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2021-10-27
Qatar, Arabia Saudita ed Emirati: i nuovi padroni del calcio
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Ansa
300 milioni di sterline, pari a circa 350 milioni di euro, più altri 700 da investire subito sul mercato per rinforzare la squadra. Un'operazione che sfonda la soglia del miliardo di euro e che ha provocato un terremoto in quello che per numeri, ricavi e giro d'affari è il campionato più redditizio del mondo, la Premier League inglese. L'acquisto del Newcastle United da parte di Pif - Public investment fund - il fondo di investimenti sovrano del governo saudita con a capo lo sceicco Moḥammad bin Salman e con un patrimonio complessivo stimato in 500 miliardi di dollari, è una notizia che non poteva non provocare tanto clamore quanto mal di pancia in tutto il mondo del calcio, inglese e non solo.
Mal di pancia perché la Premier League come istituzione che governa il calcio inglese aveva manifestato più di un dubbio, bloccando in passato un'operazione che di fatto è solo stata rimandata, riguardo al fatto che un club diventasse di proprietà di un Paese, l'Arabia Saudita, sul quale pendono accuse di abusi e violazione dei diritti umani. Premier che avrebbe avuto «assicurazioni importanti sul fatto che lo stato saudita non controllerà direttamente il Newcastle», dando così il via libera al passaggio di proprietà dall'imprenditore inglese Mike Ashley allo sceicco saudita. Sul tema è intervenuta anche Amnesty International dicendo, attraverso le parole del presidente Sacha Deshmurk, che «questo è un chiaro tentativo delle autorità saudite di coprire i loro vergognosi abusi dei diritti umani con il glamour del football inglese».
I tifosi del Newcastle hanno, ovviamente, accolto l'avvento dei sauditi con cori e feste per le strade, sfilando addirittura fuori St James' Park come se avessero vinto un trofeo. «Siamo contro ogni abuso, per il rispetto della diversità, contro i pregiudizi. Noi non possiamo fare molto per i diritti umani» - si legge su un comunicato della tifoseria - «ma è ingiusto prendersela con noi. L'Arabia Saudita ha rapporti con il governo britannico e investe nel Regno Unito. Se qualcuno volesse impedire la sua presenza nel calcio, spetterebbe alla Premier League farlo». Tifosi che sognano, dopo 14 anni di sofferenza e ben due retrocessioni in Seconda divisione, di tornare ai fasti di un tempo, quando grazie ai gol di Alan Shearer il club bianconero frequentava le piazze alte della classifica e giocava in Champions League. Proprio Shearer, che dei Magpies è una leggenda con 148 gol in 303 presenze, è stato accusato da Julian Knight, un parlamentare inglese a capo del comitato cultura, media e sport del governo, di «apologia del regime saudita» per aver commentato sui canali della Bbc la notizia dell'acquisto del Newcastle da parte del fondo Pif come «un giorno speciale per il club», aggiungendo però anche che «la questione dei diritti umani non deve passare in secondo piano».
Al momento del closing il Newcastle naviga in piena zona retrocessione e si trova al penultimo posto in classifica con appena quattro punti racimolati in nove partite. La prima mossa della nuova proprietà è stata quella di esonerare il manager allenatore Steve Bruce e affidare la guida tecnica della squadra ad interim a Graeme Jones in attesa di individuare un profilo adatto. Tra i nomi in lizza ci sono Antonio Conte, Unay Emery e Steven Gerrard. Per rinforzare la squadra, invece, bisognerà aspettare gennaio 2022, quando si aprirà la sessione di calciomercato invernale. Secondo i media inglesi la nuova proprietà avrebbe intenzione di investire subito 600 milioni di sterline, pari circa a 700 milioni di euro. E senza violare le regole del fair play finanziario imposto dalla Football Association sfruttando il regolamento economico del calcio inglese che permette ai club di registrare una perdita di bilancio in tre stagioni fino a 105 milioni di sterline, pari a circa 125 milioni di euro. Non partecipando ad alcuna competizione europea, le spese del Newcastle non dovrebbero al momento finire sotto la lente d'ingrandimento della Uefa.
