True
2020-10-02
C’è immunità di gregge ma creano l’emergenza
Giuseppe Conte (Ansa)
Per la prima volta in Italia si affaccia la prospettiva di una possibile (e augurabile) «immunità di gregge», che in questi mesi di pandemia è stata spesso evocata a sproposito, mentre oggi - secondo il Gimbe - è la possibile spiegazione di un fenomeno nuovo che riguarda il Nord Italia. C'è un dato fra i tanti, infatti, che colpisce Nino Cartabellotta, nell'ultimo rapporto sui contagi da coronavirus, che la sua fondazione compila settimana per settimana, e che ieri il ricercatore del Gimbe ha presentato a Firenze nel Forum sistema salute. È un dato che dovrà essere confermato, interpretato e spiegato nel tempo, ma che per ora porta ad una sola conclusione, ed è una «scoperta» che si può definire sorprendente sia per il Nord che per la Lombardia: «Se osserviamo con attenzione i numeri sul rapporto tra i casi positivi e i casi testati, avendo cura di sottrarre i doppi tamponi confermativi - spiega Cartabellotta - ci si trova davanti a un fenomeno molto importante, anche dal punto di vista numerico».
Quale? «Gli ordini di grandezza nel rapporto tra Nord e Sud sembrano ribaltati rispetto alla primavera scorsa. Regioni come la Campania (5.4%) e la Sardegna (4.3%) stanno registrando, dopo l'estate, un fortissimo incremento di contagi reali. Mentre, al contrario, Regioni che sono state in passato fortemente colpite dalla pandemia, come la Lombardia (1,9%) e l'Emilia Romagna (2.2%), hanno registrato, nello stesso periodo, un forte abbattimento percentuale dei casi di positività». Così, quando chiedo al presidente del Gimbe, come si spiega questa inversione così significativa di tendenza, Cartabellotta mi dà una risposta sorprendente: «Se si contano i tamponi fatti in assoluto, come fanno molti, si ha una percentuale falsata. Se invece si valuta questo rapporto sui numeri netti si scopre che l'immunità di gregge è la spiegazione più probabile per questa forbice tra dati. E proprio questa ipotesi spiega anche perché, portati sullo stesso indice, i dati di Campania e Sardegna, una Regione che era Covid free prima dell'estate, e altre Regioni del sud, che erano state toccate meno, hanno oggi un grande incremento. Anche la Sicilia e la Puglia, che in primavera erano stati coinvolte marginalmente, oggi con il 3.5% e il 3,1% sono salite entrambe al di sopra della media nazionale» (che è il 3.1%, ndr). «In quei territori - aggiunge Cartabellotta - il virus era meno diffuso, e quindi adesso ha ancora grandi possibilità di contagio. Nel Nord e in Lombardia, evidentemente, ha già toccato settori amplissimi della popolazione, che oggi sono meno vulnerabili al coronavirus». Morale della favola: «Il “secondo giro" del contagio, chiamiamolo così, colpisce di più chi ha avuto minor esperienza del virus, e in proporzione minore chi ha avuto più contagi».
