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2022-06-13
Dagli stranieri un terzo dei reati. Ecco la mappa delle nostre banlieue
«Qui comanda l’Africa». «Le donne bianche non salgono». Basterebbero questi due slogan per capire che aria tirava a Peschiera del Garda per la «Giornata Africa» del 2 giugno, quella in cui migliaia di ragazzi, soprattutto immigrati africani di seconda generazione, si sono radunati per «spaccare tutto», come hanno annunciato sulla piattaforma sociale Tiktok. Altri slogan: «Se non sei a Peschiera ti perdi tutta l’Africa in un solo posto», «Africa a Peschiera», «Oggi Peschiera è stata conquistata dagli africani», «Peschiera come l’Africa». Dopo aver seminato il panico con furti e aggressioni violente, hanno assaltato il treno per Milano, con vagoni devastati e un gruppo di ragazze molestate dal branco urlante.
Tornano alla mente le violenze sessuali in piazza Duomo a Milano la notte di Capodanno. Le tensioni e l’insofferenza violenta per un’integrazione mai veramente avvenuta, e forse mai voluta, si verificano sempre più spesso in tutto il Paese. Le periferie delle grandi città come le banlieue parigine sono bombe a orologeria. Ci sono scuole, come la elementare Narcisi a Milano, con il 68% di alunni stranieri mentre la media nella città è il 27%. Nelle case popolari la differenza è ancora più marcata, con le famiglie italiane a basso reddito da tempo trasferitesi altrove per evitare questi ghetti. La malavita ha fatto un salto di qualità. I ragazzini si organizzano in gang e si «allenano» scippando i coetanei griffati.
Le forze dell’ordine fanno quello che possono, ma sono sempre pochi rispetto al territorio. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, nella legge di bilancio 2021, ha fatto tagliare le unità militari dell’operazione Strade sicure: da 7.000 gli uomini impiegati scenderanno a 5.000. Secondo il Viminale, nel 2021 l’incidenza della criminalità straniera sul totale dei soggetti denunciati o arrestati è stata superiore al 30%; addirittura al 67% a Milano. Il 39% delle violenze sessuali è compiuto da stranieri, così come un reato su tre. Queste le situazioni più preoccupanti.
MILANO
Il Capodanno in piazza Duomo è solo la punta dell’iceberg. «Fino a qualche anno fa le situazioni di degrado legate alla presenza di immigrati coinvolgevano quartieri come Baggio, Quarto Oggiaro, Gratosoglio, Barona, Corvetto, San Siro; ora l’emergenza sociale ha contagiato il centro», afferma il consigliere comunale leghista Pietro Marrapodi. La responsabile di un negozio in corso Buenos Aires è stata picchiata selvaggiamente da un gambiano che stava cercando di rubare magliette. Tutto il quartiere è piagato dalla presenza di balordi che bivaccano nei giardini e tirano a campare vivendo di spaccio, furti e violenze. La stazione Centrale è terra di nessuno: il 18 maggio, un ventunenne è stato accerchiato da un branco di stranieri che gli hanno rubato il cellulare sotto la minaccia di cocci di bottiglia. La vittima ha riconosciuto uno degli aggressori, tuttavia il magistrato non ha convalidato il fermo. Corso Como, un tempo regno della movida, ora è terra degli africani e gli esercizi commerciali ne risentono. A Porta Venezia, area di spaccio dominata dagli algerini, si sono costituiti 12 comitati che chiedono il controllo del territorio. «Abbiamo chiesto di aumentare le telecamere per il controllo delle aree cittadine più a rischio», afferma Marrapodi, «ci è stato risposto che non siamo a Gotham City».
TORINO
Barriera di Milano, Falchera, Porta Palazzo, Aurora, Valdocco sono quartieri che gli agenti immobiliari presentano come «vivaci contesti multiculturali», ma nei citofoni dei palazzi ci sono più Aziz che Ferrero e spesso sono al centro di risse e violenze di ogni genere. I portici di via Nizza appaiono come una perpetua sagra del kebab. Porta Palazzo, la piazza del mercato, è anche piazza di spaccio, rapine, microcriminalità. Da Nichelino, città dormitorio del circondario, sono arrivati alcuni dei giovani africani sospettati per le violenze a Capodanno a Milano. In che misura la città sia dominata dalle etnie nordafricane è emerso il 6 febbraio scorso, quando centinaia di persone si sono riversate nelle strade, con atti di vandalismo, per festeggiare la vittoria del Senegal in Coppa d’Africa. «Da tempo denunciamo che Torino Nord è un maxi ghetto in cui imperversano gli spacciatori della mafia africana», afferma Maurizio Marrone, assessore regionale di Fratelli d’Italia. L’ultimo caso inquietante è quello del ventottenne marocchino che ha scorrazzato con il machete nel quartiere Aurora: arrivato da irregolare nel febbraio 2021, ha già denunce per furto, ricettazione e rapina e ha ricevuto due decreti di espulsione non rispettati.
