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2024-02-24
Il Pd grida al regime, il Colle difende la Meloni
Un momento degli scontri tra Polizia e manifestanti pro Palestina a Pisa il 22 febbraio 2024 (Ansa)
La linea è rossa ma fa comodo non vederla. È tracciata col pennarello dai questori al momento di autorizzare un corteo; è concordata con gli organizzatori e delimita lo spazio concesso ai manifestanti da quello proibito, vicino agli obiettivi cosiddetti «sensibili». È una linea invalicabile, oltre la quale la celere ha l’obbligo di respingere i tentativi di sfondamento.
I collettivi universitari potrebbero chiamare Luca Casarini a spiegare l’arcano, lui è docente ad honorem in materia. È così dagli anni Settanta, circa mezzo secolo fa, ma con Giorgia Meloni a palazzo Chigi tutto diventa «fascismooo». In realtà si chiama ordine pubblico, almeno così veniva definito ai tempi del Pd nell’esecutivo, con Giuseppe Conte e Mario Draghi al governo e Luciana Lamorgese al Viminale.
Lo showdown è avvenuto ieri a Firenze e Pisa quando due manifestazioni pro Palestina (con le consuete corpose infiltrazioni pro Hamas) si sono concluse con scontri fra studenti e polizia. Nel capoluogo di Regione il corteo, rinforzato dai Cobas, ha provato a sfondare per raggiungere il consolato americano in zona proibita ed è stato respinto.
A Pisa, dove secondo la questura la protesta non era autorizzata, i manifestanti volevano entrare nella centralissima Piazza dei Cavalieri, sede della Scuola Normale, da una strada secondaria. Si erano autoconvocati sui social e avevano l’obiettivo di creare il caos nel cuore della città forzando i blocchi. Quando sono arrivati a tu per tu con le forze dell’ordine, che presidiavano anche quel passaggio, sono stati fermati con i manganelli. Il bilancio della mattinata di tensione è stato di 18 feriti lievi, con quattro manifestanti fermati e alcuni docenti scandalizzati nel vedere studenti fatti sdraiare a terra per essere ammanettati.
Davanti al polverone mediatico, la questura di Firenze ha spiegato che «le cariche sono scattate quando i partecipanti al corteo hanno cercato di forzare il cordone di polizia per dirigersi verso il consolato americano».
Per i fatti di Pisa l’opposizione ha chiesto la rimozione del questore Sebastiano Salvo, che ha spiegato: «La manifestazione non era autorizzata e le forze dell’ordine ne sono venute a conoscenza solo attraverso i canali social, pertanto a differenza di circostanze analoghe è mancata l’interlocuzione con gli organizzatori. La carica è stata determinata da un momento di tensione scaturito da un contatto fisico tra alcuni manifestanti e i poliziotti». Una tesi sostenuta anche dal sindacato di polizia. Domenico Pianese, segretario generale del Coisp: «Attaccare un questore chiedendone perfino le dimissioni è un atto di forte scorrettezza istituzionale nonché un chiaro tentativo di interferire nella corretta gestione dell’ordine pubblico».
La reazione a orologeria delle sinistre non poteva che essere di indignazione a comando, al grido di «repressione e censura» e di «governo del manganello». Elly Schlein: «Basta manganellate sugli studenti, le immagini di Pisa sono inaccettabili. Studenti intrappolati in un vicolo e caricati a manganellate dalla polizia. Presentiamo subito un’interrogazione parlamentare al ministro Piantedosi, affinché chiarisca. Difendiamo la libertà di manifestare pacificamente». Basterebbe intendersi sul termine. Giuseppe Conte a rimorchio: «Ancora una volta manganellate contro chi protesta per il massacro in corso a Gaza. Sono immagini preoccupanti, non degne del nostro Paese. Non può essere questa la risposta dello Stato al dissenso».
Eppure dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele, in Italia ci sono state 1.023 manifestazioni pro Palestina: solo il 3% di eventi, in gran parte senza preavviso, ha fatto registrare incidenti, con però oltre 150 persone denunciate e 26 appartenenti alle forze dell’ordine feriti.
È curioso notare come i leader della sinistra non avessero nulla da ridire quando la polizia usava ben altri muscoli (idranti, retate, cariche ben più pesanti) contro i portuali di Trieste e contro chi manifestava per difendere il proprio diritto al lavoro nell’imbarazzante stagione del green pass. Allora era semplice e doveroso ordine pubblico in mascherina.
