2019-06-28
Strumenti capolavoro ideati e creati in cinque secoli di storia Un tour tra quartieri, laboratori, musei all’insegna del tempo.
Sembra quasi di sentire il ticchettio delle lancette di un coro immaginario di orologi che, nei secoli, hanno racchiuso in un unicum arti e conoscenze umane: astronomia, matematica, pittura, cesellatura, oreficeria, astrologia, incisione... E materiali preziosi: oro, argento, titanio, platino… È il coro della maestria orologiaia che, in oltre 500 anni, marchia di bellezza e cultura la sua Capitale, Ginevra. L’orologio: simbolo del tempo, che l’uomo ha voluto misurare per evitare la dissolvenza, per dare ordine, per preservare la memoria.
L’azzurra Ginevra, incisa dal fiume Rodano e riflessa sull’omonimo lago (detto anche Lemano), è la «Piccola Parigi» elvetica. La Rive gauche è sinonimo di Vieille Ville: antica, compatta, marchiata dallo storico quartiere Carouge ricco di botteghe, fontane, impreziosita da palazzi gotici e barocchi, dominata dalla Cathédrale de St.-Pierre. Sulla Rive droite si stagliano edifici moderni firmati spesso da architetti blasonati e spesso sedi di musei e organizzazioni di prestigio internazionale come la Croce rossa, le Nazioni Unite, l’Oms. La verde Ginevra vanta oltre 50 parchi, circa 310 ettari, superlativi in questo periodo. Per esempio, Parc des Eaux Vives e rododendri in fiore; Jardin Anglais e vista sul Jet d’eau, fontana con getto d’acqua alto 140 metri; Parc des Bastions e la scacchiera gigante; Jardin Anglais e l’aiuola con 6.500 fiori a forma di quadrante con lancette (quella dei secondi è lunga 2,5 metri). Ecco, Ginevra e gli orologi. Una splendida ossessione. Un vivido, illuminante itinerario storico, culturale, pratico nell’inarrivabile universo dell’orologeria ginevrina? Le 175 pagine fresche di stampa che compongono la «Geneva watchmaking guide», un’inedita guida a cura della Fondation Genève tourisme et Congrès; congrès e della Fondation de la haute horlogerie (30 Chf, acquistabile online o presso l’ente turismo e altri indirizzi cittadini).
Perfino i ristoranti parlano di quest’arte plurisecolare. Ne è esempio lo stellato F.P. Journe Le Restaurant, nella centrale rue de Rhone. I proprietari: lo chef D. Gauthier; il maestro orologiaio F. P. Journe con la passione per i vini d’autore. Ognuno lascia il proprio segno: in cucina, quello del primo, con piatti e ingredienti locali di tradizione venati da ispirazioni mediterraneo-thailandesi; quello del secondo nella cantina inarrivabile e nell’ambiente. È come trovarsi dentro un orologio. Ogni tavolo porta il nome di un maitre horologier e, per dire, i segnatempo alle pareti sono assemblati con componenti trovati negli storici laboratori cittadini. Le cioccolaterie artigianali rispondono alla ristorazione d’autore con deliziosi prodotti a forma di quadrante. Anch’essi d’autore. Appena fuori città, a Genthod, paesaggio tra verde e montagne, sorge Franck Muller Manufacture (per tutti, Watchland), sinonimo di capolavori. In quattro ville-laboratori-musei viventi, edificati a fine anni Novanta nello stesso stile della dimora originaria del 1905, si abbracciano, impegnando i cinque sensi, tutte le fasi realizzative della manifattura Muller, tra le più sofisticate al mondo (i modelli tourbillon, meccanismo di compensazione gravitazionale di precisione inventato nel Settecento, è stato perfezionato da Muller nel 1983).
