2018-05-28
Il commento di Luisella Costamagna
Attilio Fontana (Imagoeconomica)
Il governatore lombardo: «Il generale incompatibile con i nostri militanti. Per sostituirlo Zaia o Fedriga sarebbero eccellenti».
Attilio Fontana, governatore della Lombardia, nemmeno il tempo di celebrare il successo planetario di Milano-Cortina e già si dibatte sulle Olimpiadi estive del 2040.
«Qualcuno prova a salire sul nostro carro: visto che sono andate così bene a loro, si chiede, perché non cogliamo l’occasione per fare bella figura pure noi? Domanda legittima, ma la risposta è: perché voi non siete la Lombardia».
Roma ci spera.
«Se vogliamo garantire un altro successo, dobbiamo farle qui».
Nutre fiducia solo nei suoi corregionali?
«Oggettivamente, ci sono condizioni di vantaggio: amministratori che fanno squadra, classi dirigenti e cittadini che sentono le responsabilità in modo un po’ diverso da come accade nel resto del Paese».
In che senso, scusi?
«Siamo più determinati. Non ci lasciamo spaventare dai problemi. Guardiamo sempre al futuro con entusiasmo. È una condizione unica in Italia».
Si riparla di Olimpiadi diffuse, però.
«Giustissimo. Allora perché non prendere in considerazione Milano, Torino e Genova?».
Lo storico triangolo industriale?
«L’idea mi è venuta quando, qualche giorno fa, ho incontrato Cirio e Bucci, i governatori di Piemonte e Liguria».
L’importante è stare sulla linea del Po?
«Visto che ci sarebbe pure Genova, stavolta dovremmo spostare il confine lungo l’arco appenninico».
Lei scherza. Ma l’assessore allo Sport capitolino, Alessandro Onorato, non l’ha presa bene: «Fontana si avventura in stereotipi che danneggiano la credibilità dell’intero Paese per racimolare voti in Pianura padana».
«Beh, lasciamogli fare l’offeso. Quando uno si mostra così piccato di fronte a una considerazione tanto ovvia, vuol dire che è anche di poco spirito. Vede: magari le organizzerebbero benissimo. Faccio però un esempio: i mondiali di nuoto a Roma del 2009. Si ricorda come andò a finire?».
Vagamente.
«Mi permetta di rinfrescarle la memoria: ritardi clamorosi, progetti incompiuti, inchieste giudiziarie, impianti sequestrati. Ecco, non vorrei che si finisse per gareggiare all’Acquacetosa».
Vogliono brillare di luce riflessa?
«La Lombardia viene mal sopportata. Dimostra che in Italia si può essere propositivi e si riescono a fare le cose. Questo dà un po’ di fastidio a chi affonda le sue radici nelle gran chiacchiere. All’inizio c’era mezzo governo che tifava contro di noi».
Era l’epoca dei gialloverdi, con Conte a Palazzo Chigi.
«I grillini erano contrarissimi. Fu grazie a Giorgetti, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che riuscimmo a ottenere la candidatura».
Intanto a Roma avete firmato le prime intese sull’autonomia, lo storico vessillo leghista.
«Quello che è successo con le Olimpiadi potrebbe diventare un messaggio anche per gli amministratori del Sud: dicendo di no al federalismo stanno perdendo enormi opportunità».
Non si fidano dei ricchi settentrionali?
«Invece, vorrei dire loro: avete le capacità per fare grandi cose, dalla brillantezza di spirito alla magia dei luoghi. Perché cercare sempre la mano protettrice della Capitale? Perché genuflettersi a mamma Roma, che cerca di tenere tutti fermi e in silenzio, sperando che nessuno dia fastidio?».
Sono state settimane intense. Roberto Vannacci, come da lei auspicato, alla fine ha lasciato la Lega.
«Era inevitabile, anche se forse l’addio poteva essere previsto molto prima. Anzi, probabilmente questo matrimonio non bisognava nemmeno farlo».
Perché?
«Siamo due mondi troppo diversi».
Lei non ha mai amato il generale.