Alle doglianze questa volta si è aggiunto il sindaco leghista di Pisa, Michele Conti: «Ho telefonato a questore e prefetto per chiedere conto di quanto avvenuto. Mai in alcun modo si può usare la violenza per reprimere una manifestazione di ragazzi e ragazze delle scuole superiori». Sembrerebbe una presa di distanza dal governo, un sassolino dentro il centrodestra. Niente di tutto questo poiché l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) ha ribadito la solidarietà alle forze dell’ordine: «Ancora una volta, la sinistra ci offre la narrazione di un mondo al contrario, in cui chi calpesta le regole del vivere e manifestare civilmente è dalla parte giusta, mentre chi fa rispettare la legalità e la sicurezza di tutti è un criminale. Io sto con i poliziotti. Questi manifestanti cercavano lo scontro per ergersi a martiri ma restano dei delinquenti da denunciare e daspare».
Chiamata in causa, il ministro dell’Università Anna Maria Bernini ha sottolineato un aspetto non secondario: «Penso che gli studenti possano manifestare liberamente fino a quando loro stessi non rendono impossibile mantenere l’ordine». Per Angelo Bonelli (Sinistra e Verdi) invece la piazza ha sempre ragione. «Il ministro Piantedosi sta trasformando l’Italia in uno stato di polizia che invece di arrestare i criminali manganella manifestanti pacifici». È un vecchio refrain gruppettaro; il furbesco equivoco sulle linee rosse rende daltonici anche i commenti.
Il Colle difende la Meloni dopo il silenzio dem
Ce l’avevano proprio sulla lingua, i costernati compagni. Sembravano Arthur Fonzarelli, il mitico Fonzie, che non riusciva a dire «ho sbagliato». Anche l’abborracciata opposizione è stata colta da momentanea paresi. Vincenzo De Luca, governatore campano, insulta Giorgia Meloni come un indemoniato hooligan? Nessun fiato. Bruciano un cartonato in piazza con le sembianze del premier, durante un corteo per ricordare il militante di Autonomia operaia? Tutti zitti.
Perlomeno fin quando Sergio Mattarella non esprime vicinanza a Meloni: «La violenza travolge la politica». Il presidente della Repubblica dettaglia: «Si assiste a un’intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale. Perfino effigi bruciate o vilipese più volte, della stessa presidente del consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Davanti a un gruppo di studenti, il capo dello Stato è di nuovo San Sergio, venerato patrono di tutti gli italiani: «Il confronto politico, la contrapposizione delle idee e delle proposte, la competizione, anche elettorale, ne risultano mortificate e distorte». Monito finale: «Mi auguro che la politica riaffermi sempre e al più presto la sua autenticità, nelle sue forme migliori».
Dopo lungo e surreale silenzio, l’afona segretaria del Pd, Elly Schein, ritrova così la parola: «Questa violenza politica va condannata e non è accettabile. Gli avversari si battono con le idee e le proposte in una sana dialettica democratica». Insomma, ha ragione Mattarella. Basta «aggressività verbale o fisica». Che «travolgono la dignità della politica e ne rappresentano la negazione». Alla buon’ora. Sincera e spontanea come Chiara Ferragni di fronte ai follower. E soprattutto tempestiva. Da giorni le chiedevano di prendere debita distanza. Dopo Mattarella, era già intervenuto il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti: «Spiace constatare che a condannare l’inquietante minaccia del rogo del manichino e le violenze verbali, ormai, manchino i leader delle opposizioni».
In effetti, ci sarebbe anche Giuseppe Conte, capo dei Cinque stelle, che però sembra sempre più avviluppato nel grillismo d’antan. Tanto da essere arrivato a elogiare il furibondo De Luca: «Proteste giuste». La dileggiata premier s’era così rivolta all’imbambolata Elly: «Sono rimasta molto colpita dal silenzio di Schlein sugli insulti e sui metodi di Vincenzo De Luca. Gente che fa lezioni di morale e poi non si assume le responsabilità».
Riassunto della puntata iniziale. Il governatore lo scorso venerdì guida 200 sindaci campani alla volta della Capitale. Vogliono manifestare per i fondi europei e contro l’autonomia. Ma cosa spinge l’arzillo settantaquattrenne fino a Palazzo Chigi? Un filino di disperazione, pare. Il terzo mandato sfuma. E vista l’assenza di degni leader d’opposizione, Don Vincenzo sogna da Masaniello. Alla sua maniera: «Imbecilli, farabutti e delinquenti politici». Il governo, s’intende. Meloni chiede dunque a Schlein di prendere le distanze dalle «intollerabili violenze verbali», tra cui anche un «Lavori lei, stronza». Eppure, nonostante consideri De Luca un pericoloso e antistorico «cacicco», Elly tace. Per una settimana filata. Ritrova la favella solo quando San Sergio la tira per l’inconfondibile impermeabile beige, quello scelto dall’armocromista.