E qui c'è un altra considerazione che può sorprendere chi ha in mente le coordinate sulla pandemia che ci sono state fornite in questi mesi: «Se questa lettura è vera» aggiunge Cartabellotta «i numeri ci dicono anche che l'indagine epidemiologica dell'Istat della scorsa primavera era, come dico da mesi, largamente sottostimata. E per un motivo evidente: su un panel di 150.000 intervistati potenziali, ben 70.000 interpellati che erano stati inseriti nel campione all'epoca rifiutarono il questionario. Non avevano nemmeno la garanzia del tampone, cosa ridicola se si pensa ai costi di quella indagine, solo due milioni alla Croce rossa per l'attività di call center». Chiedo a Cartabellotta perché consideri così importante la revisione critica di quell'indagine Istat: «Cambia tutto. Non lo dice nessuno ma questo significa che l'impatto reale dell'epidemia al Nord è largamente sottostimato. Anche il dato finale di un milione e 482.000 italiani contagiati è sottostimato. Noi pensavamo che quella indagine fosse la cornice: invece potrebbe essere ancora la punta dell'iceberg». Non è una differenza di poco conto: «Non è un caso che questo sia stato l'unico, tra gli studi epidemiologici nazionali, a non essere pubblicato. Svolto in un momento particolare, certo. Ma anche alla luce di questi numeri - osserva Cartabellotta - andrebbe rifatto». Il monitoraggio della Fondazione si riferisce alla settimana 23-29 settembre e (rispetto al precedente), registra in ogni caso un ulteriore incremento nel trend dei nuovi casi (12.114 vs 10.907). C'è un leggero aumento dei casi testati (394.396 vs 385.324), mentre dal punto di vista epidemiologico crescono i casi attualmente positivi (50.630 vs 45.489) e, sul fronte degli ospedali, i pazienti ricoverati con sintomi (3.048 rispetto a 2.604) e in terapia intensiva (271 rispetto a 239). Aumentano anche i decessi (137 vs 105). E qui c'è - forse -l'ultimo dato interessante. Il grafico di ricoveri ospedalieri e terapie intensive continua a seguire una dinamica di «crescita lineare». Il che significa, osserva Cartabellotta, che se nelle prossime due settimane non subirà impennate dovute alla riapertura delle scuole (serve questo tempo per monitorare gli effetti), che a dicembre presumibilmente avremo 10.000 ricoveri e 1.000 pazienti in terapia intensiva». E questo cosa significa? «che siamo al limite, ma che il sistema sanitario sarebbe in grado di reggere. Ecco perché - conclude Cartabellotta - le prossime di settimane di rilevazione dei contagi saranno decisive».
Verso lo stato d’emergenza infinito. Conte vuole blindarsi fino a febbraio
No, non è Viktor Orban, che per estendere i suoi poteri passò dal Parlamento ungherese (30 marzo), e poi vi ritransitò per porre fine alla straordinarietà (16 giugno scorso). Ma si tratta di Giuseppe Conte, che - di nuovo - tenta di aggrapparsi al virus e di prorogare ancora una volta lo stato d'emergenza.
Condizione giuridica eccezionale - giova ricordarlo - imposta dal 31 gennaio scorso, ormai un tempo lunghissimo. Poi Conte provò di soppiatto a far passare una proroga a metà maggio con il «decreto Rilancio»: in una delle primissime bozze, ben nascosta, c'era infatti la scelta - tutt'altro che neutra, anzi di altissimo impatto politico - di allungare lo stato d'emergenza di altri sei mesi. Poi, di bozza in bozza (qualcuno scrisse: anche su indicazione del Colle più alto), la discutibile norma sparì.
Due mesi dopo quel tentativo, il premier riuscì nell'intento a fine luglio, quando ottenne una proroga fino a metà ottobre, che dunque è ormai quasi in scadenza. E allora ieri Conte è tornato a battere sul punto, al termine di una visita a una scuola in provincia di Caserta: «Abbiamo convenuto che andremo in Parlamento a proporre la proroga dello stato di emergenza, ragionevolmente fino alla fine di gennaio 2021. Ieri (ndr: l'altro ieri) in Consiglio dei ministri abbiamo fatto un'informativa sul punto. C'è stata una discussione: abbiamo convenuto che allo stato della situazione, che comunque continua a essere critica per quanto la curva del contagio sia sotto controllo, viene richiesta la massima attenzione da parte dello Stato, delle sue articolazioni, della Protezione civile, dei presidenti di Regione e anche dei cittadini».
