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2020-08-23
Scuola nel caos, fuoco amico sulla Azzolina
Lucia Azzolina (Ansa)
Dopo il vademecum, l'help desk dedicato. Spaziando dal latino all'inglese, il nostro ministro dell'Istruzione si affanna a fornire pezze per rimediare ai protocolli sbrindellati che dovrebbero garantire la ripartenza scolastica il prossimo 14 settembre. Due giorni fa è stata pubblicata la guida redatta assieme all'Istituto superiore della sanità, con indicazioni che hanno tolto definitivamente il sonno ai presidi, ieri è stato annunciato il servizio di supporto su questioni e problematiche articolate «dedicato interamente alla ripresa», annuncia il Miur. Tutti gli istituti potranno rivolgersi all'help desk da lunedì 24 agosto «in caso di dubbi e quesiti», ma solo dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18, l'orario continuato era chiedere troppo.
Il ministero fa sapere che «non ha mai lasciato sola la scuola e continuerà a supportarla in un'ottica di grande comunità al servizio delle studentesse e degli studenti» e che nelle prossime settimane «anche dopo l'avvio delle lezioni proseguirà incessante il lavoro per la scuola, pilastro del Paese, e per il diritto allo studio delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi». La solita retorica, mentre la realtà ci continua a mostrare ritardi, confusioni, mancanze di coordinamento e linee guide contraddittorie che rendono sempre più incerta la ripartenza. Come già facevamo notare ieri, il vademecum dell'Iss non pone certezze sulla riapertura della scuola, scrive che è «attualmente prevista nel mese di settembre 2020» e che è impossibile una «realistica valutazione della trasmissione» del coronavirus nelle nostre scuole. All'Istruzione navigano a braccio, nemmeno gli esperti del Cts riescono a fornire indicazioni chiare, il risultato è una confusione crescente e la paura, per genitori, docenti, presidi, che nessuna lezione partirà in sicurezza. Se n'è reso conto il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che ritiene «irrealistica la previsione nazionale del monitoraggio effettuato a casa» della temperatura corporea, per questo sta verificando con l'Unità di crisi di prevedere il controllo «all'interno degli stessi istituti».
De Luca corre ai ripari, «un alunno con febbre potrebbe avere un effetto a catena difficilmente gestibile», non si fida delle indicazioni operative fornite dal gruppo di lavoro Iss, ministeri dell'Istruzione e della Salute assieme all'Inail, quando scrivono che «è necessario prevedere il coinvolgimento delle famiglie nell'effettuare il controllo» ogni giorno, prima che il bambino si rechi al servizio educativo dell'infanzia o a scuola. E se i genitori non lo fanno perché sono indaffarati, distratti, o non ne comprendono la necessità quotidiana? Per questo il presidente della Regione Campania fa sapere di aver avuto «un colloquio con il commissario Arcuri relativo all'obiettivo di poter arrivare a breve, con le dotazioni necessarie, fino a 10.000 tamponi al giorno». Manca poco più di una settimana all'inizio del recupero degli apprendimenti in molte scuole italiane, la preoccupazione è che il primo settembre risulti un banco di prova disastroso a pochi giorni dalla riapertura ufficiale. Lucia Azzolina alterna annunci rassicuranti: «L'apertura non è a rischio, è una priorità assoluta. Distribuiremo 11 milioni di mascherine al giorno» e promesse: «Faremo tamponi alla velocità della luce», ad accuse di essere fraintesa o addirittura boicottata. Come ha fatto due giorni fa, incolpando i sindacati di mettere «in atto un sabotaggio» e provocando, con le sue affermazioni, l'ennesimo clamore inutile nel già immenso caos scuola. Perfino la senatrice dem ed ex ministro dell'Istruzione, Valeria Fedeli, sulle pagine del Fatto Quotidiano ha giudicato «da irresponsabile» le parole dell'Azzolina, criticando anche l'operato dell'alleata di governo. «Lucia Azzolina ha preso in mano tardi le questioni più importanti. Ha lavorato per inimicarsi tutti», ha dichiarato la Fedeli, sostenendo che «purtroppo la ministra ascolta solo poche persone».
