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2021-12-23
Scatto di «nonno» Mario. Si butta sul Colle e passa la palla all’Aula
Sergio Mattarella (Ansa)
E meno male che non era un «politico»! Mario Draghi trasforma la conferenza stampa di fine anno in quella di fine mandato (a Palazzo Chigi), si candida, anzi si stracandida, al Quirinale utilizzando con raffinata maestria l’arsenale retorico del politichese old school. La trovata del «nonno al servizio delle istituzioni» è stata studiata accuratamente, e raggiunge l’effetto di conquistare i titoli dei giornali on line e dei tg, consegnando agli italiani l’immagine rassicurante di «Nonno Mario» e imbiancando di colpo la chioma del premier, troppo corvina per quel che è l’immagine che gli italiani hanno del presidente della Repubblica, quella di una figura che dopo aver servito la nazione nel suo ambito di competenza ascende al Colle e assume il ruolo di arbitro super partes. Nonno Mario, però, sa bene, molto bene, che tra la sua ambizione di diventare capo dello Stato e la realizzazione del progetto c’è di mezzo un Parlamento terrorizzato dall’idea che la sua elezione al Colle comporti il ritorno alle urne, e cerca in ogni modo di tranquillizzare deputati e senatori: «È essenziale», sottolinea Draghi, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale».
Riavvolgiamo il nastro di questa conferenza stampa così attesa, e partiamo dalla risposta alla prima domanda, la più scontata: «Presidente, considera indispensabile che la legislatura prosegua per un altro anno, e per garantire continuità all’azione del governo, considera necessario che lei rimanga alla guida?». Draghi scoppia a ridere, rivolge un applauso alla giornalista e risponde: «Noi abbiamo conseguito tre grandi risultati. Abbiamo reso l’Italia uno dei Paesi più vaccinati del mondo, abbiamo consegnato in tempo il Pnrr e abbiamo raggiunto i 51 obiettivi, quindi abbiamo creato le condizioni perché il lavoro sul Pnrr continui. Il governo ha creato queste condizioni indipendentemente da chi ci sarà: l’importante», sottolinea Draghi, «è che il governo sia sostenuto da una maggioranza come quella che ha sostenuto questo governo, ed è la più ampia possibile. È una maggioranza che voglio ringraziare molto perché capisco benissimo che non è facile per i partiti lavorare insieme pur avendo idee spesso drammaticamente diverse. Eppure», aggiunge Draghi, ci siamo riusciti».
Dunque, gli obiettivi sono stati raggiunti e il lavoro sul Pnrr continuerà indipendentemente da chi sarà a Palazzo Chigi. Traduzione: per quanto mi riguarda, posso tranquillamente andare al Quirinale. Le immaginiamo, le facce di quelle centinaia e centinaia di deputati e senatori che, tra taglio dei parlamentari e crolli di consenso dei rispettivi partiti, hanno pregato e acceso ceri affinché Draghi restasse a Palazzo Chigi per conservare la poltrona per un altro annetto, almeno fino a settembre, quando matureranno i vitalizi per quelli alla prima legislatura. Nonno Mario prova a rassicurare tutti: «È essenziale», dice il premier, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale». Basterà a tranquillizzare deputati e senatori? A convincerli che eleggere Draghi al Quirinale non vorrà dire tornarsene a casa? Certo che no, e infatti Draghi alla carota fa seguire il bastone: «Avendo detto che ci vuole una maggioranza ampia», sottolinea Draghi, «anche più ampia della attuale perché l’azione di governo continui, è immaginabile una maggioranza che si spacchi sulla elezione del presidente della Repubblica e si ricomponga nel sostegno al governo?». Traduzione: attenti che se si elegge un capo dello Stato senza una super maggioranza, ovvero un capo dello Stato che non sia io, crolla tutto lo stesso.
La risposta all’ennesima domanda sul Quirinale è un’altra conferma alla sua ambizione di succedere a Sergio Mattarella: «Il mio destino personale non conta assolutamente niente», dice Draghi, «non ho particolari aspirazioni di un tipo o di un altro, sono un uomo, se volete un nonno, al servizio delle istituzioni. Io non immagino il mio futuro all’interno o all’esterno delle Istituzioni. L’ho detto una volta rispondendo ad una domanda fatta da alcuni ragazzini al punto luce di Torre Maura: l’importante è vivere il presente», filosofeggia Nonno Mario, «e farlo al meglio possibile. Forse sbaglio, ma i motivi del successo del governo, per me sicuramente ma credo anche per altri ministri, è che ha lavorato sul presente senza chiedersi cosa c’è nel futuro, cosa c’è per me nel futuro». Ma i partiti sono in grado di trovare un altro premier che possa tenere unita l’attuale maggioranza? «Questo», risponde Draghi, «dovete chiederlo a loro. Il governo comincia con una chiamata del presidente Mattarella, che si è tradotta con una vicinanza costante all’azione di governo. Ma la responsabilità dell’azione di governo sta nel Parlamento. È il Parlamento che decide la vita del governo». È immaginabile un presidente della Repubblica che possa incidere sull’azione del governo? «Il governo previsto dalla Costituzione», sottolinea ancora Draghi, «è parlamentare. Il presidente della Repubblica non è tanto un notaio quanto un garante». Infine una nota sulla crisi tra Russia e Ucraina: «Le relazioni tra l’Ucraina e la Russia», sottolinea il premier, «sono disciplinate dagli accordi di Minsk, che non sono stati osservati da nessuna delle due parti. Quindi l’osservanza di questi accordi potrebbe essere un primo passo per sdrammatizzare la situazione».