In città, sulla Rive gauche, risponde da un palazzo-ex fabbrica, il Musée Patek Philippe dell’omonima maison, un contenitore-salotto a più piani con oltre 2.500 esemplari dal Cinquecento in poi: il meglio assoluto dell’arte che misura il tempo. In più, una biblioteca tematica con 8.000 volumi. Lo affianca e completa il Musée d’art et d’histoire, un excursus nei millenni e nelle grandi civiltà, sintetizzato in 650.000 opere su 7.000 mq in un edificio di pregio. Al pianoterra, Le Barocco restaurant, in questa stagione anche con tavoli nel cortile museale. Un’alternativa informale, moderna, affacciata sul lago, gustosi piatti unici con materie prime fresche (perfetto anche per aperitivi o dopocena), il Breitling kitchen restaurant. Per una cena di classe, Les Armures, nella Vieille Ville. Arredo con focus su argentee armature, servizio e menu impeccabili. Trionfano zuppe, carni, dolci di tradizione. Si soggiorna nel tecnologico e, insieme, magicamente bohémien, Hotel N’vY , avvolto nella luce del lago.
In questo periodo per godersi il paesaggio esuberante, 25 minuti di tram dal centro, l’occasione è la visita al Cern, il più grande laboratorio al mondo per ricerca scientifica, fisica e nucleare.
Continua a leggereRiduci
Fedez (Ansa)
Da rapper tamarro di periferia a principe venale di cause Lgbt per valorizzare il matrimonio (di follower) con il brand Ferragni. Tornato «bimbominkia» dopo il divorzio, anche dal M5s, ora fattura grazie a un podcast dove sfrutta persino i «cattivi» della destra.
Cognome e nome: Lucia Federico Leonardo. Aka Fedez, nome di un file di una vecchia foto, risalente all’epoca in cui giocava a basket: «Gli diede il nome un mio amico di allora, Mauro. Non lo sa nemmeno, non ci sentiamo da 15 anni», ha raccontato al Corriere della Sera il 25 marzo 2017.
Nato a Milano il 15 ottobre 1989, è cresciuto in una zona di confine, «tra Buccinasco e Corsico: leggendo un libro su Renato Vallanzasca mi sono accorto che metà dei miei compagni di classe aveva cognomi poco raccomandabili».
Però, in occasione dell’incontro ravvicinato in discoteca con il personal trainer Cristiano Iovino, l’urlo «Lo uccido, io sono di Rozzano!» ha provocato le proteste del sindaco Gianni Ferretti, che nell’ottobre 2024 ha respinto l’immagine da malavita associata alla cittadina onesta e laboriosa.
La vita del rapper si divide in due fasi: a.C. e d.C., prima e dopo l’incontro, il matrimonio e la fine del medesimo con Chiara Ferragni.
Che, baciandolo, lo trasformò da tamarro tatuato a principino delle buone cause (le loro, visti i rispettivi fatturati).
«Il caso di Ferragni e Fedez è esemplare. Al vertice della categoria, nell’Olimpo milionario di Instagram, sono arrivati a dar nome e vita a linee di successo, diventando in tal modo sia imprenditori sia prodotti essi stessi. “Guadagnare essendo”, ha sintetizzato Walter Siti», così Filippo Ceccarelli in Lì dentro - Gli italiani nei social, Feltrinelli 2022.
Nell’era dei social, infatti - dove anche l’ultimo dei morti di fama s’impanca a influencer, content creator, podcaster -, Fedez si è fatto brand, seguendo una tendenza fotografata già all’inizio degli anni Dieci da Alessandro Baricco per il mercato letterario: «Il pubblico è molto legato al brand individuale. C’è chi sceglie Umberto Eco, chi Roberto Saviano, chi forse me».
Ora nel suo Pulp Podcast insieme a Mr. Marra veste i panni dell’intervistatore di politici, che pensano di «usarlo» per arrivare a parlare ai «gggiovani», non capendo di essere - banalmente - un mezzo tra i tanti con cui Fedez intende rimanere al centro dell’attenzione, incrementando gli incassi grazie alle visualizzazioni, anche con atteggiamenti talvolta infantili da «bimbominkia» (a rivolgergli il complimento, Selvaggia Lucarelli: lui l’ha querelata, ma lei è stata prosciolta).
Così, quando Gerry Scotti ha evocato, nel giugno 2023, la figura del regista teatrale Giorgio Strehler, lui è scoppiato a ridere: «Oh, raga, ma chi è ’sto Streller?», ignoranza curiosa - non sapere chi fosse un simbolo della milanesità - per uno a cui è stato assegnato l’Ambrogino d’Oro nel 2020.
