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2021-10-27
Qatar, Arabia Saudita ed Emirati: i nuovi padroni del calcio
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Ansa
300 milioni di sterline, pari a circa 350 milioni di euro, più altri 700 da investire subito sul mercato per rinforzare la squadra. Un'operazione che sfonda la soglia del miliardo di euro e che ha provocato un terremoto in quello che per numeri, ricavi e giro d'affari è il campionato più redditizio del mondo, la Premier League inglese. L'acquisto del Newcastle United da parte di Pif - Public investment fund - il fondo di investimenti sovrano del governo saudita con a capo lo sceicco Moḥammad bin Salman e con un patrimonio complessivo stimato in 500 miliardi di dollari, è una notizia che non poteva non provocare tanto clamore quanto mal di pancia in tutto il mondo del calcio, inglese e non solo.
Mal di pancia perché la Premier League come istituzione che governa il calcio inglese aveva manifestato più di un dubbio, bloccando in passato un'operazione che di fatto è solo stata rimandata, riguardo al fatto che un club diventasse di proprietà di un Paese, l'Arabia Saudita, sul quale pendono accuse di abusi e violazione dei diritti umani. Premier che avrebbe avuto «assicurazioni importanti sul fatto che lo stato saudita non controllerà direttamente il Newcastle», dando così il via libera al passaggio di proprietà dall'imprenditore inglese Mike Ashley allo sceicco saudita. Sul tema è intervenuta anche Amnesty International dicendo, attraverso le parole del presidente Sacha Deshmurk, che «questo è un chiaro tentativo delle autorità saudite di coprire i loro vergognosi abusi dei diritti umani con il glamour del football inglese».
I tifosi del Newcastle hanno, ovviamente, accolto l'avvento dei sauditi con cori e feste per le strade, sfilando addirittura fuori St James' Park come se avessero vinto un trofeo. «Siamo contro ogni abuso, per il rispetto della diversità, contro i pregiudizi. Noi non possiamo fare molto per i diritti umani» - si legge su un comunicato della tifoseria - «ma è ingiusto prendersela con noi. L'Arabia Saudita ha rapporti con il governo britannico e investe nel Regno Unito. Se qualcuno volesse impedire la sua presenza nel calcio, spetterebbe alla Premier League farlo». Tifosi che sognano, dopo 14 anni di sofferenza e ben due retrocessioni in Seconda divisione, di tornare ai fasti di un tempo, quando grazie ai gol di Alan Shearer il club bianconero frequentava le piazze alte della classifica e giocava in Champions League. Proprio Shearer, che dei Magpies è una leggenda con 148 gol in 303 presenze, è stato accusato da Julian Knight, un parlamentare inglese a capo del comitato cultura, media e sport del governo, di «apologia del regime saudita» per aver commentato sui canali della Bbc la notizia dell'acquisto del Newcastle da parte del fondo Pif come «un giorno speciale per il club», aggiungendo però anche che «la questione dei diritti umani non deve passare in secondo piano».
Al momento del closing il Newcastle naviga in piena zona retrocessione e si trova al penultimo posto in classifica con appena quattro punti racimolati in nove partite. La prima mossa della nuova proprietà è stata quella di esonerare il manager allenatore Steve Bruce e affidare la guida tecnica della squadra ad interim a Graeme Jones in attesa di individuare un profilo adatto. Tra i nomi in lizza ci sono Antonio Conte, Unay Emery e Steven Gerrard. Per rinforzare la squadra, invece, bisognerà aspettare gennaio 2022, quando si aprirà la sessione di calciomercato invernale. Secondo i media inglesi la nuova proprietà avrebbe intenzione di investire subito 600 milioni di sterline, pari circa a 700 milioni di euro. E senza violare le regole del fair play finanziario imposto dalla Football Association sfruttando il regolamento economico del calcio inglese che permette ai club di registrare una perdita di bilancio in tre stagioni fino a 105 milioni di sterline, pari a circa 125 milioni di euro. Non partecipando ad alcuna competizione europea, le spese del Newcastle non dovrebbero al momento finire sotto la lente d'ingrandimento della Uefa.
