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2021-03-12
Scoppia il caso Astrazeneca
Getty Images
Bufera sul vaccino Astrazeneca. Nella giornata di ieri, l'Agenzia italiana del farmaco ha disposto il divieto di utilizzo del lotto Abv2856 a seguito della «segnalazione di alcuni eventi avversi gravi», verificatisi «in concomitanza con la somministrazione». Un caso, in particolare, avrebbe indotto l'Aifa a imporre il blocco sulla partita, quello relativo al decesso di Stefano Paternò, sottoufficiale della Marina di 43 anni in servizio ad Augusta. Nella notte tra lunedì e martedì, appena 12 ore dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca appartenente al lotto incriminato, il militare è stato colpito da febbre alta e forti convulsioni, prima di finire stroncato da un arresto cardiocircolatorio. Secondo quanto si apprende dalla stampa locale, Paternò non avrebbe sofferto di altre patologie, circostanza che avrebbe convinto la famiglia a presentare un esposto in Procura. «Essendo il decesso chiaramente ascrivibile alla somministrazione del vaccino», recita l'esposto depositato dai legali della vedova, «va verificata nell'interesse della collettività l'ipotesi di uno stock di fiale difettose o di improvvide manovre o ogni altra possibile causa».
Nell'attesa che l'autopsia del giovane militare chiarisca il nesso tra l'inoculo e il tragico evento, si è inevitabilmente sollevato un polverone giudiziario. Mentre in un primo momento la Procura di Siracusa si era mostrata particolarmente prudente, sostenendo l'assenza di «evidenze che il decesso sia legato alla somministrazione del vaccino», nel primo pomeriggio di ieri gli inquirenti hanno reso noto di aver iscritto nel registro degli indagati almeno dieci soggetti, riconducibili all'intera catena di distribuzione del vaccino Astrazeneca, dalla società che lo produce fino al personale che si è occupato dell'inoculazione. Gravissima l'accusa: omicidio colposo. In serata, i carabinieri del Nas hanno avviato in tutta Italia i sequestri dei lotti bloccati dall'Aifa. Poco prima era sta sospesa la somministrazione del vaccino anti Covid nel centro vaccinale gestito dall'esercito a Cosenza. Nei prossimi giorni, i 173 membri del personale scolastico che hanno ricevuto la dose saranno sottoposti a farmacovigilanza.
Ma i decessi sospetti a seguito della vaccinazione con Astrazeneca non si limitano al caso del militare siciliano. Sempre ieri, la Procura di Catania ha aperto un'indagine con l'ipotesti di reato di omicidio colposo - per il momento a carico di ignoti - a seguito della morte di Davide Villa, 50 anni, agente della squadra mobile di Catania. Il poliziotto è deceduto una dozzina giorni fa, un paio di settimane dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca, appartenente al famigerato lotto 2856. C'è poi un terzo episodio che riguarda il decesso di Giuseppe Maniscalco, vicecomandante della sezione di Polizia giudiziaria dei carabinieri di Trapani, anche lui destinatario di una dose della fornitura sotto inchiesta. Nella serata di ieri, tuttavia, l'autopsia disposta a seguito della denuncia dei familiari avrebbe escluso ogni collegamento tra il vaccino e la morte dell'uomo. Sequestrata, infine, la salma di Vincenzo Russo, collaboratore scolastico deceduto mercoledì nel napoletano due giorni dopo aver ricevuto il vaccino. Gli agenti del commissariato di Acerra hanno disposto l'esame autoptico, volto a stabilire l'eventuale legame tra l'inoculo e il decesso del bidello. «Al momento non è stato stabilito alcun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e tali eventi», tenta di rassicurare l'Aifa, ma gli interrogativi permangono.
