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2020-10-02
C’è immunità di gregge ma creano l’emergenza
Giuseppe Conte (Ansa)
Per la prima volta in Italia si affaccia la prospettiva di una possibile (e augurabile) «immunità di gregge», che in questi mesi di pandemia è stata spesso evocata a sproposito, mentre oggi - secondo il Gimbe - è la possibile spiegazione di un fenomeno nuovo che riguarda il Nord Italia. C'è un dato fra i tanti, infatti, che colpisce Nino Cartabellotta, nell'ultimo rapporto sui contagi da coronavirus, che la sua fondazione compila settimana per settimana, e che ieri il ricercatore del Gimbe ha presentato a Firenze nel Forum sistema salute. È un dato che dovrà essere confermato, interpretato e spiegato nel tempo, ma che per ora porta ad una sola conclusione, ed è una «scoperta» che si può definire sorprendente sia per il Nord che per la Lombardia: «Se osserviamo con attenzione i numeri sul rapporto tra i casi positivi e i casi testati, avendo cura di sottrarre i doppi tamponi confermativi - spiega Cartabellotta - ci si trova davanti a un fenomeno molto importante, anche dal punto di vista numerico».
Quale? «Gli ordini di grandezza nel rapporto tra Nord e Sud sembrano ribaltati rispetto alla primavera scorsa. Regioni come la Campania (5.4%) e la Sardegna (4.3%) stanno registrando, dopo l'estate, un fortissimo incremento di contagi reali. Mentre, al contrario, Regioni che sono state in passato fortemente colpite dalla pandemia, come la Lombardia (1,9%) e l'Emilia Romagna (2.2%), hanno registrato, nello stesso periodo, un forte abbattimento percentuale dei casi di positività». Così, quando chiedo al presidente del Gimbe, come si spiega questa inversione così significativa di tendenza, Cartabellotta mi dà una risposta sorprendente: «Se si contano i tamponi fatti in assoluto, come fanno molti, si ha una percentuale falsata. Se invece si valuta questo rapporto sui numeri netti si scopre che l'immunità di gregge è la spiegazione più probabile per questa forbice tra dati. E proprio questa ipotesi spiega anche perché, portati sullo stesso indice, i dati di Campania e Sardegna, una Regione che era Covid free prima dell'estate, e altre Regioni del sud, che erano state toccate meno, hanno oggi un grande incremento. Anche la Sicilia e la Puglia, che in primavera erano stati coinvolte marginalmente, oggi con il 3.5% e il 3,1% sono salite entrambe al di sopra della media nazionale» (che è il 3.1%, ndr). «In quei territori - aggiunge Cartabellotta - il virus era meno diffuso, e quindi adesso ha ancora grandi possibilità di contagio. Nel Nord e in Lombardia, evidentemente, ha già toccato settori amplissimi della popolazione, che oggi sono meno vulnerabili al coronavirus». Morale della favola: «Il “secondo giro" del contagio, chiamiamolo così, colpisce di più chi ha avuto minor esperienza del virus, e in proporzione minore chi ha avuto più contagi».
