True
2021-03-12
Scoppia il caso Astrazeneca
Getty Images
Bufera sul vaccino Astrazeneca. Nella giornata di ieri, l'Agenzia italiana del farmaco ha disposto il divieto di utilizzo del lotto Abv2856 a seguito della «segnalazione di alcuni eventi avversi gravi», verificatisi «in concomitanza con la somministrazione». Un caso, in particolare, avrebbe indotto l'Aifa a imporre il blocco sulla partita, quello relativo al decesso di Stefano Paternò, sottoufficiale della Marina di 43 anni in servizio ad Augusta. Nella notte tra lunedì e martedì, appena 12 ore dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca appartenente al lotto incriminato, il militare è stato colpito da febbre alta e forti convulsioni, prima di finire stroncato da un arresto cardiocircolatorio. Secondo quanto si apprende dalla stampa locale, Paternò non avrebbe sofferto di altre patologie, circostanza che avrebbe convinto la famiglia a presentare un esposto in Procura. «Essendo il decesso chiaramente ascrivibile alla somministrazione del vaccino», recita l'esposto depositato dai legali della vedova, «va verificata nell'interesse della collettività l'ipotesi di uno stock di fiale difettose o di improvvide manovre o ogni altra possibile causa».
Nell'attesa che l'autopsia del giovane militare chiarisca il nesso tra l'inoculo e il tragico evento, si è inevitabilmente sollevato un polverone giudiziario. Mentre in un primo momento la Procura di Siracusa si era mostrata particolarmente prudente, sostenendo l'assenza di «evidenze che il decesso sia legato alla somministrazione del vaccino», nel primo pomeriggio di ieri gli inquirenti hanno reso noto di aver iscritto nel registro degli indagati almeno dieci soggetti, riconducibili all'intera catena di distribuzione del vaccino Astrazeneca, dalla società che lo produce fino al personale che si è occupato dell'inoculazione. Gravissima l'accusa: omicidio colposo. In serata, i carabinieri del Nas hanno avviato in tutta Italia i sequestri dei lotti bloccati dall'Aifa. Poco prima era sta sospesa la somministrazione del vaccino anti Covid nel centro vaccinale gestito dall'esercito a Cosenza. Nei prossimi giorni, i 173 membri del personale scolastico che hanno ricevuto la dose saranno sottoposti a farmacovigilanza.
Ma i decessi sospetti a seguito della vaccinazione con Astrazeneca non si limitano al caso del militare siciliano. Sempre ieri, la Procura di Catania ha aperto un'indagine con l'ipotesti di reato di omicidio colposo - per il momento a carico di ignoti - a seguito della morte di Davide Villa, 50 anni, agente della squadra mobile di Catania. Il poliziotto è deceduto una dozzina giorni fa, un paio di settimane dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca, appartenente al famigerato lotto 2856. C'è poi un terzo episodio che riguarda il decesso di Giuseppe Maniscalco, vicecomandante della sezione di Polizia giudiziaria dei carabinieri di Trapani, anche lui destinatario di una dose della fornitura sotto inchiesta. Nella serata di ieri, tuttavia, l'autopsia disposta a seguito della denuncia dei familiari avrebbe escluso ogni collegamento tra il vaccino e la morte dell'uomo. Sequestrata, infine, la salma di Vincenzo Russo, collaboratore scolastico deceduto mercoledì nel napoletano due giorni dopo aver ricevuto il vaccino. Gli agenti del commissariato di Acerra hanno disposto l'esame autoptico, volto a stabilire l'eventuale legame tra l'inoculo e il decesso del bidello. «Al momento non è stato stabilito alcun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e tali eventi», tenta di rassicurare l'Aifa, ma gli interrogativi permangono.
Tuttavia, le brutte notizie per la casa farmaceutica britannico-svedese non si limitano al nostro Paese. Proprio ieri, l'Autorità sanitaria danese ha annunciato di aver sospeso per 14 giorni la somministrazione delle dosi Astrazeneca a seguito della segnalazione di alcuni casi di coaguli di sangue. Anche in questo caso, il problema sarebbe riconducibile a uno specifico lotto (Abv5300), distribuito in 17 Paesi (ma non l'Italia). «Siamo nel mezzo della più imponente e importante campagna di vaccinazioni nella storia della Danimarca, abbiamo bisogno di tutti i vaccini possibili, e per questo motivo la decisione di sospenderne uno non è affatto semplice», ha dichiarato il direttore del Comitato nazionale per la salute Soren Brostrom, «ma è proprio perché vacciniamo tante persone che dobbiamo rispondere con tempestività quando emergono possibili gravi effetti collaterali». Domenica scorsa l'ufficio federale austriaco aveva sospeso la somministrazione di questa partita a seguito del decesso di una donna e al ricovero di un'altra per embolia polmonare, naturalmente dopo aver ricevuto il vaccino. Temendo l'insorgenza di gravi effetti collaterali, nei giorni precedenti anche Estonia, Lettonia e Lussemburgo avevano sospeso le somministrazioni, seguite ieri da Norvegia e Islanda. Critico nei confronti della casa farmaceutica il virologo Roberto Burioni, che ha dedicato diversi tweet alla vicenda. «Giungono notizie allarmanti riguardo al vaccino Astrazeneca (un solo lotto?) di cui non posso dirvi niente. Spero che Astrazeneca, che ha 76.000 dipendenti e 3 miliardi di utili annui possa degnarsi di destinare alcune delle sue risorse a spiegare quello che è acceduto». Burioni ha poi auspicato che «dopo i mille errori già commessi l'Unione europea non faccia anche quello di consentire a questa multinazionale di rimanere in silenzio come se nulla fosse».