Poi sarà la volta di mettere mano al portafogli per costruire un nuovo centro sportivo, ma soprattutto riammodernare St James' Park. Investimenti che potrebbero rivoluzionare gli equilibri del campionato inglese e che non lasciano indifferenti gli altri club con i proprietari delle altre 19 squadre che hanno deciso di bloccare le sponsorizzazioni provenienti dal mondo saudita. Alla prima partita dei Magpies sotto la nuova gestione del presidente Yasir al-Rumayyan, che del fondo Pif ne è il governatore, nell'1-1 dello scorso 23 ottobre contro il Crystal Palace, squadra e tifosi sono stati accolti a Selhurst Park da un lungo striscione che riportava le seguenti e durissime parole: «L'Arabia Saudita, un paese controllato dalla paura, dove le donne sono cittadini di seconda classe, i giornalisti vengono silenziati, imprigionati e uccisi e i dissidenti torturati. Dare l'ok per l'acquisto del Newcastle in un momento in cui la Premier League promuove uguaglianza, pari diritti e il calcio femminile mostra tutta l'ipocrisia della Lega e il fatto che l'unico obiettivo siano i profitti. Il Newcastle viene oggi utilizzato per ripulire soldi sporchi di un governo corrotto e i tifosi Magpies dovrebbero tenerlo in considerazione quando dicono che "hanno riavuto indietro il loro club"». Inoltre, secondo quanto riferito dal Guardian, gli altri club avrebbero convocato un'assemblea d'emergenza per bloccare appunto un accordo di sponsorizzazione che avrebbe coperto di denaro il Newcastle aggiungendo altri 200 milioni di euro alla propria capacità di spesa, firmando un nuovo regolamento che vieta accordi commerciali preesistenti e approvato con 18 voti a favore, uno contrario - il Newcastle stesso - e un astenuto, il Manchester City. Il timore del fronte anti Newcastle sta nella possibilità che i Magpies possano siglare partnership interne al regno saudita troppo vantaggiose.
Tutto questo si inserisce in uno scenario internazionale che vede sfidarsi a colpi di petrodollari investiti nel calcio mondiale i Paesi del golfo. Quella di bin Salman è una risposta agli sceicchi degli Emirati, ormai da diversi anni alla guida di Manchester City e Paris Saint-Germain, ma soprattutto a quelli del Qatar che si apprestano a raccogliere i frutti dei Mondiali al via tra un anno negli Emirati. E il Newcastle pare essere soltanto la prima tessera di un effetto domino che vede il fondo saudita puntare non solo altri club di spessore internazionale come l'Inter e l'Olympique Marsiglia, ma anche i Mondiali del 2030.
Dopo Ibrahimovic, Thiago Silva, Messi e Donnarumma, ora è il turno di Beckham

David Beckham (Ansa)
Non è stato nemmeno troppo difficile per il Qatar diventare in meno di 10 anni uno dei simboli mondiali del mondo del calcio. Nel solo 2020 il Pil del Qatar si è attestato intorno ai 150 miliardi di dollari. Il Paese detiene la terza riserva al mondo di gas naturale liquefatto (Gn), ma soprattutto è uno dei più grandi investitori del mondo, con un patrimonio detenuto dal fondo sovrano, la Qatar Investment Authority, stimato tra i 100 e i 200 miliardi di dollari. Il prossimo anno, tra novembre e dicembre, nella monarchia dell'emirato della famiglia Al Thani si svolgeranno i mondiali di calcio. E per l'occasione gli emiri hanno deciso di regalarsi come ambasciatore un ex giocatore di fama mondiale come David Beckham, ex centrocampista di Manchester United, Real Madrid, Milan e Paris Saint-Germain e della nazionale inglese. Il costo è al solito spropositato: Beckham guadagnerà 15 milioni di sterline all'anno per 10 anni, in totale 150 milioni di euro.