In una successiva intervista al Messaggero, Scotti gli dedicò una frecciata agrodolce: «Questi ragazzi hanno un ego talmente grande che riempie tutto quello che li circonda. Diventati popolari in pochissimo tempo, Fedez e tanti altri sono bravi nel loro campo, come gli sportivi. Peccato parlino di presente e futuro senza sapere nulla del passato. C’è tanta ignoranza. Ma ho capito nel corso degli anni che non bisogna mai giudicare le persone dalle lacune che possono avere», ullallah.
Da ultimo, per una Elly Schlein che ha declinato l’invito, si sono accomodati da lui Giorgia Meloni (prima del referendum: non ha portato benissimo), Roberto Vannacci e Matteo Renzi, Angelo Bonelli - il 50% della premiata ditta Il Gatto e il Gatto, alla guida di Avs con Nicola Fratoianni - che forse ritiene di essere originale perché si è fatto una «canna» mentre era in streaming, emulando in realtà Marco Pannella 50 anni dopo.
Ancora prima, sono andati chez Fedez perfino l’effervescente Antonio Tajani e, udite udite, Maurizio Gasparri.
Che in precedenza aveva chiuso un lungo periodo di dissing - per i boomer: provocazioni e insulti reciproci - invitandolo al congresso dei giovani di Forza Italia, nel giugno dell’anno scorso.
«Fedez è diventato di destra?», si sono chiesti allora al Post. Ingenui.
Fedez surfa sulla politica, andando là dove lo porta l’iban (non dimenticando le iniziative benefiche e le donazioni, tanto più dopo la diagnosi di un tumore al pancreas nel 2022).
Nel 2014, per dire, sosteneva il M5s tanto da consentire che la sua canzone Non sono partito fosse usata come inno del movimento.
Sposata Ferragni, «la cui comunicazione si ispira a quella delle celebrità americane di idee progressiste» (come non ricordarla a Sanremo con lo scialle «Pensati libera» sulle spalle, un’idea loffia che mandò in sollucchero i media left oriented, almeno fino allo scandalo Balocco, scoppiato per un’inchiesta proprio della Lucarelli: da quel momento, tutto quello che la bionda inamidata ha toccato, si è tramutato in pand-oro), Fedez si impegnò su temi e campagne care al centrosinistra, a cominciare da quello dei diritti civili.
Su cui, giusto cinque anni, si consumò l’epico scontro con la Rai in occasione del «concertone» del Primo maggio. Trasmesso dalla tv di Stato ma gestito dai sindacati, attraverso una società specializzata nella realizzazione di eventi, la iCompany.
Fedez divenne l’eroe della battaglia, ca va sans dire: democratica e antifascista, contro l’omofobia di Matteo Salvini e della Lega, vicenda ricostruita nel capitolo «Il potere dei Ferragnez» del libro di Stefano Feltri Il partito degli influencer - Perché il potere dei social network è una sfida alla democrazia, Einaudi 2022.
Nella giornata dedicata ai lavoratori sceglie un tema che con il lavoro c’entra poco, il famigerato disegno di legge del Pd Alessandro Zan contro l’omotransfobia, con l’obiettivo di attaccare i leghisti ostili al provvedimento, autori negli anni di inqualificabili commenti omofobi e insultanti, tipo: «Se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno».
Sul palco Fedez offre la sua versione della diatriba: «È la prima volta che mi succede di dover inviare il testo di un mio intervento per sottoporlo ad approvazione politica. I vertici di Rai 3 mi hanno chiesto di omettere partiti e nomi e di edulcorare il contenuto. Ho dovuto lottare un pochino ma alla fine mi hanno dato il permesso di esprimermi liberamente».
Fu una stoica battaglia? Fu vera censura?
Feltri: «Nessuno prova veramente a fermarlo o gli chiede di modificare il testo, come era chiaro nell’audio integrale della telefonata, un po’ diverso da quello tagliato e pubblicato da Fedez», in cui il rapper alza la voce perdendo il self-control. Eggià: perché tutti hanno registrato tutti, nella fase della «trattativa» pre-concerto. Segno evidente che gli interlocutori: a) non si fidavano gli uni degli altri; b) immaginavano che lo scontro da privato sarebbe diventato pubblico.