Tre righe più sotto è stata ancora più dura: «Ha fatto tutto da sola. Azzolina non parla con nessuno», asserisce l'ex sindacalista, convinta che «bisognava avere in testa cosa vuol dire aprire le scuole in condizioni di sicurezza». Sulla questione scuola ieri è intervenuto nuovamente anche il leader della Lega, Matteo Salvini affermando: «Ho due figli e voglio sapere dal governo a che ora entrano, a che ora escono, con quanti compagni di classe, con quali maestri, dove mangiano, dove fanno sport, perché i banchi con le rotelle non sono una soluzione».
I nomi delle ditte fornitrici di banchi e le loro nazionalità restano segreti
Fuori i nomi. La sera del 12 agosto il Commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, ha diffuso un comunicato annunciando come «definiti» ben 11 contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con sedute innovative (ovvero con le ruote). Zero nomi, zero informazioni su chi fornirà il lotto A per i banchi e sedie monoposto e chi il lotto B per i banchi con le ruote, zero dettagli su quanti banchi verranno prodotti all'estero e quanti nel nostro Paese. Il comunicato di Arcuri si limitava a riportare che sono «per la maggior parte italiane».
Indiscrezioni di stampa riferiscono di sette imprese tricolori e quattro straniere appartenenti alla Ue. Non si è però capito se gli 11 contratti «definiti» sono stati anche firmati. A chiedere i nomi sono stati subito gli operatori del settore riuniti in Assufficio mettendo persino in dubbio la validità del bando visto il cambio in corsa della data di consegna di una parte non ben quantificata di arredi, slittata dal 12 settembre ai primi giorni di ottobre.
L'associazione che fa capo a FederlegnoArredo (Confindustria) è riuscita ad aggregare tutti i suoi associati produttori di arredi scolastici in un'unica grande Ati (associazione temporanea di imprese) in modo da presentare un'offerta. Ma quali sono le altre aziende in campo? Perché tutto questo mistero attorno a un appalto pubblico in cui non c'è niente da nascondere? Perché non fornire l'elenco della squadra di 11 fornitori con cui sono stati «definiti» i contratti? I contratti sono stati chiusi o si stanno ancora negoziando le condizioni a poche settimane dalla riapertura delle scuole? I singoli appalti sono stati preceduti dalla fase tecnica chiamata «dialogo competitivo», in cui l'appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile? La parte dell'appalto che prevede le sedie con le ruote prevede le norme Uni che le consentono per i minorenni? Chissà.
Eppure anche nell'intervista rilasciata ieri a La Stampa, Arcuri continua a parlare di tutto tranne delle 11 imprese. «Stiamo facendo di tutto per essere pronti alla scadenza del 14 settembre», a oggi «noi siamo pronti per distribuire 11 milioni di mascherine al giorno e 170.000 litri di gel igienizzante la settimana nelle scuole. Lunedì comincerà il test sierologico gratuito per tutto il personale docente e non docente, a cura dei medici di base», ha detto. Assicurando che tra poco «partirà la distribuzione dei nuovi banchi» spiega. Non si è partiti prima perché «bisognava fare la gara». Ok, ma chi fornirà i banchi rotanti? «Sono tutte aziende italiane o dell'Unione europea. Sempre a proposito di polemiche inutili, nessun banco cinese». Stop. Manco fosse un segreto di Stato.
Intanto qualcuno che parla, però, c'è. Come Stefano Ghidini, titolare della C2 Group, una delle principali imprese sul mercato che forniscono gli ormai famosi banchi con le rotelle mostrati in foto dal ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina durante la conferenza stampa con il premier Conte. Sentito da Il Giornale, nei giorni scorsi, Ghidini ha detto senza mezzi termini che «le condizioni del bando di gara per banchi e sedute innovative emanato dal commissario Arcuri erano impossibili da soddisfare, prevedevano la consegna entro fine agosto, con penali pesantissime». Per questo la sua azienda, come altre, non ha partecipato. Poi, la scadenza del bando gara è scomparsa e dopo l'aggiudicazione - i cui documenti non sono mai stati pubblicati sul sito del commissario - Arcuri ha fatto sapere che i banchi saranno consegnati a partire dai primi giorni di settembre e fino al mese di ottobre. Ma dei nomi di chi fornirà i banchi rotanti, nemmeno l'ombra.
