2019-10-25
Andy Burnham (Ansa)
Si fa chiamare il «Re del Nord» e sogna di essere il primo capo di governo britannico fedele a Santa romana Chiesa. Anche se in realtà considera la fede meno cruciale del calcio. E per la destra è «Andy porte aperte».
In pochi anni hanno trasformato il Paese più liberale d’Europa in una nazione stremata da salari bassi, bollette alle stelle, una pressione fiscale ai massimi dal Dopoguerra, ondate migratorie incontrollate e il dramma delle famigerate grooming gang. Oggi, all’indomani delle attese dimissioni del primo ministro, Keir Starmer, i laburisti britannici intendono completare l’opera portando al governo Andy Burnham.
E in effetti l’ormai ex sindaco della Grande Manchester ed ex deputato (fresco di rientro a Westminster dopo la vittoria alle suppletive di Makerfield) ha tutte le carte in regola per portare a termine il «capolavoro» di Starmer.
Soprannominato il «Re del Nord», Burnham si presenta con un profilo da perfetto camaleonte, al punto che il suo opportunismo ha alimentato barzellette sulle sue facili conversioni: ieri fedelissimo di Tony Blair, poi ministro con Gordon Brown, quindi vicino a Jeremy Corbyn e oggi leader di una mozione di «rinnovamento» interno al partito. Non si sa esattamente cosa può fare di diverso rispetto al premier uscente: c’è il rischio che faccia anche peggio, ma i parlamentari laburisti sembrano aver concluso che, per ora, è la loro migliore carta. Il suo programma, in compenso, resta volutamente vago («Ho cercato d’individuare la sua filosofia economica ma non ci sono riuscito», ha dichiarato John Springford, economista del think tank Center for european reform) e si accompagna a un’attitudine politica che ricorda un Romano Prodi in salsa barbecue. Un accostamento tutt’altro che azzardato, se si considera che è stato lo stesso Burnham a indicare i pilastri identitari della sua formazione: «L’Everton, il Partito laburista e la Chiesa cattolica, rigorosamente in quest’ordine». Cresciuto da una madre irlandese di forte fede cattolica, se la sua scalata a Downing Street andasse in porto, diventerebbe il primo premier cattolico della storia britannica moderna; un cattolicesimo all’acqua di rose, tuttavia, vista la posizione di retroguardia a cui ha formalmente confinato Santa Romana Chiesa, terza e ultima nella sua personalissima scala dei valori. L'accostamento a Prodi si ritrova anche nell’approccio improntato al dialogo e alla coesione sociale. Burnham ha infatti spiegato di voler evitare che la Gran Bretagna imbocchi un percorso di polarizzazione politica (come se già non ci fosse, e non tra laburisti e conservatori), finendo un po’ come gli Stati Uniti, «dove le persone non si rivolgono la parola per strada se votano in modo diverso: non permetteremo che accada qui», ha dichiarato lo stesso Burnham , che ha però appena innescato l’ennesima, durissima rissa politica con Starmer.
Sul piano dell’immagine, il probabile futuro premier sta giocando invece su una cifra stilistica che rievoca la prima parabola comunicativa di Matteo Renzi. A 56 anni compiuti, il politico britannico ha adottato i codici del linguaggio giovanilista e vagamente hipster, proponendosi con blazer strutturati portati su t-shirt basiche: un’operazione di rebranding estetico che ricalca, per attitudine e rottura degli schemi formali, la celebre stagione del «chiodo» in pelle sfoggiato a suo tempo dall’ex premier italiano. Politicamente e ideologicamente, inoltre, il suo alter ego oltreoceano è Zohran Mamdani, sindaco di New York: proprio come lui, Burnham si è accreditato come il volto gioviale e iper-progressista di quella grande area metropolitana di sinistra che è Manchester.
È proprio in questa veste di «paladino progressista», tuttavia, che Burnham ha mostrato il suo fianco scoperto. Appena eletto nel 2017, ha cercato di disinnescare politicamente la bomba delle grooming gang - le reti criminali dedite all’adescamento, all’abuso sessuale sistematico e allo sfruttamento di minori - commissionando una serie di inchieste indipendenti sui fallimenti storici delle istituzioni a Rochdale e Oldham. Quei dossier si sono rivelati un boomerang: hanno confermato che la polizia e i servizi sociali locali avevano letteralmente abbandonato centinaia di ragazze vulnerabili a causa di «cecità istituzionale» e pesanti pregiudizi. Da allora, Burnham è rimasto al centro di una tempesta perfetta: attivisti e figure chiave come l’ex detective-whistleblower Maggie Oliver lo accusano frontalmente di «non essere stato all’altezza» e di aver agito tardi, muovendosi con calcolo politico per minimizzare la reale portata del fenomeno e proteggere la reputazione delle storiche amministrazioni laburiste locali.