MODENA
La zona della stazione per Sassuolo, inaugurata nel 1932, è ormai un’enclave africana. Bivacchi ovunque, inascoltate le segnalazioni dei residenti. La struttura è fatiscente e i vagoni abbandonati sono il rifugio dei senzatetto e il ritrovo per ubriacarsi o drogarsi. Non si contano gli atti vandalici a danno dei treni fermi. Il Comune aveva promesso la riqualificazione dell’area ma non si è andati oltre gli annunci. Altro luogo di degrado è l’ex albergo Holiday Inn, nella frazione Tre Olmi vicino alla Fiera. Ospitò anche Pavarotti, adesso è in completo abbandono e in mano alle gang africane. Sono controllati dagli irregolari africani anche i sotterranei del palazzo che ospita l’Agenzia delle entrate mentre un altro sottopasso, quello che collega il quartiere Crocetta con il centro storico e il museo Enzo Ferrari, è chiamato il «sottopassaggio della droga», un ghetto malfamato.
BOLOGNA
La mappa del degrado è stata disegnata da Confabitare che ha raccolto le segnalazioni dei residenti e oltre 15.000 firme sotto una petizione inviata al sindaco Matteo Lepore. A lamentarsi di più sono gli abitanti di via Indipendenza e stazione, del Pratello e dintorni, della zona universitaria. La Bolognina, alle spalle della stazione ferroviaria, è terreno di borseggi, spaccio, criminalità gestita da bande di immigrati africani. In alcuni condomini sono stati assunti vigilantes privati per garantire la sicurezza e l’incolumità anche di amici e parenti in visita alla sera.
FIRENZE
Alle Cascine, il più grande spazio verde della città, le aggressioni, lo spaccio e i bivacchi soprattutto di senegalesi avvengono alla luce del giorno mentre le mamme passeggiano con i bambini o la gente che fa jogging. Dopo l’ennesima aggressione di un gruppo di stranieri ai danni di un anziano disabile, picchiato e preso a calci per sfilargli un pacchetto di sigarette, il Comitato cittadini per Firenze ha organizzato un corteo su viale Lincoln. «Nardella e il Pd vengono alle Cascine solo per la festa del ramadan, ma fanno finta di non vedere gli spacciatori», è l’accusa del consigliere comunale Alessandro Draghi, capogruppo di Fratelli d’Italia. «Il parco è in mano agli spacciatori extracomunitari».
ROMA
L’Africa nella capitale ha una geografia diffusa: le case popolari occupate, le banchine e le tendopoli lungo il Tevere da ponte Risorgimento all’Isola Tiberina, il quartiere Esquilino il cui mercato assomiglia a un suk, il parco di Colle Oppio dove si danno appuntamento gruppi di stranieri che si lavano seminudi nelle fontane. La stazione Termini è un grande bivacco e nelle periferie il degrado sociale è esplosivo. A Torre Spaccata un residente su tre è straniero, a Grottarossa uno su quattro, a Casetta Mistica-Torrenova il 24% e nella zona dell’Omo. A Tor Pignattara in alcune strade si vedono quasi soltanto africani e bangladesi con negozi alimentari e internet point.
PALERMO
Perfino le guide turistiche segnalano le zone da evitare per la malavita di colore. Il quartiere Zen è il regno degli immigrati che hanno occupato immobili già fatiscenti. Poi il Brancaccio, la Vucciria e l’area di Ballarò presso la torre di San Nicolò. Spaccio e prostituzione sono le attività più frequenti degli stranieri che bivaccano negli androni degli antichi palazzi barocchi della città, abbandonati nell’incuria. Molti edifici sono occupati illegalmente approfittando dell’assenza dei proprietari che si sono trasferiti nei quartieri satelliti della città, di nuova costruzione e più sicuri. Il centro storico, gioiello architettonico, è nelle mani degli immigrati africani che fanno da padroni.
«La cronaca ci racconta il disastro sulla gestione dei flussi migratori»
«I fatti di Peschiera, le intimidazioni e le violenze al grido di orgoglio Africa, insieme a quello che è successo nel quartiere Barriera a Torino, con l’uomo per strada con il machete, sono la dimostrazione che la gestione dei flussi migratori, così come è stata fatta in passato, è stata un fallimento, al pari delle politiche di integrazione. Il risultato sono la rabbia e l’odio nei confronti di un Paese che comunque li ha accolti. La prima grande avvisaglia che la situazione stava precipitando l’abbiamo avuta a marzo 2021, quando nel quartiere San Siro a Milano, un centinaio di ragazzi delle baby gang, in gran parte stranieri, sono scesi in strada e si sono scontrati con la polizia. Con la crescita dell’allarme sociale, diventa indispensabile rafforzare il controllo del territorio, puntare sulla prevenzione e gestire in modo oculato i flussi di migranti».