Durante il colloquio telefonico svoltosi ieri con il premier Mario Draghi, il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha negato l'esistenza di un legame tra il vaccino e gli episodi di trombosi, annunciando l'avvio da parte dell'Ema di «un'ulteriore review accelerata» sul farmaco Astrazeneca. Il premier, come si apprende da fonti di Palazzo Chigi, si pronuncerà sull'accaduto oggi, alle 15, durante la visita al centro vaccinale di Fiumicino. Nel comunicato diffuso ieri, l'Agenzia Ue ha reso noto che si sono verificati 30 casi di trombosi su 5 milioni di vaccinazioni effettuate con il farmaco nel vecchio continente. Spetta ad Astrazeneca e alle autorità europee fare chiarezza.
Dubbi nei dosaggi e liti sui contratti. Tutti i guai del siero anglosvedese
Le morti dell'agente catanese Davide Villa e del militare siracusano Stefano Paternò, avvenute dopo la somministrazione di un vaccino anti Covid prodotto da Astrazeneca, saranno forse frutto di una drammatica coincidenza: a deciderlo saranno le indagini della magistratura siciliana. Resta il fatto che tutta la storia del vaccino dell'azienda biofarmaceutica anglosvedese è purtroppo costellata di polemiche, controversie e contrattempi. E non soltanto perché ieri le autorità sanitarie danesi, allarmate da due casi di trombosi, si sono affiancate all'Agenzia italiana del farmaco, che nelle stesse ore ha vietato l'utilizzo di un lotto del vaccino Astrazeneca, adottando così le stesse precauzioni decise pochi giorni prima da Austria, Lettonia, Estonia, Lituania e Lussemburgo. Ma anche perché gli inciampi e le avversità che hanno colpito la casa, nell'ultimo anno, sono stati davvero tanti.
A partire dall'effettiva capacità produttiva di Astrazeneca. In un'intervista al Financial Times del 30 aprile 2020 l'amministratore delegato della società, Pascal Soriot, aveva detto: «Vogliamo essere pronti lanciare e fornire fino a 100 milioni di dosi entro la fine dell'anno». Nemmeno due mesi dopo, il 13 giugno 2020, il ministro della Salute Roberto Speranza aveva quadruplicato la misura: forse per regalare un brivido mediatico ai sonnacchiosi «Stati generali» che Giuseppe Conte aveva convocato a Roma per segnare la via d'uscita dal Covid, quel giorno Speranza aveva annunciato di aver firmato, assieme ai ministri di Germania, Francia e Olanda, «un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino per tutta la popolazione europea». Speranza aveva garantito che «la distribuzione della prima tranche di dosi sarebbe arrivata entro la fine dell'anno». Proprio La Verità, al contrario, aveva appurato che nessun contratto era stato siglato allora con Astrazeneca, perché la Commissione europea s'era già intestata la trattativa globale con tutte le case produttrici.
Certo, nella primavera del 2020 il vaccino Astrazeneca sembrava da favorire perché più economico e più facile da conservare. Ma a noi italiani pareva preferibile anche perché buona parte della sua produzione sarebbe uscita dai laboratori della Advent del gruppo Irbm, di Pomezia (che incidentalmente nel 2017 aveva versato 30.000 euro alla Fondazione Open di Matteo Renzi). Quindi c'era un bel po' di Italia, in quelle fialette. Tanto che il ministro Speranza, nel suo libro mai pubblicato, Perché guariremo, la scorsa estate s'era sbilanciato a scrivere che la ricerca di Astrazeneca era quella che «al momento sta ottenendo i risultati migliori».
