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2024-02-24
Il Pd grida al regime, il Colle difende la Meloni
Un momento degli scontri tra Polizia e manifestanti pro Palestina a Pisa il 22 febbraio 2024 (Ansa)
La linea è rossa ma fa comodo non vederla. È tracciata col pennarello dai questori al momento di autorizzare un corteo; è concordata con gli organizzatori e delimita lo spazio concesso ai manifestanti da quello proibito, vicino agli obiettivi cosiddetti «sensibili». È una linea invalicabile, oltre la quale la celere ha l’obbligo di respingere i tentativi di sfondamento.
I collettivi universitari potrebbero chiamare Luca Casarini a spiegare l’arcano, lui è docente ad honorem in materia. È così dagli anni Settanta, circa mezzo secolo fa, ma con Giorgia Meloni a palazzo Chigi tutto diventa «fascismooo». In realtà si chiama ordine pubblico, almeno così veniva definito ai tempi del Pd nell’esecutivo, con Giuseppe Conte e Mario Draghi al governo e Luciana Lamorgese al Viminale.
Lo showdown è avvenuto ieri a Firenze e Pisa quando due manifestazioni pro Palestina (con le consuete corpose infiltrazioni pro Hamas) si sono concluse con scontri fra studenti e polizia. Nel capoluogo di Regione il corteo, rinforzato dai Cobas, ha provato a sfondare per raggiungere il consolato americano in zona proibita ed è stato respinto.
A Pisa, dove secondo la questura la protesta non era autorizzata, i manifestanti volevano entrare nella centralissima Piazza dei Cavalieri, sede della Scuola Normale, da una strada secondaria. Si erano autoconvocati sui social e avevano l’obiettivo di creare il caos nel cuore della città forzando i blocchi. Quando sono arrivati a tu per tu con le forze dell’ordine, che presidiavano anche quel passaggio, sono stati fermati con i manganelli. Il bilancio della mattinata di tensione è stato di 18 feriti lievi, con quattro manifestanti fermati e alcuni docenti scandalizzati nel vedere studenti fatti sdraiare a terra per essere ammanettati.
Davanti al polverone mediatico, la questura di Firenze ha spiegato che «le cariche sono scattate quando i partecipanti al corteo hanno cercato di forzare il cordone di polizia per dirigersi verso il consolato americano».
Per i fatti di Pisa l’opposizione ha chiesto la rimozione del questore Sebastiano Salvo, che ha spiegato: «La manifestazione non era autorizzata e le forze dell’ordine ne sono venute a conoscenza solo attraverso i canali social, pertanto a differenza di circostanze analoghe è mancata l’interlocuzione con gli organizzatori. La carica è stata determinata da un momento di tensione scaturito da un contatto fisico tra alcuni manifestanti e i poliziotti». Una tesi sostenuta anche dal sindacato di polizia. Domenico Pianese, segretario generale del Coisp: «Attaccare un questore chiedendone perfino le dimissioni è un atto di forte scorrettezza istituzionale nonché un chiaro tentativo di interferire nella corretta gestione dell’ordine pubblico».
La reazione a orologeria delle sinistre non poteva che essere di indignazione a comando, al grido di «repressione e censura» e di «governo del manganello». Elly Schlein: «Basta manganellate sugli studenti, le immagini di Pisa sono inaccettabili. Studenti intrappolati in un vicolo e caricati a manganellate dalla polizia. Presentiamo subito un’interrogazione parlamentare al ministro Piantedosi, affinché chiarisca. Difendiamo la libertà di manifestare pacificamente». Basterebbe intendersi sul termine. Giuseppe Conte a rimorchio: «Ancora una volta manganellate contro chi protesta per il massacro in corso a Gaza. Sono immagini preoccupanti, non degne del nostro Paese. Non può essere questa la risposta dello Stato al dissenso».
Eppure dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele, in Italia ci sono state 1.023 manifestazioni pro Palestina: solo il 3% di eventi, in gran parte senza preavviso, ha fatto registrare incidenti, con però oltre 150 persone denunciate e 26 appartenenti alle forze dell’ordine feriti.
È curioso notare come i leader della sinistra non avessero nulla da ridire quando la polizia usava ben altri muscoli (idranti, retate, cariche ben più pesanti) contro i portuali di Trieste e contro chi manifestava per difendere il proprio diritto al lavoro nell’imbarazzante stagione del green pass. Allora era semplice e doveroso ordine pubblico in mascherina.
