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2021-10-27
Qatar, Arabia Saudita ed Emirati: i nuovi padroni del calcio
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Ansa
300 milioni di sterline, pari a circa 350 milioni di euro, più altri 700 da investire subito sul mercato per rinforzare la squadra. Un'operazione che sfonda la soglia del miliardo di euro e che ha provocato un terremoto in quello che per numeri, ricavi e giro d'affari è il campionato più redditizio del mondo, la Premier League inglese. L'acquisto del Newcastle United da parte di Pif - Public investment fund - il fondo di investimenti sovrano del governo saudita con a capo lo sceicco Moḥammad bin Salman e con un patrimonio complessivo stimato in 500 miliardi di dollari, è una notizia che non poteva non provocare tanto clamore quanto mal di pancia in tutto il mondo del calcio, inglese e non solo.
Mal di pancia perché la Premier League come istituzione che governa il calcio inglese aveva manifestato più di un dubbio, bloccando in passato un'operazione che di fatto è solo stata rimandata, riguardo al fatto che un club diventasse di proprietà di un Paese, l'Arabia Saudita, sul quale pendono accuse di abusi e violazione dei diritti umani. Premier che avrebbe avuto «assicurazioni importanti sul fatto che lo stato saudita non controllerà direttamente il Newcastle», dando così il via libera al passaggio di proprietà dall'imprenditore inglese Mike Ashley allo sceicco saudita. Sul tema è intervenuta anche Amnesty International dicendo, attraverso le parole del presidente Sacha Deshmurk, che «questo è un chiaro tentativo delle autorità saudite di coprire i loro vergognosi abusi dei diritti umani con il glamour del football inglese».
I tifosi del Newcastle hanno, ovviamente, accolto l'avvento dei sauditi con cori e feste per le strade, sfilando addirittura fuori St James' Park come se avessero vinto un trofeo. «Siamo contro ogni abuso, per il rispetto della diversità, contro i pregiudizi. Noi non possiamo fare molto per i diritti umani» - si legge su un comunicato della tifoseria - «ma è ingiusto prendersela con noi. L'Arabia Saudita ha rapporti con il governo britannico e investe nel Regno Unito. Se qualcuno volesse impedire la sua presenza nel calcio, spetterebbe alla Premier League farlo». Tifosi che sognano, dopo 14 anni di sofferenza e ben due retrocessioni in Seconda divisione, di tornare ai fasti di un tempo, quando grazie ai gol di Alan Shearer il club bianconero frequentava le piazze alte della classifica e giocava in Champions League. Proprio Shearer, che dei Magpies è una leggenda con 148 gol in 303 presenze, è stato accusato da Julian Knight, un parlamentare inglese a capo del comitato cultura, media e sport del governo, di «apologia del regime saudita» per aver commentato sui canali della Bbc la notizia dell'acquisto del Newcastle da parte del fondo Pif come «un giorno speciale per il club», aggiungendo però anche che «la questione dei diritti umani non deve passare in secondo piano».
Al momento del closing il Newcastle naviga in piena zona retrocessione e si trova al penultimo posto in classifica con appena quattro punti racimolati in nove partite. La prima mossa della nuova proprietà è stata quella di esonerare il manager allenatore Steve Bruce e affidare la guida tecnica della squadra ad interim a Graeme Jones in attesa di individuare un profilo adatto. Tra i nomi in lizza ci sono Antonio Conte, Unay Emery e Steven Gerrard. Per rinforzare la squadra, invece, bisognerà aspettare gennaio 2022, quando si aprirà la sessione di calciomercato invernale. Secondo i media inglesi la nuova proprietà avrebbe intenzione di investire subito 600 milioni di sterline, pari circa a 700 milioni di euro. E senza violare le regole del fair play finanziario imposto dalla Football Association sfruttando il regolamento economico del calcio inglese che permette ai club di registrare una perdita di bilancio in tre stagioni fino a 105 milioni di sterline, pari a circa 125 milioni di euro. Non partecipando ad alcuna competizione europea, le spese del Newcastle non dovrebbero al momento finire sotto la lente d'ingrandimento della Uefa.
