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2020-10-15
Schiaffo del giudice sportivo alla serie Asl
Getty Images
L'eventualità di trasformare la Serie A di calcio nella Serie Asl, innescando ripercussioni sportive e politiche, c'era. Ma rimane nell'iperuranio delle ipotesi archiviate. È arrivata ieri, dopo otto giorni di attesa, la decisione del giudice sportivo Gerardo Mastrandrea circa l'esito della partita Juventus - Napoli. In calendario il 4 ottobre scorso, non era stata disputata per l'assenza della squadra partenopea, bloccata dalle Asl regionali a causa della positività dei calciatori Zielinski e Elmas. Risultato: 3-0 a tavolino per i bianconeri e un punto di penalizzazione in campionato per i campani. Si tratta di una decisione di primo grado nei confronti della quale il Napoli ricorrerà alla Corte d'Appello Federale, ma per il momento il precedente giuridico ha un significato lampante: i protocolli anti-Covid stabiliti dalla Figc e dal Cts sono la linea guida di riferimento anche nei confronti della discrezionalità decisionale delle istituzioni sanitarie locali. Nel merito dei fatti, Mastandrea dice: «La nota della Asl Napoli 1 inviata venerdì (quando era già emersa la positività del napoletano Zielinski e, a distanza ravvicinata, del compagno di club Elmas, ndr) al medico sociale del Napoli dichiarava in maniera chiara e inequivocabile che la responsabilità nell'attuare i protocolli previsti dalla Figc per il contenimento dell'epidemia da Covid 19 è in capo alla società Napoli e pertanto l'Azienda sanitaria locale non ha alcuna competenza». E ancora: «I pronunciamenti descritti dalle Asl delineano un quadro che non appare affatto incompatibile con l'applicazione delle norme specifiche dell'apposito Protocollo sanitario Figc e quindi con la possibilità di disputare l'incontro di calcio programmato a Torino». Mastandrea sottolinea come la prima parte della corrispondenza tra la dirigenza del Napoli e le Asl non avesse un significato ostativo nei confronti della partenza della squadra per lo Juventus Stadium. Soltanto domenica pomeriggio, quando ormai non sarebbe stato possibile raggiungere il campo da gioco nei tempi previsti, le indicazioni delle Asl assumevano connotati prescrittivi. Ma il Napoli, si legge nella nota, avrebbe dovuto tentare di percorrere «tutte le strade astrattamente possibili» per la buona riuscita della trasferta, attenendosi alle norme Figc emanate nel mese di giugno. La decisione del giudice sportivo, pur rimanendo nell'alveo di una controversia di pallone, portava in dote cascami politici evidenti. Molti gli indizi nell'aria a certificarlo. Da un lato, gli otto giorni di tempo per ufficializzare una deliberazione che in una situazione di normalità sarebbe stata formalizzata nell'arco di 48 ore al massimo. Poi i commenti quasi sibillini del ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, che auspicava una decisione figlia della «saggezza», e la parola saggezza, così generica e eterea, in un contesto simile, avrebbe potuto essere interpretabile in maniera non univoca, magari per qualcuno pure non del tutto favorevole all'applicazione tassativa delle norme. Non scordando le affermazioni del presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, a ridosso delle elezioni regionali della Campania, tutte a favore del governatore rieletto Vincenzo De Luca: «Il Napoli sostiene De Luca alle Regionali, è l'uomo migliore del momento», aveva scritto sui social il numero uno della compagine calcistica partenopea. De Luca, successivamente, non aveva tardato a difendere la decisione del Napoli di non schierare la squadra nel match contro la Juve: «Ci sono stati due giocatori positivi al coronavirus. Le Asl vengono investite del problema e fanno quello che prevede la legge. Mettono in isolamento domiciliare i contatti stretti, per fare i