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2024-05-01
La scienza affonda le vaccinazioni di massa
La risposta ai vaccini anti Covid dipende dall’assetto genetico di ciascuno. Sono le conclusioni, facilmente intuibili, di uno studio italiano pubblicato in questi giorni su Communication medicine - gruppo editoriale Springer Nature - ma è anche l’ennesima prova che, nella pandemia, a guidare le scelte del ministero della Salute non è stata la scienza dei dati, ma la religione dell’obbligo.
La medicina personalizzata, cioè tarata sulle caratteristiche del singolo, è un tema noto dagli anni Novanta, da quando cioè si è avviata la mappatura del genoma umano. Da anni, poi, si parla di medicina di precisione. Non serviva, quindi, uno studio per poter prevedere che il vaccino, non dando risposte uguali in tutti, non doveva essere obbligatorio. Inoltre, dovrebbe essere facilmente intuibile che anche gli effetti avversi possono essere differenti, come pure la loro gravità. Eppure, queste evidenze, note per ogni farmaco, sono state bellamente ignorate per i vaccini a mRna. Ebbene, a togliere ogni dubbio ci sono oggi i dati di uno studio coordinato dall’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Segrate (Cnr-Itb) che, all’inizio della campagna vaccinale contro il Covid-19, ha coinvolto un gruppo di medici e ricercatori dell’Azienda ospedaliera Senese e della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza (Foggia) a cui si sono aggiunti quelli milanesi della Fondazione Irccs Istituto neurologico Carlo Besta e dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri.
I medici hanno unito le forze per studiare le basi genetiche delle differenze nella risposta anticorpale alla vaccinazione anti-Covid-19 con il vaccino Bnt162b2 (Pfizer-Biontech). Lo studio ha, quindi, mostrato come alcuni soggetti, con determinate varianti nei geni che controllano i principali meccanismi di difesa del nostro sistema immunitario, producevano differenti quantità di anticorpi diretti contro l’antigene del coronavirus Sars-Cov2. Il gruppo, nel siero di 1.351 soggetti vaccinati contro il Covid-19, a 30 giorni di distanza dalla seconda dose, ha condotto un’analisi molto complessa perché ha associato, analizzando tutto il genoma di ciascuno, la correlazione tra milioni di varianti genetiche del Dna di ogni soggetto, con i livelli di anticorpi.
Sin dall’inizio della campagna vaccinale, spiegano i ricercatori, si era osservata una differenza sostanziale nelle quantità di anticorpi prodotti. Mentre, però, genetisti e immunologi si sono subito chiesti a cosa fosse dovuta tale differenza e hanno cercato risposte, il ministro Roberto Speranza e i sui tecnici hanno solo imposto l’iniezione. «Come per la maggior parte dei farmaci», ricorda Francesca Colombo, ricercatrice del Cnr-Itb, «anche per i vaccini ogni individuo può rispondere in maniera più o meno efficace e questo è dovuto, almeno in parte, alla costituzione genetica individuale». Risultati sovrapponibili si sono ottenuti in «una ricerca simile alla nostra», continua Colombo, «ma su soggetti ai quali è stato somministrato il vaccino prodotto da Astrazeneca». Nel dettaglio, aggiunge Martina Esposito, primo autore dello studio e assegnista di ricerca presso il Cnr-Itb, dalle «analisi statistiche abbiamo scoperto che una particolare regione del genoma, sul cromosoma 6, era significativamente associata ai livelli anticorpali. In questa specifica regione», chiarisce, «sono presenti dei geni che codificano per delle molecole presenti sulla superficie cellulare, coinvolte nei meccanismi di risposta immunitaria (Hla) - sono gli stessi che vengono valutati quando si cerca la compatibilità fra donatori di midollo osseo, ad esempio - ed esistono differenti combinazioni. Il nostro studio ha evidenziato che alcune erano associate a livelli di anticorpi più alti, mentre altre a livelli più bassi, spiegando quindi, dal punto di vista genetico, le differenze nella risposta alla vaccinazione osservate tra individui diversi».