Il nodo principale, tuttavia, risiede nell’ambiguità programmatica. Persino l’ex consigliere politico Luke Sullivan ha descritto l’approccio di Burnham come «molto leggero sui dettagli, più sui principi», ammettendo che il suo team sta «costruendo l’aereo mentre è già in volo». Restano profonde incognite, ad esempio, sulla sua linea nei confronti dell’Ue: dopo aver inizialmente accarezzato l’idea di un rientro del Regno Unito, il leader laburista ha recentemente innestato la retromarcia, escludendo un ritorno a breve termine nell’Ue. Anche sul fronte migratorio, la sua posizione dovrà fare i conti con il nomignolo che gli ha affibbiato il partito Reform Uk di Nigel Farage: «Andy porte aperte». Sarà proprio contro la corazzata di Farage - ormai primo partito nei sondaggi, proprio come l’Afd in Germania - che il futuro premier inglese dovrà giocare la sua partita decisiva per la leadership.
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Keir Starmer (Getty Images)
Molla il premier che ha trasformato il Regno Unito in un incubo distopico: i bimbi cambiano sesso ma non possono usare i social.
Alla fine di marzo di quest’anno nel Regno Unito c’erano circa 4.000 minori in attesa di essere ricevuti in una delle strutture del servizio sanitario nazionale, che si occupano di problematiche relative al genere. Di questi, oltre 250 frequentano le scuole primarie.
E almeno una decina ha poco meno di 6 anni (gli altri vanno dai 7 agli 11). Stephanie Davies-Arai, direttrice del gruppo Transgender trend composto da genitori, accademici e professionisti critici verso il cosiddetto approccio affermativo, ha spiegato al Daily Telegraph che «i dati relativi alle liste d’attesa mostrano chiaramente che si tratta prevalentemente di una tendenza adolescenziale. Sappiamo che questo gruppo sarà composto in maggioranza da donne, persone omosessuali, autistiche o adolescenti con problemi di salute mentale preesistenti o affidate ai servizi sociali. Il numero di bambini più piccoli è maggiore rispetto al passato, il che non sorprende visto che ora i genitori sono incoraggiati a credere che il proprio figlio sia trans se non si conforma a rigidi stereotipi di genere». Davies-Arai consiglia ai genitori di aspettare, avere pazienza e attendere che superino la fase. Ma la cosa è più facile a dirsi che a farsi. In teoria, dal 2024, nel Regno Unito è vietato somministrare ai minori i farmaci bloccanti della pubertà. Lo stop è arrivato grazie al governo conservatore allora in carica e i laburisti lo hanno prolungato per andare incontro alle richieste della popolazione. Ma nel frattempo le autorità sanitarie hanno escogitato un altro modo per continuare sulla via del cambio di sesso dei minori. Si tratta di un progetto chiamato Pathways, uno studio approvato dall’Agenzia di regolamentazione dei medicinali e dei prodotti sanitari (Mhra) e dall’Autorità per la ricerca sanitaria (Hra). Prevede che i bloccanti siano somministrati a minorenni, poi sottoposti a monitoraggio, per verificarne gli effetti. Stando alla Bbc, pare che «i nuovi limiti di età siano 11 anni per le partecipanti di sesso femminile registrate alla nascita e 12 anni per i partecipanti di sesso maschile registrati alla nascita». Insomma, si potranno avviare al cambio di sesso delle bambine di 11 anni. La cosa è di per sé mostruosa, ma lo diventa ancora di più se si considera che una settimana fa il governo laburista ha dato il via libera al divieto totale di utilizzo dei social network ai minori di 16 anni. In pratica un ragazzino potrà cambiare sesso, ma non usare Instagram.