Don Vincenzo, incurante della bacchettata di Mattarella, non frena però la sua incontinenza verbale. È inviperito per la precisazione del premier sui fondi europei: «In Campania ho trovato la festa del fagiolo e della patata, la rassegna della zampogna, la festa del caciocavallo podolico, la sagra dello scazzatiello. Mi chiedo se queste siano le priorità. Spendere i soldi in modo più strategico può dare risultati migliori».
Folklore a parte, spiega Meloni, la Regione «aveva a disposizione oltre 3 miliardi e ha usato 800 milioni circa». Dunque, se «De Luca avesse speso meno tempo a fare le dirette social e più tempo a lavorare, avremmo ottenuto più risultati». Segue solidarietà di Mattarella, riferita pure al manichino bruciato dagli autonomi: «Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza».
A dispetto dell’invito del Quirinale, l’indomabile Don Vincenzo riappare in una delle sue amate dirette social: «È una campagna di aggressione mirata e di falsificazione. Non possiamo dare spazio a chi adotta lo stile stracciarola, fatto di volgarità e approssimazione». Capito l’audace piagnisteo? È Meloni che insinua. Non lui. «Mi tira in ballo e la ringrazio per l’attenzione. Mi sta facendo diventare antagonista principe». Insomma: più incarognito che mai, il governatore torna alla carica: «Stracciarola!». C’è da capirlo. Poteva dirgli tutto, la premier. Passino il fagiolo e la patata. E perfino il caciocavallo podolico. Ma patrono dello scazzatiello, tipica pasta salernitana, proprio no. È un’onta da lavare subito. Prima che la macchia di sugo resti indelebile.
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Studenti pro Palestina caricati in Toscana. Conte e Schlein: «Repressione». Scontri registrati solo nel 3% delle proteste.A differenza di Pd e M5s, Mattarella solidarizza col premier per gli insulti e le foto bruciate: «Intollerabili». La Schlein si sveglia solo ora e si accoda: «Gli avversari si battono con le idee». Eppure ha taciuto sulle ingiurie di De Luca, compagno di partito.Lo speciale contiene due articoli.La linea è rossa ma fa comodo non vederla. È tracciata col pennarello dai questori al momento di autorizzare un corteo; è concordata con gli organizzatori e delimita lo spazio concesso ai manifestanti da quello proibito, vicino agli obiettivi cosiddetti «sensibili». È una linea invalicabile, oltre la quale la celere ha l’obbligo di respingere i tentativi di sfondamento. I collettivi universitari potrebbero chiamare Luca Casarini a spiegare l’arcano, lui è docente ad honorem in materia. È così dagli anni Settanta, circa mezzo secolo fa, ma con Giorgia Meloni a palazzo Chigi tutto diventa «fascismooo». In realtà si chiama ordine pubblico, almeno così veniva definito ai tempi del Pd nell’esecutivo, con Giuseppe Conte e Mario Draghi al governo e Luciana Lamorgese al Viminale.Lo showdown è avvenuto ieri a Firenze e Pisa quando due manifestazioni pro Palestina (con le consuete corpose infiltrazioni pro Hamas) si sono concluse con scontri fra studenti e polizia. Nel capoluogo di Regione il corteo, rinforzato dai Cobas, ha provato a sfondare per raggiungere il consolato americano in zona proibita ed è stato respinto. A Pisa, dove secondo la questura la protesta non era autorizzata, i manifestanti volevano entrare nella centralissima Piazza dei Cavalieri, sede della Scuola Normale, da una strada secondaria. Si erano autoconvocati sui social e avevano l’obiettivo di creare il caos nel cuore della città forzando i blocchi. Quando sono arrivati a tu per tu con le forze dell’ordine, che presidiavano anche quel passaggio, sono stati fermati con i manganelli. Il bilancio della mattinata di tensione è stato di 18 feriti lievi, con quattro manifestanti fermati e alcuni docenti scandalizzati nel vedere studenti fatti sdraiare a terra per essere ammanettati. Davanti al polverone mediatico, la questura di Firenze ha spiegato che «le cariche sono scattate quando i partecipanti al corteo hanno cercato di forzare il cordone di polizia per dirigersi verso il consolato americano». Per i fatti di Pisa l’opposizione ha chiesto la rimozione del questore Sebastiano Salvo, che ha spiegato: «La manifestazione non era autorizzata e le forze dell’ordine ne sono venute a conoscenza solo attraverso i canali social, pertanto a differenza di circostanze analoghe è mancata l’interlocuzione