Sottosegretario Nicola Molteni, ci vuole spiegare la situazione dal suo osservatorio del Viminale? Vuol dire che mentre i quartieri delle città diventano sempre più insicuri ed esplode la rabbia sociale, diminuisce il controllo delle forze dell’ordine?
«Le Forze dell’Ordine fanno ogni giorno il loro lavoro con grandissima professionalità e abnegazione. Certamente sono costrette a fare i conti con carenze di organico importanti. A ciò si aggiunge una norma della legge di Bilancio 2020, voluta dal ministro della Difesa, che ha previsto la riduzione di 2mila militari dell’operazione Strade sicure. Quell’operazione, voluta dal governo di centrodestra nel 2008, prevedeva l’impiego di 7mila militari per la sicurezza delle aree cittadine e dei siti sensibili: sono già stati tagliati mille militari e al primo luglio il contingente sarà ridotto di altre mille unità che svolgono una funzione di deterrenza molto apprezzata dai cittadini. È una decisione incomprensibile nel momento in cui da tutti i territori, emerge forte la richiesta di sicurezza. Togliendo i militari dell’operazione Strade sicure si toglie una risorsa di sicurezza dai territori».
Quali strumenti ci sono per impedire altri casi Peschiera?
«Coordinamento, filtraggi lungo le stazioni con controlli a monte dei biglietti, identificazione delle persone. E occorre rafforzare i presidi di sicurezza e quindi lo strumento repressivo. Stiamo procedendo a nuove assunzioni con concorsi e scorrimento di graduatorie, anche in considerazione del fatto che, da qui al 2030, 40mila poliziotti andranno in pensione. Inoltre, nel periodo estivo, manderemo 2.600 rinforzi, tra poliziotti, carabinieri e guardia di finanza, nelle località turistiche: i rinforzi estivi, operativi dal 4 luglio al 4 settembre, saranno 300 in più dell’anno scorso, per fare prevenzione, controllo del territorio, contrasto alle forme di allarme sociale. E sempre sul fronte della sicurezza, le Forze di Polizia hanno un’arma in più: il taser. Quanto al fenomeno delle baby gang, sono d’accordo con l’abbassamento dell’età imputabile, portandola da 14 a 12 anni, perché è scesa la fascia anagrafica di chi commette atti di rissa e di violenza».
Non era prevedibile che l’arrivo incontrollato di migranti avrebbe fatto scoppiare le città e creato aree ghetto?
«Certo che era prevedibile. Ma dal 2012 fino al 2017 è stata perseguita la politica delle porte aperte dal momento che sono stati accolti oltre 700mila richiedenti asilo, nel 2016 approdarono in Italia oltre 180 mila richiedenti asilo, diventati 119 mila nel 2017 e 23 mila nel 2018, anno in cui Matteo Salvini è diventato Ministro dell’Interno. Con Salvini cambia la narrazione. L’immigrazione non controllata è diventata una bomba sociale che è esplosa nei territori. Impossibile integrare tutti dal momento che i processi di vera integrazione si fanno su piccoli numeri. Il fallimento di questa strategia e del modello di integrazione è ora evidente nel rancore e nella rabbia che la seconda generazione degli immigrati mostra nei confronti del nostro Paese. E la sinistra vorrebbe concedere loro la cittadinanza rapida: con lo ius soli o lo ius scholae si arriverebbe addirittura a premiare chi si macchia di violenze e aggressioni come quelle a Peschiera. La cittadinanza si conquista, non si regala, non è uno strumento per integrare ma è l’approdo di un percorso integrativo».
Il tema non andrebbe portato all’attenzione europea?
«Il fenomeno delle baby gang e della devianza giovanile sta diventando allarmante, e va detto che non riguarda solo gli stranieri: sempre più spesso il disagio giovanile viene incanalato in vere e proprie bande organizzate, orientate a atti di criminalità e delinquenza. È un fenomeno trasversale, fluido e generazionale e certamente non può essere considerato solo un fatto locale. È un problema emergenziale nazionale ma che dovrebbe interessare anche l’Europa».
C’è il rischio che il disagio sociale alimenti il terrorismo?