tamponi, e assicurarsi che siano negativi. Qui interviene una complicazione: la Federcalcio ha un protocollo in deroga rispetto alle disposizioni relative ai positivi del ministero della Salute e della regione. Nasce un polverone. Il protocollo è un atto privato che non conta niente dal punto di vista sanitario. I giocatori, sul piano sanitario, sono sottoposto alle stesse regole dei cittadini italiani», aveva affermato il presidente della regione Campania, indossando l'usbergo di paladino della discrezionalità territoriale. In tempi in cui tira l'aria di un'ennesima reclusione forzata per i cittadini, con il virologo Andrea Crisanti che quasi si sfrega le mani nel vaticinare un possibile confinamento domestico per tutti in vista del Natale, si comprende come la posta in gioco, oltre che sportiva, fosse politica e sociale. La decisione assunta dal giudice sportivo di Lega Mastandrea sigla un precedente. Nel futuro, in qualunque caso, il protocollo previsto dalla Figc per la gestione del calcio in tempi di Covid sarà l'unico testo a cui attenersi. Chi farà riferimento alle aziende sanitarie locali e non schiererà la propria squadra, perderà la partita a tavolino. La discussione è destinata a tornare con ciclicità, considerato il bollettino degli atleti contagiati. Proprio sul fronte Juventus, l'altro ieri è giunta la notizia della positività di Cristiano Ronaldo, che ieri ha deciso di salire a bordo di un aereo privato e tornare in Italia dal ritiro della nazionale portoghese dove si trovava in isolamento, per trascorrere i dieci giorni di quarantena a Torino. Non è l'unico calciatore bianconero ad aver contratto il Covid. Ieri il tampone ha dato esito positivo anche al centrocampista statunitense Weston McKennie. Tutta la squadra è tornata da ieri sera in isolamento fiduciario al JHotel.
È record di nuovi casi: sono 7.332. Ma con oltre 152.000 tamponi fatti
In Italia non ci sono mai stati così tanti contagi in 24 ore. Ieri sono stati 7.332 (martedì erano stati 5.901), che portano il totale a 372.799. Il picco massimo di +6.557 nuovi casi era stato registrato il 21 marzo scorso a fronte però di un numero basso di tamponi, ossia 26.336, quindi in situazioni non paragonabili. Nell'ultimo giorno sono stati 152.196 e, in sostanza, il 5% dei «tamponati» è risultato positivo. Le vittime sono state 43, due di più rispetto a martedì, cifra che porta il totale a 36.289 dall'inizio della pandemia. Aumentano anche le persone ricoverate in ospedale: 394 in più rispetto a martedì, 5.470 in totale. Allo stesso modo crescono i pazienti in terapia intensiva: ieri erano 539, con un incremento di 25. Va però detto che, rispetto a martedì, i guariti e dimessi sono stati 2.037, con una forte crescita rispetto ai 1.428 di 24 ore prima. Migliora anche la percentuale dei positivi in rapporto ai tamponi effettuati (4,82%, contro il 5,24% di due giorni fa). Inoltre i nuovi ricoveri in terapia intensiva sono meno della metà di quelli del giorno precedente: 25 contro 62.
Attenzione alla Lombardia e in particolare ai positivi di Milano, che ieri si sono attestati a 504 sul totale di 1.844. Numero record anche per i morti di ieri: 17. Dei 1.844 nuovi positivi 189 sono «debolmente positivi» e 13 sono stati rilevati a seguito di test sierologico. I guariti o dimessi dagli ospedali sono 865, che portano il totale a 84.415, di cui 1.522 dimessi e 82.893 guariti. Secondo i dati comunicati dalla Regione Lombardia, ci sono 2 nuovi ricoveri in terapia intensiva per un totale di 64. Come ha spiegato ieri Antonio Pesenti, coordinatore dell'Unità di crisi della Regione per le terapie intensive «in Lombardia sono 150 i posti letto in terapia intensiva previsti nei vari hub destinati a ricevere i malati di Covid. Se si dovessero riempire tutti, il progetto della Regione è di riaprire l'ospedale della Fiera di Milano».