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Settembre si avvicina ma la riapertura rimane incerta. Cresce il timore tra presidi e genitori. Il dem Vincenzo De Luca si infuria e chiede la misurazione della febbre in ogni istituto. L'ex ministro dell'Istruzione, Valeria Fedeli (Pd), attacca la grillina: «Parole da irresponsabile».I nomi delle ditte fornitrici di banchi e le loro nazionalità restano segreti. Domenico Arcuri continua a nascondere i dettagli sugli 11 contratti per l'acquisto dei nuovi arredi.Lo speciale comprende due articoli. Dopo il vademecum, l'help desk dedicato. Spaziando dal latino all'inglese, il nostro ministro dell'Istruzione si affanna a fornire pezze per rimediare ai protocolli sbrindellati che dovrebbero garantire la ripartenza scolastica il prossimo 14 settembre. Due giorni fa è stata pubblicata la guida redatta assieme all'Istituto superiore della sanità, con indicazioni che hanno tolto definitivamente il sonno ai presidi, ieri è stato annunciato il servizio di supporto su questioni e problematiche articolate «dedicato interamente alla ripresa», annuncia il Miur. Tutti gli istituti potranno rivolgersi all'help desk da lunedì 24 agosto «in caso di dubbi e quesiti», ma solo dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18, l'orario continuato era chiedere troppo. Il ministero fa sapere che «non ha mai lasciato sola la scuola e continuerà a supportarla in un'ottica di grande comunità al servizio delle studentesse e degli studenti» e che nelle prossime settimane «anche dopo l'avvio delle lezioni proseguirà incessante il lavoro per la scuola, pilastro del Paese, e per il diritto allo studio delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi». La solita retorica, mentre la realtà ci continua a mostrare ritardi, confusioni, mancanze di coordinamento e linee guide contraddittorie che rendono sempre più incerta la ripartenza. Come già facevamo notare ieri, il vademecum dell'Iss non pone certezze sulla riapertura della scuola, scrive che è «attualmente prevista nel mese di settembre 2020» e che è impossibile una «realistica valutazione della trasmissione» del coronavirus nelle nostre scuole. All'Istruzione navigano a braccio, nemmeno gli esperti del Cts riescono a fornire indicazioni chiare, il risultato è una confusione crescente e la paura, per genitori, docenti, presidi, che nessuna lezione partirà in sicurezza. Se n'è reso conto il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che ritiene «irrealistica la previsione nazionale del monitoraggio effettuato a casa» della temperatura corporea, per questo sta verificando con l'Unità di crisi di prevedere il controllo «all'interno degli stessi istituti». De Luca corre ai ripari, «un alunno con febbre potrebbe avere un effetto a catena difficilmente gestibile», non si fida delle indicazioni operative fornite dal gruppo di lavoro Iss, ministeri dell'Istruzione e della Salute assieme all'Inail, quando scrivono che «è necessario prevedere il coinvolgimento delle famiglie nell'effettuare il controllo» ogni giorno, prima che il bambino si rechi al servizio educativo dell'infanzia o a scuola. E se i genitori non lo fanno perché sono indaffarati, distratti, o non ne comprendono la necessità quotidiana? Per questo il presidente della Regione Campania fa sapere di aver avuto «un colloquio con il commissario Arcuri relativo all'obiettivo di poter arrivare a breve, con le dotazioni necessarie, fino a 10.000 tamponi al giorno». Manca poco più di una settimana all'inizio del recupero degli apprendimenti in molte scuole italiane, la preoccupazione è che il primo settembre risulti un banco di prova disastroso a pochi giorni dalla riapertura ufficiale. Lucia Azzolina alterna annunci rassicuranti: «L'apertura non è a rischio, è una priorità assoluta. Distribuiremo 11 milioni di mascherine al giorno» e promesse: «Faremo tamponi alla velocità della luce», ad accuse di essere fraintesa o addirittura boicottata. Come ha fatto due giorni fa, incolpando i sindacati di mettere «in atto un sabotaggio» e provocando, con le sue affermazioni, l'ennesimo clamore inutile nel già immenso caos scuola. Perfino la senatrice dem ed ex ministro dell'Istruzione, Valeria Fedeli, sulle pagine del Fatto Quotidiano ha giudicato «da irresponsabile» le parole dell'Azzolina, criticando anche l'operato dell'alleata di governo. «Lucia Azzolina ha preso in mano tardi le questioni più importanti. Ha lavorato per inimicarsi tutti», ha dichiarato la Fedeli, sostenendo che «purtroppo la ministra ascolta solo poche persone». Tre righe più sotto è stata ancora più dura: «Ha fatto tutto