«Sulla separazione delle carriere saranno gli italiani a esprimersi»
  • Referendum possibile entro il 2026. Il viceministro Sisto: «Le guerre di religione penalizzano i cittadini» Il Csm verrà sdoppiato in due organismi, uno per i pm e l’altro per i giudici. I consiglieri saranno sorteggiati.
  • Vertice ieri a Palazzo Chigi per i 4 nomi da indicare per la Corte Costituzionale. Oggi il Parlamento si riunisce in seduta comune per il tredicesimo scrutinio.

Lo speciale contiene due articoli.

«È plausibile che il referendum si possa svolgere nel 2026. Saranno gli italiani a esprimersi, le guerre di religione penalizzano sempre i cittadini»: parlando con La Verità, il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, di Forza Italia, fa capire molto chiaramente che sulla riforma si fa sul serio. Il disegno di legge costituzionale sulla separazione delle carriere firmato da ministro Carlo Nordio ha iniziato la scorsa settimana il suo percorso a Montecitorio con la bocciatura delle pregiudiziali di costituzionalità, e l’intenzione del governo guidato da Giorgia Meloni è di procedere in maniera spedita e senza tentennamenti. L’iter del disegno di legge costituzionale prevede due letture alla Camera e due al Senato, naturalmente alternate. Tra la prima e la seconda lettura di ciascun ramo del parlamento devono passare almeno tre mesi: nel caso in cui la seconda votazione alla Camera e al Senato non faccia registrare almeno due terzi dei voti a favore, si va al referendum. Il cuore della riforma è la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, una battaglia storica di Silvio Berlusconi, che spesso amava ripetere come l’accusa dovesse avere verso il tribunale lo stesso atteggiamento rispettoso degli avvocati difensori. Per raggiungere questo obiettivo di equidistanza dei giudici rispetto alle parti, la riforma prevede che i magistrati non potranno più passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice e viceversa, passaggio che le toghe oggi possono fare anche se solo una volta e nei primi 10 anni di carriera (va ricordato che solo una piccola percentuale dei giudici si avvale di questa opportunità, meno dell’1% del totale).

Non c’è solo questo punto, comunque, tra i pilastri della riforma della Giustizia approdata finalmente in parlamento. Un’altra innovazione importante è lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due diversi organismi, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente (i pubblici ministeri) entrambi presieduti dal presidente della Repubblica. Di questi consigli superiori fanno parte di diritto, rispettivamente, il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli altri componenti sono estratti a sorte, per un terzo, da un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di esercizio, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione; e, per due terzi, rispettivamente, tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti, nel numero e secondo le procedure previste dalla legge. Ciascun Consiglio elegge il proprio vicepresidente fra i componenti sorteggiati dall’elenco compilato dal Parlamento. I membri designati mediante sorteggio durano in carica quattro anni e non possono partecipare alla procedura di sorteggio successiva. Il meccanismo del sorteggio, come è evidente, elimina il potere delle correnti organizzate (e politicizzate) dei magistrati. Inoltre la riforma prevede che la giurisdizione disciplinare nei riguardi dei magistrati ordinari, giudicanti e requirenti, è attribuita alla neo-istituita «Alta Corte disciplinare», composta da quindici giudici, tre dei quali nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio e tre estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione, e poi da sei magistrati giudicanti e tre requirenti estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie, con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità. Manco a dirlo, anche ieri l’Associazione nazionale magistrati ha attaccato con violenza la riforma: il presidente Giuseppe Santalucia è tornato a parlare di«strappo alla Costituzione», di «squilibrio tra i poteri dello Stato» e via fiammeggiando, mentre la stessa Anm prepara una mobilitazione già per gli eventi di inaugurazione dell’anno giudiziario in programma a fine gennaio.

«C’è un parlamento che decide e legifera in rappresentanza del popolo italiano», commenta con estrema pacatezza il viceministro Sisto alla Verità, «e una magistratura che applica le leggi. La riforma della Giustizia fa parte del programma elettorale del centrodestra che gli italiani hanno premiato alle elezioni. Il principio è che la distanza tra il giudice e l’accusa deve essere la stessa che c’è tra il giudice e la difesa. Saranno gli italiani a esprimersi», aggiunge Sisto, «le guerre di religione penalizzano sempre i cittadini». Saranno gli italiani a esprimersi, prevede il viceministro, poiché è assai improbabile che il ddl costituzionale che riforma la Giustizia possa essere approvato sia alla Camera che al Senato con una maggioranza di due terzi, pur ipotizzando un eventuale soccorso di Azione o Italia viva.

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