Tuttavia, le brutte notizie per la casa farmaceutica britannico-svedese non si limitano al nostro Paese. Proprio ieri, l'Autorità sanitaria danese ha annunciato di aver sospeso per 14 giorni la somministrazione delle dosi Astrazeneca a seguito della segnalazione di alcuni casi di coaguli di sangue. Anche in questo caso, il problema sarebbe riconducibile a uno specifico lotto (Abv5300), distribuito in 17 Paesi (ma non l'Italia). «Siamo nel mezzo della più imponente e importante campagna di vaccinazioni nella storia della Danimarca, abbiamo bisogno di tutti i vaccini possibili, e per questo motivo la decisione di sospenderne uno non è affatto semplice», ha dichiarato il direttore del Comitato nazionale per la salute Soren Brostrom, «ma è proprio perché vacciniamo tante persone che dobbiamo rispondere con tempestività quando emergono possibili gravi effetti collaterali». Domenica scorsa l'ufficio federale austriaco aveva sospeso la somministrazione di questa partita a seguito del decesso di una donna e al ricovero di un'altra per embolia polmonare, naturalmente dopo aver ricevuto il vaccino. Temendo l'insorgenza di gravi effetti collaterali, nei giorni precedenti anche Estonia, Lettonia e Lussemburgo avevano sospeso le somministrazioni, seguite ieri da Norvegia e Islanda. Critico nei confronti della casa farmaceutica il virologo Roberto Burioni, che ha dedicato diversi tweet alla vicenda. «Giungono notizie allarmanti riguardo al vaccino Astrazeneca (un solo lotto?) di cui non posso dirvi niente. Spero che Astrazeneca, che ha 76.000 dipendenti e 3 miliardi di utili annui possa degnarsi di destinare alcune delle sue risorse a spiegare quello che è acceduto». Burioni ha poi auspicato che «dopo i mille errori già commessi l'Unione europea non faccia anche quello di consentire a questa multinazionale di rimanere in silenzio come se nulla fosse».
Durante il colloquio telefonico svoltosi ieri con il premier Mario Draghi, il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha negato l'esistenza di un legame tra il vaccino e gli episodi di trombosi, annunciando l'avvio da parte dell'Ema di «un'ulteriore review accelerata» sul farmaco Astrazeneca. Il premier, come si apprende da fonti di Palazzo Chigi, si pronuncerà sull'accaduto oggi, alle 15, durante la visita al centro vaccinale di Fiumicino. Nel comunicato diffuso ieri, l'Agenzia Ue ha reso noto che si sono verificati 30 casi di trombosi su 5 milioni di vaccinazioni effettuate con il farmaco nel vecchio continente. Spetta ad Astrazeneca e alle autorità europee fare chiarezza.
Dubbi nei dosaggi e liti sui contratti. Tutti i guai del siero anglosvedese
Le morti dell'agente catanese Davide Villa e del militare siracusano Stefano Paternò, avvenute dopo la somministrazione di un vaccino anti Covid prodotto da Astrazeneca, saranno forse frutto di una drammatica coincidenza: a deciderlo saranno le indagini della magistratura siciliana. Resta il fatto che tutta la storia del vaccino dell'azienda biofarmaceutica anglosvedese è purtroppo costellata di polemiche, controversie e contrattempi. E non soltanto perché ieri le autorità sanitarie danesi, allarmate da due casi di trombosi, si sono affiancate all'Agenzia italiana del farmaco, che nelle stesse ore ha vietato l'utilizzo di un lotto del vaccino Astrazeneca, adottando così le stesse precauzioni decise pochi giorni prima da Austria, Lettonia, Estonia, Lituania e Lussemburgo. Ma anche perché gli inciampi e le avversità che hanno colpito la casa, nell'ultimo anno, sono stati davvero tanti.