E qui c'è un altra considerazione che può sorprendere chi ha in mente le coordinate sulla pandemia che ci sono state fornite in questi mesi: «Se questa lettura è vera» aggiunge Cartabellotta «i numeri ci dicono anche che l'indagine epidemiologica dell'Istat della scorsa primavera era, come dico da mesi, largamente sottostimata. E per un motivo evidente: su un panel di 150.000 intervistati potenziali, ben 70.000 interpellati che erano stati inseriti nel campione all'epoca rifiutarono il questionario. Non avevano nemmeno la garanzia del tampone, cosa ridicola se si pensa ai costi di quella indagine, solo due milioni alla Croce rossa per l'attività di call center». Chiedo a Cartabellotta perché consideri così importante la revisione critica di quell'indagine Istat: «Cambia tutto. Non lo dice nessuno ma questo significa che l'impatto reale dell'epidemia al Nord è largamente sottostimato. Anche il dato finale di un milione e 482.000 italiani contagiati è sottostimato. Noi pensavamo che quella indagine fosse la cornice: invece potrebbe essere ancora la punta dell'iceberg». Non è una differenza di poco conto: «Non è un caso che questo sia stato l'unico, tra gli studi epidemiologici nazionali, a non essere pubblicato. Svolto in un momento particolare, certo. Ma anche alla luce di questi numeri - osserva Cartabellotta - andrebbe rifatto». Il monitoraggio della Fondazione si riferisce alla settimana 23-29 settembre e (rispetto al precedente), registra in ogni caso un ulteriore incremento nel trend dei nuovi casi (12.114 vs 10.907). C'è un leggero aumento dei casi testati (394.396 vs 385.324), mentre dal punto di vista epidemiologico crescono i casi attualmente positivi (50.630 vs 45.489) e, sul fronte degli ospedali, i pazienti ricoverati con sintomi (3.048 rispetto a 2.604) e in terapia intensiva (271 rispetto a 239). Aumentano anche i decessi (137 vs 105). E qui c'è - forse -l'ultimo dato interessante. Il grafico di ricoveri ospedalieri e terapie intensive continua a seguire una dinamica di «crescita lineare». Il che significa, osserva Cartabellotta, che se nelle prossime due settimane non subirà impennate dovute alla riapertura delle scuole (serve questo tempo per monitorare gli effetti), che a dicembre presumibilmente avremo 10.000 ricoveri e 1.000 pazienti in terapia intensiva». E questo cosa significa? «che siamo al limite, ma che il sistema sanitario sarebbe in grado di reggere. Ecco perché - conclude Cartabellotta - le prossime di settimane di rilevazione dei contagi saranno decisive».
Verso lo stato d’emergenza infinito. Conte vuole blindarsi fino a febbraio
No, non è Viktor Orban, che per estendere i suoi poteri passò dal Parlamento ungherese (30 marzo), e poi vi ritransitò per porre fine alla straordinarietà (16 giugno scorso). Ma si tratta di Giuseppe Conte, che - di nuovo - tenta di aggrapparsi al virus e di prorogare ancora una volta lo stato d'emergenza.
Condizione giuridica eccezionale - giova ricordarlo - imposta dal 31 gennaio scorso, ormai un tempo lunghissimo. Poi Conte provò di soppiatto a far passare una proroga a metà maggio con il «decreto Rilancio»: in una delle primissime bozze, ben nascosta, c'era infatti la scelta - tutt'altro che neutra, anzi di altissimo impatto politico - di allungare lo stato d'emergenza di altri sei mesi. Poi, di bozza in bozza (qualcuno scrisse: anche su indicazione del Colle più alto), la discutibile norma sparì.
Due mesi dopo quel tentativo, il premier riuscì nell'intento a fine luglio, quando ottenne una proroga fino a metà ottobre, che dunque è ormai quasi in scadenza. E allora ieri Conte è tornato a battere sul punto, al termine di una visita a una scuola in provincia di Caserta: «Abbiamo convenuto che andremo in Parlamento a proporre la proroga dello stato di emergenza, ragionevolmente fino alla fine di gennaio 2021. Ieri (ndr: l'altro ieri) in Consiglio dei ministri abbiamo fatto un'informativa sul punto. C'è stata una discussione: abbiamo convenuto che allo stato della situazione, che comunque continua a essere critica per quanto la curva del contagio sia sotto controllo, viene richiesta la massima attenzione da parte dello Stato, delle sue articolazioni, della Protezione civile, dei presidenti di Regione e anche dei cittadini».
Inutile far finta che sia tutto normale. La decisione sarebbe clamorosa: non si capisce su quale base scientifica venga assunta. È vero che il numero dei casi non è trascurabile, ma ciò era previsto e prevedibile dopo le vacanze e la riapertura delle scuole; e comunque i numeri dei ricoveri e delle terapie intensive sono ancora sotto controllo. E in ogni caso non si vede perché serva una situazione giuridica emergenziale per far fronte a problemi sanitari e organizzativi.
Tra l'altro, l'Italia si fa vanto (anche giustamente) di numeri del contagio inferiori a buona parte dei Paesi europei, in questo momento. Ecco, in Europa, quasi tutti sono da tempo usciti da un assetto giuridico emergenziale, né - tranne eccezioni - intendono rientrarci, a prescindere dalle misure sanitarie (più o meno severe, caso per caso) adottate nei diversi Paesi per il contenimento della malattia.
