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2021-12-23
Scatto di «nonno» Mario. Si butta sul Colle e passa la palla all’Aula
Sergio Mattarella (Ansa)
E meno male che non era un «politico»! Mario Draghi trasforma la conferenza stampa di fine anno in quella di fine mandato (a Palazzo Chigi), si candida, anzi si stracandida, al Quirinale utilizzando con raffinata maestria l’arsenale retorico del politichese old school. La trovata del «nonno al servizio delle istituzioni» è stata studiata accuratamente, e raggiunge l’effetto di conquistare i titoli dei giornali on line e dei tg, consegnando agli italiani l’immagine rassicurante di «Nonno Mario» e imbiancando di colpo la chioma del premier, troppo corvina per quel che è l’immagine che gli italiani hanno del presidente della Repubblica, quella di una figura che dopo aver servito la nazione nel suo ambito di competenza ascende al Colle e assume il ruolo di arbitro super partes. Nonno Mario, però, sa bene, molto bene, che tra la sua ambizione di diventare capo dello Stato e la realizzazione del progetto c’è di mezzo un Parlamento terrorizzato dall’idea che la sua elezione al Colle comporti il ritorno alle urne, e cerca in ogni modo di tranquillizzare deputati e senatori: «È essenziale», sottolinea Draghi, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale».
Riavvolgiamo il nastro di questa conferenza stampa così attesa, e partiamo dalla risposta alla prima domanda, la più scontata: «Presidente, considera indispensabile che la legislatura prosegua per un altro anno, e per garantire continuità all’azione del governo, considera necessario che lei rimanga alla guida?». Draghi scoppia a ridere, rivolge un applauso alla giornalista e risponde: «Noi abbiamo conseguito tre grandi risultati. Abbiamo reso l’Italia uno dei Paesi più vaccinati del mondo, abbiamo consegnato in tempo il Pnrr e abbiamo raggiunto i 51 obiettivi, quindi abbiamo creato le condizioni perché il lavoro sul Pnrr continui. Il governo ha creato queste condizioni indipendentemente da chi ci sarà: l’importante», sottolinea Draghi, «è che il governo sia sostenuto da una maggioranza come quella che ha sostenuto questo governo, ed è la più ampia possibile. È una maggioranza che voglio ringraziare molto perché capisco benissimo che non è facile per i partiti lavorare insieme pur avendo idee spesso drammaticamente diverse. Eppure», aggiunge Draghi, ci siamo riusciti».
Dunque, gli obiettivi sono stati raggiunti e il lavoro sul Pnrr continuerà indipendentemente da chi sarà a Palazzo Chigi. Traduzione: per quanto mi riguarda, posso tranquillamente andare al Quirinale. Le immaginiamo, le facce di quelle centinaia e centinaia di deputati e senatori che, tra taglio dei parlamentari e crolli di consenso dei rispettivi partiti, hanno pregato e acceso ceri affinché Draghi restasse a Palazzo Chigi per conservare la poltrona per un altro annetto, almeno fino a settembre, quando matureranno i vitalizi per quelli alla prima legislatura. Nonno Mario prova a rassicurare tutti: «È essenziale», dice il premier, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale». Basterà a tranquillizzare deputati e senatori? A convincerli che eleggere Draghi al Quirinale non vorrà dire tornarsene a casa? Certo che no, e infatti Draghi alla carota fa seguire il bastone: «Avendo detto che ci vuole una maggioranza ampia», sottolinea Draghi, «anche più ampia della attuale perché l’azione di governo continui, è immaginabile una maggioranza che si spacchi sulla elezione del presidente della Repubblica e si ricomponga nel sostegno al governo?». Traduzione: attenti che se si elegge un capo dello Stato senza una super maggioranza, ovvero un capo dello Stato che non sia io, crolla tutto lo stesso.