con gli organizzatori. La carica è stata determinata da un momento di tensione scaturito da un contatto fisico tra alcuni manifestanti e i poliziotti». Una tesi sostenuta anche dal sindacato di polizia. Domenico Pianese, segretario generale del Coisp: «Attaccare un questore chiedendone perfino le dimissioni è un atto di forte scorrettezza istituzionale nonché un chiaro tentativo di interferire nella corretta gestione dell’ordine pubblico». La reazione a orologeria delle sinistre non poteva che essere di indignazione a comando, al grido di «repressione e censura» e di «governo del manganello». Elly Schlein: «Basta manganellate sugli studenti, le immagini di Pisa sono inaccettabili. Studenti intrappolati in un vicolo e caricati a manganellate dalla polizia. Presentiamo subito un’interrogazione parlamentare al ministro Piantedosi, affinché chiarisca. Difendiamo la libertà di manifestare pacificamente». Basterebbe intendersi sul termine. Giuseppe Conte a rimorchio: «Ancora una volta manganellate contro chi protesta per il massacro in corso a Gaza. Sono immagini preoccupanti, non degne del nostro Paese. Non può essere questa la risposta dello Stato al dissenso». Eppure dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele, in Italia ci sono state 1.023 manifestazioni pro Palestina: solo il 3% di eventi, in gran parte senza preavviso, ha fatto registrare incidenti, con però oltre 150 persone denunciate e 26 appartenenti alle forze dell’ordine feriti. È curioso notare come i leader della sinistra non avessero nulla da ridire quando la polizia usava ben altri muscoli (idranti, retate, cariche ben più pesanti) contro i portuali di Trieste e contro chi manifestava per difendere il proprio diritto al lavoro nell’imbarazzante stagione del green pass. Allora era semplice e doveroso ordine pubblico in mascherina.Alle doglianze questa volta si è aggiunto il sindaco leghista di Pisa, Michele Conti: «Ho telefonato a questore e prefetto per chiedere conto di quanto avvenuto. Mai in alcun modo si può usare la violenza per reprimere una manifestazione di ragazzi e ragazze delle scuole superiori». Sembrerebbe una presa di distanza dal governo, un sassolino dentro il centrodestra. Niente di tutto questo poiché l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) ha ribadito la solidarietà alle forze dell’ordine: «Ancora una volta, la sinistra ci offre la narrazione di un mondo al contrario, in cui chi calpesta le regole del vivere e manifestare civilmente è dalla parte giusta, mentre chi fa rispettare la legalità e la sicurezza di tutti è un criminale. Io sto con i poliziotti. Questi manifestanti cercavano lo scontro per ergersi a martiri ma restano dei delinquenti da denunciare e daspare».Chiamata in causa, il ministro dell’Università Anna Maria Bernini ha sottolineato un aspetto non secondario: «Penso che gli studenti possano manifestare liberamente fino a quando loro stessi non rendono impossibile mantenere l’ordine». Per Angelo Bonelli (Sinistra e Verdi) invece la piazza ha sempre ragione. «Il ministro Piantedosi sta trasformando l’Italia in uno stato di polizia che invece di arrestare i criminali manganella manifestanti pacifici». È un vecchio refrain gruppettaro; il furbesco equivoco sulle linee rosse rende daltonici anche i commenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scontri-pisa-meloni-mattarella-2667355476.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-colle-difende-la-meloni-dopo-il-silenzio-dem" data-post-id="2667355476" data-published-at="1708765775" data-use-pagination="False"> Il Colle difende la Meloni dopo il silenzio dem Ce l’avevano proprio sulla lingua, i costernati compagni. Sembravano Arthur Fonzarelli, il mitico Fonzie, che non riusciva a dire «ho sbagliato». Anche l’abborracciata opposizione è stata colta da momentanea paresi. Vincenzo De Luca, governatore campano, insulta Giorgia Meloni come un indemoniato hooligan? Nessun fiato. Bruciano un cartonato in piazza con le sembianze del premier, durante un corteo per ricordare il militante di Autonomia operaia? Tutti zitti. Perlomeno fin quando Sergio Mattarella non esprime vicinanza a Meloni: «La violenza travolge la politica». Il presidente della Repubblica dettaglia: «Si assiste a un’intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale. Perfino effigi bruciate o vilipese più volte, della