I ricoverati non in terapia intensiva sono 645, e cioè 99 in più rispetto a martedì. I tamponi effettuati sono 29.048: il tasso di positività (nuovi casi/tamponi) è del 6,3%. Proprio la massiccia attività di tracciamento, «ha permesso di individuare un numero molto alto di casi positivi» ha spiegato il direttore generale dell'assessorato al Welfare, Marco Trivelli. A fronte di queste evoluzioni, il direttore generale ha sottolineato che «insieme ai direttori generali delle Ats, Asst e Irccs delle Lombardia, e con i rappresentanti delle associazioni di categoria degli ospedali privati accreditati, stiamo lavorando per disporre un rapido incremento della disponibilità di posti letto dedicati ai pazienti Covid, in linea con quanto prevede il Piano regionale».
Inoltre «sarà ulteriormente rafforzata l'attenzione della rete dei servizi e degli interventi territoriali sui cittadini più esposti: 1.212 dei positivi odierni sono persone con meno di 50 anni. Di questi, 297 sono minorenni». Tuttavia, «il 92% dei positivi», ha aggiunto Trivelli, «manifesta pochi sintomi o addirittura nessuno».
Anche in Toscana ieri si sono registrati numeri record: 575 nuovi casi positivi al Covid-19. I nuovi casi sono il 3% in più rispetto al totale del giorno precedente. Si sale così complessivamente a 19.681 contagiati. L'età media dei 575 casi di ieri è di 42 anni circa (il 19% ha meno di 20 anni, il 27% tra 20 e 39 anni, il 29% tra 40 e 59 anni, il 21% tra 60 e 79 anni, il 4% ha 80 anni o più). I morti sono 2, età media 81 anni, entrambi di Pisa. In Veneto i contagi aumentano in maniera significativa, ma i ricoveri sono stabili, anzi in leggerissima flessione. Nella regione si registrano 657 positivi nelle ultime 24 ore e nessuna vittima. Salgono invece nettamente sia i soggetti in isolamento domiciliare, 12.834 (+1.151), sia gli attualmente positivi, 7.182 (+527).
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Arriva l'atteso responso sulla partita di Torino: vittoria per 3-0 alla Juventus, un punto di penalizzazione ai campani non presentatisi. Intanto Cristiano Ronaldo rientra dal Portogallo con volo privato: farà la quarantena in Italia. Contagiato Weston McKennie, bianconeri in isolamento.È record di nuovi casi. Migliora la percentuale dei positivi. Allerta in Lombardia, però il 92% è asintomatico.Lo speciale contiene due articoli.L'eventualità di trasformare la Serie A di calcio nella Serie Asl, innescando ripercussioni sportive e politiche, c'era. Ma rimane nell'iperuranio delle ipotesi archiviate. È arrivata ieri, dopo otto giorni di attesa, la decisione del giudice sportivo Gerardo Mastrandrea circa l'esito della partita Juventus - Napoli. In calendario il 4 ottobre scorso, non era stata disputata per l'assenza della squadra partenopea, bloccata dalle Asl regionali a causa della positività dei calciatori Zielinski e Elmas. Risultato: 3-0 a tavolino per i bianconeri e un punto di penalizzazione in campionato per i campani. Si tratta di una decisione di primo grado nei confronti della quale il Napoli ricorrerà alla Corte d'Appello Federale, ma per il momento il precedente giuridico ha un significato lampante: i protocolli anti-Covid stabiliti dalla Figc e dal Cts sono la linea guida di riferimento anche nei confronti della discrezionalità decisionale delle istituzioni sanitarie locali. Nel merito dei fatti, Mastandrea dice: «La nota della Asl Napoli 1 inviata venerdì (quando era già emersa la positività del napoletano Zielinski e, a distanza ravvicinata, del compagno di club Elmas, ndr) al medico sociale del Napoli dichiarava in maniera chiara e inequivocabile che la responsabilità nell'attuare i protocolli previsti dalla Figc per il contenimento dell'epidemia da Covid 19 è in capo alla società Napoli e pertanto l'Azienda sanitaria locale non ha alcuna competenza». E ancora: «I pronunciamenti descritti dalle Asl delineano un quadro