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2024-02-24
Il Pd grida al regime, il Colle difende la Meloni
Un momento degli scontri tra Polizia e manifestanti pro Palestina a Pisa il 22 febbraio 2024 (Ansa)
La linea è rossa ma fa comodo non vederla. È tracciata col pennarello dai questori al momento di autorizzare un corteo; è concordata con gli organizzatori e delimita lo spazio concesso ai manifestanti da quello proibito, vicino agli obiettivi cosiddetti «sensibili». È una linea invalicabile, oltre la quale la celere ha l’obbligo di respingere i tentativi di sfondamento.
I collettivi universitari potrebbero chiamare Luca Casarini a spiegare l’arcano, lui è docente ad honorem in materia. È così dagli anni Settanta, circa mezzo secolo fa, ma con Giorgia Meloni a palazzo Chigi tutto diventa «fascismooo». In realtà si chiama ordine pubblico, almeno così veniva definito ai tempi del Pd nell’esecutivo, con Giuseppe Conte e Mario Draghi al governo e Luciana Lamorgese al Viminale.
Lo showdown è avvenuto ieri a Firenze e Pisa quando due manifestazioni pro Palestina (con le consuete corpose infiltrazioni pro Hamas) si sono concluse con scontri fra studenti e polizia. Nel capoluogo di Regione il corteo, rinforzato dai Cobas, ha provato a sfondare per raggiungere il consolato americano in zona proibita ed è stato respinto.
A Pisa, dove secondo la questura la protesta non era autorizzata, i manifestanti volevano entrare nella centralissima Piazza dei Cavalieri, sede della Scuola Normale, da una strada secondaria. Si erano autoconvocati sui social e avevano l’obiettivo di creare il caos nel cuore della città forzando i blocchi. Quando sono arrivati a tu per tu con le forze dell’ordine, che presidiavano anche quel passaggio, sono stati fermati con i manganelli. Il bilancio della mattinata di tensione è stato di 18 feriti lievi, con quattro manifestanti fermati e alcuni docenti scandalizzati nel vedere studenti fatti sdraiare a terra per essere ammanettati.
Davanti al polverone mediatico, la questura di Firenze ha spiegato che «le cariche sono scattate quando i partecipanti al corteo hanno cercato di forzare il cordone di polizia per dirigersi verso il consolato americano».
Per i fatti di Pisa l’opposizione ha chiesto la rimozione del questore Sebastiano Salvo, che ha spiegato: «La manifestazione non era autorizzata e le forze dell’ordine ne sono venute a conoscenza solo attraverso i canali social, pertanto a differenza di circostanze analoghe è mancata l’interlocuzione con gli organizzatori. La carica è stata determinata da un momento di tensione scaturito da un contatto fisico tra alcuni manifestanti e i poliziotti». Una tesi sostenuta anche dal sindacato di polizia. Domenico Pianese, segretario generale del Coisp: «Attaccare un questore chiedendone perfino le dimissioni è un atto di forte scorrettezza istituzionale nonché un chiaro tentativo di interferire nella corretta gestione dell’ordine pubblico».
La reazione a orologeria delle sinistre non poteva che essere di indignazione a comando, al grido di «repressione e censura» e di «governo del manganello». Elly Schlein: «Basta manganellate sugli studenti, le immagini di Pisa sono inaccettabili. Studenti intrappolati in un vicolo e caricati a manganellate dalla polizia. Presentiamo subito un’interrogazione parlamentare al ministro Piantedosi, affinché chiarisca. Difendiamo la libertà di manifestare pacificamente». Basterebbe intendersi sul termine. Giuseppe Conte a rimorchio: «Ancora una volta manganellate contro chi protesta per il massacro in corso a Gaza. Sono immagini preoccupanti, non degne del nostro Paese. Non può essere questa la risposta dello Stato al dissenso».
Eppure dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele, in Italia ci sono state 1.023 manifestazioni pro Palestina: solo il 3% di eventi, in gran parte senza preavviso, ha fatto registrare incidenti, con però oltre 150 persone denunciate e 26 appartenenti alle forze dell’ordine feriti.
È curioso notare come i leader della sinistra non avessero nulla da ridire quando la polizia usava ben altri muscoli (idranti, retate, cariche ben più pesanti) contro i portuali di Trieste e contro chi manifestava per difendere il proprio diritto al lavoro nell’imbarazzante stagione del green pass. Allora era semplice e doveroso ordine pubblico in mascherina.