stessa presidente del consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Davanti a un gruppo di studenti, il capo dello Stato è di nuovo San Sergio, venerato patrono di tutti gli italiani: «Il confronto politico, la contrapposizione delle idee e delle proposte, la competizione, anche elettorale, ne risultano mortificate e distorte». Monito finale: «Mi auguro che la politica riaffermi sempre e al più presto la sua autenticità, nelle sue forme migliori». Dopo lungo e surreale silenzio, l’afona segretaria del Pd, Elly Schein, ritrova così la parola: «Questa violenza politica va condannata e non è accettabile. Gli avversari si battono con le idee e le proposte in una sana dialettica democratica». Insomma, ha ragione Mattarella. Basta «aggressività verbale o fisica». Che «travolgono la dignità della politica e ne rappresentano la negazione». Alla buon’ora. Sincera e spontanea come Chiara Ferragni di fronte ai follower. E soprattutto tempestiva. Da giorni le chiedevano di prendere debita distanza. Dopo Mattarella, era già intervenuto il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti: «Spiace constatare che a condannare l’inquietante minaccia del rogo del manichino e le violenze verbali, ormai, manchino i leader delle opposizioni». In effetti, ci sarebbe anche Giuseppe Conte, capo dei Cinque stelle, che però sembra sempre più avviluppato nel grillismo d’antan. Tanto da essere arrivato a elogiare il furibondo De Luca: «Proteste giuste». La dileggiata premier s’era così rivolta all’imbambolata Elly: «Sono rimasta molto colpita dal silenzio di Schlein sugli insulti e sui metodi di Vincenzo De Luca. Gente che fa lezioni di morale e poi non si assume le responsabilità». Riassunto della puntata iniziale. Il governatore lo scorso venerdì guida 200 sindaci campani alla volta della Capitale. Vogliono manifestare per i fondi europei e contro l’autonomia. Ma cosa spinge l’arzillo settantaquattrenne fino a Palazzo Chigi? Un filino di disperazione, pare. Il terzo mandato sfuma. E vista l’assenza di degni leader d’opposizione, Don Vincenzo sogna da Masaniello. Alla sua maniera: «Imbecilli, farabutti e delinquenti politici». Il governo, s’intende. Meloni chiede dunque a Schlein di prendere le distanze dalle «intollerabili violenze verbali», tra cui anche un «Lavori lei, stronza». Eppure, nonostante consideri De Luca un pericoloso e antistorico «cacicco», Elly tace. Per una settimana filata. Ritrova la favella solo quando San Sergio la tira per l’inconfondibile impermeabile beige, quello scelto dall’armocromista. Don Vincenzo, incurante della bacchettata di Mattarella, non frena però la sua incontinenza verbale. È inviperito per la precisazione del premier sui fondi europei: «In Campania ho trovato la festa del fagiolo e della patata, la rassegna della zampogna, la festa del caciocavallo podolico, la sagra dello scazzatiello. Mi chiedo se queste siano le priorità. Spendere i soldi in modo più strategico può dare risultati migliori». Folklore a parte, spiega Meloni, la Regione «aveva a disposizione oltre 3 miliardi e ha usato 800 milioni circa». Dunque, se «De Luca avesse speso meno tempo a fare le dirette social e più tempo a lavorare, avremmo ottenuto più risultati». Segue solidarietà di Mattarella, riferita pure al manichino bruciato dagli autonomi: «Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza». A dispetto dell’invito del Quirinale, l’indomabile Don Vincenzo riappare in una delle sue amate dirette social: «È una campagna di aggressione mirata e di falsificazione. Non possiamo dare spazio a chi adotta lo stile stracciarola, fatto di volgarità e approssimazione». Capito l’audace piagnisteo? È Meloni che insinua. Non lui. «Mi tira in ballo e la ringrazio per l’attenzione. Mi sta facendo diventare antagonista principe». Insomma: più incarognito che mai, il governatore torna alla carica: «Stracciarola!». C’è da capirlo. Poteva dirgli tutto, la premier. Passino il fagiolo e la patata. E perfino il caciocavallo podolico. Ma patrono dello scazzatiello, tipica pasta salernitana, proprio no. È un’onta da lavare subito. Prima che la macchia di sugo resti indelebile.
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
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I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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