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2024-05-01
La scienza affonda le vaccinazioni di massa
La risposta ai vaccini anti Covid dipende dall’assetto genetico di ciascuno. Sono le conclusioni, facilmente intuibili, di uno studio italiano pubblicato in questi giorni su Communication medicine - gruppo editoriale Springer Nature - ma è anche l’ennesima prova che, nella pandemia, a guidare le scelte del ministero della Salute non è stata la scienza dei dati, ma la religione dell’obbligo.
La medicina personalizzata, cioè tarata sulle caratteristiche del singolo, è un tema noto dagli anni Novanta, da quando cioè si è avviata la mappatura del genoma umano. Da anni, poi, si parla di medicina di precisione. Non serviva, quindi, uno studio per poter prevedere che il vaccino, non dando risposte uguali in tutti, non doveva essere obbligatorio. Inoltre, dovrebbe essere facilmente intuibile che anche gli effetti avversi possono essere differenti, come pure la loro gravità. Eppure, queste evidenze, note per ogni farmaco, sono state bellamente ignorate per i vaccini a mRna. Ebbene, a togliere ogni dubbio ci sono oggi i dati di uno studio coordinato dall’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Segrate (Cnr-Itb) che, all’inizio della campagna vaccinale contro il Covid-19, ha coinvolto un gruppo di medici e ricercatori dell’Azienda ospedaliera Senese e della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza (Foggia) a cui si sono aggiunti quelli milanesi della Fondazione Irccs Istituto neurologico Carlo Besta e dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri.
I medici hanno unito le forze per studiare le basi genetiche delle differenze nella risposta anticorpale alla vaccinazione anti-Covid-19 con il vaccino Bnt162b2 (Pfizer-Biontech). Lo studio ha, quindi, mostrato come alcuni soggetti, con determinate varianti nei geni che controllano i principali meccanismi di difesa del nostro sistema immunitario, producevano differenti quantità di anticorpi diretti contro l’antigene del coronavirus Sars-Cov2. Il gruppo, nel siero di 1.351 soggetti vaccinati contro il Covid-19, a 30 giorni di distanza dalla seconda dose, ha condotto un’analisi molto complessa perché ha associato, analizzando tutto il genoma di ciascuno, la correlazione tra milioni di varianti genetiche del Dna di ogni soggetto, con i livelli di anticorpi.
Sin dall’inizio della campagna vaccinale, spiegano i ricercatori, si era osservata una differenza sostanziale nelle quantità di anticorpi prodotti. Mentre, però, genetisti e immunologi si sono subito chiesti a cosa fosse dovuta tale differenza e hanno cercato risposte, il ministro Roberto Speranza e i sui tecnici hanno solo imposto l’iniezione. «Come per la maggior parte dei farmaci», ricorda Francesca Colombo, ricercatrice del Cnr-Itb, «anche per i vaccini ogni individuo può rispondere in maniera più o meno efficace e questo è dovuto, almeno in parte, alla costituzione genetica individuale». Risultati sovrapponibili si sono ottenuti in «una ricerca simile alla nostra», continua Colombo, «ma su soggetti ai quali è stato somministrato il vaccino prodotto da Astrazeneca». Nel dettaglio, aggiunge Martina Esposito, primo autore dello studio e assegnista di ricerca presso il Cnr-Itb, dalle «analisi statistiche abbiamo scoperto che una particolare regione del genoma, sul cromosoma 6, era significativamente associata ai livelli anticorpali. In questa specifica regione», chiarisce, «sono presenti dei geni che codificano per delle molecole presenti sulla superficie cellulare, coinvolte nei meccanismi di risposta immunitaria (Hla) - sono gli stessi che vengono valutati quando si cerca la compatibilità fra donatori di midollo osseo, ad esempio - ed esistono differenti combinazioni. Il nostro studio ha evidenziato che alcune erano associate a livelli di anticorpi più alti, mentre altre a livelli più bassi, spiegando quindi, dal punto di vista genetico, le differenze nella risposta alla vaccinazione osservate tra individui diversi».