I partiti spiazzati dall’accelerata. «Come si va avanti senza di lui?»
«Sul tavolo ora abbiamo tre problemi: il Quirinale, la successione a Palazzo Chigi e la durata delle legislatura. Votare con il Rosatellum sarebbe una sciagura. Anche per il Pd, non è più il momento di stare a guardare»: la sintesi di quello che pensano, e in qualche caso dicono, i principali esponenti politici, dopo la conferenza stampa di Mario Draghi, è del senatore del Pd Andrea Marcucci, che da buon toscano dice pane al pane e vino al vino. L’autocandidatura al Quirinale dell’attuale premier è infatti una bella grana per un po’ tutti i partiti: l’idea di Nonno Mario, ovvero piazzare un suo clone a Palazzo Chigi, per esempio Marta Cartabia o Daniele Franco, senza che la maggioranza batta ciglio, non è così semplice da mettere in pratica. C’è il rischio che crolli tutto, e che il primo atto di un Draghi Capo dello Stato sia sciogliere le camere e indire le elezioni anticipate. Il che porta a un secondo rischio, ovvero che nel segreto dell’urna qualche deputato o senatore non voti per l’attuale premier, facendo a quel punto esplodere una delle crisi più complesse della storia repubblicana.
Matteo Salvini, in serata, sgancia la bomba: «Un governo che ha ben lavorato», dice il leader della Lega, «guidato da una personalità autorevole come Draghi, credo che debba poter andare avanti: se togli una casella autorevole come Draghi del doman non ci sarebbe certezza. Conto di poter lavorare ancora con questa squadra». Tattica? Necessità di mostrare a Silvio Berlusconi fedeltà assoluta? Non si sa: quello che si sa è che Salvini incalza: «Draghi è Draghi», argomenta Salvini, «la sua autorevolezza come presidente del Consiglio ce l’ha solo Draghi. Stiamo lavorando bene? Sì. È una maggioranza complessa da gestire? Sì. Draghi tiene insieme tutto questo, chiunque non sia Draghi avrebbe molta più difficoltà. Il Paese sta attraversando momenti difficili. Ogni incognita nei prossimi mesi è un rischio. La stabilità di cui tutti parlano è un valore aggiunto. Un nome alternativo? Parliamo a gennaio», sottolinea ancora Salvini, «a me le idee non mancano. Avanti con Draghi è quello che dirò anche al vertice del centrodestra». Vertice in programma oggi, a Villa Grande, residenza romana di un Silvio Berlusconi al quale la candidatura al Colle di Draghi non può certo far piacere, considerato che all’ascesa al Colle il leader di Forza Italia crede ancora. Del resto, se Draghi è nonno, lui è diventato bisnonno: ieri si è appreso che Lucrezia Vittoria Berlusconi, figlia di Piersilvio, ad aprile 2021 ha dato alla luce la piccola Olivia. Un pronipote e 14 nipoti: da questo punto di vista con Draghi, che ha due nipoti, non c’è partita. Non a caso, in una call di auguri con gli europarlamentari di Forza Italia, bisnonno Silvio, a quanto apprende La Verità, dice che lui e Draghi sarebbero «una coppia straordinaria»: uno al Colle, naturalmente, e uno a Palazzo Chigi. «Questo governo», aggiunge Berlusconi, «rappresenta una esperienza di grande successo e vorremmo continuasse, senza scossoni, fino alla fine della legislatura».
Durissima Giorgia Meloni: «Più che una conferenza di fine anno», commenta la leader di Fratelli d’Italia, «quella di Draghi è sembrata una conferenza di fine mandato e questo spiegherebbe anche gli applausi e la commozione dei giornalisti. Dal premier due ore e mezza di autocelebrazioni: dice tra le righe che i suoi obiettivi sono stati raggiunti ma questo non ci risulta da nessuna evidenza. Nessuna ammissione di colpa, invece», aggiunge la Meloni, «sugli errori e le contraddizioni del governo di questi mesi, a partire dalla gestione della pandemia». «Draghi», infierisce la senatrice di Fdi Daniela Santanchè a Rai Radio 1, «ha mandato un messaggio chiaro e forte alla sua maggioranza: se vi andavo bene come premier ora mi mandate a fare il presidente della Repubblica sennò vi attaccate al tram». Spiazzati i dem: dal Nazareno trapela che il Pd «condivide il giudizio sulla prosecuzione fino alla scadenza naturale della legislatura con continuità dell’azione di governo». «Il M5s», fanno sapere fonti pentastellate, «ritiene necessaria una continuità dell’azione di governo, per non lasciare i cittadini e le istituzioni in condizioni di vacatio, senza un governo, che comporterebbe seri problemi per tutti». «Appare evidente», dicono fonti di Leu, «che il raggiungimento di questi risultati verrebbe inevitabilmente messo in discussione da una fase di incertezza istituzionale che alterasse gli attuali delicati equilibri di governo e di maggioranza».
