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2021-03-12
Scoppia il caso Astrazeneca
Getty Images
Bufera sul vaccino Astrazeneca. Nella giornata di ieri, l'Agenzia italiana del farmaco ha disposto il divieto di utilizzo del lotto Abv2856 a seguito della «segnalazione di alcuni eventi avversi gravi», verificatisi «in concomitanza con la somministrazione». Un caso, in particolare, avrebbe indotto l'Aifa a imporre il blocco sulla partita, quello relativo al decesso di Stefano Paternò, sottoufficiale della Marina di 43 anni in servizio ad Augusta. Nella notte tra lunedì e martedì, appena 12 ore dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca appartenente al lotto incriminato, il militare è stato colpito da febbre alta e forti convulsioni, prima di finire stroncato da un arresto cardiocircolatorio. Secondo quanto si apprende dalla stampa locale, Paternò non avrebbe sofferto di altre patologie, circostanza che avrebbe convinto la famiglia a presentare un esposto in Procura. «Essendo il decesso chiaramente ascrivibile alla somministrazione del vaccino», recita l'esposto depositato dai legali della vedova, «va verificata nell'interesse della collettività l'ipotesi di uno stock di fiale difettose o di improvvide manovre o ogni altra possibile causa».
Nell'attesa che l'autopsia del giovane militare chiarisca il nesso tra l'inoculo e il tragico evento, si è inevitabilmente sollevato un polverone giudiziario. Mentre in un primo momento la Procura di Siracusa si era mostrata particolarmente prudente, sostenendo l'assenza di «evidenze che il decesso sia legato alla somministrazione del vaccino», nel primo pomeriggio di ieri gli inquirenti hanno reso noto di aver iscritto nel registro degli indagati almeno dieci soggetti, riconducibili all'intera catena di distribuzione del vaccino Astrazeneca, dalla società che lo produce fino al personale che si è occupato dell'inoculazione. Gravissima l'accusa: omicidio colposo. In serata, i carabinieri del Nas hanno avviato in tutta Italia i sequestri dei lotti bloccati dall'Aifa. Poco prima era sta sospesa la somministrazione del vaccino anti Covid nel centro vaccinale gestito dall'esercito a Cosenza. Nei prossimi giorni, i 173 membri del personale scolastico che hanno ricevuto la dose saranno sottoposti a farmacovigilanza.
Ma i decessi sospetti a seguito della vaccinazione con Astrazeneca non si limitano al caso del militare siciliano. Sempre ieri, la Procura di Catania ha aperto un'indagine con l'ipotesti di reato di omicidio colposo - per il momento a carico di ignoti - a seguito della morte di Davide Villa, 50 anni, agente della squadra mobile di Catania. Il poliziotto è deceduto una dozzina giorni fa, un paio di settimane dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca, appartenente al famigerato lotto 2856. C'è poi un terzo episodio che riguarda il decesso di Giuseppe Maniscalco, vicecomandante della sezione di Polizia giudiziaria dei carabinieri di Trapani, anche lui destinatario di una dose della fornitura sotto inchiesta. Nella serata di ieri, tuttavia, l'autopsia disposta a seguito della denuncia dei familiari avrebbe escluso ogni collegamento tra il vaccino e la morte dell'uomo. Sequestrata, infine, la salma di Vincenzo Russo, collaboratore scolastico deceduto mercoledì nel napoletano due giorni dopo aver ricevuto il vaccino. Gli agenti del commissariato di Acerra hanno disposto l'esame autoptico, volto a stabilire l'eventuale legame tra l'inoculo e il decesso del bidello. «Al momento non è stato stabilito alcun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e tali eventi», tenta di rassicurare l'Aifa, ma gli interrogativi permangono.