Le analisi statistiche e i modelli matematici impiegati «sono molto complessi perché complessa è l’interazione tra i geni e dei geni stessi con il vaccino», sottolinea Massimiliano Copetti, responsabile Biostatistica della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza. Questi risultati, secondo Massimo Carella, biologo genetista e vice-direttore scientifico della stessa fondazione foggiana, possono aiutare per «differenziare e personalizzare la campagna vaccinale, fornendo a ciascun individuo il vaccino più adatto, cioè quello che gli permetterà di produrre più anticorpi possibili. Questo approccio», afferma, «può essere esteso anche ad altri vaccini ideati contro altre malattie, nell’ottica di una vaccinazione di precisione supportata dalla vaccinogenomica». La forza di questo progetto di ricerca «sta nella fattiva collaborazione fra i vari partner e nel suo approccio multicentrico», rimarca Raffaella Brugnoni, ricercatore sanitario presso il dipartimento di ricerca e sviluppo clinico dell’Istituto Besta. «Si tratta di un esempio di come le diverse comunità scientifiche possano collaborare per il progresso della ricerca e del benessere comune».
I ricercatori hanno già in programma di condividere i dati con altri gruppi internazionali per personalizzare l’impiego dei vaccini nelle diverse popolazioni del mondo, per campagne vaccinali più mirate, soprattutto per i soggetti più fragili, cosa molto utile, visto che la moltiplicazione delle vaccinazioni è il nuovo mantra dei sistemi sanitari e di Big Pharma. Intanto, nonostante le evidenze, chi ha avuto danni dall’anti Covid aspetta il risarcimento.
La Cina sfratta lo studioso che sequenziò il virus
Il professore Zhang Yongzhen, che nel gennaio del 2020 pubblicò il primo genoma completo di Sars-CoV-2, è stato sfrattato dal suo laboratorio. Un’ulteriore pressione esercitata dalle autorità cinesi nei confronti dello scienziato, che disattese l’ordine di non mettere online il sequenziamento del virus. Zhang ha scritto in un post sulla piattaforma di social media cinese Weibo di essersi recato al lavoro lo scorso fine settimana, ma le guardie gli avrebbero impedito di entrare. Il professore, per protesta, si è accampato fuori dal laboratorio «seduto su un cartone appiattito sotto una pioggia battente», come ha riferito l’agenzia di stampa Associated press.La notizia è stata ripresa dai quotidiani di tutto il mondo, che hanno mostrato le immagini dello scienziato umiliato dal governo di Pechino eppure ben determinato a non cedere a ulteriori ricatti. «Non me ne andrò, non mi arrenderò, perseguo la scienza e la verità», ha scritto in un post poi cancellato. Il Centro clinico di sanità pubblica di Shanghai cerca di minimizzare l’accaduto, affermando che non si sarebbe trattato di uno sfratto ma di una chiusura diventata urgente «per motivi di sicurezza» e che a Zhang sarebbe stato proposto un laboratorio alternativo.Lo scienziato contesta la versione ufficiale, spiega che al momento dello sfratto non gli erano state sottoposte alternative e che la struttura, dove dovrebbe spostarsi assieme al suo team, non soddisfa gli standard di sicurezza per condurre la ricerca. L’attività di ricerca del professore e del suo team è stata ostacolata da quando rese nota la sequenza del nuovo coronavirus, permettendo la messa a punto di kit diagnostici in tutto il mondo.I ricercatori dello Shanghai public clinical health center, diretto dal virologo Zhang Yongzhen, decodificarono in meno di 40 ore una sequenza genomica del virus e il 5 gennaio 2020 avvisarono le autorità sanitarie cinesi che erano urgenti misure pubbliche di emergenza. «Ho capito che questo virus è strettamente correlato alla Sars, probabilmente per l’80%. Quindi, certamente, era molto pericoloso», raccontò il professore in un’intervista esclusiva al Time. Altri laboratori la decodificarono, a tutti fu proibito di divulgare informazioni ma solo lo scienziato oggi cacciato dal suo centro decise di pubblicare, l’11 gennaio, una sequenza sul sito virological.org, usato dai ricercatori.Il giorno dopo, come «punizione», le autorità cinesi chiusero temporaneamente il centro di salute pubblica dove lavoravano.Fu solo l’inizio di una serie di ritorsioni. Venne rimosso dall’incarico al Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie e gli è stato impedito di lavorare con alcuni dei suoi ex partner. Edward Holmes, suo collaboratore e virologo dell’Università di Sydney, il ricercatore che l’11 gennaio 2020 aveva materialmente pubblicato il genoma su permesso del professore, sostiene che «da quando Zhang ha sfidato le autorità c’è stata una campagna contro di lui. È stato distrutto».