A partire dall'effettiva capacità produttiva di Astrazeneca. In un'intervista al Financial Times del 30 aprile 2020 l'amministratore delegato della società, Pascal Soriot, aveva detto: «Vogliamo essere pronti lanciare e fornire fino a 100 milioni di dosi entro la fine dell'anno». Nemmeno due mesi dopo, il 13 giugno 2020, il ministro della Salute Roberto Speranza aveva quadruplicato la misura: forse per regalare un brivido mediatico ai sonnacchiosi «Stati generali» che Giuseppe Conte aveva convocato a Roma per segnare la via d'uscita dal Covid, quel giorno Speranza aveva annunciato di aver firmato, assieme ai ministri di Germania, Francia e Olanda, «un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino per tutta la popolazione europea». Speranza aveva garantito che «la distribuzione della prima tranche di dosi sarebbe arrivata entro la fine dell'anno». Proprio La Verità, al contrario, aveva appurato che nessun contratto era stato siglato allora con Astrazeneca, perché la Commissione europea s'era già intestata la trattativa globale con tutte le case produttrici.
Certo, nella primavera del 2020 il vaccino Astrazeneca sembrava da favorire perché più economico e più facile da conservare. Ma a noi italiani pareva preferibile anche perché buona parte della sua produzione sarebbe uscita dai laboratori della Advent del gruppo Irbm, di Pomezia (che incidentalmente nel 2017 aveva versato 30.000 euro alla Fondazione Open di Matteo Renzi). Quindi c'era un bel po' di Italia, in quelle fialette. Tanto che il ministro Speranza, nel suo libro mai pubblicato, Perché guariremo, la scorsa estate s'era sbilanciato a scrivere che la ricerca di Astrazeneca era quella che «al momento sta ottenendo i risultati migliori».
Resta il fatto che da allora, purtroppo, i numeri delle dosi di Astrazeneca ordinate e prodotte sono sempre rimasti ballerini, confusi. E la stessa confusione ha avvolto il contratto siglato lo scorso agosto tra l'azienda e l'Unione europea. La confusione è divenuta addirittura caos lo scorso gennaio, quando - al culmine della controversia con Bruxelles sulla consegna dei vaccini, mentre gran parte del prodotto Astrazeneca veniva destinata al Regno Unito - la società ha comunicato che avrebbe consegnato appena 31 milioni di dosi entro il primo trimestre 2021, contro gli 80 milioni attesi dall'Unione. Soriot aveva dichiarato che il contratto non stabiliva «alcun nostro obbligo verso l'Ue», ma solo l'impegno a fare «del nostro meglio». In quel momento, in base agli accordi di prelazione stipulati dall'ex commissario all'emergenza Covid, Domenico Arcuri, con oltre 40 milioni di dosi il siero di Astrazeneca in Italia avrebbe dovuto fare la parte del leone. Oggi ci si domanda se arriveranno mai entro giugno.
È vero che le consegne dei vaccini Astrazeneca in tutta Europa sono state rallentate dal fatto che l'Ema, l'Agenzia europea per i medicinali, ha dato il suo benestare solo alla fine dello scorso gennaio. Ma sulla prudenza dell'Ema ha giocato l'esempio americano: lo scorso settembre, negli Stati Uniti, alcuni casi di reazioni avverse hanno spinto la Food and drug administration a sospendere per mesi la sperimentazione del vaccino Astrazeneca su 30.000 volontari. E almeno fin qui la Fda non ha ancora dato la sua «patente» al vaccino.
Lo scorso dicembre, infine, è emerso l'ultimo mezzo pasticcio: la rivista Lancet ha rivelato che il siero Astrazeneca ha un'efficacia del 90% con una dose e mezza, mentre con due dosi intere si ferma al 62%. Quel risultato, però, è stato scoperto grazie a un sorprendente errore di somministrazione, compiuto su oltre un decimo dei volontari che si erano sottoposti ai test: i ricercatori hanno verificato che a 2.700 di loro, su un totale di 23.000, era stato data una sbagliata quantità di vaccino. Il risultato, alla fine, è positivo. Resta il fatto che un errore di quel tipo, nel bel mezzo di una sperimentazione clinica, non è proprio tranquillizzante.