Inutile far finta che sia tutto normale. La decisione sarebbe clamorosa: non si capisce su quale base scientifica venga assunta. È vero che il numero dei casi non è trascurabile, ma ciò era previsto e prevedibile dopo le vacanze e la riapertura delle scuole; e comunque i numeri dei ricoveri e delle terapie intensive sono ancora sotto controllo. E in ogni caso non si vede perché serva una situazione giuridica emergenziale per far fronte a problemi sanitari e organizzativi.
Tra l'altro, l'Italia si fa vanto (anche giustamente) di numeri del contagio inferiori a buona parte dei Paesi europei, in questo momento. Ecco, in Europa, quasi tutti sono da tempo usciti da un assetto giuridico emergenziale, né - tranne eccezioni - intendono rientrarci, a prescindere dalle misure sanitarie (più o meno severe, caso per caso) adottate nei diversi Paesi per il contenimento della malattia.
Si ricorderà che anche l'ultima proroga fu motivata in un modo che apparve risibile a molti giuristi: per consentire - si disse - procedure accelerate (gare, appalti, ecc) in vista della riapertura delle scuole. E abbiamo visto come siano andate le cose.
Ora si punta a una proroga di altri tre mesi e mezzo, per arrivare a un anno pieno, fino al 31 gennaio 2021. Così, la retorica dello stato d'emergenza avvolgerà anche il periodo natalizio e Capodanno. Tragicomicamente, i retroscena delle ultime trentasei ore fanno registrare un'altra pensata, stavolta del ministro grillino Alfonso Bonafede (a quanto pare, spalleggiato dal dem Dario Franceschini): nientemeno che una maratona tv, con tanto di contatore in tempo reale, per indurre gli italiani a scaricare la app Immuni. Ma guarda: gli italiani, dopo i disastri dell'Inps, non si fidano di come la macchina pubblica potrebbe custodire i loro dati sensibili.
Le conseguenze dell'eventuale proroga (da quanto si apprende, il governo, forse attraverso il ministro Roberto Speranza, dovrebbe essere in Parlamento la prossima settimana per proporla) sono fin troppo chiare: mano libera per nuovi Dpcm (sia pure con il tenuissimo coinvolgimento parlamentare che è stato recentemente introdotto, e cioè una mera illustrazione preventiva alle Camere dei Dpcm, che tuttavia restano quello che sono: atti amministrativi non firmati nemmeno dal Capo dello Stato né convertiti dal Parlamento), e possibilità di istituire altri lockdown, eventuale colpo finale a un'economia già in ginocchio. Più un'ulteriore spinta allo smart working, che già paralizza da mesi le attività delle pubbliche amministrazioni. Ma la latitudine degli interventi autorizzati è praticamente senza limiti: lo stato d'emergenza consente infatti di derogare a qualunque disposizione vigente.
La realtà - inutile girarci intorno - è che il vero obiettivo di Conte è tutto politico: anche a costo di dare un altro colpo psicologico all'economia e alla propensione degli italiani ai consumi, il premier vuole continuare a usare l'emergenza come giubbetto antiproiettile, come protezione per blindare il suo governo. Su questo, è stata fulminante la battuta dell'autore di satira Federico Palmaroli, detto «Osho», che ha buttato lì l'ipotesi di una proroga dell'emergenza «fino a fine legislatura».
La cosa è due volte paradossale se si considera la «narrazione» che accompagnò la nascita del Conte bis: e cioè la denuncia della presunta aspirazione salviniana ai «pieni poteri», che in realtà era solo la richiesta di libere elezioni. Qui invece, senza elezioni, i pieni poteri qualcuno se li è presi e continua a prorogarseli per davvero. Per cercare di perpetuare l'emergenza anestetizzando il conflitto politico.