che non appare affatto incompatibile con l'applicazione delle norme specifiche dell'apposito Protocollo sanitario Figc e quindi con la possibilità di disputare l'incontro di calcio programmato a Torino». Mastandrea sottolinea come la prima parte della corrispondenza tra la dirigenza del Napoli e le Asl non avesse un significato ostativo nei confronti della partenza della squadra per lo Juventus Stadium. Soltanto domenica pomeriggio, quando ormai non sarebbe stato possibile raggiungere il campo da gioco nei tempi previsti, le indicazioni delle Asl assumevano connotati prescrittivi. Ma il Napoli, si legge nella nota, avrebbe dovuto tentare di percorrere «tutte le strade astrattamente possibili» per la buona riuscita della trasferta, attenendosi alle norme Figc emanate nel mese di giugno. La decisione del giudice sportivo, pur rimanendo nell'alveo di una controversia di pallone, portava in dote cascami politici evidenti. Molti gli indizi nell'aria a certificarlo. Da un lato, gli otto giorni di tempo per ufficializzare una deliberazione che in una situazione di normalità sarebbe stata formalizzata nell'arco di 48 ore al massimo. Poi i commenti quasi sibillini del ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, che auspicava una decisione figlia della «saggezza», e la parola saggezza, così generica e eterea, in un contesto simile, avrebbe potuto essere interpretabile in maniera non univoca, magari per qualcuno pure non del tutto favorevole all'applicazione tassativa delle norme. Non scordando le affermazioni del presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, a ridosso delle elezioni regionali della Campania, tutte a favore del governatore rieletto Vincenzo De Luca: «Il Napoli sostiene De Luca alle Regionali, è l'uomo migliore del momento», aveva scritto sui social il numero uno della compagine calcistica partenopea. De Luca, successivamente, non aveva tardato a difendere la decisione del Napoli di non schierare la squadra nel match contro la Juve: «Ci sono stati due giocatori positivi al coronavirus. Le Asl vengono investite del problema e fanno quello che prevede la legge. Mettono in isolamento domiciliare i contatti stretti, per fare i tamponi, e assicurarsi che siano negativi. Qui interviene una complicazione: la Federcalcio ha un protocollo in deroga rispetto alle disposizioni relative ai positivi del ministero della Salute e della regione. Nasce un polverone. Il protocollo è un atto privato che non conta niente dal punto di vista sanitario. I giocatori, sul piano sanitario, sono sottoposto alle stesse regole dei cittadini italiani», aveva affermato il presidente della regione Campania, indossando l'usbergo di paladino della discrezionalità territoriale. In tempi in cui tira l'aria di un'ennesima reclusione forzata per i cittadini, con il virologo Andrea Crisanti che quasi si sfrega le mani nel vaticinare un possibile confinamento domestico per tutti in vista del Natale, si comprende come la posta in gioco, oltre che sportiva, fosse politica e sociale. La decisione assunta dal giudice sportivo di Lega Mastandrea sigla un precedente. Nel futuro, in qualunque caso, il protocollo previsto dalla Figc per la gestione del calcio in tempi di Covid sarà l'unico testo a cui attenersi. Chi farà riferimento alle aziende sanitarie locali e non schiererà la propria squadra, perderà la partita a tavolino. La discussione è destinata a tornare con ciclicità, considerato il bollettino degli atleti contagiati. Proprio sul fronte Juventus, l'altro ieri è giunta la notizia della positività di Cristiano Ronaldo, che ieri ha deciso di salire a bordo di un aereo privato e tornare in Italia dal ritiro della nazionale portoghese dove si trovava in isolamento, per trascorrere i dieci giorni di quarantena a Torino. Non è l'unico calciatore bianconero ad aver contratto il Covid. Ieri il tampone ha dato esito positivo anche al centrocampista statunitense Weston McKennie. Tutta la squadra è tornata da ieri sera in isolamento fiduciario al JHotel.