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Dieci indagati per il militare morto in Sicilia, altri tre casi sospetti. Sette Paesi europei hanno stoppato il farmaco. Oggi parla Mario Draghi.L'antidoto ha incontrato diversi intoppi tecnici e ha sollevato persino diatribe politiche: l'intesa inventata da Roberto Speranza, il braccio di ferro con Ursula von der Leyen, il ruolo di Irbm, la ditta «amica» di Matteo Renzi.Bufera sul vaccino Astrazeneca. Nella giornata di ieri, l'Agenzia italiana del farmaco ha disposto il divieto di utilizzo del lotto Abv2856 a seguito della «segnalazione di alcuni eventi avversi gravi», verificatisi «in concomitanza con la somministrazione». Un caso, in particolare, avrebbe indotto l'Aifa a imporre il blocco sulla partita, quello relativo al decesso di Stefano Paternò, sottoufficiale della Marina di 43 anni in servizio ad Augusta. Nella notte tra lunedì e martedì, appena 12 ore dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca appartenente al lotto incriminato, il militare è stato colpito da febbre alta e forti convulsioni, prima di finire stroncato da un arresto cardiocircolatorio. Secondo quanto si apprende dalla stampa locale, Paternò non avrebbe sofferto di altre patologie, circostanza che avrebbe convinto la famiglia a presentare un esposto in Procura. «Essendo il decesso chiaramente ascrivibile alla somministrazione del vaccino», recita l'esposto depositato dai legali della vedova, «va verificata nell'interesse della collettività l'ipotesi di uno stock di fiale difettose o di improvvide manovre o ogni altra possibile causa».Nell'attesa che l'autopsia del giovane militare chiarisca il nesso tra l'inoculo e il tragico evento, si è inevitabilmente sollevato un polverone giudiziario. Mentre in un primo momento la Procura di Siracusa si era mostrata particolarmente prudente, sostenendo l'assenza di «evidenze che il decesso sia legato alla somministrazione del vaccino», nel primo pomeriggio di ieri gli inquirenti hanno reso noto di aver iscritto nel registro degli indagati almeno dieci soggetti, riconducibili all'intera catena di distribuzione del vaccino Astrazeneca, dalla società che lo produce fino al personale che si è occupato dell'inoculazione. Gravissima l'accusa: omicidio colposo. In serata, i carabinieri del Nas hanno avviato in tutta Italia i sequestri dei lotti bloccati dall'Aifa. Poco prima era sta sospesa la somministrazione del vaccino anti Covid nel centro vaccinale gestito dall'esercito a Cosenza. Nei prossimi giorni, i 173 membri del personale scolastico che hanno ricevuto la dose saranno sottoposti a farmacovigilanza. Ma i decessi sospetti a seguito della vaccinazione con Astrazeneca non si limitano al caso del militare siciliano. Sempre ieri, la Procura di Catania ha aperto un'indagine con l'ipotesti di reato di omicidio colposo - per il momento a carico di ignoti - a seguito della morte di Davide Villa, 50 anni, agente della squadra mobile di Catania. Il poliziotto è deceduto una dozzina giorni fa, un paio di settimane dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca, appartenente al famigerato lotto 2856. C'è poi un terzo episodio che riguarda il decesso di Giuseppe Maniscalco, vicecomandante della sezione di Polizia giudiziaria dei carabinieri di Trapani, anche lui destinatario di una dose della fornitura sotto inchiesta. Nella serata di ieri, tuttavia, l'autopsia disposta a seguito della denuncia dei familiari avrebbe escluso ogni collegamento tra il vaccino e la morte dell'uomo. Sequestrata, infine, la salma di Vincenzo Russo, collaboratore scolastico deceduto mercoledì nel napoletano due giorni dopo aver ricevuto il vaccino. Gli agenti del commissariato di Acerra hanno disposto l'esame autoptico, volto a stabilire l'eventuale legame tra l'inoculo e il decesso del bidello. «Al momento non è stato stabilito alcun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e tali eventi», tenta di rassicurare l'Aifa, ma gli