«Non ho assolutamente niente contro Vannacci. Le poche volte che gli ho parlato mi è sembrata una persona intelligente, simpatica e brillante. Però rappresenta valori con cui non abbiamo nulla a che spartire. Sono migliori i suoi o i nostri? Non importa. L’importante è che ognuno adesso prosegua per la sua strada».
Quali sono queste incompatibilità?
«Dal centralismo smaccato al nazionalismo esasperato. Tutte cose che non hanno niente a che vedere con il tipo di società che immagino e cerco di contribuire a realizzare».
Due mesi fa, mentre gli altri borbottavano, lei è deflagrato: «Col cazzo che vannaccizziamo la Lega!». Seguì l’apoteosi.
«I militanti non si sentivano certo rappresentati dal generale».
È stato il punto di non ritorno?
«Per la prima volta si è avuto il coraggio di dire quello che pensavano veramente i nostri».
In quanti poi l’hanno chiamata?
«Qualcuno».
Sia sincero.
«Tanti».
Comunque, è stato lui a lasciare la Lega.
«Non posso fare valutazioni su quello che pensa. Se uno però crea all’interno di un partito una struttura parallela, cosa vuol dire? Non bisogna essere degli acuti osservatori e nemmeno dei fini strateghi alla Churchill per capirlo: chi si dà tanto da fare, evidentemente cerca di creare un suo movimento».
Aveva assicurato che il Carroccio non sarebbe stato un tram.
«Mi pare evidente che sia accaduto il contrario».
Ha chiarito che il suo nuovo partito rimane un naturale interlocutore del centrodestra. Nessun leader ha ancora commentato.
«E vuole che mi esprima proprio io?».
Lei è più libero di farlo, magari.
«Fino a un certo punto».
A Bruxelles Futuro Nazionale è entrata nel gruppo più a destra del continente, assieme ai tedeschi di AfD. È un problema per l’eventuale appoggio al governo?
«Veda lei».
Pescano tra astensionisti o delusi?
«Toglie un po’ di voti a noi, un po’ alla Meloni, un po’ a tutti».
Nei sondaggi siete calati al 6%.
«Non mi preoccupa. In giro c’è fame di Lega. E non parlo di militanti, perché con loro dibattere di autonomia è come sfondare una porta aperta».
Di chi, quindi?
«Mi riferisco a tante persone che incontro e non c’entrano niente con noi: professionisti, insegnanti, imprenditori. Vogliono parlare della possibilità di decidere. Sono convinto che, quando la nostra grande forza propulsiva tornerà al centro della comunicazione, quei voti li ritroveremo».
Cosa cambia dopo l’uscita del generale?
«Ci permette di chiarirlo una volta per tutte: non siamo e non saremo mai quello in cui ci voleva trasformare».
Ovvero?
«Né un partito di estrema destra né un partito centralista».
Adesso resta vacante il posto di vicesegretario. Ha qualche suggerimento?
«Non mi permetto di dare nessun suggerimento a Salvini. Anzi, è lui che li dà a me. Ed è giusto che sia così. Però ci sono due persone che interpretano bene il sentimento della Lega. Sono apprezzati dalla loro gente e potrebbero essere un valido sostegno al nostro segretario federale».
Chi?
«Zaia e Fedriga: sarebbero entrambi una scelta eccellente».
Oltre ad aver vivacemente eccepito sulla «vannacizzazione», ha osservato che a tanti leghisti piace un po’ troppo l’amatriciana.
«Roma è una città che avvolge. Può far smarrire il senso della realtà. Chi fa il parlamentare o il ministro deve rimanere sempre vicino al proprio territorio, se non vuole perdere il contatto con ciò che conta davvero».
Senza dimenticare il risotto con l’ossobuco.
«Sì, ma anche la polenta».
Sembra una moderna rivisitazione di «Roma ladrona».
«Le faccio una confidenza: a tante cose che diceva Bossi credevo fideisticamente. Adesso che le vivo in maniera diretta, ho le prove. Senza timore di smentita, posso affermare che aveva sempre ragione».
Vede spesso il Senatur?
«Lo vado a trovare ogni tanto».
Come sta?
«Mentalmente è lucidissimo. Fisicamente mi sembra po’ sciupato».
E cosa dice di Vannacci?
«Non capisco la domanda…».
Ha commentato l’addio del generale?
