True
2023-11-23
Scholz blandisce Meloni ma trama alle spalle
Giorgia Meloni e Olaf Scholz (Ansa)
Se si tratta di un cambio di registro sincero, lo si vedrà nei prossimi mesi. Quel che è certo, è che l’atteggiamento della Germania nei nostri confronti, dopo gli scontri sui migranti e il sostegno alle Ong da parte di Berlino, almeno nella forma, è decisamente cambiato. Dietro a questo dietrofront è difficile non vedere la pressione nei confronti del cancelliere Olaf Scholz da parte dell’opinione pubblica interna, sempre più allarmata dall’aumento dell’immigrazione illegale. Ma anche la crisi economica, che sta mordendo come mai prima quella che una volta era la locomotiva d’Europa e ora non lo è più. Simbolico, in questo senso, è il rinvio sine die del voto del Parlamento tedesco sulla manovra, dopo i rilievi della Corte costituzionale sull’illegittimità di 60 miliardi di aiuti e di alcune operazioni contabili del governo, che avrebbero aggirato, secondo i giudici, le regole sul debito.
Ieri, durante l’incontro bilaterale con il nostro premier per la firma di un piano d’azione Italia-Germania, significative sono state le parole del cancelliere sulla riforma del Patto di stabilità, laddove Scholz ha parlato di «buoni progressi», aggiungendo che «non siamo mai stati così vicini a un risultato». Che non potrà più essere nel segno del rigore che ha contraddistinto il pre pandemia, come ha sottolineato Giorgia Meloni: «Stiamo cercando di capire il punto migliore di incontro, lavorando per ottenere una soluzione possibile da rispettare nei prossimi anni». Entrando nel merito, la Meloni ha spiegato che l’Italia «non vuole una politica di bilancio allegra» ma che «è importante che le nuove regole della governance proteggano gli investimenti che si stanno facendo». «La posizione della Germania», ha aggiunto, «richiama al rientro del debito e stiamo cercando un punto d’incontro per un Patto di stabilità e crescita che sia possibile rispettare».
Capitolo migranti, il più spinoso, come si diceva. Scholz si è detto d’accordo sul fatto che la riforma del sistema europeo comune dell’asilo vada conclusa, poiché c’è bisogno di «un approccio partenariale con i Paesi di transito e di origine, un adeguamento a livello europeo sulla situazione dei migranti». Da parte sua, il nostro premier ha registrato che i due Paesi condividono «la necessità che venga implementato il cambio di visione nell’Europa sul dossier migratorio, in particolare sul lavoro sulla dimensione esterna». «Serve un lavoro diverso», ha sottolineato la Meloni, «con i Paesi africani che abbiamo iniziato e bisogna portare avanti, perché il ruolo dell’Africa è fondamentale e dobbiamo costruire un approccio che non sia paternalistico anche per gestire meglio il problema dei flussi migratori».
Un tema implicitamente affrontato al momento in cui i due capi di governo avevano partecipato assieme, da remoto, al vertice del G20 e il nostro premier aveva affermato che «l’Italia si candida a diventare ponte fra Europa e sponda Sud del Mediterraneo per promuovere partenariati reciprocamente vantaggiosi».
Ovviamente, la politica estera non poteva non ricoprire un ruolo cruciale nello scambio di vedute tra le due delegazioni governative, con al centro i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Per quanto riguarda il conflitto in Europa, la Meloni ha ribadito il sostegno totale a Kiev, muovendo dalla partecipazione di Vladimir Putin, definita «un’occasione di visibilità politica per fare propaganda». «Il fatto che la Russia vorrebbe lavorare per la pace mi trova contenta», ha osservato la Meloni, «ma si può dimostrare facilmente ritirando le proprie truppe dal territorio che si è invaso». Quanto all’operazione che Israele sta conducendo nella Striscia di Gaza contro Hamas, il nostro premier ha spinto sul tasto della necessità di una soluzione duratura, ribadendo la «condanna di Hamas per l’ignobile e sanguinario assalto terroristico contro Israele dello scorso 7 ottobre, il diritto all’autodifesa di Israele e la convinzione che in prospettiva la soluzione del conflitto non potrà che passare attraverso la creazione di due Stati». Su questo la Meloni ha trovato il pieno accordo di Scholz: «Sono d’accordo con l’Italia», ha affermato il cancelliere, «sulla necessità di maggiori aiuti a Gaza e sulla soluzione dei due Stati, che è quella che permetterà di convivere in pace».
Il vertice, infine, ha accompagnato la firma di una serie di accordi economici, sanciti nel corso di un business forum che ha visto la partecipazioni delle rispettive confederazioni industriali, di numerose imprese di entrambi i paesi e di vari ministri. Per il nostro governo c’erano il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e quello per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso.
