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2024-02-24
Il Pd grida al regime, il Colle difende la Meloni
Un momento degli scontri tra Polizia e manifestanti pro Palestina a Pisa il 22 febbraio 2024 (Ansa)
La linea è rossa ma fa comodo non vederla. È tracciata col pennarello dai questori al momento di autorizzare un corteo; è concordata con gli organizzatori e delimita lo spazio concesso ai manifestanti da quello proibito, vicino agli obiettivi cosiddetti «sensibili». È una linea invalicabile, oltre la quale la celere ha l’obbligo di respingere i tentativi di sfondamento.
I collettivi universitari potrebbero chiamare Luca Casarini a spiegare l’arcano, lui è docente ad honorem in materia. È così dagli anni Settanta, circa mezzo secolo fa, ma con Giorgia Meloni a palazzo Chigi tutto diventa «fascismooo». In realtà si chiama ordine pubblico, almeno così veniva definito ai tempi del Pd nell’esecutivo, con Giuseppe Conte e Mario Draghi al governo e Luciana Lamorgese al Viminale.
Lo showdown è avvenuto ieri a Firenze e Pisa quando due manifestazioni pro Palestina (con le consuete corpose infiltrazioni pro Hamas) si sono concluse con scontri fra studenti e polizia. Nel capoluogo di Regione il corteo, rinforzato dai Cobas, ha provato a sfondare per raggiungere il consolato americano in zona proibita ed è stato respinto.
A Pisa, dove secondo la questura la protesta non era autorizzata, i manifestanti volevano entrare nella centralissima Piazza dei Cavalieri, sede della Scuola Normale, da una strada secondaria. Si erano autoconvocati sui social e avevano l’obiettivo di creare il caos nel cuore della città forzando i blocchi. Quando sono arrivati a tu per tu con le forze dell’ordine, che presidiavano anche quel passaggio, sono stati fermati con i manganelli. Il bilancio della mattinata di tensione è stato di 18 feriti lievi, con quattro manifestanti fermati e alcuni docenti scandalizzati nel vedere studenti fatti sdraiare a terra per essere ammanettati.
Davanti al polverone mediatico, la questura di Firenze ha spiegato che «le cariche sono scattate quando i partecipanti al corteo hanno cercato di forzare il cordone di polizia per dirigersi verso il consolato americano».
Per i fatti di Pisa l’opposizione ha chiesto la rimozione del questore Sebastiano Salvo, che ha spiegato: «La manifestazione non era autorizzata e le forze dell’ordine ne sono venute a conoscenza solo attraverso i canali social, pertanto a differenza di circostanze analoghe è mancata l’interlocuzione con gli organizzatori. La carica è stata determinata da un momento di tensione scaturito da un contatto fisico tra alcuni manifestanti e i poliziotti». Una tesi sostenuta anche dal sindacato di polizia. Domenico Pianese, segretario generale del Coisp: «Attaccare un questore chiedendone perfino le dimissioni è un atto di forte scorrettezza istituzionale nonché un chiaro tentativo di interferire nella corretta gestione dell’ordine pubblico».
La reazione a orologeria delle sinistre non poteva che essere di indignazione a comando, al grido di «repressione e censura» e di «governo del manganello». Elly Schlein: «Basta manganellate sugli studenti, le immagini di Pisa sono inaccettabili. Studenti intrappolati in un vicolo e caricati a manganellate dalla polizia. Presentiamo subito un’interrogazione parlamentare al ministro Piantedosi, affinché chiarisca. Difendiamo la libertà di manifestare pacificamente». Basterebbe intendersi sul termine. Giuseppe Conte a rimorchio: «Ancora una volta manganellate contro chi protesta per il massacro in corso a Gaza. Sono immagini preoccupanti, non degne del nostro Paese. Non può essere questa la risposta dello Stato al dissenso».
Eppure dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele, in Italia ci sono state 1.023 manifestazioni pro Palestina: solo il 3% di eventi, in gran parte senza preavviso, ha fatto registrare incidenti, con però oltre 150 persone denunciate e 26 appartenenti alle forze dell’ordine feriti.
È curioso notare come i leader della sinistra non avessero nulla da ridire quando la polizia usava ben altri muscoli (idranti, retate, cariche ben più pesanti) contro i portuali di Trieste e contro chi manifestava per difendere il proprio diritto al lavoro nell’imbarazzante stagione del green pass. Allora era semplice e doveroso ordine pubblico in mascherina.