Fedez è stato infatti bravissimo a cavalcare la polemica pro domo sua (per Fedez: a proprio vantaggio), usando la vetrina del Primo maggio non certo per far riflettere su un tema a lui caro, quanto per imporre la sua supremazia: il vero consenso è quello che si costruisce sui social, dove nasce e si afferma «grazie all’acclamazione per indignazione. Quella con la Rai è una battaglia di potere politico, non di libertà di espressione», ha sottolineato Rick DuFer, all’anagrafe Riccardo Dal Ferro, un filosofo prestato al web.
Fedez insomma non ha cercato di catechizzare o informare le folle, ma ha voluto ribadire la sua identità social, e confermare agli occhi dei suoi fan, già convinti, motivati, schierati, il proprio «posizionamento ideologico e commerciale».
Certo, il fatto che in passato Fedez avesse scritto canzoni con versi «stonati» proprio su gay e dintorni, vedi alla voce: Tiziano Ferro con il brano Tutto il contrario, che è del 2011, ha alimentato il sospetto che la sua potesse sostanziarsi in un’iniziativa strumentale.
Dalle accuse (di essere un bel paravento) F. si è difeso accampando il pretesto della giovane età, «certe cose oggi non le rifarei uguali», e meno male, «non c’è mai stata nel quartiere in cui sono cresciuto educazione in tal senso, ma poi ho cercato di migliorarmi. Ho sbagliato per cose dettate dall’ignoranza».
Nel 2011, peraltro, Fedez aveva 22 anni, non proprio un ragazzino, tanto più in un Paese in cui dopo il risultato referendario sfavorevole al governo della «peggior destra di sempre» si è celebrata la coscienza civile e la maturità dei diciottenni corsi alle urne (e in cui i leader - Salvini, Enrico Letta, Giuseppe Conte, Carlo Calenda - per corteggiarli hanno in stagioni diverse proposto sconsideratamente di abbassare il diritto di voto a 16 anni).
Lucarelli: «Fedez è tutto un premettere, “io sono una mente semplice”, “io sono un ignorante”, “io non so niente, eh però”, che uno dice: “e allora visto che hai milioni di follower e vuoi parlare di politica e diritti civili perché non vai a studiare e torni quando sai qualcosa, per esempio?”».
Intanto dovrebbe avere contezza di cosa contengano i volumi che firma.
Domanda di Elvira Serra, sul citato Corriere: «Il periodo della pistola a quando risale?».
«Scusi, lei come lo sa?».
«Della pistola? Lo ha scritto lei nel suo ultimo libro FAQ. A domanda rispondo».
«Davvero c’è scritto della pistola?».
E dalla infosfera è tutto, buona domenica.
Continua a leggereRiduci
- Nasce un nuovo gruppo, che si affianca all’Agenzia europea del farmaco, per spronare i cittadini a porgere il braccio per le punture. Nel board c’è anche il prof. Paolo Bonanni, che chiedeva ai giovani di sacrificarsi per tutelare gli over 60 e interrompere il contagio.
- L’azienda riceve l’ok per sviluppare mCombriax, nonostante i dubbi sulla sicurezza.
Lo speciale contiene due articoli.
L’ultima trovata dell’Agenzia europea del farmaco (Ema) è il gruppo consultivo sulla fiducia nei vaccini. Offrirà consulenza all’organismo della Ue, ma soprattutto collaborerà in tema di comunicazione e coinvolgimento dei cittadini. «L’esitazione vaccinale è una minaccia globale crescente per la salute pubblica. Quando la fiducia del pubblico diminuisce, le malattie infettive possono riemergere, mettendo a rischio vite umane», ha spiegato Emer Cooke direttore esecutivo dell’agenzia, annunciando il neoformato panel internazionale.