«L’attenzione è e deve rimanere sempre altissima. Il nostro sistema di sicurezza, grazie alla preparazione e all’esperienza, ha smantellato proprio in questi giorni una cellula criminale legata al terrorismo radicale presente in Italia e ramificata in Europa. Uno dei capi di questa rete era arrivato in Italia nel 2015 ed era titolare di un permesso di soggiorno. Alla faccia di chi diceva che i fondamentalisti non arrivano sui barconi. Questo significa che bloccare i clandestini e gestire l’immigrazione per difendere la sicurezza del Paese è una necessità. L’ex ministro Salvini lo ha fatto e per questo oggi è sotto processo. Se difendere la Patria e garantire la sicurezza del Paese è un reato è un segnale preoccupante in un momento come questo».
Milano, quei palazzi in mano ai rom
«Su 72.000 appartamenti delle case popolari, 3.100 sono occupate abusivamente e gli inquilini sono per la maggior parte stranieri, soprattutto di origine africana. Il rapporto tra inquilini italiani e stranieri si è invertito negli ultimi anni». Angelo Sala è presidente dell’Aler di Milano, la più grande azienda di gestione di edilizia popolare in Italia, e ha ereditato una situazione disastrosa. «Le ultime sentenze dei Tribunali che hanno eliminato la certificazione sul patrimonio posseduto all’estero hanno finito per favorire gli immigrati. Al contrario è difficile trovare famiglie numerose italiane in condizioni di disagio economico e a reddito zero. Così gli stranieri sono aumentati in modo esponenziale. Si stanno creando ghetti in cui prolifera la delinquenza. Il fenomeno interessa soprattutto le zone centrali della movida, le più battute dalla malavita».
Il patrimonio immobiliare popolare milanese è in mano all’immigrazione africana. «Gli italiani scappano perché non si sentono sicuri. Negli ultimi 20 anni le assegnazioni le hanno fatte i Comuni che non hanno garantito una programmazione strategica di integrazione e mix sociale. Con l’ultima riforma di Regione Lombardia si è finalmente attribuito alle Aler il compito di effettuare graduatorie e assegnazioni. In questi contesti difficili stiamo cercando di avviare nuove politiche abitative. Le banlieue francesi hanno dimostrato a cosa portano gli errori di valutazione negli insediamenti degli immigrati».
Sala fa l’esempio di tre quartieri problematici, San Siro, Corvetto e Bolla. In quest’ultima zona in particolare, alla periferia Nordovest di Milano, è scoppiata una rivolta pochi giorni fa: un centinaio di residenti sono scesi in strada con mazze, bastoni e bombe carta contro i soprusi degli occupanti stranieri e contro le condizioni fatiscenti degli immobili. «A San Siro le occupazioni abusive sono per l’88% di stranieri e per il 12% di italiani, a Corvetto la percentuale è di 73% immigrati e 27% italiani e a Bolla 70% e 30%. Quando intervengono le forze dell’ordine si trovano davanti anziani, bambini, donne incinte o presunte e portatori di handicap. Chi occupa abusivamente va a colpo sicuro. È evidente che dietro ci sia un’organizzazione malavitosa che monitora il territorio. La novità è che gli abusivi fino a qualche anno fa erano famiglie comunque in graduatoria che volevano saltare la fila, ma ora gli immigrati non seguono alcuna trafila».
Vuol dire che arrivano a Milano sapendo già dove andranno ad abitare? «Esattamente. È evidente che c’è un racket delle abitazioni popolari. Durante la pandemia abbiamo avuto un’impennata del fenomeno. Si era creata la situazione assurda per cui noi eravamo costretti in casa dal lockdown e non potevamo intervenire mentre le bande si muovevano indisturbate sul territorio». Sala precisa che «l’Aler non ha la competenza sulla sicurezza e le forze dell’ordine fanno ciò quello che possono. Il problema non è solo nelle periferie. A cento metri dalla Darsena, zona fitta di locali della movida, ci sono 480 appartamenti di cui 160 occupati abusivamente, la gran parte da stranieri. È una zona di spaccio a qualsiasi ora del giorno. Le grandi metropoli non hanno saputo affrontare il problema dell’inserimento degli stranieri e si sono creati quartieri-polveriera». Sala segnala anche un altro fenomeno in espansione: famiglie egiziane occupanti di immobili in vari quartieri, che subaffittano le loro proprietà a connazionali. «Accade sempre più spesso che entrino illegalmente negli appartamenti pur essendo proprietari di altri immobili che mettono sul mercato per altri immigrati. Anche qui deve esserci un’organizzazione specifica».
