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2024-05-01
La scienza affonda le vaccinazioni di massa
La risposta ai vaccini anti Covid dipende dall’assetto genetico di ciascuno. Sono le conclusioni, facilmente intuibili, di uno studio italiano pubblicato in questi giorni su Communication medicine - gruppo editoriale Springer Nature - ma è anche l’ennesima prova che, nella pandemia, a guidare le scelte del ministero della Salute non è stata la scienza dei dati, ma la religione dell’obbligo.
La medicina personalizzata, cioè tarata sulle caratteristiche del singolo, è un tema noto dagli anni Novanta, da quando cioè si è avviata la mappatura del genoma umano. Da anni, poi, si parla di medicina di precisione. Non serviva, quindi, uno studio per poter prevedere che il vaccino, non dando risposte uguali in tutti, non doveva essere obbligatorio. Inoltre, dovrebbe essere facilmente intuibile che anche gli effetti avversi possono essere differenti, come pure la loro gravità. Eppure, queste evidenze, note per ogni farmaco, sono state bellamente ignorate per i vaccini a mRna. Ebbene, a togliere ogni dubbio ci sono oggi i dati di uno studio coordinato dall’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Segrate (Cnr-Itb) che, all’inizio della campagna vaccinale contro il Covid-19, ha coinvolto un gruppo di medici e ricercatori dell’Azienda ospedaliera Senese e della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza (Foggia) a cui si sono aggiunti quelli milanesi della Fondazione Irccs Istituto neurologico Carlo Besta e dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri.
I medici hanno unito le forze per studiare le basi genetiche delle differenze nella risposta anticorpale alla vaccinazione anti-Covid-19 con il vaccino Bnt162b2 (Pfizer-Biontech). Lo studio ha, quindi, mostrato come alcuni soggetti, con determinate varianti nei geni che controllano i principali meccanismi di difesa del nostro sistema immunitario, producevano differenti quantità di anticorpi diretti contro l’antigene del coronavirus Sars-Cov2. Il gruppo, nel siero di 1.351 soggetti vaccinati contro il Covid-19, a 30 giorni di distanza dalla seconda dose, ha condotto un’analisi molto complessa perché ha associato, analizzando tutto il genoma di ciascuno, la correlazione tra milioni di varianti genetiche del Dna di ogni soggetto, con i livelli di anticorpi.
Sin dall’inizio della campagna vaccinale, spiegano i ricercatori, si era osservata una differenza sostanziale nelle quantità di anticorpi prodotti. Mentre, però, genetisti e immunologi si sono subito chiesti a cosa fosse dovuta tale differenza e hanno cercato risposte, il ministro Roberto Speranza e i sui tecnici hanno solo imposto l’iniezione. «Come per la maggior parte dei farmaci», ricorda Francesca Colombo, ricercatrice del Cnr-Itb, «anche per i vaccini ogni individuo può rispondere in maniera più o meno efficace e questo è dovuto, almeno in parte, alla costituzione genetica individuale». Risultati sovrapponibili si sono ottenuti in «una ricerca simile alla nostra», continua Colombo, «ma su soggetti ai quali è stato somministrato il vaccino prodotto da Astrazeneca». Nel dettaglio, aggiunge Martina Esposito, primo autore dello studio e assegnista di ricerca presso il Cnr-Itb, dalle «analisi statistiche abbiamo scoperto che una particolare regione del genoma, sul cromosoma 6, era significativamente associata ai livelli anticorpali. In questa specifica regione», chiarisce, «sono presenti dei geni che codificano per delle molecole presenti sulla superficie cellulare, coinvolte nei meccanismi di risposta immunitaria (Hla) - sono gli stessi che vengono valutati quando si cerca la compatibilità fra donatori di midollo osseo, ad esempio - ed esistono differenti combinazioni. Il nostro studio ha evidenziato che alcune erano associate a livelli di anticorpi più alti, mentre altre a livelli più bassi, spiegando quindi, dal punto di vista genetico, le differenze nella risposta alla vaccinazione osservate tra individui diversi».