Tuttavia, le brutte notizie per la casa farmaceutica britannico-svedese non si limitano al nostro Paese. Proprio ieri, l'Autorità sanitaria danese ha annunciato di aver sospeso per 14 giorni la somministrazione delle dosi Astrazeneca a seguito della segnalazione di alcuni casi di coaguli di sangue. Anche in questo caso, il problema sarebbe riconducibile a uno specifico lotto (Abv5300), distribuito in 17 Paesi (ma non l'Italia). «Siamo nel mezzo della più imponente e importante campagna di vaccinazioni nella storia della Danimarca, abbiamo bisogno di tutti i vaccini possibili, e per questo motivo la decisione di sospenderne uno non è affatto semplice», ha dichiarato il direttore del Comitato nazionale per la salute Soren Brostrom, «ma è proprio perché vacciniamo tante persone che dobbiamo rispondere con tempestività quando emergono possibili gravi effetti collaterali». Domenica scorsa l'ufficio federale austriaco aveva sospeso la somministrazione di questa partita a seguito del decesso di una donna e al ricovero di un'altra per embolia polmonare, naturalmente dopo aver ricevuto il vaccino. Temendo l'insorgenza di gravi effetti collaterali, nei giorni precedenti anche Estonia, Lettonia e Lussemburgo avevano sospeso le somministrazioni, seguite ieri da Norvegia e Islanda. Critico nei confronti della casa farmaceutica il virologo Roberto Burioni, che ha dedicato diversi tweet alla vicenda. «Giungono notizie allarmanti riguardo al vaccino Astrazeneca (un solo lotto?) di cui non posso dirvi niente. Spero che Astrazeneca, che ha 76.000 dipendenti e 3 miliardi di utili annui possa degnarsi di destinare alcune delle sue risorse a spiegare quello che è acceduto». Burioni ha poi auspicato che «dopo i mille errori già commessi l'Unione europea non faccia anche quello di consentire a questa multinazionale di rimanere in silenzio come se nulla fosse».
Durante il colloquio telefonico svoltosi ieri con il premier Mario Draghi, il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha negato l'esistenza di un legame tra il vaccino e gli episodi di trombosi, annunciando l'avvio da parte dell'Ema di «un'ulteriore review accelerata» sul farmaco Astrazeneca. Il premier, come si apprende da fonti di Palazzo Chigi, si pronuncerà sull'accaduto oggi, alle 15, durante la visita al centro vaccinale di Fiumicino. Nel comunicato diffuso ieri, l'Agenzia Ue ha reso noto che si sono verificati 30 casi di trombosi su 5 milioni di vaccinazioni effettuate con il farmaco nel vecchio continente. Spetta ad Astrazeneca e alle autorità europee fare chiarezza.
Dubbi nei dosaggi e liti sui contratti. Tutti i guai del siero anglosvedese
Le morti dell'agente catanese Davide Villa e del militare siracusano Stefano Paternò, avvenute dopo la somministrazione di un vaccino anti Covid prodotto da Astrazeneca, saranno forse frutto di una drammatica coincidenza: a deciderlo saranno le indagini della magistratura siciliana. Resta il fatto che tutta la storia del vaccino dell'azienda biofarmaceutica anglosvedese è purtroppo costellata di polemiche, controversie e contrattempi. E non soltanto perché ieri le autorità sanitarie danesi, allarmate da due casi di trombosi, si sono affiancate all'Agenzia italiana del farmaco, che nelle stesse ore ha vietato l'utilizzo di un lotto del vaccino Astrazeneca, adottando così le stesse precauzioni decise pochi giorni prima da Austria, Lettonia, Estonia, Lituania e Lussemburgo. Ma anche perché gli inciampi e le avversità che hanno colpito la casa, nell'ultimo anno, sono stati davvero tanti.
