2019-06-28
Andrea Mountbatten Windsor (Getty Images)
Già sotto inchiesta per aver girato documenti riservati a Jeffrey Epstein, una nuova denuncia apre a verifiche anche sulle «altre attività».
Scotland Yard sapeva già che il «Lolita Express», il Boeing 727 di Jeffrey Epstein che trasportava ragazze e uomini d’affari in giro per il mondo, era atterrato almeno 90 volte nel Regno Unito, ai tempi della scandalosa amicizia del faccendiere pedofilo con Andrea d’Inghilterra, fratello minore di Re Carlo. E dopo l’uscita degli Epstein files, sapeva anche che alcune ragazze erano state introdotte perfino dentro Buckingham Palace.
Ieri però, la polizia britannica ha aggiunto un nuovo tassello al già impresentabile casellario giudiziale dell’ex principe, aggravandone la posizione: stando a quanto riferito da Sky News Uk, il terzogenito della regina Elisabetta è oggetto di un’indagine preliminare non soltanto per cattiva condotta in pubblico ufficio ma anche per sospetti reati sessuali. Una donna, pur non avendo ancora presentato denuncia formale, ha dichiarato di essere stata vittima di traffico sessuale organizzato da Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell e portata, diversi anni fa, nella ex residenza di Andrea vicino al castello di Windsor. I fatti sarebbero avvenuti nel 2010, dunque dopo la prima condanna e detenzione del faccendiere. In conformità con le linee guida britanniche, le forze di polizia non hanno fatto esplicito riferimento al figlio di Elisabetta d’Inghilterra ma hanno riferito di «un uomo sulla sessantina del Norfolk».
La polizia di Thames Valley non ha ancora avuto la possibilità di ascoltare la presunta vittima ma ha già incontrato il suo avvocato Brad Edwards, che in passato ha anche assistito Virginia Giuffre, attivista americana e principale accusatrice di Andrea d’Inghilterra. Già, perché questa non è la prima volta che Andrea è citato in giudizio per crimini sessuali: Giuffre, che si è suicidata l’anno scorso, lo aveva inizialmente menzionato a marzo 2011 in un’intervista al Daily Mail, circostanziando le accuse a dicembre 2014; ad agosto 2021 i legali della donna hanno depositato formalmente la causa civile Giuffre v. Prince Andrew. Pochi mesi dopo, a marzo 2022, l’accordo extragiudiziale: il figlio della defunta Regina Elisabetta ha pagato il silenzio di Giuffre 12 milioni di sterline, senza ammissione di colpevolezza ma con pesanti ripercussioni sulla monarchia.
La pubblicazione degli Epstein files a fine gennaio da parte dell’amministrazione Trump e l’uscita postuma, a ottobre 2025, del memoriale Nobody’s Girl hanno fornito riscontri fondamentali alle accuse di Giuffre, culminati con il clamoroso arresto, lo scorso 19 febbraio, dell’ex principe. Rilasciato 11 ore dopo, Andrea è stato privato da Re Carlo, in modo definitivo, di tutti i suoi titoli reali e onori (oggi all’anagrafe si chiama Andrew Mountbatten-Windsor) e mandato in «esilio» in una residenza di campagna a Sandringham, nel Norfolk. Anche l’ex premier Gordon Brown, a febbraio, ha sollecitato la polizia britannica a interrogarlo, chiedendo alle autorità di indagare per verificare se l’ex Altezza reale avesse utilizzato voli dei reali o basi della Royal Air Force per facilitare i traffici sessuali legati a Epstein; ma fino a ieri Andrew Mountbatten, che ha sempre negato ogni illecito, è stato sottoposto a indagini esclusivamente per cattiva condotta in pubblico ufficio.