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Scontri e violenze di Peschiera non sono isolati. Le periferie sono bombe pronte a esplodere. Ecco la mappa dei quartieri in mani straniere.Il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni: «Gli arrivi incontrollati e le politiche di integrazione hanno ottenuto l’esito opposto, cioè rabbia e odio nei confronti del Paese che ha accolto e ospitato questa massa di disperati».Più di 3.000 appartamenti Aler sono occupati abusivamente, come in via Bolla dove sono è scoppiata la rivolta. I pochi inquilini regolari: tra poco qui ci scappa il morto.Lo speciale contiene tre articoli«Qui comanda l’Africa». «Le donne bianche non salgono». Basterebbero questi due slogan per capire che aria tirava a Peschiera del Garda per la «Giornata Africa» del 2 giugno, quella in cui migliaia di ragazzi, soprattutto immigrati africani di seconda generazione, si sono radunati per «spaccare tutto», come hanno annunciato sulla piattaforma sociale Tiktok. Altri slogan: «Se non sei a Peschiera ti perdi tutta l’Africa in un solo posto», «Africa a Peschiera», «Oggi Peschiera è stata conquistata dagli africani», «Peschiera come l’Africa». Dopo aver seminato il panico con furti e aggressioni violente, hanno assaltato il treno per Milano, con vagoni devastati e un gruppo di ragazze molestate dal branco urlante. Tornano alla mente le violenze sessuali in piazza Duomo a Milano la notte di Capodanno. Le tensioni e l’insofferenza violenta per un’integrazione mai veramente avvenuta, e forse mai voluta, si verificano sempre più spesso in tutto il Paese. Le periferie delle grandi città come le banlieue parigine sono bombe a orologeria. Ci sono scuole, come la elementare Narcisi a Milano, con il 68% di alunni stranieri mentre la media nella città è il 27%. Nelle case popolari la differenza è ancora più marcata, con le famiglie italiane a basso reddito da tempo trasferitesi altrove per evitare questi ghetti. La malavita ha fatto un salto di qualità. I ragazzini si organizzano in gang e si «allenano» scippando i coetanei griffati. Le forze dell’ordine fanno quello che possono, ma sono sempre pochi rispetto al territorio. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, nella legge di bilancio 2021, ha fatto tagliare le unità militari dell’operazione Strade sicure: da 7.000 gli uomini impiegati scenderanno a 5.000. Secondo il Viminale, nel 2021 l’incidenza della criminalità straniera sul totale dei soggetti denunciati o arrestati è stata superiore al 30%; addirittura al 67% a Milano. Il 39% delle violenze sessuali è compiuto da stranieri, così come un reato su tre. Queste le situazioni più preoccupanti.MILANOIl Capodanno in piazza Duomo è solo la punta dell’iceberg. «Fino a qualche anno fa le situazioni di degrado legate alla presenza di immigrati coinvolgevano quartieri come Baggio, Quarto Oggiaro, Gratosoglio, Barona, Corvetto, San Siro; ora l’emergenza sociale ha contagiato il centro», afferma il consigliere comunale leghista Pietro Marrapodi. La responsabile di un negozio in corso Buenos Aires è stata picchiata selvaggiamente da un gambiano che stava cercando di rubare magliette. Tutto il quartiere è piagato dalla presenza di balordi che bivaccano nei giardini e tirano a campare vivendo di spaccio, furti e violenze. La stazione Centrale è terra di nessuno: il 18 maggio, un ventunenne è stato accerchiato da un branco di stranieri che gli hanno rubato il cellulare sotto la minaccia di cocci di bottiglia. La vittima ha riconosciuto uno degli aggressori, tuttavia il magistrato non ha convalidato il fermo. Corso Como, un tempo regno della movida, ora è terra degli africani e gli esercizi commerciali ne risentono. A Porta Venezia, area di spaccio dominata dagli algerini, si sono costituiti 12 comitati che chiedono il controllo del territorio. «Abbiamo chiesto di aumentare le telecamere per il controllo delle aree cittadine più a rischio», afferma Marrapodi, «ci è stato risposto che non siamo a Gotham City». TORINOBarriera di Milano, Falchera, Porta Palazzo, Aurora, Valdocco sono quartieri che gli agenti immobiliari presentano come «vivaci contesti multiculturali», ma nei citofoni dei palazzi ci sono più Aziz che Ferrero e spesso sono al centro di risse e violenze di ogni genere. I portici di via Nizza appaiono come una perpetua sagra del kebab. Porta Palazzo, la piazza del mercato, è anche piazza di spaccio, rapine, microcriminalità. Da Nichelino, città dormitorio del circondario, sono arrivati alcuni dei giovani africani sospettati per le violenze a Capodanno a Milano. In che misura la città sia dominata dalle etnie nordafricane è emerso il 6 febbraio scorso, quando centinaia di persone si sono riversate nelle strade, con