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2023-11-23
Scholz blandisce Meloni ma trama alle spalle
Giorgia Meloni e Olaf Scholz (Ansa)
Se si tratta di un cambio di registro sincero, lo si vedrà nei prossimi mesi. Quel che è certo, è che l’atteggiamento della Germania nei nostri confronti, dopo gli scontri sui migranti e il sostegno alle Ong da parte di Berlino, almeno nella forma, è decisamente cambiato. Dietro a questo dietrofront è difficile non vedere la pressione nei confronti del cancelliere Olaf Scholz da parte dell’opinione pubblica interna, sempre più allarmata dall’aumento dell’immigrazione illegale. Ma anche la crisi economica, che sta mordendo come mai prima quella che una volta era la locomotiva d’Europa e ora non lo è più. Simbolico, in questo senso, è il rinvio sine die del voto del Parlamento tedesco sulla manovra, dopo i rilievi della Corte costituzionale sull’illegittimità di 60 miliardi di aiuti e di alcune operazioni contabili del governo, che avrebbero aggirato, secondo i giudici, le regole sul debito.
Ieri, durante l’incontro bilaterale con il nostro premier per la firma di un piano d’azione Italia-Germania, significative sono state le parole del cancelliere sulla riforma del Patto di stabilità, laddove Scholz ha parlato di «buoni progressi», aggiungendo che «non siamo mai stati così vicini a un risultato». Che non potrà più essere nel segno del rigore che ha contraddistinto il pre pandemia, come ha sottolineato Giorgia Meloni: «Stiamo cercando di capire il punto migliore di incontro, lavorando per ottenere una soluzione possibile da rispettare nei prossimi anni». Entrando nel merito, la Meloni ha spiegato che l’Italia «non vuole una politica di bilancio allegra» ma che «è importante che le nuove regole della governance proteggano gli investimenti che si stanno facendo». «La posizione della Germania», ha aggiunto, «richiama al rientro del debito e stiamo cercando un punto d’incontro per un Patto di stabilità e crescita che sia possibile rispettare».
Capitolo migranti, il più spinoso, come si diceva. Scholz si è detto d’accordo sul fatto che la riforma del sistema europeo comune dell’asilo vada conclusa, poiché c’è bisogno di «un approccio partenariale con i Paesi di transito e di origine, un adeguamento a livello europeo sulla situazione dei migranti». Da parte sua, il nostro premier ha registrato che i due Paesi condividono «la necessità che venga implementato il cambio di visione nell’Europa sul dossier migratorio, in particolare sul lavoro sulla dimensione esterna». «Serve un lavoro diverso», ha sottolineato la Meloni, «con i Paesi africani che abbiamo iniziato e bisogna portare avanti, perché il ruolo dell’Africa è fondamentale e dobbiamo costruire un approccio che non sia paternalistico anche per gestire meglio il problema dei flussi migratori».
Un tema implicitamente affrontato al momento in cui i due capi di governo avevano partecipato assieme, da remoto, al vertice del G20 e il nostro premier aveva affermato che «l’Italia si candida a diventare ponte fra Europa e sponda Sud del Mediterraneo per promuovere partenariati reciprocamente vantaggiosi».
Ovviamente, la politica estera non poteva non ricoprire un ruolo cruciale nello scambio di vedute tra le due delegazioni governative, con al centro i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Per quanto riguarda il conflitto in Europa, la Meloni ha ribadito il sostegno totale a Kiev, muovendo dalla partecipazione di Vladimir Putin, definita «un’occasione di visibilità politica per fare propaganda». «Il fatto che la Russia vorrebbe lavorare per la pace mi trova contenta», ha osservato la Meloni, «ma si può dimostrare facilmente ritirando le proprie truppe dal territorio che si è invaso». Quanto all’operazione che Israele sta conducendo nella Striscia di Gaza contro Hamas, il nostro premier ha spinto sul tasto della necessità di una soluzione duratura, ribadendo la «condanna di Hamas per l’ignobile e sanguinario assalto terroristico contro Israele dello scorso 7 ottobre, il diritto all’autodifesa di Israele e la convinzione che in prospettiva la soluzione del conflitto non potrà che passare attraverso la creazione di due Stati». Su questo la Meloni ha trovato il pieno accordo di Scholz: «Sono d’accordo con l’Italia», ha affermato il cancelliere, «sulla necessità di maggiori aiuti a Gaza e sulla soluzione dei due Stati, che è quella che permetterà di convivere in pace».
