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2023-11-23
Scholz blandisce Meloni ma trama alle spalle
Giorgia Meloni e Olaf Scholz (Ansa)
Se si tratta di un cambio di registro sincero, lo si vedrà nei prossimi mesi. Quel che è certo, è che l’atteggiamento della Germania nei nostri confronti, dopo gli scontri sui migranti e il sostegno alle Ong da parte di Berlino, almeno nella forma, è decisamente cambiato. Dietro a questo dietrofront è difficile non vedere la pressione nei confronti del cancelliere Olaf Scholz da parte dell’opinione pubblica interna, sempre più allarmata dall’aumento dell’immigrazione illegale. Ma anche la crisi economica, che sta mordendo come mai prima quella che una volta era la locomotiva d’Europa e ora non lo è più. Simbolico, in questo senso, è il rinvio sine die del voto del Parlamento tedesco sulla manovra, dopo i rilievi della Corte costituzionale sull’illegittimità di 60 miliardi di aiuti e di alcune operazioni contabili del governo, che avrebbero aggirato, secondo i giudici, le regole sul debito.
Ieri, durante l’incontro bilaterale con il nostro premier per la firma di un piano d’azione Italia-Germania, significative sono state le parole del cancelliere sulla riforma del Patto di stabilità, laddove Scholz ha parlato di «buoni progressi», aggiungendo che «non siamo mai stati così vicini a un risultato». Che non potrà più essere nel segno del rigore che ha contraddistinto il pre pandemia, come ha sottolineato Giorgia Meloni: «Stiamo cercando di capire il punto migliore di incontro, lavorando per ottenere una soluzione possibile da rispettare nei prossimi anni». Entrando nel merito, la Meloni ha spiegato che l’Italia «non vuole una politica di bilancio allegra» ma che «è importante che le nuove regole della governance proteggano gli investimenti che si stanno facendo». «La posizione della Germania», ha aggiunto, «richiama al rientro del debito e stiamo cercando un punto d’incontro per un Patto di stabilità e crescita che sia possibile rispettare».
Capitolo migranti, il più spinoso, come si diceva. Scholz si è detto d’accordo sul fatto che la riforma del sistema europeo comune dell’asilo vada conclusa, poiché c’è bisogno di «un approccio partenariale con i Paesi di transito e di origine, un adeguamento a livello europeo sulla situazione dei migranti». Da parte sua, il nostro premier ha registrato che i due Paesi condividono «la necessità che venga implementato il cambio di visione nell’Europa sul dossier migratorio, in particolare sul lavoro sulla dimensione esterna». «Serve un lavoro diverso», ha sottolineato la Meloni, «con i Paesi africani che abbiamo iniziato e bisogna portare avanti, perché il ruolo dell’Africa è fondamentale e dobbiamo costruire un approccio che non sia paternalistico anche per gestire meglio il problema dei flussi migratori».
Un tema implicitamente affrontato al momento in cui i due capi di governo avevano partecipato assieme, da remoto, al vertice del G20 e il nostro premier aveva affermato che «l’Italia si candida a diventare ponte fra Europa e sponda Sud del Mediterraneo per promuovere partenariati reciprocamente vantaggiosi».
Ovviamente, la politica estera non poteva non ricoprire un ruolo cruciale nello scambio di vedute tra le due delegazioni governative, con al centro i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Per quanto riguarda il conflitto in Europa, la Meloni ha ribadito il sostegno totale a Kiev, muovendo dalla partecipazione di Vladimir Putin, definita «un’occasione di visibilità politica per fare propaganda». «Il fatto che la Russia vorrebbe lavorare per la pace mi trova contenta», ha osservato la Meloni, «ma si può dimostrare facilmente ritirando le proprie truppe dal territorio che si è invaso». Quanto all’operazione che Israele sta conducendo nella Striscia di Gaza contro Hamas, il nostro premier ha spinto sul tasto della necessità di una soluzione duratura, ribadendo la «condanna di Hamas per l’ignobile e sanguinario assalto terroristico contro Israele dello scorso 7 ottobre, il diritto all’autodifesa di Israele e la convinzione che in prospettiva la soluzione del conflitto non potrà che passare attraverso la creazione di due Stati». Su questo la Meloni ha trovato il pieno accordo di Scholz: «Sono d’accordo con l’Italia», ha affermato il cancelliere, «sulla necessità di maggiori aiuti a Gaza e sulla soluzione dei due Stati, che è quella che permetterà di convivere in pace».
Il vertice, infine, ha accompagnato la firma di una serie di accordi economici, sanciti nel corso di un business forum che ha visto la partecipazioni delle rispettive confederazioni industriali, di numerose imprese di entrambi i paesi e di vari ministri. Per il nostro governo c’erano il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e quello per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso.