Continua a leggereRiduci
L'ipotesi di Gimbe: «Il virus colpì in primavera un'ampia parte degli abitanti del Settentrione, ora meno vulnerabile del Sud».Il premier è intenzionato a prorogare il periodo in scadenza il 15 ottobre, nonostante l'epidemia sia sotto controllo. Così avrà mano libera per deliberare senza il Parlamento e istituire eventuali lockdown.Lo speciale contiene due articoliPer la prima volta in Italia si affaccia la prospettiva di una possibile (e augurabile) «immunità di gregge», che in questi mesi di pandemia è stata spesso evocata a sproposito, mentre oggi - secondo il Gimbe - è la possibile spiegazione di un fenomeno nuovo che riguarda il Nord Italia. C'è un dato fra i tanti, infatti, che colpisce Nino Cartabellotta, nell'ultimo rapporto sui contagi da coronavirus, che la sua fondazione compila settimana per settimana, e che ieri il ricercatore del Gimbe ha presentato a Firenze nel Forum sistema salute. È un dato che dovrà essere confermato, interpretato e spiegato nel tempo, ma che per ora porta ad una sola conclusione, ed è una «scoperta» che si può definire sorprendente sia per il Nord che per la Lombardia: «Se osserviamo con attenzione i numeri sul rapporto tra i casi positivi e i casi testati, avendo cura di sottrarre i doppi tamponi confermativi - spiega Cartabellotta - ci si trova davanti a un fenomeno molto importante, anche dal punto di vista numerico». Quale? «Gli ordini di grandezza nel rapporto tra Nord e Sud sembrano ribaltati rispetto alla primavera scorsa. Regioni come la Campania (5.4%) e la Sardegna (4.3%) stanno registrando, dopo l'estate, un fortissimo incremento di contagi reali. Mentre, al contrario, Regioni che sono state in passato fortemente colpite dalla pandemia, come la Lombardia (1,9%) e l'Emilia Romagna (2.2%), hanno registrato, nello stesso periodo, un forte abbattimento percentuale dei casi di positività». Così, quando chiedo al presidente del Gimbe, come si spiega questa inversione così significativa di tendenza, Cartabellotta mi dà una risposta sorprendente: «Se si contano i tamponi fatti in assoluto, come fanno molti, si ha una percentuale falsata. Se invece si valuta questo rapporto sui numeri netti si scopre che l'immunità di gregge è la spiegazione più probabile per questa forbice tra dati. E proprio questa ipotesi spiega anche perché, portati sullo stesso indice, i dati di Campania e Sardegna, una Regione che era Covid free prima dell'estate, e altre Regioni del sud, che erano state toccate meno, hanno oggi un grande incremento. Anche la Sicilia e la Puglia, che in primavera erano stati coinvolte marginalmente, oggi con il 3.5% e il 3,1% sono salite entrambe al di sopra della media nazionale» (che è il 3.1%, ndr). «In quei territori - aggiunge Cartabellotta - il virus era meno diffuso, e quindi adesso ha ancora grandi possibilità di contagio. Nel Nord e in Lombardia, evidentemente, ha già toccato settori amplissimi della popolazione, che oggi sono meno vulnerabili al coronavirus». Morale della favola: «Il “secondo giro" del contagio, chiamiamolo così, colpisce di più chi ha avuto minor esperienza del virus, e in proporzione minore chi ha avuto più contagi».E qui c'è un altra considerazione che può sorprendere chi ha in mente le coordinate sulla pandemia che ci sono state fornite in questi mesi: «Se questa lettura è vera» aggiunge Cartabellotta «i numeri ci dicono anche che l'indagine epidemiologica dell'Istat della scorsa primavera era, come dico da mesi, largamente sottostimata. E per un motivo evidente: su un panel di 150.000 intervistati potenziali, ben 70.000 interpellati che erano stati inseriti nel campione all'epoca rifiutarono il questionario. Non avevano nemmeno la garanzia del tampone, cosa ridicola se si pensa ai costi di quella indagine, solo due milioni alla Croce rossa per l'attività di call center». Chiedo a Cartabellotta perché consideri così importante