A partire dall'effettiva capacità produttiva di Astrazeneca. In un'intervista al Financial Times del 30 aprile 2020 l'amministratore delegato della società, Pascal Soriot, aveva detto: «Vogliamo essere pronti lanciare e fornire fino a 100 milioni di dosi entro la fine dell'anno». Nemmeno due mesi dopo, il 13 giugno 2020, il ministro della Salute Roberto Speranza aveva quadruplicato la misura: forse per regalare un brivido mediatico ai sonnacchiosi «Stati generali» che Giuseppe Conte aveva convocato a Roma per segnare la via d'uscita dal Covid, quel giorno Speranza aveva annunciato di aver firmato, assieme ai ministri di Germania, Francia e Olanda, «un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino per tutta la popolazione europea». Speranza aveva garantito che «la distribuzione della prima tranche di dosi sarebbe arrivata entro la fine dell'anno». Proprio La Verità, al contrario, aveva appurato che nessun contratto era stato siglato allora con Astrazeneca, perché la Commissione europea s'era già intestata la trattativa globale con tutte le case produttrici.
Certo, nella primavera del 2020 il vaccino Astrazeneca sembrava da favorire perché più economico e più facile da conservare. Ma a noi italiani pareva preferibile anche perché buona parte della sua produzione sarebbe uscita dai laboratori della Advent del gruppo Irbm, di Pomezia (che incidentalmente nel 2017 aveva versato 30.000 euro alla Fondazione Open di Matteo Renzi). Quindi c'era un bel po' di Italia, in quelle fialette. Tanto che il ministro Speranza, nel suo libro mai pubblicato, Perché guariremo, la scorsa estate s'era sbilanciato a scrivere che la ricerca di Astrazeneca era quella che «al momento sta ottenendo i risultati migliori».
Resta il fatto che da allora, purtroppo, i numeri delle dosi di Astrazeneca ordinate e prodotte sono sempre rimasti ballerini, confusi. E la stessa confusione ha avvolto il contratto siglato lo scorso agosto tra l'azienda e l'Unione europea. La confusione è divenuta addirittura caos lo scorso gennaio, quando - al culmine della controversia con Bruxelles sulla consegna dei vaccini, mentre gran parte del prodotto Astrazeneca veniva destinata al Regno Unito - la società ha comunicato che avrebbe consegnato appena 31 milioni di dosi entro il primo trimestre 2021, contro gli 80 milioni attesi dall'Unione. Soriot aveva dichiarato che il contratto non stabiliva «alcun nostro obbligo verso l'Ue», ma solo l'impegno a fare «del nostro meglio». In quel momento, in base agli accordi di prelazione stipulati dall'ex commissario all'emergenza Covid, Domenico Arcuri, con oltre 40 milioni di dosi il siero di Astrazeneca in Italia avrebbe dovuto fare la parte del leone. Oggi ci si domanda se arriveranno mai entro giugno.
È vero che le consegne dei vaccini Astrazeneca in tutta Europa sono state rallentate dal fatto che l'Ema, l'Agenzia europea per i medicinali, ha dato il suo benestare solo alla fine dello scorso gennaio. Ma sulla prudenza dell'Ema ha giocato l'esempio americano: lo scorso settembre, negli Stati Uniti, alcuni casi di reazioni avverse hanno spinto la Food and drug administration a sospendere per mesi la sperimentazione del vaccino Astrazeneca su 30.000 volontari. E almeno fin qui la Fda non ha ancora dato la sua «patente» al vaccino.
Lo scorso dicembre, infine, è emerso l'ultimo mezzo pasticcio: la rivista Lancet ha rivelato che il siero Astrazeneca ha un'efficacia del 90% con una dose e mezza, mentre con due dosi intere si ferma al 62%. Quel risultato, però, è stato scoperto grazie a un sorprendente errore di somministrazione, compiuto su oltre un decimo dei volontari che si erano sottoposti ai test: i ricercatori hanno verificato che a 2.700 di loro, su un totale di 23.000, era stato data una sbagliata quantità di vaccino. Il risultato, alla fine, è positivo. Resta il fatto che un errore di quel tipo, nel bel mezzo di una sperimentazione clinica, non è proprio tranquillizzante.