Tuttavia, mentre Scotland Yard indagava sulle accuse secondo le quali il principe, quando era emissario commerciale in Asia per conto dei governi laburisti di Tony Blair e Brown (tra il 2001 e il 2011), avrebbe trasmesso a Jeffrey Epstein e ad altri uomini d’affari briefing riservati, dai milioni di file desceretati dal Dipartimento della Giustizia americano emergevano anche clamorose rivelazioni sulla sua condotta sessuale. I documenti declassificati raccontano che avrebbe fatto entrare a corte alcune ragazze, potenziali vittime di traffico sessuale. Almeno una giovane, hanno rivelato i file, è stata portata a Londra a bordo del Lolita Express, consentendole l’accesso al palazzo reale, con tanto di tour a Buckingham Palace. Per farla circolare a corte, sarebbe stato usato il nome in codice «Lady Windsor»: si tratterebbe, ipotizzano i media inglesi, della stessa donna che a breve potrebbe denunciare penalmente Andrea.
La polizia di Thames Valley ha detto di aver perquisito due indirizzi nel Berkshire, a circa 50 miglia a Ovest di Londra, e a Norfolk, a poco più di 100 miglia a Nord-est della capitale britannica, entrambe residenze di Mountbatten. Gli agenti stanno lavorando anche con la National Crime Agency per ottenere materiale non secretato dagli Stati Uniti. Anche il Dipartimento di Giustizia Usa, insieme con un gruppo di coordinamento delle forze di polizia britanniche, sta setacciando i files per ottenere ulteriori informazioni relative all’indagine nel Regno Unito. «Il nostro team di detective ed esperti sta lavorando meticolosamente attraverso una mole significativa d’informazioni che sono arrivate dal pubblico e da altre fonti», ha dichiarato il funzionario di polizia Oliver Wright. «Ci impegniamo a condurre un’indagine approfondita su tutto i livelli, ovunque possano portare», ha dichiarato.
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Riccardo Ponzio (Imagoeconomica)
Cambia il nome di una commissione della consulta degli studenti a Roma e i politici di sinistra, fermi ancora agli anni Settanta, impazziscono impartendo lezioni di democrazia.
A ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la decisione presa dalla consulta provinciale degli studenti di Roma dovrebbe essere vista come semplice buon senso. Da tempo, infatti, era presente una commissione denominata «antifascismo e memoria storica». Ovviamente è sempre stata presidiata dalla sinistra, spesso quella più dura, che ha fatto dell’antifascismo e di una certa retorica sulla Resistenza un vero e proprio credo da difendere a ogni costo.
Da un po’, però, le cose sono cambiate: alle ultime elezioni, infatti, la consulta è passata al centrodestra, guidato da Azione studentesca, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia. Forte del consenso degli studenti, Azione studentesca, insieme alla maggioranza di centrodestra, ha deciso di cambiare il nome della commissione. Basta antifascismo, meglio utilizzare la parola democrazia. Democrazia e memoria storica. Che non suona nemmeno male visto che la democrazia dovrebbe unire chiunque faccia politica.
Il motivo di questa scelta è presto detto. La guerra civile è passata da un pezzo. Certi valori, quelli democratici appunto, sono stati introiettati da tutti gli studenti. E poi nemmeno i padri costituenti vollero utilizzare la parola «antifascismo» nella nostra Costituzione. Continuare a usarla oggi è solo anacronistico. Oppure ideologico. Noi, gli antifascisti, quindi buoni, contro di voi, i fascisti (o presunti tali), cattivi.
Alla gran parte degli studenti, del nome della commissione importa poco o nulla. Nessuno (o quasi) si sente appartenere a una di queste due categorie. Fuori dall’ateneo, però, la polemica è montata. A scendere in campo tutta gente che la scuola ha smesso di frequentarla da parecchio tempo. Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura del Comune di Roma, è intervenuto dicendo che «l’Antifascismo non può essere oggetto di trattative, rimozioni, interpretazioni da parte di chiunque». E poi Claudio Marotta (Sinistra civica ecologista), consigliere in Regione Lazio che, su Fanpage (e dove se no?) commenta così il cambio di nome della commissione: «Saremo al fianco degli studenti che si mobiliteranno. L’antifascismo non è una parola da sostituire: è la radice dalla quale la nostra democrazia nasce e si legittima». Nando Bonessio, capogruppo in assemblea capitolina di Alleanza verdi sinistra, mette in dubbio la legittimità di questa decisione, «assunta in violazione delle regole democratiche della Consulta e senza il voto dell’assemblea degli studenti».
