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2026-04-10
Schlein fa la bulla: «Avete già perso»
Elly Schlein (Ansa)
Una carnevalata di dichiarazioni che ha rasentato una comicità surreale. La segretaria del Pd ansima, schiuma dalla bocca per dire che la premier non riesce nemmeno «a fermare Donald Trump!». Poi corregge: «Nessuno vuole rinunciare alla relazione con gli Stati Uniti, ma ci si sta a testa alta, dicendogli che si sbaglia, che si deve fermare!». Da appuntarsi la formula di politica estera della Schlein che goffamente è certa del suo futuro: «Toccherà a noi costruire l’alternativa con gli alleati e tra le persone e riuscire ad attuare fino in fondo la Costituzione». Poi la provocazione: «Si vede che avete molta voglia di tornare all’opposizione. Non vi preoccupate, vi accontenteremo. Lei ci sfida, ma le do una notizia: l’avete già persa quella sfida, perché avete sfidato la Costituzione e il popolo vi ha battuto nelle urne». Schlein prova a parlare da premier ma, finito lo sproloquio, criticando tutto l’universo mondo (stipendi bassi, calo della produzione industriale, scarsa sicurezza, pensioni minime, sanità, scuola, infrastrutture), torna a essere semplicemente Elly. Il presidente dei senatori del Pd, Francesco Boccia, sale in cattedra: «Meloni trasforma Palazzo Chigi in fortino. Non siamo più davanti a un errore politico: siamo davanti a un fallimento». La guerrigliera, Laura Boldrini, deputata pd, si mette in coda: «Toccherà a noi risolvere i problemi delle italiane e degli italiani. Lo faremo nella prossima legislatura».
La palla passa a Conte, assente in aula quando la compagna Schlein interveniva, che invece crede di non essere mai andato via da Palazzo Chigi: «Lei continua a dire “ma io ci metto la faccia”, cosa lodevole, ma se non ci metti anche competenza e capacità l’Italia si trova in braghe di tela». Per inciso le competenze e le capacità sarebbero le sue. E in politica estera taccia Meloni di «subalternità ignobile» nei confronti di Trump: «Sta contribuendo a distruggere il diritto internazionale«. E in più «Se Vance, il vicepresidente, dice che siamo dei parassiti in Europa e lei si fa firmare la prefazione per vendere qualche copia in più, commette un delitto morale», aggiunge il leader M5s. Che, infine, la minaccia: «La manderemo a casa perché gli italiani non ne possono più delle sue menzogne». Per il vicepresidente M5s, Stefano Patuanelli, abbiamo assistito al primo comizio della campagna elettorale della destra. Mentre il Paese arranca, loro fanno propaganda».
Lo spettacolo più bello è quello inscenato da quell’altro ex premier. Mister 2% Renzi, leader di Italia viva, sprigiona veleno da tutti i pori, con le sue faccette e i suoi falsetti, regalandoci dieci minuti di pura stand up comedy: «Sa qual è la differenza tra voi e noi? Io non ho mai attaccato il presidente del Consiglio per suo padre, sua madre o la sua famiglia», addita Renzi il livoroso. Lo show continua con le accuse ai suoi colleghi senatori della maggioranza: «Colleghi battimani che avete approvato una riforma costituzionale senza avere il diritto di portare un emendamento perché non vi hanno fatto fare nemmeno un emendamento». Poi fa quello che gli riesce meglio, gli slogan: «Il Sì conferma, il No riaccende. C’è stato un No grosso come una casa che cambia la storia politica di questa legislatura, se lo faccia dire da un esperto della materia. Il No rimbomba per i prossimi 14 mesi». Anche lui ne è certo: «Con le opposizioni unite, alle prossime elezioni va a casa». Aggiungendo: «Quando i cittadini ti dicono no, non si fa il video con gli uccellini ma si va al Quirinale e ci si dimette. Ma voi siete il governo Vinavil. Avete una possibilità per restare in piedi: quella di far dividere l’opposizione. Preparate le valigie. Tra poco ritocca a noi». La sua sodale, presidente dei deputati di Italia viva, Maria Elena Boschi, la mette sul personale: «Dice che non scappa, ma per averla in aula ci sono voluti 20 giorni. La verità è che scappa, eccome. E quando dice che ci ha messo la faccia, sì, una faccia ce l’ha messa, ma non la sua, quella della Santanchè».
Non poteva mancare il buon Carlo Calenda, che studia ancora da premier. Il leader di Azione, che ha festeggiato in aula il suo compleanno, definisce questa «l’ora più buia» per l’Italia a livello internazionale ma invita ad abbassare i toni ed evitare le risse verbali. «La rissa non giova a nessuno, non le attribuiamo colpe che non ha».
Infine, tocca alle briciole, che premier non diventeranno mai. Il leader di +Europa, Riccardo Magi, parla di «governo in crisi irreversibile, ha esaurito la spinta politica». Enzo Maraio, segretario nazionale di Avanti Psi, gioca a fare il cinefilo: «Meloni ai titoli di coda, fine di una stagione». Per Angelo Bonelli di Avs quello della Meloni è stato «il discorso del suo declino». Poi la butta sul comico: «Come Avs siamo pronti a governare l’Italia. Abbiamo proposte». Anzi, tragicomico.