Ne fanno parte 21 esperti, tra professionisti sanitari, società mediche, appartenenti al mondo accademico, organizzazioni di pazienti, enti di sanità pubblica. Il gruppo si riunirà ogni tre mesi. Il primo incontro è avvenuto mercoledì scorso alla presenza dei copresidenti, che fanno parte di Ema: Melanie Carr, responsabile della divisione Relazioni con le parti interessate e comunicazione; Marco Cavaleri, responsabile del dipartimento per le minacce alla salute pubblica. Gli altri prescelti italiani sono Paolo Bonanni, professore di Igiene all’Università di Firenze, e Stefano Del Torso direttore della European academy of pediatrics.
Ma vediamo un po’ da vicino qual è l’atteggiamento anche comunicativo nei confronti del vaccino Covid di alcuni dei componenti del nuovo gruppo, attraverso loro posizioni e dichiarazioni in epoca pandemica e più di recente. Partiamo da un italiano. In un video del dicembre scorso su Salute.eu, Bonanni raccomanda l’antinfluenzale «ogni anno sopra i 60» e afferma che «è importante la vaccinazione anti Covid, perché la malattia non è scomparsa».
A luglio 2021, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il professore dichiarava che i giovani «anche loro devono vaccinarsi il prima possibile perché oltre a interrompere la catena dei contagi tutelano pure quegli over 60 che per ora non vogliono ricevere le dosi». Bonanni aggiungeva: «Chi non si vaccina sta facendo un errore clamoroso, sta mettendo a repentaglio la sua salute, compra un biglietto alla lotteria della morte. Le due dosi riducono la mortalità del 99,9%, gli effetti indesiderati sono di gran lunga inferiori alle conseguenze del coronavirus».
L’igienista è anche coordinatore del Board del Calendario per la Vita, che nell’edizione 2025 ribadiva: «Dovrebbero fare la vaccinazione anti Covid» le donne «che si trovano in qualsiasi trimestre della gravidanza o nel periodo “postpartum” comprese le donne in allattamento senza necessità di interrompere l’allattamento».
Un altro dei 21 esperti è il pediatra Paul Offit, direttore del Vaccine education center del Children’s Hospital di Philadelphia, membro esterno della Fda. A Repubblica lo scorso settembre, lamentandosi per le scelte sanitarie del segretario alla Salute degli Stati Uniti Robert F. Kennedy Jr. dichiarò: «Purtroppo, circa la metà delle migliaia di piccoli ricoverati in ospedale con Covid-19 lo scorso anno non presentavano fattori di rischio: quindi questa politica oggi mette a rischio moltissimi bambini».
Nel marzo del 2024, in un’ampia intervista all’organizzazione no profit Vaccinate your family affermò che «qualsiasi prodotto che può causare una buona risposta, può anche causare una cattiva risposta. Tuttavia, se si guardano gli eventi avversi gravi associati a un vaccino verificatisi negli ultimi 100 anni, questi si sono invariabilmente manifestati entro sei settimane. Quindi, se si hanno due mesi di dati su decine di migliaia di persone, questo mi fa sentire molto tranquillo riguardo alla sicurezza […] Non si può condurre una sperimentazione di tre anni prima di rilasciare un vaccino sapendo che quest’anno sono morte 400.000 persone. Non si può fare». Insomma, bisognerebbe chiudere gli occhi in tema di sicurezza.
Nel 2021 affermò: «È impossibile che l’Rna messaggero influenzi in alcun modo il Dna. Hai più probabilità di diventare Spider-Man se ti viene somministrato un mRna, piuttosto che di vedere il tuo Dna alterato in qualche modo dal tuo Rna messaggero». Molti studi hanno invece dimostrato il contrario
E c’è Zoi Dorothea Pana, specialista in pediatria, epidemiologia e controllo delle infezioni presso l’Università Europea di Cipro. Fa parte di Vaccelerate, rete paneuropea per lo sviluppo di vaccini che, tra l’altro, mappa i siti di sperimentazione clinica e di laboratorio in tutta Europa individuando le sedi più idonee per condurre le sperimentazioni cliniche di fase 2 e 3.