Il vertice, infine, ha accompagnato la firma di una serie di accordi economici, sanciti nel corso di un business forum che ha visto la partecipazioni delle rispettive confederazioni industriali, di numerose imprese di entrambi i paesi e di vari ministri. Per il nostro governo c’erano il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e quello per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso.
Ma sull’Africa e sulla vendita di Ita Berlino non ce la racconta giusta
Bene il confronto aperto ieri da Giorgia Meloni e Olaf Scholz con un vertice teso soprattutto ad aprire un varco nel negoziato sul Patto di stabilità. Ma lungo la rotta Roma-Berlino ci sono altri due dossier economici su cui la Germania sta complicando la strategia del governo Meloni. Il primo riguarda l’operazione Ita-Lufthansa e l’altra riguarda gli investimenti nel continente africano.
Partiamo dai cieli. A Bruxelles proseguono infatti ormai da mesi i contatti tra la Commissione e le compagnie per mettere a punto i dettagli della fusione tra Ita airways e Lufthansa, prima che venga presentata ufficialmente la notifica dell’operazione. L’obiettivo di chiudere entro la fine dell’anno, indicato più volte anche dal governo italiano che vuole accelerare sulle privatizzazioni, sembra essere sfumato. Il dossier si è incagliato negli uffici dell’Antitrust Ue e non si sblocca nemmeno dopo gli incontri riservati (e separati) che gli sherpa italiani e quelli tedeschi hanno avuto di recente con il commissario europeo Didier Reynders.
Ecco perché sia la Meloni sia Scholz sono stati incalzati sullo stato del dossier nella conferenza stampa seguita al vertice di ieri. «Su Lufthansa siamo pronti la settimana prossima a inviare la notifica alla Commissione europea. Avendo risolto un problema che da tempo l’Europa chiede di risolvere, auspichiamo una risposta immediata. Abbiamo fatto un ottimo lavoro insieme», ha detto il premier Giorgia Meloni. Per il cancelliere tedesco, la «cooperazione tra Lufthansa e Ita è buona» e vogliamo «un trattamento veloce e giusto a Bruxelles».
Le due società sono state chiamate a rispondere a una moltitudine di domande, dagli slot alle rotte allo staff ai prezzi dei biglietti. La Dgcomp, ovvero la direzione generale della Concorrenza, ha già rivolto alle parti circa 600 quesiti. E secondo quanto risulta a La Verità ne avrebbe aggiunti di recente un altro centinaio. Insomma, la sta tirando in lungo. E a goderne può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più l’asset - ovvero la compagnia italiana - si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). Intanto, l’ad Carsten Spohr ieri ha partecipato all’incontro con la delegazione italiana.