Le analisi statistiche e i modelli matematici impiegati «sono molto complessi perché complessa è l’interazione tra i geni e dei geni stessi con il vaccino», sottolinea Massimiliano Copetti, responsabile Biostatistica della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza. Questi risultati, secondo Massimo Carella, biologo genetista e vice-direttore scientifico della stessa fondazione foggiana, possono aiutare per «differenziare e personalizzare la campagna vaccinale, fornendo a ciascun individuo il vaccino più adatto, cioè quello che gli permetterà di produrre più anticorpi possibili. Questo approccio», afferma, «può essere esteso anche ad altri vaccini ideati contro altre malattie, nell’ottica di una vaccinazione di precisione supportata dalla vaccinogenomica». La forza di questo progetto di ricerca «sta nella fattiva collaborazione fra i vari partner e nel suo approccio multicentrico», rimarca Raffaella Brugnoni, ricercatore sanitario presso il dipartimento di ricerca e sviluppo clinico dell’Istituto Besta. «Si tratta di un esempio di come le diverse comunità scientifiche possano collaborare per il progresso della ricerca e del benessere comune».
I ricercatori hanno già in programma di condividere i dati con altri gruppi internazionali per personalizzare l’impiego dei vaccini nelle diverse popolazioni del mondo, per campagne vaccinali più mirate, soprattutto per i soggetti più fragili, cosa molto utile, visto che la moltiplicazione delle vaccinazioni è il nuovo mantra dei sistemi sanitari e di Big Pharma. Intanto, nonostante le evidenze, chi ha avuto danni dall’anti Covid aspetta il risarcimento.
La Cina sfratta lo studioso che sequenziò il virus
Il professore Zhang Yongzhen, che nel gennaio del 2020 pubblicò il primo genoma completo di Sars-CoV-2, è stato sfrattato dal suo laboratorio. Un’ulteriore pressione esercitata dalle autorità cinesi nei confronti dello scienziato, che disattese l’ordine di non mettere online il sequenziamento del virus. Zhang ha scritto in un post sulla piattaforma di social media cinese Weibo di essersi recato al lavoro lo scorso fine settimana, ma le guardie gli avrebbero impedito di entrare. Il professore, per protesta, si è accampato fuori dal laboratorio «seduto su un cartone appiattito sotto una pioggia battente», come ha riferito l’agenzia di stampa Associated press.La notizia è stata ripresa dai quotidiani di tutto il mondo, che hanno mostrato le immagini dello scienziato umiliato dal governo di Pechino eppure ben determinato a non cedere a ulteriori ricatti. «Non me ne andrò, non mi arrenderò, perseguo la scienza e la verità», ha scritto in un post poi cancellato. Il Centro clinico di sanità pubblica di Shanghai cerca di minimizzare l’accaduto, affermando che non si sarebbe trattato di uno sfratto ma di una chiusura diventata urgente «per motivi di sicurezza» e che a Zhang sarebbe stato proposto un laboratorio alternativo.Lo scienziato contesta la versione ufficiale, spiega che al momento dello sfratto non gli erano state sottoposte alternative e che la struttura, dove dovrebbe spostarsi assieme al suo team, non soddisfa gli standard di sicurezza per condurre la ricerca. L’attività di ricerca del professore e del suo team è stata ostacolata da quando rese nota la sequenza del nuovo coronavirus, permettendo la messa a punto di kit diagnostici in tutto il mondo.I ricercatori dello Shanghai public clinical health center, diretto dal virologo Zhang Yongzhen, decodificarono in meno di 40 ore una sequenza genomica del virus e il 5 gennaio 2020 avvisarono le autorità sanitarie cinesi che erano urgenti misure pubbliche di emergenza. «Ho capito che questo virus è strettamente correlato alla Sars, probabilmente per l’80%. Quindi, certamente, era molto pericoloso», raccontò il professore in un’intervista esclusiva al Time. Altri laboratori la decodificarono, a tutti fu proibito di divulgare informazioni ma solo lo scienziato oggi cacciato dal suo centro decise di pubblicare, l’11 gennaio, una sequenza sul sito virological.org, usato dai ricercatori.Il giorno dopo, come «punizione», le autorità cinesi chiusero temporaneamente il centro di salute pubblica dove lavoravano.Fu solo l’inizio di una serie di ritorsioni. Venne rimosso dall’incarico al Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie e gli è stato impedito di lavorare con alcuni dei suoi ex partner. Edward Holmes, suo collaboratore e virologo dell’Università di Sydney, il ricercatore che l’11 gennaio 2020 aveva materialmente pubblicato il genoma su permesso del professore, sostiene che «da quando Zhang ha sfidato le autorità c’è stata una campagna contro di lui. È stato distrutto».
