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2022-01-09
Sanità azzoppata e assunzioni ferme ma l’infermiera si lagna dei no vax
Martina Benedetti (Ansa)
Martina Benedetti è l’infermiera di 29 anni che sui social ha rispolverato un selfie di due anni fa, nel quale appariva con il volto segnato dalla mascherina. Un’immagine di stanchezza da super lavoro e stress in reparto Covid, oggi «usata» per criticare la multa che sarà inflitta agli over 50 ostinati nel rifiutare il vaccino. «Cento euro, il prezzo della nostra salute. Delle nostre vite. Dei sacrifici che facciamo da due anni, soprattutto noi operatori sanitari», l’ha definito in un post diventato virale, come si dice in gergo.
La giovane, che lavora al Nuovo ospedale Apuane di Massa e Carrara, lamenta che «per l’ennesima volta saremo noi frontliners a pulire tutto il fango derivante dall’assenza di decisioni forti e coraggiose. Scelte assurde che ricadranno sulle nostre schiene già gravate da due anni di fatica». Inutile aggiungere che quelle frasi sono state usate da ogni parte, per rendere ancora più odiosi i non vaccinati.
Colpevoli, secondo questo governo, di seminare contagi, di provocare la diffusione di Omicron, costretti a vaccinarsi se over 50, a perdere il lavoro se non lo faranno, privati di ogni diritto e adesso stigmatizzati perché se la caverebbero con cento euro di sanzione amministrativa. Martina ha sbagliato obiettivo, doveva prendersela con il ministero della Salute. La rabbia è un bene prezioso che non va sprecato, se il fine è farsi ascoltare per giuste motivazioni.
Il «fango» non sono i 3 milioni di non vaccinati in Italia che si fanno tamponi, sono ghettizzati, privati della loro dimensione sociale, culturale, adesso pure lavorativa e che se finiscono in ospedale hanno diritto di farsi curare dal momento che pagano le tasse. L’infermiera doveva usare parole durissime nei confronti di chi ha tradito il sistema sanitario italiano, con tagli continui e devastanti. Che c’entrano i senza dose, con le promesse non mantenute a medici e infermieri sotto organico ovunque, costretti a turni massacranti dopo due anni di promesse?
Ripresa dai media come l’eroina che tanto ha sofferto e ancora dovrà soffrire per colpa di quei miserabili che sarebbero i no vax (da «spazzare via, un dovere» secondo il senatore forzista Maurizio Gasparri), Martina ieri ha poi avuto l’onestà di dire al Tgcom24 che gli infermieri non sono eroi. «Siamo professionisti», ha precisato. Ecco, questa doveva essere la giusta affermazione di partenza. Sono tantissime le persone che da due anni non smettono di lavorare con impegno, con dedizione, con grande sacrificio, per non far collassare il Paese sotto la mal gestione sanitaria e politica.
Se mal ripagate, se inascoltate nelle loro istanze, se prese in giro e lasciate da sole «in trincea», devono reagire contro chi li ha traditi e abbandonati ad arrangiarsi, ma non smettono di essere professionisti. Non si fanno irretire, sbagliando bersaglio perché travolti dal clima di odio no vax. Tante grazie all’infermiera Martina per il suo lavoro in corsia, grazie per l’abnegazione che le venne riconosciuta anche con il premio speciale Laurentum 2020, in quanto «simbolo della straordinaria lotta dell’intero mondo sanitario contro il nemico del Covid 19» durante il periodo più difficile della pandemia.
Il suo post su Facebook, nel marzo 2020, dopo l’ennesima notte di lavoro massacrante in terapia intensiva, emozionò il mondo dei social. Quel testo è stato anche interpretato dall’attrice Sandra Tedeschi. Siamo felici che malgrado i ritmi di lavoro che denuncia, Martina abbia ripreso la sua normalità di vita trovando pure il tempo di essere tutor con la Fondazione Gimbe, dove si occupa di formazione, mostrando il suo volto non segnato da mascherine. Di certo il post dell’infermiera sarà stato molto apprezzato dal presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta, che nello stesso giorno twittava: «Importi sanzioni. Guida senza cintura di sicurezza: sino a 323 euro; telefoni e dispositivi elettronici alla guida: da 165 a 661 euro; rifiuto vaccino obbligatorio: 100 euro».
