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2020-10-02
C’è immunità di gregge ma creano l’emergenza
Giuseppe Conte (Ansa)
Per la prima volta in Italia si affaccia la prospettiva di una possibile (e augurabile) «immunità di gregge», che in questi mesi di pandemia è stata spesso evocata a sproposito, mentre oggi - secondo il Gimbe - è la possibile spiegazione di un fenomeno nuovo che riguarda il Nord Italia. C'è un dato fra i tanti, infatti, che colpisce Nino Cartabellotta, nell'ultimo rapporto sui contagi da coronavirus, che la sua fondazione compila settimana per settimana, e che ieri il ricercatore del Gimbe ha presentato a Firenze nel Forum sistema salute. È un dato che dovrà essere confermato, interpretato e spiegato nel tempo, ma che per ora porta ad una sola conclusione, ed è una «scoperta» che si può definire sorprendente sia per il Nord che per la Lombardia: «Se osserviamo con attenzione i numeri sul rapporto tra i casi positivi e i casi testati, avendo cura di sottrarre i doppi tamponi confermativi - spiega Cartabellotta - ci si trova davanti a un fenomeno molto importante, anche dal punto di vista numerico».
Quale? «Gli ordini di grandezza nel rapporto tra Nord e Sud sembrano ribaltati rispetto alla primavera scorsa. Regioni come la Campania (5.4%) e la Sardegna (4.3%) stanno registrando, dopo l'estate, un fortissimo incremento di contagi reali. Mentre, al contrario, Regioni che sono state in passato fortemente colpite dalla pandemia, come la Lombardia (1,9%) e l'Emilia Romagna (2.2%), hanno registrato, nello stesso periodo, un forte abbattimento percentuale dei casi di positività». Così, quando chiedo al presidente del Gimbe, come si spiega questa inversione così significativa di tendenza, Cartabellotta mi dà una risposta sorprendente: «Se si contano i tamponi fatti in assoluto, come fanno molti, si ha una percentuale falsata. Se invece si valuta questo rapporto sui numeri netti si scopre che l'immunità di gregge è la spiegazione più probabile per questa forbice tra dati. E proprio questa ipotesi spiega anche perché, portati sullo stesso indice, i dati di Campania e Sardegna, una Regione che era Covid free prima dell'estate, e altre Regioni del sud, che erano state toccate meno, hanno oggi un grande incremento. Anche la Sicilia e la Puglia, che in primavera erano stati coinvolte marginalmente, oggi con il 3.5% e il 3,1% sono salite entrambe al di sopra della media nazionale» (che è il 3.1%, ndr). «In quei territori - aggiunge Cartabellotta - il virus era meno diffuso, e quindi adesso ha ancora grandi possibilità di contagio. Nel Nord e in Lombardia, evidentemente, ha già toccato settori amplissimi della popolazione, che oggi sono meno vulnerabili al coronavirus». Morale della favola: «Il “secondo giro" del contagio, chiamiamolo così, colpisce di più chi ha avuto minor esperienza del virus, e in proporzione minore chi ha avuto più contagi».