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Il segretario del Pd inveisce: «Non sapete fermare Trump». Ma nemmeno Giuseppe Conte la ascolta, poi ripete slogan: «Vi manderemo a casa». Angelo Bonelli (Avs): «Vedo il declino».La voce trafelata di Elly Schlein. Giuseppe Conte prende affannosamente appunti. Matteo Renzi con il fiatone mentre sbraita. Nel gran circo del Parlamento non è mancato nulla. La prima informativa ufficiale alle Camere del premier, Giorgia Meloni, dall’esito del referendum, ha fatto venire la tachicardia alle opposizioni. Con rischio infarto. Difficile descrivere per iscritto ciò che le immagini hanno trasmesso: le espressioni, i toni e le parole dei leader della sinistra con le facce rosso paonazzo. Non aspettavano altro che farsi venire le palpitazioni pur di inveire contro il governo.Una carnevalata di dichiarazioni che ha rasentato una comicità surreale. La segretaria del Pd ansima, schiuma dalla bocca per dire che la premier non riesce nemmeno «a fermare Donald Trump!». Poi corregge: «Nessuno vuole rinunciare alla relazione con gli Stati Uniti, ma ci si sta a testa alta, dicendogli che si sbaglia, che si deve fermare!». Da appuntarsi la formula di politica estera della Schlein che goffamente è certa del suo futuro: «Toccherà a noi costruire l’alternativa con gli alleati e tra le persone e riuscire ad attuare fino in fondo la Costituzione». Poi la provocazione: «Si vede che avete molta voglia di tornare all’opposizione. Non vi preoccupate, vi accontenteremo. Lei ci sfida, ma le do una notizia: l’avete già persa quella sfida, perché avete sfidato la Costituzione e il popolo vi ha battuto nelle urne». Schlein prova a parlare da premier ma, finito lo sproloquio, criticando tutto l’universo mondo (stipendi bassi, calo della produzione industriale, scarsa sicurezza, pensioni minime, sanità, scuola, infrastrutture), torna a essere semplicemente Elly. Il presidente dei senatori del Pd, Francesco Boccia, sale in cattedra: «Meloni trasforma Palazzo Chigi in fortino. Non siamo più davanti a un errore politico: siamo davanti a un fallimento». La guerrigliera, Laura Boldrini, deputata pd, si mette in coda: «Toccherà a noi risolvere i problemi delle italiane e degli italiani. Lo faremo nella prossima legislatura». La palla passa a Conte, assente in aula quando la compagna Schlein interveniva, che invece crede di non essere mai andato via da Palazzo Chigi: «Lei continua a dire “ma io ci metto la faccia”, cosa lodevole, ma se non ci metti anche competenza e capacità l’Italia si trova in braghe di tela». Per inciso le competenze e le capacità sarebbero le sue. E in politica estera taccia Meloni di «subalternità ignobile» nei confronti di Trump: «Sta contribuendo a distruggere il diritto internazionale«. E in più «Se Vance, il vicepresidente, dice che siamo dei parassiti in Europa e lei si fa firmare la prefazione per vendere qualche copia in più, commette un delitto morale», aggiunge il leader M5s. Che, infine, la minaccia: «La manderemo a casa perché gli italiani non ne possono più delle sue menzogne». Per il vicepresidente M5s, Stefano Patuanelli, abbiamo assistito al primo comizio della campagna elettorale della destra. Mentre il Paese arranca, loro fanno propaganda».Lo spettacolo più bello è quello inscenato da quell’altro ex premier. Mister 2% Renzi, leader di Italia viva, sprigiona veleno da tutti i pori, con le sue faccette e i suoi falsetti, regalandoci dieci minuti di pura stand up comedy: «Sa qual è la differenza tra voi e noi? Io non ho mai attaccato il presidente del Consiglio per suo padre, sua madre o la sua famiglia», addita Renzi il livoroso. Lo show continua con le accuse ai suoi colleghi senatori della maggioranza: «Colleghi battimani che avete approvato una riforma costituzionale senza avere il diritto di portare un emendamento perché non vi hanno fatto fare nemmeno un emendamento». Poi fa quello che gli riesce meglio, gli slogan: «Il Sì conferma, il No riaccende. C’è stato un No grosso come una casa che cambia la storia politica di questa legislatura, se lo faccia dire da un esperto della materia. Il No rimbomba per i prossimi 14 mesi». Anche lui ne è certo: «Con le opposizioni unite, alle prossime elezioni va a casa». Aggiungendo: «Quando i cittadini ti dicono no, non si fa il video con gli uccellini ma si va al Quirinale e ci si dimette. Ma voi siete il governo Vinavil. Avete una possibilità per restare in piedi: quella di far dividere l’opposizione. Preparate le valigie. Tra poco ritocca a noi». La sua sodale, presidente dei deputati di Italia viva, Maria Elena Boschi, la mette sul personale: «Dice che non scappa, ma per averla in aula ci sono voluti 20 giorni. La verità è che scappa, eccome. E quando dice che ci ha messo la faccia, sì, una faccia ce l’ha messa, ma non la sua, quella della Santanchè».Non poteva mancare il buon Carlo Calenda, che studia ancora da premier. Il leader di Azione, che ha festeggiato in aula il suo compleanno, definisce questa «l’ora più buia» per l’Italia a livello internazionale ma invita ad abbassare i toni ed evitare le risse verbali. «La rissa non giova a nessuno, non le attribuiamo colpe che non ha».Infine, tocca alle briciole, che premier non diventeranno mai. Il leader di +Europa, Riccardo Magi, parla di «governo in crisi irreversibile, ha esaurito la spinta politica». Enzo Maraio, segretario nazionale di Avanti Psi, gioca a fare il cinefilo: «Meloni ai titoli di coda, fine di una stagione». Per Angelo Bonelli di Avs quello della Meloni è stato «il discorso del suo declino». Poi la butta sul comico: «Come Avs siamo pronti a governare l’Italia. Abbiamo proposte». Anzi, tragicomico.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.