Poi sarà la volta di mettere mano al portafogli per costruire un nuovo centro sportivo, ma soprattutto riammodernare St James' Park. Investimenti che potrebbero rivoluzionare gli equilibri del campionato inglese e che non lasciano indifferenti gli altri club con i proprietari delle altre 19 squadre che hanno deciso di bloccare le sponsorizzazioni provenienti dal mondo saudita. Alla prima partita dei Magpies sotto la nuova gestione del presidente Yasir al-Rumayyan, che del fondo Pif ne è il governatore, nell'1-1 dello scorso 23 ottobre contro il Crystal Palace, squadra e tifosi sono stati accolti a Selhurst Park da un lungo striscione che riportava le seguenti e durissime parole: «L'Arabia Saudita, un paese controllato dalla paura, dove le donne sono cittadini di seconda classe, i giornalisti vengono silenziati, imprigionati e uccisi e i dissidenti torturati. Dare l'ok per l'acquisto del Newcastle in un momento in cui la Premier League promuove uguaglianza, pari diritti e il calcio femminile mostra tutta l'ipocrisia della Lega e il fatto che l'unico obiettivo siano i profitti. Il Newcastle viene oggi utilizzato per ripulire soldi sporchi di un governo corrotto e i tifosi Magpies dovrebbero tenerlo in considerazione quando dicono che "hanno riavuto indietro il loro club"». Inoltre, secondo quanto riferito dal Guardian, gli altri club avrebbero convocato un'assemblea d'emergenza per bloccare appunto un accordo di sponsorizzazione che avrebbe coperto di denaro il Newcastle aggiungendo altri 200 milioni di euro alla propria capacità di spesa, firmando un nuovo regolamento che vieta accordi commerciali preesistenti e approvato con 18 voti a favore, uno contrario - il Newcastle stesso - e un astenuto, il Manchester City. Il timore del fronte anti Newcastle sta nella possibilità che i Magpies possano siglare partnership interne al regno saudita troppo vantaggiose.
Tutto questo si inserisce in uno scenario internazionale che vede sfidarsi a colpi di petrodollari investiti nel calcio mondiale i Paesi del golfo. Quella di bin Salman è una risposta agli sceicchi degli Emirati, ormai da diversi anni alla guida di Manchester City e Paris Saint-Germain, ma soprattutto a quelli del Qatar che si apprestano a raccogliere i frutti dei Mondiali al via tra un anno negli Emirati. E il Newcastle pare essere soltanto la prima tessera di un effetto domino che vede il fondo saudita puntare non solo altri club di spessore internazionale come l'Inter e l'Olympique Marsiglia, ma anche i Mondiali del 2030.
Dopo Ibrahimovic, Thiago Silva, Messi e Donnarumma, ora è il turno di Beckham

David Beckham (Ansa)
Non è stato nemmeno troppo difficile per il Qatar diventare in meno di 10 anni uno dei simboli mondiali del mondo del calcio. Nel solo 2020 il Pil del Qatar si è attestato intorno ai 150 miliardi di dollari. Il Paese detiene la terza riserva al mondo di gas naturale liquefatto (Gn), ma soprattutto è uno dei più grandi investitori del mondo, con un patrimonio detenuto dal fondo sovrano, la Qatar Investment Authority, stimato tra i 100 e i 200 miliardi di dollari. Il prossimo anno, tra novembre e dicembre, nella monarchia dell'emirato della famiglia Al Thani si svolgeranno i mondiali di calcio. E per l'occasione gli emiri hanno deciso di regalarsi come ambasciatore un ex giocatore di fama mondiale come David Beckham, ex centrocampista di Manchester United, Real Madrid, Milan e Paris Saint-Germain e della nazionale inglese. Il costo è al solito spropositato: Beckham guadagnerà 15 milioni di sterline all'anno per 10 anni, in totale 150 milioni di euro.
È l'ennesima figurina che ha voluto regalarsi Nasser Ghanim Tubir Al-Khelaïfi , storico numero uno del fondo del Qatar (la cassaforte delle finanze qatarine) e presidente del Paris Saint-Germain. Al Khelaifi va avanti da anni a collezionare figurine. Incominciò nel 2012 con l'acquisto di Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva dal Milan, ha poi continuato negli anni a comprare campioni a destra e manca. Quest'anno sono arrivati Gianluigi Donnarumma, Lionel Messi e Achraf Hakimi, oltre ai già presenti in rosa Neymar e Kylian Mbappe, per citare solo i più noti. Il Qatar come Arabia Saudita e Emirati Arabi, sta cercando di diversificare la proprio economia interna, incentrata sul petrolio. I paesi del golfo fanno così a gara da anni a trovare nuovi canali economici per poter mantenere stabile la loro economia (il Qatar ha il prodotto interno lordo più alto del mondo), che un giorno potrebbe subire contraccolpi da un possibile minor utilizzo del petrolio. È una sfida. Anche per questo l'Arabia Saudita ha deciso di investire in Premier League nel Newcastle. Non solo. C'è un'altra monarchia del golfo presente nel calcio, gli Emirati Arabi Uniti, proprietari del Manchester City.