Alle doglianze questa volta si è aggiunto il sindaco leghista di Pisa, Michele Conti: «Ho telefonato a questore e prefetto per chiedere conto di quanto avvenuto. Mai in alcun modo si può usare la violenza per reprimere una manifestazione di ragazzi e ragazze delle scuole superiori». Sembrerebbe una presa di distanza dal governo, un sassolino dentro il centrodestra. Niente di tutto questo poiché l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) ha ribadito la solidarietà alle forze dell’ordine: «Ancora una volta, la sinistra ci offre la narrazione di un mondo al contrario, in cui chi calpesta le regole del vivere e manifestare civilmente è dalla parte giusta, mentre chi fa rispettare la legalità e la sicurezza di tutti è un criminale. Io sto con i poliziotti. Questi manifestanti cercavano lo scontro per ergersi a martiri ma restano dei delinquenti da denunciare e daspare».
Chiamata in causa, il ministro dell’Università Anna Maria Bernini ha sottolineato un aspetto non secondario: «Penso che gli studenti possano manifestare liberamente fino a quando loro stessi non rendono impossibile mantenere l’ordine». Per Angelo Bonelli (Sinistra e Verdi) invece la piazza ha sempre ragione. «Il ministro Piantedosi sta trasformando l’Italia in uno stato di polizia che invece di arrestare i criminali manganella manifestanti pacifici». È un vecchio refrain gruppettaro; il furbesco equivoco sulle linee rosse rende daltonici anche i commenti.
Il Colle difende la Meloni dopo il silenzio dem
Ce l’avevano proprio sulla lingua, i costernati compagni. Sembravano Arthur Fonzarelli, il mitico Fonzie, che non riusciva a dire «ho sbagliato». Anche l’abborracciata opposizione è stata colta da momentanea paresi. Vincenzo De Luca, governatore campano, insulta Giorgia Meloni come un indemoniato hooligan? Nessun fiato. Bruciano un cartonato in piazza con le sembianze del premier, durante un corteo per ricordare il militante di Autonomia operaia? Tutti zitti.
Perlomeno fin quando Sergio Mattarella non esprime vicinanza a Meloni: «La violenza travolge la politica». Il presidente della Repubblica dettaglia: «Si assiste a un’intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale. Perfino effigi bruciate o vilipese più volte, della stessa presidente del consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Davanti a un gruppo di studenti, il capo dello Stato è di nuovo San Sergio, venerato patrono di tutti gli italiani: «Il confronto politico, la contrapposizione delle idee e delle proposte, la competizione, anche elettorale, ne risultano mortificate e distorte». Monito finale: «Mi auguro che la politica riaffermi sempre e al più presto la sua autenticità, nelle sue forme migliori».
Dopo lungo e surreale silenzio, l’afona segretaria del Pd, Elly Schein, ritrova così la parola: «Questa violenza politica va condannata e non è accettabile. Gli avversari si battono con le idee e le proposte in una sana dialettica democratica». Insomma, ha ragione Mattarella. Basta «aggressività verbale o fisica». Che «travolgono la dignità della politica e ne rappresentano la negazione». Alla buon’ora. Sincera e spontanea come Chiara Ferragni di fronte ai follower. E soprattutto tempestiva. Da giorni le chiedevano di prendere debita distanza. Dopo Mattarella, era già intervenuto il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti: «Spiace constatare che a condannare l’inquietante minaccia del rogo del manichino e le violenze verbali, ormai, manchino i leader delle opposizioni».
In effetti, ci sarebbe anche Giuseppe Conte, capo dei Cinque stelle, che però sembra sempre più avviluppato nel grillismo d’antan. Tanto da essere arrivato a elogiare il furibondo De Luca: «Proteste giuste». La dileggiata premier s’era così rivolta all’imbambolata Elly: «Sono rimasta molto colpita dal silenzio di Schlein sugli insulti e sui metodi di Vincenzo De Luca. Gente che fa lezioni di morale e poi non si assume le responsabilità».
Riassunto della puntata iniziale. Il governatore lo scorso venerdì guida 200 sindaci campani alla volta della Capitale. Vogliono manifestare per i fondi europei e contro l’autonomia. Ma cosa spinge l’arzillo settantaquattrenne fino a Palazzo Chigi? Un filino di disperazione, pare. Il terzo mandato sfuma. E vista l’assenza di degni leader d’opposizione, Don Vincenzo sogna da Masaniello. Alla sua maniera: «Imbecilli, farabutti e delinquenti politici». Il governo, s’intende. Meloni chiede dunque a Schlein di prendere le distanze dalle «intollerabili violenze verbali», tra cui anche un «Lavori lei, stronza». Eppure, nonostante consideri De Luca un pericoloso e antistorico «cacicco», Elly tace. Per una settimana filata. Ritrova la favella solo quando San Sergio la tira per l’inconfondibile impermeabile beige, quello scelto dall’armocromista.