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Un’indagine guidata dall’Istituto Mario Negri conferma l’evidenza: la risposta anticorpale degli individui dipende dal loro assetto genetico. Quindi i preparati Pfizer e Astrazeneca non dovevano essere obbligatori, come invece imposto da Speranza. Zhang Yongzhen è stato cacciato dal suo laboratorio: ora vi si è accampato davanti. Lo speciale contiene due articoli.La risposta ai vaccini anti Covid dipende dall’assetto genetico di ciascuno. Sono le conclusioni, facilmente intuibili, di uno studio italiano pubblicato in questi giorni su Communication medicine - gruppo editoriale Springer Nature - ma è anche l’ennesima prova che, nella pandemia, a guidare le scelte del ministero della Salute non è stata la scienza dei dati, ma la religione dell’obbligo.La medicina personalizzata, cioè tarata sulle caratteristiche del singolo, è un tema noto dagli anni Novanta, da quando cioè si è avviata la mappatura del genoma umano. Da anni, poi, si parla di medicina di precisione. Non serviva, quindi, uno studio per poter prevedere che il vaccino, non dando risposte uguali in tutti, non doveva essere obbligatorio. Inoltre, dovrebbe essere facilmente intuibile che anche gli effetti avversi possono essere differenti, come pure la loro gravità. Eppure, queste evidenze, note per ogni farmaco, sono state bellamente ignorate per i vaccini a mRna. Ebbene, a togliere ogni dubbio ci sono oggi i dati di uno studio coordinato dall’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Segrate (Cnr-Itb) che, all’inizio della campagna vaccinale contro il Covid-19, ha coinvolto un gruppo di medici e ricercatori dell’Azienda ospedaliera Senese e della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza (Foggia) a cui si sono aggiunti quelli milanesi della Fondazione Irccs Istituto neurologico Carlo Besta e dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri.I medici hanno unito le forze per studiare le basi genetiche delle differenze nella risposta anticorpale alla vaccinazione anti-Covid-19 con il vaccino Bnt162b2 (Pfizer-Biontech). Lo studio ha, quindi, mostrato come alcuni soggetti, con determinate varianti nei geni che controllano i principali meccanismi di difesa del nostro sistema immunitario, producevano differenti quantità di anticorpi diretti contro l’antigene del coronavirus Sars-Cov2. Il gruppo, nel siero di 1.351 soggetti vaccinati contro il Covid-19, a 30 giorni di distanza dalla seconda dose, ha condotto un’analisi molto complessa perché ha associato, analizzando tutto il genoma di ciascuno, la correlazione tra milioni di varianti genetiche del Dna di ogni soggetto, con i livelli di anticorpi.Sin dall’inizio della campagna vaccinale, spiegano i ricercatori, si era osservata una differenza sostanziale nelle quantità di anticorpi prodotti. Mentre, però, genetisti e immunologi si sono subito chiesti a cosa fosse dovuta tale differenza e hanno cercato risposte, il ministro Roberto Speranza e i sui tecnici hanno solo imposto l’iniezione. «Come per la maggior parte dei farmaci», ricorda Francesca Colombo, ricercatrice del Cnr-Itb, «anche per i vaccini ogni individuo può rispondere in maniera più o meno efficace e questo è dovuto, almeno in parte, alla costituzione genetica individuale». Risultati sovrapponibili si sono ottenuti in «una ricerca simile alla nostra», continua Colombo, «ma su soggetti ai quali è stato somministrato il vaccino prodotto da Astrazeneca». Nel dettaglio, aggiunge Martina Esposito, primo autore dello studio e assegnista di ricerca presso il Cnr-Itb, dalle «analisi statistiche abbiamo scoperto che una particolare regione del