E qui c'è un altra considerazione che può sorprendere chi ha in mente le coordinate sulla pandemia che ci sono state fornite in questi mesi: «Se questa lettura è vera» aggiunge Cartabellotta «i numeri ci dicono anche che l'indagine epidemiologica dell'Istat della scorsa primavera era, come dico da mesi, largamente sottostimata. E per un motivo evidente: su un panel di 150.000 intervistati potenziali, ben 70.000 interpellati che erano stati inseriti nel campione all'epoca rifiutarono il questionario. Non avevano nemmeno la garanzia del tampone, cosa ridicola se si pensa ai costi di quella indagine, solo due milioni alla Croce rossa per l'attività di call center». Chiedo a Cartabellotta perché consideri così importante la revisione critica di quell'indagine Istat: «Cambia tutto. Non lo dice nessuno ma questo significa che l'impatto reale dell'epidemia al Nord è largamente sottostimato. Anche il dato finale di un milione e 482.000 italiani contagiati è sottostimato. Noi pensavamo che quella indagine fosse la cornice: invece potrebbe essere ancora la punta dell'iceberg». Non è una differenza di poco conto: «Non è un caso che questo sia stato l'unico, tra gli studi epidemiologici nazionali, a non essere pubblicato. Svolto in un momento particolare, certo. Ma anche alla luce di questi numeri - osserva Cartabellotta - andrebbe rifatto». Il monitoraggio della Fondazione si riferisce alla settimana 23-29 settembre e (rispetto al precedente), registra in ogni caso un ulteriore incremento nel trend dei nuovi casi (12.114 vs 10.907). C'è un leggero aumento dei casi testati (394.396 vs 385.324), mentre dal punto di vista epidemiologico crescono i casi attualmente positivi (50.630 vs 45.489) e, sul fronte degli ospedali, i pazienti ricoverati con sintomi (3.048 rispetto a 2.604) e in terapia intensiva (271 rispetto a 239). Aumentano anche i decessi (137 vs 105). E qui c'è - forse -l'ultimo dato interessante. Il grafico di ricoveri ospedalieri e terapie intensive continua a seguire una dinamica di «crescita lineare». Il che significa, osserva Cartabellotta, che se nelle prossime due settimane non subirà impennate dovute alla riapertura delle scuole (serve questo tempo per monitorare gli effetti), che a dicembre presumibilmente avremo 10.000 ricoveri e 1.000 pazienti in terapia intensiva». E questo cosa significa? «che siamo al limite, ma che il sistema sanitario sarebbe in grado di reggere. Ecco perché - conclude Cartabellotta - le prossime di settimane di rilevazione dei contagi saranno decisive».
Verso lo stato d’emergenza infinito. Conte vuole blindarsi fino a febbraio
No, non è Viktor Orban, che per estendere i suoi poteri passò dal Parlamento ungherese (30 marzo), e poi vi ritransitò per porre fine alla straordinarietà (16 giugno scorso). Ma si tratta di Giuseppe Conte, che - di nuovo - tenta di aggrapparsi al virus e di prorogare ancora una volta lo stato d'emergenza.
Condizione giuridica eccezionale - giova ricordarlo - imposta dal 31 gennaio scorso, ormai un tempo lunghissimo. Poi Conte provò di soppiatto a far passare una proroga a metà maggio con il «decreto Rilancio»: in una delle primissime bozze, ben nascosta, c'era infatti la scelta - tutt'altro che neutra, anzi di altissimo impatto politico - di allungare lo stato d'emergenza di altri sei mesi. Poi, di bozza in bozza (qualcuno scrisse: anche su indicazione del Colle più alto), la discutibile norma sparì.
Due mesi dopo quel tentativo, il premier riuscì nell'intento a fine luglio, quando ottenne una proroga fino a metà ottobre, che dunque è ormai quasi in scadenza. E allora ieri Conte è tornato a battere sul punto, al termine di una visita a una scuola in provincia di Caserta: «Abbiamo convenuto che andremo in Parlamento a proporre la proroga dello stato di emergenza, ragionevolmente fino alla fine di gennaio 2021. Ieri (ndr: l'altro ieri) in Consiglio dei ministri abbiamo fatto un'informativa sul punto. C'è stata una discussione: abbiamo convenuto che allo stato della situazione, che comunque continua a essere critica per quanto la curva del contagio sia sotto controllo, viene richiesta la massima attenzione da parte dello Stato, delle sue articolazioni, della Protezione civile, dei presidenti di Regione e anche dei cittadini».