Le analisi statistiche e i modelli matematici impiegati «sono molto complessi perché complessa è l’interazione tra i geni e dei geni stessi con il vaccino», sottolinea Massimiliano Copetti, responsabile Biostatistica della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza. Questi risultati, secondo Massimo Carella, biologo genetista e vice-direttore scientifico della stessa fondazione foggiana, possono aiutare per «differenziare e personalizzare la campagna vaccinale, fornendo a ciascun individuo il vaccino più adatto, cioè quello che gli permetterà di produrre più anticorpi possibili. Questo approccio», afferma, «può essere esteso anche ad altri vaccini ideati contro altre malattie, nell’ottica di una vaccinazione di precisione supportata dalla vaccinogenomica». La forza di questo progetto di ricerca «sta nella fattiva collaborazione fra i vari partner e nel suo approccio multicentrico», rimarca Raffaella Brugnoni, ricercatore sanitario presso il dipartimento di ricerca e sviluppo clinico dell’Istituto Besta. «Si tratta di un esempio di come le diverse comunità scientifiche possano collaborare per il progresso della ricerca e del benessere comune».
I ricercatori hanno già in programma di condividere i dati con altri gruppi internazionali per personalizzare l’impiego dei vaccini nelle diverse popolazioni del mondo, per campagne vaccinali più mirate, soprattutto per i soggetti più fragili, cosa molto utile, visto che la moltiplicazione delle vaccinazioni è il nuovo mantra dei sistemi sanitari e di Big Pharma. Intanto, nonostante le evidenze, chi ha avuto danni dall’anti Covid aspetta il risarcimento.
La Cina sfratta lo studioso che sequenziò il virus
Il professore Zhang Yongzhen, che nel gennaio del 2020 pubblicò il primo genoma completo di Sars-CoV-2, è stato sfrattato dal suo laboratorio. Un’ulteriore pressione esercitata dalle autorità cinesi nei confronti dello scienziato, che disattese l’ordine di non mettere online il sequenziamento del virus. Zhang ha scritto in un post sulla piattaforma di social media cinese Weibo di essersi recato al lavoro lo scorso fine settimana, ma le guardie gli avrebbero impedito di entrare. Il professore, per protesta, si è accampato fuori dal laboratorio «seduto su un cartone appiattito sotto una pioggia battente», come ha riferito l’agenzia di stampa Associated press.La notizia è stata ripresa dai quotidiani di tutto il mondo, che hanno mostrato le immagini dello scienziato umiliato dal governo di Pechino eppure ben determinato a non cedere a ulteriori ricatti. «Non me ne andrò, non mi arrenderò, perseguo la scienza e la verità», ha scritto in un post poi cancellato. Il Centro clinico di sanità pubblica di Shanghai cerca di minimizzare l’accaduto, affermando che non si sarebbe trattato di uno sfratto ma di una chiusura diventata urgente «per motivi di sicurezza» e che a Zhang sarebbe stato proposto un laboratorio alternativo.Lo scienziato contesta la versione ufficiale, spiega che al momento dello sfratto non gli erano state sottoposte alternative e che la struttura, dove dovrebbe spostarsi assieme al suo team, non soddisfa gli standard di sicurezza per condurre la ricerca. L’attività di ricerca del professore e del suo team è stata ostacolata da quando rese nota la sequenza del nuovo coronavirus, permettendo la messa a punto di kit diagnostici in tutto il mondo.I ricercatori dello Shanghai public clinical health center, diretto dal virologo Zhang Yongzhen, decodificarono in meno di 40 ore una sequenza genomica del virus e il 5 gennaio 2020 avvisarono le autorità sanitarie cinesi che erano urgenti misure pubbliche di emergenza. «Ho capito che questo virus è strettamente correlato alla Sars, probabilmente per l’80%. Quindi, certamente, era molto pericoloso», raccontò il professore in un’intervista esclusiva al Time. Altri laboratori la decodificarono, a tutti fu proibito di divulgare informazioni ma solo lo scienziato oggi cacciato dal suo centro decise di pubblicare, l’11 gennaio, una sequenza sul sito virological.org, usato dai ricercatori.Il giorno dopo, come «punizione», le autorità cinesi chiusero temporaneamente il centro di salute pubblica dove lavoravano.Fu solo l’inizio di una serie di ritorsioni. Venne rimosso dall’incarico al Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie e gli è stato impedito di lavorare con alcuni dei suoi ex partner. Edward Holmes, suo collaboratore e virologo dell’Università di Sydney, il ricercatore che l’11 gennaio 2020 aveva materialmente pubblicato il genoma su permesso del professore, sostiene che «da quando Zhang ha sfidato le autorità c’è stata una campagna contro di lui. È stato distrutto».