Ma sull’Africa e sulla vendita di Ita Berlino non ce la racconta giusta
Bene il confronto aperto ieri da Giorgia Meloni e Olaf Scholz con un vertice teso soprattutto ad aprire un varco nel negoziato sul Patto di stabilità. Ma lungo la rotta Roma-Berlino ci sono altri due dossier economici su cui la Germania sta complicando la strategia del governo Meloni. Il primo riguarda l’operazione Ita-Lufthansa e l’altra riguarda gli investimenti nel continente africano.
Partiamo dai cieli. A Bruxelles proseguono infatti ormai da mesi i contatti tra la Commissione e le compagnie per mettere a punto i dettagli della fusione tra Ita airways e Lufthansa, prima che venga presentata ufficialmente la notifica dell’operazione. L’obiettivo di chiudere entro la fine dell’anno, indicato più volte anche dal governo italiano che vuole accelerare sulle privatizzazioni, sembra essere sfumato. Il dossier si è incagliato negli uffici dell’Antitrust Ue e non si sblocca nemmeno dopo gli incontri riservati (e separati) che gli sherpa italiani e quelli tedeschi hanno avuto di recente con il commissario europeo Didier Reynders.
Ecco perché sia la Meloni sia Scholz sono stati incalzati sullo stato del dossier nella conferenza stampa seguita al vertice di ieri. «Su Lufthansa siamo pronti la settimana prossima a inviare la notifica alla Commissione europea. Avendo risolto un problema che da tempo l’Europa chiede di risolvere, auspichiamo una risposta immediata. Abbiamo fatto un ottimo lavoro insieme», ha detto il premier Giorgia Meloni. Per il cancelliere tedesco, la «cooperazione tra Lufthansa e Ita è buona» e vogliamo «un trattamento veloce e giusto a Bruxelles».
Le due società sono state chiamate a rispondere a una moltitudine di domande, dagli slot alle rotte allo staff ai prezzi dei biglietti. La Dgcomp, ovvero la direzione generale della Concorrenza, ha già rivolto alle parti circa 600 quesiti. E secondo quanto risulta a La Verità ne avrebbe aggiunti di recente un altro centinaio. Insomma, la sta tirando in lungo. E a goderne può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più l’asset - ovvero la compagnia italiana - si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). Intanto, l’ad Carsten Spohr ieri ha partecipato all’incontro con la delegazione italiana.
Dalle privatizzazioni all’Africa. Palazzo Chigi considera il Piano Mattei il «più significativo progetto a livello geopolitico del governo». Perché nelle intenzioni dell’esecutivo l’insieme di iniziative di sostegno e di cooperazione con gli Stati africani dovrebbero restituire all’Italia un ruolo da protagonista nello scenario mediterraneo. L’obiettivo è costruire un partenariato con le nazioni africane attraverso progetti che riguarderanno, oltre alla prevenzione sul fronte dell’immigrazione irregolare, anche la promozione delle esportazioni e degli investimenti. Su questo campo, però, la concorrenza di Berlino incalza. Il governo tedesco si è infatti impegnato a investire 4,4 miliardi di dollari in progetti africani di energia verde fino al 2030 puntando a diventare un partner di lungo termine in diversi Stati del continente. «Questo crea posti di lavoro e prosperità in questi Paesi», ha dichiarato il cancelliere tedesco Scholz nei giorni scorsi al vertice G20 Compact with Africa. La mossa fa parte di una più ampia spinta di Berlino per allontanare la sua industria dalla dipendenza dall’energia russa e dai minerali cinesi. Anche i Paesi africani, nel frattempo, stanno cercando di diversificare il proprio bacino di investitori dopo anni di eccessiva dipendenza dai capitali di Pechino. L’anno scorso i prestiti cinesi in Africa sono scesi sotto il miliardo di dollari per la prima volta in quasi due decenni. Molto ha a che fare con il livello di esposizione al rischio: lo Zambia è stato il primo Paese africano ad andare in default durante la pandemia e anche altri governi, tra cui Ghana, Kenya ed Etiopia, sono in difficoltà. La Cina, nel frattempo, sta affrontando i propri problemi interni, mentre i politici lottano per rilanciare la crescita tra la persistente debolezza del settore immobiliare, una valuta vacillante e la flessione della domanda globale di prodotti manifatturieri. I fondi sono stati riallocati per sostenere l’economia nazionale. Si liberano, dunque, degli spazi per gli investimenti di altri Paesi. Come l’Italia che però non deve farseli soffiare dalla Germania.