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L’ex banchiere si sbilancia: «Il governo procede indipendentemente da chi lo guida. Coalizione ampia anche per eleggere il presidente».I partiti spiazzati dall’accelerata. «Come si va avanti senza di lui?» Forze politiche disorientate: la maggioranza non regge con un altro capo dell’esecutivo. Lo speciale comprende due articoli. E meno male che non era un «politico»! Mario Draghi trasforma la conferenza stampa di fine anno in quella di fine mandato (a Palazzo Chigi), si candida, anzi si stracandida, al Quirinale utilizzando con raffinata maestria l’arsenale retorico del politichese old school. La trovata del «nonno al servizio delle istituzioni» è stata studiata accuratamente, e raggiunge l’effetto di conquistare i titoli dei giornali on line e dei tg, consegnando agli italiani l’immagine rassicurante di «Nonno Mario» e imbiancando di colpo la chioma del premier, troppo corvina per quel che è l’immagine che gli italiani hanno del presidente della Repubblica, quella di una figura che dopo aver servito la nazione nel suo ambito di competenza ascende al Colle e assume il ruolo di arbitro super partes. Nonno Mario, però, sa bene, molto bene, che tra la sua ambizione di diventare capo dello Stato e la realizzazione del progetto c’è di mezzo un Parlamento terrorizzato dall’idea che la sua elezione al Colle comporti il ritorno alle urne, e cerca in ogni modo di tranquillizzare deputati e senatori: «È essenziale», sottolinea Draghi, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale». Riavvolgiamo il nastro di questa conferenza stampa così attesa, e partiamo dalla risposta alla prima domanda, la più scontata: «Presidente, considera indispensabile che la legislatura prosegua per un altro anno, e per garantire continuità all’azione del governo, considera necessario che lei rimanga alla guida?». Draghi scoppia a ridere, rivolge un applauso alla giornalista e risponde: «Noi abbiamo conseguito tre grandi risultati. Abbiamo reso l’Italia uno dei Paesi più vaccinati del mondo, abbiamo consegnato in tempo il Pnrr e abbiamo raggiunto i 51 obiettivi, quindi abbiamo creato le condizioni perché il lavoro sul Pnrr continui. Il governo ha creato queste condizioni indipendentemente da chi ci sarà: l’importante», sottolinea Draghi, «è che il governo sia sostenuto da una maggioranza come quella che ha sostenuto questo governo, ed è la più ampia possibile. È una maggioranza che voglio ringraziare molto perché capisco benissimo che non è facile per i partiti lavorare insieme pur avendo idee spesso drammaticamente diverse. Eppure», aggiunge Draghi, ci siamo riusciti». Dunque, gli obiettivi sono stati raggiunti e il lavoro sul Pnrr continuerà indipendentemente da chi sarà a Palazzo Chigi. Traduzione: per quanto mi riguarda, posso tranquillamente andare al Quirinale. Le immaginiamo, le facce di quelle centinaia e centinaia di deputati e senatori che, tra taglio dei parlamentari e crolli di consenso dei rispettivi partiti, hanno pregato e acceso ceri affinché Draghi restasse a Palazzo Chigi per conservare la poltrona per un altro annetto, almeno fino a settembre, quando matureranno i vitalizi per quelli alla prima legislatura. Nonno Mario prova a rassicurare tutti: «È essenziale», dice il premier, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale». Basterà a tranquillizzare deputati e senatori? A convincerli che eleggere Draghi al Quirinale non vorrà dire tornarsene a casa? Certo che no, e infatti Draghi alla carota fa seguire il bastone: «Avendo detto che ci vuole una maggioranza ampia», sottolinea Draghi, «anche più ampia della attuale perché l’azione di governo continui, è immaginabile una maggioranza che si spacchi sulla elezione del presidente della Repubblica e si ricomponga nel sostegno al governo?». Traduzione: attenti che se si elegge un capo dello Stato senza una super maggioranza, ovvero un capo dello Stato che non sia io, crolla tutto lo stesso. La risposta all’ennesima domanda sul Quirinale è un’altra conferma alla sua ambizione di succedere a Sergio Mattarella: «Il mio destino personale non conta assolutamente niente», dice Draghi, «non ho particolari aspirazioni di un tipo o di un altro, sono un uomo, se volete un nonno, al servizio delle istituzioni. Io non immagino il mio futuro all’interno o all’esterno delle Istituzioni. L’ho detto una volta rispondendo ad una domanda fatta da alcuni ragazzini al punto luce di Torre Maura: l’importante è vivere il presente», filosofeggia Nonno Mario, «e farlo al meglio possibile. Forse sbaglio, ma i motivi del successo del governo, per me sicuramente ma credo anche per altri ministri, è che ha lavorato sul presente senza chiedersi cosa c’è nel futuro, cosa c’è per me nel futuro». Ma i partiti sono in grado di trovare un altro premier che possa tenere unita l’attuale maggioranza? «Questo», risponde Draghi, «dovete chiederlo a loro. Il governo comincia con una chiamata del presidente Mattarella, che si è tradotta con una vicinanza costante all’azione di governo. Ma la responsabilità dell’azione di governo sta nel Parlamento. È il Parlamento che decide la vita del governo». È immaginabile un presidente della Repubblica che possa incidere sull’azione del governo? «Il governo previsto dalla Costituzione», sottolinea ancora Draghi, «è parlamentare. Il presidente della Repubblica non è tanto un notaio quanto un garante». Infine una nota sulla crisi tra Russia e Ucraina: «Le relazioni tra l’Ucraina e la Russia», sottolinea il premier, «sono disciplinate dagli accordi di Minsk, che non sono stati osservati da nessuna delle due parti. Quindi l’osservanza di questi accordi potrebbe essere un primo passo per sdrammatizzare la situazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scatto-di-nonno-mario-si-butta-sul-colle-e-passa-la-palla-allaula-2656093445.