Dalle privatizzazioni all’Africa. Palazzo Chigi considera il Piano Mattei il «più significativo progetto a livello geopolitico del governo». Perché nelle intenzioni dell’esecutivo l’insieme di iniziative di sostegno e di cooperazione con gli Stati africani dovrebbero restituire all’Italia un ruolo da protagonista nello scenario mediterraneo. L’obiettivo è costruire un partenariato con le nazioni africane attraverso progetti che riguarderanno, oltre alla prevenzione sul fronte dell’immigrazione irregolare, anche la promozione delle esportazioni e degli investimenti. Su questo campo, però, la concorrenza di Berlino incalza. Il governo tedesco si è infatti impegnato a investire 4,4 miliardi di dollari in progetti africani di energia verde fino al 2030 puntando a diventare un partner di lungo termine in diversi Stati del continente. «Questo crea posti di lavoro e prosperità in questi Paesi», ha dichiarato il cancelliere tedesco Scholz nei giorni scorsi al vertice G20 Compact with Africa. La mossa fa parte di una più ampia spinta di Berlino per allontanare la sua industria dalla dipendenza dall’energia russa e dai minerali cinesi. Anche i Paesi africani, nel frattempo, stanno cercando di diversificare il proprio bacino di investitori dopo anni di eccessiva dipendenza dai capitali di Pechino. L’anno scorso i prestiti cinesi in Africa sono scesi sotto il miliardo di dollari per la prima volta in quasi due decenni. Molto ha a che fare con il livello di esposizione al rischio: lo Zambia è stato il primo Paese africano ad andare in default durante la pandemia e anche altri governi, tra cui Ghana, Kenya ed Etiopia, sono in difficoltà. La Cina, nel frattempo, sta affrontando i propri problemi interni, mentre i politici lottano per rilanciare la crescita tra la persistente debolezza del settore immobiliare, una valuta vacillante e la flessione della domanda globale di prodotti manifatturieri. I fondi sono stati riallocati per sostenere l’economia nazionale. Si liberano, dunque, degli spazi per gli investimenti di altri Paesi. Come l’Italia che però non deve farseli soffiare dalla Germania.
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Il premier : «Cerchiamo un punto di incontro sul Patto di stabilità. Non chiediamo bilanci allegri ma protezione degli investimenti». La Germania intanto apre la crisi: sospeso il voto sul bilancio 2024 dopo che la Corte costituzionale ha bocciato 60 miliardi di aiuti.L’accordo con Lufthansa rimane impantanato in Europa: aggiunti altri 100 quesiti.Lo speciale contiene due articoli.Se si tratta di un cambio di registro sincero, lo si vedrà nei prossimi mesi. Quel che è certo, è che l’atteggiamento della Germania nei nostri confronti, dopo gli scontri sui migranti e il sostegno alle Ong da parte di Berlino, almeno nella forma, è decisamente cambiato. Dietro a questo dietrofront è difficile non vedere la pressione nei confronti del cancelliere Olaf Scholz da parte dell’opinione pubblica interna, sempre più allarmata dall’aumento dell’immigrazione illegale. Ma anche la crisi economica, che sta mordendo come mai prima quella che una volta era la locomotiva d’Europa e ora non lo è più. Simbolico, in questo senso, è il rinvio sine die del voto del Parlamento tedesco sulla manovra, dopo i rilievi della Corte costituzionale sull’illegittimità di 60 miliardi di aiuti e di alcune operazioni contabili del governo, che avrebbero aggirato, secondo i giudici, le regole sul debito. Ieri, durante l’incontro bilaterale con il nostro premier per la firma di un piano d’azione Italia-Germania, significative sono state le parole del cancelliere sulla riforma del Patto di stabilità, laddove Scholz ha parlato di «buoni progressi», aggiungendo che «non siamo mai stati così vicini a un risultato». Che non potrà più essere nel segno del rigore che ha contraddistinto il pre pandemia, come ha sottolineato Giorgia Meloni: «Stiamo cercando di capire il punto migliore di incontro, lavorando per ottenere una soluzione possibile da rispettare nei prossimi anni». Entrando nel merito, la Meloni ha spiegato che l’Italia «non vuole una politica di bilancio allegra» ma che «è importante che le nuove regole della governance proteggano gli investimenti che si stanno facendo». «La posizione della Germania», ha aggiunto, «richiama al rientro del debito e stiamo cercando un punto d’incontro