Ieri la notizia della collaborazione della Benedetti è comparsa sui social, con tanto di link al sito di Gimbe education che organizza corsi per tutte le professioni sanitarie. Martina figura assieme ad altri colleghi, ma era l’unica di cui non era possibile consultare il Cv. Casualmente, quella pagina era stata aggiornata proprio ieri.
Non importa, la giovane fa l’infermiera e sul lavoro si occupa ancora di Covid, non solo di quello ci immaginiamo visto che i pazienti vengono ricoverati anche per altre patologie. È riuscita a pubblicare un libro sulla pandemia e «in primavera uscirà un romanzo», ha raccontato a Repubblica. «Il momento più bello? Quello del vaccino», dichiarò il 17 marzo 2021. Plurivaccinata, con soddisfazioni professionali ma anche avvilita perché medici e infermieri contano solo nell’emergenza e solo per merito loro, il simbolo della lotta al Covid poteva provarci a far vergognare questo ministero della Salute. Invece ha sprecato una bella occasione. «Vediamo nel quotidiano persone che riversano la loro frustrazione online», si è rammaricata con Repubblica. L’infermiera Benedetti non ha fatto di meglio.
Rinfaccereste le spese di ricoveri e terapie anche ai sieropositivi?
Lui è un sincero democratico, quindi auspica «una sanzione equivalente a un giorno di terapia intensiva». Siamo sui 1.500 euro, tanto per capirci. Il destinatario della multa sarebbe l’intubato no-vax sfuggito all’inoculazione. E il vigile inflessibile Agostino Miozzo, ex coordinatore del Comitato tecnico scientifico da qualche mese in astinenza da dichiarazioni napoleoniche. I riflettori si spengono per tutti, ma la fatica ad accettare le penombre è umana. Così uno dei tecnici di Giuseppe Conte epurati da Mario Draghi spara alto: «Un giorno di ricovero costa 1.500 euro, c’è chi rimane 20 giorni. Si può partire da lì». Calca la mano sulla spesa, getta addosso all’antivaccinista lo stigma del parassita e nell’intervista al Corriere della Sera finisce per auspicare: «Come sanzione bisognerebbe prevedere anche l’arresto». L’approccio da oberleutnant sulla torretta non è nuovo. Sui social è di tendenza presso il popolo dei liberal(i) di complemento come in quello dei postmarxisti piddo-grillini che fanno della tolleranza civile un valore solo il martedì e il giovedì, dopo il parrucchiere. Il no vax deve pagare e ovviamente 100 euro sono un obolo ridicolo. Lo hanno ribadito («È una buffonata») Massimo Galli, Andrea Crisanti, Matteo Bassetti. La lotta al Covid diventa una questione di soldi, danè, schei anche per chi si vanta di tenere il giuramento di Ippocrate sotto il cuscino. Aveva introdotto l’alato argomento Alessio D’Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio trasformato in genio da alcuni media-scendiletto prima dell’imbarazzante vicenda dei dati rubati dall’Uomo ragno o dagli hacker russi: «Chi non si vaccina deve pagare il conto». Subito sostenuto dal presidente degli anestesisti Alessandro Vergallo, che aveva quantificato in 20 milioni al mese la spesa per i non vaccinati.
Accantoniamo parole come umanità, solidarietà, resilienza (consumate sino allo sfinimento per l’uso su profughi e minoranze arcobaleno) e teniamo il punto sulla soluzione Miozzo, casualmente medico. Una semplice domanda: rinfaccereste la stessa spesa ai malati di tumore polmonare da fumo, ai diabetici, ai cronici e a chi è alle prese con malattie rare? Il paragone sarebbe terribile perché, come spiega l’Istituto Veronesi, il servizio sanitario nazionale oggi spende 16 miliardi l’anno per coprire diagnosi e cure oncologiche con i nuovi e costosissimi farmaci antitumorali. E secondo la Favo (federazione delle associazioni di volontariato in oncologia), malati e famigliari dei tre milioni di afflitti da tumore ne sborsano altri cinque di tasca loro per visite, terapie, chirurgia ricostruttiva, assistenza, spostamenti.