In realtà non c’è stata alcuna violazione delle regole. Semplicemente, convocare l’assemblea plenaria, composta da tutti i rappresentanti delle scuole di Roma, è praticamente impossibile. La vecchia consulta, per capirci, lo ha fatto solo una volta, all’insediamento. Solitamente, la plenaria nelle consulte grandi non viene quasi mai convocata: si preferisce, per rendere il lavoro più snello, votare un consiglio di presidenza che porta avanti le delibere. Tutto regolare, tutto democratico.
Spiega alla Verita Riccardo Ponzio, a capo di Azione studentesca: «I vecchi maestri della sinistra dovrebbero imparare dai giovani studenti che non pensano al passato ma hanno i piedi ben piantati nel 2026 e sono affamati di futuro. Le nuove generazioni vogliono una scuola che li prepari alle sfide della società, non un modello di istruzione fermo al 1968 e allo sventolio della bandiera rossa dell’antifascismo militante».
Colpisce comunque che, tra i più acerrimi nemici di questa delibera, ci siano coloro che non stanno più tra i banchi di scuola da un pezzo. Ma che forse sono un po’ nostalgici...
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Il fondatore e presidente emerito di Brembo Alberto Bombassei (Ansa)
Intesa con Ningbo per la diffusione su larga scala in Cina della piattaforma innovativa.
Accelerazione sulla dorsale Brembo-Cina. Il gruppo bergamasco ha annunciato una partnership con Ningbo Huaxiang Electronic, formalizzata attraverso accordi di joint venture, per localizzare nel mercato cinese Sensify, la piattaforma di frenata intelligente sviluppata dall’azienda italiana.
Non si tratta di una cessione di controllo né di una vendita di asset industriali: Brembo resta protagonista del progetto e l’operazione viene presentata come un passaggio necessario per diffondere su larga scala una tecnologia destinata ai veicoli di nuova generazione.
Certo, il tema tecnologico c’è. Sensify non è un componente qualunque. È una piattaforma brake-by-wire, priva di fluido, che combina hardware, software e capacità di adattamento al veicolo. In altre parole, contiene competenze chiave in uno dei settori più sensibili dell’auto del futuro: la gestione digitale della sicurezza, dell’elettronica e dell’interazione tra meccanica e software. Localizzarla in Cina significa entrare nel più grande mercato automobilistico mondiale, ma anche esporre parte dell’ecosistema tecnologico a un contesto in cui la linea tra collaborazione industriale, trasferimento di know-how e costruzione di capacità domestiche è spesso sottile.
Il caso Stellantis è esemplificativo, anche se diverso. Il gruppo ha investito 1,5 miliardi di euro in Leapmotor, diventandone azionista strategico, e ha dato vita a Leapmotor International, joint venture 51% Stellantis e 49% Leapmotor, con diritti esclusivi per vendere e produrre fuori dalla Greater China i prodotti del costruttore cinese. Nel 2026 la collaborazione è stata ulteriormente rafforzata. Qui il flusso tecnologico appare in parte invertito: non è solo l’Europa che porta know-how in Cina, ma anche la Cina che porta piattaforme elettriche, velocità di sviluppo e costi competitivi in Europa. Il punto, però, resta lo stesso: l’industria automobilistica occidentale sta accettando una dipendenza crescente da architetture, fornitori e partner cinesi.
Anche l’Italia conosce bene questa dinamica. Ferretti, simbolo della nautica di lusso, passò sotto il controllo del gruppo cinese Weichai nel 2012, con un investimento complessivo da 374 milioni di euro e una quota del 75% dopo la ristrutturazione del debito. Negli anni successivi la presenza cinese si è ridotta, ma Weichai è rimasto un azionista centrale del gruppo. Pirelli è un altro precedente emblematico: l’ingresso di ChemChina nel 2015 fu letto anche come accesso cinese a tecnologia e competenze nel settore degli pneumatici premium; nel 2023 il governo italiano è poi intervenuto con il Golden power per limitare l’influenza di Sinochem sulla governance del gruppo.