La notizia di Beckham (che aveva giocato anche lui nel Psg nella stagione 2012-2013) sta già creando qualche polemica, anche perché come noto il Qatar per arrivare a questo traguardo ha dovuto impiegare una forza lavoro mai vista per costruire le strutture che ospiteranno i mondiali. Si calcola che dal 2010 a oggi più di 6.500 lavoratori migranti – dodici ogni settimana – sono morti nel paese. La maggior parte di loro era arrivata da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. I dati sono stati pubblicati ottenuti in esclusiva dal Guardian: quelli che arrivano da India, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka rivelano che 5.927 persone sono morte tra il 2011 e il 2020. Altri dati dell'ambasciata del Pakistan in Qatar riferiscono di altri 824 lavoratori pachistani morti tra il 2010 e il 2020. Ma al mondo del calcio questi dettagli non sembrano interessare poi molto. Del resto da 10 anni il Qatar inonda il pallone di soldi. Basti pensare che nel 2011 la Qatar Foundation aveva pagato 150 milioni di euro per un contratto quinquennale per diventare il primo sponsor in assoluto della maglia del Barcellona, uno degli spazi pubblicitari più prestigiosi. Nel 2013 quell'accordo è stato convertito nella prima vera sponsorizzazione aziendale del Barcellona. A questo si è aggiunto l'accordo con Qatar Airways da 96 milioni di dollari.
Mentre si faceva tappa in Spagna, nel maggio del 2011 il Qatar ha deciso di acquistare il Paris Saint-Germain, tramite la Qatar Sports Investments, di proprietà statale. L'accordo sarebbe stato trovato nel 2010, durante un pranzo tra l'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, l'allora presidente dell'Uefa Michel Platini e da Tamim bin Hamad al-Thani, primo ministro del Qatar. A quanto pare sarebbe stato Sarkozy a convincere il Qatar all'acquisto del Psg, in questo modo Platini avrebbe poi votato a favore della Coppa del Mondo del 2022 in Qatar. La ricostruzione è stata anche confermata. Sta di fatto che Laurent Platini, figlio di Michel, è diventato poi amministratore delegato di Burrda, la società di abbigliamento sportivo di proprietà di Qatar Sport Investment. Come per l'Arabia Saudita, anche a Doha hanno programmato un piano di sviluppo in vista del 2030. La strategia del Qatar è quella di costruire rapidamente basi favorevoli all'Occidente per un'economia moderna post-gas, e in parte di difesa dall'espansionismo del vicino di casa Mohammad bin Salman. In questi anni è stato lanciato anche un altro progetto, lanciato dai grandi fondi di investimento di Doha. È nata infatti l'Accademia Aspire, un progetto per trovare giovani talenti nel mondo del calcio, in Africa, Asia e America Latina. Giovani giocatori vengono esaminati nei centri in tutta l'Africa, in Paraguay, Thailandia e Vietnam. Secondo alcuni, molti di questi Paesi starebbero ricevendo indietro quanto promesso per il voto dei mondiali del 2022. Il Qatar, del resto, paga tutti.