Per curare le malattie rare, lo Stato spende due miliardi di euro l’anno, l’1,7% della spesa sanitaria complessiva e nessuno si sogna di fare i conti in tasca ai ricoverati. E per quelle croniche, che risultano essere l’80% del totale, l’esborso è di 66 miliardi di euro (24 milioni di italiani hanno patologie varie). L’osservatorio dell’Università Cattolica, che monitora con grande cura il fenomeno, è guidato da Walter Ricciardi, uno degli esperti da virus più talebani del circo italiano. A questo punto l’obiezione dei puntigliosi è prevedibile: chi non si vaccina sceglie deliberatamente di ammalarsi o di contagiare, quindi prepari il portafoglio. Ma una simile intimazione vi sognereste mai di farla, anche sottovoce, ai malati di Aids e ai sieropositivi?
Philadelphia, Tom Hanks che si spegne lentamente, la colonna sonora di Bruce Springsteen. Parliamo esattamente di questo, di un cavallo di battaglia che negli anni 80 e 90 fu anche fortemente ideologico, sostenuto dal più destabilizzante degli slogan: «Vietato vietare». Un flagello dimenticato, non scomparso. Il sacrificio di persone che hanno sempre meritato il rispetto della stessa società che oggi, con buzzurra ferocia e la connivenza dell’intellighenzia illuminata per decreto, seppellisce i malati di Covid non vaccinati sotto i numerosi zeri del ricatto economico e del risarcimento mercantile. Come siete invecchiati male.
A costoro è bene ricordare che per ogni malato di Hiv lo Stato italiano spende 7.000 euro l’anno. E poiché la Lila (la Lega italiana per la lotta contro l’Aids) stima in 130.000 i pazienti nel 2020, l’intervento a carico del servizio sanitario è di 910 milioni. Se aggiungiamo le spese accessorie siamo al miliardo. Ogni anno, per sempre, perché le terapie non si possono interrompere. Nessuna persona dotata di equilibrio e diploma elementare di civiltà, nel 2021 in Occidente, chiederebbe mai ai malati di Aids di pagarsi le cure. Ma la barbarie del virus cinese è andata oltre e pare normale sentir risuonare il Miozzo-pensiero: «Una sanzione equivalente a un giorno di terapia intensiva». La variante Omicron ha trasformato medici di complemento in esattori delle tasse.
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L’operatrice, tutor di Gimbe, incolpa i renitenti all’iniezione per i turni massacranti in corsia. Tacendo invece sulla mancanza di personale, i tagli fatti da più governi e le promesse non mantenute in due anni di pandemia.Tutti i malati sono un costo che è giusto sostenere. Eppure i non vaccinati son definiti parassiti a cui mandare il conto.Lo speciale contiene due articoli.Martina Benedetti è l’infermiera di 29 anni che sui social ha rispolverato un selfie di due anni fa, nel quale appariva con il volto segnato dalla mascherina. Un’immagine di stanchezza da super lavoro e stress in reparto Covid, oggi «usata» per criticare la multa che sarà inflitta agli over 50 ostinati nel rifiutare il vaccino. «Cento euro, il prezzo della nostra salute. Delle nostre vite. Dei sacrifici che facciamo da due anni, soprattutto noi operatori sanitari», l’ha definito in un post diventato virale, come si dice in gergo. La giovane, che lavora al Nuovo ospedale Apuane di Massa e Carrara, lamenta che «per l’ennesima volta saremo noi frontliners a pulire tutto il fango derivante dall’assenza di decisioni forti e coraggiose. Scelte assurde che ricadranno sulle nostre schiene già gravate da due anni di fatica». Inutile aggiungere che quelle frasi sono state usate da ogni parte, per rendere ancora più odiosi i non vaccinati. Colpevoli, secondo questo governo, di seminare contagi, di provocare la diffusione di Omicron, costretti a vaccinarsi se over 50, a perdere il lavoro se non lo faranno, privati di ogni diritto e adesso stigmatizzati perché se la caverebbero con cento euro di sanzione amministrativa. Martina ha sbagliato obiettivo, doveva prendersela con il ministero della Salute. La rabbia è un bene prezioso che non va sprecato, se il fine è farsi ascoltare per giuste motivazioni. Il «fango» non sono i 3 milioni di non vaccinati