per un Patto di stabilità e crescita che sia possibile rispettare».Capitolo migranti, il più spinoso, come si diceva. Scholz si è detto d’accordo sul fatto che la riforma del sistema europeo comune dell’asilo vada conclusa, poiché c’è bisogno di «un approccio partenariale con i Paesi di transito e di origine, un adeguamento a livello europeo sulla situazione dei migranti». Da parte sua, il nostro premier ha registrato che i due Paesi condividono «la necessità che venga implementato il cambio di visione nell’Europa sul dossier migratorio, in particolare sul lavoro sulla dimensione esterna». «Serve un lavoro diverso», ha sottolineato la Meloni, «con i Paesi africani che abbiamo iniziato e bisogna portare avanti, perché il ruolo dell’Africa è fondamentale e dobbiamo costruire un approccio che non sia paternalistico anche per gestire meglio il problema dei flussi migratori».Un tema implicitamente affrontato al momento in cui i due capi di governo avevano partecipato assieme, da remoto, al vertice del G20 e il nostro premier aveva affermato che «l’Italia si candida a diventare ponte fra Europa e sponda Sud del Mediterraneo per promuovere partenariati reciprocamente vantaggiosi».Ovviamente, la politica estera non poteva non ricoprire un ruolo cruciale nello scambio di vedute tra le due delegazioni governative, con al centro i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Per quanto riguarda il conflitto in Europa, la Meloni ha ribadito il sostegno totale a Kiev, muovendo dalla partecipazione di Vladimir Putin, definita «un’occasione di visibilità politica per fare propaganda». «Il fatto che la Russia vorrebbe lavorare per la pace mi trova contenta», ha osservato la Meloni, «ma si può dimostrare facilmente ritirando le proprie truppe dal territorio che si è invaso». Quanto all’operazione che Israele sta conducendo nella Striscia di Gaza contro Hamas, il nostro premier ha spinto sul tasto della necessità di una soluzione duratura, ribadendo la «condanna di Hamas per l’ignobile e sanguinario assalto terroristico contro Israele dello scorso 7 ottobre, il diritto all’autodifesa di Israele e la convinzione che in prospettiva la soluzione del conflitto non potrà che passare attraverso la creazione di due Stati». Su questo la Meloni ha trovato il pieno accordo di Scholz: «Sono d’accordo con l’Italia», ha affermato il cancelliere, «sulla necessità di maggiori aiuti a Gaza e sulla soluzione dei due Stati, che è quella che permetterà di convivere in pace».Il vertice, infine, ha accompagnato la firma di una serie di accordi economici, sanciti nel corso di un business forum che ha visto la partecipazioni delle rispettive confederazioni industriali, di numerose imprese di entrambi i paesi e di vari ministri. Per il nostro governo c’erano il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e quello per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scholz-blandisce-meloni-trama-spalle-2666337422.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-sullafrica-e-sulla-vendita-di-ita-berlino-non-ce-la-racconta-giusta" data-post-id="2666337422" data-published-at="1700701017" data-use-pagination="False"> Ma sull’Africa e sulla vendita di Ita Berlino non ce la racconta giusta Bene il confronto aperto ieri da Giorgia Meloni e Olaf Scholz con un vertice teso soprattutto ad aprire un varco nel negoziato sul Patto di stabilità. Ma lungo la rotta Roma-Berlino ci sono altri due dossier economici su cui la Germania sta complicando la strategia del governo Meloni. Il primo riguarda l’operazione Ita-Lufthansa e l’altra riguarda gli investimenti nel continente africano. Partiamo dai cieli. A Bruxelles proseguono infatti ormai da mesi i contatti tra la Commissione e le compagnie per mettere a punto i dettagli della fusione tra Ita airways e Lufthansa, prima che venga presentata ufficialmente la notifica dell’operazione. L’obiettivo di chiudere entro la fine dell’anno, indicato più volte anche dal governo italiano che vuole accelerare sulle privatizzazioni, sembra essere sfumato. Il dossier si è incagliato negli uffici dell’Antitrust Ue e non si sblocca nemmeno dopo gli incontri riservati (e separati) che gli sherpa italiani e quelli tedeschi hanno avuto di recente con il commissario europeo Didier Reynders. Ecco perché sia la Meloni sia Scholz sono stati incalzati sullo stato del dossier