La risposta all’ennesima domanda sul Quirinale è un’altra conferma alla sua ambizione di succedere a Sergio Mattarella: «Il mio destino personale non conta assolutamente niente», dice Draghi, «non ho particolari aspirazioni di un tipo o di un altro, sono un uomo, se volete un nonno, al servizio delle istituzioni. Io non immagino il mio futuro all’interno o all’esterno delle Istituzioni. L’ho detto una volta rispondendo ad una domanda fatta da alcuni ragazzini al punto luce di Torre Maura: l’importante è vivere il presente», filosofeggia Nonno Mario, «e farlo al meglio possibile. Forse sbaglio, ma i motivi del successo del governo, per me sicuramente ma credo anche per altri ministri, è che ha lavorato sul presente senza chiedersi cosa c’è nel futuro, cosa c’è per me nel futuro». Ma i partiti sono in grado di trovare un altro premier che possa tenere unita l’attuale maggioranza? «Questo», risponde Draghi, «dovete chiederlo a loro. Il governo comincia con una chiamata del presidente Mattarella, che si è tradotta con una vicinanza costante all’azione di governo. Ma la responsabilità dell’azione di governo sta nel Parlamento. È il Parlamento che decide la vita del governo». È immaginabile un presidente della Repubblica che possa incidere sull’azione del governo? «Il governo previsto dalla Costituzione», sottolinea ancora Draghi, «è parlamentare. Il presidente della Repubblica non è tanto un notaio quanto un garante». Infine una nota sulla crisi tra Russia e Ucraina: «Le relazioni tra l’Ucraina e la Russia», sottolinea il premier, «sono disciplinate dagli accordi di Minsk, che non sono stati osservati da nessuna delle due parti. Quindi l’osservanza di questi accordi potrebbe essere un primo passo per sdrammatizzare la situazione».
I partiti spiazzati dall’accelerata. «Come si va avanti senza di lui?»
«Sul tavolo ora abbiamo tre problemi: il Quirinale, la successione a Palazzo Chigi e la durata delle legislatura. Votare con il Rosatellum sarebbe una sciagura. Anche per il Pd, non è più il momento di stare a guardare»: la sintesi di quello che pensano, e in qualche caso dicono, i principali esponenti politici, dopo la conferenza stampa di Mario Draghi, è del senatore del Pd Andrea Marcucci, che da buon toscano dice pane al pane e vino al vino. L’autocandidatura al Quirinale dell’attuale premier è infatti una bella grana per un po’ tutti i partiti: l’idea di Nonno Mario, ovvero piazzare un suo clone a Palazzo Chigi, per esempio Marta Cartabia o Daniele Franco, senza che la maggioranza batta ciglio, non è così semplice da mettere in pratica. C’è il rischio che crolli tutto, e che il primo atto di un Draghi Capo dello Stato sia sciogliere le camere e indire le elezioni anticipate. Il che porta a un secondo rischio, ovvero che nel segreto dell’urna qualche deputato o senatore non voti per l’attuale premier, facendo a quel punto esplodere una delle crisi più complesse della storia repubblicana.
Matteo Salvini, in serata, sgancia la bomba: «Un governo che ha ben lavorato», dice il leader della Lega, «guidato da una personalità autorevole come Draghi, credo che debba poter andare avanti: se togli una casella autorevole come Draghi del doman non ci sarebbe certezza. Conto di poter lavorare ancora con questa squadra». Tattica? Necessità di mostrare a Silvio Berlusconi fedeltà assoluta? Non si sa: quello che si sa è che Salvini incalza: «Draghi è Draghi», argomenta Salvini, «la sua autorevolezza come presidente del Consiglio ce l’ha solo Draghi. Stiamo lavorando bene? Sì. È una maggioranza complessa da gestire? Sì. Draghi tiene insieme tutto questo, chiunque non sia Draghi avrebbe molta più difficoltà. Il Paese sta attraversando momenti difficili. Ogni incognita nei prossimi mesi è un rischio. La stabilità di cui tutti parlano è un valore aggiunto. Un nome alternativo? Parliamo a gennaio», sottolinea ancora Salvini, «a me le idee non mancano. Avanti con Draghi è quello che dirò anche al vertice del centrodestra». Vertice in programma oggi, a Villa Grande, residenza romana di un Silvio Berlusconi al quale la candidatura al Colle di Draghi non può certo far piacere, considerato che all’ascesa al Colle il leader di Forza Italia crede ancora. Del resto, se Draghi è nonno, lui è diventato bisnonno: ieri si è appreso che Lucrezia Vittoria Berlusconi, figlia di Piersilvio, ad aprile 2021 ha dato alla luce la piccola Olivia. Un pronipote e 14 nipoti: da questo punto di vista con Draghi, che ha due nipoti, non c’è partita. Non a caso, in una call di auguri con gli europarlamentari di Forza Italia, bisnonno Silvio, a quanto apprende La Verità, dice che lui e Draghi sarebbero «una coppia straordinaria»: uno al Colle, naturalmente, e uno a Palazzo Chigi. «Questo governo», aggiunge Berlusconi, «rappresenta una esperienza di grande successo e vorremmo continuasse, senza scossoni, fino alla fine della legislatura».