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-partiti-spiazzati-dallaccelerata-come-si-va-avanti-senza-di-lui" data-post-id="2656093445" data-published-at="1640205061" data-use-pagination="False"> I partiti spiazzati dall’accelerata. «Come si va avanti senza di lui?» «Sul tavolo ora abbiamo tre problemi: il Quirinale, la successione a Palazzo Chigi e la durata delle legislatura. Votare con il Rosatellum sarebbe una sciagura. Anche per il Pd, non è più il momento di stare a guardare»: la sintesi di quello che pensano, e in qualche caso dicono, i principali esponenti politici, dopo la conferenza stampa di Mario Draghi, è del senatore del Pd Andrea Marcucci, che da buon toscano dice pane al pane e vino al vino. L’autocandidatura al Quirinale dell’attuale premier è infatti una bella grana per un po’ tutti i partiti: l’idea di Nonno Mario, ovvero piazzare un suo clone a Palazzo Chigi, per esempio Marta Cartabia o Daniele Franco, senza che la maggioranza batta ciglio, non è così semplice da mettere in pratica. C’è il rischio che crolli tutto, e che il primo atto di un Draghi Capo dello Stato sia sciogliere le camere e indire le elezioni anticipate. Il che porta a un secondo rischio, ovvero che nel segreto dell’urna qualche deputato o senatore non voti per l’attuale premier, facendo a quel punto esplodere una delle crisi più complesse della storia repubblicana. Matteo Salvini, in serata, sgancia la bomba: «Un governo che ha ben lavorato», dice il leader della Lega, «guidato da una personalità autorevole come Draghi, credo che debba poter andare avanti: se togli una casella autorevole come Draghi del doman non ci sarebbe certezza. Conto di poter lavorare ancora con questa squadra». Tattica? Necessità di mostrare a Silvio Berlusconi fedeltà assoluta? Non si sa: quello che si sa è che Salvini incalza: «Draghi è Draghi», argomenta Salvini, «la sua autorevolezza come presidente del Consiglio ce l’ha solo Draghi. Stiamo lavorando bene? Sì. È una maggioranza complessa da gestire? Sì. Draghi tiene insieme tutto questo, chiunque non sia Draghi avrebbe molta più difficoltà. Il Paese sta attraversando momenti difficili. Ogni incognita nei prossimi mesi è un rischio. La stabilità di cui tutti parlano è un valore aggiunto. Un nome alternativo? Parliamo a gennaio», sottolinea ancora Salvini, «a me le idee non mancano. Avanti con Draghi è quello che dirò anche al vertice del centrodestra». Vertice in programma oggi, a Villa Grande, residenza romana di un Silvio Berlusconi al quale la candidatura al Colle di Draghi non può certo far piacere, considerato che all’ascesa al Colle il leader di Forza Italia crede ancora. Del resto, se Draghi è nonno, lui è diventato bisnonno: ieri si è appreso che Lucrezia Vittoria Berlusconi, figlia di Piersilvio, ad aprile 2021 ha dato alla luce la piccola Olivia. Un pronipote e 14 nipoti: da questo punto di vista con Draghi, che ha due nipoti, non c’è partita. Non a caso, in una call di auguri con gli europarlamentari di Forza Italia, bisnonno Silvio, a quanto apprende La Verità, dice che lui e Draghi sarebbero «una coppia straordinaria»: uno al Colle, naturalmente, e uno a Palazzo Chigi. «Questo governo», aggiunge Berlusconi, «rappresenta una esperienza di grande successo e vorremmo continuasse, senza scossoni, fino alla fine della legislatura». Durissima Giorgia Meloni: «Più che una conferenza di fine anno», commenta la leader di Fratelli d’Italia, «quella di Draghi è sembrata una conferenza di fine mandato e questo spiegherebbe anche gli applausi e la commozione dei giornalisti. Dal premier due ore e mezza di autocelebrazioni: dice tra le righe che i suoi obiettivi sono stati raggiunti ma questo non ci risulta da nessuna evidenza. Nessuna ammissione di colpa, invece», aggiunge la Meloni, «sugli errori e le contraddizioni del governo di questi mesi, a partire dalla gestione della pandemia». «Draghi», infierisce la senatrice di Fdi Daniela Santanchè a Rai Radio 1, «ha mandato un messaggio chiaro e forte alla sua maggioranza: se vi andavo bene come premier ora mi mandate a fare il presidente della Repubblica sennò vi attaccate al tram». Spiazzati i dem: dal Nazareno trapela che il Pd «condivide il giudizio sulla prosecuzione fino alla scadenza naturale della legislatura con continuità dell’azione di governo». «Il M5s», fanno sapere fonti pentastellate, «ritiene necessaria una continuità dell’azione di governo, per non lasciare i cittadini e le istituzioni in condizioni di vacatio, senza un governo, che comporterebbe seri problemi per tutti». «Appare evidente», dicono fonti di Leu, «che il raggiungimento di questi risultati verrebbe inevitabilmente messo in discussione da una fase di incertezza istituzionale che alterasse gli attuali delicati equilibri di governo e di maggioranza».