Si ricorderà che anche l'ultima proroga fu motivata in un modo che apparve risibile a molti giuristi: per consentire - si disse - procedure accelerate (gare, appalti, ecc) in vista della riapertura delle scuole. E abbiamo visto come siano andate le cose.
Ora si punta a una proroga di altri tre mesi e mezzo, per arrivare a un anno pieno, fino al 31 gennaio 2021. Così, la retorica dello stato d'emergenza avvolgerà anche il periodo natalizio e Capodanno. Tragicomicamente, i retroscena delle ultime trentasei ore fanno registrare un'altra pensata, stavolta del ministro grillino Alfonso Bonafede (a quanto pare, spalleggiato dal dem Dario Franceschini): nientemeno che una maratona tv, con tanto di contatore in tempo reale, per indurre gli italiani a scaricare la app Immuni. Ma guarda: gli italiani, dopo i disastri dell'Inps, non si fidano di come la macchina pubblica potrebbe custodire i loro dati sensibili.
Le conseguenze dell'eventuale proroga (da quanto si apprende, il governo, forse attraverso il ministro Roberto Speranza, dovrebbe essere in Parlamento la prossima settimana per proporla) sono fin troppo chiare: mano libera per nuovi Dpcm (sia pure con il tenuissimo coinvolgimento parlamentare che è stato recentemente introdotto, e cioè una mera illustrazione preventiva alle Camere dei Dpcm, che tuttavia restano quello che sono: atti amministrativi non firmati nemmeno dal Capo dello Stato né convertiti dal Parlamento), e possibilità di istituire altri lockdown, eventuale colpo finale a un'economia già in ginocchio. Più un'ulteriore spinta allo smart working, che già paralizza da mesi le attività delle pubbliche amministrazioni. Ma la latitudine degli interventi autorizzati è praticamente senza limiti: lo stato d'emergenza consente infatti di derogare a qualunque disposizione vigente.
La realtà - inutile girarci intorno - è che il vero obiettivo di Conte è tutto politico: anche a costo di dare un altro colpo psicologico all'economia e alla propensione degli italiani ai consumi, il premier vuole continuare a usare l'emergenza come giubbetto antiproiettile, come protezione per blindare il suo governo. Su questo, è stata fulminante la battuta dell'autore di satira Federico Palmaroli, detto «Osho», che ha buttato lì l'ipotesi di una proroga dell'emergenza «fino a fine legislatura».
La cosa è due volte paradossale se si considera la «narrazione» che accompagnò la nascita del Conte bis: e cioè la denuncia della presunta aspirazione salviniana ai «pieni poteri», che in realtà era solo la richiesta di libere elezioni. Qui invece, senza elezioni, i pieni poteri qualcuno se li è presi e continua a prorogarseli per davvero. Per cercare di perpetuare l'emergenza anestetizzando il conflitto politico.
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L'ipotesi di Gimbe: «Il virus colpì in primavera un'ampia parte degli abitanti del Settentrione, ora meno vulnerabile del Sud».Il premier è intenzionato a prorogare il periodo in scadenza il 15 ottobre, nonostante l'epidemia sia sotto controllo. Così avrà mano libera per deliberare senza il Parlamento e istituire eventuali lockdown.Lo speciale contiene due articoliPer la prima volta in Italia si affaccia la prospettiva di una possibile (e augurabile) «immunità di gregge», che in questi mesi di pandemia è stata spesso evocata a sproposito, mentre oggi - secondo il Gimbe - è la possibile spiegazione di un fenomeno nuovo che riguarda il Nord Italia. C'è un dato fra i tanti, infatti, che colpisce Nino Cartabellotta, nell'ultimo rapporto sui contagi da coronavirus, che la sua fondazione compila settimana per settimana, e che ieri il ricercatore del Gimbe ha presentato a Firenze nel Forum sistema salute. È un dato che dovrà essere confermato, interpretato e spiegato nel tempo, ma che per ora porta ad una sola conclusione, ed è una «scoperta» che si può definire sorprendente sia per il Nord che per la Lombardia: «Se osserviamo con attenzione i numeri sul rapporto tra i casi positivi e i casi testati, avendo cura di sottrarre i doppi tamponi confermativi - spiega Cartabellotta - ci si trova davanti a un fenomeno molto importante, anche dal punto di vista numerico». Quale? «Gli ordini di grandezza nel rapporto tra Nord e Sud sembrano ribaltati rispetto alla primavera scorsa. Regioni come la Campania (5.4%) e la Sardegna (4.3%) stanno registrando, dopo l'estate, un fortissimo incremento di contagi reali. Mentre, al contrario, Regioni che sono state in passato fortemente colpite dalla pandemia, come la Lombardia (1,9%) e l'Emilia Romagna (2.2%), hanno registrato, nello stesso periodo, un forte abbattimento percentuale dei casi di positività». Così, quando chiedo al presidente del Gimbe, come si spiega questa inversione così significativa di tendenza, Cartabellotta mi dà una risposta sorprendente: «Se si contano i tamponi fatti in assoluto, come fanno molti, si ha una percentuale falsata. Se invece si valuta questo rapporto sui numeri netti si scopre che l'immunità di gregge è la spiegazione più probabile per questa forbice tra dati. E proprio questa ipotesi spiega anche perché, portati sullo stesso indice, i dati di Campania e Sardegna, una Regione che era Covid free prima dell'estate, e altre Regioni del sud, che erano state toccate meno, hanno oggi un grande incremento. Anche la Sicilia e la Puglia, che in primavera erano stati coinvolte marginalmente, oggi con il 3.5% e il 3,1% sono salite entrambe al di sopra della media nazionale» (che è il 3.1%, ndr). «In quei territori - aggiunge Cartabellotta - il virus era meno diffuso, e quindi adesso ha ancora grandi possibilità di contagio. Nel Nord e in Lombardia, evidentemente, ha già toccato settori amplissimi della popolazione, che oggi sono meno vulnerabili al coronavirus». Morale della favola: «Il “secondo giro" del contagio, chiamiamolo così, colpisce di più chi ha avuto minor esperienza del virus, e in proporzione minore chi ha avuto più contagi».E qui c'è un altra considerazione che può sorprendere chi ha in mente le coordinate sulla pandemia che ci sono state fornite in questi mesi: «Se questa lettura è vera» aggiunge Cartabellotta «i numeri ci dicono anche che l'indagine epidemiologica dell'Istat della scorsa primavera era, come dico da mesi, largamente sottostimata. E per un motivo evidente: su un panel di 150.000 intervistati potenziali, ben 70.000 interpellati che erano stati inseriti nel campione all'epoca rifiutarono il questionario. Non avevano nemmeno la garanzia del tampone, cosa ridicola se si pensa ai costi di quella indagine, solo due milioni alla Croce rossa per l'attività di call center». Chiedo a Cartabellotta perché consideri così importante la revisione critica di quell'indagine Istat: «Cambia tutto. Non lo dice nessuno ma questo significa che l'impatto reale dell'epidemia al Nord è largamente sottostimato. Anche il dato finale di un milione e 482.000 italiani contagiati è sottostimato. Noi pensavamo che quella indagine fosse la cornice: invece potrebbe essere ancora la punta dell'iceberg». Non è una differenza di poco conto: «Non è un caso che questo sia stato l'unico, tra gli studi epidemiologici nazionali, a non essere pubblicato. Svolto in un momento particolare, certo. Ma anche alla luce di questi numeri - osserva Cartabellotta - andrebbe rifatto». Il monitoraggio della Fondazione si riferisce alla settimana 23-29 settembre e (rispetto al precedente), registra in ogni caso un ulteriore incremento nel trend dei nuovi casi (12.114 vs 10.907). C'è un leggero aumento dei casi testati (394.396 vs 385.324), mentre dal punto di vista epidemiologico crescono i casi attualmente positivi (50.630 vs 45.489) e, sul fronte degli ospedali, i pazienti ricoverati con sintomi (3.048 rispetto a 2.604) e in terapia intensiva (271 rispetto a 239). Aumentano anche i decessi (137 vs 105). E qui c'è - forse -l'ultimo dato interessante. Il grafico di ricoveri ospedalieri e terapie intensive continua a seguire una dinamica di «crescita lineare». Il che significa, osserva Cartabellotta, che se nelle prossime due settimane non subirà impennate dovute alla riapertura delle scuole (serve questo tempo per monitorare gli effetti), che a dicembre presumibilmente avremo 10.000 ricoveri e 1.000 pazienti in terapia intensiva». E questo cosa significa? «che siamo al limite, ma che il sistema sanitario sarebbe in grado di reggere. Ecco perché - conclude Cartabellotta - le prossime di settimane di rilevazione dei contagi saranno decisive».