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Un’indagine guidata dall’Istituto Mario Negri conferma l’evidenza: la risposta anticorpale degli individui dipende dal loro assetto genetico. Quindi i preparati Pfizer e Astrazeneca non dovevano essere obbligatori, come invece imposto da Speranza. Zhang Yongzhen è stato cacciato dal suo laboratorio: ora vi si è accampato davanti. Lo speciale contiene due articoli.La risposta ai vaccini anti Covid dipende dall’assetto genetico di ciascuno. Sono le conclusioni, facilmente intuibili, di uno studio italiano pubblicato in questi giorni su Communication medicine - gruppo editoriale Springer Nature - ma è anche l’ennesima prova che, nella pandemia, a guidare le scelte del ministero della Salute non è stata la scienza dei dati, ma la religione dell’obbligo.La medicina personalizzata, cioè tarata sulle caratteristiche del singolo, è un tema noto dagli anni Novanta, da quando cioè si è avviata la mappatura del genoma umano. Da anni, poi, si parla di medicina di precisione. Non serviva, quindi, uno studio per poter prevedere che il vaccino, non dando risposte uguali in tutti, non doveva essere obbligatorio. Inoltre, dovrebbe essere facilmente intuibile che anche gli effetti avversi possono essere differenti, come pure la loro gravità. Eppure, queste evidenze, note per ogni farmaco, sono state bellamente ignorate per i vaccini a mRna. Ebbene, a togliere ogni dubbio ci sono oggi i dati di uno studio coordinato dall’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Segrate (Cnr-Itb) che, all’inizio della campagna vaccinale contro il Covid-19, ha coinvolto un gruppo di medici e ricercatori dell’Azienda ospedaliera Senese e della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza (Foggia) a cui si sono aggiunti quelli milanesi della Fondazione Irccs Istituto neurologico Carlo Besta e dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri.I medici hanno unito le forze per studiare le basi genetiche delle differenze nella risposta anticorpale alla vaccinazione anti-Covid-19 con il vaccino Bnt162b2 (Pfizer-Biontech). Lo studio ha, quindi, mostrato come alcuni soggetti, con determinate varianti nei geni che controllano i principali meccanismi di difesa del nostro sistema immunitario, producevano differenti quantità di anticorpi diretti contro l’antigene del coronavirus Sars-Cov2. Il gruppo, nel siero di 1.351 soggetti vaccinati contro il Covid-19, a 30 giorni di distanza dalla seconda dose, ha condotto un’analisi molto complessa perché ha associato, analizzando tutto il genoma di ciascuno, la correlazione tra milioni di varianti genetiche del Dna di ogni soggetto, con i livelli di anticorpi.Sin dall’inizio della campagna vaccinale, spiegano i ricercatori, si era osservata una differenza sostanziale nelle quantità di anticorpi prodotti. Mentre, però, genetisti e immunologi si sono subito chiesti a cosa fosse dovuta tale differenza e hanno cercato risposte, il ministro Roberto Speranza e i sui tecnici hanno solo imposto l’iniezione. «Come per la maggior parte dei farmaci», ricorda Francesca Colombo, ricercatrice del Cnr-Itb, «anche per i vaccini ogni individuo può rispondere in maniera più o meno efficace e questo è dovuto, almeno in parte, alla costituzione genetica individuale». Risultati sovrapponibili si sono ottenuti in «una ricerca simile alla nostra», continua Colombo, «ma su soggetti ai quali è stato somministrato il vaccino prodotto da Astrazeneca». Nel dettaglio, aggiunge Martina Esposito, primo autore dello studio e assegnista di ricerca presso il Cnr-Itb, dalle «analisi statistiche abbiamo scoperto che una particolare regione del genoma, sul cromosoma 6, era significativamente associata ai livelli anticorpali. In questa specifica regione», chiarisce, «sono presenti dei geni che codificano per delle molecole presenti sulla superficie cellulare, coinvolte nei meccanismi di risposta immunitaria (Hla) - sono gli stessi che vengono valutati quando si cerca la compatibilità fra donatori di midollo osseo, ad esempio - ed esistono differenti combinazioni. Il nostro studio ha evidenziato che alcune erano associate a livelli di anticorpi più alti, mentre altre a livelli più bassi, spiegando quindi, dal punto di vista genetico, le differenze nella risposta alla vaccinazione osservate tra individui diversi».Le analisi statistiche e i modelli matematici impiegati «sono molto complessi perché complessa è l’interazione tra i geni e dei geni stessi con il vaccino», sottolinea Massimiliano Copetti, responsabile Biostatistica della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza. Questi risultati, secondo Massimo Carella, biologo genetista e vice-direttore scientifico della stessa