Piazza Affari annuisce. Il titolo Poste corre in controtendenza rispetto al mercato: +2,3% a 23,3 euro, ormai a un passo dal massimo storico di 23,87 euro. Una scommessa sul futuro. O meglio: sul matrimonio con Tim. L’integrazione con il gruppo telefonico è il pezzo finale del puzzle. I vecchi sportelli che incontrano la fibra. I portalettere che si alleano con il cloud. Il libretto postale che si mette in tasca lo smartphone. Del resto i numeri raccontano già una trasformazione importante. Nel primo trimestre del 2026 il gruppo guidato da Matteo Del Fante e dal direttore generale Giuseppe Lasco ha registrato ricavi record per 3,5 miliardi (+8%). Il risultato operativo è salito a 905 milioni (+14%) e l’utile netto a 617 milioni (+3%).La fotografia più interessante però arriva dai pacchi. Perché lì si vede davvero la mutazione genetica del gruppo. Nei primi tre mesi Poste ha consegnato 89 milioni di pacchi, il 14,6% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. E lo ha fatto mentre le tariffe medie scendevano del 2,9%. Vuol dire che il vecchio esercito delle lettere si è trasformato nella fanteria dell’e-commerce. Anche i ricavi della distribuzione sono cresciuti del 7,2% a 1,5 miliardi, «sostenuti», spiega Del Fante, «dal forte slancio commerciale e dalla gestione attiva del portafoglio titoli». Non sorprende quindi la decisione di alzare le previsioni per l’intero 2026. Il margine operativo è visto salire da 3,3 a 3,4 miliardi, mentre l’utile netto atteso raggiunge i 2,3 miliardi. «Poste Italiane», dice l’amministratore delegato, «ha registrato risultati record con una crescita sana, una redditività in aumento e un bilancio molto solido, confermando la forza del nostro modello di business». Ma la vera partita, ormai, si gioca su Tim. Perché lì c’è il passaggio a infrastruttura totale del Paese. Del Fante lo dice apertamente: «Tim aggiunge connettività e leadership tecnologica, completa la nostra offerta con un brand premium nei servizi di telecomunicazione e ci consente di sbloccare pienamente il valore del nostro ecosistema fisico-digitale». In pratica Poste vuole stare ovunque: nei risparmi, nei pagamenti, nei pacchi, nelle bollette e adesso anche nelle connessioni telefoniche. Un conglomerato popolare con il dividendo trimestrale. E infatti la parola che fa brillare davvero gli occhi agli investitori è una sola: cedola. Del Fante ha spiegato che «il profilo finanziario dell’operazione proposta è estremamente solido, con un effetto accrescitivo sull’utile per azione a partire dal 2027, che diventa a doppia cifra dal 2028». Insomma con Tim, i dividendi potranno crescere più rapidamente. «Siamo perfettamente in linea con il calendario. La conclusione è attesa per il terzo trimestre dell’anno», ha detto Del Fante.
Sul fronte Tim Pietro Labriola si muove con prudenza Ricorda che il gruppo presenterà i nuovi target 2026-2028 con i conti del secondo trimestre. Quei numeri serviranno anche per costruire il giudizio definitivo sull’offerta di Poste. A chi gli chiedeva se il prezzo fosse congruo, il ceo ha risposto: «È troppo presto per dare alcune risposte. Dobbiamo capire il valore dell’azione di Poste nel tempo». Il titolo Tim guadagna il 3,7% a 0,69 euro. Il mercato sta comprando quello che diventerà un gigantesco supermercato dei servizi.
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Andrea Sempio (Ansa)
Il cerchio attorno ad Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi sembra essersi stretto tramite una profonda immersione nella sua vita privata, familiare e digitale. Lo si deduce leggendo i contenuti dell’avviso di chiusura delle indagini preliminari che ieri gli ha fatto notificare la Procura di Pavia, 18 pagine fitte che elencano il materiale a suo carico.
Nell’elenco anche 98 intercettazioni realizzate dai magistrati di Brescia nell’ambito del processo per corruzione nei confronti dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti. Audio richieste espressamente dagli inquirenti pavesi ai colleghi bresciani. Venditti, insieme con la collega Giulia Pezzino, aveva curato l’indagine che nel 2017 si chiuse con l’archiviazione di Sempio per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari.