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schiaffo-del-giudice-sportivo-alla-serie-asl-2648214436.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-record-di-nuovi-casi-sono-7-332-ma-con-oltre-152-000-tamponi-fatti" data-post-id="2648214436" data-published-at="1602746097" data-use-pagination="False"> È record di nuovi casi: sono 7.332. 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Migliora anche la percentuale dei positivi in rapporto ai tamponi effettuati (4,82%, contro il 5,24% di due giorni fa). Inoltre i nuovi ricoveri in terapia intensiva sono meno della metà di quelli del giorno precedente: 25 contro 62. Attenzione alla Lombardia e in particolare ai positivi di Milano, che ieri si sono attestati a 504 sul totale di 1.844. Numero record anche per i morti di ieri: 17. Dei 1.844 nuovi positivi 189 sono «debolmente positivi» e 13 sono stati rilevati a seguito di test sierologico. I guariti o dimessi dagli ospedali sono 865, che portano il totale a 84.415, di cui 1.522 dimessi e 82.893 guariti. Secondo i dati comunicati dalla Regione Lombardia, ci sono 2 nuovi ricoveri in terapia intensiva per un totale di 64. Come ha spiegato ieri Antonio Pesenti, coordinatore dell'Unità di crisi della Regione per le terapie intensive «in Lombardia sono 150 i posti letto in terapia intensiva previsti nei vari hub destinati a ricevere i malati di Covid. Se si dovessero riempire tutti, il progetto della Regione è di riaprire l'ospedale della Fiera di Milano». I ricoverati non in terapia intensiva sono 645, e cioè 99 in più rispetto a martedì. I tamponi effettuati sono 29.048: il tasso di positività (nuovi casi/tamponi) è del 6,3%. Proprio la massiccia attività di tracciamento, «ha permesso di individuare un numero molto alto di casi positivi» ha spiegato il direttore generale dell'assessorato al Welfare, Marco Trivelli. A fronte di queste evoluzioni, il direttore generale ha sottolineato che «insieme ai direttori generali delle Ats, Asst e Irccs delle Lombardia, e con i rappresentanti delle associazioni di categoria degli ospedali privati accreditati, stiamo lavorando per disporre un rapido incremento della disponibilità di posti letto dedicati ai pazienti Covid, in linea con quanto prevede il Piano regionale». Inoltre «sarà ulteriormente rafforzata l'attenzione della rete dei servizi e degli interventi territoriali sui cittadini più esposti: 1.212 dei positivi odierni sono persone con meno di 50 anni. Di questi, 297 sono minorenni». Tuttavia, «il 92% dei positivi», ha aggiunto Trivelli, «manifesta pochi sintomi o addirittura nessuno». Anche in Toscana ieri si sono registrati numeri record: 575 nuovi casi positivi al Covid-19. I nuovi casi sono il 3% in più rispetto al totale del giorno precedente. Si sale così complessivamente a 19.681 contagiati. L'età media dei 575 casi di ieri è di 42 anni circa (il 19% ha meno di 20 anni, il 27% tra 20 e 39 anni, il 29% tra 40 e 59 anni, il 21% tra 60 e 79 anni, il 4% ha 80 anni o più). I morti sono 2, età media 81 anni, entrambi di Pisa. In Veneto i contagi aumentano in maniera significativa, ma i ricoveri sono stabili, anzi in leggerissima flessione. Nella regione si registrano 657 positivi nelle ultime 24 ore e nessuna vittima. Salgono invece nettamente sia i soggetti in isolamento domiciliare, 12.834 (+1.151), sia gli attualmente positivi, 7.182 (+527).
Nicolás Maduro durante il trasferimento in tribunale a New York (Getty Images)
Alla richiesta di identificarsi del giudice, Maduro ha replicato in spagnolo, qualificandosi come «presidente della Repubblica del Venezuela» e sostenendo di essere stato «rapito». «Sono innocente, non sono colpevole», ha aggiunto. La moglie, dal canto suo, ha dichiarato: «Sono la First Lady del Venezuela e sono completamente innocente».