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Dieci indagati per il militare morto in Sicilia, altri tre casi sospetti. Sette Paesi europei hanno stoppato il farmaco. Oggi parla Mario Draghi.L'antidoto ha incontrato diversi intoppi tecnici e ha sollevato persino diatribe politiche: l'intesa inventata da Roberto Speranza, il braccio di ferro con Ursula von der Leyen, il ruolo di Irbm, la ditta «amica» di Matteo Renzi.Bufera sul vaccino Astrazeneca. Nella giornata di ieri, l'Agenzia italiana del farmaco ha disposto il divieto di utilizzo del lotto Abv2856 a seguito della «segnalazione di alcuni eventi avversi gravi», verificatisi «in concomitanza con la somministrazione». Un caso, in particolare, avrebbe indotto l'Aifa a imporre il blocco sulla partita, quello relativo al decesso di Stefano Paternò, sottoufficiale della Marina di 43 anni in servizio ad Augusta. Nella notte tra lunedì e martedì, appena 12 ore dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca appartenente al lotto incriminato, il militare è stato colpito da febbre alta e forti convulsioni, prima di finire stroncato da un arresto cardiocircolatorio. Secondo quanto si apprende dalla stampa locale, Paternò non avrebbe sofferto di altre patologie, circostanza che avrebbe convinto la famiglia a presentare un esposto in Procura. «Essendo il decesso chiaramente ascrivibile alla somministrazione del vaccino», recita l'esposto depositato dai legali della vedova, «va verificata nell'interesse della collettività l'ipotesi di uno stock di fiale difettose o di improvvide manovre o ogni altra possibile causa».Nell'attesa che l'autopsia del giovane militare chiarisca il nesso tra l'inoculo e il tragico evento, si è inevitabilmente sollevato un polverone giudiziario. Mentre in un primo momento la Procura di Siracusa si era mostrata particolarmente prudente, sostenendo l'assenza di «evidenze che il decesso sia legato alla somministrazione del vaccino», nel primo pomeriggio di ieri gli inquirenti hanno reso noto di aver iscritto nel registro degli indagati almeno dieci soggetti, riconducibili all'intera catena di distribuzione del vaccino Astrazeneca, dalla società che lo produce fino al personale che si è occupato dell'inoculazione. Gravissima l'accusa: omicidio colposo. In serata, i carabinieri del Nas hanno avviato in tutta Italia i sequestri dei lotti bloccati dall'Aifa. Poco prima era sta sospesa la somministrazione del vaccino anti Covid nel centro vaccinale gestito dall'esercito a Cosenza. Nei prossimi giorni, i 173 membri del personale scolastico che hanno ricevuto la dose saranno sottoposti a farmacovigilanza. Ma i decessi sospetti a seguito della vaccinazione con Astrazeneca non si limitano al caso del militare siciliano. Sempre ieri, la Procura di Catania ha aperto un'indagine con l'ipotesti di reato di omicidio colposo - per il momento a carico di ignoti - a seguito della morte di Davide Villa, 50 anni, agente della squadra mobile di Catania. Il poliziotto è deceduto una dozzina giorni fa, un paio di settimane dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca, appartenente al famigerato lotto 2856. C'è poi un terzo episodio che riguarda il decesso di Giuseppe Maniscalco, vicecomandante della sezione di Polizia giudiziaria dei carabinieri di Trapani, anche lui destinatario di una dose della fornitura sotto inchiesta. Nella serata di ieri, tuttavia, l'autopsia disposta a seguito della denuncia dei familiari avrebbe escluso ogni collegamento tra il vaccino e la morte dell'uomo. Sequestrata, infine, la salma di Vincenzo Russo, collaboratore scolastico deceduto mercoledì nel napoletano due giorni dopo aver ricevuto il vaccino. Gli agenti del commissariato di Acerra hanno disposto l'esame autoptico, volto a stabilire l'eventuale legame tra l'inoculo e il decesso del bidello. «Al momento non è stato stabilito alcun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e tali eventi», tenta