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L'acquisto del Newcastle da parte del fondo Pif che fa capo allo sceicco Moḥammad bin Salman, ha sconquassato tutta la Premier League. Gli altri club non ci stanno e pensano al blocco degli sponsor. E intanto sono pronti 700 milioni di euro da immettere sul mercato. In barba al fair play finanziario.Dal 2011 il Qatar investe nel calcio europeo, prima come sponsor del Barcellona poi come proprietario del Paris Saint-Germain. I mondiali del prossimo anno rappresentano una prova di forza con le altre monarchie del golfo in vista della diversificazione dell'economia troppo legata a gas e petrolio.Lo speciale contiene due articoli.300 milioni di sterline, pari a circa 350 milioni di euro, più altri 700 da investire subito sul mercato per rinforzare la squadra. Un'operazione che sfonda la soglia del miliardo di euro e che ha provocato un terremoto in quello che per numeri, ricavi e giro d'affari è il campionato più redditizio del mondo, la Premier League inglese. L'acquisto del Newcastle United da parte di Pif - Public investment fund - il fondo di investimenti sovrano del governo saudita con a capo lo sceicco Moḥammad bin Salman e con un patrimonio complessivo stimato in 500 miliardi di dollari, è una notizia che non poteva non provocare tanto clamore quanto mal di pancia in tutto il mondo del calcio, inglese e non solo.Mal di pancia perché la Premier League come istituzione che governa il calcio inglese aveva manifestato più di un dubbio, bloccando in passato un'operazione che di fatto è solo stata rimandata, riguardo al fatto che un club diventasse di proprietà di un Paese, l'Arabia Saudita, sul quale pendono accuse di abusi e violazione dei diritti umani. Premier che avrebbe avuto «assicurazioni importanti sul fatto che lo stato saudita non controllerà direttamente il Newcastle», dando così il via libera al passaggio di proprietà dall'imprenditore inglese Mike Ashley allo sceicco saudita. Sul tema è intervenuta anche Amnesty International dicendo, attraverso le parole del presidente Sacha Deshmurk, che «questo è un chiaro tentativo delle autorità saudite di coprire i loro vergognosi abusi dei diritti umani con il glamour del football inglese».I tifosi del Newcastle hanno, ovviamente, accolto l'avvento dei sauditi con cori e feste per le strade, sfilando addirittura fuori St James' Park come se avessero vinto un trofeo. «Siamo contro ogni abuso, per il rispetto della diversità, contro i pregiudizi. Noi non possiamo fare molto per i diritti umani» - si legge su un comunicato della tifoseria - «ma è ingiusto prendersela con noi. L'Arabia Saudita ha rapporti con il governo britannico e investe nel Regno Unito. Se qualcuno volesse impedire la sua presenza nel calcio, spetterebbe alla Premier League farlo». Tifosi che sognano, dopo 14 anni di sofferenza e ben due retrocessioni in Seconda divisione, di tornare ai fasti di un tempo, quando grazie ai gol di Alan Shearer il club bianconero frequentava le piazze alte della classifica e giocava in Champions League. Proprio Shearer, che dei Magpies è una leggenda con 148 gol in 303 presenze, è stato accusato da Julian Knight, un parlamentare inglese a capo del comitato cultura, media e sport del governo, di «apologia del regime saudita» per aver commentato sui canali della Bbc la notizia dell'acquisto del Newcastle da parte del fondo Pif come «un giorno speciale per il club», aggiungendo però anche che «la questione dei diritti umani non deve passare in secondo piano».Al momento del closing il Newcastle naviga in piena zona retrocessione e si trova al penultimo posto in classifica con appena quattro punti racimolati in nove partite. La prima mossa della nuova proprietà è stata quella di esonerare il manager allenatore Steve Bruce e affidare la guida tecnica della squadra ad interim a Graeme Jones in attesa di individuare un profilo adatto. Tra i nomi in lizza ci sono Antonio Conte, Unay Emery e Steven Gerrard. Per rinforzare la squadra, invece, bisognerà aspettare gennaio 2022, quando si aprirà la sessione di calciomercato invernale. Secondo i media inglesi la nuova proprietà avrebbe intenzione di investire subito 600 milioni di sterline, pari circa a 700 milioni di euro. E senza violare le regole del fair play finanziario imposto dalla Football Association sfruttando il