La lista non si ferma qui. Negli anni gli investitori cinesi sono entrati in dossier come Ansaldo Energia, Terna, Snam, Cdp Reti e in varie partecipazioni industriali e finanziarie italiane.
Certo, nel caso di Brembo non si tratta di una vendita, ma di una collaborazione. Una joint venture non equivale a perdere il controllo dell’azienda. Inoltre, produrre e vendere in Cina senza un partner locale è spesso difficile, soprattutto in un settore dominato da costruttori e supply chain cinesi. Ma il tema vero è la protezione del vantaggio competitivo. Anche perché nell’auto elettrica e connessa il valore non sta più soltanto nel singolo pezzo meccanico, ma nell’intelligenza di tutto il sistema. E se la frenata diventa software, il trasferimento di competenze non riguarda più solo una fabbrica: potrebbe interessare il cervello del veicolo.
Di certo, però, ieri a Piazza Affari il mercato ha dimostrato di apprezzare l’accordo voluto dall’azienda della famiglia Bombassei. Ieri il titolo di Brembo è salito del 4,62% a 10,86 euro.
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Ursula von der Leyen (Getty Images)
- La Francia ha il rapporto deficit/Pil costantemente sopra al 5%, mentre la Germania usa i fondi speciali fuori bilancio per investire senza i vincoli di Bruxelles. Poi c’è la Spagna che da tre anni non approva una nuova manovra e quindi tiene i conti ancorati al 2023.
- Ue e Bce aprono a deroghe al Patto per gli investimenti verdi. Meloni in pressing: «Bruxelles agisca con coraggio sull’energia».
Lo speciale contiene due articoli.
Qualche giorno fa Giorgia Meloni ha scritto a Ursula von der Leyen chiedendo di estendere alla crisi energetica la stessa flessibilità già concessa alle spese per la difesa, la clausola di salvaguardia nazionale che consente temporaneamente di sforare i limiti del Patto. Probabilmente si tratta di una coincidenza, ma tre documenti usciti in questi giorni certificano la fondatezza della posizione italiana e misurano il costo che l’Italia paga per rispettare regole che gli altri Paesi interpretano con molta più libertà.
Il primo documento è il rapporto Ocse sulle politiche industriali di venti Paesi sviluppati. Nel complesso, tra il 2019 e i 2023 la spesa media in sussidi e sgravi fiscali alle imprese è salita dall’1,34% all’1,55% del Pil. Quasi tutti i Paesi analizzati hanno aumentato il sostegno pubblico alle proprie industrie. La Germania ha quasi triplicato la propria spesa, portandola dallo 0,52% all’1,16% del Pil in quattro anni, spingendo soprattutto sui sussidi diretti, cresciuti dallo 0,24% allo 0,84% del Pil. La Francia si è mantenuta all’1,73%. Il Regno Unito ha superato il 3% del Pil, mentre Slovenia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno addirittura beneficiato dei fondi strutturali europei, che hanno moltiplicato la loro capacità di intervento. L’Italia si è fermata intorno all'1% del Pil, nella metà bassa della classifica.