Alle doglianze questa volta si è aggiunto il sindaco leghista di Pisa, Michele Conti: «Ho telefonato a questore e prefetto per chiedere conto di quanto avvenuto. Mai in alcun modo si può usare la violenza per reprimere una manifestazione di ragazzi e ragazze delle scuole superiori». Sembrerebbe una presa di distanza dal governo, un sassolino dentro il centrodestra. Niente di tutto questo poiché l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) ha ribadito la solidarietà alle forze dell’ordine: «Ancora una volta, la sinistra ci offre la narrazione di un mondo al contrario, in cui chi calpesta le regole del vivere e manifestare civilmente è dalla parte giusta, mentre chi fa rispettare la legalità e la sicurezza di tutti è un criminale. Io sto con i poliziotti. Questi manifestanti cercavano lo scontro per ergersi a martiri ma restano dei delinquenti da denunciare e daspare».
Chiamata in causa, il ministro dell’Università Anna Maria Bernini ha sottolineato un aspetto non secondario: «Penso che gli studenti possano manifestare liberamente fino a quando loro stessi non rendono impossibile mantenere l’ordine». Per Angelo Bonelli (Sinistra e Verdi) invece la piazza ha sempre ragione. «Il ministro Piantedosi sta trasformando l’Italia in uno stato di polizia che invece di arrestare i criminali manganella manifestanti pacifici». È un vecchio refrain gruppettaro; il furbesco equivoco sulle linee rosse rende daltonici anche i commenti.
Il Colle difende la Meloni dopo il silenzio dem
Ce l’avevano proprio sulla lingua, i costernati compagni. Sembravano Arthur Fonzarelli, il mitico Fonzie, che non riusciva a dire «ho sbagliato». Anche l’abborracciata opposizione è stata colta da momentanea paresi. Vincenzo De Luca, governatore campano, insulta Giorgia Meloni come un indemoniato hooligan? Nessun fiato. Bruciano un cartonato in piazza con le sembianze del premier, durante un corteo per ricordare il militante di Autonomia operaia? Tutti zitti.
Perlomeno fin quando Sergio Mattarella non esprime vicinanza a Meloni: «La violenza travolge la politica». Il presidente della Repubblica dettaglia: «Si assiste a un’intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale. Perfino effigi bruciate o vilipese più volte, della stessa presidente del consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Davanti a un gruppo di studenti, il capo dello Stato è di nuovo San Sergio, venerato patrono di tutti gli italiani: «Il confronto politico, la contrapposizione delle idee e delle proposte, la competizione, anche elettorale, ne risultano mortificate e distorte». Monito finale: «Mi auguro che la politica riaffermi sempre e al più presto la sua autenticità, nelle sue forme migliori».
Dopo lungo e surreale silenzio, l’afona segretaria del Pd, Elly Schein, ritrova così la parola: «Questa violenza politica va condannata e non è accettabile. Gli avversari si battono con le idee e le proposte in una sana dialettica democratica». Insomma, ha ragione Mattarella. Basta «aggressività verbale o fisica». Che «travolgono la dignità della politica e ne rappresentano la negazione». Alla buon’ora. Sincera e spontanea come Chiara Ferragni di fronte ai follower. E soprattutto tempestiva. Da giorni le chiedevano di prendere debita distanza. Dopo Mattarella, era già intervenuto il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti: «Spiace constatare che a condannare l’inquietante minaccia del rogo del manichino e le violenze verbali, ormai, manchino i leader delle opposizioni».
In effetti, ci sarebbe anche Giuseppe Conte, capo dei Cinque stelle, che però sembra sempre più avviluppato nel grillismo d’antan. Tanto da essere arrivato a elogiare il furibondo De Luca: «Proteste giuste». La dileggiata premier s’era così rivolta all’imbambolata Elly: «Sono rimasta molto colpita dal silenzio di Schlein sugli insulti e sui metodi di Vincenzo De Luca. Gente che fa lezioni di morale e poi non si assume le responsabilità».
Riassunto della puntata iniziale. Il governatore lo scorso venerdì guida 200 sindaci campani alla volta della Capitale. Vogliono manifestare per i fondi europei e contro l’autonomia. Ma cosa spinge l’arzillo settantaquattrenne fino a Palazzo Chigi? Un filino di disperazione, pare. Il terzo mandato sfuma. E vista l’assenza di degni leader d’opposizione, Don Vincenzo sogna da Masaniello. Alla sua maniera: «Imbecilli, farabutti e delinquenti politici». Il governo, s’intende. Meloni chiede dunque a Schlein di prendere le distanze dalle «intollerabili violenze verbali», tra cui anche un «Lavori lei, stronza». Eppure, nonostante consideri De Luca un pericoloso e antistorico «cacicco», Elly tace. Per una settimana filata. Ritrova la favella solo quando San Sergio la tira per l’inconfondibile impermeabile beige, quello scelto dall’armocromista.