«Non sento. Sono in viaggio per Brescia. Sto entrando in una galleria…».
Non ci sono gallerie fra Milano e Brescia.
«Appunto».
Meglio non infierire?
«Ecco».
Il suo mandato scade fra due anni. Pare che, in cambio del Veneto, Salvini abbia concesso la Lombardia a Fratelli d’Italia.
«Se così fosse, mi dispiacerebbe: nessuno sa interpretare la lombardità come la Lega».
Anche il ruvido Fontana, dopo dieci anni da governatore, finirà tra i magnaccioni capitolini?
«Ruvido io? E pensare che, per tutta la vita, m’hanno dato del moderato».
Schietto, allora.
«Con altrettanta franchezza le dico che, se dovessi finire da quelle parti, non dimenticherò i nostri piatti tipici».
Niente amatriciana?
«Solo con estrema moderazione».
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2026-03-02
Udinese-Fiorentina otto anni dopo Astori. Il calcio ricorda l'ex capitano viola con screening gratuiti
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Prima del match al Bluenergy Stadium di questa sera, omaggio a Davide Astori a otto anni dalla scomparsa. In collaborazione con l’Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale, attivato un progetto di screening cardiologici gratuiti aperto ai tifosi.
Stasera, prima di Udinese-Fiorentina, il calcio si fermerà per ricordare Davide Astori. A pochi giorni dal 4 marzo, data della sua scomparsa otto anni fa, al Bluenergy Stadium è previsto un momento dedicato all’ex capitano della Fiorentina.
Il ricordo, però, non resterà solo simbolico. L’Associazione Astori, l’Udinese, la Fiorentina e la Lega Nazionale Professionisti Serie A hanno deciso di affiancare all’omaggio un’iniziativa concreta: un progetto di screening cardiologici gratuiti aperto a chiunque voglia aderire.
L’iniziativa è realizzata in collaborazione con il Reparto di Cardiologia dell’Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale. L’obiettivo è promuovere la prevenzione, trasformando la memoria in un’occasione di attenzione alla salute. Durante la serata, i tifosi presenti allo stadio potranno inquadrare il Qr code che comparirà sulle locandine dedicate e sui maxischermi per manifestare il proprio interesse. I controlli gratuiti si svolgeranno prossimamente nei locali dello stadio dell’Udinese, in date che saranno comunicate. Anche chi non sarà presente potrà aderire compilando un modulo che verrà pubblicato sui canali social del club friulano.
Un’iniziativa che lega il ricordo a un impegno preciso: invitare tutti a prendersi cura del proprio cuore, perché la prevenzione diventi una pratica condivisa e non soltanto un messaggio.
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Francesco Greco (Imagoeconomica)
Il presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco: «Per contiguità culturale il gip asseconda acriticamente il pm nel 97% dei casi».
Francesco Greco, presidente del Consiglio nazionale forense, stiamo entrando nel rush finale di questa campagna elettorale referendaria: si aspettava una tensione del genere?
«No, perché di separazione delle carriere si parla da tempo, noi avvocati abbiamo avanzato molte proposte in merito. Un tale livello di odio tra gli schieramenti non c’era mai stato. Non è un bene che lo scontro politico venga trasferito nelle aule di giustizia».
Un voto politico, anziché nel merito?
«Questa mattina mi ha scritto un mio vecchio compagno di scuola. Non ha nemmeno letto il testo della riforma, ma voterà No perché respinge tutto ciò che arriva da questo governo. I cittadini devono ricordare che si vota sul sistema della giustizia, e in un processo c’è la loro vita in gioco, a prescindere dal partito d’appartenenza».
Oggi in Italia il giudice è un arbitro o un giocatore?
«Nel processo in Italia ci sono due colleghi, e un estraneo. I colleghi sono il giudice e il pm. L’estraneo è l’avvocato, che in realtà è l’unico a fianco del cittadino, ma spesso viene percepito come un ingombro nel normale svolgimento del processo».
Da dove evince la contiguità tra giudici e pm?
«Dai numeri diffusi dalla stessa magistratura delle Corti d’Appello. Il 97% delle richieste dei pubblici ministeri in fase di chiusura delle indagini viene recepita acriticamente dal gip, senza cambiare una virgola. Ma poi nel processo, con il contraddittorio, il 46% degli imputati viene assolto. Dunque, quasi la metà degli imputati non doveva subire un processo».