genoma, sul cromosoma 6, era significativamente associata ai livelli anticorpali. In questa specifica regione», chiarisce, «sono presenti dei geni che codificano per delle molecole presenti sulla superficie cellulare, coinvolte nei meccanismi di risposta immunitaria (Hla) - sono gli stessi che vengono valutati quando si cerca la compatibilità fra donatori di midollo osseo, ad esempio - ed esistono differenti combinazioni. Il nostro studio ha evidenziato che alcune erano associate a livelli di anticorpi più alti, mentre altre a livelli più bassi, spiegando quindi, dal punto di vista genetico, le differenze nella risposta alla vaccinazione osservate tra individui diversi».Le analisi statistiche e i modelli matematici impiegati «sono molto complessi perché complessa è l’interazione tra i geni e dei geni stessi con il vaccino», sottolinea Massimiliano Copetti, responsabile Biostatistica della Fondazione Irccs Casa sollievo della sofferenza. Questi risultati, secondo Massimo Carella, biologo genetista e vice-direttore scientifico della stessa fondazione foggiana, possono aiutare per «differenziare e personalizzare la campagna vaccinale, fornendo a ciascun individuo il vaccino più adatto, cioè quello che gli permetterà di produrre più anticorpi possibili. Questo approccio», afferma, «può essere esteso anche ad altri vaccini ideati contro altre malattie, nell’ottica di una vaccinazione di precisione supportata dalla vaccinogenomica». La forza di questo progetto di ricerca «sta nella fattiva collaborazione fra i vari partner e nel suo approccio multicentrico», rimarca Raffaella Brugnoni, ricercatore sanitario presso il dipartimento di ricerca e sviluppo clinico dell’Istituto Besta. «Si tratta di un esempio di come le diverse comunità scientifiche possano collaborare per il progresso della ricerca e del benessere comune».I ricercatori hanno già in programma di condividere i dati con altri gruppi internazionali per personalizzare l’impiego dei vaccini nelle diverse popolazioni del mondo, per campagne vaccinali più mirate, soprattutto per i soggetti più fragili, cosa molto utile, visto che la moltiplicazione delle vaccinazioni è il nuovo mantra dei sistemi sanitari e di Big Pharma. 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Zhang ha scritto in un post sulla piattaforma di social media cinese Weibo di essersi recato al lavoro lo scorso fine settimana, ma le guardie gli avrebbero impedito di entrare. Il professore, per protesta, si è accampato fuori dal laboratorio «seduto su un cartone appiattito sotto una pioggia battente», come ha riferito l’agenzia di stampa Associated press.La notizia è stata ripresa dai quotidiani di tutto il mondo, che hanno mostrato le immagini dello scienziato umiliato dal governo di Pechino eppure ben determinato a non cedere a ulteriori ricatti. «Non me ne andrò, non mi arrenderò, perseguo la scienza e la verità», ha scritto in un post poi cancellato. Il Centro clinico di sanità pubblica di Shanghai cerca di minimizzare l’accaduto, affermando che non si sarebbe trattato di uno sfratto ma di una chiusura diventata urgente «per motivi di sicurezza» e che a Zhang sarebbe stato proposto un laboratorio alternativo.Lo scienziato contesta la versione ufficiale, spiega che al momento dello sfratto non gli erano state sottoposte alternative e che la struttura, dove dovrebbe spostarsi assieme al suo team, non soddisfa gli standard di sicurezza per condurre la ricerca. L’attività di ricerca del professore e del suo team è stata ostacolata da quando rese nota la sequenza del nuovo coronavirus, permettendo la messa a punto di kit diagnostici in tutto il mondo.I ricercatori dello