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Il premier : «Cerchiamo un punto di incontro sul Patto di stabilità. Non chiediamo bilanci allegri ma protezione degli investimenti». La Germania intanto apre la crisi: sospeso il voto sul bilancio 2024 dopo che la Corte costituzionale ha bocciato 60 miliardi di aiuti.L’accordo con Lufthansa rimane impantanato in Europa: aggiunti altri 100 quesiti.Lo speciale contiene due articoli.Se si tratta di un cambio di registro sincero, lo si vedrà nei prossimi mesi. Quel che è certo, è che l’atteggiamento della Germania nei nostri confronti, dopo gli scontri sui migranti e il sostegno alle Ong da parte di Berlino, almeno nella forma, è decisamente cambiato. Dietro a questo dietrofront è difficile non vedere la pressione nei confronti del cancelliere Olaf Scholz da parte dell’opinione pubblica interna, sempre più allarmata dall’aumento dell’immigrazione illegale. Ma anche la crisi economica, che sta mordendo come mai prima quella che una volta era la locomotiva d’Europa e ora non lo è più. Simbolico, in questo senso, è il rinvio sine die del voto del Parlamento tedesco sulla manovra, dopo i rilievi della Corte costituzionale sull’illegittimità di 60 miliardi di aiuti e di alcune operazioni contabili del governo, che avrebbero aggirato, secondo i giudici, le regole sul debito. Ieri, durante l’incontro bilaterale con il nostro premier per la firma di un piano d’azione Italia-Germania, significative sono state le parole del cancelliere sulla riforma del Patto di stabilità, laddove Scholz ha parlato di «buoni progressi», aggiungendo che «non siamo mai stati così vicini a un risultato». Che non potrà più essere nel segno del rigore che ha contraddistinto il pre pandemia, come ha sottolineato Giorgia Meloni: «Stiamo cercando di capire il punto migliore di incontro, lavorando per ottenere una soluzione possibile da rispettare nei prossimi anni». Entrando nel merito, la Meloni ha spiegato che l’Italia «non vuole una politica di bilancio allegra» ma che «è importante che le nuove regole della governance proteggano gli investimenti che si stanno facendo». «La posizione della Germania», ha aggiunto, «richiama al rientro del debito e stiamo cercando un punto d’incontro per un Patto di stabilità e crescita che sia possibile rispettare».Capitolo migranti, il più spinoso, come si diceva. Scholz si è detto d’accordo sul fatto che la riforma del sistema europeo comune dell’asilo vada conclusa, poiché c’è bisogno di «un approccio partenariale con i Paesi di transito e di origine, un adeguamento a livello europeo sulla situazione dei migranti». Da parte sua, il nostro premier ha registrato che i due Paesi condividono «la necessità che venga implementato il cambio di visione nell’Europa sul dossier migratorio, in particolare sul lavoro sulla dimensione esterna». «Serve un lavoro diverso», ha sottolineato la Meloni, «con i Paesi africani che abbiamo iniziato e bisogna portare avanti, perché il ruolo dell’Africa è fondamentale e dobbiamo costruire un approccio che non sia paternalistico anche per gestire meglio il problema dei flussi migratori».Un tema implicitamente affrontato al momento in cui i due capi di governo avevano partecipato assieme, da remoto, al vertice del G20 e il nostro premier aveva affermato che «l’Italia si candida a diventare ponte fra Europa e sponda Sud del Mediterraneo per promuovere partenariati reciprocamente vantaggiosi».Ovviamente, la politica estera non poteva non ricoprire un ruolo cruciale nello scambio di vedute tra le due delegazioni governative, con al centro i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Per quanto riguarda il conflitto in Europa, la Meloni ha ribadito il sostegno totale a Kiev, muovendo dalla partecipazione di Vladimir Putin, definita «un’occasione di visibilità politica per fare propaganda». «Il fatto che la Russia vorrebbe lavorare per la pace mi trova contenta», ha osservato la Meloni, «ma si può dimostrare facilmente ritirando le proprie truppe dal territorio che si è invaso». Quanto all’operazione che Israele sta conducendo nella Striscia di Gaza contro Hamas, il nostro premier ha spinto sul tasto della necessità di una soluzione duratura, ribadendo la «condanna di Hamas per l’ignobile e sanguinario assalto terroristico contro Israele dello scorso 7 ottobre, il diritto all’autodifesa di Israele e la convinzione che in prospettiva la soluzione del conflitto non potrà che passare attraverso la creazione di due Stati». Su questo la Meloni ha trovato il pieno accordo di Scholz: «Sono d’accordo con l’Italia», ha affermato il cancelliere, «sulla necessità di maggiori aiuti a Gaza e sulla soluzione dei due Stati, che è quella che permetterà di convivere in pace».Il vertice, infine, ha accompagnato la firma di una serie di accordi economici, sanciti nel corso di un business forum che ha visto la partecipazioni delle rispettive confederazioni industriali, di numerose imprese di entrambi i paesi e di vari ministri. Per il nostro governo c’erano il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e quello per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scholz-blandisce-meloni-trama-spalle-2666337422.