Ma sull’Africa e sulla vendita di Ita Berlino non ce la racconta giusta
Bene il confronto aperto ieri da Giorgia Meloni e Olaf Scholz con un vertice teso soprattutto ad aprire un varco nel negoziato sul Patto di stabilità. Ma lungo la rotta Roma-Berlino ci sono altri due dossier economici su cui la Germania sta complicando la strategia del governo Meloni. Il primo riguarda l’operazione Ita-Lufthansa e l’altra riguarda gli investimenti nel continente africano.
Partiamo dai cieli. A Bruxelles proseguono infatti ormai da mesi i contatti tra la Commissione e le compagnie per mettere a punto i dettagli della fusione tra Ita airways e Lufthansa, prima che venga presentata ufficialmente la notifica dell’operazione. L’obiettivo di chiudere entro la fine dell’anno, indicato più volte anche dal governo italiano che vuole accelerare sulle privatizzazioni, sembra essere sfumato. Il dossier si è incagliato negli uffici dell’Antitrust Ue e non si sblocca nemmeno dopo gli incontri riservati (e separati) che gli sherpa italiani e quelli tedeschi hanno avuto di recente con il commissario europeo Didier Reynders.
Ecco perché sia la Meloni sia Scholz sono stati incalzati sullo stato del dossier nella conferenza stampa seguita al vertice di ieri. «Su Lufthansa siamo pronti la settimana prossima a inviare la notifica alla Commissione europea. Avendo risolto un problema che da tempo l’Europa chiede di risolvere, auspichiamo una risposta immediata. Abbiamo fatto un ottimo lavoro insieme», ha detto il premier Giorgia Meloni. Per il cancelliere tedesco, la «cooperazione tra Lufthansa e Ita è buona» e vogliamo «un trattamento veloce e giusto a Bruxelles».
Le due società sono state chiamate a rispondere a una moltitudine di domande, dagli slot alle rotte allo staff ai prezzi dei biglietti. La Dgcomp, ovvero la direzione generale della Concorrenza, ha già rivolto alle parti circa 600 quesiti. E secondo quanto risulta a La Verità ne avrebbe aggiunti di recente un altro centinaio. Insomma, la sta tirando in lungo. E a goderne può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più l’asset - ovvero la compagnia italiana - si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). Intanto, l’ad Carsten Spohr ieri ha partecipato all’incontro con la delegazione italiana.
Dalle privatizzazioni all’Africa. Palazzo Chigi considera il Piano Mattei il «più significativo progetto a livello geopolitico del governo». Perché nelle intenzioni dell’esecutivo l’insieme di iniziative di sostegno e di cooperazione con gli Stati africani dovrebbero restituire all’Italia un ruolo da protagonista nello scenario mediterraneo. L’obiettivo è costruire un partenariato con le nazioni africane attraverso progetti che riguarderanno, oltre alla prevenzione sul fronte dell’immigrazione irregolare, anche la promozione delle esportazioni e degli investimenti. Su questo campo, però, la concorrenza di Berlino incalza. Il governo tedesco si è infatti impegnato a investire 4,4 miliardi di dollari in progetti africani di energia verde fino al 2030 puntando a diventare un partner di lungo termine in diversi Stati del continente. «Questo crea posti di lavoro e prosperità in questi Paesi», ha dichiarato il cancelliere tedesco Scholz nei giorni scorsi al vertice G20 Compact with Africa. La mossa fa parte di una più ampia spinta di Berlino per allontanare la sua industria dalla dipendenza dall’energia russa e dai minerali cinesi. Anche i Paesi africani, nel frattempo, stanno cercando di diversificare il proprio bacino di investitori dopo anni di eccessiva dipendenza dai capitali di Pechino. L’anno scorso i prestiti cinesi in Africa sono scesi sotto il miliardo di dollari per la prima volta in quasi due decenni. Molto ha a che fare con il livello di esposizione al rischio: lo Zambia è stato il primo Paese africano ad andare in default durante la pandemia e anche altri governi, tra cui Ghana, Kenya ed Etiopia, sono in difficoltà. La Cina, nel frattempo, sta affrontando i propri problemi interni, mentre i politici lottano per rilanciare la crescita tra la persistente debolezza del settore immobiliare, una valuta vacillante e la flessione della domanda globale di prodotti manifatturieri. I fondi sono stati riallocati per sostenere l’economia nazionale. Si liberano, dunque, degli spazi per gli investimenti di altri Paesi. Come l’Italia che però non deve farseli soffiare dalla Germania.