da sola. Azzolina non parla con nessuno», asserisce l'ex sindacalista, convinta che «bisognava avere in testa cosa vuol dire aprire le scuole in condizioni di sicurezza». Sulla questione scuola ieri è intervenuto nuovamente anche il leader della Lega, Matteo Salvini affermando: «Ho due figli e voglio sapere dal governo a che ora entrano, a che ora escono, con quanti compagni di classe, con quali maestri, dove mangiano, dove fanno sport, perché i banchi con le rotelle non sono una soluzione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-nel-caos-fuoco-amico-sulla-azzolina-2647061340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-nomi-delle-ditte-fornitrici-di-banchi-e-le-loro-nazionalita-restano-segreti" data-post-id="2647061340" data-published-at="1598127748" data-use-pagination="False"> I nomi delle ditte fornitrici di banchi e le loro nazionalità restano segreti Fuori i nomi. La sera del 12 agosto il Commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, ha diffuso un comunicato annunciando come «definiti» ben 11 contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con sedute innovative (ovvero con le ruote). Zero nomi, zero informazioni su chi fornirà il lotto A per i banchi e sedie monoposto e chi il lotto B per i banchi con le ruote, zero dettagli su quanti banchi verranno prodotti all'estero e quanti nel nostro Paese. Il comunicato di Arcuri si limitava a riportare che sono «per la maggior parte italiane». Indiscrezioni di stampa riferiscono di sette imprese tricolori e quattro straniere appartenenti alla Ue. Non si è però capito se gli 11 contratti «definiti» sono stati anche firmati. A chiedere i nomi sono stati subito gli operatori del settore riuniti in Assufficio mettendo persino in dubbio la validità del bando visto il cambio in corsa della data di consegna di una parte non ben quantificata di arredi, slittata dal 12 settembre ai primi giorni di ottobre. L'associazione che fa capo a FederlegnoArredo (Confindustria) è riuscita ad aggregare tutti i suoi associati produttori di arredi scolastici in un'unica grande Ati (associazione temporanea di imprese) in modo da presentare un'offerta. Ma quali sono le altre aziende in campo? Perché tutto questo mistero attorno a un appalto pubblico in cui non c'è niente da nascondere? Perché non fornire l'elenco della squadra di 11 fornitori con cui sono stati «definiti» i contratti? I contratti sono stati chiusi o si stanno ancora negoziando le condizioni a poche settimane dalla riapertura delle scuole? I singoli appalti sono stati preceduti dalla fase tecnica chiamata «dialogo competitivo», in cui l'appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile? La parte dell'appalto che prevede le sedie con le ruote prevede le norme Uni che le consentono per i minorenni? Chissà. Eppure anche nell'intervista rilasciata ieri a La Stampa, Arcuri continua a parlare di tutto tranne delle 11 imprese. «Stiamo facendo di tutto per essere pronti alla scadenza del 14 settembre», a oggi «noi siamo pronti per distribuire 11 milioni di mascherine al giorno e 170.000 litri di gel igienizzante la settimana nelle scuole. Lunedì comincerà il test sierologico gratuito per tutto il personale docente e non docente, a cura dei medici di base», ha detto. Assicurando che tra poco «partirà la distribuzione dei nuovi banchi» spiega. Non si è partiti prima perché «bisognava fare la gara». Ok, ma chi fornirà i banchi rotanti? «Sono tutte aziende italiane o dell'Unione europea. Sempre a proposito di polemiche inutili, nessun banco cinese». Stop. Manco fosse un segreto di Stato. Intanto qualcuno che parla, però, c'è. Come Stefano Ghidini, titolare della C2 Group, una delle principali imprese sul mercato che forniscono gli ormai famosi banchi con le rotelle mostrati in foto dal ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina durante la conferenza stampa con il premier Conte. Sentito da Il Giornale, nei giorni scorsi, Ghidini ha detto senza mezzi termini che «le condizioni del bando di gara per banchi e sedute innovative emanato dal commissario Arcuri erano impossibili da soddisfare, prevedevano la consegna entro fine agosto, con penali pesantissime». Per questo la sua azienda, come altre, non ha partecipato. Poi, la scadenza del bando gara è scomparsa e dopo l'aggiudicazione - i cui documenti non sono mai stati pubblicati sul sito del commissario - Arcuri ha fatto sapere che i banchi saranno consegnati a partire dai primi giorni di settembre e fino al mese di ottobre. Ma dei nomi di chi fornirà i banchi rotanti, nemmeno l'ombra.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».