la revisione critica di quell'indagine Istat: «Cambia tutto. Non lo dice nessuno ma questo significa che l'impatto reale dell'epidemia al Nord è largamente sottostimato. Anche il dato finale di un milione e 482.000 italiani contagiati è sottostimato. Noi pensavamo che quella indagine fosse la cornice: invece potrebbe essere ancora la punta dell'iceberg». Non è una differenza di poco conto: «Non è un caso che questo sia stato l'unico, tra gli studi epidemiologici nazionali, a non essere pubblicato. Svolto in un momento particolare, certo. Ma anche alla luce di questi numeri - osserva Cartabellotta - andrebbe rifatto». Il monitoraggio della Fondazione si riferisce alla settimana 23-29 settembre e (rispetto al precedente), registra in ogni caso un ulteriore incremento nel trend dei nuovi casi (12.114 vs 10.907). C'è un leggero aumento dei casi testati (394.396 vs 385.324), mentre dal punto di vista epidemiologico crescono i casi attualmente positivi (50.630 vs 45.489) e, sul fronte degli ospedali, i pazienti ricoverati con sintomi (3.048 rispetto a 2.604) e in terapia intensiva (271 rispetto a 239). Aumentano anche i decessi (137 vs 105). E qui c'è - forse -l'ultimo dato interessante. Il grafico di ricoveri ospedalieri e terapie intensive continua a seguire una dinamica di «crescita lineare». Il che significa, osserva Cartabellotta, che se nelle prossime due settimane non subirà impennate dovute alla riapertura delle scuole (serve questo tempo per monitorare gli effetti), che a dicembre presumibilmente avremo 10.000 ricoveri e 1.000 pazienti in terapia intensiva». E questo cosa significa? «che siamo al limite, ma che il sistema sanitario sarebbe in grado di reggere. Ecco perché - conclude Cartabellotta - le prossime di settimane di rilevazione dei contagi saranno decisive».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/seminano-il-panico-ma-il-nord-potrebbe-aver-raggiunto-limmunita-di-gregge-2647881586.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="verso-lo-stato-demergenza-infinito-conte-vuole-blindarsi-fino-a-febbraio" data-post-id="2647881586" data-published-at="1601575403" data-use-pagination="False"> Verso lo stato d’emergenza infinito. Conte vuole blindarsi fino a febbraio No, non è Viktor Orban, che per estendere i suoi poteri passò dal Parlamento ungherese (30 marzo), e poi vi ritransitò per porre fine alla straordinarietà (16 giugno scorso). Ma si tratta di Giuseppe Conte, che - di nuovo - tenta di aggrapparsi al virus e di prorogare ancora una volta lo stato d'emergenza. Condizione giuridica eccezionale - giova ricordarlo - imposta dal 31 gennaio scorso, ormai un tempo lunghissimo. Poi Conte provò di soppiatto a far passare una proroga a metà maggio con il «decreto Rilancio»: in una delle primissime bozze, ben nascosta, c'era infatti la scelta - tutt'altro che neutra, anzi di altissimo impatto politico - di allungare lo stato d'emergenza di altri sei mesi. Poi, di bozza in bozza (qualcuno scrisse: anche su indicazione del Colle più alto), la discutibile norma sparì. Due mesi dopo quel tentativo, il premier riuscì nell'intento a fine luglio, quando ottenne una proroga fino a metà ottobre, che dunque è ormai quasi in scadenza. E allora ieri Conte è tornato a battere sul punto, al termine di una visita a una scuola in provincia di Caserta: «Abbiamo convenuto che andremo in Parlamento a proporre la proroga dello stato di emergenza, ragionevolmente fino alla fine di gennaio 2021. Ieri (ndr: l'altro ieri) in Consiglio dei ministri abbiamo fatto un'informativa sul punto. C'è stata una discussione: abbiamo convenuto che allo stato della situazione, che comunque continua a essere critica per quanto la curva del contagio sia sotto controllo, viene richiesta la massima attenzione da parte dello Stato, delle sue articolazioni, della Protezione civile, dei presidenti di Regione e anche dei cittadini». Inutile far