di rassicurare l'Aifa, ma gli interrogativi permangono. Tuttavia, le brutte notizie per la casa farmaceutica britannico-svedese non si limitano al nostro Paese. Proprio ieri, l'Autorità sanitaria danese ha annunciato di aver sospeso per 14 giorni la somministrazione delle dosi Astrazeneca a seguito della segnalazione di alcuni casi di coaguli di sangue. Anche in questo caso, il problema sarebbe riconducibile a uno specifico lotto (Abv5300), distribuito in 17 Paesi (ma non l'Italia). «Siamo nel mezzo della più imponente e importante campagna di vaccinazioni nella storia della Danimarca, abbiamo bisogno di tutti i vaccini possibili, e per questo motivo la decisione di sospenderne uno non è affatto semplice», ha dichiarato il direttore del Comitato nazionale per la salute Soren Brostrom, «ma è proprio perché vacciniamo tante persone che dobbiamo rispondere con tempestività quando emergono possibili gravi effetti collaterali». Domenica scorsa l'ufficio federale austriaco aveva sospeso la somministrazione di questa partita a seguito del decesso di una donna e al ricovero di un'altra per embolia polmonare, naturalmente dopo aver ricevuto il vaccino. Temendo l'insorgenza di gravi effetti collaterali, nei giorni precedenti anche Estonia, Lettonia e Lussemburgo avevano sospeso le somministrazioni, seguite ieri da Norvegia e Islanda. Critico nei confronti della casa farmaceutica il virologo Roberto Burioni, che ha dedicato diversi tweet alla vicenda. «Giungono notizie allarmanti riguardo al vaccino Astrazeneca (un solo lotto?) di cui non posso dirvi niente. Spero che Astrazeneca, che ha 76.000 dipendenti e 3 miliardi di utili annui possa degnarsi di destinare alcune delle sue risorse a spiegare quello che è acceduto». Burioni ha poi auspicato che «dopo i mille errori già commessi l'Unione europea non faccia anche quello di consentire a questa multinazionale di rimanere in silenzio come se nulla fosse».Durante il colloquio telefonico svoltosi ieri con il premier Mario Draghi, il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha negato l'esistenza di un legame tra il vaccino e gli episodi di trombosi, annunciando l'avvio da parte dell'Ema di «un'ulteriore review accelerata» sul farmaco Astrazeneca. Il premier, come si apprende da fonti di Palazzo Chigi, si pronuncerà sull'accaduto oggi, alle 15, durante la visita al centro vaccinale di Fiumicino. Nel comunicato diffuso ieri, l'Agenzia Ue ha reso noto che si sono verificati 30 casi di trombosi su 5 milioni di vaccinazioni effettuate con il farmaco nel vecchio continente. Spetta ad Astrazeneca e alle autorità europee fare chiarezza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scoppia-il-caso-astrazeneca-2651025335.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dubbi-nei-dosaggi-e-liti-sui-contratti-tutti-i-guai-del-siero-anglosvedese" data-post-id="2651025335" data-published-at="1615499064" data-use-pagination="False"> Dubbi nei dosaggi e liti sui contratti. Tutti i guai del siero anglosvedese Le morti dell'agente catanese Davide Villa e del militare siracusano Stefano Paternò, avvenute dopo la somministrazione di un vaccino anti Covid prodotto da Astrazeneca, saranno forse frutto di una drammatica coincidenza: a deciderlo saranno le indagini della magistratura siciliana. Resta il fatto che tutta la storia del vaccino dell'azienda biofarmaceutica anglosvedese è purtroppo costellata di polemiche, controversie e contrattempi. E non soltanto perché ieri le autorità sanitarie danesi, allarmate da due casi di trombosi, si sono affiancate all'Agenzia italiana del farmaco, che nelle stesse ore ha vietato l'utilizzo di un lotto del vaccino Astrazeneca, adottando così le stesse precauzioni decise pochi giorni prima da Austria, Lettonia, Estonia, Lituania e Lussemburgo. Ma anche perché gli inciampi e le avversità che hanno colpito la casa, nell'ultimo anno, sono stati davvero tanti. A partire dall'effettiva