Su Horizon, il magazine ufficiale della Commissione europea dedicato alla ricerca e all’innovazione a ottobre 2021, dichiarò: «La sinergia tra la promozione di una copertura vaccinale completa, l’implementazione di Npi, interventi non farmacologici a più livelli come quarantene, chiusure e distanziamento sociale (adattati ai livelli di trasmissione nella comunità) e il supporto a rigorosi test di contatto sembra essere un modo equilibrato per procedere». Purtroppo, invece, abbiamo visto solo una piccola fetta dei danni che lockdown e didattica a distanza hanno provocato nei giovanissimi, mentre ancora non si indaga a dovere sugli effetti di vaccini a mRna nei bambini e adolescenti.
Più che pensare a comunicazioni tranquillizzanti, come si fa in Europa, negli Stati Uniti si pensa a informare su reazioni avverse. Sono appena state approvate le nuove norme del Comitato consultivo sulle pratiche di immunizzazione (Acip), che fornisce indicazioni sull’uso dei vaccini negli Stati Uniti e consiglia i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc).
Il nuovo statuto, che reca la firma di Robert F. Kennedy Jr. prevede che i membri, oltre all’esperienza nel campo dei vaccini, debbano possedere conoscenze in materia di «recupero da gravi danni da vaccino». Alla voce «Obiettivo e ambito di attività, ora si precisa che l’Acip fornisce «consulenza e orientamento al direttore dei Cdc sull’uso dei vaccini […] nonché sulle lacune nella ricerca sulla sicurezza dei vaccini, inclusi gli effetti avversi successivi alla vaccinazione».
L’Acip sarà inoltre responsabile «della valutazione del profilo rischio/beneficio dei vaccini sulla base della sorveglianza in corso e dei nuovi risultati della ricerca; della considerazione dell’analisi degli effetti cumulativi dei vaccini e dei loro componenti; della rianalisi della sicurezza e dell’efficacia dei vaccini man mano che vengono individuate lacune e diventano disponibili nuove informazioni». Servirebbe un approccio simile, per migliorare la percezione dei vaccini nei cittadini della Ue.
Moderna, vedova allegra pandemica: dose combinata per Covid e influenza
Altri soldi che dovremo pagare alla Ue oltre a nuove tasse? Moderna ha ottenuto il via libera dalla Commissione europea per il suo vaccino combinato contro l’influenza e il Covid-19, mentre negli Stati Uniti la stessa azienda farmaceutica aveva ritirato a maggio 2025 la richiesta di approvazione, viste le notevoli difficoltà con la Fda. Il vaccino, che avrà il nome commerciale mCombriax, combina il vaccino anti-Covid-19 di nuova generazione mNexspike e il vaccino antinfluenzale sperimentale mRna-1010. L’approvazione europea ne consente l’uso in tutti i 27 Stati membri dell’Unione Europea, oltre a Islanda, Liechtenstein e Norvegia, per l’immunizzazione attiva delle persone dai 50 anni in su. «Restiamo sorpresi dalla disponibilità della Commissione europea a concedere l’approvazione», ha dichiarato la società di investimenti bancari e gestione patrimoniale William Blair in una nota agli investitori, poiché mRna-1010 non è ancora stato approvato come vaccino singolo nell’Ue. Il Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’Ema ha espresso un parere positivo sul vaccino combinato a febbraio, raccomandandone di fatto l’approvazione. Le autorità regolatorie statunitensi, invece chiedono una revisione completa del candidato vaccino contro l’influenza prima ancora di prendere in considerazione il prodotto combinato. «La combinazione di questi due vaccini a mRna, mentre non può risolvere i problemi di efficacia di ciascuna componente, paradossalmente presenta incognite e rischi che possono eccedere la somma riferibile a ciascuna componente», afferma a titolo personale Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso il Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore di sanità (Iss). Spiega: «Al di là dell’evidenza che la singola componente anti-flu “mRna-1010” non ha ancora passato l’esame presso la Fda, il “peccato originale” dell’approccio riproposto in combinazione è la scarsa o nulla immunizzazione funzionale che questa tecnica ha dimostrato di indurre nei tessuti più rilevanti