È l'ennesima figurina che ha voluto regalarsi Nasser Ghanim Tubir Al-Khelaïfi , storico numero uno del fondo del Qatar (la cassaforte delle finanze qatarine) e presidente del Paris Saint-Germain. Al Khelaifi va avanti da anni a collezionare figurine. Incominciò nel 2012 con l'acquisto di Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva dal Milan, ha poi continuato negli anni a comprare campioni a destra e manca. Quest'anno sono arrivati Gianluigi Donnarumma, Lionel Messi e Achraf Hakimi, oltre ai già presenti in rosa Neymar e Kylian Mbappe, per citare solo i più noti. Il Qatar come Arabia Saudita e Emirati Arabi, sta cercando di diversificare la proprio economia interna, incentrata sul petrolio. I paesi del golfo fanno così a gara da anni a trovare nuovi canali economici per poter mantenere stabile la loro economia (il Qatar ha il prodotto interno lordo più alto del mondo), che un giorno potrebbe subire contraccolpi da un possibile minor utilizzo del petrolio. È una sfida. Anche per questo l'Arabia Saudita ha deciso di investire in Premier League nel Newcastle. Non solo. C'è un'altra monarchia del golfo presente nel calcio, gli Emirati Arabi Uniti, proprietari del Manchester City.
La notizia di Beckham (che aveva giocato anche lui nel Psg nella stagione 2012-2013) sta già creando qualche polemica, anche perché come noto il Qatar per arrivare a questo traguardo ha dovuto impiegare una forza lavoro mai vista per costruire le strutture che ospiteranno i mondiali. Si calcola che dal 2010 a oggi più di 6.500 lavoratori migranti – dodici ogni settimana – sono morti nel paese. La maggior parte di loro era arrivata da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. I dati sono stati pubblicati ottenuti in esclusiva dal Guardian: quelli che arrivano da India, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka rivelano che 5.927 persone sono morte tra il 2011 e il 2020. Altri dati dell'ambasciata del Pakistan in Qatar riferiscono di altri 824 lavoratori pachistani morti tra il 2010 e il 2020. Ma al mondo del calcio questi dettagli non sembrano interessare poi molto. Del resto da 10 anni il Qatar inonda il pallone di soldi. Basti pensare che nel 2011 la Qatar Foundation aveva pagato 150 milioni di euro per un contratto quinquennale per diventare il primo sponsor in assoluto della maglia del Barcellona, uno degli spazi pubblicitari più prestigiosi. Nel 2013 quell'accordo è stato convertito nella prima vera sponsorizzazione aziendale del Barcellona. A questo si è aggiunto l'accordo con Qatar Airways da 96 milioni di dollari.
Mentre si faceva tappa in Spagna, nel maggio del 2011 il Qatar ha deciso di acquistare il Paris Saint-Germain, tramite la Qatar Sports Investments, di proprietà statale. L'accordo sarebbe stato trovato nel 2010, durante un pranzo tra l'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, l'allora presidente dell'Uefa Michel Platini e da Tamim bin Hamad al-Thani, primo ministro del Qatar. A quanto pare sarebbe stato Sarkozy a convincere il Qatar all'acquisto del Psg, in questo modo Platini avrebbe poi votato a favore della Coppa del Mondo del 2022 in Qatar. La ricostruzione è stata anche confermata. Sta di fatto che Laurent Platini, figlio di Michel, è diventato poi amministratore delegato di Burrda, la società di abbigliamento sportivo di proprietà di Qatar Sport Investment. Come per l'Arabia Saudita, anche a Doha hanno programmato un piano di sviluppo in vista del 2030. La strategia del Qatar è quella di costruire rapidamente basi favorevoli all'Occidente per un'economia moderna post-gas, e in parte di difesa dall'espansionismo del vicino di casa Mohammad bin Salman. In questi anni è stato lanciato anche un altro progetto, lanciato dai grandi fondi di investimento di Doha. È nata infatti l'Accademia Aspire, un progetto per trovare giovani talenti nel mondo del calcio, in Africa, Asia e America Latina. Giovani giocatori vengono esaminati nei centri in tutta l'Africa, in Paraguay, Thailandia e Vietnam. Secondo alcuni, molti di questi Paesi starebbero ricevendo indietro quanto promesso per il voto dei mondiali del 2022. Il Qatar, del resto, paga tutti.