Don Vincenzo, incurante della bacchettata di Mattarella, non frena però la sua incontinenza verbale. È inviperito per la precisazione del premier sui fondi europei: «In Campania ho trovato la festa del fagiolo e della patata, la rassegna della zampogna, la festa del caciocavallo podolico, la sagra dello scazzatiello. Mi chiedo se queste siano le priorità. Spendere i soldi in modo più strategico può dare risultati migliori».
Folklore a parte, spiega Meloni, la Regione «aveva a disposizione oltre 3 miliardi e ha usato 800 milioni circa». Dunque, se «De Luca avesse speso meno tempo a fare le dirette social e più tempo a lavorare, avremmo ottenuto più risultati». Segue solidarietà di Mattarella, riferita pure al manichino bruciato dagli autonomi: «Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza».
A dispetto dell’invito del Quirinale, l’indomabile Don Vincenzo riappare in una delle sue amate dirette social: «È una campagna di aggressione mirata e di falsificazione. Non possiamo dare spazio a chi adotta lo stile stracciarola, fatto di volgarità e approssimazione». Capito l’audace piagnisteo? È Meloni che insinua. Non lui. «Mi tira in ballo e la ringrazio per l’attenzione. Mi sta facendo diventare antagonista principe». Insomma: più incarognito che mai, il governatore torna alla carica: «Stracciarola!». C’è da capirlo. Poteva dirgli tutto, la premier. Passino il fagiolo e la patata. E perfino il caciocavallo podolico. Ma patrono dello scazzatiello, tipica pasta salernitana, proprio no. È un’onta da lavare subito. Prima che la macchia di sugo resti indelebile.
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Studenti pro Palestina caricati in Toscana. Conte e Schlein: «Repressione». Scontri registrati solo nel 3% delle proteste.A differenza di Pd e M5s, Mattarella solidarizza col premier per gli insulti e le foto bruciate: «Intollerabili». La Schlein si sveglia solo ora e si accoda: «Gli avversari si battono con le idee». Eppure ha taciuto sulle ingiurie di De Luca, compagno di partito.Lo speciale contiene due articoli.La linea è rossa ma fa comodo non vederla. È tracciata col pennarello dai questori al momento di autorizzare un corteo; è concordata con gli organizzatori e delimita lo spazio concesso ai manifestanti da quello proibito, vicino agli obiettivi cosiddetti «sensibili». È una linea invalicabile, oltre la quale la celere ha l’obbligo di respingere i tentativi di sfondamento. I collettivi universitari potrebbero chiamare Luca Casarini a spiegare l’arcano, lui è docente ad honorem in materia. È così dagli anni Settanta, circa mezzo secolo fa, ma con Giorgia Meloni a palazzo Chigi tutto diventa «fascismooo». In realtà si chiama ordine pubblico, almeno così veniva definito ai tempi del Pd nell’esecutivo, con Giuseppe Conte e Mario Draghi al governo e Luciana Lamorgese al Viminale.Lo showdown è avvenuto ieri a Firenze e Pisa quando due manifestazioni pro Palestina (con le consuete corpose infiltrazioni pro Hamas) si sono concluse con scontri fra studenti e polizia. Nel capoluogo di Regione il corteo, rinforzato dai Cobas, ha provato a sfondare per raggiungere il consolato americano in zona proibita ed è stato respinto. A Pisa, dove secondo la questura la protesta non era autorizzata, i manifestanti volevano entrare nella centralissima Piazza dei Cavalieri, sede della Scuola Normale, da una strada secondaria. Si erano autoconvocati sui social e avevano l’obiettivo di creare il caos nel cuore della città forzando i blocchi. Quando sono arrivati a tu per tu con le forze dell’ordine, che presidiavano anche quel passaggio, sono stati fermati con i manganelli. Il bilancio della mattinata di tensione è stato di 18 feriti lievi, con quattro manifestanti fermati e alcuni docenti scandalizzati nel vedere studenti fatti sdraiare a terra per essere ammanettati. Davanti al polverone mediatico, la questura di Firenze ha spiegato che «le cariche sono scattate quando i partecipanti al corteo hanno cercato di forzare il cordone di polizia per dirigersi verso il consolato americano». Per i fatti di Pisa l’opposizione ha chiesto la rimozione del questore Sebastiano Salvo, che ha spiegato: «La manifestazione non era autorizzata e le forze dell’ordine ne sono venute a conoscenza solo attraverso i canali social, pertanto a differenza di circostanze