Inutile far finta che sia tutto normale. La decisione sarebbe clamorosa: non si capisce su quale base scientifica venga assunta. È vero che il numero dei casi non è trascurabile, ma ciò era previsto e prevedibile dopo le vacanze e la riapertura delle scuole; e comunque i numeri dei ricoveri e delle terapie intensive sono ancora sotto controllo. E in ogni caso non si vede perché serva una situazione giuridica emergenziale per far fronte a problemi sanitari e organizzativi.
Tra l'altro, l'Italia si fa vanto (anche giustamente) di numeri del contagio inferiori a buona parte dei Paesi europei, in questo momento. Ecco, in Europa, quasi tutti sono da tempo usciti da un assetto giuridico emergenziale, né - tranne eccezioni - intendono rientrarci, a prescindere dalle misure sanitarie (più o meno severe, caso per caso) adottate nei diversi Paesi per il contenimento della malattia.
Si ricorderà che anche l'ultima proroga fu motivata in un modo che apparve risibile a molti giuristi: per consentire - si disse - procedure accelerate (gare, appalti, ecc) in vista della riapertura delle scuole. E abbiamo visto come siano andate le cose.
Ora si punta a una proroga di altri tre mesi e mezzo, per arrivare a un anno pieno, fino al 31 gennaio 2021. Così, la retorica dello stato d'emergenza avvolgerà anche il periodo natalizio e Capodanno. Tragicomicamente, i retroscena delle ultime trentasei ore fanno registrare un'altra pensata, stavolta del ministro grillino Alfonso Bonafede (a quanto pare, spalleggiato dal dem Dario Franceschini): nientemeno che una maratona tv, con tanto di contatore in tempo reale, per indurre gli italiani a scaricare la app Immuni. Ma guarda: gli italiani, dopo i disastri dell'Inps, non si fidano di come la macchina pubblica potrebbe custodire i loro dati sensibili.
Le conseguenze dell'eventuale proroga (da quanto si apprende, il governo, forse attraverso il ministro Roberto Speranza, dovrebbe essere in Parlamento la prossima settimana per proporla) sono fin troppo chiare: mano libera per nuovi Dpcm (sia pure con il tenuissimo coinvolgimento parlamentare che è stato recentemente introdotto, e cioè una mera illustrazione preventiva alle Camere dei Dpcm, che tuttavia restano quello che sono: atti amministrativi non firmati nemmeno dal Capo dello Stato né convertiti dal Parlamento), e possibilità di istituire altri lockdown, eventuale colpo finale a un'economia già in ginocchio. Più un'ulteriore spinta allo smart working, che già paralizza da mesi le attività delle pubbliche amministrazioni. Ma la latitudine degli interventi autorizzati è praticamente senza limiti: lo stato d'emergenza consente infatti di derogare a qualunque disposizione vigente.
La realtà - inutile girarci intorno - è che il vero obiettivo di Conte è tutto politico: anche a costo di dare un altro colpo psicologico all'economia e alla propensione degli italiani ai consumi, il premier vuole continuare a usare l'emergenza come giubbetto antiproiettile, come protezione per blindare il suo governo. Su questo, è stata fulminante la battuta dell'autore di satira Federico Palmaroli, detto «Osho», che ha buttato lì l'ipotesi di una proroga dell'emergenza «fino a fine legislatura».
La cosa è due volte paradossale se si considera la «narrazione» che accompagnò la nascita del Conte bis: e cioè la denuncia della presunta aspirazione salviniana ai «pieni poteri», che in realtà era solo la richiesta di libere elezioni. Qui invece, senza elezioni, i pieni poteri qualcuno se li è presi e continua a prorogarseli per davvero. Per cercare di perpetuare l'emergenza anestetizzando il conflitto politico.