nella conferenza stampa seguita al vertice di ieri. «Su Lufthansa siamo pronti la settimana prossima a inviare la notifica alla Commissione europea. Avendo risolto un problema che da tempo l’Europa chiede di risolvere, auspichiamo una risposta immediata. Abbiamo fatto un ottimo lavoro insieme», ha detto il premier Giorgia Meloni. Per il cancelliere tedesco, la «cooperazione tra Lufthansa e Ita è buona» e vogliamo «un trattamento veloce e giusto a Bruxelles». Le due società sono state chiamate a rispondere a una moltitudine di domande, dagli slot alle rotte allo staff ai prezzi dei biglietti. La Dgcomp, ovvero la direzione generale della Concorrenza, ha già rivolto alle parti circa 600 quesiti. E secondo quanto risulta a La Verità ne avrebbe aggiunti di recente un altro centinaio. Insomma, la sta tirando in lungo. E a goderne può essere la Francia con Air France ma anche la Germania: più passa il tempo, infatti, e più l’asset - ovvero la compagnia italiana - si svaluta e le nozze potrebbero essere meno onerose (l’accordo di maggio prevede che Lufthansa acquisti il 41% di Ita attraverso un aumento di capitale di 325 milioni, con l’opzione di acquisire tutte le azioni rimanenti in un secondo momento). Intanto, l’ad Carsten Spohr ieri ha partecipato all’incontro con la delegazione italiana. Dalle privatizzazioni all’Africa. Palazzo Chigi considera il Piano Mattei il «più significativo progetto a livello geopolitico del governo». Perché nelle intenzioni dell’esecutivo l’insieme di iniziative di sostegno e di cooperazione con gli Stati africani dovrebbero restituire all’Italia un ruolo da protagonista nello scenario mediterraneo. L’obiettivo è costruire un partenariato con le nazioni africane attraverso progetti che riguarderanno, oltre alla prevenzione sul fronte dell’immigrazione irregolare, anche la promozione delle esportazioni e degli investimenti. Su questo campo, però, la concorrenza di Berlino incalza. Il governo tedesco si è infatti impegnato a investire 4,4 miliardi di dollari in progetti africani di energia verde fino al 2030 puntando a diventare un partner di lungo termine in diversi Stati del continente. «Questo crea posti di lavoro e prosperità in questi Paesi», ha dichiarato il cancelliere tedesco Scholz nei giorni scorsi al vertice G20 Compact with Africa. La mossa fa parte di una più ampia spinta di Berlino per allontanare la sua industria dalla dipendenza dall’energia russa e dai minerali cinesi. Anche i Paesi africani, nel frattempo, stanno cercando di diversificare il proprio bacino di investitori dopo anni di eccessiva dipendenza dai capitali di Pechino. L’anno scorso i prestiti cinesi in Africa sono scesi sotto il miliardo di dollari per la prima volta in quasi due decenni. Molto ha a che fare con il livello di esposizione al rischio: lo Zambia è stato il primo Paese africano ad andare in default durante la pandemia e anche altri governi, tra cui Ghana, Kenya ed Etiopia, sono in difficoltà. La Cina, nel frattempo, sta affrontando i propri problemi interni, mentre i politici lottano per rilanciare la crescita tra la persistente debolezza del settore immobiliare, una valuta vacillante e la flessione della domanda globale di prodotti manifatturieri. I fondi sono stati riallocati per sostenere l’economia nazionale. Si liberano, dunque, degli spazi per gli investimenti di altri Paesi. Come l’Italia che però non deve farseli soffiare dalla Germania.
John Elkann (Ansa)
Tale normativa, che sarà presentata il 25 febbraio a Bruxelles dal Commissario europeo per l’Industria Stéphane Séjourné, costituirà una barriera protezionistica, imponendo dei requisiti minimi di produzione europea nelle auto immatricolate in Europa. Lo scopo dovrebbe essere quello di mantenere vivo quello che resta della manifattura industriale europea nel settore automobilistico, contrastando lo strapotere cinese nel settore.
L’idea insomma è di lanciare un «Buy Europe» simile al «Buy America» di Joe Biden, una forma protezionistica mascherata (nemmeno troppo). Dopo essersi deindustrializzata cavalcando la globalizzazione, ora l’Ue dunque si accorge che qualcosa è andato storto. Beninteso, senza mai prendersi la minima responsabilità politica.
Non si conoscono ancora i reali contenuti della normativa, dunque proprio per questo le due maggiori case europee si portano avanti e dettano la linea.