per qualsiasi malattia infettiva respiratoria, vale a dire l’apparato respiratorio, laddove i virus dell’influenza e il Sars-CoV-2 trovano la loro “porta di ingresso” dell’organismo infettato». C’è poi il grande tema sicurezza, che dopo la gestione dell’emergenza Covid con sciagurate campagne vaccinali a tappeto e l’evidenza di troppe reazioni avverse (però ancora minimizzate o ignorate), lascia oltremodo preoccupata gran parte della popolazione. «Lasciando pure da parte gli effetti avversi indotti dalla Spike», precisa il biologo e virologo, «in base alle evidenze sperimentali già pubblicate, la combinazione di due preparazioni di mRna dovrebbe aumentare almeno due rischi. Innanzitutto, insieme rappresentano uno stimolo ancora più forte per la produzione sulla superficie delle cellule tumorali, sia neo-formate sia pre-esistenti, della molecola immunosoppressoria PDL-1, con conseguente inibizione del sistema immunitario nel controllare la crescita dei tumori». Inoltre, fa sapere il ricercatore, si aggiunge la «possibile generazione di prodotti proteici ignoti e immunogenici, così come è già stato dimostrato che accade nelle molecole di mRna artificiali, quali sono quelle di questi vaccini. Questo accade a causa del fenomeno dello frameshifting “scorrimento di lettura” dovuto alla presenza negli mRna vaccinali del componente artificiale “N1-metil-pseudouridina”». Questo nucleoside modificato inganna il meccanismo di lettura nella traduzione dell’mRna in proteine, causando spostamenti della cornice di lettura dei codoni con la conseguenza di sintetizzare altre proteine «non intenzionali», che potrebbero avere conseguenze imprevedibili. Conclude l’esperto: «Così come già accaduto recentemente per i vaccini Covid autoreplicanti, va sottolineato come le autorità regolatorie europee siano state le più rapide ed efficienti nell’autorizzare questi tipi di prodotti, malgrado una così scarsa quantità di studi di sicurezza». Decisioni sulla pelle nostra, ancora una volta
Continua a leggereRiduci
I dati parlano chiaro: quando al Viminale siede qualcuno di centrodestra, calano drasticamente arrivi e morti in mare. Prima Salvini e ora Piantedosi confermano il trend. Che disastro con Renzi e Conte-Draghi. Contrastare gli scafisti salva vite umane.
I numeri sono lo specchio dei fatti e i numeri dimostrano che le ricette del governo Meloni, con Matteo Piantedosi ministro dell’Interno, funzionano: diminuzione degli sbarchi, gestione virtuosa dei rimpatri e riduzione delle tragedie in mare. Per questo mi sorprende che quando le cose funzionano non le sanno comunicare; ci torneremo.
Puntelliamo i numeri e guardiamoli in grafica: il colpo d’occhio dice già tutto. Nel 2023 ne arrivano 157.651: sarà il numero più alto sotto questo esecutivo, che arriva sul trend crescente dei governi Conte 2 e Draghi. Il governo 5 stelle-Pd e sinistra varia - fatto salvo ovviamente il periodo del Covid quando tutto il mondo era bloccato - registra 34.154 sbarchi, che quasi raddoppieranno dodici mesi dopo (67.477 nel 2021) e lieviteranno nel 2022 (105.131) nel periodo del governo Draghi, sempre con l’ex prefetto Luciana Lamorgese al Viminale. Cambio di governo e al timone dell’Interno debutta Matteo Piantedosi, già capo di gabinetto di Matteo Salvini nel governo gialloverde del 2018: questo fatto non è un dato secondario perché è proprio in quell’anno che il decisionismo politico del leghista e la preparazione del suo braccio operativo fissano il numero record di sbarchi minimi: 11.471.
Piantedosi, quindi, sa come invertire la macchina del controllo e si mette immediatamente pancia a terra; la ricetta funziona, il trend dopo il primo anno cambia segnale e curva (come evidenzia anche il grafico), portando il dato degli sbarchi nel 2024 a 66.617 e nel 2025 a 66.316. Nei primi mesi del 2026 siamo a 8.304. Insomma, numeri importanti che confermano che quando il centrodestra governa il Viminale le cose funzionano (includo l’esperienza coi 5 stelle). Guardate il grafico e soffermatevi sugli anni del governo Renzi; tanto basta per farsi prendere un colpo: 170.100 sbarchi nel 2014; 153.842 nel 2015; 181.436 nel 2016. Come mai?