Poi sarà la volta di mettere mano al portafogli per costruire un nuovo centro sportivo, ma soprattutto riammodernare St James' Park. Investimenti che potrebbero rivoluzionare gli equilibri del campionato inglese e che non lasciano indifferenti gli altri club con i proprietari delle altre 19 squadre che hanno deciso di bloccare le sponsorizzazioni provenienti dal mondo saudita. Alla prima partita dei Magpies sotto la nuova gestione del presidente Yasir al-Rumayyan, che del fondo Pif ne è il governatore, nell'1-1 dello scorso 23 ottobre contro il Crystal Palace, squadra e tifosi sono stati accolti a Selhurst Park da un lungo striscione che riportava le seguenti e durissime parole: «L'Arabia Saudita, un paese controllato dalla paura, dove le donne sono cittadini di seconda classe, i giornalisti vengono silenziati, imprigionati e uccisi e i dissidenti torturati. Dare l'ok per l'acquisto del Newcastle in un momento in cui la Premier League promuove uguaglianza, pari diritti e il calcio femminile mostra tutta l'ipocrisia della Lega e il fatto che l'unico obiettivo siano i profitti. Il Newcastle viene oggi utilizzato per ripulire soldi sporchi di un governo corrotto e i tifosi Magpies dovrebbero tenerlo in considerazione quando dicono che "hanno riavuto indietro il loro club"». Inoltre, secondo quanto riferito dal Guardian, gli altri club avrebbero convocato un'assemblea d'emergenza per bloccare appunto un accordo di sponsorizzazione che avrebbe coperto di denaro il Newcastle aggiungendo altri 200 milioni di euro alla propria capacità di spesa, firmando un nuovo regolamento che vieta accordi commerciali preesistenti e approvato con 18 voti a favore, uno contrario - il Newcastle stesso - e un astenuto, il Manchester City. Il timore del fronte anti Newcastle sta nella possibilità che i Magpies possano siglare partnership interne al regno saudita troppo vantaggiose.
Tutto questo si inserisce in uno scenario internazionale che vede sfidarsi a colpi di petrodollari investiti nel calcio mondiale i Paesi del golfo. Quella di bin Salman è una risposta agli sceicchi degli Emirati, ormai da diversi anni alla guida di Manchester City e Paris Saint-Germain, ma soprattutto a quelli del Qatar che si apprestano a raccogliere i frutti dei Mondiali al via tra un anno negli Emirati. E il Newcastle pare essere soltanto la prima tessera di un effetto domino che vede il fondo saudita puntare non solo altri club di spessore internazionale come l'Inter e l'Olympique Marsiglia, ma anche i Mondiali del 2030.
Dopo Ibrahimovic, Thiago Silva, Messi e Donnarumma, ora è il turno di Beckham

David Beckham (Ansa)
Non è stato nemmeno troppo difficile per il Qatar diventare in meno di 10 anni uno dei simboli mondiali del mondo del calcio. Nel solo 2020 il Pil del Qatar si è attestato intorno ai 150 miliardi di dollari. Il Paese detiene la terza riserva al mondo di gas naturale liquefatto (Gn), ma soprattutto è uno dei più grandi investitori del mondo, con un patrimonio detenuto dal fondo sovrano, la Qatar Investment Authority, stimato tra i 100 e i 200 miliardi di dollari. Il prossimo anno, tra novembre e dicembre, nella monarchia dell'emirato della famiglia Al Thani si svolgeranno i mondiali di calcio. E per l'occasione gli emiri hanno deciso di regalarsi come ambasciatore un ex giocatore di fama mondiale come David Beckham, ex centrocampista di Manchester United, Real Madrid, Milan e Paris Saint-Germain e della nazionale inglese. Il costo è al solito spropositato: Beckham guadagnerà 15 milioni di sterline all'anno per 10 anni, in totale 150 milioni di euro.