Resta il fatto che da allora, purtroppo, i numeri delle dosi di Astrazeneca ordinate e prodotte sono sempre rimasti ballerini, confusi. E la stessa confusione ha avvolto il contratto siglato lo scorso agosto tra l'azienda e l'Unione europea. La confusione è divenuta addirittura caos lo scorso gennaio, quando - al culmine della controversia con Bruxelles sulla consegna dei vaccini, mentre gran parte del prodotto Astrazeneca veniva destinata al Regno Unito - la società ha comunicato che avrebbe consegnato appena 31 milioni di dosi entro il primo trimestre 2021, contro gli 80 milioni attesi dall'Unione. Soriot aveva dichiarato che il contratto non stabiliva «alcun nostro obbligo verso l'Ue», ma solo l'impegno a fare «del nostro meglio». In quel momento, in base agli accordi di prelazione stipulati dall'ex commissario all'emergenza Covid, Domenico Arcuri, con oltre 40 milioni di dosi il siero di Astrazeneca in Italia avrebbe dovuto fare la parte del leone. Oggi ci si domanda se arriveranno mai entro giugno.
È vero che le consegne dei vaccini Astrazeneca in tutta Europa sono state rallentate dal fatto che l'Ema, l'Agenzia europea per i medicinali, ha dato il suo benestare solo alla fine dello scorso gennaio. Ma sulla prudenza dell'Ema ha giocato l'esempio americano: lo scorso settembre, negli Stati Uniti, alcuni casi di reazioni avverse hanno spinto la Food and drug administration a sospendere per mesi la sperimentazione del vaccino Astrazeneca su 30.000 volontari. E almeno fin qui la Fda non ha ancora dato la sua «patente» al vaccino.
Lo scorso dicembre, infine, è emerso l'ultimo mezzo pasticcio: la rivista Lancet ha rivelato che il siero Astrazeneca ha un'efficacia del 90% con una dose e mezza, mentre con due dosi intere si ferma al 62%. Quel risultato, però, è stato scoperto grazie a un sorprendente errore di somministrazione, compiuto su oltre un decimo dei volontari che si erano sottoposti ai test: i ricercatori hanno verificato che a 2.700 di loro, su un totale di 23.000, era stato data una sbagliata quantità di vaccino. Il risultato, alla fine, è positivo. Resta il fatto che un errore di quel tipo, nel bel mezzo di una sperimentazione clinica, non è proprio tranquillizzante.
Continua a leggereRiduci
Dieci indagati per il militare morto in Sicilia, altri tre casi sospetti. Sette Paesi europei hanno stoppato il farmaco. Oggi parla Mario Draghi.L'antidoto ha incontrato diversi intoppi tecnici e ha sollevato persino diatribe politiche: l'intesa inventata da Roberto Speranza, il braccio di ferro con Ursula von der Leyen, il ruolo di Irbm, la ditta «amica» di Matteo Renzi.Bufera sul vaccino Astrazeneca. Nella giornata di ieri, l'Agenzia italiana del farmaco ha disposto il divieto di utilizzo del lotto Abv2856 a seguito della «segnalazione di alcuni eventi avversi gravi», verificatisi «in concomitanza con la somministrazione». Un caso, in particolare, avrebbe indotto l'Aifa a imporre il blocco sulla partita, quello relativo al decesso di Stefano Paternò, sottoufficiale della Marina di 43 anni in servizio ad Augusta. Nella notte tra lunedì e martedì, appena 12 ore dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca appartenente al lotto incriminato, il militare è stato colpito da febbre alta e forti convulsioni, prima di finire stroncato da un arresto cardiocircolatorio. Secondo quanto si apprende dalla stampa locale, Paternò non avrebbe sofferto di altre patologie, circostanza che avrebbe convinto la famiglia a presentare un esposto in Procura. «Essendo il decesso chiaramente ascrivibile alla somministrazione del vaccino», recita l'esposto depositato dai legali della vedova, «va verificata nell'interesse della collettività l'ipotesi di uno stock di fiale difettose o di improvvide manovre o ogni altra possibile causa».Nell'attesa che l'autopsia del giovane militare chiarisca il nesso tra l'inoculo e il tragico evento, si è inevitabilmente sollevato un polverone giudiziario. Mentre in un primo momento la Procura di Siracusa si era mostrata particolarmente prudente, sostenendo l'assenza di «evidenze che il decesso sia legato alla somministrazione del vaccino», nel primo pomeriggio di ieri gli inquirenti hanno reso noto di aver iscritto nel registro degli indagati almeno dieci soggetti, riconducibili all'intera catena di distribuzione del vaccino Astrazeneca, dalla società che lo produce fino al personale che si è occupato dell'inoculazione. Gravissima l'accusa: omicidio colposo. In serata, i carabinieri del Nas hanno avviato in tutta Italia i sequestri dei lotti bloccati dall'Aifa. Poco prima era sta sospesa la somministrazione del vaccino anti Covid nel centro vaccinale