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/seminano-il-panico-ma-il-nord-potrebbe-aver-raggiunto-limmunita-di-gregge-2647881586.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="verso-lo-stato-demergenza-infinito-conte-vuole-blindarsi-fino-a-febbraio" data-post-id="2647881586" data-published-at="1601575403" data-use-pagination="False"> Verso lo stato d’emergenza infinito. Conte vuole blindarsi fino a febbraio No, non è Viktor Orban, che per estendere i suoi poteri passò dal Parlamento ungherese (30 marzo), e poi vi ritransitò per porre fine alla straordinarietà (16 giugno scorso). Ma si tratta di Giuseppe Conte, che - di nuovo - tenta di aggrapparsi al virus e di prorogare ancora una volta lo stato d'emergenza. Condizione giuridica eccezionale - giova ricordarlo - imposta dal 31 gennaio scorso, ormai un tempo lunghissimo. Poi Conte provò di soppiatto a far passare una proroga a metà maggio con il «decreto Rilancio»: in una delle primissime bozze, ben nascosta, c'era infatti la scelta - tutt'altro che neutra, anzi di altissimo impatto politico - di allungare lo stato d'emergenza di altri sei mesi. Poi, di bozza in bozza (qualcuno scrisse: anche su indicazione del Colle più alto), la discutibile norma sparì. Due mesi dopo quel tentativo, il premier riuscì nell'intento a fine luglio, quando ottenne una proroga fino a metà ottobre, che dunque è ormai quasi in scadenza. E allora ieri Conte è tornato a battere sul punto, al termine di una visita a una scuola in provincia di Caserta: «Abbiamo convenuto che andremo in Parlamento a proporre la proroga dello stato di emergenza, ragionevolmente fino alla fine di gennaio 2021. Ieri (ndr: l'altro ieri) in Consiglio dei ministri abbiamo fatto un'informativa sul punto. C'è stata una discussione: abbiamo convenuto che allo stato della situazione, che comunque continua a essere critica per quanto la curva del contagio sia sotto controllo, viene richiesta la massima attenzione da parte dello Stato, delle sue articolazioni, della Protezione civile, dei presidenti di Regione e anche dei cittadini». Inutile far finta che sia tutto normale. La decisione sarebbe clamorosa: non si capisce su quale base scientifica venga assunta. È vero che il numero dei casi non è trascurabile, ma ciò era previsto e prevedibile dopo le vacanze e la riapertura delle scuole; e comunque i numeri dei ricoveri e delle terapie intensive sono ancora sotto controllo. E in ogni caso non si vede perché serva una situazione giuridica emergenziale per far fronte a problemi sanitari e organizzativi. Tra l'altro, l'Italia si fa vanto (anche giustamente) di numeri del contagio inferiori a buona parte dei Paesi europei, in questo momento. Ecco, in Europa, quasi tutti sono da tempo usciti da un assetto giuridico emergenziale, né - tranne eccezioni - intendono rientrarci, a prescindere dalle misure sanitarie (più o meno severe, caso per caso) adottate nei diversi Paesi per il contenimento della malattia. Si ricorderà che anche l'ultima proroga fu motivata in un modo che apparve risibile a molti giuristi: per consentire - si disse - procedure accelerate (gare, appalti, ecc) in vista della riapertura delle scuole. E abbiamo visto come siano andate le cose. Ora si punta a una proroga di altri tre mesi e mezzo, per arrivare a un anno pieno, fino al 31 gennaio 2021. Così, la retorica dello stato d'emergenza avvolgerà anche il periodo natalizio e Capodanno. Tragicomicamente, i retroscena delle ultime trentasei ore fanno registrare un'altra pensata, stavolta del ministro grillino Alfonso Bonafede (a quanto pare, spalleggiato dal dem Dario Franceschini): nientemeno che una maratona tv, con tanto di contatore in