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Un’indagine guidata dall’Istituto Mario Negri conferma l’evidenza: la risposta anticorpale degli individui dipende dal loro assetto genetico. Quindi i preparati Pfizer e Astrazeneca non dovevano essere obbligatori, come invece imposto da Speranza. Zhang Yongzhen è stato cacciato dal suo laboratorio: ora vi si è accampato davanti. Lo speciale contiene due articoli.La risposta ai vaccini anti Covid dipende dall’assetto genetico di ciascuno. Sono le conclusioni, facilmente intuibili, di uno studio italiano pubblicato in questi giorni su Communication medicine - gruppo editoriale Springer Nature - ma è anche l’ennesima prova che, nella pandemia, a guidare le scelte del ministero della Salute non è stata la scienza dei dati, ma la religione dell’obbligo.La medicina personalizzata, cioè tarata sulle caratteristiche del singolo, è un tema noto dagli anni Novanta, da quando cioè si è avviata la mappatura del genoma umano. Da anni, poi, si parla di medicina di precisione. Non serviva, quindi, uno studio per poter prevedere che il vaccino, non dando risposte uguali in tutti, non doveva essere obbligatorio. Inoltre, dovrebbe essere facilmente intuibile che anche gli effetti avversi possono essere differenti, come pure la loro gravità. Eppure, queste evidenze, note per ogni farmaco, sono state bellamente ignorate per i vaccini a mRna. Ebbene, a togliere ogni dubbio ci sono oggi i dati di uno studio coordinato dall’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Segrate (Cnr-Itb) che, all’inizio della campagna vaccinale contro il Covid-19, ha coinvolto un gruppo di medici e ricercatori dell’Azienda ospedaliera Senese e della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza (Foggia) a cui si sono aggiunti quelli milanesi della Fondazione Irccs Istituto neurologico Carlo Besta e dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri.I medici hanno unito le forze per studiare le basi genetiche delle differenze nella risposta anticorpale alla vaccinazione anti-Covid-19 con il vaccino Bnt162b2 (Pfizer-Biontech). Lo studio ha, quindi, mostrato come alcuni soggetti, con determinate varianti nei geni che controllano i principali meccanismi di difesa del nostro sistema immunitario, producevano differenti quantità di anticorpi diretti contro l’antigene del coronavirus Sars-Cov2. Il gruppo, nel siero di 1.351 soggetti vaccinati contro il Covid-19, a 30 giorni di distanza dalla seconda dose, ha condotto un’analisi molto complessa perché ha associato, analizzando tutto il genoma di ciascuno, la correlazione tra milioni di varianti genetiche del Dna di ogni soggetto, con i livelli di anticorpi.Sin dall’inizio della campagna vaccinale, spiegano i ricercatori, si era osservata una differenza sostanziale nelle quantità di anticorpi prodotti. Mentre, però, genetisti e immunologi si sono subito chiesti a cosa fosse dovuta tale differenza e hanno cercato risposte, il ministro Roberto Speranza e i sui tecnici hanno solo imposto l’iniezione. «Come per la maggior parte dei farmaci», ricorda Francesca Colombo, ricercatrice del Cnr-Itb, «anche per i vaccini ogni individuo può rispondere in maniera più o meno efficace e questo è dovuto, almeno in parte, alla costituzione genetica individuale». Risultati sovrapponibili si sono ottenuti in «una ricerca simile alla nostra», continua Colombo, «ma su soggetti ai quali è stato somministrato il vaccino prodotto da Astrazeneca». Nel dettaglio, aggiunge Martina Esposito, primo autore dello studio e assegnista di ricerca presso il Cnr-Itb, dalle «analisi statistiche abbiamo scoperto che una particolare regione del genoma, sul cromosoma 6, era significativamente associata ai livelli anticorpali. In questa specifica regione», chiarisce, «sono presenti dei geni che codificano per delle molecole presenti sulla superficie cellulare, coinvolte nei meccanismi di risposta immunitaria (Hla) - sono gli stessi che vengono valutati quando si cerca la compatibilità fra donatori di midollo osseo, ad esempio - ed esistono differenti combinazioni. Il nostro studio ha evidenziato che alcune erano associate a livelli di anticorpi più alti, mentre altre a livelli più bassi, spiegando quindi, dal punto di vista genetico, le differenze nella risposta alla vaccinazione osservate tra individui diversi».Le analisi statistiche