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2022-01-09
Sanità azzoppata e assunzioni ferme ma l’infermiera si lagna dei no vax
Martina Benedetti (Ansa)
Martina Benedetti è l’infermiera di 29 anni che sui social ha rispolverato un selfie di due anni fa, nel quale appariva con il volto segnato dalla mascherina. Un’immagine di stanchezza da super lavoro e stress in reparto Covid, oggi «usata» per criticare la multa che sarà inflitta agli over 50 ostinati nel rifiutare il vaccino. «Cento euro, il prezzo della nostra salute. Delle nostre vite. Dei sacrifici che facciamo da due anni, soprattutto noi operatori sanitari», l’ha definito in un post diventato virale, come si dice in gergo.
La giovane, che lavora al Nuovo ospedale Apuane di Massa e Carrara, lamenta che «per l’ennesima volta saremo noi frontliners a pulire tutto il fango derivante dall’assenza di decisioni forti e coraggiose. Scelte assurde che ricadranno sulle nostre schiene già gravate da due anni di fatica». Inutile aggiungere che quelle frasi sono state usate da ogni parte, per rendere ancora più odiosi i non vaccinati.
Colpevoli, secondo questo governo, di seminare contagi, di provocare la diffusione di Omicron, costretti a vaccinarsi se over 50, a perdere il lavoro se non lo faranno, privati di ogni diritto e adesso stigmatizzati perché se la caverebbero con cento euro di sanzione amministrativa. Martina ha sbagliato obiettivo, doveva prendersela con il ministero della Salute. La rabbia è un bene prezioso che non va sprecato, se il fine è farsi ascoltare per giuste motivazioni.
Il «fango» non sono i 3 milioni di non vaccinati in Italia che si fanno tamponi, sono ghettizzati, privati della loro dimensione sociale, culturale, adesso pure lavorativa e che se finiscono in ospedale hanno diritto di farsi curare dal momento che pagano le tasse. L’infermiera doveva usare parole durissime nei confronti di chi ha tradito il sistema sanitario italiano, con tagli continui e devastanti. Che c’entrano i senza dose, con le promesse non mantenute a medici e infermieri sotto organico ovunque, costretti a turni massacranti dopo due anni di promesse?
Ripresa dai media come l’eroina che tanto ha sofferto e ancora dovrà soffrire per colpa di quei miserabili che sarebbero i no vax (da «spazzare via, un dovere» secondo il senatore forzista Maurizio Gasparri), Martina ieri ha poi avuto l’onestà di dire al Tgcom24 che gli infermieri non sono eroi. «Siamo professionisti», ha precisato. Ecco, questa doveva essere la giusta affermazione di partenza. Sono tantissime le persone che da due anni non smettono di lavorare con impegno, con dedizione, con grande sacrificio, per non far collassare il Paese sotto la mal gestione sanitaria e politica.
Se mal ripagate, se inascoltate nelle loro istanze, se prese in giro e lasciate da sole «in trincea», devono reagire contro chi li ha traditi e abbandonati ad arrangiarsi, ma non smettono di essere professionisti. Non si fanno irretire, sbagliando bersaglio perché travolti dal clima di odio no vax. Tante grazie all’infermiera Martina per il suo lavoro in corsia, grazie per l’abnegazione che le venne riconosciuta anche con il premio speciale Laurentum 2020, in quanto «simbolo della straordinaria lotta dell’intero mondo sanitario contro il nemico del Covid 19» durante il periodo più difficile della pandemia.
Il suo post su Facebook, nel marzo 2020, dopo l’ennesima notte di lavoro massacrante in terapia intensiva, emozionò il mondo dei social. Quel testo è stato anche interpretato dall’attrice Sandra Tedeschi. Siamo felici che malgrado i ritmi di lavoro che denuncia, Martina abbia ripreso la sua normalità di vita trovando pure il tempo di essere tutor con la Fondazione Gimbe, dove si occupa di formazione, mostrando il suo volto non segnato da mascherine. Di certo il post dell’infermiera sarà stato molto apprezzato dal presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta, che nello stesso giorno twittava: «Importi sanzioni. Guida senza cintura di sicurezza: sino a 323 euro; telefoni e dispositivi elettronici alla guida: da 165 a 661 euro; rifiuto vaccino obbligatorio: 100 euro».