gestito dall'esercito a Cosenza. Nei prossimi giorni, i 173 membri del personale scolastico che hanno ricevuto la dose saranno sottoposti a farmacovigilanza. Ma i decessi sospetti a seguito della vaccinazione con Astrazeneca non si limitano al caso del militare siciliano. Sempre ieri, la Procura di Catania ha aperto un'indagine con l'ipotesti di reato di omicidio colposo - per il momento a carico di ignoti - a seguito della morte di Davide Villa, 50 anni, agente della squadra mobile di Catania. Il poliziotto è deceduto una dozzina giorni fa, un paio di settimane dopo aver ricevuto il vaccino Astrazeneca, appartenente al famigerato lotto 2856. C'è poi un terzo episodio che riguarda il decesso di Giuseppe Maniscalco, vicecomandante della sezione di Polizia giudiziaria dei carabinieri di Trapani, anche lui destinatario di una dose della fornitura sotto inchiesta. Nella serata di ieri, tuttavia, l'autopsia disposta a seguito della denuncia dei familiari avrebbe escluso ogni collegamento tra il vaccino e la morte dell'uomo. Sequestrata, infine, la salma di Vincenzo Russo, collaboratore scolastico deceduto mercoledì nel napoletano due giorni dopo aver ricevuto il vaccino. Gli agenti del commissariato di Acerra hanno disposto l'esame autoptico, volto a stabilire l'eventuale legame tra l'inoculo e il decesso del bidello. «Al momento non è stato stabilito alcun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e tali eventi», tenta di rassicurare l'Aifa, ma gli interrogativi permangono. Tuttavia, le brutte notizie per la casa farmaceutica britannico-svedese non si limitano al nostro Paese. Proprio ieri, l'Autorità sanitaria danese ha annunciato di aver sospeso per 14 giorni la somministrazione delle dosi Astrazeneca a seguito della segnalazione di alcuni casi di coaguli di sangue. Anche in questo caso, il problema sarebbe riconducibile a uno specifico lotto (Abv5300), distribuito in 17 Paesi (ma non l'Italia). «Siamo nel mezzo della più imponente e importante campagna di vaccinazioni nella storia della Danimarca, abbiamo bisogno di tutti i vaccini possibili, e per questo motivo la decisione di sospenderne uno non è affatto semplice», ha dichiarato il direttore del Comitato nazionale per la salute Soren Brostrom, «ma è proprio perché vacciniamo tante persone che dobbiamo rispondere con tempestività quando emergono possibili gravi effetti collaterali». Domenica scorsa l'ufficio federale austriaco aveva sospeso la somministrazione di questa partita a seguito del decesso di una donna e al ricovero di un'altra per embolia polmonare, naturalmente dopo aver ricevuto il vaccino. Temendo l'insorgenza di gravi effetti collaterali, nei giorni precedenti anche Estonia, Lettonia e Lussemburgo avevano sospeso le somministrazioni, seguite ieri da Norvegia e Islanda. Critico nei confronti della casa farmaceutica il virologo Roberto Burioni, che ha dedicato diversi tweet alla vicenda. «Giungono notizie allarmanti riguardo al vaccino Astrazeneca (un solo lotto?) di cui non posso dirvi niente. Spero che Astrazeneca, che ha 76.000 dipendenti e 3 miliardi di utili annui possa degnarsi di destinare alcune delle sue risorse a spiegare quello che è acceduto». Burioni ha poi auspicato che «dopo i mille errori già commessi l'Unione europea non faccia anche quello di consentire a questa multinazionale di rimanere in silenzio come se nulla fosse».Durante il colloquio telefonico svoltosi ieri con il premier Mario Draghi, il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha negato l'esistenza di un legame tra il vaccino e gli episodi di trombosi, annunciando l'avvio da parte dell'Ema di «un'ulteriore review accelerata» sul farmaco Astrazeneca. Il premier, come si apprende da fonti di Palazzo Chigi, si pronuncerà sull'accaduto oggi, alle 15, durante la visita al centro vaccinale di Fiumicino. Nel comunicato diffuso ieri, l'Agenzia Ue ha reso noto che si sono verificati 30 casi di trombosi su 5 milioni di vaccinazioni effettuate con il farmaco nel vecchio continente. Spetta ad Astrazeneca e alle autorità europee fare chiarezza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scoppia-il-caso-astrazeneca-2651025335.