Questa è l’Inghilterra di Keir Starmer. O almeno lo era fino a ieri, giorno in cui il primo ministro laburista ha rassegnato le dimissioni. Non che ci siano da attendersi grandi cambiamenti, ma sarà difficile fare peggio del Grande Timoniere progressista. Nel giro di pochi anni è riuscito a trasformare la sua nazione in una sorta di terrificante distopia liberal, qualcosa che non ci si sarebbe mai aspettati di vedere in Occidente. La storia del cambio di sesso parla da sé. Il divieto di social network si può leggere come una sorta di regalo d’addio del simpatico Keir. L’obiettivo del provvedimento, ovviamente, non aveva nulla a che fare con la protezione dei bambini, ai quali è del resto concesso sottoporsi ai peggiori trattamenti sanitari. Il punto vero è giungere al monitoraggio degli adulti. La stretta digitale infatti prevede l’introduzione di controlli sull'identità online per i maggiorenni, ergo controllo sociale. Non stupisce: lo Stato di polizia digitale è sempre stato il chiodo fisso laburista. Nel Regno Unito non è mai esistita una carta d’identità obbligatoria, ma Starmer e soci hanno avviato l’iter per l’introduzione della Britcard, documento digitale che dovrebbe divenire pienamente operativo nel 2028 e che servirà per controllare l’accesso ai servizi. Per noi potrebbe sembrare scontato, ma per gli inglesi è un cambio epocale.
Giusto per restare sul monitoraggio digitale, vale la pena ricordare alcuni dati forniti dalla Free speech union britannica. Nel Regno Unito la media di arresti viaggia sui 30 al giorno per i reati legati alla comunicazione online. Ogni anno vengono fermate dalla polizia circa 12.000 persone per via di ciò che hanno scritto sui social network, e circa 1.000 ogni anno vengono condannate. Tra queste ci sono coloro che negli anni passati hanno pubblicato post giudicati razzisti in occasione delle numerose manifestazioni contro l’immigrazione. È il caso di citarne una su tutte: Lucy Connolly, madre di famiglia con un marito gravemente malato, arrestata e condannata a 31 mesi di carcere per un commento su X (rimosso dopo poche ore) giudicato razzista. Commento che per altro reagiva alla strage di bambine commessa a Southport da un uomo, allora minorenne, di origini ruandesi.
Già: con i cittadini britannici bianchi Starmer è inflessibile. Gli esponenti del suo partito in varie città arrivano a proibire l’esibizione della bandiera con la croce di San Giorgio perché sarebbe un simbolo identitario e dunque intrinsecamente fascista. Però, quando si tratta di fare chiarezza su reati veri e non sugli psicoreati, il Labour è più tenero. Starmer ha rifiutato più volte di creare una commissione d’inchiesta sulle gang di stupratori pakistani che hanno abusato negli anni di decine di migliaia di ragazzine bianche e per lo più povere. Costretto infine dalle pressioni della stampa a dare il via alla commissione, il governo progressista ha fatto di tutto per sabotarla.
Chiaro no? Nella distopia buonista i crimini degli stranieri passano in secondo piano. La polizia, sottoposta a costanti corsi di rieducazione affinché impari il rispetto delle minoranze, ha ottenuto risultati eccezionali. Per esempio ha arrestato il moribondo e sanguinante Henry Nowak, preferendo credere al sikh che lo aveva pugnalato. Si sospetta che le autorità sanitarie abbiano atteggiamenti simili: hanno lasciato libero di circolare almeno un assassino, dopo aver ricevuto pressioni per ridurre la presenza di neri nelle strutture psichiatriche.
In compenso, il primo settembre 2025 all’aeroporto di Heathrow, a Londra, si sono mossi cinque poliziotti per arrestare il comico irlandese Graham Linehan con l’accusa di istigazione alla violenza in virtù di alcuni post pubblicati su X, in cui criticava gli attivisti transgender. Linehan, mesi dopo, è stato prosciolto. E la polizia si è scusata anche per la morte di Nowak. Ma quale sia il clima culturale Oltremanica è fin troppo chiaro.
Anzi, a dirla tutta, era già chiaro quando - mesi fa - è emersa la vicenda dei cosiddetti episodi di odio non criminali: migliaia di persone, minorenni compresi, sono state schedate dalle forze dell’ordine dopo essere state segnalate per post politicamente scorretti sui social o per banali liti in cui avevano pronunciato frasi offensive. Sono stati schedati persino dei ragazzini che avevano chiamato «ciccione» un compagno di scuola.