fondazione foggiana, possono aiutare per «differenziare e personalizzare la campagna vaccinale, fornendo a ciascun individuo il vaccino più adatto, cioè quello che gli permetterà di produrre più anticorpi possibili. Questo approccio», afferma, «può essere esteso anche ad altri vaccini ideati contro altre malattie, nell’ottica di una vaccinazione di precisione supportata dalla vaccinogenomica». La forza di questo progetto di ricerca «sta nella fattiva collaborazione fra i vari partner e nel suo approccio multicentrico», rimarca Raffaella Brugnoni, ricercatore sanitario presso il dipartimento di ricerca e sviluppo clinico dell’Istituto Besta. «Si tratta di un esempio di come le diverse comunità scientifiche possano collaborare per il progresso della ricerca e del benessere comune».I ricercatori hanno già in programma di condividere i dati con altri gruppi internazionali per personalizzare l’impiego dei vaccini nelle diverse popolazioni del mondo, per campagne vaccinali più mirate, soprattutto per i soggetti più fragili, cosa molto utile, visto che la moltiplicazione delle vaccinazioni è il nuovo mantra dei sistemi sanitari e di Big Pharma. 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Zhang ha scritto in un post sulla piattaforma di social media cinese Weibo di essersi recato al lavoro lo scorso fine settimana, ma le guardie gli avrebbero impedito di entrare. Il professore, per protesta, si è accampato fuori dal laboratorio «seduto su un cartone appiattito sotto una pioggia battente», come ha riferito l’agenzia di stampa Associated press.La notizia è stata ripresa dai quotidiani di tutto il mondo, che hanno mostrato le immagini dello scienziato umiliato dal governo di Pechino eppure ben determinato a non cedere a ulteriori ricatti. «Non me ne andrò, non mi arrenderò, perseguo la scienza e la verità», ha scritto in un post poi cancellato. Il Centro clinico di sanità pubblica di Shanghai cerca di minimizzare l’accaduto, affermando che non si sarebbe trattato di uno sfratto ma di una chiusura diventata urgente «per motivi di sicurezza» e che a Zhang sarebbe stato proposto un laboratorio alternativo.Lo scienziato contesta la versione ufficiale, spiega che al momento dello sfratto non gli erano state sottoposte alternative e che la struttura, dove dovrebbe spostarsi assieme al suo team, non soddisfa gli standard di sicurezza per condurre la ricerca. L’attività di ricerca del professore e del suo team è stata ostacolata da quando rese nota la sequenza del nuovo coronavirus, permettendo la messa a punto di kit diagnostici in tutto il mondo.I ricercatori dello Shanghai public clinical health center, diretto dal virologo Zhang Yongzhen, decodificarono in meno di 40 ore una sequenza genomica del virus e il 5 gennaio 2020 avvisarono le autorità sanitarie cinesi che erano urgenti misure pubbliche di emergenza. «Ho capito che questo virus è strettamente correlato alla Sars, probabilmente per l’80%. Quindi, certamente, era molto pericoloso», raccontò il professore in un’intervista esclusiva al Time. Altri laboratori la decodificarono, a tutti fu proibito di divulgare informazioni ma solo lo scienziato oggi cacciato dal suo centro decise di pubblicare, l’11 gennaio, una sequenza sul sito virological.org, usato dai ricercatori.Il giorno dopo, come «punizione», le autorità cinesi chiusero temporaneamente il centro di salute pubblica dove lavoravano.Fu solo l’inizio di una serie di ritorsioni. Venne rimosso dall’incarico al Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie e gli è stato impedito di lavorare con alcuni dei suoi ex partner. Edward Holmes, suo collaboratore e virologo dell’Università di Sydney, il ricercatore che l’11 gennaio 2020 aveva materialmente pubblicato il genoma su permesso del professore, sostiene che «da quando Zhang ha sfidato le autorità c’è stata una campagna contro di lui. È stato distrutto».
Gli svizzeri Marco Odermatt e Loic Meillard applaudono il brasiliano Lucas Pinheiro-Braathen durante la cerimonia di premiazione per lo slalom Gigante maschile delle gare di sci alpino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Durante la pausa aveva detto: «Quest’anno ho già fatto delle belle rimonte, bisogna tirare fuori tutto, vado all-in». Invece è out. Lo sguardo finisce su Giovanni Franzoni, cognome che finora ha significato salvezza. Niente da fare, il bresciano è sfinito (24º), l’argento nella Libera può bastare. «Sono esausto, non vedo l’ora di staccare un po’ a casa. Gli avversari erano più freschi, mi è uscita la spalla prima di partire, sono al limite. La mia priorità è la velocità, in gigante non mi sono allenato molto. Ho dato tutto e va bene, prima olimpiade positiva, mi darei 8,5».