Durissima Giorgia Meloni: «Più che una conferenza di fine anno», commenta la leader di Fratelli d’Italia, «quella di Draghi è sembrata una conferenza di fine mandato e questo spiegherebbe anche gli applausi e la commozione dei giornalisti. Dal premier due ore e mezza di autocelebrazioni: dice tra le righe che i suoi obiettivi sono stati raggiunti ma questo non ci risulta da nessuna evidenza. Nessuna ammissione di colpa, invece», aggiunge la Meloni, «sugli errori e le contraddizioni del governo di questi mesi, a partire dalla gestione della pandemia». «Draghi», infierisce la senatrice di Fdi Daniela Santanchè a Rai Radio 1, «ha mandato un messaggio chiaro e forte alla sua maggioranza: se vi andavo bene come premier ora mi mandate a fare il presidente della Repubblica sennò vi attaccate al tram». Spiazzati i dem: dal Nazareno trapela che il Pd «condivide il giudizio sulla prosecuzione fino alla scadenza naturale della legislatura con continuità dell’azione di governo». «Il M5s», fanno sapere fonti pentastellate, «ritiene necessaria una continuità dell’azione di governo, per non lasciare i cittadini e le istituzioni in condizioni di vacatio, senza un governo, che comporterebbe seri problemi per tutti». «Appare evidente», dicono fonti di Leu, «che il raggiungimento di questi risultati verrebbe inevitabilmente messo in discussione da una fase di incertezza istituzionale che alterasse gli attuali delicati equilibri di governo e di maggioranza».
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L’ex banchiere si sbilancia: «Il governo procede indipendentemente da chi lo guida. Coalizione ampia anche per eleggere il presidente».I partiti spiazzati dall’accelerata. «Come si va avanti senza di lui?» Forze politiche disorientate: la maggioranza non regge con un altro capo dell’esecutivo. Lo speciale comprende due articoli. E meno male che non era un «politico»! Mario Draghi trasforma la conferenza stampa di fine anno in quella di fine mandato (a Palazzo Chigi), si candida, anzi si stracandida, al Quirinale utilizzando con raffinata maestria l’arsenale retorico del politichese old school. La trovata del «nonno al servizio delle istituzioni» è stata studiata accuratamente, e raggiunge l’effetto di conquistare i titoli dei giornali on line e dei tg, consegnando agli italiani l’immagine rassicurante di «Nonno Mario» e imbiancando di colpo la chioma del premier, troppo corvina per quel che è l’immagine che gli italiani hanno del presidente della Repubblica, quella di una figura che dopo aver servito la nazione nel suo ambito di competenza ascende al Colle e assume il ruolo di arbitro super partes. Nonno Mario, però, sa bene, molto bene, che tra la sua ambizione di diventare capo dello Stato e la realizzazione del progetto c’è di mezzo un Parlamento terrorizzato dall’idea che la sua elezione al Colle comporti il ritorno alle urne, e cerca in ogni modo di tranquillizzare deputati e senatori: «È essenziale», sottolinea Draghi, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale». Riavvolgiamo il nastro di questa conferenza stampa così attesa, e partiamo dalla risposta alla prima domanda, la più scontata: «Presidente, considera indispensabile che la legislatura prosegua per un altro anno, e per garantire continuità all’azione del governo, considera necessario che lei rimanga alla guida?». Draghi scoppia a ridere, rivolge un applauso alla giornalista e risponde: «Noi abbiamo conseguito tre grandi risultati. Abbiamo reso l’Italia uno dei Paesi più vaccinati del mondo, abbiamo consegnato in tempo il