al primo turno Biffoni con il 55% dei voti battendo nettamente Gianluca Banchelli (28%) del centrodestra che ha però pagato una divisione di Fratelli d’Italia con la fuoriuscita di Claudio Belgiorno che era stato il consigliere meloniano più votato. La Toscana è forse la sola regione dove il centrodestra è arretrato. A Prato non ha approfittato delle dimissioni forzate della sindaca Pd Ilaria Bugetti inquisita per corruzione - da qui le comunali anticipate -, a Pistoia dopo dieci anni di amministrazione del centrodestra Giovanni Capecchi passa al primo turno con il 55% battendo la vicesindaca uscente Anna Maria Celesti che si è fermata al 42,1%. Capecchi è il vero candidato del Campo largo: docente universitario di letteratura italiana all’Università per stranieri di Perugia, è un civico che sta con Avs e il Pd lo ha dovuto digerire perché ha vinto le primarie.
Il centrodestra può ammortizzare l’insuccesso toscano ad Arezzo che potrebbe diventare anche una città laboratorio. Qui per confermare dieci anni di amministrazione di centrodestra Marcello Comanducci (accreditato del 44%) deve vedersela al ballottaggio con Vincenzo Ceccarelli, un esponente storico del Pd fermo al 32%. Ma la novità è Marco Donati, vicino al 18%, che è espressione di un polo laico-liberale dove Azione di Carlo Calenda è l’aggregatore. E al ballottaggio sarà decisivo. Escluso invece il ballottaggio a Venezia da dove Elly Schlein venuta a sostenere un vero cacicco del Pd, Andrea Martella, senatore già sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel Conte II, aveva dichiarato nel comizio conclusivo: «Da qui mandiamo a casa Giorgia Meloni». Sarà per la prossima volta perché Simone Venturini - già assessore con Luigi Brugnaro - esponente di tutto il centrodestra ha il 52,8% dei voti mentre Martella s’è fermato al 37,7%.
Con un plebiscito a favore del vicecapogruppo alla Camera di Forza Italia Francesco Cannizzaro si sono chiusi dodici anni di dominio Pd su Reggio Calabria incarnati da Giuseppe Falcomatà che in gennaio è stato eletto al consiglio regionale calabrese. Francesco Cannizzaro ha raccolto il 68% dei voti e Domenico Battaglia (sindaco uscente anche se per pochi mesi) del Pd è fermo al 22,6%. Il voto di Reggio Calabria è particolarmente significativo perché conferma la linea del presidente della Regione Roberto Occhiuto che è stato rieletto in ottobre con oltre il 58% dei voti dopo dimissioni lampo. Occhiuto in Forza Italia ha una posizione molto liberale e sta cercando di condizionare il centrodestra e la stra-vittoria di Cannizzaro, candidato voluto e imposto da Occhiuto, rafforza Forza Italia nella coalizione.
Discorso a parte è quello di Vincenzo De Luca che torna sindaco per la quinta volta a Salerno e che dimostra come il Campo largo che Elly Schlein vuole imporre come modello non sempre funziona. Come si sa, De Luca voleva il terzo mandato alla Regione Campania, la segretaria del Pd glielo ha impedito dando via libera al pentastellato Roberto Fico per rinsaldare l’alleanza con Giuseppe Conte. E lo «sceriffo» si è preso una sonora rivincita. Suo figlio Piero, segretario regionale del partito, su ordine del Nazareno, ha negato a Vincenzo De Luca il simbolo del Pd e lui si è presentato con sette liste senza. I primi risultati parziali lo danno in testa con oltre il 57% dei voti, il candidato del centrodestra Gherardo Maria Marenghi sta al 15 e il vero candidato del Campo largo, Francesco Lanocita, espressione dei pentastellati, è poco sopra il 13%. Quanto successo a Salerno è stato d’esempio a Enna dove Mirello Crisafulli, che è stato privato del simbolo del Pd, è passato al primo turno con oltre il 60% dei voti. In Sicilia c’è il caso più clamoroso che ha un riflesso in parte satirico. È stato confermato sindaco Federico Basile del partito animato da Cateno De Luca (nomen omen) Sud chiama Nord, con il 56% dei voti. In Sicilia non ci sono ballottaggi e viene eletto chi prende almeno il 40%. Solo che Basile è contro il Ponte sullo stretto e il suo dirimpettaio Cannizzaro lo vuole: da qui la satira. Una consolazione per il Pd potrebbe venire da Chieti dove Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Csm, esponente storico del Pd, è sulla soglia dell’elezione al primo turno: le proiezioni lo danno al 48,7%, uno dei candidati del centrodestra Cristiano Sicari sta al 26,1% mentre l’altro di centrodestra Mario Colantonio - sostenuto dalla Lega - si attesta al 15%. A dimostrazione che se il Campo largo non vince, il centrodestra diviso perde.
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Donald Trump (Ansa)
Il presidente Usa tenta di salvarsi la faccia e rispolvera i suoi accordi per normalizzare il Medio Oriente: «Dopo i nostri sforzi, tutti devono entrare. Se arriva l’intesa, anche Teheran potrebbe». I pasdaran: «Falsa la notizia sul trasferimento dell’uranio in Cina».
Donald Trump si è mostrato ottimista su un possibile accordo con l’Iran. E ha collegato l’eventuale successo del processo diplomatico al rilancio degli Accordi di Abramo.