finta che sia tutto normale. La decisione sarebbe clamorosa: non si capisce su quale base scientifica venga assunta. È vero che il numero dei casi non è trascurabile, ma ciò era previsto e prevedibile dopo le vacanze e la riapertura delle scuole; e comunque i numeri dei ricoveri e delle terapie intensive sono ancora sotto controllo. E in ogni caso non si vede perché serva una situazione giuridica emergenziale per far fronte a problemi sanitari e organizzativi. Tra l'altro, l'Italia si fa vanto (anche giustamente) di numeri del contagio inferiori a buona parte dei Paesi europei, in questo momento. Ecco, in Europa, quasi tutti sono da tempo usciti da un assetto giuridico emergenziale, né - tranne eccezioni - intendono rientrarci, a prescindere dalle misure sanitarie (più o meno severe, caso per caso) adottate nei diversi Paesi per il contenimento della malattia. Si ricorderà che anche l'ultima proroga fu motivata in un modo che apparve risibile a molti giuristi: per consentire - si disse - procedure accelerate (gare, appalti, ecc) in vista della riapertura delle scuole. E abbiamo visto come siano andate le cose. Ora si punta a una proroga di altri tre mesi e mezzo, per arrivare a un anno pieno, fino al 31 gennaio 2021. Così, la retorica dello stato d'emergenza avvolgerà anche il periodo natalizio e Capodanno. Tragicomicamente, i retroscena delle ultime trentasei ore fanno registrare un'altra pensata, stavolta del ministro grillino Alfonso Bonafede (a quanto pare, spalleggiato dal dem Dario Franceschini): nientemeno che una maratona tv, con tanto di contatore in tempo reale, per indurre gli italiani a scaricare la app Immuni. Ma guarda: gli italiani, dopo i disastri dell'Inps, non si fidano di come la macchina pubblica potrebbe custodire i loro dati sensibili. Le conseguenze dell'eventuale proroga (da quanto si apprende, il governo, forse attraverso il ministro Roberto Speranza, dovrebbe essere in Parlamento la prossima settimana per proporla) sono fin troppo chiare: mano libera per nuovi Dpcm (sia pure con il tenuissimo coinvolgimento parlamentare che è stato recentemente introdotto, e cioè una mera illustrazione preventiva alle Camere dei Dpcm, che tuttavia restano quello che sono: atti amministrativi non firmati nemmeno dal Capo dello Stato né convertiti dal Parlamento), e possibilità di istituire altri lockdown, eventuale colpo finale a un'economia già in ginocchio. Più un'ulteriore spinta allo smart working, che già paralizza da mesi le attività delle pubbliche amministrazioni. Ma la latitudine degli interventi autorizzati è praticamente senza limiti: lo stato d'emergenza consente infatti di derogare a qualunque disposizione vigente. La realtà - inutile girarci intorno - è che il vero obiettivo di Conte è tutto politico: anche a costo di dare un altro colpo psicologico all'economia e alla propensione degli italiani ai consumi, il premier vuole continuare a usare l'emergenza come giubbetto antiproiettile, come protezione per blindare il suo governo. Su questo, è stata fulminante la battuta dell'autore di satira Federico Palmaroli, detto «Osho», che ha buttato lì l'ipotesi di una proroga dell'emergenza «fino a fine legislatura». La cosa è due volte paradossale se si considera la «narrazione» che accompagnò la nascita del Conte bis: e cioè la denuncia della presunta aspirazione salviniana ai «pieni poteri», che in realtà era solo la richiesta di libere elezioni. Qui invece, senza elezioni, i pieni poteri qualcuno se li è presi e continua a prorogarseli per davvero. Per cercare di perpetuare l'emergenza anestetizzando il conflitto politico.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
Continua a leggereRiduci
«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
Continua a leggereRiduci
Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
Continua a leggereRiduci
In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.