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dubbi-nei-dosaggi-e-liti-sui-contratti-tutti-i-guai-del-siero-anglosvedese" data-post-id="2651025335" data-published-at="1615499064" data-use-pagination="False"> Dubbi nei dosaggi e liti sui contratti. Tutti i guai del siero anglosvedese Le morti dell'agente catanese Davide Villa e del militare siracusano Stefano Paternò, avvenute dopo la somministrazione di un vaccino anti Covid prodotto da Astrazeneca, saranno forse frutto di una drammatica coincidenza: a deciderlo saranno le indagini della magistratura siciliana. Resta il fatto che tutta la storia del vaccino dell'azienda biofarmaceutica anglosvedese è purtroppo costellata di polemiche, controversie e contrattempi. E non soltanto perché ieri le autorità sanitarie danesi, allarmate da due casi di trombosi, si sono affiancate all'Agenzia italiana del farmaco, che nelle stesse ore ha vietato l'utilizzo di un lotto del vaccino Astrazeneca, adottando così le stesse precauzioni decise pochi giorni prima da Austria, Lettonia, Estonia, Lituania e Lussemburgo. Ma anche perché gli inciampi e le avversità che hanno colpito la casa, nell'ultimo anno, sono stati davvero tanti. A partire dall'effettiva capacità produttiva di Astrazeneca. In un'intervista al Financial Times del 30 aprile 2020 l'amministratore delegato della società, Pascal Soriot, aveva detto: «Vogliamo essere pronti lanciare e fornire fino a 100 milioni di dosi entro la fine dell'anno». Nemmeno due mesi dopo, il 13 giugno 2020, il ministro della Salute Roberto Speranza aveva quadruplicato la misura: forse per regalare un brivido mediatico ai sonnacchiosi «Stati generali» che Giuseppe Conte aveva convocato a Roma per segnare la via d'uscita dal Covid, quel giorno Speranza aveva annunciato di aver firmato, assieme ai ministri di Germania, Francia e Olanda, «un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino per tutta la popolazione europea». Speranza aveva garantito che «la distribuzione della prima tranche di dosi sarebbe arrivata entro la fine dell'anno». Proprio La Verità, al contrario, aveva appurato che nessun contratto era stato siglato allora con Astrazeneca, perché la Commissione europea s'era già intestata la trattativa globale con tutte le case produttrici. Certo, nella primavera del 2020 il vaccino Astrazeneca sembrava da favorire perché più economico e più facile da conservare. Ma a noi italiani pareva preferibile anche perché buona parte della sua produzione sarebbe uscita dai laboratori della Advent del gruppo Irbm, di Pomezia (che incidentalmente nel 2017 aveva versato 30.000 euro alla Fondazione Open di Matteo Renzi). Quindi c'era un bel po' di Italia, in quelle fialette. Tanto che il ministro Speranza, nel suo libro mai pubblicato, Perché guariremo, la scorsa estate s'era sbilanciato a scrivere che la ricerca di Astrazeneca era quella che «al momento sta ottenendo i risultati migliori». Resta il fatto che da allora, purtroppo, i numeri delle dosi di Astrazeneca ordinate e prodotte sono sempre rimasti ballerini, confusi. E la stessa confusione ha avvolto il contratto siglato lo scorso agosto tra l'azienda e l'Unione europea. La confusione è divenuta addirittura caos lo scorso gennaio, quando - al culmine della controversia con Bruxelles sulla consegna dei vaccini, mentre gran parte del prodotto Astrazeneca veniva destinata al Regno Unito - la società ha comunicato che avrebbe consegnato appena 31 milioni di dosi entro il primo trimestre 2021, contro gli 80 milioni attesi dall'Unione. Soriot aveva dichiarato che il contratto non stabiliva «alcun nostro obbligo verso l'Ue», ma solo l'impegno a fare «del nostro meglio». In quel momento, in base agli accordi di prelazione stipulati dall'ex commissario all'emergenza Covid, Domenico Arcuri, con oltre 40 milioni di dosi il siero di Astrazeneca in Italia avrebbe dovuto fare la parte del leone. Oggi ci si domanda se arriveranno mai entro giugno. È vero che le consegne dei vaccini Astrazeneca in tutta Europa sono state rallentate dal fatto che l'Ema, l'Agenzia europea per i medicinali, ha dato il suo benestare solo alla fine dello scorso gennaio. Ma sulla prudenza dell'Ema ha giocato l'esempio americano: lo scorso settembre, negli Stati Uniti, alcuni casi di reazioni avverse hanno spinto la Food and drug administration a sospendere per mesi la sperimentazione del vaccino Astrazeneca su 30.000 volontari. E almeno fin qui la Fda non ha ancora dato la sua «patente» al vaccino. Lo scorso dicembre, infine, è emerso l'ultimo mezzo pasticcio: la rivista Lancet ha rivelato che il siero Astrazeneca ha un'efficacia del 90% con una dose e mezza, mentre con due dosi intere si ferma al 62%. Quel risultato, però, è stato scoperto grazie a un sorprendente errore di somministrazione, compiuto su oltre un decimo dei volontari che si erano sottoposti ai test: i ricercatori hanno verificato che a 2.700 di loro, su un totale di 23.000, era stato data una sbagliata quantità di vaccino. Il risultato, alla fine, è positivo. Resta il fatto che un errore di quel tipo, nel bel mezzo di una sperimentazione clinica, non è proprio tranquillizzante.