Continua a leggereRiduci
Il premier : «Cerchiamo un punto di incontro sul Patto di stabilità. Non chiediamo bilanci allegri ma protezione degli investimenti». La Germania intanto apre la crisi: sospeso il voto sul bilancio 2024 dopo che la Corte costituzionale ha bocciato 60 miliardi di aiuti.L’accordo con Lufthansa rimane impantanato in Europa: aggiunti altri 100 quesiti.Lo speciale contiene due articoli.Se si tratta di un cambio di registro sincero, lo si vedrà nei prossimi mesi. Quel che è certo, è che l’atteggiamento della Germania nei nostri confronti, dopo gli scontri sui migranti e il sostegno alle Ong da parte di Berlino, almeno nella forma, è decisamente cambiato. Dietro a questo dietrofront è difficile non vedere la pressione nei confronti del cancelliere Olaf Scholz da parte dell’opinione pubblica interna, sempre più allarmata dall’aumento dell’immigrazione illegale. Ma anche la crisi economica, che sta mordendo come mai prima quella che una volta era la locomotiva d’Europa e ora non lo è più. Simbolico, in questo senso, è il rinvio sine die del voto del Parlamento tedesco sulla manovra, dopo i rilievi della Corte costituzionale sull’illegittimità di 60 miliardi di aiuti e di alcune operazioni contabili del governo, che avrebbero aggirato, secondo i giudici, le regole sul debito. Ieri, durante l’incontro bilaterale con il nostro premier per la firma di un piano d’azione Italia-Germania, significative sono state le parole del cancelliere sulla riforma del Patto di stabilità, laddove Scholz ha parlato di «buoni progressi», aggiungendo che «non siamo mai stati così vicini a un risultato». Che non potrà più essere nel segno del rigore che ha contraddistinto il pre pandemia, come ha sottolineato Giorgia Meloni: «Stiamo cercando di capire il punto migliore di incontro, lavorando per ottenere una soluzione possibile da rispettare nei prossimi anni». Entrando nel merito, la Meloni ha spiegato che l’Italia «non vuole una politica di bilancio allegra» ma che «è importante che le nuove regole della governance proteggano gli investimenti che si stanno facendo». «La posizione della Germania», ha aggiunto, «richiama al rientro del debito e stiamo cercando un punto d’incontro per un Patto di stabilità e crescita che sia possibile rispettare».Capitolo migranti, il più spinoso, come si diceva. Scholz si è detto d’accordo sul fatto che la riforma del sistema europeo comune dell’asilo vada conclusa, poiché c’è bisogno di «un approccio partenariale con i Paesi di transito e di origine, un adeguamento a livello europeo sulla situazione dei migranti». Da parte sua, il nostro premier ha registrato che i due Paesi condividono «la necessità che venga implementato il cambio di visione nell’Europa sul dossier migratorio, in particolare sul lavoro sulla dimensione esterna». «Serve un lavoro diverso», ha sottolineato la Meloni, «con i Paesi africani che abbiamo iniziato e bisogna portare avanti, perché il ruolo dell’Africa è fondamentale e dobbiamo costruire un approccio che non sia paternalistico anche per gestire meglio il problema dei flussi migratori».Un tema implicitamente affrontato al momento in cui i due capi di governo avevano partecipato assieme, da remoto, al vertice del G20 e il nostro premier aveva affermato che «l’Italia si candida a diventare ponte fra Europa e sponda Sud del Mediterraneo per promuovere partenariati reciprocamente vantaggiosi».Ovviamente, la politica estera non poteva non ricoprire un ruolo cruciale nello scambio di vedute tra le due delegazioni governative, con al centro i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Per quanto riguarda il conflitto in Europa, la Meloni ha ribadito il sostegno totale a Kiev, muovendo dalla partecipazione di Vladimir Putin, definita «un’occasione di visibilità politica per fare propaganda». «Il fatto che la Russia vorrebbe lavorare per la pace mi trova contenta», ha osservato la Meloni, «ma si può dimostrare facilmente ritirando le proprie truppe dal territorio che si è invaso». Quanto all’operazione che Israele sta conducendo nella Striscia di Gaza contro Hamas, il nostro premier ha spinto sul tasto della necessità di una soluzione duratura, ribadendo la «condanna di Hamas per l’ignobile e sanguinario assalto terroristico contro Israele dello scorso 7 ottobre, il diritto all’autodifesa di Israele e la convinzione che in prospettiva la soluzione del conflitto non potrà che passare attraverso la creazione di due Stati». Su questo la Meloni ha trovato il pieno accordo di Scholz: «Sono d’accordo con l’Italia», ha affermato il cancelliere, «sulla necessità di maggiori aiuti a Gaza e sulla soluzione dei due Stati, che è quella che permetterà di convivere in pace».Il vertice, infine, ha accompagnato la firma di una serie di accordi economici, sanciti nel corso di un business forum che ha visto la partecipazioni delle rispettive confederazioni industriali, di numerose imprese di entrambi i paesi e di vari ministri. Per il nostro governo c’erano il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e quello per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scholz-blandisce-meloni-trama-spalle-2666337422.