Alle doglianze questa volta si è aggiunto il sindaco leghista di Pisa, Michele Conti: «Ho telefonato a questore e prefetto per chiedere conto di quanto avvenuto. Mai in alcun modo si può usare la violenza per reprimere una manifestazione di ragazzi e ragazze delle scuole superiori». Sembrerebbe una presa di distanza dal governo, un sassolino dentro il centrodestra. Niente di tutto questo poiché l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) ha ribadito la solidarietà alle forze dell’ordine: «Ancora una volta, la sinistra ci offre la narrazione di un mondo al contrario, in cui chi calpesta le regole del vivere e manifestare civilmente è dalla parte giusta, mentre chi fa rispettare la legalità e la sicurezza di tutti è un criminale. Io sto con i poliziotti. Questi manifestanti cercavano lo scontro per ergersi a martiri ma restano dei delinquenti da denunciare e daspare».
Chiamata in causa, il ministro dell’Università Anna Maria Bernini ha sottolineato un aspetto non secondario: «Penso che gli studenti possano manifestare liberamente fino a quando loro stessi non rendono impossibile mantenere l’ordine». Per Angelo Bonelli (Sinistra e Verdi) invece la piazza ha sempre ragione. «Il ministro Piantedosi sta trasformando l’Italia in uno stato di polizia che invece di arrestare i criminali manganella manifestanti pacifici». È un vecchio refrain gruppettaro; il furbesco equivoco sulle linee rosse rende daltonici anche i commenti.
Il Colle difende la Meloni dopo il silenzio dem
Ce l’avevano proprio sulla lingua, i costernati compagni. Sembravano Arthur Fonzarelli, il mitico Fonzie, che non riusciva a dire «ho sbagliato». Anche l’abborracciata opposizione è stata colta da momentanea paresi. Vincenzo De Luca, governatore campano, insulta Giorgia Meloni come un indemoniato hooligan? Nessun fiato. Bruciano un cartonato in piazza con le sembianze del premier, durante un corteo per ricordare il militante di Autonomia operaia? Tutti zitti.
Perlomeno fin quando Sergio Mattarella non esprime vicinanza a Meloni: «La violenza travolge la politica». Il presidente della Repubblica dettaglia: «Si assiste a un’intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale. Perfino effigi bruciate o vilipese più volte, della stessa presidente del consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Davanti a un gruppo di studenti, il capo dello Stato è di nuovo San Sergio, venerato patrono di tutti gli italiani: «Il confronto politico, la contrapposizione delle idee e delle proposte, la competizione, anche elettorale, ne risultano mortificate e distorte». Monito finale: «Mi auguro che la politica riaffermi sempre e al più presto la sua autenticità, nelle sue forme migliori».
Dopo lungo e surreale silenzio, l’afona segretaria del Pd, Elly Schein, ritrova così la parola: «Questa violenza politica va condannata e non è accettabile. Gli avversari si battono con le idee e le proposte in una sana dialettica democratica». Insomma, ha ragione Mattarella. Basta «aggressività verbale o fisica». Che «travolgono la dignità della politica e ne rappresentano la negazione». Alla buon’ora. Sincera e spontanea come Chiara Ferragni di fronte ai follower. E soprattutto tempestiva. Da giorni le chiedevano di prendere debita distanza. Dopo Mattarella, era già intervenuto il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti: «Spiace constatare che a condannare l’inquietante minaccia del rogo del manichino e le violenze verbali, ormai, manchino i leader delle opposizioni».
In effetti, ci sarebbe anche Giuseppe Conte, capo dei Cinque stelle, che però sembra sempre più avviluppato nel grillismo d’antan. Tanto da essere arrivato a elogiare il furibondo De Luca: «Proteste giuste». La dileggiata premier s’era così rivolta all’imbambolata Elly: «Sono rimasta molto colpita dal silenzio di Schlein sugli insulti e sui metodi di Vincenzo De Luca. Gente che fa lezioni di morale e poi non si assume le responsabilità».
Riassunto della puntata iniziale. Il governatore lo scorso venerdì guida 200 sindaci campani alla volta della Capitale. Vogliono manifestare per i fondi europei e contro l’autonomia. Ma cosa spinge l’arzillo settantaquattrenne fino a Palazzo Chigi? Un filino di disperazione, pare. Il terzo mandato sfuma. E vista l’assenza di degni leader d’opposizione, Don Vincenzo sogna da Masaniello. Alla sua maniera: «Imbecilli, farabutti e delinquenti politici». Il governo, s’intende. Meloni chiede dunque a Schlein di prendere le distanze dalle «intollerabili violenze verbali», tra cui anche un «Lavori lei, stronza». Eppure, nonostante consideri De Luca un pericoloso e antistorico «cacicco», Elly tace. Per una settimana filata. Ritrova la favella solo quando San Sergio la tira per l’inconfondibile impermeabile beige, quello scelto dall’armocromista.