Il rapporto Ocse entra anche nella qualità della spesa, e lì scopriamo che l’Italia è il Paese che più di tutti si affida a strumenti finanziari come garanzie e prestiti pubblici, che nel 2023 erano l’1,42% del Pil, il secondo valore più alto tra i Paesi analizzati. Il fondo di garanzia per le Pmi e strumenti analoghi sono classificati dal rapporto come strumenti difensivi, utili per sostenere le imprese esistenti ma non per trasformarne la struttura produttiva. Nel frattempo, Germania, Finlandia e Lituania hanno aumentato il venture capital pubblico. La Germania ha quasi raddoppiato i sussidi diretti alle imprese in quattro anni finanziando in buona parte i programmi di copertura dei costi energetici industriali, il cosiddetto freno sul prezzo dell’elettricità e del gas, misure che da sole valgono rispettivamente lo 0,27% e lo 0,20% del Pil tedesco. Risorse che la Germania ha trovato in parte attraverso i Sondervermögen, fondi speciali fuori bilancio che aggirano il freno costituzionale al debito, finanziando investimenti che non figurano nei conti pubblici ordinari. La Francia sfora stabilmente il 5% di deficit (previsto il 5,7% nel 2027) ma non pare che a Bruxelles si strappino i capelli per questo. In queste condizioni, l’Italia cresce meno perché più attenta all’equilibrio dei conti.
Il secondo documento è la mappa delle misure anticrisi energetica adottate dopo il blocco dello stretto di Hormuz, pubblicata dalla Commissione europea. Questa fotografa lo stesso divario registrato dall’Ocse, ma su un piano più contingente legato alla crisi energetica attuale.
Il governo italiano ha emanato provvedimenti per il taglio delle accise sui carburanti, per un costo attorno al miliardo di euro. La Spagna ha varato un pacchetto da 5 miliardi. L'Irlanda da 750 milioni. La Francia oltre 300 milioni per il solo mese di maggio. Il caso spagnolo merita una nota a parte, perché la Spagna non approva una legge di bilancio dal 2023, senza aver neppure presentato una bozza per gli anni successivi, con i conti prorogati da tre anni per le difficoltà parlamentari del governo di Pedro Sánchez.
Il terzo documento, pubblicato giovedì, è la summa delle previsioni economiche di primavera della Commissione, che tagliano le stime di crescita dell’Italia allo 0,5% per il 2026.
Le previsioni aggiungono un elemento che mette in difficoltà la posizione italiana, perché nonostante le chiare difficoltà e i problemi che stanno per arrivare, annunciati da più parti, la crescita del Pil italiano è rivista allo 0,5% nel 2026, contro lo 0,8% stimato lo scorso autunno. Secondo le regole europee, una crescita, per quanto anemica, ci sarà, e dunque non ci sarebbe bisogno di nessuna flessibilità. Quello 0,5% è però figlio di uno scenario intermedio, non dello scenario peggiore, che è quello che invece ha le maggiori probabilità di avverarsi. Del resto, le previsioni economiche della Ue sono note per essere sbagliate. Ma perché farci finire in recessione quando lo si può evitare?
Il risultato pratico è che l’Italia non può intervenire con la stessa forza degli altri Paesi colpiti dalla stessa crisi energetica, perché la sua economia non è ancora abbastanza in difficoltà da giustificare deroghe, ma è già abbastanza in difficoltà da subire lo choc. A quanto pare, insomma, in Europa solo chi infrange le regole può crescere. Si tratta di una asimmetria evidente, certificata dai numeri della stessa Commissione e dell’Ocse. Ieri il Commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, dopo la riunione dell’Ecofin, ha affermato: «Le previsioni economiche primaverili della Commissione europea confermano che la crisi energetica scatenata dal conflitto in Medio Oriente sta creando uno choc stagflazionistico per l’economia europea. Stiamo valutando diverse opzioni». Quali che siano, non c’è da sperare che Bruxelles cambi atteggiamento.
L'Europa ci fa sforare solo se continuiamo a ucciderci di green
Nei palazzi di Bruxelles le parole non fanno rumore. Scivolano piuttosto tra una clausola e un allegato tecnico. Eppure, sotto questa superficie liscia si sta consumando una partita tutt’altro che neutra: chi paga la transizione? Chi paga l’energia? Chi paga - in ultima istanza - la crescita quando la crescita non cresce abbastanza? La sintesi è questa: l’Europa ci concede spazio di bilancio, solo se continuiamo a ucciderci di green mal digerito.