Don Vincenzo, incurante della bacchettata di Mattarella, non frena però la sua incontinenza verbale. È inviperito per la precisazione del premier sui fondi europei: «In Campania ho trovato la festa del fagiolo e della patata, la rassegna della zampogna, la festa del caciocavallo podolico, la sagra dello scazzatiello. Mi chiedo se queste siano le priorità. Spendere i soldi in modo più strategico può dare risultati migliori».
Folklore a parte, spiega Meloni, la Regione «aveva a disposizione oltre 3 miliardi e ha usato 800 milioni circa». Dunque, se «De Luca avesse speso meno tempo a fare le dirette social e più tempo a lavorare, avremmo ottenuto più risultati». Segue solidarietà di Mattarella, riferita pure al manichino bruciato dagli autonomi: «Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza».
A dispetto dell’invito del Quirinale, l’indomabile Don Vincenzo riappare in una delle sue amate dirette social: «È una campagna di aggressione mirata e di falsificazione. Non possiamo dare spazio a chi adotta lo stile stracciarola, fatto di volgarità e approssimazione». Capito l’audace piagnisteo? È Meloni che insinua. Non lui. «Mi tira in ballo e la ringrazio per l’attenzione. Mi sta facendo diventare antagonista principe». Insomma: più incarognito che mai, il governatore torna alla carica: «Stracciarola!». C’è da capirlo. Poteva dirgli tutto, la premier. Passino il fagiolo e la patata. E perfino il caciocavallo podolico. Ma patrono dello scazzatiello, tipica pasta salernitana, proprio no. È un’onta da lavare subito. Prima che la macchia di sugo resti indelebile.
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Studenti pro Palestina caricati in Toscana. Conte e Schlein: «Repressione». Scontri registrati solo nel 3% delle proteste.A differenza di Pd e M5s, Mattarella solidarizza col premier per gli insulti e le foto bruciate: «Intollerabili». La Schlein si sveglia solo ora e si accoda: «Gli avversari si battono con le idee». Eppure ha taciuto sulle ingiurie di De Luca, compagno di partito.Lo speciale contiene due articoli.La linea è rossa ma fa comodo non vederla. È tracciata col pennarello dai questori al momento di autorizzare un corteo; è concordata con gli organizzatori e delimita lo spazio concesso ai manifestanti da quello proibito, vicino agli obiettivi cosiddetti «sensibili». È una linea invalicabile, oltre la quale la celere ha l’obbligo di respingere i tentativi di sfondamento. I collettivi universitari potrebbero chiamare Luca Casarini a spiegare l’arcano, lui è docente ad honorem in materia. È così dagli anni Settanta, circa mezzo secolo fa, ma con Giorgia Meloni a palazzo Chigi tutto diventa «fascismooo». In realtà si chiama ordine pubblico, almeno così veniva definito ai tempi del Pd nell’esecutivo, con Giuseppe Conte e Mario Draghi al governo e Luciana Lamorgese al Viminale.Lo showdown è avvenuto ieri a Firenze e Pisa quando due manifestazioni pro Palestina (con le consuete corpose infiltrazioni pro Hamas) si sono concluse con scontri fra studenti e polizia. Nel capoluogo di Regione il corteo, rinforzato dai Cobas, ha provato a sfondare per raggiungere il consolato americano in zona proibita ed è stato respinto. A Pisa, dove secondo la questura la protesta non era autorizzata, i manifestanti volevano entrare nella centralissima Piazza dei Cavalieri, sede della Scuola Normale, da una strada secondaria. Si erano autoconvocati sui social e avevano l’obiettivo di creare il caos nel cuore della città forzando i blocchi. Quando sono arrivati a tu per tu con le forze dell’ordine, che presidiavano anche quel passaggio, sono stati fermati con i manganelli. Il bilancio della mattinata di tensione è stato di 18 feriti lievi, con quattro manifestanti fermati e alcuni docenti scandalizzati nel vedere studenti fatti sdraiare a terra per essere ammanettati. Davanti al polverone mediatico, la questura di Firenze ha spiegato che «le cariche sono scattate quando i partecipanti al corteo hanno cercato di forzare il cordone di polizia per dirigersi verso il consolato americano». Per i fatti di Pisa l’opposizione ha chiesto la rimozione del questore Sebastiano Salvo, che ha spiegato: «La manifestazione non era autorizzata e le forze dell’ordine ne sono venute a conoscenza solo attraverso i canali social, pertanto a differenza di circostanze