regolamento economico del calcio inglese che permette ai club di registrare una perdita di bilancio in tre stagioni fino a 105 milioni di sterline, pari a circa 125 milioni di euro. Non partecipando ad alcuna competizione europea, le spese del Newcastle non dovrebbero al momento finire sotto la lente d'ingrandimento della Uefa.Poi sarà la volta di mettere mano al portafogli per costruire un nuovo centro sportivo, ma soprattutto riammodernare St James' Park. Investimenti che potrebbero rivoluzionare gli equilibri del campionato inglese e che non lasciano indifferenti gli altri club con i proprietari delle altre 19 squadre che hanno deciso di bloccare le sponsorizzazioni provenienti dal mondo saudita. Alla prima partita dei Magpies sotto la nuova gestione del presidente Yasir al-Rumayyan, che del fondo Pif ne è il governatore, nell'1-1 dello scorso 23 ottobre contro il Crystal Palace, squadra e tifosi sono stati accolti a Selhurst Park da un lungo striscione che riportava le seguenti e durissime parole: «L'Arabia Saudita, un paese controllato dalla paura, dove le donne sono cittadini di seconda classe, i giornalisti vengono silenziati, imprigionati e uccisi e i dissidenti torturati. Dare l'ok per l'acquisto del Newcastle in un momento in cui la Premier League promuove uguaglianza, pari diritti e il calcio femminile mostra tutta l'ipocrisia della Lega e il fatto che l'unico obiettivo siano i profitti. Il Newcastle viene oggi utilizzato per ripulire soldi sporchi di un governo corrotto e i tifosi Magpies dovrebbero tenerlo in considerazione quando dicono che "hanno riavuto indietro il loro club"». Inoltre, secondo quanto riferito dal Guardian, gli altri club avrebbero convocato un'assemblea d'emergenza per bloccare appunto un accordo di sponsorizzazione che avrebbe coperto di denaro il Newcastle aggiungendo altri 200 milioni di euro alla propria capacità di spesa, firmando un nuovo regolamento che vieta accordi commerciali preesistenti e approvato con 18 voti a favore, uno contrario - il Newcastle stesso - e un astenuto, il Manchester City. Il timore del fronte anti Newcastle sta nella possibilità che i Magpies possano siglare partnership interne al regno saudita troppo vantaggiose.Tutto questo si inserisce in uno scenario internazionale che vede sfidarsi a colpi di petrodollari investiti nel calcio mondiale i Paesi del golfo. Quella di bin Salman è una risposta agli sceicchi degli Emirati, ormai da diversi anni alla guida di Manchester City e Paris Saint-Germain, ma soprattutto a quelli del Qatar che si apprestano a raccogliere i frutti dei Mondiali al via tra un anno negli Emirati. E il Newcastle pare essere soltanto la prima tessera di un effetto domino che vede il fondo saudita puntare non solo altri club di spessore internazionale come l'Inter e l'Olympique Marsiglia, ma anche i Mondiali del 2030.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sauditi-gamba-tesa-calcio-inglese-2655406596.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-ibrahimovic-thiago-silva-messi-e-donnarumma-ora-e-il-turno-di-beckham" data-post-id="2655406596" data-published-at="1635345389" data-use-pagination="False"> Dopo Ibrahimovic, Thiago Silva, Messi e Donnarumma, ora è il turno di Beckham David Beckham (Ansa) Non è stato nemmeno troppo difficile per il Qatar diventare in meno di 10 anni uno dei simboli mondiali del mondo del calcio. Nel solo 2020 il Pil del Qatar si è attestato intorno ai 150 miliardi di dollari. Il Paese detiene la terza riserva al mondo di gas naturale liquefatto (Gn), ma soprattutto è uno dei più grandi investitori del mondo, con un patrimonio detenuto dal fondo sovrano, la Qatar Investment Authority, stimato tra i 100 e i 200 miliardi di dollari. Il prossimo anno, tra novembre e dicembre, nella monarchia dell'emirato della famiglia Al Thani si svolgeranno i mondiali di calcio. E per l'occasione gli emiri hanno deciso di regalarsi come ambasciatore un ex giocatore di fama mondiale come David Beckham, ex centrocampista di Manchester United, Real Madrid, Milan e Paris Saint-Germain e della nazionale inglese. Il costo è al solito spropositato: Beckham guadagnerà 15 milioni di sterline all'anno per 10 anni, in totale 150 milioni di euro. È l'ennesima figurina che ha voluto regalarsi Nasser Ghanim Tubir Al-Khelaïfi , storico numero uno del fondo del Qatar (la