La domanda centrale resta però una sola: quali conseguenze giudiziarie attendono i coniugi Maduro? Lo scenario è estremamente pesante. Se il procedimento negli Stati Uniti dovesse arrivare a una sentenza, l’ex presidente venezuelano e la moglie rischiano condanne che, nella sostanza, equivalgono al carcere a vita. I capi d’imputazione federali – narcoterrorismo, traffico internazionale di stupefacenti e associazione criminale – consentono infatti di sommare pene che possono superare i settant’anni di reclusione, soprattutto in presenza di aggravanti legate all’uso di apparati statali e a presunti rapporti con organizzazioni terroristiche. In mancanza di un accordo di collaborazione con i procuratori, l’orizzonte giudiziario per entrambi appare chiuso, senza reali vie d’uscita. A rendere il quadro ancora più critico pesa la possibile deposizione di Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare di Caracas ed ex uomo di assoluta fiducia di Maduro. Carvajal ha rotto con il regime nel 2019, nel momento in cui il collasso economico e la crescita dell’opposizione hanno iniziato a erodere il consenso interno. Accusato di tradimento, estromesso dalle forze armate e costretto all’esilio, è stato successivamente arrestato su richiesta degli Stati Uniti, estradato dalla Spagna e trasferito a New York nel 2023. Pur essendosi dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo, la sua condanna che è nelle mani del giudice Alvin Hellerstein non è ancora stata pronunciata: un elemento che molti analisti interpretano come il segnale dell’intenzione dei pubblici ministeri di utilizzarlo come testimone decisivo contro Nicolás Maduro.
Se sul piano giudiziario la posizione dell’ex presidente e della consorte appare difficilmente scalfibile, anche perché è poco realistico immaginare una loro collaborazione con la Dea, sul terreno politico la partita resta molto più incerta. Durante la prima riunione del nuovo gabinetto, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato una serie di iniziative urgenti per fronteggiare la crisi, tra cui la creazione di una commissione di alto livello incaricata di adoperarsi per il rilascio di Maduro e della moglie. Un gesto prevalentemente simbolico, probabilmente privo di effetti concreti. Secondo l’emittente statale Vtv, l’organismo sarà composto dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez (fratello di Delcy), dal ministro degli Esteri Yvan Gil, dal ministro della Comunicazione Freddy Ñáñez e dal viceministro per la comunicazione internazionale Camilla Fabri.
Poi nel suo primo messaggio ufficiale da presidente ad interim, Delcy Rodríguez si è rivolta direttamente al presidente statunitense Donald Trump, invitandolo a «lavorare insieme» e a costruire un rapporto fondato su «pace e dialogo, non sulla guerra». «Il nostro popolo e l’intera regione», ha dichiarato in un messaggio diffuso sul suo canale Telegram, «meritano rispetto, cooperazione e assenza di minacce. Questa è sempre stata la posizione del presidente Nicolás Maduro ed è oggi la posizione del Venezuela». Un appello ribadito anche in termini di cooperazione internazionale e sviluppo condiviso, nel rispetto del diritto internazionale.
La sensazione è che Delcy Rodríguez stia muovendosi su più piani contemporaneamente. Quando ha denunciato pubblicamente la cattura di Maduro, al suo fianco c’erano infatti due figure centrali dell’apparato di potere chavista: il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, rispettivamente a capo di polizia ed esercito. Sono loro ad aver garantito, attraverso una repressione sistematica e spesso brutale del dissenso, la tenuta del regime per oltre un decennio. Entrambi sono ancora saldamente al loro posto e non sembrano intenzionati a farsi da parte. Al Wall Street Journal, l’ex diplomatico statunitense Brian Naranjo ha osservato: «Sono questi due uomini a detenere oggi il controllo reale del Venezuela. Comandano le forze armate e potrebbero, se lo volessero, isolare politicamente Delcy Rodríguez in tempi rapidissimi».
Il loro comportamento sarà decisivo per stabilire se il Paese riuscirà a mantenere un minimo di equilibrio o se precipiterà nel caos. Sul territorio operano numerosi gruppi armati, inclusi guerriglieri colombiani di sinistra che hanno già condannato l’arresto di Maduro. Cabello e Padrino dovranno inoltre decidere se assecondare le richieste di Washington, comprese quelle legate all’accesso alle risorse petrolifere venezuelane. Tuttavia, i loro solidi legami con Mosca, Pechino e Teheran riducono i margini di manovra. E dopo il successo del blitz che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie, la minaccia di un secondo intervento statunitense su scala più ampia, evocata da Trump in caso di resistenza del regime, pesa come un macigno sul futuro immediato del Venezuela.
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Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.
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Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
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