e i modelli matematici impiegati «sono molto complessi perché complessa è l’interazione tra i geni e dei geni stessi con il vaccino», sottolinea Massimiliano Copetti, responsabile Biostatistica della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza. Questi risultati, secondo Massimo Carella, biologo genetista e vice-direttore scientifico della stessa fondazione foggiana, possono aiutare per «differenziare e personalizzare la campagna vaccinale, fornendo a ciascun individuo il vaccino più adatto, cioè quello che gli permetterà di produrre più anticorpi possibili. Questo approccio», afferma, «può essere esteso anche ad altri vaccini ideati contro altre malattie, nell’ottica di una vaccinazione di precisione supportata dalla vaccinogenomica». La forza di questo progetto di ricerca «sta nella fattiva collaborazione fra i vari partner e nel suo approccio multicentrico», rimarca Raffaella Brugnoni, ricercatore sanitario presso il dipartimento di ricerca e sviluppo clinico dell’Istituto Besta. «Si tratta di un esempio di come le diverse comunità scientifiche possano collaborare per il progresso della ricerca e del benessere comune».I ricercatori hanno già in programma di condividere i dati con altri gruppi internazionali per personalizzare l’impiego dei vaccini nelle diverse popolazioni del mondo, per campagne vaccinali più mirate, soprattutto per i soggetti più fragili, cosa molto utile, visto che la moltiplicazione delle vaccinazioni è il nuovo mantra dei sistemi sanitari e di Big Pharma. 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Zhang ha scritto in un post sulla piattaforma di social media cinese Weibo di essersi recato al lavoro lo scorso fine settimana, ma le guardie gli avrebbero impedito di entrare. Il professore, per protesta, si è accampato fuori dal laboratorio «seduto su un cartone appiattito sotto una pioggia battente», come ha riferito l’agenzia di stampa Associated press.La notizia è stata ripresa dai quotidiani di tutto il mondo, che hanno mostrato le immagini dello scienziato umiliato dal governo di Pechino eppure ben determinato a non cedere a ulteriori ricatti. «Non me ne andrò, non mi arrenderò, perseguo la scienza e la verità», ha scritto in un post poi cancellato. Il Centro clinico di sanità pubblica di Shanghai cerca di minimizzare l’accaduto, affermando che non si sarebbe trattato di uno sfratto ma di una chiusura diventata urgente «per motivi di sicurezza» e che a Zhang sarebbe stato proposto un laboratorio alternativo.Lo scienziato contesta la versione ufficiale, spiega che al momento dello sfratto non gli erano state sottoposte alternative e che la struttura, dove dovrebbe spostarsi assieme al suo team, non soddisfa gli standard di sicurezza per condurre la ricerca. L’attività di ricerca del professore e del suo team è stata ostacolata da quando rese nota la sequenza del nuovo coronavirus, permettendo la messa a punto di kit diagnostici in tutto il mondo.I ricercatori dello Shanghai public clinical health center, diretto dal virologo Zhang Yongzhen, decodificarono in meno di 40 ore una sequenza genomica del virus e il 5 gennaio 2020 avvisarono le autorità sanitarie cinesi che erano urgenti misure pubbliche di emergenza. «Ho capito che questo virus è strettamente correlato alla Sars, probabilmente per l’80%. Quindi, certamente, era molto pericoloso», raccontò il professore in un’intervista esclusiva al Time. Altri laboratori la decodificarono, a tutti fu proibito di divulgare informazioni ma solo lo scienziato oggi cacciato dal suo centro decise di pubblicare, l’11 gennaio, una sequenza sul sito virological.org, usato dai ricercatori.Il giorno dopo, come «punizione», le autorità cinesi chiusero temporaneamente il centro di salute pubblica dove lavoravano.Fu solo l’inizio di una serie di ritorsioni. Venne rimosso dall’incarico al Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie e gli è stato impedito di lavorare con alcuni dei suoi ex partner. Edward Holmes, suo collaboratore e virologo dell’Università di Sydney, il ricercatore che l’11 gennaio 2020 aveva materialmente pubblicato il genoma su permesso del professore, sostiene che «da quando Zhang ha sfidato le autorità c’è stata una campagna contro di lui. È stato distrutto».
Roberto Vannacci e Francesco Giubilei (Ansa)
Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura».
