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2023-11-23
Scholz blandisce Meloni ma trama alle spalle
Giorgia Meloni e Olaf Scholz (Ansa)
Se si tratta di un cambio di registro sincero, lo si vedrà nei prossimi mesi. Quel che è certo, è che l’atteggiamento della Germania nei nostri confronti, dopo gli scontri sui migranti e il sostegno alle Ong da parte di Berlino, almeno nella forma, è decisamente cambiato. Dietro a questo dietrofront è difficile non vedere la pressione nei confronti del cancelliere Olaf Scholz da parte dell’opinione pubblica interna, sempre più allarmata dall’aumento dell’immigrazione illegale. Ma anche la crisi economica, che sta mordendo come mai prima quella che una volta era la locomotiva d’Europa e ora non lo è più. Simbolico, in questo senso, è il rinvio sine die del voto del Parlamento tedesco sulla manovra, dopo i rilievi della Corte costituzionale sull’illegittimità di 60 miliardi di aiuti e di alcune operazioni contabili del governo, che avrebbero aggirato, secondo i giudici, le regole sul debito.
Ieri, durante l’incontro bilaterale con il nostro premier per la firma di un piano d’azione Italia-Germania, significative sono state le parole del cancelliere sulla riforma del Patto di stabilità, laddove Scholz ha parlato di «buoni progressi», aggiungendo che «non siamo mai stati così vicini a un risultato». Che non potrà più essere nel segno del rigore che ha contraddistinto il pre pandemia, come ha sottolineato Giorgia Meloni: «Stiamo cercando di capire il punto migliore di incontro, lavorando per ottenere una soluzione possibile da rispettare nei prossimi anni». Entrando nel merito, la Meloni ha spiegato che l’Italia «non vuole una politica di bilancio allegra» ma che «è importante che le nuove regole della governance proteggano gli investimenti che si stanno facendo». «La posizione della Germania», ha aggiunto, «richiama al rientro del debito e stiamo cercando un punto d’incontro per un Patto di stabilità e crescita che sia possibile rispettare».
Capitolo migranti, il più spinoso, come si diceva. Scholz si è detto d’accordo sul fatto che la riforma del sistema europeo comune dell’asilo vada conclusa, poiché c’è bisogno di «un approccio partenariale con i Paesi di transito e di origine, un adeguamento a livello europeo sulla situazione dei migranti». Da parte sua, il nostro premier ha registrato che i due Paesi condividono «la necessità che venga implementato il cambio di visione nell’Europa sul dossier migratorio, in particolare sul lavoro sulla dimensione esterna». «Serve un lavoro diverso», ha sottolineato la Meloni, «con i Paesi africani che abbiamo iniziato e bisogna portare avanti, perché il ruolo dell’Africa è fondamentale e dobbiamo costruire un approccio che non sia paternalistico anche per gestire meglio il problema dei flussi migratori».
Un tema implicitamente affrontato al momento in cui i due capi di governo avevano partecipato assieme, da remoto, al vertice del G20 e il nostro premier aveva affermato che «l’Italia si candida a diventare ponte fra Europa e sponda Sud del Mediterraneo per promuovere partenariati reciprocamente vantaggiosi».
Ovviamente, la politica estera non poteva non ricoprire un ruolo cruciale nello scambio di vedute tra le due delegazioni governative, con al centro i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Per quanto riguarda il conflitto in Europa, la Meloni ha ribadito il sostegno totale a Kiev, muovendo dalla partecipazione di Vladimir Putin, definita «un’occasione di visibilità politica per fare propaganda». «Il fatto che la Russia vorrebbe lavorare per la pace mi trova contenta», ha osservato la Meloni, «ma si può dimostrare facilmente ritirando le proprie truppe dal territorio che si è invaso». Quanto all’operazione che Israele sta conducendo nella Striscia di Gaza contro Hamas, il nostro premier ha spinto sul tasto della necessità di una soluzione duratura, ribadendo la «condanna di Hamas per l’ignobile e sanguinario assalto terroristico contro Israele dello scorso 7 ottobre, il diritto all’autodifesa di Israele e la convinzione che in prospettiva la soluzione del conflitto non potrà che passare attraverso la creazione di due Stati». Su questo la Meloni ha trovato il pieno accordo di Scholz: «Sono d’accordo con l’Italia», ha affermato il cancelliere, «sulla necessità di maggiori aiuti a Gaza e sulla soluzione dei due Stati, che è quella che permetterà di convivere in pace».
Il vertice, infine, ha accompagnato la firma di una serie di accordi economici, sanciti nel corso di un business forum che ha visto la partecipazioni delle rispettive confederazioni industriali, di numerose imprese di entrambi i paesi e di vari ministri. Per il nostro governo c’erano il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e quello per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso.