Ieri la notizia della collaborazione della Benedetti è comparsa sui social, con tanto di link al sito di Gimbe education che organizza corsi per tutte le professioni sanitarie. Martina figura assieme ad altri colleghi, ma era l’unica di cui non era possibile consultare il Cv. Casualmente, quella pagina era stata aggiornata proprio ieri.
Non importa, la giovane fa l’infermiera e sul lavoro si occupa ancora di Covid, non solo di quello ci immaginiamo visto che i pazienti vengono ricoverati anche per altre patologie. È riuscita a pubblicare un libro sulla pandemia e «in primavera uscirà un romanzo», ha raccontato a Repubblica. «Il momento più bello? Quello del vaccino», dichiarò il 17 marzo 2021. Plurivaccinata, con soddisfazioni professionali ma anche avvilita perché medici e infermieri contano solo nell’emergenza e solo per merito loro, il simbolo della lotta al Covid poteva provarci a far vergognare questo ministero della Salute. Invece ha sprecato una bella occasione. «Vediamo nel quotidiano persone che riversano la loro frustrazione online», si è rammaricata con Repubblica. L’infermiera Benedetti non ha fatto di meglio.
Rinfaccereste le spese di ricoveri e terapie anche ai sieropositivi?
Lui è un sincero democratico, quindi auspica «una sanzione equivalente a un giorno di terapia intensiva». Siamo sui 1.500 euro, tanto per capirci. Il destinatario della multa sarebbe l’intubato no-vax sfuggito all’inoculazione. E il vigile inflessibile Agostino Miozzo, ex coordinatore del Comitato tecnico scientifico da qualche mese in astinenza da dichiarazioni napoleoniche. I riflettori si spengono per tutti, ma la fatica ad accettare le penombre è umana. Così uno dei tecnici di Giuseppe Conte epurati da Mario Draghi spara alto: «Un giorno di ricovero costa 1.500 euro, c’è chi rimane 20 giorni. Si può partire da lì». Calca la mano sulla spesa, getta addosso all’antivaccinista lo stigma del parassita e nell’intervista al Corriere della Sera finisce per auspicare: «Come sanzione bisognerebbe prevedere anche l’arresto». L’approccio da oberleutnant sulla torretta non è nuovo. Sui social è di tendenza presso il popolo dei liberal(i) di complemento come in quello dei postmarxisti piddo-grillini che fanno della tolleranza civile un valore solo il martedì e il giovedì, dopo il parrucchiere. Il no vax deve pagare e ovviamente 100 euro sono un obolo ridicolo. Lo hanno ribadito («È una buffonata») Massimo Galli, Andrea Crisanti, Matteo Bassetti. La lotta al Covid diventa una questione di soldi, danè, schei anche per chi si vanta di tenere il giuramento di Ippocrate sotto il cuscino. Aveva introdotto l’alato argomento Alessio D’Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio trasformato in genio da alcuni media-scendiletto prima dell’imbarazzante vicenda dei dati rubati dall’Uomo ragno o dagli hacker russi: «Chi non si vaccina deve pagare il conto». Subito sostenuto dal presidente degli anestesisti Alessandro Vergallo, che aveva quantificato in 20 milioni al mese la spesa per i non vaccinati.
Accantoniamo parole come umanità, solidarietà, resilienza (consumate sino allo sfinimento per l’uso su profughi e minoranze arcobaleno) e teniamo il punto sulla soluzione Miozzo, casualmente medico. Una semplice domanda: rinfaccereste la stessa spesa ai malati di tumore polmonare da fumo, ai diabetici, ai cronici e a chi è alle prese con malattie rare? Il paragone sarebbe terribile perché, come spiega l’Istituto Veronesi, il servizio sanitario nazionale oggi spende 16 miliardi l’anno per coprire diagnosi e cure oncologiche con i nuovi e costosissimi farmaci antitumorali. E secondo la Favo (federazione delle associazioni di volontariato in oncologia), malati e famigliari dei tre milioni di afflitti da tumore ne sborsano altri cinque di tasca loro per visite, terapie, chirurgia ricostruttiva, assistenza, spostamenti.