Archiviata la pratica italiana rimane una gara storica, con la prima medaglia d’oro del Brasile sugli sci: la ghermisce come un’aquila reale Luca Pinheiro-Braaten, superfigo in tuta, con due manche da guerriero delle Alpi come Alberto Tomba, capace di tenersi dietro nella tormenta Marco Odermatt e l’altro svizzero Loic Meillard. Padre norvegese e madre brasiliana, Pinheiro-Braaten ha trascorso i suoi primi 25 anni di vita a fare la spola fra le due sponde dell’Atlantico: a Oslo quando i genitori erano insieme, a San Paolo dopo la separazione, di nuovo in Norvegia per gareggiare con la squadra più organizzata. Ma tre anni fa, per una questione legata agli sponsor, ecco la rottura con la federazione, la fuga in Brasile da mamma Alessandra, un anno per riorganizzarsi e l’invenzione della samba bianca. Bohèmien, casinista il giusto nelle notti di Coppa del Mondo (sei vittorie sempre fra i pali), Pinheiro-Braaten si percepisce manager etico di se stesso. E al traguardo, prima di mettersi l’oro al collo, ha pure il tempo per un messaggio gandhiano: «Spero che i brasiliani capiscano che la differenza è un superpotere. Non importa il background, il colore della pelle, da dove arrivi. Se credi fortemente nel tuo sogno, lo realizzi». Lo diceva già Ayrton Senna, ma va bene uguale. Facile ripeterlo per lui, che guadagna milioni dagli sponsor, può permettersi di pagare uno staff personale da paura, investe in immobili e ha preso casa a Milano: «Dell’Italia amo tutto, le montagne, il sistema di vita, questa città così creativa». Tomba lo chiama al telefono: «Sei il migliore, adesso ci credi?». Il brasiliano piange di gioia. Si scende da Bormio con l’illusione che quell’exploit sia anche un po’ nostro.
Un angelo vola, un angelo cade. È il Superman del pattinaggio artistico, lo statunitense Ilia Malinin (genitori uzbeki), presentato come un genio assoluto, l’oro più scontato (non perdeva dal 2023) con copertina su Sport Illustrated, l’imperatore del quadruplo Axel, un Rudolf Nureyev con le lame sotto i piedi. Morale: ottavo nella gara della vita dopo due cadute rovinose. Un incubo psicologico lo accompagnava da giorni, era obbligato a vincere ed è crollato. Se la testa non è fredda, lo Sport diventa una scimmia sulla schiena; ora il suo mental coach avrà di che lavorare. Mentre l’Italia di hockey subisce una dura lezione dalla Finlandia (11-0) e va a casa con tre sconfitte, contiamo le altre ferite di giornata. Solo dignitosa la staffetta femminile di Fondo (6ª), delude il Biathlon donne sprint dove Lisa Vittozzi non riesce a ripetere l’impresa di una settimana fa e arriva quinta mentre la leader più accreditata Dorothea Wierer scompare nelle retrovie dopo sequenze imbarazzanti al poligono. Oro alla norvegese Maren Kirkeide. Neppure sulla pista milanese di Pattinaggio velocità va meglio: nella 500 maschile Jeffrey Rosanelli sbiadisce al 17º posto nella gara dominata dal fuoriclasse statunitense Jordan Stolz (già oro nei 1000). Ci va male anche in allenamento: ieri la mascotte italiana, la napoletana di 16 anni Giada D’Antonio cade in slalom e si rompe un legamento crociato. Adieu.
È una giornata così, sarà il clima di San Valentino distrutto a colpi di insulti nel curling, dove gli svedesi sconfitti accusano due volte i canadesi di aver toccato la stone con una mano dopo il lancio. Il FairPlay va a farsi benedire e il Var non c’è. Allora ci pensa il capitano canadese Marc Kennedy a chiudere la polemica con un «Fuck you, la scopa puoi mettertela…» che ci costringe a ripensamenti sulla proverbiale compostezza anglosassone.
Oggi riparte la caccia al record delle 20 medaglie di Lillehammer. Per l’Italia tornano in pista i grossi calibri: Federica Brignone e Sofia Goggia (Gigante), Michela Moioli (Snowboard) e Francesca Lollobrigida (Pattinaggio), obiettivi preferiti dei fotografi. Ieri a Bormio non si capiva perché i paparazzi girassero attorno al gigantista argentino Tiziano Gravier, finito nelle retrovie. È il figlio dell’ex modella Valeria Mazza, cercavano tutti la mamma.
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