Sì, ma alla fine molti imputati vengono prosciolti, giusto?
«Ma subire un processo penale, con annesse misure cautelari, e poi finire sulle prime pagine dei giornali, non è come passare una serata al cinema. È un dramma esistenziale da cui si esce comunque distrutti».
Perché i gip accetterebbero le richieste dei pm quasi in automatico?
«Perché c’è una forma di contiguità culturale, oltre che un problema pratico. Sul tavolo del giudice arrivano centinaia di migliaia di pagine, impossibile leggerle tutte. Si firma la richiesta del pm, e si va avanti».
E la soluzione è separare le carriere?
«Sì, per l’esattezza separare gli organi che decidono su promozioni, stipendi, sedi. Un ufficiale dell’Aeronautica non può diventare un ammiraglio della Marina. Ciò che vale per le forze armate deve valere anche per la magistratura. Solo così si garantisce il processo giusto, come da Costituzione.
Piercamillo Davigo sostiene invece che il giudice sarebbe il miglior censore del pm, perché ben conosce il suo lavoro.
«Davigo non ha una visione obiettiva delle cose: sosteneva che un innocente è solo un colpevole che l’ha fatta franca. E poi è stato condannato anche lui».
I sostenitori del No dicono che, dopo la riforma, il pubblico ministero sarà un superpoliziotto che cercherà solo gli elementi a favore dell’accusa.
«Non ho mai visto, in tanti anni, un pm che cerca le prove a favore dell’imputato. I pubblici ministeri, ai quali va tutta la nostra riconoscenza per l’impegno in situazioni delicate come la lotta alla criminalità organizzata, fanno semplicemente il loro lavoro a sostegno dell’accusa. Il resto sono leggende metropolitane».
E non vede il rischio di un pubblico ministero subalterno al governo?
«Se ci fosse lontanamente questo rischio, sarei il primo ad essere contrario alla riforma, perché l’avvocato ha bisogno di avere davanti un magistrato autonomo e indipendente, al fine di promuovere l’innocenza del suo assistito. Ma il rischio di un magistrato subalterno all’esecutivo non esiste, nessuna norma lo prevede, né si può fare un processo alle intenzioni».
Il sorteggio introduce un elemento di instabilità nel sistema?
«In realtà anche il nostro ordinamento giuridico ruota attorno alla “casualità”, nel processo civile e penale. Pensiamo al giudice “naturale” precostituito, che viene assegnato al cittadino in base a criteri automatici, come prevede la Costituzione. Detto questo, il sorteggio non è la migliore soluzione, ma ad oggi è l’unica. L’Anm ha rifiutato ogni confronto su questo tema, e si è chiusa a riccio per mantenere lo status quo».
A proposito, se vincesse il Sì, sarebbe la fine dell’Anm come lo conosciamo? È plausibile avere due carriere distinte in magistratura, con un unico corpo di rappresentanza sindacale?
«Il diritto di associarsi è costituzionalmente garantito, ma probabilmente l’Anm dovrà cambiare volto, e ristrutturarsi in una composizione differente, in cui i pm non prevalgano sui giudici come accade oggi».
Cioè?
«Se si guardano gli ultimi vent’anni, i presidenti dell’Anm sono stati quasi sempre dei pm. L’attuale presidente è il procuratore capo di una Procura della Repubblica; quello precedente era un altro procuratore; il segretario generale è un procuratore. Eppure, sui circa 9.000 magistrati italiani, i pm sono solo 2.000. Magari, dopo il referendum, l’Anm sarà un’associazione un po’ più democratica al suo interno».
Gli errori giudiziari, con questa riforma, si andrebbero a ridurre?
«Gli errori giudiziari ci saranno sempre: pensare che una legge possa eliminarli è utopistico. Però, con l’introduzione dell’Alta Corte disciplinare, chi commette un errore dovrà spiegarne il motivo, davanti a un sistema non governato dalle correnti come accade oggi al Csm».
E se vincesse il No?