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L'ipotesi di Gimbe: «Il virus colpì in primavera un'ampia parte degli abitanti del Settentrione, ora meno vulnerabile del Sud».Il premier è intenzionato a prorogare il periodo in scadenza il 15 ottobre, nonostante l'epidemia sia sotto controllo. Così avrà mano libera per deliberare senza il Parlamento e istituire eventuali lockdown.Lo speciale contiene due articoliPer la prima volta in Italia si affaccia la prospettiva di una possibile (e augurabile) «immunità di gregge», che in questi mesi di pandemia è stata spesso evocata a sproposito, mentre oggi - secondo il Gimbe - è la possibile spiegazione di un fenomeno nuovo che riguarda il Nord Italia. C'è un dato fra i tanti, infatti, che colpisce Nino Cartabellotta, nell'ultimo rapporto sui contagi da coronavirus, che la sua fondazione compila settimana per settimana, e che ieri il ricercatore del Gimbe ha presentato a Firenze nel Forum sistema salute. È un dato che dovrà essere confermato, interpretato e spiegato nel tempo, ma che per ora porta ad una sola conclusione, ed è una «scoperta» che si può definire sorprendente sia per il Nord che per la Lombardia: «Se osserviamo con attenzione i numeri sul rapporto tra i casi positivi e i casi testati, avendo cura di sottrarre i doppi tamponi confermativi - spiega Cartabellotta - ci si trova davanti a un fenomeno molto importante, anche dal punto di vista numerico». Quale? «Gli ordini di grandezza nel rapporto tra Nord e Sud sembrano ribaltati rispetto alla primavera scorsa. Regioni come la Campania (5.4%) e la Sardegna (4.3%) stanno registrando, dopo l'estate, un fortissimo incremento di contagi reali. Mentre, al contrario, Regioni che sono state in passato fortemente colpite dalla pandemia, come la Lombardia (1,9%) e l'Emilia Romagna (2.2%), hanno registrato, nello stesso periodo, un forte abbattimento percentuale dei casi di positività». Così, quando chiedo al presidente del Gimbe, come si spiega questa inversione così significativa di tendenza, Cartabellotta mi dà una risposta sorprendente: «Se si contano i tamponi fatti in assoluto, come fanno molti, si ha una percentuale falsata. Se invece si valuta questo rapporto sui numeri netti si scopre che l'immunità di gregge è la spiegazione più probabile per questa forbice tra dati. E proprio questa ipotesi spiega anche perché, portati sullo stesso indice, i dati di Campania e Sardegna, una Regione che era Covid free prima dell'estate, e altre Regioni del sud, che erano state toccate meno, hanno oggi un grande incremento. Anche la Sicilia e la Puglia, che in primavera erano stati coinvolte marginalmente, oggi con il 3.5% e il 3,1% sono salite entrambe al di sopra della media nazionale» (che è il 3.1%, ndr). «In quei territori - aggiunge Cartabellotta - il virus era meno diffuso, e quindi adesso ha ancora grandi possibilità di contagio. Nel Nord e in Lombardia, evidentemente, ha già toccato settori amplissimi della popolazione, che oggi sono meno vulnerabili al coronavirus». Morale della favola: «Il “secondo giro" del contagio, chiamiamolo così, colpisce di più chi ha avuto minor esperienza del virus, e in proporzione minore chi ha avuto più contagi».E qui c'è un altra considerazione che può sorprendere chi ha in mente le coordinate sulla pandemia che ci sono state fornite in questi mesi: «Se questa lettura è vera» aggiunge Cartabellotta «i numeri ci dicono anche che l'indagine epidemiologica dell'Istat della scorsa primavera era, come dico da mesi, largamente sottostimata. E per un motivo evidente: su un panel di 150.000 intervistati potenziali, ben 70.000 interpellati che erano stati inseriti nel campione all'epoca rifiutarono il questionario. Non avevano nemmeno la garanzia del tampone, cosa ridicola se si pensa ai costi di quella indagine, solo due milioni alla Croce rossa per