atti di vandalismo, per festeggiare la vittoria del Senegal in Coppa d’Africa. «Da tempo denunciamo che Torino Nord è un maxi ghetto in cui imperversano gli spacciatori della mafia africana», afferma Maurizio Marrone, assessore regionale di Fratelli d’Italia. L’ultimo caso inquietante è quello del ventottenne marocchino che ha scorrazzato con il machete nel quartiere Aurora: arrivato da irregolare nel febbraio 2021, ha già denunce per furto, ricettazione e rapina e ha ricevuto due decreti di espulsione non rispettati.MODENALa zona della stazione per Sassuolo, inaugurata nel 1932, è ormai un’enclave africana. Bivacchi ovunque, inascoltate le segnalazioni dei residenti. La struttura è fatiscente e i vagoni abbandonati sono il rifugio dei senzatetto e il ritrovo per ubriacarsi o drogarsi. Non si contano gli atti vandalici a danno dei treni fermi. Il Comune aveva promesso la riqualificazione dell’area ma non si è andati oltre gli annunci. Altro luogo di degrado è l’ex albergo Holiday Inn, nella frazione Tre Olmi vicino alla Fiera. Ospitò anche Pavarotti, adesso è in completo abbandono e in mano alle gang africane. Sono controllati dagli irregolari africani anche i sotterranei del palazzo che ospita l’Agenzia delle entrate mentre un altro sottopasso, quello che collega il quartiere Crocetta con il centro storico e il museo Enzo Ferrari, è chiamato il «sottopassaggio della droga», un ghetto malfamato.BOLOGNALa mappa del degrado è stata disegnata da Confabitare che ha raccolto le segnalazioni dei residenti e oltre 15.000 firme sotto una petizione inviata al sindaco Matteo Lepore. A lamentarsi di più sono gli abitanti di via Indipendenza e stazione, del Pratello e dintorni, della zona universitaria. La Bolognina, alle spalle della stazione ferroviaria, è terreno di borseggi, spaccio, criminalità gestita da bande di immigrati africani. In alcuni condomini sono stati assunti vigilantes privati per garantire la sicurezza e l’incolumità anche di amici e parenti in visita alla sera. FIRENZEAlle Cascine, il più grande spazio verde della città, le aggressioni, lo spaccio e i bivacchi soprattutto di senegalesi avvengono alla luce del giorno mentre le mamme passeggiano con i bambini o la gente che fa jogging. Dopo l’ennesima aggressione di un gruppo di stranieri ai danni di un anziano disabile, picchiato e preso a calci per sfilargli un pacchetto di sigarette, il Comitato cittadini per Firenze ha organizzato un corteo su viale Lincoln. «Nardella e il Pd vengono alle Cascine solo per la festa del ramadan, ma fanno finta di non vedere gli spacciatori», è l’accusa del consigliere comunale Alessandro Draghi, capogruppo di Fratelli d’Italia. «Il parco è in mano agli spacciatori extracomunitari».ROMAL’Africa nella capitale ha una geografia diffusa: le case popolari occupate, le banchine e le tendopoli lungo il Tevere da ponte Risorgimento all’Isola Tiberina, il quartiere Esquilino il cui mercato assomiglia a un suk, il parco di Colle Oppio dove si danno appuntamento gruppi di stranieri che si lavano seminudi nelle fontane. La stazione Termini è un grande bivacco e nelle periferie il degrado sociale è esplosivo. A Torre Spaccata un residente su tre è straniero, a Grottarossa uno su quattro, a Casetta Mistica-Torrenova il 24% e nella zona dell’Omo. A Tor Pignattara in alcune strade si vedono quasi soltanto africani e bangladesi con negozi alimentari e internet point.PALERMOPerfino le guide turistiche segnalano le zone da evitare per la malavita di colore. Il quartiere Zen è il regno degli immigrati che hanno occupato immobili già fatiscenti. Poi il Brancaccio, la Vucciria e l’area di Ballarò presso la torre di San Nicolò. Spaccio e prostituzione sono le attività più frequenti degli stranieri che bivaccano negli androni degli antichi palazzi barocchi della città, abbandonati nell’incuria. Molti edifici sono occupati illegalmente approfittando dell’assenza dei proprietari che si sono trasferiti nei quartieri satelliti della città, di nuova costruzione e più sicuri. Il centro storico, gioiello architettonico, è nelle mani degli immigrati africani che fanno da padroni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-in-italia-comanda-lafrica-2657497214.