Non è una frase ufficiale. È il sottotesto. La prima a forzare il perimetro è Giorgia Meloni che, dopo l’incontro a Palazzo Chigi con il primo ministro irlandese Micheál Martin prova a spostare l’asse della discussione: energia come sicurezza nazionale, non come variabile della contabilità pubblica. «Viviamo in un contesto di circostanze eccezionali che legittimano una estensione della flessibilità già concessa per le spese in sicurezza e difesa, anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica. Anche l’energia è sicurezza, anche l’economia è sicurezza. Non si tratta di essere autorizzati a fare maggiore debito ma di allocare meglio quello già previsto». È un cambio di grammatica politica: la sicurezza non è solo tutela dei confini e armi, ma bolletta e produzione industriale. Non meno deciso il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti al termine della riunione dell’Eurogruppo. Nessuna retorica, solo contabilità che cerca spazio dentro altra contabilità. «Ci sono diverse soluzioni», dice, «un mix di possibilità: utilizzo dei fondi di coesione, rimodulazione delle risorse del Pnrr, e possibili margini sulla spesa netta che il Tesoro sta ancora valutando nei numeri». Non cambiare il tavolo, ma limarne gli angoli.
Dall’altra parte la Commissione non chiude, ma neppure apre. Ursula von der Leyen non ha ancora risposto alla richiesta italiana. E questo silenzio è già una posizione. Vuol dire prudenza, attesa. Più esplicito il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, che mette il punto tecnico dove la politica vorrebbe mettere una virgola: «L’Italia è il Paese che chiede più costantemente ulteriore flessibilità. Complessivamente c’è accordo sulla necessità di una risposta di finanziamenti pubblici che sia mirata, non ricorrendo a uno stimolo di bilancio ampio e generalizzato». Sì ai cerotti, no alle medicazioni sistemiche. Poi arriva la vera chiave di lettura, quella che spiega tutto. La presidente della Bce Christine Lagarde sintetizza il paradigma in tre parole: «Qualsiasi deviazione da questi tre principi - temporanee, mirate (targeted) e calibrate su misura (tailored) - sarebbe dannosa e porterebbe di conseguenza a un diverso orientamento della politica monetaria».
Le famose tre T.
Temporanee: perché ciò che diventa permanente cambia il debito strutturale.
Mirate (targeted): perché il denaro pubblico non deve più essere pioggia, ma bisturi (per esempio investimenti green).
Calibrate (tailored): perché ogni Paese ha una sua fragilità, ma nessuno può trasformarla in licenza di spesa.
Ed è qui che il discorso diventa meno tecnico e più politico. Perché il punto non è solo quanto si spende, ma per cosa si spende. La Commissione segnala che una larga parte delle misure energetiche adottate negli ultimi anni non è stata selettiva: tagli generalizzati, riduzioni orizzontali, interventi che abbassano il prezzo dei carburanti ma non cambiano la struttura. Da qui il paradosso che diventa provocazione: l’Europa concede flessibilità solo se la spesa non alimenta il consumo di gas e petrolio. Se invece lo prolunga, la flessibilità si restringe. Una disciplina climatico-fiscale. Quasi una doppia chiave di lettura: bilancio e CO2. Il quadro finale è quello di un’Europa che non è né rigida né flessibile. È selettiva. Il debito italiano resta tra i più alti dell’Unione. I margini fiscali si riducono. I tassi tendono a salire. La crescita non decolla abbastanza da rendere il problema meno urgente. Alla fine, la questione non è se l’Europa ci farà sforare o no. La domanda vera è un’altra: in quale direzione ci lascia sforare. Se verso la riproposizione delle vecchie abitudini energetiche, la risposta sarà no. Se verso l’obbligo green, allora il margine si apre. Ed è qui che il linguaggio tecnico si trasforma in politica pura: perché dietro ogni «targeted measure» o «temporary deviation» si nasconde la stessa scelta di fondo: quale economia costruire mentre si cerca di non far saltare quella che già esiste. Tutta questione di tempo, direzione e pazienza istituzionale.
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