Don Vincenzo, incurante della bacchettata di Mattarella, non frena però la sua incontinenza verbale. È inviperito per la precisazione del premier sui fondi europei: «In Campania ho trovato la festa del fagiolo e della patata, la rassegna della zampogna, la festa del caciocavallo podolico, la sagra dello scazzatiello. Mi chiedo se queste siano le priorità. Spendere i soldi in modo più strategico può dare risultati migliori».
Folklore a parte, spiega Meloni, la Regione «aveva a disposizione oltre 3 miliardi e ha usato 800 milioni circa». Dunque, se «De Luca avesse speso meno tempo a fare le dirette social e più tempo a lavorare, avremmo ottenuto più risultati». Segue solidarietà di Mattarella, riferita pure al manichino bruciato dagli autonomi: «Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza».
A dispetto dell’invito del Quirinale, l’indomabile Don Vincenzo riappare in una delle sue amate dirette social: «È una campagna di aggressione mirata e di falsificazione. Non possiamo dare spazio a chi adotta lo stile stracciarola, fatto di volgarità e approssimazione». Capito l’audace piagnisteo? È Meloni che insinua. Non lui. «Mi tira in ballo e la ringrazio per l’attenzione. Mi sta facendo diventare antagonista principe». Insomma: più incarognito che mai, il governatore torna alla carica: «Stracciarola!». C’è da capirlo. Poteva dirgli tutto, la premier. Passino il fagiolo e la patata. E perfino il caciocavallo podolico. Ma patrono dello scazzatiello, tipica pasta salernitana, proprio no. È un’onta da lavare subito. Prima che la macchia di sugo resti indelebile.
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Studenti pro Palestina caricati in Toscana. Conte e Schlein: «Repressione». Scontri registrati solo nel 3% delle proteste.A differenza di Pd e M5s, Mattarella solidarizza col premier per gli insulti e le foto bruciate: «Intollerabili». La Schlein si sveglia solo ora e si accoda: «Gli avversari si battono con le idee». Eppure ha taciuto sulle ingiurie di De Luca, compagno di partito.Lo speciale contiene due articoli.La linea è rossa ma fa comodo non vederla. È tracciata col pennarello dai questori al momento di autorizzare un corteo; è concordata con gli organizzatori e delimita lo spazio concesso ai manifestanti da quello proibito, vicino agli obiettivi cosiddetti «sensibili». È una linea invalicabile, oltre la quale la celere ha l’obbligo di respingere i tentativi di sfondamento. I collettivi universitari potrebbero chiamare Luca Casarini a spiegare l’arcano, lui è docente ad honorem in materia. È così dagli anni Settanta, circa mezzo secolo fa, ma con Giorgia Meloni a palazzo Chigi tutto diventa «fascismooo». In realtà si chiama ordine pubblico, almeno così veniva definito ai tempi del Pd nell’esecutivo, con Giuseppe Conte e Mario Draghi al governo e Luciana Lamorgese al Viminale.Lo showdown è avvenuto ieri a Firenze e Pisa quando due manifestazioni pro Palestina (con le consuete corpose infiltrazioni pro Hamas) si sono concluse con scontri fra studenti e polizia. Nel capoluogo di Regione il corteo, rinforzato dai Cobas, ha provato a sfondare per raggiungere il consolato americano in zona proibita ed è stato respinto. A Pisa, dove secondo la questura la protesta non era autorizzata, i manifestanti volevano entrare nella centralissima Piazza dei Cavalieri, sede della Scuola Normale, da una strada secondaria. Si erano autoconvocati sui social e avevano l’obiettivo di creare il caos nel cuore della città forzando i blocchi. Quando sono arrivati a tu per tu con le forze dell’ordine, che presidiavano anche quel passaggio, sono stati fermati con i manganelli. Il bilancio della mattinata di tensione è stato di 18 feriti lievi, con quattro manifestanti fermati e alcuni docenti scandalizzati nel vedere studenti fatti sdraiare a terra per essere ammanettati. Davanti al polverone mediatico, la questura di Firenze ha spiegato che «le cariche sono scattate quando i partecipanti al corteo hanno cercato di forzare il cordone di polizia per dirigersi verso il consolato americano». Per i fatti di Pisa l’opposizione ha chiesto la rimozione del questore Sebastiano Salvo, che ha spiegato: «La manifestazione non era autorizzata e le forze dell’ordine ne sono venute a conoscenza solo attraverso i canali social, pertanto a differenza di circostanze analoghe è mancata l’interlocuzione con gli organizzatori. La