interrogativi permangono. Tuttavia, le brutte notizie per la casa farmaceutica britannico-svedese non si limitano al nostro Paese. Proprio ieri, l'Autorità sanitaria danese ha annunciato di aver sospeso per 14 giorni la somministrazione delle dosi Astrazeneca a seguito della segnalazione di alcuni casi di coaguli di sangue. Anche in questo caso, il problema sarebbe riconducibile a uno specifico lotto (Abv5300), distribuito in 17 Paesi (ma non l'Italia). «Siamo nel mezzo della più imponente e importante campagna di vaccinazioni nella storia della Danimarca, abbiamo bisogno di tutti i vaccini possibili, e per questo motivo la decisione di sospenderne uno non è affatto semplice», ha dichiarato il direttore del Comitato nazionale per la salute Soren Brostrom, «ma è proprio perché vacciniamo tante persone che dobbiamo rispondere con tempestività quando emergono possibili gravi effetti collaterali». Domenica scorsa l'ufficio federale austriaco aveva sospeso la somministrazione di questa partita a seguito del decesso di una donna e al ricovero di un'altra per embolia polmonare, naturalmente dopo aver ricevuto il vaccino. Temendo l'insorgenza di gravi effetti collaterali, nei giorni precedenti anche Estonia, Lettonia e Lussemburgo avevano sospeso le somministrazioni, seguite ieri da Norvegia e Islanda. Critico nei confronti della casa farmaceutica il virologo Roberto Burioni, che ha dedicato diversi tweet alla vicenda. «Giungono notizie allarmanti riguardo al vaccino Astrazeneca (un solo lotto?) di cui non posso dirvi niente. Spero che Astrazeneca, che ha 76.000 dipendenti e 3 miliardi di utili annui possa degnarsi di destinare alcune delle sue risorse a spiegare quello che è acceduto». Burioni ha poi auspicato che «dopo i mille errori già commessi l'Unione europea non faccia anche quello di consentire a questa multinazionale di rimanere in silenzio come se nulla fosse».Durante il colloquio telefonico svoltosi ieri con il premier Mario Draghi, il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha negato l'esistenza di un legame tra il vaccino e gli episodi di trombosi, annunciando l'avvio da parte dell'Ema di «un'ulteriore review accelerata» sul farmaco Astrazeneca. Il premier, come si apprende da fonti di Palazzo Chigi, si pronuncerà sull'accaduto oggi, alle 15, durante la visita al centro vaccinale di Fiumicino. Nel comunicato diffuso ieri, l'Agenzia Ue ha reso noto che si sono verificati 30 casi di trombosi su 5 milioni di vaccinazioni effettuate con il farmaco nel vecchio continente. Spetta ad Astrazeneca e alle autorità europee fare chiarezza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scoppia-il-caso-astrazeneca-2651025335.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dubbi-nei-dosaggi-e-liti-sui-contratti-tutti-i-guai-del-siero-anglosvedese" data-post-id="2651025335" data-published-at="1615499064" data-use-pagination="False"> Dubbi nei dosaggi e liti sui contratti. Tutti i guai del siero anglosvedese Le morti dell'agente catanese Davide Villa e del militare siracusano Stefano Paternò, avvenute dopo la somministrazione di un vaccino anti Covid prodotto da Astrazeneca, saranno forse frutto di una drammatica coincidenza: a deciderlo saranno le indagini della magistratura siciliana. Resta il fatto che tutta la storia del vaccino dell'azienda biofarmaceutica anglosvedese è purtroppo costellata di polemiche, controversie e contrattempi. E non soltanto perché ieri le autorità sanitarie danesi, allarmate da due casi di trombosi, si sono affiancate all'Agenzia italiana del farmaco, che nelle stesse ore ha vietato l'utilizzo di un lotto del vaccino Astrazeneca, adottando così le stesse precauzioni decise pochi giorni prima da Austria, Lettonia, Estonia, Lituania e Lussemburgo. Ma anche perché gli inciampi e le avversità che hanno colpito la casa, nell'ultimo anno, sono stati davvero tanti. A partire dall'effettiva capacità produttiva di Astrazeneca. In un'intervista al Financial