Per curare le malattie rare, lo Stato spende due miliardi di euro l’anno, l’1,7% della spesa sanitaria complessiva e nessuno si sogna di fare i conti in tasca ai ricoverati. E per quelle croniche, che risultano essere l’80% del totale, l’esborso è di 66 miliardi di euro (24 milioni di italiani hanno patologie varie). L’osservatorio dell’Università Cattolica, che monitora con grande cura il fenomeno, è guidato da Walter Ricciardi, uno degli esperti da virus più talebani del circo italiano. A questo punto l’obiezione dei puntigliosi è prevedibile: chi non si vaccina sceglie deliberatamente di ammalarsi o di contagiare, quindi prepari il portafoglio. Ma una simile intimazione vi sognereste mai di farla, anche sottovoce, ai malati di Aids e ai sieropositivi?
Philadelphia, Tom Hanks che si spegne lentamente, la colonna sonora di Bruce Springsteen. Parliamo esattamente di questo, di un cavallo di battaglia che negli anni 80 e 90 fu anche fortemente ideologico, sostenuto dal più destabilizzante degli slogan: «Vietato vietare». Un flagello dimenticato, non scomparso. Il sacrificio di persone che hanno sempre meritato il rispetto della stessa società che oggi, con buzzurra ferocia e la connivenza dell’intellighenzia illuminata per decreto, seppellisce i malati di Covid non vaccinati sotto i numerosi zeri del ricatto economico e del risarcimento mercantile. Come siete invecchiati male.
A costoro è bene ricordare che per ogni malato di Hiv lo Stato italiano spende 7.000 euro l’anno. E poiché la Lila (la Lega italiana per la lotta contro l’Aids) stima in 130.000 i pazienti nel 2020, l’intervento a carico del servizio sanitario è di 910 milioni. Se aggiungiamo le spese accessorie siamo al miliardo. Ogni anno, per sempre, perché le terapie non si possono interrompere. Nessuna persona dotata di equilibrio e diploma elementare di civiltà, nel 2021 in Occidente, chiederebbe mai ai malati di Aids di pagarsi le cure. Ma la barbarie del virus cinese è andata oltre e pare normale sentir risuonare il Miozzo-pensiero: «Una sanzione equivalente a un giorno di terapia intensiva». La variante Omicron ha trasformato medici di complemento in esattori delle tasse.
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L’operatrice, tutor di Gimbe, incolpa i renitenti all’iniezione per i turni massacranti in corsia. Tacendo invece sulla mancanza di personale, i tagli fatti da più governi e le promesse non mantenute in due anni di pandemia.Tutti i malati sono un costo che è giusto sostenere. Eppure i non vaccinati son definiti parassiti a cui mandare il conto.Lo speciale contiene due articoli.Martina Benedetti è l’infermiera di 29 anni che sui social ha rispolverato un selfie di due anni fa, nel quale appariva con il volto segnato dalla mascherina. Un’immagine di stanchezza da super lavoro e stress in reparto Covid, oggi «usata» per criticare la multa che sarà inflitta agli over 50 ostinati nel rifiutare il vaccino. «Cento euro, il prezzo della nostra salute. Delle nostre vite. Dei sacrifici che facciamo da due anni, soprattutto noi operatori sanitari», l’ha definito in un post diventato virale, come si dice in gergo. La giovane, che lavora al Nuovo ospedale Apuane di Massa e Carrara, lamenta che «per l’ennesima volta saremo noi frontliners a pulire tutto il fango derivante dall’assenza di decisioni forti e coraggiose. Scelte assurde che ricadranno sulle nostre schiene già gravate da due anni di fatica». Inutile aggiungere che quelle frasi sono state usate da ogni parte, per rendere ancora più odiosi i non vaccinati. Colpevoli, secondo questo governo, di seminare contagi, di provocare la diffusione di Omicron, costretti a vaccinarsi se over 50, a perdere