«Tutto rimarrebbe immutato, almeno per 30 anni. E poiché la giustizia italiana non è certo un fiore all’occhiello - la Corte di Giustizia europea condanna sistematicamente l’Italia, non la Germania, non la Francia, non la Svizzera - in caso di vittoria del No saremmo destinati ad altri decenni di condanne internazionali. Un’occasione importante, forse irripetibile, andrebbe perduta».
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Nicola Gratteri (Ansa)
Più si avvicinano le urne, più cresce il nervosismo di chi si oppone alla riforma. Con esiti ridicoli. I sondaggisti danno i contrari in rimonta: sono gli stessi che pronosticavano il trionfo di Kamala Harris. Per Gratteri chi non vota come lui è mafioso: seppellito dai meme.
Il termine autogol nasce dal calcio, quando un calciatore manda il pallone nella propria porta. Fa punto lo stesso, ma per gli avversari. Il termine è stato portato in tutti i campi, soprattutto in politica. L’autogol è quella piccola tragedia comica in cui, tentando di salvarsi, si finisce per affondare da soli. È l’errore di calcolo che smaschera fretta, nervi scoperti e presunzione.
Il 22 e 23 marzo noi elettori saremo chiamati a confermare o a respingere «il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025». Le ragioni del Sì sono granitiche, come quelle verità che in Italia tutti sanno ma fingono di ignorare finché qualcuno non le scrive nero su bianco. Dopo le rivelazioni del dottor Palamara, sappiamo che il sistema delle correnti, da decenni, funziona come una macchina ben oliata che toglie al popolo italiano la fede nella giustizia; e allora il sorteggio, per quanto poco elegante, appare come una finestra spalancata in una stanza dove nessuno arieggiava più. Ancora più solida è l’idea di riequilibrare il potere dei pm, che negli anni si è dilatato fino a diventare una sorta di nube giudiziaria capace di oscurare carriere e reputazioni: riportare tutto a misura d’uomo non è rivoluzionario, è semplice buon senso. Quanto alla responsabilità dei magistrati, il Sì poggia su una constatazione incontestabile: un sistema che non prevede reali conseguenze per gli errori finisce col produrne in quantità industriale. Un organismo esterno, meno corporativo e meno sensibile alle correnti d’aria interne, offrirebbe finalmente quella neutralità che tutti invocano. E il principio garantista resta lì, intatto, protetto dall’articolo 358: come a dire che riformare non significa demolire, ma raddrizzare ciò che da troppo tempo pende. In sintesi, il Sì non è un salto nel buio. È accendere la luce.
Ci stanno garantendo che nel referendum il Sì e il No sono testa a testa, anzi forse i No sono avanti. Quelli che ce lo dicono sono gli stessi che hanno predetto la stratosferica vittoria di Kamala Harris, paragonabile solo a quella altrettanto straordinaria di Hilary Clinton. La battaglia per salvare lo status quo è diventata affannata, con una serie di azioni che in effetti possono essere considerate autogol. Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, al Corriere della Calabria ha serenamente dichiarato che «per il No voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». L’affermazione ha scatenato una serie di meme sui social che garantiscono che voteranno Sì Lord Voldemort, l’imperatore cattivo di Guerre Stellari, Luciano Liggio, Jack lo squartatore, Vito Corleone, Don Rodrigo, Sauron dal reame di Mordor, Saruman dal reame suo che avrà anche un nome ma non ce lo ricordiamo, Gargamella, Hannibal Lecter, il capitalismo, il patriarcato, quelli che mettono la panna nella carbonara. Nell’oceano prevedibile delle opinioni pubbliche, le dichiarazioni del magistrato meriterebbero una piccola nota a piè di pagina, o almeno un trafiletto nel registro dell’ironia civile. Non amo i magistrati che esternano, per la stessa ragione per cui non amo gli esorcisti che si fanno riprendere dalle telecamere di Rai 2. Il buon esorcista è quello che non conosciamo, così il buon magistrato: opera nel silenzio, magari un po’ polveroso, senza conferenze stampa, senza sentire il bisogno di chiarirci come il mondo dovrebbe essere secondo lui. I magistrati che parlano, invece, finiscono spesso con il credere alle proprie parole. È un pericoloso effetto collaterale: la vanità giudiziaria. Si comincia con un convegno, si prosegue con un editoriale, e si finisce in prima serata da Fazio. I grandi casi dei grandi errori giudiziari italiani, primo quello di Tortora, avevano avuto un enorme chiasso mediatico. Chiasso mediatico hanno avuto i casi di Garlasco, Avetrana, Olindo e Rosa, e la morte di Yara Gambirasio: esistono addirittura libri che dimostrano come in tutti questi casi siano stati condannati imputati la cui colpevolezza era ben lontana dall’essere dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio.