analoghe è mancata l’interlocuzione con gli organizzatori. La carica è stata determinata da un momento di tensione scaturito da un contatto fisico tra alcuni manifestanti e i poliziotti». Una tesi sostenuta anche dal sindacato di polizia. Domenico Pianese, segretario generale del Coisp: «Attaccare un questore chiedendone perfino le dimissioni è un atto di forte scorrettezza istituzionale nonché un chiaro tentativo di interferire nella corretta gestione dell’ordine pubblico». La reazione a orologeria delle sinistre non poteva che essere di indignazione a comando, al grido di «repressione e censura» e di «governo del manganello». Elly Schlein: «Basta manganellate sugli studenti, le immagini di Pisa sono inaccettabili. Studenti intrappolati in un vicolo e caricati a manganellate dalla polizia. Presentiamo subito un’interrogazione parlamentare al ministro Piantedosi, affinché chiarisca. Difendiamo la libertà di manifestare pacificamente». Basterebbe intendersi sul termine. Giuseppe Conte a rimorchio: «Ancora una volta manganellate contro chi protesta per il massacro in corso a Gaza. Sono immagini preoccupanti, non degne del nostro Paese. Non può essere questa la risposta dello Stato al dissenso». Eppure dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele, in Italia ci sono state 1.023 manifestazioni pro Palestina: solo il 3% di eventi, in gran parte senza preavviso, ha fatto registrare incidenti, con però oltre 150 persone denunciate e 26 appartenenti alle forze dell’ordine feriti. È curioso notare come i leader della sinistra non avessero nulla da ridire quando la polizia usava ben altri muscoli (idranti, retate, cariche ben più pesanti) contro i portuali di Trieste e contro chi manifestava per difendere il proprio diritto al lavoro nell’imbarazzante stagione del green pass. Allora era semplice e doveroso ordine pubblico in mascherina.Alle doglianze questa volta si è aggiunto il sindaco leghista di Pisa, Michele Conti: «Ho telefonato a questore e prefetto per chiedere conto di quanto avvenuto. Mai in alcun modo si può usare la violenza per reprimere una manifestazione di ragazzi e ragazze delle scuole superiori». Sembrerebbe una presa di distanza dal governo, un sassolino dentro il centrodestra. Niente di tutto questo poiché l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) ha ribadito la solidarietà alle forze dell’ordine: «Ancora una volta, la sinistra ci offre la narrazione di un mondo al contrario, in cui chi calpesta le regole del vivere e manifestare civilmente è dalla parte giusta, mentre chi fa rispettare la legalità e la sicurezza di tutti è un criminale. Io sto con i poliziotti. Questi manifestanti cercavano lo scontro per ergersi a martiri ma restano dei delinquenti da denunciare e daspare».Chiamata in causa, il ministro dell’Università Anna Maria Bernini ha sottolineato un aspetto non secondario: «Penso che gli studenti possano manifestare liberamente fino a quando loro stessi non rendono impossibile mantenere l’ordine». Per Angelo Bonelli (Sinistra e Verdi) invece la piazza ha sempre ragione. «Il ministro Piantedosi sta trasformando l’Italia in uno stato di polizia che invece di arrestare i criminali manganella manifestanti pacifici». È un vecchio refrain gruppettaro; il furbesco equivoco sulle linee rosse rende daltonici anche i commenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scontri-pisa-meloni-mattarella-2667355476.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-colle-difende-la-meloni-dopo-il-silenzio-dem" data-post-id="2667355476" data-published-at="1708765775" data-use-pagination="False"> Il Colle difende la Meloni dopo il silenzio dem Ce l’avevano proprio sulla lingua, i costernati compagni. Sembravano Arthur Fonzarelli, il mitico Fonzie, che non riusciva a dire «ho sbagliato». Anche l’abborracciata opposizione è stata colta da momentanea paresi. Vincenzo De Luca, governatore campano, insulta Giorgia Meloni come un indemoniato hooligan? Nessun fiato. Bruciano un cartonato in piazza con le sembianze del premier, durante un corteo per ricordare il militante di Autonomia operaia? Tutti zitti. Perlomeno fin quando Sergio Mattarella non esprime vicinanza a Meloni: «La violenza travolge la politica». Il presidente della Repubblica dettaglia: «Si assiste a un’intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale. Perfino