il lavoro se non lo faranno, privati di ogni diritto e adesso stigmatizzati perché se la caverebbero con cento euro di sanzione amministrativa. Martina ha sbagliato obiettivo, doveva prendersela con il ministero della Salute. La rabbia è un bene prezioso che non va sprecato, se il fine è farsi ascoltare per giuste motivazioni. Il «fango» non sono i 3 milioni di non vaccinati in Italia che si fanno tamponi, sono ghettizzati, privati della loro dimensione sociale, culturale, adesso pure lavorativa e che se finiscono in ospedale hanno diritto di farsi curare dal momento che pagano le tasse. L’infermiera doveva usare parole durissime nei confronti di chi ha tradito il sistema sanitario italiano, con tagli continui e devastanti. Che c’entrano i senza dose, con le promesse non mantenute a medici e infermieri sotto organico ovunque, costretti a turni massacranti dopo due anni di promesse? Ripresa dai media come l’eroina che tanto ha sofferto e ancora dovrà soffrire per colpa di quei miserabili che sarebbero i no vax (da «spazzare via, un dovere» secondo il senatore forzista Maurizio Gasparri), Martina ieri ha poi avuto l’onestà di dire al Tgcom24 che gli infermieri non sono eroi. «Siamo professionisti», ha precisato. Ecco, questa doveva essere la giusta affermazione di partenza. Sono tantissime le persone che da due anni non smettono di lavorare con impegno, con dedizione, con grande sacrificio, per non far collassare il Paese sotto la mal gestione sanitaria e politica. Se mal ripagate, se inascoltate nelle loro istanze, se prese in giro e lasciate da sole «in trincea», devono reagire contro chi li ha traditi e abbandonati ad arrangiarsi, ma non smettono di essere professionisti. Non si fanno irretire, sbagliando bersaglio perché travolti dal clima di odio no vax. Tante grazie all’infermiera Martina per il suo lavoro in corsia, grazie per l’abnegazione che le venne riconosciuta anche con il premio speciale Laurentum 2020, in quanto «simbolo della straordinaria lotta dell’intero mondo sanitario contro il nemico del Covid 19» durante il periodo più difficile della pandemia. Il suo post su Facebook, nel marzo 2020, dopo l’ennesima notte di lavoro massacrante in terapia intensiva, emozionò il mondo dei social. Quel testo è stato anche interpretato dall’attrice Sandra Tedeschi. Siamo felici che malgrado i ritmi di lavoro che denuncia, Martina abbia ripreso la sua normalità di vita trovando pure il tempo di essere tutor con la Fondazione Gimbe, dove si occupa di formazione, mostrando il suo volto non segnato da mascherine. Di certo il post dell’infermiera sarà stato molto apprezzato dal presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta, che nello stesso giorno twittava: «Importi sanzioni. Guida senza cintura di sicurezza: sino a 323 euro; telefoni e dispositivi elettronici alla guida: da 165 a 661 euro; rifiuto vaccino obbligatorio: 100 euro». Ieri la notizia della collaborazione della Benedetti è comparsa sui social, con tanto di link al sito di Gimbe education che organizza corsi per tutte le professioni sanitarie. Martina figura assieme ad altri colleghi, ma era l’unica di cui non era possibile consultare il Cv. Casualmente, quella pagina era stata aggiornata proprio ieri. Non importa, la giovane fa l’infermiera e sul lavoro si occupa ancora di Covid, non solo di quello ci immaginiamo visto che i pazienti vengono ricoverati anche per altre patologie. È riuscita a pubblicare un libro sulla pandemia e «in primavera uscirà un romanzo», ha raccontato a Repubblica. «Il momento più bello? Quello del vaccino», dichiarò il 17 marzo 2021. Plurivaccinata, con soddisfazioni professionali ma anche avvilita perché medici e infermieri contano solo nell’emergenza e solo per merito loro, il simbolo della lotta al Covid poteva provarci a far vergognare questo ministero della Salute. Invece ha sprecato una bella occasione. «Vediamo nel quotidiano persone che riversano la loro frustrazione online», si è rammaricata con Repubblica. L’infermiera Benedetti non ha fatto di meglio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanita-azzoppata-infermiera-no-vax-2656322985.