«Non si può nemmeno pensare a una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Per chi si chiedesse chi sia questo Giubilei, è un ragazzo di Cesena di 34 anni, puntiglioso e pignolo, collaboratore del Giornale, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università̀ Giustino Fortunato di Benevento e anche presidente della Fondazione Tatarella. Essendo un noto rompiscatole c’è da immaginarsi che non mollerà la presa. Ma ha trovato davanti a sé uno altrettanto accanito. Infatti, la risposta di Vannacci è stata sobria: «Giubilei è prolisso, io rispondo molto più succintamente al suo ricorso: me ne frego. La paura fa 90!». Accusandolo di strumentalizzare la vicenda per ottenere visibilità. In effetti, a seguito di questo polverone, Nazione Futura ha annunciato la campagna di tesseramento 2026 con lo slogan «Leali e coerenti» rivolgendosi ai delusi da Vannacci. Giubilei si riferisce ai responsabili dei team di Milano, Varese e Verona che, qualche giorno fa, hanno abbandonato l’ex generale con un aspro comunicato definendo «Il mondo al contrario», «un bluff politico e organizzativo».
Su Instagram Giubilei risponde a Vannacci definendolo «a corto di idee» e ironizza sul fatto che, non contento di aver copiato nome e logo dalla sua associazione, si sia appropriato anche dello slogan «me ne frego» degli Arditi e di D’Annunzio. «Lo vedo abbastanza nervoso, lo saremmo anche noi se fossimo in lui, visti i fuoriusciti da Il mondo al contrario che si stanno iscrivendo a Nazione Futura. Ormai Vannacci ha più amici a sinistra che a destra», graffia. Il profeta Giubilei si riferisce alle notizie non confermate, anzi smentite dai diretti interessati, di fantomatici incontri tra Vannacci, Renzi e Conte. «Dopo Renzi, ora anche il M5s!», scrive Vannacci su Facebook commentando un articolo del Giornale, «di questo passo i giornali di Angelucci ci diranno che, nel mio tutto ipotetico nuovo partito, sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Sumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». Lo stesso Renzi smentisce: «Il Corriere scrive che io vedo regolarmente Vannacci in un circolo canottieri di Roma. Non solo falso ma ridicolo».
Analizzando meglio questa contesa, che sta assumendo sempre più i toni di una rissa da bar, condita da rancore personale e invidia, sembra che più del logo «copiato», a Giubilei interessi fare le scarpe a Vannacci sul piano politico. Lo si evince da certe sue considerazioni, non richieste, che nulla hanno a che vedere con la forma e il colore del simbolo. La ramanzina di Giubilei è che Vannacci vedrebbe «nemici ovunque» avvisandolo che se «attacca il governo e assume posizioni divergenti rispetto alla linea del suo partito, fa il gioco della sinistra». E ammonisce: «Se si è all’interno di un partito e di una coalizione ci sono delle regole da rispettare e continuare pubblicamente ad assumere posizioni diverse dal proprio segretario e dal leader della coalizione, provando a metterli in difficoltà, non è un comportamento né costruttivo né leale». Su una paventata espulsione di Vannacci dalla Lega, di cui è ancora vicesegretario, oggi Salvini ha convocato un consiglio federale d’urgenza, per fare il punto della situazione politica.
Il pretesto è il pacchetto sicurezza e il referendum giustizia, ma Vannacci è il vero tema rovente.
Nel centrodestra c’è fermento. Ieri, sul Foglio, Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, non si perita a dire che, se glielo chiedessero, sarebbe disponibile a fare il segretario di Forza Italia perché «al partito serve più turnover» e che Tajani lo vedrebbe bene «come presidente della Repubblica».
Anche Mark Zuckerberg lo incolparono di aver copiato Facebook. E sappiamo tutti com’è andata a finire.
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Gli immigrati sono parte fondamentale del progetto della sinistra mondiale che vuole sostituire etnicamente il bacino di elettori dell’Emisfero occidentale. Il caso più eclatante è quello britannico, dove gli immigrati hanno cessato di essere minoranza e sono arrivati ai vertici della politica.
Donald Trump (Ansa)
Non è ancora chiaro se, in caso, i tre avrebbero un colloquio diretto o indiretto. Tuttavia, una fonte iraniana ha riferito al sito qatariota Al-Arabi Al-Jadid che il formato diretto risulterebbe al momento il più probabile. In questo quadro, Witkoff arriverà oggi nello Stato ebraico su richiesta di Benjamin Netanyahu, che vuole coordinarsi con Washington prima della ripresa delle trattative. In particolare, oltre al premier israeliano, l’inviato americano incontrerà, a Gerusalemme, anche il capo di Stato maggiore delle Idf, il generale Eyal Zamir, il quale, ieri, ha affermato che le forze israeliane si trovano attualmente in una «fase di crescente preparazione alla guerra».