Ma sull’Africa e sulla vendita di Ita Berlino non ce la racconta giusta
Bene il confronto aperto ieri da Giorgia Meloni e Olaf Scholz con un vertice teso soprattutto ad aprire un varco nel negoziato sul Patto di stabilità. Ma lungo la rotta Roma-Berlino ci sono altri due dossier economici su cui la Germania sta complicando la strategia del governo Meloni. Il primo riguarda l’operazione Ita-Lufthansa e l’altra riguarda gli investimenti nel continente africano.
Partiamo dai cieli. A Bruxelles proseguono infatti ormai da mesi i contatti tra la Commissione e le compagnie per mettere a punto i dettagli della fusione tra Ita airways e Lufthansa, prima che venga presentata ufficialmente la notifica dell’operazione. L’obiettivo di chiudere entro la fine dell’anno, indicato più volte anche dal governo italiano che vuole accelerare sulle privatizzazioni, sembra essere sfumato. Il dossier si è incagliato negli uffici dell’Antitrust Ue e non si sblocca nemmeno dopo gli incontri riservati (e separati) che gli sherpa italiani e quelli tedeschi hanno avuto di recente con il commissario europeo Didier Reynders.
Ecco perché sia la Meloni sia Scholz sono stati incalzati sullo stato del dossier nella conferenza stampa seguita al vertice di ieri. «Su Lufthansa siamo pronti la settimana prossima a inviare la notifica alla Commissione europea. Avendo risolto un problema che da tempo l’Europa chiede di risolvere, auspichiamo una risposta immediata. Abbiamo fatto un ottimo lavoro insieme», ha detto il premier Giorgia Meloni. Per il cancelliere tedesco, la «cooperazione tra Lufthansa e Ita è buona» e vogliamo «un trattamento veloce e giusto a Bruxelles».
Le due società sono state chiamate a rispondere a una moltitudine di domande, dagli slot alle rotte allo staff ai prezzi dei biglietti. La Dgcomp, ovvero la direzione generale della Concorrenza, ha già rivolto alle parti circa 600 quesiti. E secondo quanto risulta a La Verità ne avrebbe aggiunti di recente un altro centinaio. Insomma, la sta tirando in lungo. E a goderne può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più l’asset - ovvero la compagnia italiana - si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). Intanto, l’ad Carsten Spohr ieri ha partecipato all’incontro con la delegazione italiana.
Dalle privatizzazioni all’Africa. Palazzo Chigi considera il Piano Mattei il «più significativo progetto a livello geopolitico del governo». Perché nelle intenzioni dell’esecutivo l’insieme di iniziative di sostegno e di cooperazione con gli Stati africani dovrebbero restituire all’Italia un ruolo da protagonista nello scenario mediterraneo. L’obiettivo è costruire un partenariato con le nazioni africane attraverso progetti che riguarderanno, oltre alla prevenzione sul fronte dell’immigrazione irregolare, anche la promozione delle esportazioni e degli investimenti. Su questo campo, però, la concorrenza di Berlino incalza. Il governo tedesco si è infatti impegnato a investire 4,4 miliardi di dollari in progetti africani di energia verde fino al 2030 puntando a diventare un partner di lungo termine in diversi Stati del continente. «Questo crea posti di lavoro e prosperità in questi Paesi», ha dichiarato il cancelliere tedesco Scholz nei giorni scorsi al vertice G20 Compact with Africa. La mossa fa parte di una più ampia spinta di Berlino per allontanare la sua industria dalla dipendenza dall’energia russa e dai minerali cinesi. Anche i Paesi africani, nel frattempo, stanno cercando di diversificare il proprio bacino di investitori dopo anni di eccessiva dipendenza dai capitali di Pechino. L’anno scorso i prestiti cinesi in Africa sono scesi sotto il miliardo di dollari per la prima volta in quasi due decenni. Molto ha a che fare con il livello di esposizione al rischio: lo Zambia è stato il primo Paese africano ad andare in default durante la pandemia e anche altri governi, tra cui Ghana, Kenya ed Etiopia, sono in difficoltà. La Cina, nel frattempo, sta affrontando i propri problemi interni, mentre i politici lottano per rilanciare la crescita tra la persistente debolezza del settore immobiliare, una valuta vacillante e la flessione della domanda globale di prodotti manifatturieri. I fondi sono stati riallocati per sostenere l’economia nazionale. Si liberano, dunque, degli spazi per gli investimenti di altri Paesi. Come l’Italia che però non deve farseli soffiare dalla Germania.