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cronaca-ci-racconta-il-disastro-sulla-gestione-dei-flussi-migratori" data-post-id="2657497214" data-published-at="1655041721" data-use-pagination="False"> «La cronaca ci racconta il disastro sulla gestione dei flussi migratori» «I fatti di Peschiera, le intimidazioni e le violenze al grido di orgoglio Africa, insieme a quello che è successo nel quartiere Barriera a Torino, con l’uomo per strada con il machete, sono la dimostrazione che la gestione dei flussi migratori, così come è stata fatta in passato, è stata un fallimento, al pari delle politiche di integrazione. Il risultato sono la rabbia e l’odio nei confronti di un Paese che comunque li ha accolti. La prima grande avvisaglia che la situazione stava precipitando l’abbiamo avuta a marzo 2021, quando nel quartiere San Siro a Milano, un centinaio di ragazzi delle baby gang, in gran parte stranieri, sono scesi in strada e si sono scontrati con la polizia. Con la crescita dell’allarme sociale, diventa indispensabile rafforzare il controllo del territorio, puntare sulla prevenzione e gestire in modo oculato i flussi di migranti». Sottosegretario Nicola Molteni, ci vuole spiegare la situazione dal suo osservatorio del Viminale? Vuol dire che mentre i quartieri delle città diventano sempre più insicuri ed esplode la rabbia sociale, diminuisce il controllo delle forze dell’ordine? «Le Forze dell’Ordine fanno ogni giorno il loro lavoro con grandissima professionalità e abnegazione. Certamente sono costrette a fare i conti con carenze di organico importanti. A ciò si aggiunge una norma della legge di Bilancio 2020, voluta dal ministro della Difesa, che ha previsto la riduzione di 2mila militari dell’operazione Strade sicure. Quell’operazione, voluta dal governo di centrodestra nel 2008, prevedeva l’impiego di 7mila militari per la sicurezza delle aree cittadine e dei siti sensibili: sono già stati tagliati mille militari e al primo luglio il contingente sarà ridotto di altre mille unità che svolgono una funzione di deterrenza molto apprezzata dai cittadini. È una decisione incomprensibile nel momento in cui da tutti i territori, emerge forte la richiesta di sicurezza. Togliendo i militari dell’operazione Strade sicure si toglie una risorsa di sicurezza dai territori». Quali strumenti ci sono per impedire altri casi Peschiera? «Coordinamento, filtraggi lungo le stazioni con controlli a monte dei biglietti, identificazione delle persone. E occorre rafforzare i presidi di sicurezza e quindi lo strumento repressivo. Stiamo procedendo a nuove assunzioni con concorsi e scorrimento di graduatorie, anche in considerazione del fatto che, da qui al 2030, 40mila poliziotti andranno in pensione. Inoltre, nel periodo estivo, manderemo 2.600 rinforzi, tra poliziotti, carabinieri e guardia di finanza, nelle località turistiche: i rinforzi estivi, operativi dal 4 luglio al 4 settembre, saranno 300 in più dell’anno scorso, per fare prevenzione, controllo del territorio, contrasto alle forme di allarme sociale. E sempre sul fronte della sicurezza, le Forze di Polizia hanno un’arma in più: il taser. Quanto al fenomeno delle baby gang, sono d’accordo con l’abbassamento dell’età imputabile, portandola da 14 a 12 anni, perché è scesa la fascia anagrafica di chi commette atti di rissa e di violenza». Non era prevedibile che l’arrivo incontrollato di migranti avrebbe fatto scoppiare le città e creato aree ghetto? «Certo che era prevedibile. Ma dal 2012 fino al 2017 è stata perseguita la politica delle porte aperte dal momento che sono stati accolti oltre 700mila richiedenti asilo, nel 2016 approdarono in Italia oltre 180 mila richiedenti asilo, diventati 119 mila nel 2017 e 23 mila nel 2018, anno in cui Matteo Salvini è diventato Ministro dell’Interno. Con Salvini cambia la narrazione. L’immigrazione non controllata è diventata una bomba sociale che è esplosa nei territori. Impossibile integrare tutti dal momento che i processi di vera integrazione si fanno su piccoli numeri. Il fallimento di questa strategia e del modello di integrazione è ora evidente nel rancore e nella rabbia che la seconda generazione degli immigrati mostra nei confronti del nostro Paese. E la sinistra vorrebbe concedere loro la cittadinanza rapida: con lo ius soli o lo ius scholae si arriverebbe addirittura a premiare chi si macchia di violenze e aggressioni come quelle a Peschiera. La cittadinanza si conquista, non si regala, non è uno strumento per integrare ma è l’approdo di un percorso integrativo». Il tema non andrebbe portato all’attenzione europea? «Il fenomeno delle baby gang e della devianza giovanile sta diventando allarmante, e va detto che non riguarda solo gli stranieri: sempre più spesso il disagio giovanile viene incanalato in vere e proprie bande organizzate, orientate a atti di criminalità e delinquenza. È un fenomeno trasversale, fluido e generazionale e certamente non può essere considerato solo un fatto locale. È un problema emergenziale nazionale ma che dovrebbe interessare anche l’Europa». C’è il rischio che il disagio sociale alimenti il terrorismo? «L’attenzione è e deve rimanere sempre altissima. Il nostro sistema di sicurezza, grazie alla preparazione e all’esperienza, ha