Pnrr e abbiamo raggiunto i 51 obiettivi, quindi abbiamo creato le condizioni perché il lavoro sul Pnrr continui. Il governo ha creato queste condizioni indipendentemente da chi ci sarà: l’importante», sottolinea Draghi, «è che il governo sia sostenuto da una maggioranza come quella che ha sostenuto questo governo, ed è la più ampia possibile. È una maggioranza che voglio ringraziare molto perché capisco benissimo che non è facile per i partiti lavorare insieme pur avendo idee spesso drammaticamente diverse. Eppure», aggiunge Draghi, ci siamo riusciti». Dunque, gli obiettivi sono stati raggiunti e il lavoro sul Pnrr continuerà indipendentemente da chi sarà a Palazzo Chigi. Traduzione: per quanto mi riguarda, posso tranquillamente andare al Quirinale. Le immaginiamo, le facce di quelle centinaia e centinaia di deputati e senatori che, tra taglio dei parlamentari e crolli di consenso dei rispettivi partiti, hanno pregato e acceso ceri affinché Draghi restasse a Palazzo Chigi per conservare la poltrona per un altro annetto, almeno fino a settembre, quando matureranno i vitalizi per quelli alla prima legislatura. Nonno Mario prova a rassicurare tutti: «È essenziale», dice il premier, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale». Basterà a tranquillizzare deputati e senatori? A convincerli che eleggere Draghi al Quirinale non vorrà dire tornarsene a casa? Certo che no, e infatti Draghi alla carota fa seguire il bastone: «Avendo detto che ci vuole una maggioranza ampia», sottolinea Draghi, «anche più ampia della attuale perché l’azione di governo continui, è immaginabile una maggioranza che si spacchi sulla elezione del presidente della Repubblica e si ricomponga nel sostegno al governo?». Traduzione: attenti che se si elegge un capo dello Stato senza una super maggioranza, ovvero un capo dello Stato che non sia io, crolla tutto lo stesso. La risposta all’ennesima domanda sul Quirinale è un’altra conferma alla sua ambizione di succedere a Sergio Mattarella: «Il mio destino personale non conta assolutamente niente», dice Draghi, «non ho particolari aspirazioni di un tipo o di un altro, sono un uomo, se volete un nonno, al servizio delle istituzioni. Io non immagino il mio futuro all’interno o all’esterno delle Istituzioni. L’ho detto una volta rispondendo ad una domanda fatta da alcuni ragazzini al punto luce di Torre Maura: l’importante è vivere il presente», filosofeggia Nonno Mario, «e farlo al meglio possibile. Forse sbaglio, ma i motivi del successo del governo, per me sicuramente ma credo anche per altri ministri, è che ha lavorato sul presente senza chiedersi cosa c’è nel futuro, cosa c’è per me nel futuro». Ma i partiti sono in grado di trovare un altro premier che possa tenere unita l’attuale maggioranza? «Questo», risponde Draghi, «dovete chiederlo a loro. Il governo comincia con una chiamata del presidente Mattarella, che si è tradotta con una vicinanza costante all’azione di governo. Ma la responsabilità dell’azione di governo sta nel Parlamento. È il Parlamento che decide la vita del governo». È immaginabile un presidente della Repubblica che possa incidere sull’azione del governo? «Il governo previsto dalla Costituzione», sottolinea ancora Draghi, «è parlamentare. Il presidente della Repubblica non è tanto un notaio quanto un garante». Infine una nota sulla crisi tra Russia e Ucraina: «Le relazioni tra l’Ucraina e la Russia», sottolinea il premier, «sono disciplinate dagli accordi di Minsk, che non sono stati osservati da nessuna delle due parti. Quindi l’osservanza di questi accordi potrebbe essere un primo passo per sdrammatizzare la situazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scatto-di-nonno-mario-si-butta-sul-colle-e-passa-la-palla-allaula-2656093445.