Di Starmer ricorderemo queste imprese: la continua e feroce violazione delle libertà, il tentativo di vietare il fumo fuori dai pub e quello di imporre nello statuto dei lavoratori norme che consentissero a baristi e camerieri di cacciare da bar e ristoranti clienti colpevoli di avere espresso qualche opinione offensiva delle minoranze. E mentre in patria Starmer imponeva questo allucinante sistema poliziesco, si faceva bello all’estero come capo dei volenterosi intenzionati a spingere per la prosecuzione delle ostilità in Ucraina. Si vantava di difendere la democrazia a Kiev e intanto distruggeva la democrazia in casa sua. Decisamente non mancherà a nessuno.
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Gianluca Nana
Il macellaio: «Quella stagionata è una moda, ma è davvero più gustosa. Per fare miracoli bastano un forno e una padella (non troppo calda)».
Gianluca Nana è un professionista della carne che spopola sui social ma che ha alle spalle grande esperienza, tanto lavoro, tanti viaggi e tantissima passione. Ha aperto Nana Meat & Wine a La Spezia e per l’editore Gribaudo ha pubblicato Non è solo un pezzo di carne. Sceglierla, cucinarla e mangiarla in modo consapevole, un manuale fondamentale per gli appassionati.
Va molto di moda, anche sui social network, la stagionatura della carne. Può spiegare di che cosa si tratta?
«Ha detto bene, è una moda perché tutti adesso cercano carne diciamo frollata, più conosciuta come dry age, un termine che letteralmente significa invecchiatura a secco. Come nel caso del formaggio o del salame piuttosto cìè una maturazione della carne, che si trasforma. Si concentrano proteine e zuccheri, aminoacidi e quindi diventa più saporita. È un procedimento che c’è sempre stato, perché si è sempre fatta la frollatura in macelleria, però ora ci spingiamo fino a un massimo di tre mesi, periodo di tempo che rappresenta l’eccellenza per queste carni».
Viene però spontaneo domandarsi: ma non ci sono dei rischi? Una carne che invecchia tre mesi si può ancora mangiare senza problemi?
«Certo. Non parliamo di conservazione in celle normali, ci sono macchinari studiati appositamente per il controllo di aria, che è fondamentale, temperatura, umidità. Questo ci consente di tenere sotto controllo la situazione, non fare in modo che si formino delle cariche batteriche che possano essere dannose per il consumatore. Soprattutto andiamo a disidratare il pezzo di carne. Togliendo acqua togliamo anche la possibilità che proliferino i batteri».
Ma questa carne è anche più buona?
«Più buona secondo me sì. È più buona ma va saputa fare, perché mettere un pezzo di carne in un frigorifero non vuol dire frollare. Frollare vuol dire scegliere un pezzo adatto per fare questo percorso, pulirlo in maniera adeguata, per bene. L’età dell’animale poi è importantissima, insomma sono tutti dettagli fondamentali perché il risultato sia ottimale».
E quanto può arrivare a costare una bistecca di carne stagionata a tre mesi?
«Al tavolo, dunque cotta e pronta per essere mangiata, diciamo che mediamente si parte dagli 80 euro in su. Noi ad esempio abbiamo del wagyu di Canegra in osso che ha un prezzo molto alto, siamo a 250 euro al chilo e quindi anche la vendita è molto lenta».
Il wagyu, il manzo giapponese, è un altro mito gastronomico dei nostri giorni. Che cosa lo distingue dalle altre carni bovine?
«Per me è completamente un’altra cosa. Io sono stato in Giappone due anni di fila per capire la loro cultura e lì c’è un lavoro di selezione maniacale sulla genetica, sugli incroci, sull’alimentazione... Insomma c’è tanta storia dietro a quel pezzo di carne, che poi non sembra carne perché si scioglie in bocca, è tenerissima».
Anche costosa?
«Costosa dipende, perché per tanti è stomachevole proprio per la quantità di grasso. Pensate che in Giappone la scelgono in base a quanto si scioglie in cella. Cioè quando la tagliano al freddo, se il taglio è regolare, vuol dire che il grasso è di grande qualità perché si scioglie in cella al freddo, non diventa soda».
Il fatto che una carne abbia molto grasso la rende più saporita?