Una delle risposte è che l’attuale leader di Italia viva aveva preso tutti i soldi possibili dall’Europa per le politiche di accoglienza (anche se poi, anche con quella riserva di cassa, costruì il mito degli 80 euro), portando così sul nostro Paese il record di migranti e l’esigenza di hotspot. La solfa cambia - va ammesso - con Marco Minniti ministro dell’Interno del governo Gentiloni: 119.369 nel 2017 e 23.370 nel 2018, anno della staffetta Minniti/Salvini, il quale - attraverso Piantedosi - non disperde il lavoro del predecessore, anzi lo valorizza al contrario di quel che fecero il centrosinistra che arrivò a scaricare Minniti per essere troppo duro.
Il grafico poi dice altro. Se sulle ordinate sono sistemati i numeri relativi agli sbarchi, sulle ascisse ci sono i numeri dei rimpatri e le percentuali relative ai rimpatri rispetto agli sbarchi. Anche qui vediamo che le performance del governo Meloni sono assolutamente positive, tanto più rispetto alle esperienze passate. Vediamole nello specifico, ricordando che il primo anno dell’esecutivo Meloni risente del trend del Conte II e del Draghi. Partiamo nel 2023 con 4.796 rimpatri nel primo anno e una percentuale rimpatri/sbarchi del 3% e arriviamo nell’anno in corso (dati fino al 26 aprile) con 2.687 rimpatri e una percentuale del 32,4%.
Chi analizza i dati rivedrà dati pessimi nel governo Renzi, dati ottimi nel gialloverde con Salvini ministro e Piantedosi capo di gabinetto, con il famoso pugno di ferro sugli sbarchi anche verso le Ong - nel pieno rispetto della legalità come stabilito dagli stessi giudici - sufficiente per tenere alla larga i barconi, cioè i trafficanti di morte. Questo passaggio è fondamentale per il secondo punto del nostro ragionamento.
Contenere gli sbarchi e tenere ben in funzione la macchina dei rimpatri serve per ridurre le tragedie in mare e quindi i morti nel Mediterraneo. Sono ancora una volta i dati a darci una indicazione: proporzionalmente, con la diminuzione degli sbarchi, abbiamo una riduzione sensibile dei morti e dei dispersi. E infatti negli ultimi tre anni (quello in corso non viene riportato) abbiamo 2.526 morti su 157.651 sbarchi nel 2023; 1.810 morti su 66.617 sbarchi nel 2024; 1.330 morti su 66.316 nel 2025. Questi numeri ci consentono alcune riflessioni politiche: insistere nel contrasto alla immigrazione irregolare è un duro colpo per i trafficanti di esseri umani che scorrazzano nel Mediterraneo, pertanto, quando capiscono che le maglie si restringono, cercano nuove rotte.
Lo stesso contrasto è anche la leva giusta per salvare vite umane proprio per la restrizione del bacino dei partenti; questo va detto perché negli anni in cui le Ong si sentivano libere di interpretare la loro missione, i mercanti di esseri umani incrementavano il loro business, gli sbarchi aumentavano e, purtroppo, le tragedie erano più frequenti. Le politiche migratorie non le fanno le Ong ma i governi.
I numeri sono favorevoli al governo Meloni e all’azione di PIantedosi tanto che. se la magistratura non si fosse messa di traverso sul centro in Albania, oggi avremmo una condizione ancor migliore. L’avvocato della Corte Ue si è recentemente espresso sui centri riconoscendo al governo italiano lo spazio di agibilità politica, come a dire che quei siti non confliggono con le normative europee: intanto, certe azioni della magistratura hanno rallentato le azioni di contrasto. Ora speriamo che la decisione della Corte Ue arrivi presto e stabilisca una linea giurisprudenziale anche in Italia.
Infine, un ultimo aspetto: non capisco perché il governo Meloni non sia in grado di comunicare i risultati del contrasto all’immigrazione e si faccia soffocare dalle opposizioni. Sembra che siano campioni dell’annuncio e poi l’entusiasmo si spenga quando l’obiettivo è centrato.
Continua a leggereRiduci