Times del 30 aprile 2020 l'amministratore delegato della società, Pascal Soriot, aveva detto: «Vogliamo essere pronti lanciare e fornire fino a 100 milioni di dosi entro la fine dell'anno». Nemmeno due mesi dopo, il 13 giugno 2020, il ministro della Salute Roberto Speranza aveva quadruplicato la misura: forse per regalare un brivido mediatico ai sonnacchiosi «Stati generali» che Giuseppe Conte aveva convocato a Roma per segnare la via d'uscita dal Covid, quel giorno Speranza aveva annunciato di aver firmato, assieme ai ministri di Germania, Francia e Olanda, «un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino per tutta la popolazione europea». Speranza aveva garantito che «la distribuzione della prima tranche di dosi sarebbe arrivata entro la fine dell'anno». Proprio La Verità, al contrario, aveva appurato che nessun contratto era stato siglato allora con Astrazeneca, perché la Commissione europea s'era già intestata la trattativa globale con tutte le case produttrici. Certo, nella primavera del 2020 il vaccino Astrazeneca sembrava da favorire perché più economico e più facile da conservare. Ma a noi italiani pareva preferibile anche perché buona parte della sua produzione sarebbe uscita dai laboratori della Advent del gruppo Irbm, di Pomezia (che incidentalmente nel 2017 aveva versato 30.000 euro alla Fondazione Open di Matteo Renzi). Quindi c'era un bel po' di Italia, in quelle fialette. Tanto che il ministro Speranza, nel suo libro mai pubblicato, Perché guariremo, la scorsa estate s'era sbilanciato a scrivere che la ricerca di Astrazeneca era quella che «al momento sta ottenendo i risultati migliori». Resta il fatto che da allora, purtroppo, i numeri delle dosi di Astrazeneca ordinate e prodotte sono sempre rimasti ballerini, confusi. E la stessa confusione ha avvolto il contratto siglato lo scorso agosto tra l'azienda e l'Unione europea. La confusione è divenuta addirittura caos lo scorso gennaio, quando - al culmine della controversia con Bruxelles sulla consegna dei vaccini, mentre gran parte del prodotto Astrazeneca veniva destinata al Regno Unito - la società ha comunicato che avrebbe consegnato appena 31 milioni di dosi entro il primo trimestre 2021, contro gli 80 milioni attesi dall'Unione. Soriot aveva dichiarato che il contratto non stabiliva «alcun nostro obbligo verso l'Ue», ma solo l'impegno a fare «del nostro meglio». In quel momento, in base agli accordi di prelazione stipulati dall'ex commissario all'emergenza Covid, Domenico Arcuri, con oltre 40 milioni di dosi il siero di Astrazeneca in Italia avrebbe dovuto fare la parte del leone. Oggi ci si domanda se arriveranno mai entro giugno. È vero che le consegne dei vaccini Astrazeneca in tutta Europa sono state rallentate dal fatto che l'Ema, l'Agenzia europea per i medicinali, ha dato il suo benestare solo alla fine dello scorso gennaio. Ma sulla prudenza dell'Ema ha giocato l'esempio americano: lo scorso settembre, negli Stati Uniti, alcuni casi di reazioni avverse hanno spinto la Food and drug administration a sospendere per mesi la sperimentazione del vaccino Astrazeneca su 30.000 volontari. E almeno fin qui la Fda non ha ancora dato la sua «patente» al vaccino. Lo scorso dicembre, infine, è emerso l'ultimo mezzo pasticcio: la rivista Lancet ha rivelato che il siero Astrazeneca ha un'efficacia del 90% con una dose e mezza, mentre con due dosi intere si ferma al 62%. Quel risultato, però, è stato scoperto grazie a un sorprendente errore di somministrazione, compiuto su oltre un decimo dei volontari che si erano sottoposti ai test: i ricercatori hanno verificato che a 2.700 di loro, su un totale di 23.000, era stato data una sbagliata quantità di vaccino. Il risultato, alla fine, è positivo. Resta il fatto che un errore di quel tipo, nel bel mezzo di una sperimentazione clinica, non è proprio tranquillizzante.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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