Giorgia Meloni (Ansa)
Si alternano sul palco membri del governo, rappresentanti di sinistra, magistrati e vittime della malagiustizia. Cercano di fare chiarezza sulle ragioni del Sì. Anche se chi è qui sa già cosa votare. Una signora attempata si avvicina a una delle organizzatrici: «Scusi, ho 87 anni e so già che metterò la X sul Sì ma», aggiunge scherzando, «se non mi fate entrare a vedere la Meloni mi toccherà votare No». «Lei non ha la faccia di una che è contraria alla riforma», ribatte l’organizzatrice. Una soluzione si trova e il voto si salva.
Sul palco si alternano i sostenitori del Sì: Galeazzo Bignami («La domanda non è “vuoi una magistratura sotto la politica?”. Ma è “vuoi liberare la giustizia dalla politica?”. Perché è quello che noi con questa riforma facciamo. E lo facciamo non per privilegiare una parte o un’altra»); Ignazio La Russa («Chi ha la mia età ed è anche più giovane ricorderà il nostro vecchio slogan: un solo interesse da difendere, l’Italia»); l’ex senatore del Pd, Stefano Esposito, che racconta i suoi problemi con la malagiustizia («Io ne ho persi sette di anni della mia vita. Ma non è un problema di Esposito, ma dei cittadini che non arrivano dove sono arrivato io, perché si fermano prima, perché non ce la fanno più, perché non hanno gli strumenti») e Domenico Pagliari, il cui padre è stato ammazzato da un camorrista per futili motivi. Fatica a parlare, si commuove quando ricorda quel 6 luglio di tanti anni fa, mentre abbracciava il padre insanguinato. Il killer non doveva essere fuori, ma era comunque a Pescara: «Un magistrato gli diede una licenza da passare in un centro Caritas, ma il direttore di questa struttura non era nemmeno stato avvisato». Continua Pagliari, rivolgendosi al magistrato che «liberò» il killer: «Avrai festeggiato tanti compleanni coi tuoi figli e i tuoi nipoti, mio padre no». Per Sabino Cassese, «questi cambiamenti non fanno fare un passo indietro, ma un passo avanti nell’indipendenza dei giudici e dei pm, perché ne specializzano la funzione e ne riconoscono a pieno il ruolo». Un concetto ribadito dal ministro Carlo Nordio: «Questa riforma libererà la magistratura, svincolandola dalle correnti». E poi: «Nei primi anni Ottanta la magistratura godeva della credibilità dell’80%, adesso quasi la metà».
Non appena la Meloni appare sul palco si sente «Giorgia, Giorgia». Saluti e ringraziamenti di rito. Poi il premier entra subito nel vivo. «Siamo concentratissimi sulla crisi internazionale, sulla diplomazia e sulle risposte che dobbiamo dare ai cittadini. Ma dobbiamo dare la giusta attenzione al cambiamento epocale che si presenta in Italia con la riforma della giustizia». Meloni ripercorre le ragioni del Sì, imperniando il proprio discorso su una parola: «Coraggio». Che va «oltre gli allarmismi e le mistificazioni. E soprattutto ci vuole coraggio per cambiare le cose anche perché ogni volta che si vuole cambiare qualcosa in questo Paese si urla subito alla svolta illiberale». Al coraggio, prosegue Meloni, si oppone la paura: «Non abbiate paura di preferire il popolo alle caste. E non abbiate paura di ciò che può permettere all’Italia di tornare a correre». La riforma della giustizia era nel programma e, sottolinea Meloni, «noi siamo responsabili. Quest’ultima parola deriva dal latino e significa rispondere agli altri, a chi ti ha affidato il mandato. Quello che vogliamo dimostrare è che c’è qualcuno che è in grado di rispettare la parola data ai cittadini, anche quando è rischioso». E questo anche se in passato i vertici dell’Anm hanno fatto il possibile per far naufragare altre riforme della giustizia. «Vogliamo sistemare quello che non funziona anche per i magistrati, ma soprattutto per i cittadini. Se la giustizia non funziona, lo pagano i cittadini».