cassaforte delle finanze qatarine) e presidente del Paris Saint-Germain. Al Khelaifi va avanti da anni a collezionare figurine. Incominciò nel 2012 con l'acquisto di Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva dal Milan, ha poi continuato negli anni a comprare campioni a destra e manca. Quest'anno sono arrivati Gianluigi Donnarumma, Lionel Messi e Achraf Hakimi, oltre ai già presenti in rosa Neymar e Kylian Mbappe, per citare solo i più noti. Il Qatar come Arabia Saudita e Emirati Arabi, sta cercando di diversificare la proprio economia interna, incentrata sul petrolio. I paesi del golfo fanno così a gara da anni a trovare nuovi canali economici per poter mantenere stabile la loro economia (il Qatar ha il prodotto interno lordo più alto del mondo), che un giorno potrebbe subire contraccolpi da un possibile minor utilizzo del petrolio. È una sfida. Anche per questo l'Arabia Saudita ha deciso di investire in Premier League nel Newcastle. Non solo. C'è un'altra monarchia del golfo presente nel calcio, gli Emirati Arabi Uniti, proprietari del Manchester City. La notizia di Beckham (che aveva giocato anche lui nel Psg nella stagione 2012-2013) sta già creando qualche polemica, anche perché come noto il Qatar per arrivare a questo traguardo ha dovuto impiegare una forza lavoro mai vista per costruire le strutture che ospiteranno i mondiali. Si calcola che dal 2010 a oggi più di 6.500 lavoratori migranti – dodici ogni settimana – sono morti nel paese. La maggior parte di loro era arrivata da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. I dati sono stati pubblicati ottenuti in esclusiva dal Guardian: quelli che arrivano da India, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka rivelano che 5.927 persone sono morte tra il 2011 e il 2020. Altri dati dell'ambasciata del Pakistan in Qatar riferiscono di altri 824 lavoratori pachistani morti tra il 2010 e il 2020. Ma al mondo del calcio questi dettagli non sembrano interessare poi molto. Del resto da 10 anni il Qatar inonda il pallone di soldi. Basti pensare che nel 2011 la Qatar Foundation aveva pagato 150 milioni di euro per un contratto quinquennale per diventare il primo sponsor in assoluto della maglia del Barcellona, uno degli spazi pubblicitari più prestigiosi. Nel 2013 quell'accordo è stato convertito nella prima vera sponsorizzazione aziendale del Barcellona. A questo si è aggiunto l'accordo con Qatar Airways da 96 milioni di dollari. Mentre si faceva tappa in Spagna, nel maggio del 2011 il Qatar ha deciso di acquistare il Paris Saint-Germain, tramite la Qatar Sports Investments, di proprietà statale. L'accordo sarebbe stato trovato nel 2010, durante un pranzo tra l'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, l'allora presidente dell'Uefa Michel Platini e da Tamim bin Hamad al-Thani, primo ministro del Qatar. A quanto pare sarebbe stato Sarkozy a convincere il Qatar all'acquisto del Psg, in questo modo Platini avrebbe poi votato a favore della Coppa del Mondo del 2022 in Qatar. La ricostruzione è stata anche confermata. Sta di fatto che Laurent Platini, figlio di Michel, è diventato poi amministratore delegato di Burrda, la società di abbigliamento sportivo di proprietà di Qatar Sport Investment. Come per l'Arabia Saudita, anche a Doha hanno programmato un piano di sviluppo in vista del 2030. La strategia del Qatar è quella di costruire rapidamente basi favorevoli all'Occidente per un'economia moderna post-gas, e in parte di difesa dall'espansionismo del vicino di casa Mohammad bin Salman. In questi anni è stato lanciato anche un altro progetto, lanciato dai grandi fondi di investimento di Doha. È nata infatti l'Accademia Aspire, un progetto per trovare giovani talenti nel mondo del calcio, in Africa, Asia e America Latina. Giovani giocatori vengono esaminati nei centri in tutta l'Africa, in Paraguay, Thailandia e Vietnam. Secondo alcuni, molti di questi Paesi starebbero ricevendo indietro quanto promesso per il voto dei mondiali del 2022. Il Qatar, del resto, paga tutti.
Presentato il cartellone 2026/27: quindici titoli, nove nuovi allestimenti, tre appuntamenti dedicati alla danza e il gioiello barocco di Vivaldi Juditha triumphans. Un’ambiziosa tetralogia verista per l’inaugurazione e il gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij e la regia di Robert Carsen.