effigi bruciate o vilipese più volte, della stessa presidente del consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Davanti a un gruppo di studenti, il capo dello Stato è di nuovo San Sergio, venerato patrono di tutti gli italiani: «Il confronto politico, la contrapposizione delle idee e delle proposte, la competizione, anche elettorale, ne risultano mortificate e distorte». Monito finale: «Mi auguro che la politica riaffermi sempre e al più presto la sua autenticità, nelle sue forme migliori». Dopo lungo e surreale silenzio, l’afona segretaria del Pd, Elly Schein, ritrova così la parola: «Questa violenza politica va condannata e non è accettabile. Gli avversari si battono con le idee e le proposte in una sana dialettica democratica». Insomma, ha ragione Mattarella. Basta «aggressività verbale o fisica». Che «travolgono la dignità della politica e ne rappresentano la negazione». Alla buon’ora. Sincera e spontanea come Chiara Ferragni di fronte ai follower. E soprattutto tempestiva. Da giorni le chiedevano di prendere debita distanza. Dopo Mattarella, era già intervenuto il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti: «Spiace constatare che a condannare l’inquietante minaccia del rogo del manichino e le violenze verbali, ormai, manchino i leader delle opposizioni». In effetti, ci sarebbe anche Giuseppe Conte, capo dei Cinque stelle, che però sembra sempre più avviluppato nel grillismo d’antan. Tanto da essere arrivato a elogiare il furibondo De Luca: «Proteste giuste». La dileggiata premier s’era così rivolta all’imbambolata Elly: «Sono rimasta molto colpita dal silenzio di Schlein sugli insulti e sui metodi di Vincenzo De Luca. Gente che fa lezioni di morale e poi non si assume le responsabilità». Riassunto della puntata iniziale. Il governatore lo scorso venerdì guida 200 sindaci campani alla volta della Capitale. Vogliono manifestare per i fondi europei e contro l’autonomia. Ma cosa spinge l’arzillo settantaquattrenne fino a Palazzo Chigi? Un filino di disperazione, pare. Il terzo mandato sfuma. E vista l’assenza di degni leader d’opposizione, Don Vincenzo sogna da Masaniello. Alla sua maniera: «Imbecilli, farabutti e delinquenti politici». Il governo, s’intende. Meloni chiede dunque a Schlein di prendere le distanze dalle «intollerabili violenze verbali», tra cui anche un «Lavori lei, stronza». Eppure, nonostante consideri De Luca un pericoloso e antistorico «cacicco», Elly tace. Per una settimana filata. Ritrova la favella solo quando San Sergio la tira per l’inconfondibile impermeabile beige, quello scelto dall’armocromista. Don Vincenzo, incurante della bacchettata di Mattarella, non frena però la sua incontinenza verbale. È inviperito per la precisazione del premier sui fondi europei: «In Campania ho trovato la festa del fagiolo e della patata, la rassegna della zampogna, la festa del caciocavallo podolico, la sagra dello scazzatiello. Mi chiedo se queste siano le priorità. Spendere i soldi in modo più strategico può dare risultati migliori». Folklore a parte, spiega Meloni, la Regione «aveva a disposizione oltre 3 miliardi e ha usato 800 milioni circa». Dunque, se «De Luca avesse speso meno tempo a fare le dirette social e più tempo a lavorare, avremmo ottenuto più risultati». Segue solidarietà di Mattarella, riferita pure al manichino bruciato dagli autonomi: «Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza». A dispetto dell’invito del Quirinale, l’indomabile Don Vincenzo riappare in una delle sue amate dirette social: «È una campagna di aggressione mirata e di falsificazione. Non possiamo dare spazio a chi adotta lo stile stracciarola, fatto di volgarità e approssimazione». Capito l’audace piagnisteo? È Meloni che insinua. Non lui. «Mi tira in ballo e la ringrazio per l’attenzione. Mi sta facendo diventare antagonista principe». Insomma: più incarognito che mai, il governatore torna alla carica: «Stracciarola!». C’è da capirlo. Poteva dirgli tutto, la premier. Passino il fagiolo e la patata. E perfino il caciocavallo podolico. Ma patrono dello scazzatiello, tipica pasta salernitana, proprio no. È un’onta da lavare subito. Prima che la macchia di sugo resti indelebile.
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
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