È l'ennesima figurina che ha voluto regalarsi Nasser Ghanim Tubir Al-Khelaïfi , storico numero uno del fondo del Qatar (la cassaforte delle finanze qatarine) e presidente del Paris Saint-Germain. Al Khelaifi va avanti da anni a collezionare figurine. Incominciò nel 2012 con l'acquisto di Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva dal Milan, ha poi continuato negli anni a comprare campioni a destra e manca. Quest'anno sono arrivati Gianluigi Donnarumma, Lionel Messi e Achraf Hakimi, oltre ai già presenti in rosa Neymar e Kylian Mbappe, per citare solo i più noti. Il Qatar come Arabia Saudita e Emirati Arabi, sta cercando di diversificare la proprio economia interna, incentrata sul petrolio. I paesi del golfo fanno così a gara da anni a trovare nuovi canali economici per poter mantenere stabile la loro economia (il Qatar ha il prodotto interno lordo più alto del mondo), che un giorno potrebbe subire contraccolpi da un possibile minor utilizzo del petrolio. È una sfida. Anche per questo l'Arabia Saudita ha deciso di investire in Premier League nel Newcastle. Non solo. C'è un'altra monarchia del golfo presente nel calcio, gli Emirati Arabi Uniti, proprietari del Manchester City.
La notizia di Beckham (che aveva giocato anche lui nel Psg nella stagione 2012-2013) sta già creando qualche polemica, anche perché come noto il Qatar per arrivare a questo traguardo ha dovuto impiegare una forza lavoro mai vista per costruire le strutture che ospiteranno i mondiali. Si calcola che dal 2010 a oggi più di 6.500 lavoratori migranti – dodici ogni settimana – sono morti nel paese. La maggior parte di loro era arrivata da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. I dati sono stati pubblicati ottenuti in esclusiva dal Guardian: quelli che arrivano da India, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka rivelano che 5.927 persone sono morte tra il 2011 e il 2020. Altri dati dell'ambasciata del Pakistan in Qatar riferiscono di altri 824 lavoratori pachistani morti tra il 2010 e il 2020. Ma al mondo del calcio questi dettagli non sembrano interessare poi molto. Del resto da 10 anni il Qatar inonda il pallone di soldi. Basti pensare che nel 2011 la Qatar Foundation aveva pagato 150 milioni di euro per un contratto quinquennale per diventare il primo sponsor in assoluto della maglia del Barcellona, uno degli spazi pubblicitari più prestigiosi. Nel 2013 quell'accordo è stato convertito nella prima vera sponsorizzazione aziendale del Barcellona. A questo si è aggiunto l'accordo con Qatar Airways da 96 milioni di dollari.
Mentre si faceva tappa in Spagna, nel maggio del 2011 il Qatar ha deciso di acquistare il Paris Saint-Germain, tramite la Qatar Sports Investments, di proprietà statale. L'accordo sarebbe stato trovato nel 2010, durante un pranzo tra l'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, l'allora presidente dell'Uefa Michel Platini e da Tamim bin Hamad al-Thani, primo ministro del Qatar. A quanto pare sarebbe stato Sarkozy a convincere il Qatar all'acquisto del Psg, in questo modo Platini avrebbe poi votato a favore della Coppa del Mondo del 2022 in Qatar. La ricostruzione è stata anche confermata. Sta di fatto che Laurent Platini, figlio di Michel, è diventato poi amministratore delegato di Burrda, la società di abbigliamento sportivo di proprietà di Qatar Sport Investment. Come per l'Arabia Saudita, anche a Doha hanno programmato un piano di sviluppo in vista del 2030. La strategia del Qatar è quella di costruire rapidamente basi favorevoli all'Occidente per un'economia moderna post-gas, e in parte di difesa dall'espansionismo del vicino di casa Mohammad bin Salman. In questi anni è stato lanciato anche un altro progetto, lanciato dai grandi fondi di investimento di Doha. È nata infatti l'Accademia Aspire, un progetto per trovare giovani talenti nel mondo del calcio, in Africa, Asia e America Latina. Giovani giocatori vengono esaminati nei centri in tutta l'Africa, in Paraguay, Thailandia e Vietnam. Secondo alcuni, molti di questi Paesi starebbero ricevendo indietro quanto promesso per il voto dei mondiali del 2022. Il Qatar, del resto, paga tutti.