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-sullafrica-e-sulla-vendita-di-ita-berlino-non-ce-la-racconta-giusta" data-post-id="2666337422" data-published-at="1700701017" data-use-pagination="False"> Ma sull’Africa e sulla vendita di Ita Berlino non ce la racconta giusta Bene il confronto aperto ieri da Giorgia Meloni e Olaf Scholz con un vertice teso soprattutto ad aprire un varco nel negoziato sul Patto di stabilità. Ma lungo la rotta Roma-Berlino ci sono altri due dossier economici su cui la Germania sta complicando la strategia del governo Meloni. Il primo riguarda l’operazione Ita-Lufthansa e l’altra riguarda gli investimenti nel continente africano. Partiamo dai cieli. A Bruxelles proseguono infatti ormai da mesi i contatti tra la Commissione e le compagnie per mettere a punto i dettagli della fusione tra Ita airways e Lufthansa, prima che venga presentata ufficialmente la notifica dell’operazione. L’obiettivo di chiudere entro la fine dell’anno, indicato più volte anche dal governo italiano che vuole accelerare sulle privatizzazioni, sembra essere sfumato. Il dossier si è incagliato negli uffici dell’Antitrust Ue e non si sblocca nemmeno dopo gli incontri riservati (e separati) che gli sherpa italiani e quelli tedeschi hanno avuto di recente con il commissario europeo Didier Reynders. Ecco perché sia la Meloni sia Scholz sono stati incalzati sullo stato del dossier nella conferenza stampa seguita al vertice di ieri. «Su Lufthansa siamo pronti la settimana prossima a inviare la notifica alla Commissione europea. Avendo risolto un problema che da tempo l’Europa chiede di risolvere, auspichiamo una risposta immediata. Abbiamo fatto un ottimo lavoro insieme», ha detto il premier Giorgia Meloni. Per il cancelliere tedesco, la «cooperazione tra Lufthansa e Ita è buona» e vogliamo «un trattamento veloce e giusto a Bruxelles». Le due società sono state chiamate a rispondere a una moltitudine di domande, dagli slot alle rotte allo staff ai prezzi dei biglietti. La Dgcomp, ovvero la direzione generale della Concorrenza, ha già rivolto alle parti circa 600 quesiti. E secondo quanto risulta a La Verità ne avrebbe aggiunti di recente un altro centinaio. Insomma, la sta tirando in lungo. E a goderne può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più l’asset - ovvero la compagnia italiana - si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). Intanto, l’ad Carsten Spohr ieri ha partecipato all’incontro con la delegazione italiana. Dalle privatizzazioni all’Africa. Palazzo Chigi considera il Piano Mattei il «più significativo progetto a livello geopolitico del governo». Perché nelle intenzioni dell’esecutivo l’insieme di iniziative di sostegno e di cooperazione con gli Stati africani dovrebbero restituire all’Italia un ruolo da protagonista nello scenario mediterraneo. L’obiettivo è costruire un partenariato con le nazioni africane attraverso progetti che riguarderanno, oltre alla prevenzione sul fronte dell’immigrazione irregolare, anche la promozione delle esportazioni e degli investimenti. Su questo campo, però, la concorrenza di Berlino incalza. Il governo tedesco si è infatti impegnato a investire 4,4 miliardi di dollari in progetti africani di energia verde fino al 2030 puntando a diventare un partner di lungo termine in diversi Stati del continente. «Questo crea posti di lavoro e prosperità in questi Paesi», ha dichiarato il cancelliere tedesco Scholz nei giorni scorsi al vertice G20 Compact with Africa. La mossa fa parte di una più ampia spinta di Berlino per allontanare la sua industria dalla dipendenza dall’energia russa e dai minerali cinesi. Anche i Paesi africani, nel frattempo, stanno cercando di diversificare il proprio bacino di investitori dopo anni di eccessiva dipendenza dai capitali di Pechino. L’anno scorso i prestiti cinesi in Africa sono scesi sotto il miliardo di dollari per la prima volta in quasi due decenni. Molto ha a che fare con il livello di esposizione al rischio: lo Zambia è stato il primo Paese africano ad andare in default durante la pandemia e anche altri governi, tra cui Ghana, Kenya ed Etiopia, sono in difficoltà. La Cina, nel frattempo, sta affrontando i propri problemi interni, mentre i politici lottano per rilanciare la crescita tra la persistente debolezza del settore immobiliare, una valuta vacillante e la flessione della domanda globale di prodotti manifatturieri. I fondi sono stati riallocati per sostenere l’economia nazionale. Si liberano, dunque, degli spazi per gli investimenti di altri Paesi. Come l’Italia che però non deve farseli soffiare dalla Germania.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
Continua a leggereRiduci
La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
Continua a leggereRiduci