capacità produttiva di Astrazeneca. In un'intervista al Financial Times del 30 aprile 2020 l'amministratore delegato della società, Pascal Soriot, aveva detto: «Vogliamo essere pronti lanciare e fornire fino a 100 milioni di dosi entro la fine dell'anno». Nemmeno due mesi dopo, il 13 giugno 2020, il ministro della Salute Roberto Speranza aveva quadruplicato la misura: forse per regalare un brivido mediatico ai sonnacchiosi «Stati generali» che Giuseppe Conte aveva convocato a Roma per segnare la via d'uscita dal Covid, quel giorno Speranza aveva annunciato di aver firmato, assieme ai ministri di Germania, Francia e Olanda, «un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino per tutta la popolazione europea». Speranza aveva garantito che «la distribuzione della prima tranche di dosi sarebbe arrivata entro la fine dell'anno». Proprio La Verità, al contrario, aveva appurato che nessun contratto era stato siglato allora con Astrazeneca, perché la Commissione europea s'era già intestata la trattativa globale con tutte le case produttrici. Certo, nella primavera del 2020 il vaccino Astrazeneca sembrava da favorire perché più economico e più facile da conservare. Ma a noi italiani pareva preferibile anche perché buona parte della sua produzione sarebbe uscita dai laboratori della Advent del gruppo Irbm, di Pomezia (che incidentalmente nel 2017 aveva versato 30.000 euro alla Fondazione Open di Matteo Renzi). Quindi c'era un bel po' di Italia, in quelle fialette. Tanto che il ministro Speranza, nel suo libro mai pubblicato, Perché guariremo, la scorsa estate s'era sbilanciato a scrivere che la ricerca di Astrazeneca era quella che «al momento sta ottenendo i risultati migliori». Resta il fatto che da allora, purtroppo, i numeri delle dosi di Astrazeneca ordinate e prodotte sono sempre rimasti ballerini, confusi. E la stessa confusione ha avvolto il contratto siglato lo scorso agosto tra l'azienda e l'Unione europea. La confusione è divenuta addirittura caos lo scorso gennaio, quando - al culmine della controversia con Bruxelles sulla consegna dei vaccini, mentre gran parte del prodotto Astrazeneca veniva destinata al Regno Unito - la società ha comunicato che avrebbe consegnato appena 31 milioni di dosi entro il primo trimestre 2021, contro gli 80 milioni attesi dall'Unione. Soriot aveva dichiarato che il contratto non stabiliva «alcun nostro obbligo verso l'Ue», ma solo l'impegno a fare «del nostro meglio». In quel momento, in base agli accordi di prelazione stipulati dall'ex commissario all'emergenza Covid, Domenico Arcuri, con oltre 40 milioni di dosi il siero di Astrazeneca in Italia avrebbe dovuto fare la parte del leone. Oggi ci si domanda se arriveranno mai entro giugno. È vero che le consegne dei vaccini Astrazeneca in tutta Europa sono state rallentate dal fatto che l'Ema, l'Agenzia europea per i medicinali, ha dato il suo benestare solo alla fine dello scorso gennaio. Ma sulla prudenza dell'Ema ha giocato l'esempio americano: lo scorso settembre, negli Stati Uniti, alcuni casi di reazioni avverse hanno spinto la Food and drug administration a sospendere per mesi la sperimentazione del vaccino Astrazeneca su 30.000 volontari. E almeno fin qui la Fda non ha ancora dato la sua «patente» al vaccino. Lo scorso dicembre, infine, è emerso l'ultimo mezzo pasticcio: la rivista Lancet ha rivelato che il siero Astrazeneca ha un'efficacia del 90% con una dose e mezza, mentre con due dosi intere si ferma al 62%. Quel risultato, però, è stato scoperto grazie a un sorprendente errore di somministrazione, compiuto su oltre un decimo dei volontari che si erano sottoposti ai test: i ricercatori hanno verificato che a 2.700 di loro, su un totale di 23.000, era stato data una sbagliata quantità di vaccino. Il risultato, alla fine, è positivo. Resta il fatto che un errore di quel tipo, nel bel mezzo di una sperimentazione clinica, non è proprio tranquillizzante.
Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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(iStock)
Veniamo ai numeri: dalle dichiarazioni dei redditi del 2024, l’Irpef media pagata dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi si è attestata a 8.331 euro mentre i dipendenti si sono fermati a 4.215 euro e i pensionati a 4.006. In termini percentuali, significa che le partite Iva versano circa il 98% in più rispetto ai dipendenti e addirittura il 108% in più rispetto ai pensionati.
La normativa delle imposte vede l’evoluzione della flat tax per questa categoria di contribuenti che si è concretizzata nell’innalzamento della soglia massima di ricavi e compensi. Dal 2023 il limite per accedere all’aliquota del 15% (o del 5% per i primi 5 anni) è fissato a 85.000 euro. Partito inizialmente nel 2016 con limiti variabili (da 25.000 a 50.000 euro in base all’attività), il tetto è stato unificato e portato a 65.000 euro nel 2019, per poi subire l’ultimo incremento a 85.000 euro. Il sistema attuale sostituisce l’Irpef progressiva e le relative addizionali regionali/comunali con un’imposta sostitutiva secca. L'imponibile non viene calcolato sui costi reali, ma attraverso specifici coefficienti di redditività legati al codice Ateco.
Il prelievo dell’Irpef sulle partite Iva è superiore da anni. Ad esempio nel 2018, le imposte versate dai lavoratori autonomi sono state pari a 5.091 euro mentre quelle dei dipendenti di 3.927 e quelle dei pensionati di 3.047 euro. Anche allora le partite Iva pagavano il 30% in più di Irpef all’anno rispetto ai dipendenti e il 67% in più di quanto versavano i pensionati. «È importante chiarire questa questione per smentire la tesi molto diffusa secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte», afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Fermo restando che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione è una priorità imprescindibile anche tra gli autonomi e ci mancherebbe, non può diventare un alibi per trascurare un dato altrettanto evidente. Mediamente le partite Iva figurano oggi tra i contribuenti più esposti al prelievo fiscale».
Complessivamente i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni: di cui 23,8 sono lavoratori dipendenti (56%), 14,5 milioni pensionati (34%) e 3,3 milioni sono partite Iva (8%). Il gettito totale Irpef, è pari a quasi 190 miliardi di euro; di questi, 100,3 miliardi sono prelevati dai dipendenti (53%), 58,1 miliardi dai pensionati (31%) e 27,4 miliardi dai lavoratori autonomi (14%). Il gettito medio dei contribuenti Irpef è di 4.462 euro; tuttavia, se l’importo medio versato all’erario dai pensionati è di 4.006 euro, sale a 4.215 euro per i dipendenti e si attesta a 8.331 euro per gli imprenditori e lavoratori autonomi. Infine, se disaggreghiamo il dato riferito a quest'ultima categoria professionale, emerge che i lavoratori autonomi (ovvero i liberi professionisti) pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite, 5.959 euro gli imprenditori (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che nel 80% dei casi lavorano da soli), e 5.616 euro i collaboratori familiari/soci di società di persone. Anche in questi ultimi due casi, il versamento medio è superiore a quello dei pensionati e, in particolare, dei dipendenti che includono anche soggetti con elevati livelli retributivi (come medici, professori universitari, magistrati, dirigenti, manager).
La Cgia lancia una proposta provocatoria: eliminare il sostituto d’imposta. «Tutti i contribuenti sarebbero chiamati a dichiarare e versare in prima persona, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Questo potrebbe ridurre il pregiudizio secondo cui i lavoratori autonomi avrebbero maggiori possibilità di evasione/elusione: al contrario, emergerebbe con maggiore evidenza il reale livello di contribuzione di ciascuna categoria».
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