Il premier propone poi un elenco di storie per raccontare la «degenerazione del sistema». Un magistrato viene premiato nonostante abbia fatto passare due anni in più a un innocente in carcere. Un uomo viene accusato di aver ucciso una persona, passa oltre vent’anni in carcere. Poi si scopre che la presunta vittima è viva. Crolla la condanna e lo Stato paga centinaia di migliaia di euro l’indennizzo. Ma i magistrati che avevano sostenuto l’accusa continuano a far carriera. «Dobbiamo restituire ai cittadini piena fiducia nella giustizia. Non è una riforma contro i magistrati ma per tutti loro e per i cittadini».
E poi: «Vorrei ricordare i nomi di alcuni vicepresidenti del Csm... Tutte persone degnissime ma pensate che fossero estranee alla politica? Io penso che debba passare qualche anno per chi è stato in politica per entrare» a far parte dei laici del Csm. Meloni tocca poi il cuore della riforma: «Nel sistema attuale l’appartenenza alla corrente vale più del merito. L’unica differenza in quello che introduciamo noi, è che vale solo il merito. E questo toglie alle correnti l’enorme potere che hanno non verso di noi, ma sui magistrati stessi. Ecco perché io considero che questa sia una riforma fatta per il bene di tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati perché non si piegavano alla logica delle correnti».
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Nelle stesse ore, il segretario all’Interno americano, Doug Burgum, affermava che le compagnie petrolifere statunitensi avrebbero presto aumentato la produzione. Inoltre, ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, l’amministrazione Trump stava considerando di sospendere temporaneamente il Jones act: una mossa che renderebbe meno costoso trasportare greggio e gas tra porti statunitensi.
Insomma, è chiaro come per la Casa Bianca la priorità, in questo momento, sia quella di fronteggiare l’incremento dei prezzi del greggio, scattato a seguito dell’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non dimentichiamo che, negli Stati Uniti, il costo della benzina ha superato i 3,50 dollari al gallone, raggiungendo il livello più alto da maggio del 2024. Si tratta di una situazione non poco scivolosa, che potrebbe avere degli impatti assai negativi sul Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Del resto, un recente sondaggio effettuato da Morning consult ha rilevato che per il 48% degli americani la colpa del rincaro della benzina sarebbe da attribuirsi proprio all’amministrazione statunitense.
È anche per questo che, ieri, Trump ha ostentato ottimismo sulla questione. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi, quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada!», ha dichiarato su Truth, riprendendo l’espressione - «impero malvagio» - con cui Ronald Reagan definì notoriamente l’Urss nel 1983.
D’altronde, la necessità di abbassare il costo del greggio sta ponendo Trump davanti a un dilemma. Da una parte, vari suoi consiglieri lo stanno esortando a concludere in fretta il conflitto in Iran proprio per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra parte, il presidente non può escludere interventi armati nello Stretto di Hormuz, dove i pasdaran stanno di fatto bloccando la navigazione per mettere la Casa Bianca in difficoltà in vista delle Midterm. Non potendo fronteggiare la potenza militare israeliana e statunitense (ieri Centcom annunciava di aver distrutto circa 6.000 obiettivi dall’inizio della guerra), le Guardie della rivoluzione puntano a colpire il presidente americano dove può fargli più male. Non a caso, mercoledì, Trump ha detto che Washington aveva distrutto quasi tutte le navi posamine iraniane, esortando pertanto le petroliere a usare lo Stretto (in cui passa, ricordiamolo, circa il 20% del greggio a livello mondiale).
È anche in quest’ottica che il presidente americano sta valutando da giorni di fornire scorte armate alle imbarcazioni che navigano nell’area. Un’ipotesi che, ieri, il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, non ha escluso, pur non considerandola imminente. «Succederà relativamente presto, ma non può accadere ora», ha detto, riferendosi all’eventualità di organizzare delle scorte armate. «Semplicemente non siamo pronti. Tutte le nostre risorse militari in questo momento sono concentrate sulla distruzione delle capacità offensive dell’Iran e dell’industria manifatturiera che fornisce tali capacità offensive», ha aggiunto, per poi lasciare intendere che le attività di scorta potrebbero iniziare entro fine mese.
Insomma, l’amministrazione Trump sta cercando di fronteggiare le sue vulnerabilità sul piano energetico. E, più in generale, ostenta la sua forza contro Teheran. È anche in questo quadro che, ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito la notizia riportata da Abc News, secondo cui si registrerebbe il rischio di attacchi di droni iraniani in territorio californiano. «Non esiste alcuna minaccia da parte dell’Iran nei confronti del nostro territorio e non è mai esistita», ha detto, accusando la testata giornalistica di diffondere «false informazioni volte ad allarmare intenzionalmente il popolo americano».