Ma quali sono i nodi al centro dei negoziati in via di rilancio? Trump vuole che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, riduca sensibilmente il suo programma balistico e rompa i rapporti con i propri proxy (a partire da Hamas, Huthi ed Hezbollah). Si tratta di tre richieste rispetto a cui, almeno finora, il regime khomeinista ha puntato i piedi. Un regime che risulta tuttavia, a sua volta, internamente spaccato. Se Araghchi sta da tempo cercando di tessere una tela diplomatica per scongiurare un’azione militare statunitense contro la Repubblica islamica, i pasdaran hanno continuato a premere per la linea dura. Consapevole di questa dialettica intestina, Trump vuole usare la pressione militare per mettere Teheran con le spalle al muro e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza. Negli ultimi giorni, Washington ha infatti schierato in Medio Oriente una decina di navi da guerra, oltreché una serie di sistemi di difesa aerea volti a neutralizzare eventuali rappresaglie iraniane. Non solo. Ieri, gli Stati Uniti hanno tenuto delle esercitazioni navali nel Mar Rosso assieme a Israele. Di contro, le esercitazioni militari che erano state annunciate dai pasdaran nello Stretto di Hormuz, secondo il Wall Street Journal, non si sarebbero più tenute: segno, questo, del fatto che (forse) la linea di Araghchi, almeno per ora, sia riuscita a imporsi.
Nel frattempo, come abbiamo visto, la Turchia punta a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Stati Uniti e Iran. Una linea, quella di Ankara, che rompe le uova nel paniere a Mosca. È infatti dall’anno scorso che Vladimir Putin si è de facto proposto come mediatore tra Washington e Teheran sul nucleare, per cercare di recuperare influenza in Medio Oriente dopo la caduta di un suo storico alleato come Bashar al Assad. Il punto è che l’iperattivismo diplomatico turco riduce i margini di manovra di Mosca. È quindi anche con l’obiettivo di guadagnare terreno che, ieri, il Cremlino si è nuovamente offerto di trasferire l’uranio arricchito iraniano in Russia. «I funzionari iraniani non hanno alcuna intenzione di trasferire scorte nucleari arricchite a nessun Paese e i negoziati non riguardano affatto tale questione», ha tuttavia affermato il vicesegretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Bagheri. Parole, queste, che difficilmente piaceranno a Trump. Così come difficilmente potranno preservare un clima disteso le dichiarazioni postate ieri su X da Ali Khamenei. «La recente sedizione è stata orchestrata dai sionisti e dagli Stati Uniti», ha tuonato l’ayatollah, sostenendo che Cia e Mossad sarebbero stati «sconfitti».
E poi emerge una questione saudita. Axios non cita infatti Riad tra gli attori diplomatici che stanno organizzando il vertice di Istanbul. Ufficialmente, l’Arabia Saudita ha sempre invocato la de-escalation e ha anche vietato agli Stati Uniti l’utilizzo delle proprie basi e del proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Tuttavia, Axios ha rivelato che, la settimana scorsa, in un incontro a porte chiuse con dei think tank a Washington, il ministro della Difesa di Riad, Khalid bin Salman, avrebbe detto che, in caso di mancato attacco americano, Teheran si «rafforzerebbe». Domenica, il regno ha smentito lo scoop. Tuttavia non si può escludere che Mohammad bin Salman stia tenendo il piede in due scarpe. Da una parte, il principe ereditario saudita vuole mantenere la sua sponda con Ankara ma, dall’altra, teme le ambizioni nucleari di una Teheran su cui sta intanto aumentando la pressione internazionale. Ieri, infatti, Londra ha imposto sanzioni a dieci alti funzionari iraniani, mentre l’Ucraina si è unita ai Paesi che considerano i pasdaran un’organizzazione terroristica.
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Un momento degli scontri di Torino del 31 gennaio (Ansa)
In un Paese civile la sicurezza passa dalla certezza del diritto e dalla difesa della legalità, affidata alle forze dell’ordine, che mai come in questo periodo si sono sentite sotto assedio. Nel mirino di manifestanti violenti e di criminali arrivati con la lunga onda migratoria, due categorie care alla sinistra all’opposizione, che non risparmia connivenze, ambiguità, solidarietà pelose per scopi ideologici ed elettorali. Secondo un vecchio motto extraparlamentare, «gli incendi sono funzionali alla destabilizzazione». Aggiornato da Maurizio Landini: «È tempo di rivolta sociale».