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-partiti-spiazzati-dallaccelerata-come-si-va-avanti-senza-di-lui" data-post-id="2656093445" data-published-at="1640205061" data-use-pagination="False"> I partiti spiazzati dall’accelerata. «Come si va avanti senza di lui?» «Sul tavolo ora abbiamo tre problemi: il Quirinale, la successione a Palazzo Chigi e la durata delle legislatura. Votare con il Rosatellum sarebbe una sciagura. Anche per il Pd, non è più il momento di stare a guardare»: la sintesi di quello che pensano, e in qualche caso dicono, i principali esponenti politici, dopo la conferenza stampa di Mario Draghi, è del senatore del Pd Andrea Marcucci, che da buon toscano dice pane al pane e vino al vino. L’autocandidatura al Quirinale dell’attuale premier è infatti una bella grana per un po’ tutti i partiti: l’idea di Nonno Mario, ovvero piazzare un suo clone a Palazzo Chigi, per esempio Marta Cartabia o Daniele Franco, senza che la maggioranza batta ciglio, non è così semplice da mettere in pratica. C’è il rischio che crolli tutto, e che il primo atto di un Draghi Capo dello Stato sia sciogliere le camere e indire le elezioni anticipate. Il che porta a un secondo rischio, ovvero che nel segreto dell’urna qualche deputato o senatore non voti per l’attuale premier, facendo a quel punto esplodere una delle crisi più complesse della storia repubblicana. Matteo Salvini, in serata, sgancia la bomba: «Un governo che ha ben lavorato», dice il leader della Lega, «guidato da una personalità autorevole come Draghi, credo che debba poter andare avanti: se togli una casella autorevole come Draghi del doman non ci sarebbe certezza. Conto di poter lavorare ancora con questa squadra». Tattica? Necessità di mostrare a Silvio Berlusconi fedeltà assoluta? Non si sa: quello che si sa è che Salvini incalza: «Draghi è Draghi», argomenta Salvini, «la sua autorevolezza come presidente del Consiglio ce l’ha solo Draghi. Stiamo lavorando bene? Sì. È una maggioranza complessa da gestire? Sì. Draghi tiene insieme tutto questo, chiunque non sia Draghi avrebbe molta più difficoltà. Il Paese sta attraversando momenti difficili. Ogni incognita nei prossimi mesi è un rischio. La stabilità di cui tutti parlano è un valore aggiunto. Un nome alternativo? Parliamo a gennaio», sottolinea ancora Salvini, «a me le idee non mancano. Avanti con Draghi è quello che dirò anche al vertice del centrodestra». Vertice in programma oggi, a Villa Grande, residenza romana di un Silvio Berlusconi al quale la candidatura al Colle di Draghi non può certo far piacere, considerato che all’ascesa al Colle il leader di Forza Italia crede ancora. Del resto, se Draghi è nonno, lui è diventato bisnonno: ieri si è appreso che Lucrezia Vittoria Berlusconi, figlia di Piersilvio, ad aprile 2021 ha dato alla luce la piccola Olivia. Un pronipote e 14 nipoti: da questo punto di vista con Draghi, che ha due nipoti, non c’è partita. Non a caso, in una call di auguri con gli europarlamentari di Forza Italia, bisnonno Silvio, a quanto apprende La Verità, dice che lui e Draghi sarebbero «una coppia straordinaria»: uno al Colle, naturalmente, e uno a Palazzo Chigi. «Questo governo», aggiunge Berlusconi, «rappresenta una esperienza di grande successo e vorremmo continuasse, senza scossoni, fino alla fine della legislatura». Durissima Giorgia Meloni: «Più che una conferenza di fine anno», commenta la leader di Fratelli d’Italia, «quella di Draghi è sembrata una conferenza di fine mandato e questo spiegherebbe anche gli applausi e la commozione dei giornalisti. Dal premier due ore e mezza di autocelebrazioni: dice tra le righe che i suoi obiettivi sono stati raggiunti ma questo non ci risulta da nessuna evidenza. Nessuna ammissione di colpa, invece», aggiunge la Meloni, «sugli errori e le contraddizioni del governo di questi mesi, a partire dalla gestione della pandemia». «Draghi», infierisce la senatrice di Fdi Daniela Santanchè a Rai Radio 1, «ha mandato un messaggio chiaro e forte alla sua maggioranza: se vi andavo bene come premier ora mi mandate a fare il presidente della Repubblica sennò vi attaccate al tram». Spiazzati i dem: dal Nazareno trapela che il Pd «condivide il giudizio sulla prosecuzione fino alla scadenza naturale della legislatura con continuità dell’azione di governo». «Il M5s», fanno sapere fonti pentastellate, «ritiene necessaria una continuità dell’azione di governo, per non lasciare i cittadini e le istituzioni in condizioni di vacatio, senza un governo, che comporterebbe seri problemi per tutti». «Appare evidente», dicono fonti di Leu, «che il raggiungimento di questi risultati verrebbe inevitabilmente messo in discussione da una fase di incertezza istituzionale che alterasse gli attuali delicati equilibri di governo e di maggioranza».
L’attivista Martin Sellner spiega cos’è la remigrazione, descrivendola come un progetto politico che non punta solo a espellere gli immigrati regolari, ma un insieme di misure legali, economiche e culturali per invertire l’immigrazione di massa, così da mantenere la continuità culturale delle nazioni europee. Sellner racconta di come, proprio per le sue idee, continui a subire pressioni e tentativi di censura, nonostante alcuni governi europei inizino a riconoscere i problemi legati all’immigrazione.
Persone attendono a una fermata dell'autobus durante un'interruzione di corrente all'Avana (Ansa)
Cuba sembra sempre più vicina al collasso definitivo, un eventualità che Donald Trump aveva previsto, sostenendo che il regime comunista sarebbe crollato da solo. L’isola caraibica, dall’arresto dell’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro, non ha più ricevuto rifornimento petroliferi e la situazione per la popolazione è davvero complicata.
Le proteste serpeggiano da alcune settimane, ma negli ultimi giorni il popolo cubano ormai esasperato ha assaltato la sede del partito comunista, visto come il simbolo di tutti i problemi. I fatti sono avvenuti a Moron, una cittadina di 70.000 abitanti nella zona centrale dell’isola, che per 30 ore consecutive era rimasta senza elettricità. Alcune decine di persone, infuriate perché ormai manca praticamente tutto, hanno preso d’assalto l’edificio e la polizia cubana avrebbe già individuato gli autori e cinque arresti sarebbero già stati effettuati. Ma quello di Moron è soltanto il sintomo di una malattia che sta divorando Cuba dal suo interno. A L'Avana manca acqua potabile, carburante e molti generi di prima necessità. I prezzi del cibo sono schizzati alle stelle e davvero proibitivi per chi non è in possesso di dollari americani. Il presidente comunista Miguel Diaz-Canel continua a fare appelli alla rivoluzione e alla resistenza, ma le piazze sono vuote da tempo come le pance dei cubani. Nonostante l’apparenza il regime comunista sarebbe disposto a fare alcune concessioni a Trump e sta già liberando decine di prigionieri politici.