Dopo aver indossato il «Rosso» del sangue e del desiderio nella fortunata stagione che sta per chiudersi, il Teatro Regio di Torino ne annuncia una «Fatale» per il 2026/2027. Nulla di funesto - dove c’è un sipario la scaramanzia regna - l’orizzonte è la «volontà del fato» e il significato della vita. «La tragedia greca», spiega il sovrintendente francese Mathieu Jouvin, «ci insegna che è la morte a trasformare l’esistenza in destino. L’idea che ognuno di noi possa forgiare il suo a piacimento è molto moderna, ma forse non così vera. In questo senso il teatro può aiutarci ad accettare la realtà così com’è». Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle, e per realizzarlo il tempio sabaudo dell’Opera rilancia, passando da 10 a 15 titoli e da quattro a nove nuovi allestimenti (confermati i tre appuntamenti dedicati alla danza), con un gioiello barocco: Juditha triumphans, l’unico oratorio di Antonio Vivaldi arrivato a noi in forma integrale (a proposito, a pochi passi dal Regio c’è una collezione di manoscritti del Prete rosso che vale miliardi: bit.ly/4wiN0cc il link per i curiosi). Il totale fa 92 recite, numero fortunato all’ombra della Mole perché è anche la percentuale di riempimento della rassegna 2025/26, che si concluderà in giugno con Tosca di Giacomo Puccini (buona la Prima, mercoledì sera, del penultimo titolo in cartellone, I Puritani di Vincenzo Bellini: finale col botto, anzi con uno sparo di troppo, che si porta via il povero Arturo e l’happy ending).
Si parte il 15 ottobre con un’inaugurazione ardita: una tetralogia verista che omaggia Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo, due «soccombenti», direbbe Thomas Bernhard, davanti ai trionfi di Puccini. Dopo la consueta accoppiata dei rispettivi successi di gioventù, Cavalleria rusticana-Pagliacci, toccherà infatti alla Bohéme di Leoncavallo (27 ottobre) e a Iris di Mascagni (5 novembre). Inutile ricordare che la prima venne surclassata dal compositore lucchese, divertito dal fatto che il rivale stesse lavorando al medesimo soggetto («Egli musichi, io musicherò. Il pubblico giudicherà», sentenzierà sul Corsera) e la seconda - ambientata in Giappone - finì nel cono d’ombra di Madama Butterfly. «Una grande sfida produttiva», come l’ha definita il direttore artistico, Cristiano Sandri, un mini festival da 22 recite in poco più di un mese, che verrà affidato all’ottima bacchetta del direttore musicale, Andrea Battistoni, e a due registi, che si spartiranno i compositori: Francesco Micheli (Leoncavallo) e Daniele Menghini (Mascagni).
Nel tempo di Natale, come da tradizione, tornerà in primo piano la danza (da Roberto Bolle and Friends al Tokyo Ballet, fino all’immancabile Schiaccianoci di Ciajkovskij), mentre nel 2027 l’evocato Puccini marcherà il territorio con Edgar (26 gennaio), in una rara versione originaria in quattro atti. E Giuseppe Verdi? L’appassionato pubblico torinese, che ieri ha chiesto quando tornerà il Maestro Riccardo Muti e ha manifestato il desiderio di vedere rappresentati i titoli più trascurati del Cigno di Busseto, dovrà «accontentarsi» di Traviata (27 febbraio, regia di Jacopo Spirei), l’opera più eseguita al mondo. E potrà consolarsi, ad esempio, con Salome di Richard Strauss (6 aprile), diretta per la prima volta a Torino da Axel Kober. Gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij (15 giugno) e la celebre regia di Robert Carsen per il Met (nel 2027 compirà 30 anni), che pochi mesi fa ha commosso fino alle lacrime il Regio riproponendo la sua insuperabile visione dei Dialoghi delle carmelitane di Francis Poulenc.
Sicuri che l’Opera non importi più a nessuno, come dice il piccolo Timothée Chalamet? Da queste parti non la pensano così e tirano dritto. L’Anteprima giovani, ci fa sapere il teatro, in tre anni ha fatto registrare 35.000 presenze, con una vera e propria corsa forsennata al biglietto sia per i grandi classici, sia per i titoli meno pop (per polverizzare i tagliandi a volte bastano pochi minuti). Per tutto il resto c’è la Regio card, che permette agli studenti di tirar fuori solo 10 euro. Mica male per fare i conti con la volontà del fato e il significato della vita.
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