tempo reale, per indurre gli italiani a scaricare la app Immuni. Ma guarda: gli italiani, dopo i disastri dell'Inps, non si fidano di come la macchina pubblica potrebbe custodire i loro dati sensibili. Le conseguenze dell'eventuale proroga (da quanto si apprende, il governo, forse attraverso il ministro Roberto Speranza, dovrebbe essere in Parlamento la prossima settimana per proporla) sono fin troppo chiare: mano libera per nuovi Dpcm (sia pure con il tenuissimo coinvolgimento parlamentare che è stato recentemente introdotto, e cioè una mera illustrazione preventiva alle Camere dei Dpcm, che tuttavia restano quello che sono: atti amministrativi non firmati nemmeno dal Capo dello Stato né convertiti dal Parlamento), e possibilità di istituire altri lockdown, eventuale colpo finale a un'economia già in ginocchio. Più un'ulteriore spinta allo smart working, che già paralizza da mesi le attività delle pubbliche amministrazioni. Ma la latitudine degli interventi autorizzati è praticamente senza limiti: lo stato d'emergenza consente infatti di derogare a qualunque disposizione vigente. La realtà - inutile girarci intorno - è che il vero obiettivo di Conte è tutto politico: anche a costo di dare un altro colpo psicologico all'economia e alla propensione degli italiani ai consumi, il premier vuole continuare a usare l'emergenza come giubbetto antiproiettile, come protezione per blindare il suo governo. Su questo, è stata fulminante la battuta dell'autore di satira Federico Palmaroli, detto «Osho», che ha buttato lì l'ipotesi di una proroga dell'emergenza «fino a fine legislatura». La cosa è due volte paradossale se si considera la «narrazione» che accompagnò la nascita del Conte bis: e cioè la denuncia della presunta aspirazione salviniana ai «pieni poteri», che in realtà era solo la richiesta di libere elezioni. Qui invece, senza elezioni, i pieni poteri qualcuno se li è presi e continua a prorogarseli per davvero. Per cercare di perpetuare l'emergenza anestetizzando il conflitto politico.
Sui metal detector il ministro: «L’obiettivo è la sicurezza degli studenti».
Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha fatto visita all’Istituto Comprensivo Elisa Barozzi Beltrami di Rozzano, nel milanese. Prima dell’incontro, il ministro ha parlato ai giornalisti dei nuovi progetti, in lavorazione e in avvio, per incrementare l’apprendimento e la sicurezza in ambito scolastico. «Ci sono diverse misure che noi abbiamo già iniziato ad adottare, altre che stiamo invece andando a provare. Una di queste misure è Agenda Nord, progetto che ha trovato proprio in questa scuola una sua straordinaria affermazione». Il progetto è finalizzato a superare i divari territoriali, garantendo pari opportunità di istruzione agli studenti su tutto il territorio nazionale. «Mi sono fatto stampare alcune considerazioni dell’ufficio scolastico regionale, che sono quindi considerazioni oggettive», ha dichiarato Valditara.
Il primo report Milano Wellness City 2030 mostra dati su salute, stili di vita, benessere mentale e ambiente, evidenziando criticità come malattie croniche, solitudine e inattività fisica. Il progetto, voluto da Nerio Alessandri, fondatore di Technogym e presidente della Wellness Foundation, raccoglie le azioni già avviate per migliorare la qualità della vita dei cittadini e lasciare una legacy concreta dopo le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.
La città di Milano si prepara a trasformarsi in un modello globale di benessere urbano. La Wellness Foundation di Technogym ha presentato il primo report del progetto Milano Wellness City 2030, un’iniziativa nata per lasciare una legacy concreta dopo le Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026.
Il report offre una fotografia aggiornata di popolazione, economia, salute, stili di vita, benessere mentale, territorio e infrastrutture. Riporta inoltre le principali politiche pubbliche integrate per la promozione della salute e le azioni già realizzate nell’ambito del progetto, raccogliendo i primi risultati raggiunti.