smantellato proprio in questi giorni una cellula criminale legata al terrorismo radicale presente in Italia e ramificata in Europa. Uno dei capi di questa rete era arrivato in Italia nel 2015 ed era titolare di un permesso di soggiorno. Alla faccia di chi diceva che i fondamentalisti non arrivano sui barconi. Questo significa che bloccare i clandestini e gestire l’immigrazione per difendere la sicurezza del Paese è una necessità. L’ex ministro Salvini lo ha fatto e per questo oggi è sotto processo. Se difendere la Patria e garantire la sicurezza del Paese è un reato è un segnale preoccupante in un momento come questo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-in-italia-comanda-lafrica-2657497214.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="milano-quei-palazzi-in-mano-ai-rom" data-post-id="2657497214" data-published-at="1655041721" data-use-pagination="False"> Milano, quei palazzi in mano ai rom «Su 72.000 appartamenti delle case popolari, 3.100 sono occupate abusivamente e gli inquilini sono per la maggior parte stranieri, soprattutto di origine africana. Il rapporto tra inquilini italiani e stranieri si è invertito negli ultimi anni». Angelo Sala è presidente dell’Aler di Milano, la più grande azienda di gestione di edilizia popolare in Italia, e ha ereditato una situazione disastrosa. «Le ultime sentenze dei Tribunali che hanno eliminato la certificazione sul patrimonio posseduto all’estero hanno finito per favorire gli immigrati. Al contrario è difficile trovare famiglie numerose italiane in condizioni di disagio economico e a reddito zero. Così gli stranieri sono aumentati in modo esponenziale. Si stanno creando ghetti in cui prolifera la delinquenza. Il fenomeno interessa soprattutto le zone centrali della movida, le più battute dalla malavita». Il patrimonio immobiliare popolare milanese è in mano all’immigrazione africana. «Gli italiani scappano perché non si sentono sicuri. Negli ultimi 20 anni le assegnazioni le hanno fatte i Comuni che non hanno garantito una programmazione strategica di integrazione e mix sociale. Con l’ultima riforma di Regione Lombardia si è finalmente attribuito alle Aler il compito di effettuare graduatorie e assegnazioni. In questi contesti difficili stiamo cercando di avviare nuove politiche abitative. Le banlieue francesi hanno dimostrato a cosa portano gli errori di valutazione negli insediamenti degli immigrati». Sala fa l’esempio di tre quartieri problematici, San Siro, Corvetto e Bolla. In quest’ultima zona in particolare, alla periferia Nordovest di Milano, è scoppiata una rivolta pochi giorni fa: un centinaio di residenti sono scesi in strada con mazze, bastoni e bombe carta contro i soprusi degli occupanti stranieri e contro le condizioni fatiscenti degli immobili. «A San Siro le occupazioni abusive sono per l’88% di stranieri e per il 12% di italiani, a Corvetto la percentuale è di 73% immigrati e 27% italiani e a Bolla 70% e 30%. Quando intervengono le forze dell’ordine si trovano davanti anziani, bambini, donne incinte o presunte e portatori di handicap. Chi occupa abusivamente va a colpo sicuro. È evidente che dietro ci sia un’organizzazione malavitosa che monitora il territorio. La novità è che gli abusivi fino a qualche anno fa erano famiglie comunque in graduatoria che volevano saltare la fila, ma ora gli immigrati non seguono alcuna trafila». Vuol dire che arrivano a Milano sapendo già dove andranno ad abitare? «Esattamente. È evidente che c’è un racket delle abitazioni popolari. Durante la pandemia abbiamo avuto un’impennata del fenomeno. Si era creata la situazione assurda per cui noi eravamo costretti in casa dal lockdown e non potevamo intervenire mentre le bande si muovevano indisturbate sul territorio». Sala precisa che «l’Aler non ha la competenza sulla sicurezza e le forze dell’ordine fanno ciò quello che possono. Il problema non è solo nelle periferie. A cento metri dalla Darsena, zona fitta di locali della movida, ci sono 480 appartamenti di cui 160 occupati abusivamente, la gran parte da stranieri. È una zona di spaccio a qualsiasi ora del giorno. Le grandi metropoli non hanno saputo affrontare il problema dell’inserimento degli stranieri e si sono creati quartieri-polveriera». Sala segnala anche un altro fenomeno in espansione: famiglie egiziane occupanti di immobili in vari quartieri, che subaffittano le loro proprietà a connazionali. «Accade sempre più spesso che entrino illegalmente negli appartamenti pur essendo proprietari di altri immobili che mettono sul mercato per altri immigrati. Anche qui deve esserci un’organizzazione specifica».
Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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