Al termine di manifestazioni e operazioni di polizia, il bollettino dei tutori dell’ordine feriti e indagati supera di gran lunga quello degli incendiari, che spesso passano dal ruolo di accusati a quello di vittime del sistema. Con una conseguenza: l’immobilismo delle forze dell’ordine per non avere guai. Anche perché le regole d’ingaggio di polizia e carabinieri sono perdenti. Per gli agenti in missione vale l’articolo 53 del codice penale, secondo il quale «il pubblico ufficiale non è punibile nel momento in cui fa uso delle armi per adempiere al proprio dovere, quando è costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza». Ma abbiamo visto che per i magistrati valgono più le eccezioni delle regole.
In sintesi sono cinque.
1 Prima di agire, il poliziotto deve qualificarsi, soprattutto se è in borghese.
2 Poi deve intimare al malintenzionato di fermarsi.
3 Solo se sotto minaccia vitale può difendersi attivamente (quindi sparando).
4 In questo caso deve verificare la distanza, determinante per stabilire se ci sia o meno dolo. Oltre i 30 metri non lo è.
5 E comunque l’obiettivo dell’agente è quello «non di uccidere ma di rendere la minaccia inoffensiva».
Quindi dovrebbe sparare in aria mentre l’altro mira alla figura. È l’unico modo per vedersi garantita, da defunto, la legittima difesa. Nella concitazione di un’azione anticrimine, neppure Superman dotato di bindella sarebbe in grado di rispettare alla lettera le disposizioni.
Ancora più difficile, per le forze dell’ordine, è muoversi in sicurezza in caso di guerriglia urbana premeditata, organizzata e coordinata come quella di Askatasuna a Torino, dove pietre, bottiglie, oggetti contundenti, fumogeni, martelli, spranghe, trasformano le strade di una città inerme in un campo di battaglia. I corpi speciali antisommossa possono muoversi solo dopo essere stati aggrediti e devono sottostare a due principi fumosi: «Agire a scopo difensivo» e «reagire secondo proporzionalità». In teoria dovrebbero contare i teppisti prima di muoversi chiedendo loro il permesso.
Sono regole confuse e obsolete, da modernizzare a difesa di chi ci difende. Il Testo unico di Pubblica sicurezza, risalente agli anni Trenta del secolo scorso, ne prevede anche un paio folcloristiche come il «discioglimento delle manifestazioni annunciato da tre distinte intimazioni, precedute da uno squillo di tromba». O ancora: «Il funzionario di P.S., ove non indossi l’uniforme di servizio, deve mettersi ad armacollo la sciarpa tricolore». Dissuasione cromatica, la preferita da Elly Schlein.
Il retaggio giustificazionista è figlio di una vicenda storica. L’uovo del serpente fu covato 25 anni fa a Genova, durante il G8, quando tre giorni di vergogna gruppettara con la città messa a ferro e fuoco dai black bloc - parola di testimone - vennero trasformati da una narrazione turbo-progressista e irresponsabile (al governo c’era il nemico pubblico numero uno Silvio Berlusconi) in una «macelleria messicana». Gli eccessi polizieschi nella scuola Diaz furono un boomerang ma in molti fecero finta di dimenticarsi che arrivarono dopo un weekend di terrore, in cui Disobbedienti, Tute bianche e Black bloc si erano dati appuntamento per sfondare la zona rossa, fomentare disordini, distruggere tutto nel nome della rivoluzione proletaria.
«Non lavate questo sangue», scrivevano campioni di giornalismo con l’eskimo incorporato. E gruppi parlamentari che da sempre fiancheggiano col silenzio l’ultrasinistra violenta riuscirono a dedicare in Senato un’aula a Carlo Giuliani, un povero ragazzo sopraffatto dall’ideologia e ucciso mentre tentava di sfondare il cranio con un estintore a un carabiniere intrappolato dagli estremisti. Ora il sangue è quello di chi protegge le libertà democratiche dei cittadini, ma non sembra rosso uguale. Un reportage del Manifesto sui fatti di Torino teorizzava che gli aggressori «picchiavano il celerino perché lui aveva picchiato loro». Era uno scontro fra curve ultrà. Che altro?
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