«Sì, però diciamo che il fattore vincente è la proporzione tra grasso e carne e età dell’animale. Questi elementi danno il sapore. Come diceva mia nonna, gallina vecchia fa buon brodo.... Se l’animale è più adulto, costa di più farlo ma ha più sapore ed è anche più tenace. È per questo che è importante il grasso. La percentuale di grasso toglie la parte di acqua, quindi è carne più sicura dal punto di vista dei batteri ed è più saporita e più tenera».
Se uno entra in un ristorante come il suo trova persone specializzate che sanno scegliere e consigliare. Ma uno che va al supermercato come deve scegliere la carne? Cioè come si fa a sapere quale sia la carne di manzo più buona?
«Io quasi 30 anni fa ho iniziato proprio nella grande distribuzione e lì bisogna comunque cercare di avere un rapporto col macellaio, quindi non prendere proprio tutto dalle confezioni che sono esposte, ma chiedere e informarsi sull’età dell’animale, sulle caratteristiche che non sono specificate in etichetta. Secondo me bisogna cercare di avere un rapporto con chi lavora la carne, questo è il segreto più importante. Poi cercate di non mangiare scottone perché sono troppo giovani e il sapore non ci sarà mai. Ci sarà tanta tenerezza ma poi bisogna usare sale e olio perché il sapore cala. E dovete cercare, se possibile, un animale che sia superiore ai 24 mesi di età, lì c’è sapore, c’è struttura e c’è anche un po' di marezzatura, perché quella la mette nel tempo».
Spieghi che cos'è questa famosa marezzatura.
«Sono quelle righette di grasso che trovate all’interno del taglio anatomico. Quelle le mette l’animale nel tempo».
Ma non è sgradevole mangiare una carne molto grassa?
«No, no. Certo, dipende anche dalla qualità del grasso, però mediamente quel grasso - se cotto in maniera adeguata - crea la reazione di Maillard che piace un po’ a tutti, che è quello che cerchiamo quando andiamo a mangiare la carne. La carne semmai è sgradevole quando viene bollita, no? Come magari in casa faceva mia mamma: per non fare fumo, bolliva la bistecca. Non faceva fumo ma la carne non era buona».
Come si fa a cuocere per bene una bistecca a casa senza farla diventare dura, senza avere il grasso che diventa di marmo?
«Con una padella e un forno si possono fare miracoli, non servono 4 metri di griglia a carbone come ho io. Se è una carne bassa di spessore consiglio di andare solo in padella. Io ho la mia idea, vado un po’ contro tante cose che si sentono dire. Quando la padella è troppo calda, la carne diventa amara, quindi facciamo attenzione perché va bene la padella calda, ma non troppo. Se è caldissima, non appena appoggi la carne diventa amara».
Quindi niente padella troppo calda.
«La carne non deve essere amara, si deve sentire il gusto. Se è amara vuol dire che abbiamo superato la temperatura di cottura. La carne, se è bassa, non serve neanche tirarla fuori dal frigo molto prima, perché sennò ti si cuoce troppo dentro. La tirate fuori dal frigo, la passate nella padella e la girate di continuo finché non diventa croccante all’esterno. Dopodiché la levate dalla padella e la fate riposare coperta. L’andrete ad assaggiare, non sarà troppo cotta all’interno ma sarà gradevole e calda perché mettendola a riposare avviene uno scambio termico: il freddo che si è accumulato all’interno esce, quindi mangerete una carne tenera, succosa e calda».
Quindi non c’è bisogno di usare olio o grassi per cuocerla.
«Esattamente, perché se la carne ha il suo non serve. Soprattutto se non è una carne giovane e fresca che fa il classico effetto per cui si ritira in padella e lascia liquido. Attenzione, se esce liquido non è detto che sia per forza carne dopata».
No?
«Guardate, io ho girato in Argentina, in Giappone e ragazzi... i controlli che ci sono in Italia sono altissimi. Magari fa acqua perché quando l’animale è giovane la sua fibra muscolare è composta da tanta acqua. Se già è più marezzata e sopra 24 mesi, il grasso e le strutture vanno a sostituire l’acqua».
A livello di bovini quali sono le carni italiane migliori secondo lei?
«Non è facile... Togliamo fassona e chianina».
Perché?