Tra i dati principali emergono luci e ombre sullo stato di salute dei milanesi. L’aspettativa di vita resta elevata: 82,7 anni per gli uomini e 86,7 per le donne, superiori alla media lombarda e nazionale. Tuttavia, il divario tra aspettativa di vita e aspettativa di vita in salute rimane significativo. Le malattie croniche non trasmissibili interessano 687.037 persone e assorbono la maggior parte della spesa sanitaria, mentre la prevenzione resta limitata. Il report evidenzia anche problemi legati alla salute mentale: tra i giovani, meno della metà dichiara un adeguato livello di benessere psicologico e tre su quattro riferiscono sintomi psicosomatici. La solitudine è diffusa, con il 50,4% che si sente solo e il 42,8% che fatica a fare nuove amicizie. Sul fronte fisico, un quarto dei lombardi è inattivo e tra bambini e adolescenti milanesi meno di uno su dieci pratica sufficiente attività sportiva. L’obesità riguarda l’11% della popolazione lombarda e il 33% è in sovrappeso; tra i più giovani, un bambino su cinque è in eccesso ponderale.
Sul piano ambientale, sebbene la qualità dell’aria resti inferiore a quella di altre città europee, il verde urbano per abitante è aumentato da 16,9 m² nel 2011 a 18,8 m² nel 2023, con piste ciclabili e aree pedonali in crescita. La città dispone inoltre di una rete sanitaria consolidata, con 744 medici di medicina generale, 114 pediatri e 423 farmacie attive nella promozione di stili di vita salutari.
L’incontro di presentazione, organizzato alla Palazzina Appiani – Arena Civica, ha visto la partecipazione di numerosi stakeholder pubblici e privati, tra cui istituzioni, università, fondazioni e grandi società sportive come Inter, AC Milan e Olimpia Milano. Il progetto conta su un gruppo multidisciplinare che comprende, tra gli altri, Fondazione Cariplo, Fondazione Milano Cortina 2026, Bocconi, Politecnico di Milano, Humanitas University e Ospedale San Raffaele. «Milano ha tutte le carte in regola per fare da apripista e diventare un riferimento mondiale del benessere – ha affermato Nerio Alessandri, fondatore di Technogym e presidente della Wellness Foundation –. Con Milano Wellness City 2030 vogliamo promuovere un cambiamento culturale: prendersi cura delle persone quando sono in salute, educare al benessere e creare le condizioni per scelte di vita sane».
Il progetto mira a lasciare una legacy concreta alle nuove generazioni, sviluppando un ecosistema urbano del benessere che integri salute, educazione, sport, nutrizione, ricerca e sviluppo urbano. I progressi saranno monitorati attraverso report annuali, con l’obiettivo di rendere Milano un modello replicabile anche in altre città italiane e straniere.
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Deloitte prevede una crescita del Pil indiano tra il 7,5 e il 7,8% nel 2025-26, trainata da domanda interna e servizi. In parallelo, si rafforzano i rapporti economici con l’Europa e l'Italia, come mostra il Vinitaly India Roadshow di Nuova Delhi.
L’economia indiana continua a mostrare segnali di solidità, sostenuta soprattutto dalla domanda interna e dal dinamismo del settore dei servizi. Secondo le stime di Deloitte India, il Pil del Paese crescerà tra il 7,5 e il 7,8% nell’anno fiscale 2025-26. Un dato che conferma la capacità dell’India di mantenere ritmi di crescita elevati nonostante un contesto globale segnato da incertezze, tra interruzioni degli scambi commerciali, cambiamenti di policy nelle economie avanzate e volatilità dei flussi di capitale.
Il rapporto evidenzia come il Pil reale sia aumentato dell’8% nella prima metà dell’anno fiscale 2025-26, grazie in particolare alla tenuta dei consumi interni e alla forte attività nei servizi. Per l’anno fiscale successivo, il 2026-27, Deloitte prevede tuttavia un possibile rallentamento, con una crescita stimata tra il 6,6 e il 6,9%, anche per effetto di una base di confronto più elevata e del permanere delle tensioni internazionali.