La trattativa appare difficile, perché il partito comunista non vuole un cambio di regime, ma pensa di aprire un canale anche con i cubani all’estero, concedendo la possibilità di avere proprietà nell’isola. Queste concessioni però non sembrano bastare ai cubani che, stando ai dati raccolti da un’organizzazione non governativa, sarebbero già scesi in piazza a protestare contro il governo 130 volte nella prima metà di marzo, contro le 60 di febbraio e le 30 di gennaio. Il presidente Diaz-Canel ha dichiarato di comprendere la frustrazione, ma che nessun atto violento sarà tollerato. Il leader cubano ha cercato di scaricare tutte le colpe sul cosiddetto blocco energetico imposto dagli Usa, che da tre mesi non permette a nessuna imbarcazione di combustibile di arrivare. Diaz-Canel ha anche lanciato un monito a Washington dicendo che qualsiasi aggressione esterna si scontrerà con una resistenza inespugnabile e accusando Trump di minacciare quasi quotidianamente di rovesciare l’ordine costituzionale a Cuba. Ma è il Partito Comunista, il suo apparato e anche le forze armate il bersaglio della gente che sa benissimo che sono questi soggetti che tengono le redini della barcollante economia nazionale.
Cuba potrebbe scivolare lentamente, ma non troppo, verso una guerra civile che abbatta il regime dall’interno, come aveva diagnosticato il presidente statunitense. L'insofferenza della popolazione verso il governo ha raggiunto i livelli massimi, tanto da spingere anche i media statali, notoriamente imbavagliati dal Partito Comunista, a dare le notizie delle manifestazioni e del malcontento crescente. Per ora davanti alle abitazioni e lungo le strade buie centinaia di persone sbattono pentole e padelle, a significare che non hanno nulla da mangiare, ma stanno iniziando gli sconti con la polizia e ci sono già alcune auto date alle fiamme. Il Messico ed il Canada che si erano offerti di aiutare Cuba, ma per il momento non sono intervenuti se non per cibo e medicinali. Intanto dall’aeroporto di Roma è partito un volo con la delegazione italiana dell’European Convoy for Cuba promosso da Aicec (Agenzia per l'interscambio culturale ed economico con Cuba) nell'ambito della campagna Let Cuba Breathe. Questo gruppo riunisce persone provenienti da 19 nazioni che si vuole unire alla Flotilla Nuestra America con destinazione Cuba. Sono presenti anche quattro delegazioni europarlamentari, con Ilaria Salis, Mimmo Lucano, Emma Fourreau e Marc Botenga, che porteranno con loro cinque tonnellate di medicinali.
Tutto mentre il tycoon alla Casa Bianca ha appena dichiarato che «Cuba in questo momento è in pessimo stato e faremo qualcosa molto presto. Penso che avrò l’onore di prendere l’isola». Ma intanto i dati di tracciamento marittimo darebbero una petroliera russa in arrivo a L’Avana. La Anatoly Kolodkin, soggetta a sanzioni, ha caricato 730.000 barili di greggio nel porto russo di Primorsk l'8 marzo e sta procedendo molto lentamente. La nave ha dichiarato una non meglio specificata destinazione nell’Atlantico, ma sarebbe invece diretta a Cuba, secondo quanto riportato dalla società di analisi marittima Kpler. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov non ha confermato né smentito i legami di Mosca con la Kolodkin o con altre navi che trasportavano petrolio russo nell'Atlantico e ha lasciato intendere che Mosca stesse cercando modi per offrire aiuto a Cuba. Il suo arrivo era previsto per il 23 marzo, ma è stato ritardato di qualche giorno e dovrebbe scaricare il carico presso il terminal petrolifero di Matanzas, sempre che Washington non decida di intervenire.
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Ansa
Al referendum confermativo sulla riforma della giustizia ha prevalso il No. Con i seggi chiusi alle 15 di oggi e un’affluenza record vicina al 59% degli aventi diritto, le prime proiezioni hanno indicato un distacco ormai consolidato tra i due schieramenti. Dopo che la terza proiezione di Tecnè ha visto il No al 54,3% e il Sì al 45,7%, alle 17:45, dopo 60.313 sulle 61.533 delle sezioni scrutinate, i dati riportati in tempo reale sul sito del Ministero dell'Interno recitavano: Sì al 46,27% e No al 53,73%. Non era previsto alcun quorum per la validità della consultazione.