Ma non solo. Blume e Filosa chiedono soprattutto incentivi finanziari per mantenere la produzione in Europa e un bonus sulle emissioni di CO2 delle flotte, che vada ad evitare le multe previste dalla normativa attuale nel caso di scarse vendite di auto elettriche.
Secondo la lettera, le auto elettriche dovrebbero avere quattro criteri di origine made in Europe, in quote da stabilire: 1) produzione di veicoli, compresa la fabbricazione e l’assemblaggio, nonché la ricerca e lo sviluppo; 2) il gruppo propulsore elettrico; 3) le celle della batteria; 4) alcuni componenti elettronici importanti.
Ogni veicolo che soddisfa i criteri «Made in Europe» dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o preferenza negli appalti pubblici. I due ad si dicono preoccupati per la tenuta dell’Europa come polo industriale, ma temono soprattutto di essere spazzati via dalla concorrenza cinese. «Stiamo investendo miliardi nella produzione europea di celle per batterie», scrivono i due dirigenti, e «dobbiamo controllare e produrre noi stessi questa tecnologia fondamentale». Ma, prosegue la lettera, «i nostri clienti europei si aspettano giustamente che offriamo veicoli elettrici il più possibile convenienti. Questo è un prerequisito fondamentale per il successo dell’elettromobilità. Tuttavia, più basso è il prezzo di un’auto, maggiore è la pressione a importare le batterie più economiche disponibili». Tradotto: i cinesi hanno costi più bassi e le case europee sono fuori mercato.
Il conflitto tra le pressioni sui costi e la dipendenza dai paesi terzi può essere risolto con una strategia Made in Europe, cioè imponendo dei criteri minimi di fabbricazione in Europa. «Gli obiettivi per tutte queste categorie devono essere ambiziosi ma realistici», dicono Vw e Stellantis, avvisando l’Ue di non chiedere l’impossibile.
Poi arriva il pezzo forte della lettera: «Ogni veicolo che soddisfa i criteri Made in Europe dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o appalti pubblici». Infine, Blume e Filosa chiedono che vengano concessi dei bonus sulle emissioni per ogni auto elettrica Made in Europe, in modo che questi possano compensare le emissioni della restante flotta con motori tradizionali.
Fino a poco tempo fa, le due case automobilistiche erano scettiche sull’idea di proteggere la produzione europea con il Made in Europe, e non hanno cambiato idea. Ma visto che l’Ue introdurrà quei criteri, le due case automobilistiche cercano di orientare le decisioni e soprattutto si mettono in prima fila per ottenere sussidi. Poiché alla fine è di questo che si tratta.
Al di là dei tecnicismi, il passaggio chiave della lettera è questo: «Il denaro dei contribuenti europei dovrebbe essere utilizzato specificamente per promuovere la produzione europea e attrarre investimenti nell’Ue». Certo la lettera non si nasconde dietro le metafore e va dritta al sodo, chiedendo appunto il denaro dei contribuenti europei. Se mettiamo questa frase insieme a «avere diritto a vantaggi come premi d’acquisto o appalti pubblici» e «bonus sulle emissioni» il quadro delle richieste è completo.
Pochi giorni fa Stella Li, che guida Byd, il marchio cinese primo costruttore mondiale di auto elettriche, ha detto che la sua azienda non fa solo auto: «Lavoriamo su intelligenza artificiale, guida autonoma, robotica. Abbiamo un ecosistema completo e siamo anche tra i grandi player nello storage di batterie». Parole che danno ragione, postuma, a Sergio Marchionne, che anni fa disse che i maggiori concorrenti dei costruttori di auto sarebbero stati i nuovi entranti e i giganti tecnologici, a partire dal software per la guida autonoma. Peccato non avere dato ascolto al manager già allora, quando avvertiva che ogni auto 500 elettrica venduta rappresentava una perdita. Oggi John Elkann manda una lettera con cui chiede, ancora una volta, sussidi pubblici. Ma di garanzie che il denaro dei contribuenti non sarà, per l’ennesima volta, gettato al vento, nella lettera non c’è traccia.