«Perché il nome purtroppo è così famoso che io alla fine trovo poco prodotto di qualità. Forse dico una cosa un po’ pesante... Però c’è troppa richiesta e quindi non c’è carne bella per tutti. Questo è il primo motivo per cui mi sposto su altre razze meno ricercate come Grigio alpina, Bruna alpina, dolica, maremmana, marchigiana... Ci sono un sacco di razze in Italia, tutte razze da lavoro, tutti animali che vanno portati almeno sopra i tre anni, però danno soddisfazioni».
Che rapporto ha con la morte? Cioè con il fatto che si debba comunque ammazzare un animale per mangiare una bistecca?
«Intanto per rispetto dell’animale cerco di usarlo tutto, quindi compro l’intero, odio gli sprechi. E mi sentirei a disagio nel non rispettare il sacrificio dell’animale buttando via merce o non valorizzandola. Cioè spesso si mangiano bistecca e filetto e con tutto il resto nessuno si chiede cosa venga fatto, viene svalorizzato, entra in industria per essere finito e questo non fa che alzare i prezzi e creare sprechi. La mia idea è di valorizzare tutto quello che c’è, ringraziare per il sacrificio».
Ha citato il filetto. Ma a parte quello e la classica tagliata che si ordina al ristorante, ci sono altri tagli buoni e magari meno costosi?
«Questo è ciò che ho provato a fare con il libro. I miei viaggi mi hanno insegnato che ogni paese ha le sue tradizioni, le sue tecniche. Tutti i pezzi dell’animale sono buoni come un filetto, basta fare la cottura e la lavorazione adeguate per ogni singolo taglio. Quindi da un cappello del prete che tutti fanno brasato ci si può fare anche la griglia, basta togliere le parti nervose. Tecnicamente il concetto è molto semplice: quello che va in griglia non deve avere nervi perché induriscono. In base allo spessore del taglio e alla nervatura bisogna fare una cottura adeguata e tutti i tagli diventano buoni, tutti. Chiaramente se devo fare un brasato non andrò a prendere un taglio magro. Io in estate faccio lo stinco, monoporzione, come se fosse un filetto. Prima lo cuocio alla brace e poi lo metto sottovuoto, faccio 21 ore a 78 gradi ed ecco che ho valorizzato un taglio che altrimenti avrebbe fatto una brutta fine».
Quindi dove c’è una parte dura non bisogna fare in modo che si indurisca ulteriormente.
«Va sciolta. È quello il gioco. Al contrario se prendo una carne magra per il brasato, anche se la cuocio venti ore combino un casino perché non avendo collagene da sciogliere verrà secca e asciutta lo stesso».
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Antonella Elia (Ansa)
La showgirl: «Nella vita non riesco a fingere, però mi piacerebbe entrare in un altro personaggio, magari drammatico. A Mike e Corrado non riesco a trovare difetti. Vianello scherzava su tutto, anche su sé stesso».
Quando si ricorda bambina in una Torino imbiancata dalla neve a Natale ha quel modo incantato di raccontare come fosse una fiaba. È anche questo il modo di essere di Antonella Elia, forse quello che di lei aveva colpito anche Mike. Con la sua spontaneità una volta lo fece sobbalzare ma le voleva così bene che subito dopo la abbracciò.
Ti sei classificata seconda al Grande Fratello Vip 2026, tra i cui concorrenti c’erano Alessandra Mussolini, risultata vincitrice, e Adriana Volpe. Come valuti l’esperienza?
«Molto divertente. È stato faticoso, doloroso, ma molto divertente, un’esperienza off-limits che mi ha segnata, mi ha toccata, forse anche un po’ cambiata…».
Il rapporto più difficile con gli altri in gara?
«Il rapporto più difficile è stato con la Mussolini».
L’isola dei famosi. Concorrente nel 2004 e nel 2012. Nel 2012 hai vinto. Il pubblico sceglie con il televoto. Qual è l’elemento di un personaggio che colpisce più?
«Per quel che mi riguarda la verità e l’umanità. Parlo di me, non degli altri. Viene fuori la mia umanità ma anche la mia stravaganza, la mia libertà, il mio essere insomma».
Nel 2012 cosa è più piaciuto di te, in particolare?