l'attività di call center». Chiedo a Cartabellotta perché consideri così importante la revisione critica di quell'indagine Istat: «Cambia tutto. Non lo dice nessuno ma questo significa che l'impatto reale dell'epidemia al Nord è largamente sottostimato. Anche il dato finale di un milione e 482.000 italiani contagiati è sottostimato. Noi pensavamo che quella indagine fosse la cornice: invece potrebbe essere ancora la punta dell'iceberg». Non è una differenza di poco conto: «Non è un caso che questo sia stato l'unico, tra gli studi epidemiologici nazionali, a non essere pubblicato. Svolto in un momento particolare, certo. Ma anche alla luce di questi numeri - osserva Cartabellotta - andrebbe rifatto». Il monitoraggio della Fondazione si riferisce alla settimana 23-29 settembre e (rispetto al precedente), registra in ogni caso un ulteriore incremento nel trend dei nuovi casi (12.114 vs 10.907). C'è un leggero aumento dei casi testati (394.396 vs 385.324), mentre dal punto di vista epidemiologico crescono i casi attualmente positivi (50.630 vs 45.489) e, sul fronte degli ospedali, i pazienti ricoverati con sintomi (3.048 rispetto a 2.604) e in terapia intensiva (271 rispetto a 239). Aumentano anche i decessi (137 vs 105). E qui c'è - forse -l'ultimo dato interessante. Il grafico di ricoveri ospedalieri e terapie intensive continua a seguire una dinamica di «crescita lineare». Il che significa, osserva Cartabellotta, che se nelle prossime due settimane non subirà impennate dovute alla riapertura delle scuole (serve questo tempo per monitorare gli effetti), che a dicembre presumibilmente avremo 10.000 ricoveri e 1.000 pazienti in terapia intensiva». E questo cosa significa? «che siamo al limite, ma che il sistema sanitario sarebbe in grado di reggere. Ecco perché - conclude Cartabellotta - le prossime di settimane di rilevazione dei contagi saranno decisive».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/seminano-il-panico-ma-il-nord-potrebbe-aver-raggiunto-limmunita-di-gregge-2647881586.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="verso-lo-stato-demergenza-infinito-conte-vuole-blindarsi-fino-a-febbraio" data-post-id="2647881586" data-published-at="1601575403" data-use-pagination="False"> Verso lo stato d’emergenza infinito. Conte vuole blindarsi fino a febbraio No, non è Viktor Orban, che per estendere i suoi poteri passò dal Parlamento ungherese (30 marzo), e poi vi ritransitò per porre fine alla straordinarietà (16 giugno scorso). Ma si tratta di Giuseppe Conte, che - di nuovo - tenta di aggrapparsi al virus e di prorogare ancora una volta lo stato d'emergenza. Condizione giuridica eccezionale - giova ricordarlo - imposta dal 31 gennaio scorso, ormai un tempo lunghissimo. Poi Conte provò di soppiatto a far passare una proroga a metà maggio con il «decreto Rilancio»: in una delle primissime bozze, ben nascosta, c'era infatti la scelta - tutt'altro che neutra, anzi di altissimo impatto politico - di allungare lo stato d'emergenza di altri sei mesi. Poi, di bozza in bozza (qualcuno scrisse: anche su indicazione del Colle più alto), la discutibile norma sparì. Due mesi dopo quel tentativo, il premier riuscì nell'intento a fine luglio, quando ottenne una proroga fino a metà ottobre, che dunque è ormai quasi in scadenza. E allora ieri Conte è tornato a battere sul punto, al termine di una visita a una scuola in provincia di Caserta: «Abbiamo convenuto che andremo in Parlamento a proporre la proroga dello stato di emergenza, ragionevolmente fino alla fine di gennaio 2021. Ieri (ndr: l'altro ieri) in Consiglio dei ministri abbiamo fatto un'informativa sul punto. C'è stata una discussione: abbiamo convenuto che allo stato della situazione, che comunque continua a essere critica per quanto la curva del contagio sia sotto controllo, viene richiesta la massima attenzione