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L'acquisto del Newcastle da parte del fondo Pif che fa capo allo sceicco Moḥammad bin Salman, ha sconquassato tutta la Premier League. Gli altri club non ci stanno e pensano al blocco degli sponsor. E intanto sono pronti 700 milioni di euro da immettere sul mercato. In barba al fair play finanziario.Dal 2011 il Qatar investe nel calcio europeo, prima come sponsor del Barcellona poi come proprietario del Paris Saint-Germain. I mondiali del prossimo anno rappresentano una prova di forza con le altre monarchie del golfo in vista della diversificazione dell'economia troppo legata a gas e petrolio.Lo speciale contiene due articoli.300 milioni di sterline, pari a circa 350 milioni di euro, più altri 700 da investire subito sul mercato per rinforzare la squadra. Un'operazione che sfonda la soglia del miliardo di euro e che ha provocato un terremoto in quello che per numeri, ricavi e giro d'affari è il campionato più redditizio del mondo, la Premier League inglese. L'acquisto del Newcastle United da parte di Pif - Public investment fund - il fondo di investimenti sovrano del governo saudita con a capo lo sceicco Moḥammad bin Salman e con un patrimonio complessivo stimato in 500 miliardi di dollari, è una notizia che non poteva non provocare tanto clamore quanto mal di pancia in tutto il mondo del calcio, inglese e non solo.Mal di pancia perché la Premier League come istituzione che governa il calcio inglese aveva manifestato più di un dubbio, bloccando in passato un'operazione che di fatto è solo stata rimandata, riguardo al fatto che un club diventasse di proprietà di un Paese, l'Arabia Saudita, sul quale pendono accuse di abusi e violazione dei diritti umani. Premier che avrebbe avuto «assicurazioni importanti sul fatto che lo stato saudita non controllerà direttamente il Newcastle», dando così il via libera al passaggio di proprietà dall'imprenditore inglese Mike Ashley allo sceicco saudita. Sul tema è intervenuta anche Amnesty International dicendo, attraverso le parole del presidente Sacha Deshmurk, che «questo è un chiaro tentativo delle autorità saudite di coprire i loro vergognosi abusi dei diritti umani con il glamour del football inglese».I tifosi del Newcastle hanno, ovviamente, accolto l'avvento dei sauditi con cori e feste per le strade, sfilando addirittura fuori St James' Park come se avessero vinto un trofeo. «Siamo contro ogni abuso, per il rispetto della diversità, contro i pregiudizi. Noi non possiamo fare molto per i diritti umani» - si legge su un comunicato della tifoseria - «ma è ingiusto prendersela con noi. L'Arabia Saudita ha rapporti con il governo britannico e investe nel Regno Unito. Se qualcuno volesse impedire la sua presenza nel calcio, spetterebbe alla Premier League farlo». Tifosi che sognano, dopo 14 anni di sofferenza e ben due retrocessioni in Seconda divisione, di tornare ai fasti di un tempo, quando grazie ai gol di Alan Shearer il club bianconero frequentava le piazze alte della classifica e giocava in Champions League. Proprio Shearer, che dei Magpies è una leggenda con 148 gol in 303 presenze, è stato accusato da Julian Knight, un parlamentare inglese a capo del comitato cultura, media e sport del governo, di «apologia del regime saudita» per aver commentato sui canali della Bbc la notizia dell'acquisto del Newcastle da parte del fondo Pif come «un giorno speciale per il club», aggiungendo però anche che «la questione dei diritti umani non deve passare in secondo piano».Al momento del closing il Newcastle naviga in piena zona retrocessione e si trova al penultimo posto in classifica con appena quattro punti racimolati in nove partite. La prima mossa della nuova proprietà è stata quella di esonerare il manager allenatore Steve Bruce e affidare la guida tecnica della squadra ad interim a Graeme Jones in attesa di individuare un profilo adatto. Tra i nomi in lizza ci sono Antonio Conte, Unay Emery e Steven Gerrard. Per rinforzare la squadra, invece, bisognerà aspettare gennaio 2022, quando si aprirà la sessione di calciomercato invernale. Secondo i media inglesi la nuova proprietà avrebbe intenzione di investire subito 600 milioni di sterline, pari circa a 700 milioni di euro. E senza violare le regole del fair