«Guarda, non ne ho la più pallida idea, mi vedo attraverso gli occhi del pubblico, mi nutro di questo e poi penso di essere migliore di quella che sono. Diciamo che di me non c’è mai nulla che mi piaccia, mi vedo in un certo modo attraverso le persone e quello che loro dicono è il mio essere vera, libera, selvaggia, irruente, impulsiva, irresponsabile, queste sono le cose. Irresponsabile veramente non me l’hanno mai detto».
Hai partecipato a tanti reality. A prescindere da come ti senti, da un punto di vista emotivo, quando torni a casa serve una risocializzazione?
«Risocializzazione no perché ti fa piacere essere di nuovo in mezzo alle persone, incontrare delle persone che magari non vedevi da mesi. È molto facile reintegrarsi anche perché senti l’affetto di tutte le persone che hanno tifato per te, che ti hanno sostenuto. Però, psicologicamente, per quel che mi riguarda è sempre un trauma. Lunga o breve che sia la mia esperienza, ne esco sempre un poco frastornata, abbattuta… è sempre una cosa emotiva molto molto forte, per cui dopo è come dovessi leccarmi le ferite, non so, perché a livello emotivo e psicologico comunque si hanno perlomeno delle ferite. I rapporti umani, con gli altri, almeno per me, sono sempre rapporti di tensione, con litigi, amore e odio, tanto, tutto è molto ingigantito perché vivi in una bolla, una realtà a sé, il tuo mondo diventa quelle 15-20 persone e lì si scatenano tutti i tuoi tormenti, le tue passioni, la tua competitività. Sono sempre esperienze per me molto forti».
Sia nella vita professionale sia in quella privata, quale ritieni essere il punto di forza e quello di debolezza del tuo carattere?
«In generale il mio essere vera, non è un vanto eh, ma io non riesco a usare tattiche o maschere o a fingere di essere qualcosa che non sono. Quello che sono si vede e quindi credo sia il mio punto di forza, io non mi nascondo, non faccio nemmeno un tentativo».
Ciò può diventare anche una debolezza?
«Assolutamente, una debolezza nel senso che ti esponi e poi magari soffri e non è fragilità o forse è fragilità ma è soprattutto emotività. Sono estremamente emotiva ma penso di essere comunque forte, dura come la roccia, mi piego ma non mi spezzo. Quindi non sono fragile ma molto emotiva. Le fragili si disfano, si spezzano, si disperano. Io no, io lotto».
Nella tua carriera televisiva, sei stata a fianco di Corrado, Bongiorno, Vianello, Castagna e altri. C’è qualcuno di essi per il quale provi qualche risentimento?
«Risentimenti assolutamente no, ogni lavoro che ho fatto è stato fatto con passione, sia nel mio caso sia nel caso del conduttore che ho affiancato. Sicuramente Corrado, Raimondo e Mike sono le mie tre perle, quelli cui sono stata più legata».
Mike Bongiorno, ti scelse lui per affiancarlo in vari programmi. Celebre quella sua sfuriata alla Ruota della fortuna del 1996. Esultasti quando una concorrente rifiutò una pelliccia offerta dallo sponsor. Come ricomponeste l’incidente?
«Ma immediatamente, perché mi voleva bene. Poco dopo mi ha fatto chiamare nel suo ufficio e mi ha abbracciato».
Nel 2002 ancora accanto a Mike per il programma Qua la zampa!...
«Esatto, ricordo che c’erano dei bei cagnoni»
Hai qualche animale, un cane, un gatto?
«Adesso no, ma ho avuto due pastori tedeschi».
Quali erano secondo te i pregi e i difetti di Mike?
«Non mi permetterei mai di parlare di difetti rispetto a Mike o a Corrado. Proprio no, non esiste al mondo. A parte che Mike lo trovavo adorabile e mi trovavo benissimo con lui…».
Invece il tuo miglior pregio e il tuo peggior difetto?
«Quello di essere una persona vera e quello di essere emotiva. Ma non lo ritengo un difetto. Essere molto emotivi ti espone molto e quindi, esponendomi molto, probabilmente sono una persona a pelle nuda, sono carne viva».
E Raimondo Vianello?
«Auto-ironico, scherzava su tutto e su tutti, su sé stesso, sulla vita, sulla morte, il re dell’autoironia».
Qual è il tuo pensiero sulla spiritualità?
«La spiritualità è la base degli esseri umani. Gli esseri umani se non sono spirituali non hanno ragione di esistere».
Pensi che, dopo, ritroveremo le persone che abbiamo amato?