Shanghai public clinical health center, diretto dal virologo Zhang Yongzhen, decodificarono in meno di 40 ore una sequenza genomica del virus e il 5 gennaio 2020 avvisarono le autorità sanitarie cinesi che erano urgenti misure pubbliche di emergenza. «Ho capito che questo virus è strettamente correlato alla Sars, probabilmente per l’80%. Quindi, certamente, era molto pericoloso», raccontò il professore in un’intervista esclusiva al Time. Altri laboratori la decodificarono, a tutti fu proibito di divulgare informazioni ma solo lo scienziato oggi cacciato dal suo centro decise di pubblicare, l’11 gennaio, una sequenza sul sito virological.org, usato dai ricercatori.Il giorno dopo, come «punizione», le autorità cinesi chiusero temporaneamente il centro di salute pubblica dove lavoravano.Fu solo l’inizio di una serie di ritorsioni. Venne rimosso dall’incarico al Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie e gli è stato impedito di lavorare con alcuni dei suoi ex partner. Edward Holmes, suo collaboratore e virologo dell’Università di Sydney, il ricercatore che l’11 gennaio 2020 aveva materialmente pubblicato il genoma su permesso del professore, sostiene che «da quando Zhang ha sfidato le autorità c’è stata una campagna contro di lui. È stato distrutto».
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Donald Trump (Ansa)
Per di più, gli emissari della Casa Bianca inizierebbero a sospettare che, dall’altro lato della barricata, non ci sia nessuno dotato della vera autorità per siglare un’intesa: «Abbiamo riscontrato una frattura assoluta fra i negoziatori e i militari», hanno riferito fonti dell’amministrazione alla testata statunitense. «Nessuna delle due parti ha accesso alla Guida suprema, che non risponde». Sarebbe paradossale se, dopo aver fatto tanto per provocare la caduta degli ayatollah, tutto il processo diplomatico si incagliasse per le divisioni suscitate all’interno del regime e perché Mojtaba Khamenei latita.
In effetti, il destino della pace appare appeso a due chiodi: quello delle esibizioni di forza nello Stretto di Hormuz e quello delle debolezze, più o meno occulte, dei belligeranti.
Il sistema granitico, capace di resistere a quaranta giorni di bombardamenti, risulterebbe dunque meno solido di quanto cerchi di dimostrare: sarebbe acclarata la divergenza degli apparati politici con i pasdaran e i falchi che li spalleggiano. Non è un caso se, a comunicare che non è stata presa alcuna decisione sul secondo vertice a Islamabad, sia stata l’agenzia Tasnim, affiliata ai pretoriani islamisti. Delle tensioni si sarebbe avuta prova anche la scorsa notte, quando il capo della squadra incaricata di trattare con Washington, Mohammad Ghalibaf, ha dovuto smentire i commenti del suo consigliere, Mahdi Mohammadi, sulla pausa prolungata da The Donald. «È uno stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa», aveva detto il boiardo persiano. «Le opinioni espresse da questi consulenti», ha poi corretto il tiro un funzionario del Parlamento, di cui Ghalibaf è presidente, «non rappresentano necessariamente» le idee dell’uomo che parla con gli americani. Il quale, ieri, ha elogiato le Guardie rivoluzionarie, definendole fonte di «orgoglio e onore», nonché «muro di ferro» contro le minacce esterne. Un messaggio che, se non fosse stato diffuso in occasione dell’anniversario della fondazione del corpo, avrebbe avuto l’aria di una excusatio non petita. Ieri, intanto, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha sentito il titolare della Farnesina, Antonio Tajani: è un segnale che la Repubblica islamica non vuole tagliare ogni canale di dialogo con l’Occidente.