«I negoziati con la Repubblica islamica dell’Iran stanno procedendo bene! O si raggiungerà un ottimo accordo per tutti, oppure non ci sarà alcun accordo», ha affermato ieri su Truth. «Dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti per cercare di ricomporre questo puzzle molto complesso, dovrebbe essere obbligatorio che tutti questi Paesi, come minimo, firmino simultaneamente gli Accordi di Abramo», ha aggiunto, riferendosi ai Paesi arabi. «Gli Accordi di Abramo si sono dimostrati, per i Paesi coinvolti (Emirati arabi uniti, Bahrein, Marocco, Sudan e Kazakistan), un vero e proprio boom finanziario, economico e sociale», ha proseguito. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare che l’Iran possa aderire agli Accordi di Abramo: una posizione, questa, che aveva già espresso l’anno scorso. Al contempo, l’inquilino della Casa Bianca ha ripreso a criticare la politica iraniana che era stata portava avanti dalle amministrazioni di Barack Obama e di Joe Biden, pubblicando una loro foto con la scritta «i due peggiori presidenti della storia americana».
Non è del resto un mistero che Trump abbia sempre visto i patti abramitici come uno strumento di stabilizzazione del Medio Oriente. E adesso vuole rilanciarli per una serie di motivazioni. Innanzitutto, punta a rendere un’eventuale intesa con Teheran maggiormente digeribile per Israele. In secondo luogo, spera di ammorbidire la Repubblica islamica con la prospettiva di una sua integrazione nel nuovo quadro mediorientale che potrebbe nascere. Infine, ma non meno importante, Trump mira ad arginare le critiche che l’ala più filo-israeliana del Partito repubblicano ha mosso al suo eventuale accordo con l’Iran (che ieri ha ripristinato l’accesso a Internet). Tuttavia, secondo la Cnn, si sarebbe registrata una certa freddezza da parte dei leader arabi sull’eventualità di aderire agli Accordi di Abramo: in particolare, i sauditi avrebbero ribadito di essere disposti a un simile passo soltanto dopo l’avvio di un percorso volto a riconoscere uno Stato palestinese. La strada per il rilancio dei patti non è impraticabile ma resta piuttosto stretta. Molto dipenderà anche dall’atteggiamento di Israele, oltreché dai rapporti, attualmente non troppo idilliaci, tra Riad e Abu Dhabi (che vi aderì nel 2020).
Tornando alla diplomazia tra Washington e Teheran, ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, hanno discusso dell’eventuale accordo a Doha con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani. In particolare, i colloqui si sono concentrati su due dossier: Hormuz e l’uranio arricchito. «L’obiettivo principale della visita della delegazione a Doha è incentrato sulle questioni relative allo Stretto di Hormuz e all’uranio altamente arricchito», ha dichiarato un diplomatico regionale ad Al Jazeera.
Del resto, sempre ieri, il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica islamica, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che il regime khomeinista sta riscuotendo delle tariffe per i «servizi di navigazione» garantiti nello Stretto, pur precisando che non si tratterebbe di pedaggi. Ricordiamo che, la settimana scorsa, gli Stati Uniti avevano duramente criticato l’eventualità che Teheran imponesse dei balzelli per il passaggio a Hormuz. Baghaei ha anche sottolineato che si sono registrati progressi dal punto di vista diplomatico, evidenziando tuttavia al contempo che la firma di un’intesa con gli americani non risulterebbe imminente.
Ma che cosa prevedrebbe l’accordo in discussione? Ieri la Cbs, citando due funzionari regionali, ha riferito che esso comporterebbe innanzitutto una proroga del cessate il fuoco di 60 giorni. L’Iran riaprirebbe poi Hormuz (ieri la marina di Teheran ha annunciato di aver acconsentito al passaggio di 32 navi), riportando la situazione alla condizione antecedente al conflitto. Teheran si impegnerebbe inoltre a non dotarsi dell’arma nucleare e smaltirebbe le sue scorte di uranio arricchito. In cambio, Washington revocherebbe gradualmente le sanzioni e scongelerebbe gli asset attualmente bloccati della Repubblica islamica. Nel frattempo, il canale israeliano Channel 12 ha riferito che Teheran starebbe producendo missili a un ritmo più celere del previsto. Tutto questo mentre, stando al canale saudita Al Hadath, la Repubblica islamica si sarebbe detta disposta a consegnare il proprio uranio arricchito alla Cina, anziché agli Stati Uniti. La notizia è stata tuttavia smentita dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim, vicina alle Guardie della rivoluzione: in particolare, proprio i pasdaran hanno affermato che il regime khomeinista non ha preso «alcun impegno sul settore nucleare». Ricordiamo che, la settimana scorsa, Trump aveva detto che le scorte iraniane avrebbero dovuto essere incamerate (e successivamente distrutte) da Washington.
Come che sia, un funzionario americano ha detto ieri alla Cnn che Usa e Iran stanno lavorando per trovare una convergenza sulla questione nucleare e delle sanzioni nel testo di accordo in fase di stesura. La stessa fonte ha inoltre definito incoraggiante il fatto che, ieri, Araghchi e Ghalibaf fossero a Doha.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 26 maggio con Carlo Cambi
Ansa
Il Cremlino annuncia nuove bombe come rappresaglia per il blitz ucraino sullo studentato. Che, per i giornali, pare non esistere.
Non accenna ad attenuarsi l’escalation tra Russia e Ucraina, con gli attacchi reciproci che proseguono martellanti. Eppure, nonostante il raid ucraino sul dormitorio studentesco a Starobilsk abbia provocato 21 vittime, di cui anche alcuni bambini, per i media italiani pare che siano soltanto i russi a uccidere.
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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