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L'acquisto del Newcastle da parte del fondo Pif che fa capo allo sceicco Moḥammad bin Salman, ha sconquassato tutta la Premier League. Gli altri club non ci stanno e pensano al blocco degli sponsor. E intanto sono pronti 700 milioni di euro da immettere sul mercato. In barba al fair play finanziario.Dal 2011 il Qatar investe nel calcio europeo, prima come sponsor del Barcellona poi come proprietario del Paris Saint-Germain. I mondiali del prossimo anno rappresentano una prova di forza con le altre monarchie del golfo in vista della diversificazione dell'economia troppo legata a gas e petrolio.Lo speciale contiene due articoli.300 milioni di sterline, pari a circa 350 milioni di euro, più altri 700 da investire subito sul mercato per rinforzare la squadra. Un'operazione che sfonda la soglia del miliardo di euro e che ha provocato un terremoto in quello che per numeri, ricavi e giro d'affari è il campionato più redditizio del mondo, la Premier League inglese. L'acquisto del Newcastle United da parte di Pif - Public investment fund - il fondo di investimenti sovrano del governo saudita con a capo lo sceicco Moḥammad bin Salman e con un patrimonio complessivo stimato in 500 miliardi di dollari, è una notizia che non poteva non provocare tanto clamore quanto mal di pancia in tutto il mondo del calcio, inglese e non solo.Mal di pancia perché la Premier League come istituzione che governa il calcio inglese aveva manifestato più di un dubbio, bloccando in passato un'operazione che di fatto è solo stata rimandata, riguardo al fatto che un club diventasse di proprietà di un Paese, l'Arabia Saudita, sul quale pendono accuse di abusi e violazione dei diritti umani. Premier che avrebbe avuto «assicurazioni importanti sul fatto che lo stato saudita non controllerà direttamente il Newcastle», dando così il via libera al passaggio di proprietà dall'imprenditore inglese Mike Ashley allo sceicco saudita. Sul tema è intervenuta anche Amnesty International dicendo, attraverso le parole del presidente Sacha Deshmurk, che «questo è un chiaro tentativo delle autorità saudite di coprire i loro vergognosi abusi dei diritti umani con il glamour del football inglese».I tifosi del Newcastle hanno, ovviamente, accolto l'avvento dei sauditi con cori e feste per le strade, sfilando addirittura fuori St James' Park come se avessero vinto un trofeo. «Siamo contro ogni abuso, per il rispetto della diversità, contro i pregiudizi. Noi non possiamo fare molto per i diritti umani» - si legge su un comunicato della tifoseria - «ma è ingiusto prendersela con noi. L'Arabia Saudita ha rapporti con il governo britannico e investe nel Regno Unito. Se qualcuno volesse impedire la sua presenza nel calcio, spetterebbe alla Premier League farlo». Tifosi che sognano, dopo 14 anni di sofferenza e ben due retrocessioni in Seconda divisione, di tornare ai fasti di un tempo, quando grazie ai gol di Alan Shearer il club bianconero frequentava le piazze alte della classifica e giocava in Champions League. Proprio Shearer, che dei Magpies è una leggenda con 148 gol in 303 presenze, è stato accusato da Julian Knight, un parlamentare inglese a capo del comitato cultura, media e sport del governo, di «apologia del regime saudita» per aver commentato sui canali della Bbc la notizia dell'acquisto del Newcastle da parte del fondo Pif come «un giorno speciale per il club», aggiungendo però anche che «la questione dei diritti umani non deve passare in secondo piano».Al momento del closing il Newcastle naviga in piena zona retrocessione e si trova al penultimo posto in classifica con appena quattro punti racimolati in nove partite. La prima mossa della nuova proprietà è stata quella di esonerare il manager allenatore Steve Bruce e affidare la guida tecnica della squadra ad interim a Graeme Jones in attesa di individuare un profilo adatto. Tra i nomi in lizza ci sono Antonio Conte, Unay Emery e Steven Gerrard. Per rinforzare la squadra, invece, bisognerà aspettare gennaio 2022, quando si aprirà la sessione di calciomercato invernale. Secondo i media inglesi la nuova proprietà avrebbe intenzione di investire subito 600 milioni di sterline, pari circa a 700 milioni di euro. E senza violare le regole del fair