analoghe è mancata l’interlocuzione con gli organizzatori. La carica è stata determinata da un momento di tensione scaturito da un contatto fisico tra alcuni manifestanti e i poliziotti». Una tesi sostenuta anche dal sindacato di polizia. Domenico Pianese, segretario generale del Coisp: «Attaccare un questore chiedendone perfino le dimissioni è un atto di forte scorrettezza istituzionale nonché un chiaro tentativo di interferire nella corretta gestione dell’ordine pubblico». La reazione a orologeria delle sinistre non poteva che essere di indignazione a comando, al grido di «repressione e censura» e di «governo del manganello». Elly Schlein: «Basta manganellate sugli studenti, le immagini di Pisa sono inaccettabili. Studenti intrappolati in un vicolo e caricati a manganellate dalla polizia. Presentiamo subito un’interrogazione parlamentare al ministro Piantedosi, affinché chiarisca. Difendiamo la libertà di manifestare pacificamente». Basterebbe intendersi sul termine. Giuseppe Conte a rimorchio: «Ancora una volta manganellate contro chi protesta per il massacro in corso a Gaza. Sono immagini preoccupanti, non degne del nostro Paese. Non può essere questa la risposta dello Stato al dissenso». Eppure dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele, in Italia ci sono state 1.023 manifestazioni pro Palestina: solo il 3% di eventi, in gran parte senza preavviso, ha fatto registrare incidenti, con però oltre 150 persone denunciate e 26 appartenenti alle forze dell’ordine feriti. È curioso notare come i leader della sinistra non avessero nulla da ridire quando la polizia usava ben altri muscoli (idranti, retate, cariche ben più pesanti) contro i portuali di Trieste e contro chi manifestava per difendere il proprio diritto al lavoro nell’imbarazzante stagione del green pass. Allora era semplice e doveroso ordine pubblico in mascherina.Alle doglianze questa volta si è aggiunto il sindaco leghista di Pisa, Michele Conti: «Ho telefonato a questore e prefetto per chiedere conto di quanto avvenuto. Mai in alcun modo si può usare la violenza per reprimere una manifestazione di ragazzi e ragazze delle scuole superiori». Sembrerebbe una presa di distanza dal governo, un sassolino dentro il centrodestra. Niente di tutto questo poiché l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) ha ribadito la solidarietà alle forze dell’ordine: «Ancora una volta, la sinistra ci offre la narrazione di un mondo al contrario, in cui chi calpesta le regole del vivere e manifestare civilmente è dalla parte giusta, mentre chi fa rispettare la legalità e la sicurezza di tutti è un criminale. Io sto con i poliziotti. Questi manifestanti cercavano lo scontro per ergersi a martiri ma restano dei delinquenti da denunciare e daspare».Chiamata in causa, il ministro dell’Università Anna Maria Bernini ha sottolineato un aspetto non secondario: «Penso che gli studenti possano manifestare liberamente fino a quando loro stessi non rendono impossibile mantenere l’ordine». Per Angelo Bonelli (Sinistra e Verdi) invece la piazza ha sempre ragione. «Il ministro Piantedosi sta trasformando l’Italia in uno stato di polizia che invece di arrestare i criminali manganella manifestanti pacifici». È un vecchio refrain gruppettaro; il furbesco equivoco sulle linee rosse rende daltonici anche i commenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scontri-pisa-meloni-mattarella-2667355476.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-colle-difende-la-meloni-dopo-il-silenzio-dem" data-post-id="2667355476" data-published-at="1708765775" data-use-pagination="False"> Il Colle difende la Meloni dopo il silenzio dem Ce l’avevano proprio sulla lingua, i costernati compagni. Sembravano Arthur Fonzarelli, il mitico Fonzie, che non riusciva a dire «ho sbagliato». Anche l’abborracciata opposizione è stata colta da momentanea paresi. Vincenzo De Luca, governatore campano, insulta Giorgia Meloni come un indemoniato hooligan? Nessun fiato. Bruciano un cartonato in piazza con le sembianze del premier, durante un corteo per ricordare il militante di Autonomia operaia? Tutti zitti. Perlomeno fin quando Sergio Mattarella non esprime vicinanza a Meloni: «La violenza travolge la politica». Il presidente della Repubblica dettaglia: «Si assiste a un’intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale. Perfino