Il nuovo capo d’imputazione è quello già anticipato nell’avviso a comparire per rendere interrogatorio. Per gli inquirenti si tratta di un omicidio aggravato dalla «crudeltà» e dai «motivi abietti», collegati al movente: «L’odio per la vittima a seguito del rifiuto» di un «approccio sessuale». Un movente che gli investigatori devono aver cercato (e a loro giudizio, trovato) tramite una mappatura digitale totale della vita di Sempio. Non soltanto telefoni e computer, ma cronologie, archivi personali conservati su Cloud e hard disk, email, profili social. E, soprattutto, tre pennette Usb. Lì, con molta probabilità, chi indaga deve aver cercato traccia dei video intimi tra Chiara e Alberto Stasi. Un dettaglio che si incrocia inevitabilmente con l’ultimo soliloquio di Sempio intercettato, quello in cui, dopo aver affermato di aver visto i «video», cita proprio una «pennetta». «Fin dal 2009, fin dal processo Stasi, che ci fosse una pendrive decisiva ai fini della soluzione del giallo di Garlasco era già notizia, non è che sia una novità», ha affermato, cercando di arginare possibili congetture, l’avvocato Liborio Cataliotti, che poi ha aggiunto: «Quanto alla portata dell’accusa non c’è nessuna novità».
Chi pensava di trovare nell’avviso di chiusura delle indagini riferimenti all’arma del delitto, infatti, deve essere rimasto deluso. Non c’è ancora, inoltre, una dinamica dei fatti completamente definita. La parola «almeno» si ripete per tre volte in poche righe in riferimento alle lesioni che avrebbero prima tramortito e poi ucciso Chiara. Però c’è una frase molto interessante, infilata quasi casualmente nell’elenco dei reperti sequestrati ai genitori di Sempio. Una nota del Nucleo investigativo di Milano riporta un appunto manoscritto ritrovato a casa Sempio: «Già stato audito ma i carabinieri si sono dimenticati di chiedere a Sempio dove fosse la mattina dell’omicidio». Il documento sembra suggerire che la pista sul commesso trentottenne, quella del 2017, potrebbe non essere stata approfondita davvero.
E qui il collegamento con Brescia, dove le indagini sono ancora in corso, diventa inevitabile. Anche perché è difficile pensare che i genitori dell’indagato si riferiscano al figlio indicandone il cognome. Non ci sono ulteriori riferimenti che, in questo momento, aiutino a interpretare meglio quello scritto. Ma il peso dell’inchiesta bresciana emerge in modo concreto se si arriva alle ultime pagine. Qui vengono elencate le intercettazioni provenienti dal procedimento sui magistrati. Una massa enorme di captazioni, se si pensa che quelle realizzate da Pavia e ritenute dal pool di Fabio Napoleone come «rilevanti» sono 114 e quelle trasmesse da Francesco Prete sono 98. È il segnale che i due fascicoli si sono intrecciati e saldati. Dentro quel collegamento aleggia inevitabilmente l’ipotesi che nel 2017 alcune verifiche fondamentali possano non essere state fatte. Tra queste di certo ci sono le trascrizioni di alcuni audio «cannate» dai carabinieri della «Squadretta» di Venditti, che le avrebbero riportate solo parzialmente e, in alcuni casi, le avrebbero ritenute irrilevanti. Ma c’è anche un altro dettaglio. In un’agenda di colore marrone, con la prima pagina che riporta la data 27 luglio 2018, e quindi riferibile al periodo immediatamente successivo all’archiviazione dell’inchiesta coordinata da Venditti, sarebbe stato scovato un appunto parziale che cominciava con «libero di» e finiva con «bel culo». Nell’atto consegnato all’indagato non viene ricostruito il contesto e l’utilità al fine delle indagini. Ma per essere finito nella documentazione selezionata dagli inquirenti deve essere stato ritenuto come un elemento d’interesse.
La Procura è entrata anche nell’archivio familiare dei Sempio, portando via ai due coniugi una fotocamera digitale, vecchi telefoni cellulari, una cornice digitale Telefunken, quaderni pieni di appunti manoscritti, agende e fogli sparsi. Ma anche circa 81 tra cd e dvd, alcuni dei quali descritti nel fascicolo come contenenti materiale «pornografico». Poi c’è il cerchio degli amici di Andrea. Gli inquirenti hanno sequestrato materiale a Roberto Freddi, Mattia Capra e Michele Bertani. È soprattutto il nome di quest’ultimo a riportare il caso all’interno di una dimensione oscura. Bertani, morto suicida nel 2016, era uno degli amici storici di Andrea. Come ultimo post sui social il ragazzo aveva riportato una citazione della canzone La Verità del gruppo rap Club Dogo: «La verità sta nelle cose che nessuno sa, la verità mai nessuno te la racconterà». Un passaggio particolarmente suggestivo sul quale per mesi si è arrovellato il circuito mediatico. In uno dei tanti monologhi intercettati, Sempio sembrava rivolgersi proprio a lui: «Da 0 a 18 anni tutte le c… le abbiamo fatte assieme». E in un passaggio successivo dice: «Perché ti impicchi, adesso che ti sei impiccato che cosa hai ottenuto? Sei morto, sei morto». A casa dei genitori di Bertani sono stati acquisiti materiale personale e vecchi dispositivi elettronici: un block notes con numerose pagine manoscritte, una copertina plastificata del liceo Cairoli di Vigevano piena di appunti, un curriculum vitae, 13 fotocopie collegati al gruppo musicale Invers. E anche la documentazione relativa a un ricovero psichiatrico del 2015.
Nel fascicolo sono finiti anche materiale proveniente dalla trasmissione Le Iene: 57 file audio e video contenuti in una cartella denominata «Garlasco», per un totale di 36,5 gigabyte. Un segnale ulteriore di quanto l’indagine abbia rastrellato tutto ciò che negli anni ha riguardato il delitto, comprese piste e contributi televisivi. «Catalogo le prove in due categorie», ha spiegato l’avvocato Cataliotti, «da un lato quelle tradizionali e le consulenze, che non ci preoccuperebbero, perché saremmo assolutamente in grado di fronteggiarle; dall’altro le captazioni, riassunte, o meglio che a noi sono state riassunte, la maggior parte delle quali rappresentate dal soliloquio, e che invece sarebbero probanti. Io mi permetto di fare appello alla prudenza». Le valutazioni dell’avvocato sono queste: «È come se ci trovassimo di fronte a un soggetto che dopo aver commesso un reato, pressoché non provato e pressoché volontariamente, perché consapevole di essere intercettato, avrebbe fornito lui stesso le prove per sorreggere le accuse». Una situazione che Cataliotti definisce «paradossale». I Poggi, ha commentato l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, «sanno che è colpevole Stasi e che, in qualche modo, si vuole cercare di togliergli questo ruolo. Direi che la situazione è unica, forse, nel panorama giudiziario italiano».
Adesso, però, il tempo delle piste mediatiche e delle ipotesi parallele sembra essersi ristretto. La risposta, dopo quasi 20 anni di errori, omissioni, archiviazioni e improvvisi ritorni dal passato, con molta probabilità sarà affidata all’aula di un tribunale.
Pm di Pavia in pressing per la revisione di Stasi
La Procura di Pavia ha disposto la trasmissione alla Procura generale di Milano del materiale raccolto su Andrea Sempio per «sollecitare» una eventuale richiesta di revisione del processo che nel 2015 si è chiuso con la condanna definitiva a 16 anni per Alberto Stasi. Il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, nella nota che accompagnerà gli atti, scrive che «si è provveduto, in data odierna, a notificare l’avviso di conclusione delle indagini» nei confronti di Andrea Sempio, «con conseguente deposito di tutti gli atti del procedimento penale relativo all’omicidio di Chiara Poggi».
La Procura chiarisce anche che provvederà «come già reso noto, a inoltrare al procuratore generale di Milano l’atto contestato all’indagato nel corso del suo interrogatorio del 6 maggio 2026», cioè quello notificato l’altro giorno a Sempio, «illustrativo e riassuntivo dei nuovi elementi probatori, raccolti a seguito della riapertura delle indagini 2016/2017», per «l’eventuale esercizio di ogni sua prerogativa». Dentro quel passaggio c’è tutta la complessità della nuova fase giudiziaria del caso Garlasco. Perché la Procura di Pavia, di fatto, sta dicendo alla Procura generale di Milano: valutate voi se esistono le condizioni per chiedere la revisione del processo Stasi davanti alla Corte d’Appello di Brescia. Una strada che, però, come aveva già confermato proprio il procuratore generale Francesca Nanni dopo aver incontrato (il 24 aprile scorso) Napoleone, pare sia lunga. Lo studio delle carte «non sarà né facile né breve», aveva spiegato il magistrato. Una frase che fotografa la dimensione del materiale investigativo accumulato negli anni attorno al delitto di Garlasco.
Nel frattempo, anche la difesa di Stasi prepara la sua strategia. Dopo l’analisi completa degli atti, gli avvocati presenteranno la richiesta di revisione per tentare di cancellare la condanna definitiva. E insieme all’istanza potrebbe arrivare anche la richiesta di sospensione della pena, che porterebbe alla scarcerazione di Stasi, attualmente in regime di semilibertà. Il suo legale, Antonio De Rensis, prova a descrivere lo stato d’animo del suo assistito: «Alberto ha una speranza sempre più crescente, ma ha anche comunque un equilibrio che lo fa rimanere con i piedi per terra, consapevole della sua situazione attuale di detenuto, e altrettanto consapevole che questa è un’indagine seria, che forse ci permetterà di lavorare intensamente e nel tempo più veloce possibile, compatibilmente con la mole degli atti, per preparare una richiesta di revisione».
Poi sembra inviare un messaggio preciso al fronte schierato contro il suo assistito: «Questa indagine fa e farà tanta paura a qualcuno, si cerca di sfuggire dalla realtà immaginando situazioni che non hanno niente a che vedere con la realtà. Chissà che questa indagine non ci faccia scoprire che qualche censore verrà poi censurato».
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Sergio Mattarella (Ansa)
Sì, non è escluso che il presidente della Repubblica abbia colto la palla al balzo, ossia la campagna condotta dal Fatto Quotidiano contro la grazia, per scaricare la responsabilità sul ministro Carlo Nordio e aprire la strada a una revisione, invocando un supplemento di indagine sulla vita della Minetti. Se però questo era il disegno, i fatti - quelli veri e non di carta stampata - stanno smontando a una a una tutte le obiezioni che sono state mosse contro il provvedimento di clemenza.
L’ultimo tassello utile a chiarire la narrazione che vorrebbe la pupilla di Silvio Berlusconi impegnata a procurare ragazze per cene eleganti è arrivato ieri dalla Procura generale. In pratica, i magistrati che hanno dato via libera alla concessione della grazia confermano che dai primi accertamenti in Uruguay e in Spagna, dove Minetti ha vissuto per un certo periodo, non sono emersi fatti che inducano a modificare il parere. L’Interpol, a cui i pm si sono rivolti, non avrebbe trovato traccia di procedimenti a carico dell’ex igienista dentale e nemmeno avrebbe raccolto notizie che consentissero di sostenere che a Punta del Este continui la vita di prima.
Ma nei giorni scorsi altri elementi hanno contribuito a chiarire quelli che secondo le inchieste giornalistiche erano i lati oscuri della faccenda. Innanzitutto l’adozione. Leggendo la sentenza con cui il tribunale di Maldonado ha acconsentito a Minetti e Cipriani di diventare genitori di un bambino uruguaiano, si capisce che prima di affidare il minore sono stati fatti numerosi approfondimenti e sono stati ascoltati diversi testimoni. Il piccolo, abbandonato fin dalla nascita in un orfanotrofio, non riceveva visite dai parenti. Padre, madre, nonni, zii: nessuno negli anni si è interessato a lui e alla grave malattia di cui era affetto. I giornali hanno scovato una coppia che sostiene di aver chiesto l’affidamento del bambino, ma alla fine i vertici dell’istituto che lo ospitava (o molto più probabilmente i giudici) avrebbero scelto i due italiani. E che cosa c’è di scandaloso? In qualsiasi procedura di adozione, i magistrati (ma anche psicologi e assistenti sociali) puntano a fare la cosa migliore per il bambino. Dunque, di fronte a un minore con gravi problemi di salute, bisognoso di interventi chirurgici e di cure, affidarlo a una famiglia in grado di assicurare l’assistenza di specialisti non è un reato, ma una scelta consapevole, per far sì che prima di tutto venga il suo benessere.
Sono cadute anche le suggestioni su una sorta di intrigo internazionale, secondo cui prima sarebbe stato ammazzato l’avvocato della madre del bambino e poi addirittura sarebbe stata fatta sparire la stessa donna, quasi che il legale o la mamma fossero in grado di fare rivelazioni esplosive sul caso Minetti. In realtà, la professionista bruciata nella sua casa era il difensore d’ufficio del bambino e di fronte ai giudici aveva dato parere favorevole all’adozione. La sua morte dunque non avrebbe nulla da spartire con la coppia di italiani. E la scomparsa della madre è semplicemente dovuta al fatto che la polizia la cerca perché accusata di omicidio e dunque, come tutti i latitanti, tende a non farsi trovare.
Chiarito anche il giallo sulla scelta dell’ospedale dove curare il bambino: Minetti e Cipriani si sono affidati a quelli che ritenevano i migliori specialisti e i sanitari confermano che il bambino deve essere sottoposto a numerosi controlli e forse anche ad altri interventi.
E il mistero che circonda la proprietà di Cipriani a Punta del Este, luogo del peccato dove si sarebbero tenute feste a base di donnine e, forse, di cocaina? Niente, anche la tenuta sarebbe assai meno misteriosa di quel che hanno raccontato i giornali. Innanzitutto la staccionata è alta un metro e non basta a impedire sguardi indiscreti. Per di più il ranch, come è stato definito, non ha un cancello e dunque chiunque voglia ficcare il naso, compresi i cronisti, vi può accedere con una certa facilità. Insomma, più si va avanti in questa storia e più ci si rende conto che a sostegno della tesi per cui Minetti avrebbe continuato a fare le cene eleganti, ma non più con Berlusconi bensì con Cipriani, non c’è lo straccio di una prova, ma solo le chiacchiere di anonimi raccolte qua e là e rilanciate come se fossero verità. L’ultima bufala, quella del ministro Nordio ospite in Uruguay della Minetti, è finita con il capo asperso di cenere di Sigfrido Ranucci e carte bollate contro una Bianca Berlinguer che rivendica il diritto di informare il pubblico con notizie non verificate.
Di fronte a questo quadro tuttavia resta ancora una domanda senza risposta. Perché Mattarella, dopo aver difeso la grazia, ha deciso di fronte a voci anonime di chiedere un supplemento d’indagine su Minetti? Davvero al Quirinale basta una chiacchiera per fare retromarcia? E come mai di fronte ad altri chiacchieroni che la sera al ristorante spifferano piani per modificare il quadro politico non si registra altrettanta solerzia? Sarebbe proprio il caso di capirlo.
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