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-sullafrica-e-sulla-vendita-di-ita-berlino-non-ce-la-racconta-giusta" data-post-id="2666337422" data-published-at="1700701017" data-use-pagination="False"> Ma sull’Africa e sulla vendita di Ita Berlino non ce la racconta giusta Bene il confronto aperto ieri da Giorgia Meloni e Olaf Scholz con un vertice teso soprattutto ad aprire un varco nel negoziato sul Patto di stabilità. Ma lungo la rotta Roma-Berlino ci sono altri due dossier economici su cui la Germania sta complicando la strategia del governo Meloni. Il primo riguarda l’operazione Ita-Lufthansa e l’altra riguarda gli investimenti nel continente africano. Partiamo dai cieli. A Bruxelles proseguono infatti ormai da mesi i contatti tra la Commissione e le compagnie per mettere a punto i dettagli della fusione tra Ita airways e Lufthansa, prima che venga presentata ufficialmente la notifica dell’operazione. L’obiettivo di chiudere entro la fine dell’anno, indicato più volte anche dal governo italiano che vuole accelerare sulle privatizzazioni, sembra essere sfumato. Il dossier si è incagliato negli uffici dell’Antitrust Ue e non si sblocca nemmeno dopo gli incontri riservati (e separati) che gli sherpa italiani e quelli tedeschi hanno avuto di recente con il commissario europeo Didier Reynders. Ecco perché sia la Meloni sia Scholz sono stati incalzati sullo stato del dossier nella conferenza stampa seguita al vertice di ieri. «Su Lufthansa siamo pronti la settimana prossima a inviare la notifica alla Commissione europea. Avendo risolto un problema che da tempo l’Europa chiede di risolvere, auspichiamo una risposta immediata. Abbiamo fatto un ottimo lavoro insieme», ha detto il premier Giorgia Meloni. Per il cancelliere tedesco, la «cooperazione tra Lufthansa e Ita è buona» e vogliamo «un trattamento veloce e giusto a Bruxelles». Le due società sono state chiamate a rispondere a una moltitudine di domande, dagli slot alle rotte allo staff ai prezzi dei biglietti. La Dgcomp, ovvero la direzione generale della Concorrenza, ha già rivolto alle parti circa 600 quesiti. E secondo quanto risulta a La Verità ne avrebbe aggiunti di recente un altro centinaio. Insomma, la sta tirando in lungo. E a goderne può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più l’asset - ovvero la compagnia italiana - si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). Intanto, l’ad Carsten Spohr ieri ha partecipato all’incontro con la delegazione italiana. Dalle privatizzazioni all’Africa. Palazzo Chigi considera il Piano Mattei il «più significativo progetto a livello geopolitico del governo». Perché nelle intenzioni dell’esecutivo l’insieme di iniziative di sostegno e di cooperazione con gli Stati africani dovrebbero restituire all’Italia un ruolo da protagonista nello scenario mediterraneo. L’obiettivo è costruire un partenariato con le nazioni africane attraverso progetti che riguarderanno, oltre alla prevenzione sul fronte dell’immigrazione irregolare, anche la promozione delle esportazioni e degli investimenti. Su questo campo, però, la concorrenza di Berlino incalza. Il governo tedesco si è infatti impegnato a investire 4,4 miliardi di dollari in progetti africani di energia verde fino al 2030 puntando a diventare un partner di lungo termine in diversi Stati del continente. «Questo crea posti di lavoro e prosperità in questi Paesi», ha dichiarato il cancelliere tedesco Scholz nei giorni scorsi al vertice G20 Compact with Africa. La mossa fa parte di una più ampia spinta di Berlino per allontanare la sua industria dalla dipendenza dall’energia russa e dai minerali cinesi. Anche i Paesi africani, nel frattempo, stanno cercando di diversificare il proprio bacino di investitori dopo anni di eccessiva dipendenza dai capitali di Pechino. L’anno scorso i prestiti cinesi in Africa sono scesi sotto il miliardo di dollari per la prima volta in quasi due decenni. Molto ha a che fare con il livello di esposizione al rischio: lo Zambia è stato il primo Paese africano ad andare in default durante la pandemia e anche altri governi, tra cui Ghana, Kenya ed Etiopia, sono in difficoltà. La Cina, nel frattempo, sta affrontando i propri problemi interni, mentre i politici lottano per rilanciare la crescita tra la persistente debolezza del settore immobiliare, una valuta vacillante e la flessione della domanda globale di prodotti manifatturieri. I fondi sono stati riallocati per sostenere l’economia nazionale. Si liberano, dunque, degli spazi per gli investimenti di altri Paesi. Come l’Italia che però non deve farseli soffiare dalla Germania.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».