Riconosco però che il dottor Gratteri ha avuto l’ardire di dire qualcosa di sensato. All’interno di affermazioni sul referendum che qualcuno potrebbe ritenere offensive e gratuite fino all’indecenza, c’è un’affermazione assolutamente veritiera. Non tutta veritiera, ma in parte sì: quella che riguarda il piccolo esercito dei condannati, imputati, redenti e irredimibili che hanno visto la giustizia italiana da dentro. Per esempio tutte le vittime di errori giudiziari, tutto l’esercito di gente normale che si è trovata nell’incubo di essere imputata, per poi essere prosciolta. Qualcuno ha fatto il conto di quanti milioni è costata agli esausti contribuenti italiani questa giustizia, e sono cifre da capogiro, ma ancora più da capogiro sono il dolore, le vite distrutte, l’orrore di mesi passati nelle galere italiane, e l’aggettivo kafkiano, con evidente riferimento al romanzo distopico Il Processo di Kafka, che compare in ogni racconto. Parlare da fuori del sistema giudiziario è un esercizio teorico: si può essere severi, indulgenti, o semplicemente distratti. Ma da dentro, da quel tribunale senza più Crocifisso, si scopre che la giustizia italiana non è un’istituzione: è un sentimento, personale, mutevole e, come tutti i sentimenti, incline alla confusione. Ne so qualcosa. Faccio parte dei condannati che hanno la certezza di aver subito una condanna ingiusta, convinti che, al contrario, la propria condanna sia una medaglia al valore dell’etica.
Altro autogol è stato usare immagini del curling nella campagna per il No al referendum. L’uso non autorizzato di immagini di atleti che non ne sapevano niente ha fatto intuire un’assoluta mancanza di rispetto sia per lo sport che per gli atleti inquadrati.
Io voterò Sì. Capisco che il dottor Gratteri avrà ben altro da fare che leggere queste righe, ma nel caso sono certa che apprezzerà lo sforzo: le ho scritte senza conferenze, senza telecamere, senza applausi e rischiando qualcosa: nel nostro Paese criticare un magistrato vuol dire esporsi a un rischio, come un esorcista vero o come un cavaliere medioevale. Altro storico autogol, storico nel senso letterale, è la tragica vicenda della famiglia nel bosco, distrutta dagli assistenti sociali. Ancora più kafkiano, ancora più atroce: ben più terribile dell’essere incarcerati da innocenti è la sottrazione dei propri figli perché siano rinchiusi in orfanotrofi di Stato di sconvolgente squallore chiamati case famiglia, a mangiare cibo statale, senza rapporti con i genitori: un arbitrio che grida vendetta a Dio. Uno dei quattro peccati che gridano vendetta a Dio è l’oppressione dei senza potere. Mentre fior di intellettuali scrivono tomi su tomi contro la violenza e l’immoralità della società dei consumi, mentre ottimi medici scrivono articoli su articoli sulla pericolosità per la salute dell’esposizione alla maggior parte delle sostanze nuove presenti nel mondo attuale, dalle plastiche ai detersivi industriali, mentre ogni pedagogista degno di questo nome segnala il pericolo, anzi il danno, dell’allontanare il bambino piccolo dalla madre, gli assistenti sociali hanno massacrato la famiglia che stava facendo lo sforzo di offrire ai propri figli quella che secondo la loro scienza e coscienza era la situazione migliore. La famiglia nel bosco è il punto di non ritorno, quello che non sarà tollerato. Leggi arriveranno a tutela dei bambini e delle famiglie. Il popolo non ne può più. Il momento è venuto di cambiare le leggi. Dopo la riforma Nordio, arriverà quella dei servizi sociali.
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