In tutto questo, nella serata italiana di ieri, si è verificato un attacco alla sinagoga Temple Israel nei pressi di Detroit. In particolare, secondo la Cnn, l’aggressore, armato di fucile, avrebbe fatto schiantare la sua auto contro l’edificio e avrebbe successivamente avuto uno scontro a fuoco con il personale di sicurezza. La stessa testata ha anche riferito che il sospettato sarebbe morto, mentre l’Fbi è accorso sulla scena dell’attentato. Nel retro del veicolo sarebbe stata rinvenuta una grande quantità di esplosivo. La governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, ha definito «straziante» quanto accaduto. «L’antisemitismo e la violenza non hanno posto nel Michigan. Spero nella sicurezza di tutti», ha anche detto, mentre la Casa Bianca confermava che Trump era stato informato dell’attacco.
Continua a leggereRiduci
Una foto pubblicata dalla Royal Thai Navy mostra la nave cargo battente bandiera thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo essere stata colpita da missili iraniani nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi
Israele ha risposto con forza alla quarantaduesima ondata dell’operazione Vera promessa dell’Iran che ha battezzato questo attacco Labbaik Ya Khamenei («al tuo servizio Khamenei»), in memoria della Guida suprema. Le forze di difesa israeliane hanno preso di mira la rete di lancio di droni di Teheran, dopo aver ridotto le capacità del loro sistema missilistico, e distrutto oltre 250 velivoli. L’attacco di Tel Aviv ha eliminato molti comandanti e operatori della rete di droni responsabili di numerosi lanci. L’Idf ha colpito l’impianto nucleare di Taleghan, a Sud di Teheran, con una serie di raid aerei. Qui il regime iraniano stava lavorando su capacità critiche nello sviluppo di armi nucleari e questo complesso era stato un obiettivo israeliano anche nell’ottobre del 2024, durante una rappresaglia per un attacco missilistico.
Stati Uniti e Israele hanno portato a termine un’operazione ad Al Qaim, alla frontiera fra Siria e Iraq, nella quale sono stati uccisi una ventina di miliziani delle forze di mobilitazione popolare, un gruppo sciita alleato di Teheran. Intanto l’Iran ha annunciato di aver condotto la prima operazione «congiunta ed integrata» con Hezbollah contro Israele andando a colpire diverse città ed istallazioni militari nei pressi di Tel Aviv e Haifa con il più massiccio attacco dall’inizio del conflitto. Da Iran e Libano sono stati lanciati 200 razzi e 20 droni, combinandosi con missili balistici. L’aviazione di Tel Aviv ha risposto martellando la periferia di Beirut, soprattutto la roccaforte sciita di Dahiyeh, la valle della Bekaa e tutte le posizioni del Partito di Dio nel governatorato di Tiro, al confine con Israele.
Tel Aviv ha lanciato un ultimatum al governo del primo ministro Nawaf Salam: se non impedirà ad Hezbollah di attaccare, Israele «prenderà il territorio e lo farà da sé». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato di aver avvertito il presidente libanese Joseph Aoun che se non saranno in grado di controllare il proprio territorio e di impedire a Hezbollah di minacciare le comunità del Nord, l’Idf agirà. Il responsabile della Difesa ha anche aggiunto di aver dato istruzioni alle forze armate di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano con l’obiettivo di ripristinare la calma e la sicurezza nelle comunità del Nord.
L’esercito nazionale libanese è stato volutamente mantenuto debole perché le milizie dei partiti politici hanno sempre dominato la scena nel paese mediorientale. Il nuovo presidente Aoun ha cercato di dare ai governativi il monopolio della forza, ma le difficoltà nel processo di disarmo di Hezbollah hanno confermato la loro debolezza. Il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha definito la guerra contro Hezbollah come un altro settore principale, non un’arena secondaria.
Sul campo, le operazioni israeliane proseguono e nemmeno Ramlet El Baida, lungomare ricco di hotel e ristoranti di Beirut, è stato risparmiato dai droni con la Stella di David. Nell’attacco a questa zona, trasformata da settimane in rifugio per un migliaio di sfollati, sono morte 11 persone e altre 30 sono rimaste ferite. L’obiettivo era un’automobile di un dirigente di Hezbollah e la sua esplosione ha causato l’uccisione di tutti quelli che dormivano intorno. Il governo libanese ha allestito dei punti di ricovero improvvisato nella passeggiata più famosa di Beirut, ma la zona è stata sgomberata dall’esercito libanese per un allarme dovuto alla presenza di un missile di Israele inesploso. Anche l’Università di Beirut è stata colpita e due docenti hanno perso la vita.
Il ministro dell’Informazione, Paul Morcos, ha dichiarato che il numero delle vittime in Libano ha raggiunto quota 687, tra le quali 98 bambini. Morcos ha anche specificato che, dall’inizio del nuovo conflitto, sono stati uccisi anche 15 tra medici e soccorritori.
Continua a leggereRiduci