da parte dello Stato, delle sue articolazioni, della Protezione civile, dei presidenti di Regione e anche dei cittadini». Inutile far finta che sia tutto normale. La decisione sarebbe clamorosa: non si capisce su quale base scientifica venga assunta. È vero che il numero dei casi non è trascurabile, ma ciò era previsto e prevedibile dopo le vacanze e la riapertura delle scuole; e comunque i numeri dei ricoveri e delle terapie intensive sono ancora sotto controllo. E in ogni caso non si vede perché serva una situazione giuridica emergenziale per far fronte a problemi sanitari e organizzativi. Tra l'altro, l'Italia si fa vanto (anche giustamente) di numeri del contagio inferiori a buona parte dei Paesi europei, in questo momento. Ecco, in Europa, quasi tutti sono da tempo usciti da un assetto giuridico emergenziale, né - tranne eccezioni - intendono rientrarci, a prescindere dalle misure sanitarie (più o meno severe, caso per caso) adottate nei diversi Paesi per il contenimento della malattia. Si ricorderà che anche l'ultima proroga fu motivata in un modo che apparve risibile a molti giuristi: per consentire - si disse - procedure accelerate (gare, appalti, ecc) in vista della riapertura delle scuole. E abbiamo visto come siano andate le cose. Ora si punta a una proroga di altri tre mesi e mezzo, per arrivare a un anno pieno, fino al 31 gennaio 2021. Così, la retorica dello stato d'emergenza avvolgerà anche il periodo natalizio e Capodanno. Tragicomicamente, i retroscena delle ultime trentasei ore fanno registrare un'altra pensata, stavolta del ministro grillino Alfonso Bonafede (a quanto pare, spalleggiato dal dem Dario Franceschini): nientemeno che una maratona tv, con tanto di contatore in tempo reale, per indurre gli italiani a scaricare la app Immuni. Ma guarda: gli italiani, dopo i disastri dell'Inps, non si fidano di come la macchina pubblica potrebbe custodire i loro dati sensibili. Le conseguenze dell'eventuale proroga (da quanto si apprende, il governo, forse attraverso il ministro Roberto Speranza, dovrebbe essere in Parlamento la prossima settimana per proporla) sono fin troppo chiare: mano libera per nuovi Dpcm (sia pure con il tenuissimo coinvolgimento parlamentare che è stato recentemente introdotto, e cioè una mera illustrazione preventiva alle Camere dei Dpcm, che tuttavia restano quello che sono: atti amministrativi non firmati nemmeno dal Capo dello Stato né convertiti dal Parlamento), e possibilità di istituire altri lockdown, eventuale colpo finale a un'economia già in ginocchio. Più un'ulteriore spinta allo smart working, che già paralizza da mesi le attività delle pubbliche amministrazioni. Ma la latitudine degli interventi autorizzati è praticamente senza limiti: lo stato d'emergenza consente infatti di derogare a qualunque disposizione vigente. La realtà - inutile girarci intorno - è che il vero obiettivo di Conte è tutto politico: anche a costo di dare un altro colpo psicologico all'economia e alla propensione degli italiani ai consumi, il premier vuole continuare a usare l'emergenza come giubbetto antiproiettile, come protezione per blindare il suo governo. Su questo, è stata fulminante la battuta dell'autore di satira Federico Palmaroli, detto «Osho», che ha buttato lì l'ipotesi di una proroga dell'emergenza «fino a fine legislatura». La cosa è due volte paradossale se si considera la «narrazione» che accompagnò la nascita del Conte bis: e cioè la denuncia della presunta aspirazione salviniana ai «pieni poteri», che in realtà era solo la richiesta di libere elezioni. Qui invece, senza elezioni, i pieni poteri qualcuno se li è presi e continua a prorogarseli per davvero. Per cercare di perpetuare l'emergenza anestetizzando il conflitto politico.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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