play finanziario imposto dalla Football Association sfruttando il regolamento economico del calcio inglese che permette ai club di registrare una perdita di bilancio in tre stagioni fino a 105 milioni di sterline, pari a circa 125 milioni di euro. Non partecipando ad alcuna competizione europea, le spese del Newcastle non dovrebbero al momento finire sotto la lente d'ingrandimento della Uefa.Poi sarà la volta di mettere mano al portafogli per costruire un nuovo centro sportivo, ma soprattutto riammodernare St James' Park. Investimenti che potrebbero rivoluzionare gli equilibri del campionato inglese e che non lasciano indifferenti gli altri club con i proprietari delle altre 19 squadre che hanno deciso di bloccare le sponsorizzazioni provenienti dal mondo saudita. Alla prima partita dei Magpies sotto la nuova gestione del presidente Yasir al-Rumayyan, che del fondo Pif ne è il governatore, nell'1-1 dello scorso 23 ottobre contro il Crystal Palace, squadra e tifosi sono stati accolti a Selhurst Park da un lungo striscione che riportava le seguenti e durissime parole: «L'Arabia Saudita, un paese controllato dalla paura, dove le donne sono cittadini di seconda classe, i giornalisti vengono silenziati, imprigionati e uccisi e i dissidenti torturati. Dare l'ok per l'acquisto del Newcastle in un momento in cui la Premier League promuove uguaglianza, pari diritti e il calcio femminile mostra tutta l'ipocrisia della Lega e il fatto che l'unico obiettivo siano i profitti. Il Newcastle viene oggi utilizzato per ripulire soldi sporchi di un governo corrotto e i tifosi Magpies dovrebbero tenerlo in considerazione quando dicono che "hanno riavuto indietro il loro club"». Inoltre, secondo quanto riferito dal Guardian, gli altri club avrebbero convocato un'assemblea d'emergenza per bloccare appunto un accordo di sponsorizzazione che avrebbe coperto di denaro il Newcastle aggiungendo altri 200 milioni di euro alla propria capacità di spesa, firmando un nuovo regolamento che vieta accordi commerciali preesistenti e approvato con 18 voti a favore, uno contrario - il Newcastle stesso - e un astenuto, il Manchester City. Il timore del fronte anti Newcastle sta nella possibilità che i Magpies possano siglare partnership interne al regno saudita troppo vantaggiose.Tutto questo si inserisce in uno scenario internazionale che vede sfidarsi a colpi di petrodollari investiti nel calcio mondiale i Paesi del golfo. Quella di bin Salman è una risposta agli sceicchi degli Emirati, ormai da diversi anni alla guida di Manchester City e Paris Saint-Germain, ma soprattutto a quelli del Qatar che si apprestano a raccogliere i frutti dei Mondiali al via tra un anno negli Emirati. E il Newcastle pare essere soltanto la prima tessera di un effetto domino che vede il fondo saudita puntare non solo altri club di spessore internazionale come l'Inter e l'Olympique Marsiglia, ma anche i Mondiali del 2030.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sauditi-gamba-tesa-calcio-inglese-2655406596.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-ibrahimovic-thiago-silva-messi-e-donnarumma-ora-e-il-turno-di-beckham" data-post-id="2655406596" data-published-at="1635345389" data-use-pagination="False"> Dopo Ibrahimovic, Thiago Silva, Messi e Donnarumma, ora è il turno di Beckham David Beckham (Ansa) Non è stato nemmeno troppo difficile per il Qatar diventare in meno di 10 anni uno dei simboli mondiali del mondo del calcio. Nel solo 2020 il Pil del Qatar si è attestato intorno ai 150 miliardi di dollari. Il Paese detiene la terza riserva al mondo di gas naturale liquefatto (Gn), ma soprattutto è uno dei più grandi investitori del mondo, con un patrimonio detenuto dal fondo sovrano, la Qatar Investment Authority, stimato tra i 100 e i 200 miliardi di dollari. Il prossimo anno, tra novembre e dicembre, nella monarchia dell'emirato della famiglia Al Thani si svolgeranno i mondiali di calcio. E per l'occasione gli emiri hanno deciso di regalarsi come ambasciatore un ex giocatore di fama mondiale come David Beckham, ex centrocampista di Manchester United, Real Madrid, Milan e Paris Saint-Germain e della nazionale inglese. Il costo è al solito spropositato: Beckham guadagnerà 15 milioni di sterline all'anno per 10 anni, in totale 150 