Se nel monolite iraniano si è aperta qualche crepa, all’Armada di Trump cominciano a mancare le cartucce. In senso letterale. Era noto che gli Usa avessero problemi di scorte e che, per sopperire allo svuotamento degli arsenali, già a novembre 2025 il Pentagono avesse contattato le fabbriche automobilistiche, esortandole a riconvertire a scopi bellici alcune linee di produzione. Anche il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia il presidente durante le discussioni preliminari su Epic fury: le riserve di missili e munizioni erano ridotte al lumicino, dopo anni di sostegno all’Ucraina e a Israele. Ora, la Cnn ha pubblicato una lista che illustra nel dettaglio lo stato allarmante in versano gli stock a stelle e strisce: il conflitto in Iran ha consumato metà degli intercettori Thaad e dei Patriot; il 45% dei missili di precisione Strike; il 30% dei Tomahawk; il 20% degli standoff aria-superficie, progettati per colpire obiettivi protetti rimanendo al di fuori della portata delle contraeree; e il 20% dei missili SM-3 e SM-6, i pilastri della difesa aerea e missilistica navale statunitense. Alla luce di questi dati, è plausibile che la sosta sia utile anche agli americani per tirare il fiato, benché a rimpiazzare gli armamenti - per la modica cifra di 47 miliardi di dollari - non bastino settimane. Tanto più che l’intelligence Usa, citata da Cbs, sostiene che la metà delle testate balistiche iraniane e dei mezzi di lancio sia intatta, così come il 60% della Marina - quella che per Trump è «in fondo al mare». Anche l’Aeronautica sarebbe ancora operativa per i due terzi.
Ma la scelta di concedere un ulteriore margine a Teheran potrebbe derivare pure dalla necessità di riconquistare un po’ della fiducia perduta. I commenti del consigliere di Ghalibaf tradiscono una preoccupazione autentica degli iraniani. Maturata già quando, il 9 settembre 2025, Israele colpì in Qatar l’edificio dove aveva convocato i rappresentanti di Hamas. La mossa di Benjamin Netanyahu irritò la Casa Bianca. Ma i nemici di Tel Aviv potrebbero non aver dato credito alla tesi della bravata di Bibi. Gli stessi ayatollah hanno lamentato di essere stati attaccati mentre erano aperti i tavoli a Ginevra, che comunque Trump considerava inconcludenti. E ieri il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha ribadito che Teheran «ha sempre accolto e continua ad accogliere il dialogo», il «principale ostacolo» al quale rimane la «malafede» a stelle e strisce.
A breve capiremo se, per JD Vance, avrà senso partire alla volta del Pakistan. Ma che il presidente speri di chiudere la partita lo conferma il Wall Street Journal, quotidiano fresco di polemica con The Donald per un articolo di Elliot Kaufman, secondo cui gli iraniani lo considerano un «fesso». Il giornalista, ha scritto Trump su Truth, è «un idiota nel comitato editoriale». Fatto sta che, stando alle fonti consultate dal giornale, mentre si avvicinava la scadenza della precedente tregua, il tycoon si sarebbe mostrato molto cauto sull’ipotesi di riprendere le ostilità. Il cambio di toni e, forse, una reciproco tentativo di distensione, si notano pure dalla scelta di Teheran di non giustiziare le otto ragazze che Trump aveva chiesto di risparmiare: «Quattro saranno rilasciate immediatamente», ha riferito il presidente, «mentre quattro saranno condannate a un mese di carcere. Apprezzo vivamente». C’era una volta quello che minacciava di cancellare la civiltà iraniana.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Gli è stato chiesto: l’Italia si muoverà da sola? Cioè senza attendere le liturgie di Bruxelles. La risposta è stata chiara: «Io non lo escluderei». E in aggiunta il ministro dell’Economia ha parlato con una metafora. «Tanti colleghi (intesi come ministri, ndr) si ritrovano con me a fare il medico nell’ospedale da campo e in tanti condividiamo lo stesso modo di vedere la situazione. Abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti e che dobbiamo curare: non possiamo dargli l’aspirina». Insomma, non è tempo di pannicelli caldi: servono misure concrete di sostegno all’economia e se necessario l’Italia deve fare da sola, senza attendere il via libera di un’Europa che di fronte alla situazione venutasi a creare con il blocco dello stretto di Hormuz non sembra sapere che pesci pigliare. Concetto poi ribadito dallo stesso presidente del Consiglio in un post su X.
Tanto per far capire ancor meglio come la pensino al governo, Giorgetti ha poi fatto un riferimento al Patto di stabilità, ovvero a quell’insieme di regole europee che tra le altre cose impongono il vincolo di un rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%, pena l’apertura di una procedura d’infrazione comunitaria. «Io non ho chiesto la deroga al Patto di stabilità, ma ho detto che bisogna essere pronti e flessibili per rispondere alle situazioni. Non rilassati, ma flessibili. Quello che secondo me non è accettabile è la rigidità nel confrontarsi con un mondo che è completamente cambiato». Il ministro non lo dice espressamente, ma il senso è chiaro: le regole di Bruxelles non possono essere un dogma a cui attenersi anche se lo scenario richiede l’adozione di altre misure, perché così facendo ci si schianta. Difficile non essere d’accordo. Sulla Verità ne abbiamo parlato spesso, invocando un cambio di direzione e un’azione per convincere l’Europa ad adottare politiche economiche che invece dei parametri di Maastricht favoriscano la crescita. Ma gli occhiuti funzionari della Ue da questo orecchio paiono non sentirci. Per loro vale soltanto la religione del pareggio di bilancio. E purtroppo alla miopia dei vertici dell’Unione corrisponde anche quella di chi amministra la politica monetaria nel Vecchio continente, ovvero Christine Lagarde.
Negli ultimi quattro anni è successo di tutto: l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, con conseguenti sanzioni europee e rinuncia al conveniente gas russo; la guerra dei dazi che ha rallentato le esportazioni verso gli Stati Uniti; e ora il conflitto in Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz e dunque delle esportazioni di gas e petrolio. Tutto ciò con un’impennata dei prezzi dei combustibili fossili, che a cascata si rovesciano su imprese e famiglie. Di fronte a tutto ciò si può rimanere ancorati al 3% che definisce il rapporto fra deficit e Pil? La risposta è no, perché se cambiano le condizioni devono cambiare le regole. «Noi abbiamo ancora un’industria» si è sfogato Giorgetti, «l’Italia è ancora un Paese industriale, mentre ci sono alcuni Paesi che l’industria non sanno nemmeno cos’è». Il ministro non fa nomi, ma è evidente il riferimento a quanti sono sempre pronti a puntare l’indice sui decimali.
E a proposito di numerini, ieri Eurostat ha «sentenziato» che l’Italia deve ancora sottostare alla procedura d’infrazione, perché il deficit per poche decine di miliardi è al 3,1%. Giorgetti dice che fino al 28 febbraio, cioè fino all’attacco contro l’Iran, avrebbe voluto rientrare nei parametri europei, ma adesso la faccenda non lo interessa più, perché con quel che è accaduto dopo la guerra in Iran lo zero virgola non è la cosa più importante. Ma la decisione di Eurostat ha suscitato allarmati commenti da parte di Giuseppe Conte, ovvero di colui che con il Superbonus ha contribuito a creare un buco che ancora si trascina nei conti dello Stato. Il leader dei 5 stelle strilla perché spera di ottenere visibilità, ma la risposta migliore gliel’ha data la premier, addebitando il mancato obiettivo del 3% di deficit alla gestione dello stesso Conte. Visti i risultati dei suoi anni al governo (reddito di cittadinanza, Superbonus e lockdown) gli italiani sanno che cosa li aspetterebbe nel caso tornasse a Palazzo Chigi. Incrociamo le dita per risparmiarci quest’altra sciagura.
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