È in questo quadro macroeconomico che si inserisce anche il rafforzamento delle relazioni commerciali tra India ed Europa. A Nuova Delhi si è infatti conclusa l’edizione 2026 del Vinitaly India Roadshow, organizzato da Veronafiere, appuntamento che ha riunito produttori italiani di vino e operatori indiani del settore – importatori, distributori, retailer, professionisti dell’hotellerie e della ristorazione. L’evento si è svolto in una fase considerata significativa, mentre Unione europea e India si avvicinano alla finalizzazione di un accordo di libero scambio destinato a incidere su diversi comparti, compresi vino e alcolici. Il mercato indiano del vino, pur restando limitato nei consumi pro capite, registra una crescita costante, trainata dall’urbanizzazione, dall’aumento dei redditi disponibili e dallo sviluppo del settore dell’ospitalità. Le stime di settore indicano un tasso di crescita annuo composto tra l’8 e il 10 per cento, con i vini importati che occupano una posizione rilevante nelle fasce premium e super-premium. In questo contesto, l’Italia figura stabilmente tra i principali Paesi esportatori, insieme a Francia e Australia.
Nel corso del roadshow, che ha visto la partecipazione anche dell’ambasciatore d’Italia in India, Antonio Bartoli, sono stati organizzati incontri B2B e degustazioni mirate, con l’obiettivo di favorire il dialogo tra operatori e approfondire la conoscenza del mercato. Dopo la tappa di Nuova Delhi, il Vinitaly India Roadshow proseguirà a Panaji, nello Stato di Goa, confermando l’attenzione verso un Paese che, anche grazie alla sua crescita economica, viene considerato sempre più rilevante negli scambi commerciali con l’Europa.
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Siamo quasi commossi nel notare che a nessuno di questi autorevoli esperti e politici sia ancora venuta a noia la ripetizione dei medesimi slogan con cui da anni si riempiono la bocca. Siamo altresì certi che se a sventolare il coltello fossero militanti di destra tutti costoro invocherebbero arresti, perquisizioni, retate e pene esemplari. Se fossero tutti maschi bianchi, si chiederebbero restrizioni sulla libertà di espressione, rieducazioni forzate, codici rossi e rossissimi.
Soprattutto, però, ci dispiace che non si rendano conto di quanto siano offensivi i loro interventi per tutti coloro che fino ad oggi hanno lavorato nella scuola e nei servizi educativi di ogni ordine e grado. Forse coloro che invocano inclusione e ascolto pensano che gli insegnanti, in tutti questi anni, non abbiano mai ascoltato nessuno. Forse non sanno o fingono di non sapere che la scuola italiana è inclusiva eccome, che esistono decine di lodevoli e persino utili iniziative di formazione fuori e dentro le classi, che ci sono miriadi di occasioni in ogni Comune per socializzare, ottenere ascolto e conforto psicologico, per leggere, sviluppare eventuali talenti artistici o praticare sport. Quanti adesso chiedono più attenzione al disagio dei giovani parlano come se fino a ieri in Italia ci fosse il deserto educativo, e non un plotone di docenti, formatori, tutor, assistenti sociali, bibliotecari, cooperatori di ogni tipo pronti a rispondere a ogni tipo di esigenza. La scuola italiana non è classista, non lascia indietro le persone, non nega possibilità a nessuno. Ma nonostante ciò i maranza accoltellano lo stesso, e talvolta lo fa pure qualche italiano di antica stirpe.
Il fatto è che l’educazione può funzionare fino a un certo punto, mentre la rieducazione - come ha mostrato una volta per tutte il romanzo Un’arancia a orologeria - non funziona quasi mai. Anzi, la verità è che gli unici rieducati qui sono gli italiani, i quali si stanno abituando a subire, ad avere paura in strada e a guardarsi le spalle quando escono di casa.
Quanto all’integrazione, la storia insegna che è possibile solo se i soggetti da integrare sono estremamente motivati, se l’ambiente in cui integrarsi è sano e esprime qualche forma di autorità oltre che di attrazione, e se esistono adeguate possibilità economiche. Tutti fattori che oggi difettano. Ergo resta una sola soluzione, cioè esattamente quella che tutti deprecano: la remigrazione. Chi delinque va spedito altrove, e rapidamente. La remigrazione, questa sì, è estremamente educativa, perché mostra che chi rispetta il prossimo viene premiato, chi non lo fa non ottiene benefici. Non è vero che non si possa fare, semplicemente non si vuole mettere in pratica, proprio perché si ha timore di ristabilire l’autorità, e si preferisce fingere di non vedere la realtà.
Se proprio bisogna educare qualcuno, qui, non è il maranza: è l’italiano. A cui andrebbe insegnato a difendersi e ad avere un po’ di stima per sé stesso.
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