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Il premier : «Cerchiamo un punto di incontro sul Patto di stabilità. Non chiediamo bilanci allegri ma protezione degli investimenti». La Germania intanto apre la crisi: sospeso il voto sul bilancio 2024 dopo che la Corte costituzionale ha bocciato 60 miliardi di aiuti.L’accordo con Lufthansa rimane impantanato in Europa: aggiunti altri 100 quesiti.Lo speciale contiene due articoli.Se si tratta di un cambio di registro sincero, lo si vedrà nei prossimi mesi. Quel che è certo, è che l’atteggiamento della Germania nei nostri confronti, dopo gli scontri sui migranti e il sostegno alle Ong da parte di Berlino, almeno nella forma, è decisamente cambiato. Dietro a questo dietrofront è difficile non vedere la pressione nei confronti del cancelliere Olaf Scholz da parte dell’opinione pubblica interna, sempre più allarmata dall’aumento dell’immigrazione illegale. Ma anche la crisi economica, che sta mordendo come mai prima quella che una volta era la locomotiva d’Europa e ora non lo è più. Simbolico, in questo senso, è il rinvio sine die del voto del Parlamento tedesco sulla manovra, dopo i rilievi della Corte costituzionale sull’illegittimità di 60 miliardi di aiuti e di alcune operazioni contabili del governo, che avrebbero aggirato, secondo i giudici, le regole sul debito. Ieri, durante l’incontro bilaterale con il nostro premier per la firma di un piano d’azione Italia-Germania, significative sono state le parole del cancelliere sulla riforma del Patto di stabilità, laddove Scholz ha parlato di «buoni progressi», aggiungendo che «non siamo mai stati così vicini a un risultato». Che non potrà più essere nel segno del rigore che ha contraddistinto il pre pandemia, come ha sottolineato Giorgia Meloni: «Stiamo cercando di capire il punto migliore di incontro, lavorando per ottenere una soluzione possibile da rispettare nei prossimi anni». Entrando nel merito, la Meloni ha spiegato che l’Italia «non vuole una politica di bilancio allegra» ma che «è importante che le nuove regole della governance proteggano gli investimenti che si stanno facendo». «La posizione della Germania», ha aggiunto, «richiama al rientro del debito e stiamo cercando un punto d’incontro per un Patto di stabilità e crescita che sia possibile rispettare».Capitolo migranti, il più spinoso, come si diceva. Scholz si è detto d’accordo sul fatto che la riforma del sistema europeo comune dell’asilo vada conclusa, poiché c’è bisogno di «un approccio partenariale con i Paesi di transito e di origine, un adeguamento a livello europeo sulla situazione dei migranti». Da parte sua, il nostro premier ha registrato che i due Paesi condividono «la necessità che venga implementato il cambio di visione nell’Europa sul dossier migratorio, in particolare sul lavoro sulla dimensione esterna». «Serve un lavoro diverso», ha sottolineato la Meloni, «con i Paesi africani che abbiamo iniziato e bisogna portare avanti, perché il ruolo dell’Africa è fondamentale e dobbiamo costruire un approccio che non sia paternalistico anche per gestire meglio il problema dei flussi migratori».Un tema implicitamente affrontato al momento in cui i due capi di governo avevano partecipato assieme, da remoto, al vertice del G20 e il nostro premier aveva affermato che «l’Italia si candida a diventare ponte fra Europa e sponda Sud del Mediterraneo per promuovere partenariati reciprocamente vantaggiosi».Ovviamente, la politica estera non poteva non ricoprire un ruolo cruciale nello scambio di vedute tra le due delegazioni governative, con al centro i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Per quanto riguarda il conflitto in Europa, la Meloni ha ribadito il sostegno totale a Kiev, muovendo dalla partecipazione di Vladimir Putin, definita «un’occasione di visibilità politica per fare propaganda». «Il fatto che la Russia vorrebbe lavorare per la pace mi trova contenta», ha osservato la Meloni, «ma si può dimostrare facilmente ritirando le proprie truppe dal territorio che si è invaso». Quanto all’operazione che Israele sta conducendo nella Striscia di Gaza contro Hamas, il nostro premier ha spinto sul tasto della necessità di una soluzione duratura, ribadendo la «condanna di Hamas per l’ignobile e sanguinario assalto terroristico contro Israele dello scorso 7 ottobre, il diritto all’autodifesa di Israele e la convinzione che in prospettiva la soluzione del conflitto non potrà che passare attraverso la creazione di due Stati». Su questo la Meloni ha trovato il pieno accordo di Scholz: «Sono d’accordo con l’Italia», ha affermato il cancelliere, «sulla necessità di maggiori aiuti a Gaza e sulla soluzione dei due Stati, che è quella che permetterà di convivere in pace».Il vertice, infine, ha accompagnato la firma di una serie di accordi economici, sanciti nel corso di un business forum che ha visto la partecipazioni delle rispettive confederazioni industriali, di numerose imprese di entrambi i paesi e di vari ministri. Per il nostro governo c’erano il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e quello per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scholz-blandisce-meloni-trama-spalle-2666337422.