in Italia che si fanno tamponi, sono ghettizzati, privati della loro dimensione sociale, culturale, adesso pure lavorativa e che se finiscono in ospedale hanno diritto di farsi curare dal momento che pagano le tasse. L’infermiera doveva usare parole durissime nei confronti di chi ha tradito il sistema sanitario italiano, con tagli continui e devastanti. Che c’entrano i senza dose, con le promesse non mantenute a medici e infermieri sotto organico ovunque, costretti a turni massacranti dopo due anni di promesse? Ripresa dai media come l’eroina che tanto ha sofferto e ancora dovrà soffrire per colpa di quei miserabili che sarebbero i no vax (da «spazzare via, un dovere» secondo il senatore forzista Maurizio Gasparri), Martina ieri ha poi avuto l’onestà di dire al Tgcom24 che gli infermieri non sono eroi. «Siamo professionisti», ha precisato. Ecco, questa doveva essere la giusta affermazione di partenza. Sono tantissime le persone che da due anni non smettono di lavorare con impegno, con dedizione, con grande sacrificio, per non far collassare il Paese sotto la mal gestione sanitaria e politica. Se mal ripagate, se inascoltate nelle loro istanze, se prese in giro e lasciate da sole «in trincea», devono reagire contro chi li ha traditi e abbandonati ad arrangiarsi, ma non smettono di essere professionisti. Non si fanno irretire, sbagliando bersaglio perché travolti dal clima di odio no vax. Tante grazie all’infermiera Martina per il suo lavoro in corsia, grazie per l’abnegazione che le venne riconosciuta anche con il premio speciale Laurentum 2020, in quanto «simbolo della straordinaria lotta dell’intero mondo sanitario contro il nemico del Covid 19» durante il periodo più difficile della pandemia. Il suo post su Facebook, nel marzo 2020, dopo l’ennesima notte di lavoro massacrante in terapia intensiva, emozionò il mondo dei social. Quel testo è stato anche interpretato dall’attrice Sandra Tedeschi. Siamo felici che malgrado i ritmi di lavoro che denuncia, Martina abbia ripreso la sua normalità di vita trovando pure il tempo di essere tutor con la Fondazione Gimbe, dove si occupa di formazione, mostrando il suo volto non segnato da mascherine. Di certo il post dell’infermiera sarà stato molto apprezzato dal presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta, che nello stesso giorno twittava: «Importi sanzioni. Guida senza cintura di sicurezza: sino a 323 euro; telefoni e dispositivi elettronici alla guida: da 165 a 661 euro; rifiuto vaccino obbligatorio: 100 euro». Ieri la notizia della collaborazione della Benedetti è comparsa sui social, con tanto di link al sito di Gimbe education che organizza corsi per tutte le professioni sanitarie. Martina figura assieme ad altri colleghi, ma era l’unica di cui non era possibile consultare il Cv. Casualmente, quella pagina era stata aggiornata proprio ieri. Non importa, la giovane fa l’infermiera e sul lavoro si occupa ancora di Covid, non solo di quello ci immaginiamo visto che i pazienti vengono ricoverati anche per altre patologie. È riuscita a pubblicare un libro sulla pandemia e «in primavera uscirà un romanzo», ha raccontato a Repubblica. «Il momento più bello? Quello del vaccino», dichiarò il 17 marzo 2021. Plurivaccinata, con soddisfazioni professionali ma anche avvilita perché medici e infermieri contano solo nell’emergenza e solo per merito loro, il simbolo della lotta al Covid poteva provarci a far vergognare questo ministero della Salute. Invece ha sprecato una bella occasione. «Vediamo nel quotidiano persone che riversano la loro frustrazione online», si è rammaricata con Repubblica. 