carica è stata determinata da un momento di tensione scaturito da un contatto fisico tra alcuni manifestanti e i poliziotti». Una tesi sostenuta anche dal sindacato di polizia. Domenico Pianese, segretario generale del Coisp: «Attaccare un questore chiedendone perfino le dimissioni è un atto di forte scorrettezza istituzionale nonché un chiaro tentativo di interferire nella corretta gestione dell’ordine pubblico». La reazione a orologeria delle sinistre non poteva che essere di indignazione a comando, al grido di «repressione e censura» e di «governo del manganello». Elly Schlein: «Basta manganellate sugli studenti, le immagini di Pisa sono inaccettabili. Studenti intrappolati in un vicolo e caricati a manganellate dalla polizia. Presentiamo subito un’interrogazione parlamentare al ministro Piantedosi, affinché chiarisca. Difendiamo la libertà di manifestare pacificamente». Basterebbe intendersi sul termine. Giuseppe Conte a rimorchio: «Ancora una volta manganellate contro chi protesta per il massacro in corso a Gaza. Sono immagini preoccupanti, non degne del nostro Paese. Non può essere questa la risposta dello Stato al dissenso». Eppure dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele, in Italia ci sono state 1.023 manifestazioni pro Palestina: solo il 3% di eventi, in gran parte senza preavviso, ha fatto registrare incidenti, con però oltre 150 persone denunciate e 26 appartenenti alle forze dell’ordine feriti. È curioso notare come i leader della sinistra non avessero nulla da ridire quando la polizia usava ben altri muscoli (idranti, retate, cariche ben più pesanti) contro i portuali di Trieste e contro chi manifestava per difendere il proprio diritto al lavoro nell’imbarazzante stagione del green pass. Allora era semplice e doveroso ordine pubblico in mascherina.Alle doglianze questa volta si è aggiunto il sindaco leghista di Pisa, Michele Conti: «Ho telefonato a questore e prefetto per chiedere conto di quanto avvenuto. Mai in alcun modo si può usare la violenza per reprimere una manifestazione di ragazzi e ragazze delle scuole superiori». Sembrerebbe una presa di distanza dal governo, un sassolino dentro il centrodestra. Niente di tutto questo poiché l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) ha ribadito la solidarietà alle forze dell’ordine: «Ancora una volta, la sinistra ci offre la narrazione di un mondo al contrario, in cui chi calpesta le regole del vivere e manifestare civilmente è dalla parte giusta, mentre chi fa rispettare la legalità e la sicurezza di tutti è un criminale. Io sto con i poliziotti. Questi manifestanti cercavano lo scontro per ergersi a martiri ma restano dei delinquenti da denunciare e daspare».Chiamata in causa, il ministro dell’Università Anna Maria Bernini ha sottolineato un aspetto non secondario: «Penso che gli studenti possano manifestare liberamente fino a quando loro stessi non rendono impossibile mantenere l’ordine». Per Angelo Bonelli (Sinistra e Verdi) invece la piazza ha sempre ragione. «Il ministro Piantedosi sta trasformando l’Italia in uno stato di polizia che invece di arrestare i criminali manganella manifestanti pacifici». È un vecchio refrain gruppettaro; il furbesco equivoco sulle linee rosse rende daltonici anche i commenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scontri-pisa-meloni-mattarella-2667355476.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-colle-difende-la-meloni-dopo-il-silenzio-dem" data-post-id="2667355476" data-published-at="1708765775" data-use-pagination="False"> Il Colle difende la Meloni dopo il silenzio dem Ce l’avevano proprio sulla lingua, i costernati compagni. Sembravano Arthur Fonzarelli, il mitico Fonzie, che non riusciva a dire «ho sbagliato». Anche l’abborracciata opposizione è stata colta da momentanea paresi. Vincenzo De Luca, governatore campano, insulta Giorgia Meloni come un indemoniato hooligan? Nessun fiato. Bruciano un cartonato in piazza con le sembianze del premier, durante un corteo per ricordare il militante di Autonomia operaia? Tutti zitti. Perlomeno fin quando Sergio Mattarella non esprime vicinanza a Meloni: «La violenza travolge la politica». Il presidente della Repubblica dettaglia: «Si assiste a un’intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale. Perfino effigi bruciate o vilipese più volte, della stessa presidente del consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Davanti a un gruppo di studenti, il capo dello Stato è di nuovo San Sergio, venerato patrono di tutti gli italiani: «Il confronto politico, la contrapposizione delle idee e delle proposte, la competizione, anche elettorale, ne risultano mortificate e distorte». Monito finale: «Mi auguro che la politica riaffermi sempre e al più presto la sua autenticità, nelle sue forme migliori». Dopo lungo e surreale silenzio, l’afona segretaria del Pd, Elly Schein, ritrova così la parola: «Questa violenza politica va condannata e non è accettabile. Gli avversari si battono con le idee e le proposte in una sana dialettica democratica». Insomma, ha ragione Mattarella. Basta «aggressività verbale o fisica». Che «travolgono la dignità della politica e ne rappresentano la negazione». Alla buon’ora. Sincera e spontanea come Chiara Ferragni di fronte ai follower. E soprattutto tempestiva. Da giorni le chiedevano di prendere debita distanza. Dopo Mattarella, era già intervenuto il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti: «Spiace constatare che a condannare l’inquietante minaccia del rogo del manichino e le violenze verbali, ormai, manchino i leader delle opposizioni». In effetti, ci sarebbe anche Giuseppe Conte, capo dei Cinque stelle, che però sembra sempre più avviluppato nel grillismo d’antan. Tanto da essere arrivato a elogiare il furibondo De Luca: «Proteste giuste». La dileggiata premier s’era così rivolta all’imbambolata Elly: «Sono rimasta molto colpita dal silenzio di Schlein sugli insulti e sui metodi di Vincenzo De Luca. Gente che fa lezioni di morale e poi non si assume le responsabilità». Riassunto della puntata iniziale. Il governatore lo scorso venerdì guida 200 sindaci campani alla volta della Capitale. Vogliono manifestare per i fondi europei e contro l’autonomia. Ma cosa spinge l’arzillo settantaquattrenne fino a Palazzo Chigi? Un filino di disperazione, pare. Il terzo mandato sfuma. E vista l’assenza di degni leader d’opposizione, Don Vincenzo sogna da Masaniello. Alla sua maniera: «Imbecilli, farabutti e delinquenti politici». Il governo, s’intende. Meloni chiede dunque a Schlein di prendere le distanze dalle «intollerabili violenze verbali», tra cui anche un «Lavori lei, stronza». Eppure, nonostante consideri De Luca un pericoloso e antistorico «cacicco», Elly tace. Per una settimana filata. Ritrova la favella solo quando San Sergio la tira per l’inconfondibile impermeabile beige, quello scelto dall’armocromista. Don Vincenzo, incurante della bacchettata di Mattarella, non frena però la sua incontinenza verbale. È inviperito per la precisazione del premier sui fondi europei: «In Campania ho trovato la festa del fagiolo e della patata, la rassegna della zampogna, la festa del caciocavallo podolico, la sagra dello scazzatiello. Mi chiedo se queste siano le priorità. Spendere i soldi in modo più strategico può dare risultati migliori». Folklore a parte, spiega Meloni, la Regione «aveva a disposizione oltre 3 miliardi e ha usato 800 milioni circa». Dunque, se «De Luca avesse speso meno tempo a fare le dirette social e più tempo a lavorare, avremmo ottenuto più risultati». Segue solidarietà di Mattarella, riferita pure al manichino bruciato dagli autonomi: «Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza». A dispetto dell’invito del Quirinale, l’indomabile Don Vincenzo riappare in una delle sue amate dirette social: «È una campagna di aggressione mirata e di falsificazione. Non possiamo dare spazio a chi adotta lo stile stracciarola, fatto di volgarità e approssimazione». Capito l’audace piagnisteo? È Meloni che insinua. Non lui. «Mi tira in ballo e la ringrazio per l’attenzione. Mi sta facendo diventare antagonista principe». Insomma: più incarognito che mai, il governatore torna alla carica: «Stracciarola!». C’è da capirlo. Poteva dirgli tutto, la premier. Passino il fagiolo e la patata. E perfino il caciocavallo podolico. Ma patrono dello scazzatiello, tipica pasta salernitana, proprio no. È un’onta da lavare subito. Prima che la macchia di sugo resti indelebile.
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Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
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Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
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