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-sullafrica-e-sulla-vendita-di-ita-berlino-non-ce-la-racconta-giusta" data-post-id="2666337422" data-published-at="1700701017" data-use-pagination="False"> Ma sull’Africa e sulla vendita di Ita Berlino non ce la racconta giusta Bene il confronto aperto ieri da Giorgia Meloni e Olaf Scholz con un vertice teso soprattutto ad aprire un varco nel negoziato sul Patto di stabilità. Ma lungo la rotta Roma-Berlino ci sono altri due dossier economici su cui la Germania sta complicando la strategia del governo Meloni. Il primo riguarda l’operazione Ita-Lufthansa e l’altra riguarda gli investimenti nel continente africano. Partiamo dai cieli. A Bruxelles proseguono infatti ormai da mesi i contatti tra la Commissione e le compagnie per mettere a punto i dettagli della fusione tra Ita airways e Lufthansa, prima che venga presentata ufficialmente la notifica dell’operazione. L’obiettivo di chiudere entro la fine dell’anno, indicato più volte anche dal governo italiano che vuole accelerare sulle privatizzazioni, sembra essere sfumato. Il dossier si è incagliato negli uffici dell’Antitrust Ue e non si sblocca nemmeno dopo gli incontri riservati (e separati) che gli sherpa italiani e quelli tedeschi hanno avuto di recente con il commissario europeo Didier Reynders. Ecco perché sia la Meloni sia Scholz sono stati incalzati sullo stato del dossier nella conferenza stampa seguita al vertice di ieri. «Su Lufthansa siamo pronti la settimana prossima a inviare la notifica alla Commissione europea. Avendo risolto un problema che da tempo l’Europa chiede di risolvere, auspichiamo una risposta immediata. Abbiamo fatto un ottimo lavoro insieme», ha detto il premier Giorgia Meloni. Per il cancelliere tedesco, la «cooperazione tra Lufthansa e Ita è buona» e vogliamo «un trattamento veloce e giusto a Bruxelles». Le due società sono state chiamate a rispondere a una moltitudine di domande, dagli slot alle rotte allo staff ai prezzi dei biglietti. La Dgcomp, ovvero la direzione generale della Concorrenza, ha già rivolto alle parti circa 600 quesiti. E secondo quanto risulta a La Verità ne avrebbe aggiunti di recente un altro centinaio. Insomma, la sta tirando in lungo. E a goderne può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più l’asset - ovvero la compagnia italiana - si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). Intanto, l’ad Carsten Spohr ieri ha partecipato all’incontro con la delegazione italiana. Dalle privatizzazioni all’Africa. Palazzo Chigi considera il Piano Mattei il «più significativo progetto a livello geopolitico del governo». Perché nelle intenzioni dell’esecutivo l’insieme di iniziative di sostegno e di cooperazione con gli Stati africani dovrebbero restituire all’Italia un ruolo da protagonista nello scenario mediterraneo. L’obiettivo è costruire un partenariato con le nazioni africane attraverso progetti che riguarderanno, oltre alla prevenzione sul fronte dell’immigrazione irregolare, anche la promozione delle esportazioni e degli investimenti. Su questo campo, però, la concorrenza di Berlino incalza. Il governo tedesco si è infatti impegnato a investire 4,4 miliardi di dollari in progetti africani di energia verde fino al 2030 puntando a diventare un partner di lungo termine in diversi Stati del continente. «Questo crea posti di lavoro e prosperità in questi Paesi», ha dichiarato il cancelliere tedesco Scholz nei giorni scorsi al vertice G20 Compact with Africa. La mossa fa parte di una più ampia spinta di Berlino per allontanare la sua industria dalla dipendenza dall’energia russa e dai minerali cinesi. Anche i Paesi africani, nel frattempo, stanno cercando di diversificare il proprio bacino di investitori dopo anni di eccessiva dipendenza dai capitali di Pechino. L’anno scorso i prestiti cinesi in Africa sono scesi sotto il miliardo di dollari per la prima volta in quasi due decenni. Molto ha a che fare con il livello di esposizione al rischio: lo Zambia è stato il primo Paese africano ad andare in default durante la pandemia e anche altri governi, tra cui Ghana, Kenya ed Etiopia, sono in difficoltà. La Cina, nel frattempo, sta affrontando i propri problemi interni, mentre i politici lottano per rilanciare la crescita tra la persistente debolezza del settore immobiliare, una valuta vacillante e la flessione della domanda globale di prodotti manifatturieri. I fondi sono stati riallocati per sostenere l’economia nazionale. Si liberano, dunque, degli spazi per gli investimenti di altri Paesi. Come l’Italia che però non deve farseli soffiare dalla Germania.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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