play finanziario imposto dalla Football Association sfruttando il regolamento economico del calcio inglese che permette ai club di registrare una perdita di bilancio in tre stagioni fino a 105 milioni di sterline, pari a circa 125 milioni di euro. Non partecipando ad alcuna competizione europea, le spese del Newcastle non dovrebbero al momento finire sotto la lente d'ingrandimento della Uefa.Poi sarà la volta di mettere mano al portafogli per costruire un nuovo centro sportivo, ma soprattutto riammodernare St James' Park. Investimenti che potrebbero rivoluzionare gli equilibri del campionato inglese e che non lasciano indifferenti gli altri club con i proprietari delle altre 19 squadre che hanno deciso di bloccare le sponsorizzazioni provenienti dal mondo saudita. Alla prima partita dei Magpies sotto la nuova gestione del presidente Yasir al-Rumayyan, che del fondo Pif ne è il governatore, nell'1-1 dello scorso 23 ottobre contro il Crystal Palace, squadra e tifosi sono stati accolti a Selhurst Park da un lungo striscione che riportava le seguenti e durissime parole: «L'Arabia Saudita, un paese controllato dalla paura, dove le donne sono cittadini di seconda classe, i giornalisti vengono silenziati, imprigionati e uccisi e i dissidenti torturati. Dare l'ok per l'acquisto del Newcastle in un momento in cui la Premier League promuove uguaglianza, pari diritti e il calcio femminile mostra tutta l'ipocrisia della Lega e il fatto che l'unico obiettivo siano i profitti. Il Newcastle viene oggi utilizzato per ripulire soldi sporchi di un governo corrotto e i tifosi Magpies dovrebbero tenerlo in considerazione quando dicono che "hanno riavuto indietro il loro club"». Inoltre, secondo quanto riferito dal Guardian, gli altri club avrebbero convocato un'assemblea d'emergenza per bloccare appunto un accordo di sponsorizzazione che avrebbe coperto di denaro il Newcastle aggiungendo altri 200 milioni di euro alla propria capacità di spesa, firmando un nuovo regolamento che vieta accordi commerciali preesistenti e approvato con 18 voti a favore, uno contrario - il Newcastle stesso - e un astenuto, il Manchester City. Il timore del fronte anti Newcastle sta nella possibilità che i Magpies possano siglare partnership interne al regno saudita troppo vantaggiose.Tutto questo si inserisce in uno scenario internazionale che vede sfidarsi a colpi di petrodollari investiti nel calcio mondiale i Paesi del golfo. Quella di bin Salman è una risposta agli sceicchi degli Emirati, ormai da diversi anni alla guida di Manchester City e Paris Saint-Germain, ma soprattutto a quelli del Qatar che si apprestano a raccogliere i frutti dei Mondiali al via tra un anno negli Emirati. E il Newcastle pare essere soltanto la prima tessera di un effetto domino che vede il fondo saudita puntare non solo altri club di spessore internazionale come l'Inter e l'Olympique Marsiglia, ma anche i Mondiali del 2030.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sauditi-gamba-tesa-calcio-inglese-2655406596.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-ibrahimovic-thiago-silva-messi-e-donnarumma-ora-e-il-turno-di-beckham" data-post-id="2655406596" data-published-at="1635345389" data-use-pagination="False"> Dopo Ibrahimovic, Thiago Silva, Messi e Donnarumma, ora è il turno di Beckham David Beckham (Ansa) Non è stato nemmeno troppo difficile per il Qatar diventare in meno di 10 anni uno dei simboli mondiali del mondo del calcio. Nel solo 2020 il Pil del Qatar si è attestato intorno ai 150 miliardi di dollari. Il Paese detiene la terza riserva al mondo di gas naturale liquefatto (Gn), ma soprattutto è uno dei più grandi investitori del mondo, con un patrimonio detenuto dal fondo sovrano, la Qatar Investment Authority, stimato tra i 100 e i 200 miliardi di dollari. Il prossimo anno, tra novembre e dicembre, nella monarchia dell'emirato della famiglia Al Thani si svolgeranno i mondiali di calcio. E per l'occasione gli emiri hanno deciso di regalarsi come ambasciatore un ex giocatore di fama mondiale come David Beckham, ex centrocampista di Manchester United, Real Madrid, Milan e Paris Saint-Germain e della nazionale inglese. Il costo è al solito spropositato: Beckham guadagnerà 15 milioni di sterline all'anno per 10 anni, in totale 150 