milioni di euro. È l'ennesima figurina che ha voluto regalarsi Nasser Ghanim Tubir Al-Khelaïfi , storico numero uno del fondo del Qatar (la cassaforte delle finanze qatarine) e presidente del Paris Saint-Germain. Al Khelaifi va avanti da anni a collezionare figurine. Incominciò nel 2012 con l'acquisto di Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva dal Milan, ha poi continuato negli anni a comprare campioni a destra e manca. Quest'anno sono arrivati Gianluigi Donnarumma, Lionel Messi e Achraf Hakimi, oltre ai già presenti in rosa Neymar e Kylian Mbappe, per citare solo i più noti. Il Qatar come Arabia Saudita e Emirati Arabi, sta cercando di diversificare la proprio economia interna, incentrata sul petrolio. I paesi del golfo fanno così a gara da anni a trovare nuovi canali economici per poter mantenere stabile la loro economia (il Qatar ha il prodotto interno lordo più alto del mondo), che un giorno potrebbe subire contraccolpi da un possibile minor utilizzo del petrolio. È una sfida. Anche per questo l'Arabia Saudita ha deciso di investire in Premier League nel Newcastle. Non solo. C'è un'altra monarchia del golfo presente nel calcio, gli Emirati Arabi Uniti, proprietari del Manchester City. La notizia di Beckham (che aveva giocato anche lui nel Psg nella stagione 2012-2013) sta già creando qualche polemica, anche perché come noto il Qatar per arrivare a questo traguardo ha dovuto impiegare una forza lavoro mai vista per costruire le strutture che ospiteranno i mondiali. Si calcola che dal 2010 a oggi più di 6.500 lavoratori migranti – dodici ogni settimana – sono morti nel paese. La maggior parte di loro era arrivata da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. I dati sono stati pubblicati ottenuti in esclusiva dal Guardian: quelli che arrivano da India, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka rivelano che 5.927 persone sono morte tra il 2011 e il 2020. Altri dati dell'ambasciata del Pakistan in Qatar riferiscono di altri 824 lavoratori pachistani morti tra il 2010 e il 2020. Ma al mondo del calcio questi dettagli non sembrano interessare poi molto. Del resto da 10 anni il Qatar inonda il pallone di soldi. Basti pensare che nel 2011 la Qatar Foundation aveva pagato 150 milioni di euro per un contratto quinquennale per diventare il primo sponsor in assoluto della maglia del Barcellona, uno degli spazi pubblicitari più prestigiosi. Nel 2013 quell'accordo è stato convertito nella prima vera sponsorizzazione aziendale del Barcellona. A questo si è aggiunto l'accordo con Qatar Airways da 96 milioni di dollari. Mentre si faceva tappa in Spagna, nel maggio del 2011 il Qatar ha deciso di acquistare il Paris Saint-Germain, tramite la Qatar Sports Investments, di proprietà statale. L'accordo sarebbe stato trovato nel 2010, durante un pranzo tra l'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, l'allora presidente dell'Uefa Michel Platini e da Tamim bin Hamad al-Thani, primo ministro del Qatar. A quanto pare sarebbe stato Sarkozy a convincere il Qatar all'acquisto del Psg, in questo modo Platini avrebbe poi votato a favore della Coppa del Mondo del 2022 in Qatar. La ricostruzione è stata anche confermata. Sta di fatto che Laurent Platini, figlio di Michel, è diventato poi amministratore delegato di Burrda, la società di abbigliamento sportivo di proprietà di Qatar Sport Investment. Come per l'Arabia Saudita, anche a Doha hanno programmato un piano di sviluppo in vista del 2030. La strategia del Qatar è quella di costruire rapidamente basi favorevoli all'Occidente per un'economia moderna post-gas, e in parte di difesa dall'espansionismo del vicino di casa Mohammad bin Salman. In questi anni è stato lanciato anche un altro progetto, lanciato dai grandi fondi di investimento di Doha. È nata infatti l'Accademia Aspire, un progetto per trovare giovani talenti nel mondo del calcio, in Africa, Asia e America Latina. Giovani giocatori vengono esaminati nei centri in tutta l'Africa, in Paraguay, Thailandia e Vietnam. Secondo alcuni, molti di questi Paesi starebbero ricevendo indietro quanto promesso per il voto dei mondiali del 2022. Il Qatar, del resto, paga tutti.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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