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Così uno dei tecnici di Giuseppe Conte epurati da Mario Draghi spara alto: «Un giorno di ricovero costa 1.500 euro, c’è chi rimane 20 giorni. Si può partire da lì». Calca la mano sulla spesa, getta addosso all’antivaccinista lo stigma del parassita e nell’intervista al Corriere della Sera finisce per auspicare: «Come sanzione bisognerebbe prevedere anche l’arresto». L’approccio da oberleutnant sulla torretta non è nuovo. Sui social è di tendenza presso il popolo dei liberal(i) di complemento come in quello dei postmarxisti piddo-grillini che fanno della tolleranza civile un valore solo il martedì e il giovedì, dopo il parrucchiere. Il no vax deve pagare e ovviamente 100 euro sono un obolo ridicolo. Lo hanno ribadito («È una buffonata») Massimo Galli, Andrea Crisanti, Matteo Bassetti. La lotta al Covid diventa una questione di soldi, danè, schei anche per chi si vanta di tenere il giuramento di Ippocrate sotto il cuscino. Aveva introdotto l’alato argomento Alessio D’Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio trasformato in genio da alcuni media-scendiletto prima dell’imbarazzante vicenda dei dati rubati dall’Uomo ragno o dagli hacker russi: «Chi non si vaccina deve pagare il conto». Subito sostenuto dal presidente degli anestesisti Alessandro Vergallo, che aveva quantificato in 20 milioni al mese la spesa per i non vaccinati. Accantoniamo parole come umanità, solidarietà, resilienza (consumate sino allo sfinimento per l’uso su profughi e minoranze arcobaleno) e teniamo il punto sulla soluzione Miozzo, casualmente medico. Una semplice domanda: rinfaccereste la stessa spesa ai malati di tumore polmonare da fumo, ai diabetici, ai cronici e a chi è alle prese con malattie rare? Il paragone sarebbe terribile perché, come spiega l’Istituto Veronesi, il servizio sanitario nazionale oggi spende 16 miliardi l’anno per coprire diagnosi e cure oncologiche con i nuovi e costosissimi farmaci antitumorali. E secondo la Favo (federazione delle associazioni di volontariato in oncologia), malati e famigliari dei tre milioni di afflitti da tumore ne sborsano altri cinque di tasca loro per visite, terapie, chirurgia ricostruttiva, assistenza, spostamenti. Per curare le malattie rare, lo Stato spende due miliardi di euro l’anno, l’1,7% della spesa sanitaria complessiva e nessuno si sogna di fare i conti in tasca ai ricoverati. E per quelle croniche, che risultano essere l’80% del totale, l’esborso è di 66 miliardi di euro (24 milioni di italiani hanno patologie varie). L’osservatorio dell’Università Cattolica, che monitora con grande cura il fenomeno, è guidato da Walter Ricciardi, uno degli esperti da virus più talebani del circo italiano. A questo punto l’obiezione dei puntigliosi è prevedibile: chi non si vaccina sceglie deliberatamente di ammalarsi o di contagiare, quindi prepari il portafoglio. Ma una simile intimazione vi sognereste mai di farla, anche sottovoce, ai malati di Aids e ai sieropositivi? Philadelphia, Tom Hanks che si spegne lentamente, la colonna sonora di Bruce Springsteen. Parliamo esattamente di questo, di un cavallo di battaglia che negli anni 80 e 90 fu anche fortemente ideologico, sostenuto dal più destabilizzante degli slogan: «Vietato vietare». Un flagello dimenticato, non scomparso. Il sacrificio di persone che hanno sempre meritato il rispetto della stessa società che oggi, con buzzurra ferocia e la connivenza dell’intellighenzia illuminata per decreto, seppellisce i malati di Covid non vaccinati sotto i numerosi zeri del ricatto economico e del risarcimento mercantile. Come siete invecchiati male. A costoro è bene ricordare che per ogni malato di Hiv lo Stato italiano spende 7.000 euro l’anno. E poiché la Lila (la Lega italiana per la lotta contro l’Aids) stima in 130.000 i pazienti nel 2020, l’intervento a carico del servizio sanitario è di 910 milioni. Se aggiungiamo le spese accessorie siamo al miliardo. Ogni anno, per sempre, perché le terapie non si possono interrompere. Nessuna persona dotata di equilibrio e diploma elementare di civiltà, nel 2021 in Occidente, chiederebbe mai ai malati di Aids di pagarsi le cure. Ma la barbarie del virus cinese è andata oltre e pare normale sentir risuonare il Miozzo-pensiero: «Una sanzione equivalente a un giorno di terapia intensiva». La variante Omicron ha trasformato medici di complemento in esattori delle tasse.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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