Le prime reazioni politiche hanno messo in luce le diverse letture del risultato. «Rispettiamo la decisione degli italiani» ha commentato Giorgia Meloni attraverso un video postato su Instagram. «Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l'Italia». Di ben altro tenore le dichiarazioni del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che ha scritto sui social: «Ce l’abbiamo fatta! Viva la Costituzione!», per poi aggiungere in tv: «La vittoria sonora del No è un avviso di sfratto per Meloni». Il leader di Avs Angelo Bonelli ha parlato invece di un «segnale politico rilevante». Tra le fila del Partito democratico il primo a esprimersi è stato Andrea Orlando che ha commentato: «Una vittoria della Costituzione e del popolo italiano». Dal fronte di Fratelli d’Italia, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami ha sottolineato che l’esito non modifica l’agenda del governo: «Come avevamo detto fin dall’inizio, le vicende attinenti alla consultazione referendaria erano sganciate». Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha osservato a Radio Leopolda: «Il No, molto a sorpresa, ha vinto questo referendum. Quando il popolo parla il governo deve ascoltare». E ha aggiunto: «Quando un leader perde il tocco magico, tutti intorno a lui cominciano a dubitare e non può far finta di nulla». Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, non ha perso l'occasione per chiamare la gente in piazza: «Pensiamo che sia utile che verso le 18-18:30 tutti quelli che hanno voglia di festeggiare assieme a noi a piazza Barberini, in modo da dare visibilità anche nazionale a questa importante giornata democratica. È davvero una bella giornata. Credo sia il modo migliore per dire che è iniziata una nuova primavera nel nostro Paese» ha detto nella conferenza stampa post voto. A commentare l'esito del referendum sulla giustizia è stato anche il presidente della Cei Matteo Zuppi: «Il dibattito che lo ha preceduto e i dati di affluenza confermano l'importanza di ragionare sull'esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre per molte difficoltà. Tenendo sempre conto l'equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare, ci auguriamo», ha detto il cardinale nell'introduzione al Consiglio episcopale.
A Milano, i magistrati si sono radunati nella sala della sezione locale dell’Associazione nazionale magistrati al primo piano del Palazzo di Giustizia. Ai primi exit poll che indicavano il No in vantaggio sono partiti applausi e commenti di soddisfazione. «È troppo presto, aspettiamo i dati definitivi», ha detto qualcuno, invitando alla prudenza. L’atmosfera, comunque, restava positiva tra i presenti. Tutto questo mentre in concomitanza con lo scrutinio, Cesare Parodi ha rassegnato le dimissioni dalla presidenza dell’Associazione nazionale magistrati per «motivi personali», comunicando la decisione poco prima della chiusura dei seggi. A Napoli circa 50 magistrati si sono radunati nella saletta dell'Anm e hanno brindato cantando «Bella ciao» e intonando cori contro il governo e contro Luca Palamara.
La partecipazione al voto ha raggiunto percentuali eccezionali in diverse regioni: in Emilia-Romagna il 66,67%, in Toscana il 66,5%, in Umbria il 65,05%, nelle Marche e in Lombardia intorno al 63%, mentre al Sud l’affluenza è stata più contenuta, con il 53,9% a Bari e poco sopra il 46% a Palermo. Nelle grandi città, Firenze ha registrato il record di partecipazione con il 70%, seguita da Milano (64,6%) e Roma (62,6%). L’analisi dei comportamenti elettorali evidenzia motivazioni diverse tra chi ha votato Sì e chi No. I favorevoli alla riforma hanno indicato principalmente ragioni di merito: la separazione delle carriere nella magistratura (59%), la divisione del Csm in due rami (35%) e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare (34%). Tra gli elettori del No, invece, prevale un orientamento più conservativo, volto a non modificare la Costituzione, con una componente politica significativa: il 34% ha ammesso di aver voluto dare un segnale al governo.
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Meloni: «Rispettiamo la decisione degli italiani, andremo avanti»
Il premier in un videomessaggio sui social dopo la vittoria del «No» nel referendum sulla giustizia: «Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia».