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2021-12-23
Scatto di «nonno» Mario. Si butta sul Colle e passa la palla all’Aula
Sergio Mattarella (Ansa)
E meno male che non era un «politico»! Mario Draghi trasforma la conferenza stampa di fine anno in quella di fine mandato (a Palazzo Chigi), si candida, anzi si stracandida, al Quirinale utilizzando con raffinata maestria l’arsenale retorico del politichese old school. La trovata del «nonno al servizio delle istituzioni» è stata studiata accuratamente, e raggiunge l’effetto di conquistare i titoli dei giornali on line e dei tg, consegnando agli italiani l’immagine rassicurante di «Nonno Mario» e imbiancando di colpo la chioma del premier, troppo corvina per quel che è l’immagine che gli italiani hanno del presidente della Repubblica, quella di una figura che dopo aver servito la nazione nel suo ambito di competenza ascende al Colle e assume il ruolo di arbitro super partes. Nonno Mario, però, sa bene, molto bene, che tra la sua ambizione di diventare capo dello Stato e la realizzazione del progetto c’è di mezzo un Parlamento terrorizzato dall’idea che la sua elezione al Colle comporti il ritorno alle urne, e cerca in ogni modo di tranquillizzare deputati e senatori: «È essenziale», sottolinea Draghi, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale».
Riavvolgiamo il nastro di questa conferenza stampa così attesa, e partiamo dalla risposta alla prima domanda, la più scontata: «Presidente, considera indispensabile che la legislatura prosegua per un altro anno, e per garantire continuità all’azione del governo, considera necessario che lei rimanga alla guida?». Draghi scoppia a ridere, rivolge un applauso alla giornalista e risponde: «Noi abbiamo conseguito tre grandi risultati. Abbiamo reso l’Italia uno dei Paesi più vaccinati del mondo, abbiamo consegnato in tempo il Pnrr e abbiamo raggiunto i 51 obiettivi, quindi abbiamo creato le condizioni perché il lavoro sul Pnrr continui. Il governo ha creato queste condizioni indipendentemente da chi ci sarà: l’importante», sottolinea Draghi, «è che il governo sia sostenuto da una maggioranza come quella che ha sostenuto questo governo, ed è la più ampia possibile. È una maggioranza che voglio ringraziare molto perché capisco benissimo che non è facile per i partiti lavorare insieme pur avendo idee spesso drammaticamente diverse. Eppure», aggiunge Draghi, ci siamo riusciti».
Dunque, gli obiettivi sono stati raggiunti e il lavoro sul Pnrr continuerà indipendentemente da chi sarà a Palazzo Chigi. Traduzione: per quanto mi riguarda, posso tranquillamente andare al Quirinale. Le immaginiamo, le facce di quelle centinaia e centinaia di deputati e senatori che, tra taglio dei parlamentari e crolli di consenso dei rispettivi partiti, hanno pregato e acceso ceri affinché Draghi restasse a Palazzo Chigi per conservare la poltrona per un altro annetto, almeno fino a settembre, quando matureranno i vitalizi per quelli alla prima legislatura. Nonno Mario prova a rassicurare tutti: «È essenziale», dice il premier, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale». Basterà a tranquillizzare deputati e senatori? A convincerli che eleggere Draghi al Quirinale non vorrà dire tornarsene a casa? Certo che no, e infatti Draghi alla carota fa seguire il bastone: «Avendo detto che ci vuole una maggioranza ampia», sottolinea Draghi, «anche più ampia della attuale perché l’azione di governo continui, è immaginabile una maggioranza che si spacchi sulla elezione del presidente della Repubblica e si ricomponga nel sostegno al governo?». Traduzione: attenti che se si elegge un capo dello Stato senza una super maggioranza, ovvero un capo dello Stato che non sia io, crolla tutto lo stesso.
La risposta all’ennesima domanda sul Quirinale è un’altra conferma alla sua ambizione di succedere a Sergio Mattarella: «Il mio destino personale non conta assolutamente niente», dice Draghi, «non ho particolari aspirazioni di un tipo o di un altro, sono un uomo, se volete un nonno, al servizio delle istituzioni. Io non immagino il mio futuro all’interno o all’esterno delle Istituzioni. L’ho detto una volta rispondendo ad una domanda fatta da alcuni ragazzini al punto luce di Torre Maura: l’importante è vivere il presente», filosofeggia Nonno Mario, «e farlo al meglio possibile. Forse sbaglio, ma i motivi del successo del governo, per me sicuramente ma credo anche per altri ministri, è che ha lavorato sul presente senza chiedersi cosa c’è nel futuro, cosa c’è per me nel futuro». Ma i partiti sono in grado di trovare un altro premier che possa tenere unita l’attuale maggioranza? «Questo», risponde Draghi, «dovete chiederlo a loro. Il governo comincia con una chiamata del presidente Mattarella, che si è tradotta con una vicinanza costante all’azione di governo. Ma la responsabilità dell’azione di governo sta nel Parlamento. È il Parlamento che decide la vita del governo». È immaginabile un presidente della Repubblica che possa incidere sull’azione del governo? «Il governo previsto dalla Costituzione», sottolinea ancora Draghi, «è parlamentare. Il presidente della Repubblica non è tanto un notaio quanto un garante». Infine una nota sulla crisi tra Russia e Ucraina: «Le relazioni tra l’Ucraina e la Russia», sottolinea il premier, «sono disciplinate dagli accordi di Minsk, che non sono stati osservati da nessuna delle due parti. Quindi l’osservanza di questi accordi potrebbe essere un primo passo per sdrammatizzare la situazione».
I partiti spiazzati dall’accelerata. «Come si va avanti senza di lui?»
«Sul tavolo ora abbiamo tre problemi: il Quirinale, la successione a Palazzo Chigi e la durata delle legislatura. Votare con il Rosatellum sarebbe una sciagura. Anche per il Pd, non è più il momento di stare a guardare»: la sintesi di quello che pensano, e in qualche caso dicono, i principali esponenti politici, dopo la conferenza stampa di Mario Draghi, è del senatore del Pd Andrea Marcucci, che da buon toscano dice pane al pane e vino al vino. L’autocandidatura al Quirinale dell’attuale premier è infatti una bella grana per un po’ tutti i partiti: l’idea di Nonno Mario, ovvero piazzare un suo clone a Palazzo Chigi, per esempio Marta Cartabia o Daniele Franco, senza che la maggioranza batta ciglio, non è così semplice da mettere in pratica. C’è il rischio che crolli tutto, e che il primo atto di un Draghi Capo dello Stato sia sciogliere le camere e indire le elezioni anticipate. Il che porta a un secondo rischio, ovvero che nel segreto dell’urna qualche deputato o senatore non voti per l’attuale premier, facendo a quel punto esplodere una delle crisi più complesse della storia repubblicana.
Matteo Salvini, in serata, sgancia la bomba: «Un governo che ha ben lavorato», dice il leader della Lega, «guidato da una personalità autorevole come Draghi, credo che debba poter andare avanti: se togli una casella autorevole come Draghi del doman non ci sarebbe certezza. Conto di poter lavorare ancora con questa squadra». Tattica? Necessità di mostrare a Silvio Berlusconi fedeltà assoluta? Non si sa: quello che si sa è che Salvini incalza: «Draghi è Draghi», argomenta Salvini, «la sua autorevolezza come presidente del Consiglio ce l’ha solo Draghi. Stiamo lavorando bene? Sì. È una maggioranza complessa da gestire? Sì. Draghi tiene insieme tutto questo, chiunque non sia Draghi avrebbe molta più difficoltà. Il Paese sta attraversando momenti difficili. Ogni incognita nei prossimi mesi è un rischio. La stabilità di cui tutti parlano è un valore aggiunto. Un nome alternativo? Parliamo a gennaio», sottolinea ancora Salvini, «a me le idee non mancano. Avanti con Draghi è quello che dirò anche al vertice del centrodestra». Vertice in programma oggi, a Villa Grande, residenza romana di un Silvio Berlusconi al quale la candidatura al Colle di Draghi non può certo far piacere, considerato che all’ascesa al Colle il leader di Forza Italia crede ancora. Del resto, se Draghi è nonno, lui è diventato bisnonno: ieri si è appreso che Lucrezia Vittoria Berlusconi, figlia di Piersilvio, ad aprile 2021 ha dato alla luce la piccola Olivia. Un pronipote e 14 nipoti: da questo punto di vista con Draghi, che ha due nipoti, non c’è partita. Non a caso, in una call di auguri con gli europarlamentari di Forza Italia, bisnonno Silvio, a quanto apprende La Verità, dice che lui e Draghi sarebbero «una coppia straordinaria»: uno al Colle, naturalmente, e uno a Palazzo Chigi. «Questo governo», aggiunge Berlusconi, «rappresenta una esperienza di grande successo e vorremmo continuasse, senza scossoni, fino alla fine della legislatura».
Durissima Giorgia Meloni: «Più che una conferenza di fine anno», commenta la leader di Fratelli d’Italia, «quella di Draghi è sembrata una conferenza di fine mandato e questo spiegherebbe anche gli applausi e la commozione dei giornalisti. Dal premier due ore e mezza di autocelebrazioni: dice tra le righe che i suoi obiettivi sono stati raggiunti ma questo non ci risulta da nessuna evidenza. Nessuna ammissione di colpa, invece», aggiunge la Meloni, «sugli errori e le contraddizioni del governo di questi mesi, a partire dalla gestione della pandemia». «Draghi», infierisce la senatrice di Fdi Daniela Santanchè a Rai Radio 1, «ha mandato un messaggio chiaro e forte alla sua maggioranza: se vi andavo bene come premier ora mi mandate a fare il presidente della Repubblica sennò vi attaccate al tram». Spiazzati i dem: dal Nazareno trapela che il Pd «condivide il giudizio sulla prosecuzione fino alla scadenza naturale della legislatura con continuità dell’azione di governo». «Il M5s», fanno sapere fonti pentastellate, «ritiene necessaria una continuità dell’azione di governo, per non lasciare i cittadini e le istituzioni in condizioni di vacatio, senza un governo, che comporterebbe seri problemi per tutti». «Appare evidente», dicono fonti di Leu, «che il raggiungimento di questi risultati verrebbe inevitabilmente messo in discussione da una fase di incertezza istituzionale che alterasse gli attuali delicati equilibri di governo e di maggioranza».
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L’ex banchiere si sbilancia: «Il governo procede indipendentemente da chi lo guida. Coalizione ampia anche per eleggere il presidente».I partiti spiazzati dall’accelerata. «Come si va avanti senza di lui?» Forze politiche disorientate: la maggioranza non regge con un altro capo dell’esecutivo. Lo speciale comprende due articoli. E meno male che non era un «politico»! Mario Draghi trasforma la conferenza stampa di fine anno in quella di fine mandato (a Palazzo Chigi), si candida, anzi si stracandida, al Quirinale utilizzando con raffinata maestria l’arsenale retorico del politichese old school. La trovata del «nonno al servizio delle istituzioni» è stata studiata accuratamente, e raggiunge l’effetto di conquistare i titoli dei giornali on line e dei tg, consegnando agli italiani l’immagine rassicurante di «Nonno Mario» e imbiancando di colpo la chioma del premier, troppo corvina per quel che è l’immagine che gli italiani hanno del presidente della Repubblica, quella di una figura che dopo aver servito la nazione nel suo ambito di competenza ascende al Colle e assume il ruolo di arbitro super partes. Nonno Mario, però, sa bene, molto bene, che tra la sua ambizione di diventare capo dello Stato e la realizzazione del progetto c’è di mezzo un Parlamento terrorizzato dall’idea che la sua elezione al Colle comporti il ritorno alle urne, e cerca in ogni modo di tranquillizzare deputati e senatori: «È essenziale», sottolinea Draghi, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale». Riavvolgiamo il nastro di questa conferenza stampa così attesa, e partiamo dalla risposta alla prima domanda, la più scontata: «Presidente, considera indispensabile che la legislatura prosegua per un altro anno, e per garantire continuità all’azione del governo, considera necessario che lei rimanga alla guida?». Draghi scoppia a ridere, rivolge un applauso alla giornalista e risponde: «Noi abbiamo conseguito tre grandi risultati. Abbiamo reso l’Italia uno dei Paesi più vaccinati del mondo, abbiamo consegnato in tempo il Pnrr e abbiamo raggiunto i 51 obiettivi, quindi abbiamo creato le condizioni perché il lavoro sul Pnrr continui. Il governo ha creato queste condizioni indipendentemente da chi ci sarà: l’importante», sottolinea Draghi, «è che il governo sia sostenuto da una maggioranza come quella che ha sostenuto questo governo, ed è la più ampia possibile. È una maggioranza che voglio ringraziare molto perché capisco benissimo che non è facile per i partiti lavorare insieme pur avendo idee spesso drammaticamente diverse. Eppure», aggiunge Draghi, ci siamo riusciti». Dunque, gli obiettivi sono stati raggiunti e il lavoro sul Pnrr continuerà indipendentemente da chi sarà a Palazzo Chigi. Traduzione: per quanto mi riguarda, posso tranquillamente andare al Quirinale. Le immaginiamo, le facce di quelle centinaia e centinaia di deputati e senatori che, tra taglio dei parlamentari e crolli di consenso dei rispettivi partiti, hanno pregato e acceso ceri affinché Draghi restasse a Palazzo Chigi per conservare la poltrona per un altro annetto, almeno fino a settembre, quando matureranno i vitalizi per quelli alla prima legislatura. Nonno Mario prova a rassicurare tutti: «È essenziale», dice il premier, «per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, di attuazione del Pnrr che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale». Basterà a tranquillizzare deputati e senatori? A convincerli che eleggere Draghi al Quirinale non vorrà dire tornarsene a casa? Certo che no, e infatti Draghi alla carota fa seguire il bastone: «Avendo detto che ci vuole una maggioranza ampia», sottolinea Draghi, «anche più ampia della attuale perché l’azione di governo continui, è immaginabile una maggioranza che si spacchi sulla elezione del presidente della Repubblica e si ricomponga nel sostegno al governo?». Traduzione: attenti che se si elegge un capo dello Stato senza una super maggioranza, ovvero un capo dello Stato che non sia io, crolla tutto lo stesso. La risposta all’ennesima domanda sul Quirinale è un’altra conferma alla sua ambizione di succedere a Sergio Mattarella: «Il mio destino personale non conta assolutamente niente», dice Draghi, «non ho particolari aspirazioni di un tipo o di un altro, sono un uomo, se volete un nonno, al servizio delle istituzioni. Io non immagino il mio futuro all’interno o all’esterno delle Istituzioni. L’ho detto una volta rispondendo ad una domanda fatta da alcuni ragazzini al punto luce di Torre Maura: l’importante è vivere il presente», filosofeggia Nonno Mario, «e farlo al meglio possibile. Forse sbaglio, ma i motivi del successo del governo, per me sicuramente ma credo anche per altri ministri, è che ha lavorato sul presente senza chiedersi cosa c’è nel futuro, cosa c’è per me nel futuro». Ma i partiti sono in grado di trovare un altro premier che possa tenere unita l’attuale maggioranza? «Questo», risponde Draghi, «dovete chiederlo a loro. Il governo comincia con una chiamata del presidente Mattarella, che si è tradotta con una vicinanza costante all’azione di governo. Ma la responsabilità dell’azione di governo sta nel Parlamento. È il Parlamento che decide la vita del governo». È immaginabile un presidente della Repubblica che possa incidere sull’azione del governo? «Il governo previsto dalla Costituzione», sottolinea ancora Draghi, «è parlamentare. Il presidente della Repubblica non è tanto un notaio quanto un garante». Infine una nota sulla crisi tra Russia e Ucraina: «Le relazioni tra l’Ucraina e la Russia», sottolinea il premier, «sono disciplinate dagli accordi di Minsk, che non sono stati osservati da nessuna delle due parti. Quindi l’osservanza di questi accordi potrebbe essere un primo passo per sdrammatizzare la situazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scatto-di-nonno-mario-si-butta-sul-colle-e-passa-la-palla-allaula-2656093445.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-partiti-spiazzati-dallaccelerata-come-si-va-avanti-senza-di-lui" data-post-id="2656093445" data-published-at="1640205061" data-use-pagination="False"> I partiti spiazzati dall’accelerata. «Come si va avanti senza di lui?» «Sul tavolo ora abbiamo tre problemi: il Quirinale, la successione a Palazzo Chigi e la durata delle legislatura. Votare con il Rosatellum sarebbe una sciagura. Anche per il Pd, non è più il momento di stare a guardare»: la sintesi di quello che pensano, e in qualche caso dicono, i principali esponenti politici, dopo la conferenza stampa di Mario Draghi, è del senatore del Pd Andrea Marcucci, che da buon toscano dice pane al pane e vino al vino. L’autocandidatura al Quirinale dell’attuale premier è infatti una bella grana per un po’ tutti i partiti: l’idea di Nonno Mario, ovvero piazzare un suo clone a Palazzo Chigi, per esempio Marta Cartabia o Daniele Franco, senza che la maggioranza batta ciglio, non è così semplice da mettere in pratica. C’è il rischio che crolli tutto, e che il primo atto di un Draghi Capo dello Stato sia sciogliere le camere e indire le elezioni anticipate. Il che porta a un secondo rischio, ovvero che nel segreto dell’urna qualche deputato o senatore non voti per l’attuale premier, facendo a quel punto esplodere una delle crisi più complesse della storia repubblicana. Matteo Salvini, in serata, sgancia la bomba: «Un governo che ha ben lavorato», dice il leader della Lega, «guidato da una personalità autorevole come Draghi, credo che debba poter andare avanti: se togli una casella autorevole come Draghi del doman non ci sarebbe certezza. Conto di poter lavorare ancora con questa squadra». Tattica? Necessità di mostrare a Silvio Berlusconi fedeltà assoluta? Non si sa: quello che si sa è che Salvini incalza: «Draghi è Draghi», argomenta Salvini, «la sua autorevolezza come presidente del Consiglio ce l’ha solo Draghi. Stiamo lavorando bene? Sì. È una maggioranza complessa da gestire? Sì. Draghi tiene insieme tutto questo, chiunque non sia Draghi avrebbe molta più difficoltà. Il Paese sta attraversando momenti difficili. Ogni incognita nei prossimi mesi è un rischio. La stabilità di cui tutti parlano è un valore aggiunto. Un nome alternativo? Parliamo a gennaio», sottolinea ancora Salvini, «a me le idee non mancano. Avanti con Draghi è quello che dirò anche al vertice del centrodestra». Vertice in programma oggi, a Villa Grande, residenza romana di un Silvio Berlusconi al quale la candidatura al Colle di Draghi non può certo far piacere, considerato che all’ascesa al Colle il leader di Forza Italia crede ancora. Del resto, se Draghi è nonno, lui è diventato bisnonno: ieri si è appreso che Lucrezia Vittoria Berlusconi, figlia di Piersilvio, ad aprile 2021 ha dato alla luce la piccola Olivia. Un pronipote e 14 nipoti: da questo punto di vista con Draghi, che ha due nipoti, non c’è partita. Non a caso, in una call di auguri con gli europarlamentari di Forza Italia, bisnonno Silvio, a quanto apprende La Verità, dice che lui e Draghi sarebbero «una coppia straordinaria»: uno al Colle, naturalmente, e uno a Palazzo Chigi. «Questo governo», aggiunge Berlusconi, «rappresenta una esperienza di grande successo e vorremmo continuasse, senza scossoni, fino alla fine della legislatura». Durissima Giorgia Meloni: «Più che una conferenza di fine anno», commenta la leader di Fratelli d’Italia, «quella di Draghi è sembrata una conferenza di fine mandato e questo spiegherebbe anche gli applausi e la commozione dei giornalisti. Dal premier due ore e mezza di autocelebrazioni: dice tra le righe che i suoi obiettivi sono stati raggiunti ma questo non ci risulta da nessuna evidenza. Nessuna ammissione di colpa, invece», aggiunge la Meloni, «sugli errori e le contraddizioni del governo di questi mesi, a partire dalla gestione della pandemia». «Draghi», infierisce la senatrice di Fdi Daniela Santanchè a Rai Radio 1, «ha mandato un messaggio chiaro e forte alla sua maggioranza: se vi andavo bene come premier ora mi mandate a fare il presidente della Repubblica sennò vi attaccate al tram». Spiazzati i dem: dal Nazareno trapela che il Pd «condivide il giudizio sulla prosecuzione fino alla scadenza naturale della legislatura con continuità dell’azione di governo». «Il M5s», fanno sapere fonti pentastellate, «ritiene necessaria una continuità dell’azione di governo, per non lasciare i cittadini e le istituzioni in condizioni di vacatio, senza un governo, che comporterebbe seri problemi per tutti». «Appare evidente», dicono fonti di Leu, «che il raggiungimento di questi risultati verrebbe inevitabilmente messo in discussione da una fase di incertezza istituzionale che alterasse gli attuali delicati equilibri di governo e di maggioranza».
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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