effigi bruciate o vilipese più volte, della stessa presidente del consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Davanti a un gruppo di studenti, il capo dello Stato è di nuovo San Sergio, venerato patrono di tutti gli italiani: «Il confronto politico, la contrapposizione delle idee e delle proposte, la competizione, anche elettorale, ne risultano mortificate e distorte». Monito finale: «Mi auguro che la politica riaffermi sempre e al più presto la sua autenticità, nelle sue forme migliori». Dopo lungo e surreale silenzio, l’afona segretaria del Pd, Elly Schein, ritrova così la parola: «Questa violenza politica va condannata e non è accettabile. Gli avversari si battono con le idee e le proposte in una sana dialettica democratica». Insomma, ha ragione Mattarella. Basta «aggressività verbale o fisica». Che «travolgono la dignità della politica e ne rappresentano la negazione». Alla buon’ora. Sincera e spontanea come Chiara Ferragni di fronte ai follower. E soprattutto tempestiva. Da giorni le chiedevano di prendere debita distanza. Dopo Mattarella, era già intervenuto il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti: «Spiace constatare che a condannare l’inquietante minaccia del rogo del manichino e le violenze verbali, ormai, manchino i leader delle opposizioni». In effetti, ci sarebbe anche Giuseppe Conte, capo dei Cinque stelle, che però sembra sempre più avviluppato nel grillismo d’antan. Tanto da essere arrivato a elogiare il furibondo De Luca: «Proteste giuste». La dileggiata premier s’era così rivolta all’imbambolata Elly: «Sono rimasta molto colpita dal silenzio di Schlein sugli insulti e sui metodi di Vincenzo De Luca. Gente che fa lezioni di morale e poi non si assume le responsabilità». Riassunto della puntata iniziale. Il governatore lo scorso venerdì guida 200 sindaci campani alla volta della Capitale. Vogliono manifestare per i fondi europei e contro l’autonomia. Ma cosa spinge l’arzillo settantaquattrenne fino a Palazzo Chigi? Un filino di disperazione, pare. Il terzo mandato sfuma. E vista l’assenza di degni leader d’opposizione, Don Vincenzo sogna da Masaniello. Alla sua maniera: «Imbecilli, farabutti e delinquenti politici». Il governo, s’intende. Meloni chiede dunque a Schlein di prendere le distanze dalle «intollerabili violenze verbali», tra cui anche un «Lavori lei, stronza». Eppure, nonostante consideri De Luca un pericoloso e antistorico «cacicco», Elly tace. Per una settimana filata. Ritrova la favella solo quando San Sergio la tira per l’inconfondibile impermeabile beige, quello scelto dall’armocromista. Don Vincenzo, incurante della bacchettata di Mattarella, non frena però la sua incontinenza verbale. È inviperito per la precisazione del premier sui fondi europei: «In Campania ho trovato la festa del fagiolo e della patata, la rassegna della zampogna, la festa del caciocavallo podolico, la sagra dello scazzatiello. Mi chiedo se queste siano le priorità. Spendere i soldi in modo più strategico può dare risultati migliori». Folklore a parte, spiega Meloni, la Regione «aveva a disposizione oltre 3 miliardi e ha usato 800 milioni circa». Dunque, se «De Luca avesse speso meno tempo a fare le dirette social e più tempo a lavorare, avremmo ottenuto più risultati». Segue solidarietà di Mattarella, riferita pure al manichino bruciato dagli autonomi: «Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza». A dispetto dell’invito del Quirinale, l’indomabile Don Vincenzo riappare in una delle sue amate dirette social: «È una campagna di aggressione mirata e di falsificazione. Non possiamo dare spazio a chi adotta lo stile stracciarola, fatto di volgarità e approssimazione». Capito l’audace piagnisteo? È Meloni che insinua. Non lui. «Mi tira in ballo e la ringrazio per l’attenzione. Mi sta facendo diventare antagonista principe». Insomma: più incarognito che mai, il governatore torna alla carica: «Stracciarola!». C’è da capirlo. Poteva dirgli tutto, la premier. Passino il fagiolo e la patata. E perfino il caciocavallo podolico. Ma patrono dello scazzatiello, tipica pasta salernitana, proprio no. È un’onta da lavare subito. Prima che la macchia di sugo resti indelebile.
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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