«Sono convinta che i miei genitori, i miei nonni e la mia seconda mamma mi stiano aspettando. Veramente penso che anche che i miei due cani mi stiano aspettando ma non vorrei essere blasfema».
Non è questione di essere blasfemi, anche la stessa Chiesa cattolica ha varie aperture rispetto a questa tematica. Personalmente ti confesso che ho buone speranze…
«Anch’io!».
E sull’amore, nel senso di amore romantico, pensi possibile quello eterno?
«No, l’amore in senso assoluto sì, resta, ma amore eterno cosa vuol dire? Parli delle coppie?».
Sì.
«L’amore e la passione dopo un po’ diventano affetto, complicità…».
Si tratta sempre di amore, tuttavia. Certo, la passione può andare in calo…
«Certo, si trasforma. Ma in genere diventa noia, fastidio e sopportazione».
Vero anche questo ma con un po’ di lontananza il rapporto potrebbe riaccendersi…
«Certo, perché l’amore comunque non finisce, si trasforma».
Hai perso la mamma quando avevi un anno, il papà, avvocato, in un incidente stradale, purtroppo. Esperienze dolorose. Come hai trovato la forza per arrivare dove sei arrivata?
«È il mio carattere, sono una persona estremamente resiliente e quindi mi risollevo e lotto. Lotto per la mia sopravvivenza, per la realizzazione dei miei sogni, per la mia creatività, io lotto…».
Com’eri da bambina?
«Ero molto vivace. Ma un ricordo di me è che ero sempre un po’ solitaria».
Figlia unica?
«Sì, figlia unica».
Sei nata a Torino. Come ricordi la Torino della tua infanzia?
«Con la neve a Natale, romantica, sempre un po’ grigia però… bella la neve che cadeva a Natale».
In quale città vivi ora?
«A Roma».
Hai fatto teatro, anche cinema. Qual è la cosa alla quale, nei tuoi progetti, terresti di più?
«Questa è una domanda difficile. A me piace recitare ma non sono mai arrivata a fare cinema e fiction. Ho fatto delle cosette. Il teatro mi piaceva molto farlo ma adesso mi piace di più la televisione per cui vorrei continuare a fare tv a meno che non capiti un miracolo e mi offrano una fiction, mi piace tantissimo recitare, magari mi offrissero una fiction, bello, entri in un altro personaggio, magari drammatico, è liberatorio, è catartico».
Tuttavia, lo spettacolo di teatro cui hai partecipato che ti ha dato maggior gratificazione?
«A Chorus Line, il musical di Saverio Marconi».
Perché?
«Perché mi piaceva tanto cantare, ballare, recitare ed era un musical bellissimo degli anni Ottanta, era venuta la coreografa americana a insegnarcelo, un mese e mezzo di prove a Tolentino, nella compagnia erano simpaticissimi, tutti ballerini, abbiamo fatto grande amicizia, esperienza bellissima».
La cosa che più ti annoia di una persona?
«La monotonia, le persone banali, scontate, che so già quello che diranno e quello che faranno».
Una persona imprevedibile dunque?
«La adoro».
Un libro che hai letto che ti ha particolarmente colpito…
«Nel corso della mia vita ho letto libri meravigliosi. Da piccola avevo iniziato Guerra e pace, Anna Karenina. La maturità l’ho fatta con Moravia, lo adoravo, La noia. Ho letto valanghe di libri e leggo anche adesso perché leggere è come fare un viaggio dell’anima. Un libro che mi ha molto toccato è Una vita come tante, di Hanya Yanagihara».
Romanzo imponente di oltre 1.000 pagine edito da Sellerio. Mi parlavi della tua maturità. Classica o scientifica?
«Classica. Veramente avrei voluto fare il liceo artistico perché sin da piccola sognavo di dipingere. Latino e greco li studiai a forza, una palla colossale, mi piacevano italiano, filosofia…».
Oggi dipingi?
«Certo, ma una pittrice brava non s’inventa a meno che tu non sia un talento come Caravaggio».
Soggetti?
«Donne e natura, a olio o acrilico. Solo gelosissima dei miei quadri, è come ci fosse un pezzo di anima mia attaccato, è l’unica cosa di cui vado terribilmente fiera, non li venderei mai».
La canzone pop che più ti piace?
«Sei nell’anima, della Nannini».
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