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Dopo la storia e la descrizione delle sedi della «prima cerimonia diffusa della storia» (lo stadio milanese di San Siro e Cortina d’Ampezzo), il documento entra nei dettagli (come i lettori possono verificare consultando l’allegato). Il «concept creativo» è quello dell’Armonia e il direttore creativo è Marco Balich, già ideatore di 16 cerimonie d’apertura olimpiche. Nel file è svelato l’allestimento scenico e sono citati tutti i numeri della cerimonia.Quindi è descritto lo spettacolo, scena per scena.Si esalteranno la bellezza e la fantasia italiane. L’attrice Matilde De Angelis in versione direttrice d’orchestra guiderà un medley musicale che raggruppa brani dei grandi della musica classica italiana (Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioachino Rossini, Antonio Vivaldi) e anche il pop di Raffaella Carrà. In un caleidoscopio di luci spunterà Mariah Carey che intonerà Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e Nothing is impossible. Quindi verrà trasmesso il video (registrato) dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram storico guidato dall’ex campione del Mondo di moto Gp Valentino Rossi. Un siparietto che è costato il posto di telecronista della serata ad Auro Bulbarelli, punito per avere parlato di «una sorpresa». Un’anticipazione che ha fatto infuriare il Quirinale (che ha protestato direttamente con il Comitato olimpico internazionale) e che è stata ritenuta imperdonabile.
A questo incidente La Verità ha dedicato oggi un articolo esclusivo nell’edizione in edicola. Mattarella del documento viene così descritto: «Una delle figure più autorevoli del Paese» che «rappresenta il garante della Costituzione dell’unità nazionale e dei valori democratici». Quindi c’è un’altra sviolinata: «Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni italiane, distinguendosi per rigore, equilibrio e rispetto delle regole, qualità che ne hanno fatto un punto di riferimento nel panorama istituzionale europeo». A questo punto lo stadio si accenderà con le tinte del Tricolore in un momento dedicato alla moda italiana. Avrà l’onore di portare sul prato la bandiera la modella Vittoria Ceretti. L’inno nazionale, come già ampiamente emerso, sarà cantato da Laura Pausini. Pierfrancesco Favino leggerà, invece, L’Infinito di Giacomo Leopardi, mentre Sabrina Impacciatore sarà protagonista di un video animato sulla storia delle Olimpiadi invernali. Segue la parata degli atleti.
Ci sarà, quindi, un viaggio nel tempo e una parentesi scherzosa sul modo di gesticolare degli italiani, con protagonista l’attrice Brenda Lodigiani. A questo punto, dalla Tribuna d’onore Mattarella dichiarerà aperti i Giochi. Si parlerà di pace e di tregua olimpica e il cantante Ghali leggerà i versi della poesia «Promemoria» di Gianni Rodari che recita: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra». I versi della poesia, contrariamente a quanto polemicamente affermato da Ghali (che ha sostenuto che non gli sarebbe stato consentito di esprimersi in arabo), è previsto che siano recitati «in italiano, inglese, cinese, arabo, francese, spagnolo». A questo punto Charlize Theron, sudafricana ambasciatrice di pace, prenderà la parola «con un messaggio di speranza ispirato a Nelson Mandela che attraversa confini e generazioni». Il programma si chiuderà con l’ingresso della bandiera olimpica, dei suoi «messaggeri di pace» e con l’accensione del braciere olimpico. Tutto bello, retorico e un po’ scontato.
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«Cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare che quei tristi momenti si ripetano». Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nella conferenza stampa al termine del Cdm, riferendosi alle norme introdotte con il decreto sicurezza e al fenomeno delle Brigate rosse.
Nordio ha definito il fenomeno delle Br come «nato per una insufficiente attenzione, anche da parte dello Stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze dell’ordine. Ricordiamo le espressioni “compagni che sbagliano” e “sedicenti Brigate rosse”». La nuova norma introdotta dal decreto sicurezza «non è uno scudo penale, che invece vuol dire impunità: qui l’impunità non c’è per nessuno, quindi è una parola impropria», ha aggiunto in merito al nuovo provvedimento contenuto nel decreto, che istituisce un registro separato per i reati commessi con «causa di giustificazione».