milioni di euro. È l'ennesima figurina che ha voluto regalarsi Nasser Ghanim Tubir Al-Khelaïfi , storico numero uno del fondo del Qatar (la cassaforte delle finanze qatarine) e presidente del Paris Saint-Germain. Al Khelaifi va avanti da anni a collezionare figurine. Incominciò nel 2012 con l'acquisto di Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva dal Milan, ha poi continuato negli anni a comprare campioni a destra e manca. Quest'anno sono arrivati Gianluigi Donnarumma, Lionel Messi e Achraf Hakimi, oltre ai già presenti in rosa Neymar e Kylian Mbappe, per citare solo i più noti. Il Qatar come Arabia Saudita e Emirati Arabi, sta cercando di diversificare la proprio economia interna, incentrata sul petrolio. I paesi del golfo fanno così a gara da anni a trovare nuovi canali economici per poter mantenere stabile la loro economia (il Qatar ha il prodotto interno lordo più alto del mondo), che un giorno potrebbe subire contraccolpi da un possibile minor utilizzo del petrolio. È una sfida. Anche per questo l'Arabia Saudita ha deciso di investire in Premier League nel Newcastle. Non solo. C'è un'altra monarchia del golfo presente nel calcio, gli Emirati Arabi Uniti, proprietari del Manchester City. La notizia di Beckham (che aveva giocato anche lui nel Psg nella stagione 2012-2013) sta già creando qualche polemica, anche perché come noto il Qatar per arrivare a questo traguardo ha dovuto impiegare una forza lavoro mai vista per costruire le strutture che ospiteranno i mondiali. Si calcola che dal 2010 a oggi più di 6.500 lavoratori migranti – dodici ogni settimana – sono morti nel paese. La maggior parte di loro era arrivata da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. I dati sono stati pubblicati ottenuti in esclusiva dal Guardian: quelli che arrivano da India, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka rivelano che 5.927 persone sono morte tra il 2011 e il 2020. Altri dati dell'ambasciata del Pakistan in Qatar riferiscono di altri 824 lavoratori pachistani morti tra il 2010 e il 2020. Ma al mondo del calcio questi dettagli non sembrano interessare poi molto. Del resto da 10 anni il Qatar inonda il pallone di soldi. Basti pensare che nel 2011 la Qatar Foundation aveva pagato 150 milioni di euro per un contratto quinquennale per diventare il primo sponsor in assoluto della maglia del Barcellona, uno degli spazi pubblicitari più prestigiosi. Nel 2013 quell'accordo è stato convertito nella prima vera sponsorizzazione aziendale del Barcellona. A questo si è aggiunto l'accordo con Qatar Airways da 96 milioni di dollari. Mentre si faceva tappa in Spagna, nel maggio del 2011 il Qatar ha deciso di acquistare il Paris Saint-Germain, tramite la Qatar Sports Investments, di proprietà statale. L'accordo sarebbe stato trovato nel 2010, durante un pranzo tra l'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, l'allora presidente dell'Uefa Michel Platini e da Tamim bin Hamad al-Thani, primo ministro del Qatar. A quanto pare sarebbe stato Sarkozy a convincere il Qatar all'acquisto del Psg, in questo modo Platini avrebbe poi votato a favore della Coppa del Mondo del 2022 in Qatar. La ricostruzione è stata anche confermata. Sta di fatto che Laurent Platini, figlio di Michel, è diventato poi amministratore delegato di Burrda, la società di abbigliamento sportivo di proprietà di Qatar Sport Investment. Come per l'Arabia Saudita, anche a Doha hanno programmato un piano di sviluppo in vista del 2030. La strategia del Qatar è quella di costruire rapidamente basi favorevoli all'Occidente per un'economia moderna post-gas, e in parte di difesa dall'espansionismo del vicino di casa Mohammad bin Salman. In questi anni è stato lanciato anche un altro progetto, lanciato dai grandi fondi di investimento di Doha. È nata infatti l'Accademia Aspire, un progetto per trovare giovani talenti nel mondo del calcio, in Africa, Asia e America Latina. Giovani giocatori vengono esaminati nei centri in tutta l'Africa, in Paraguay, Thailandia e Vietnam. Secondo alcuni, molti di questi Paesi starebbero ricevendo indietro quanto promesso per il voto dei mondiali del 2022. Il Qatar, del resto, paga tutti.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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