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rinfaccereste-le-spese-di-ricoveri-e-terapie-anche-ai-sieropositivi" data-post-id="2656322985" data-published-at="1641705500" data-use-pagination="False"> Rinfaccereste le spese di ricoveri e terapie anche ai sieropositivi? Lui è un sincero democratico, quindi auspica «una sanzione equivalente a un giorno di terapia intensiva». Siamo sui 1.500 euro, tanto per capirci. Il destinatario della multa sarebbe l’intubato no-vax sfuggito all’inoculazione. E il vigile inflessibile Agostino Miozzo, ex coordinatore del Comitato tecnico scientifico da qualche mese in astinenza da dichiarazioni napoleoniche. I riflettori si spengono per tutti, ma la fatica ad accettare le penombre è umana. Così uno dei tecnici di Giuseppe Conte epurati da Mario Draghi spara alto: «Un giorno di ricovero costa 1.500 euro, c’è chi rimane 20 giorni. Si può partire da lì». Calca la mano sulla spesa, getta addosso all’antivaccinista lo stigma del parassita e nell’intervista al Corriere della Sera finisce per auspicare: «Come sanzione bisognerebbe prevedere anche l’arresto». L’approccio da oberleutnant sulla torretta non è nuovo. Sui social è di tendenza presso il popolo dei liberal(i) di complemento come in quello dei postmarxisti piddo-grillini che fanno della tolleranza civile un valore solo il martedì e il giovedì, dopo il parrucchiere. Il no vax deve pagare e ovviamente 100 euro sono un obolo ridicolo. Lo hanno ribadito («È una buffonata») Massimo Galli, Andrea Crisanti, Matteo Bassetti. La lotta al Covid diventa una questione di soldi, danè, schei anche per chi si vanta di tenere il giuramento di Ippocrate sotto il cuscino. Aveva introdotto l’alato argomento Alessio D’Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio trasformato in genio da alcuni media-scendiletto prima dell’imbarazzante vicenda dei dati rubati dall’Uomo ragno o dagli hacker russi: «Chi non si vaccina deve pagare il conto». Subito sostenuto dal presidente degli anestesisti Alessandro Vergallo, che aveva quantificato in 20 milioni al mese la spesa per i non vaccinati. Accantoniamo parole come umanità, solidarietà, resilienza (consumate sino allo sfinimento per l’uso su profughi e minoranze arcobaleno) e teniamo il punto sulla soluzione Miozzo, casualmente medico. Una semplice domanda: rinfaccereste la stessa spesa ai malati di tumore polmonare da fumo, ai diabetici, ai cronici e a chi è alle prese con malattie rare? Il paragone sarebbe terribile perché, come spiega l’Istituto Veronesi, il servizio sanitario nazionale oggi spende 16 miliardi l’anno per coprire diagnosi e cure oncologiche con i nuovi e costosissimi farmaci antitumorali. E secondo la Favo (federazione delle associazioni di volontariato in oncologia), malati e famigliari dei tre milioni di afflitti da tumore ne sborsano altri cinque di tasca loro per visite, terapie, chirurgia ricostruttiva, assistenza, spostamenti. Per curare le malattie rare, lo Stato spende due miliardi di euro l’anno, l’1,7% della spesa sanitaria complessiva e nessuno si sogna di fare i conti in tasca ai ricoverati. E per quelle croniche, che risultano essere l’80% del totale, l’esborso è di 66 miliardi di euro (24 milioni di italiani hanno patologie varie). L’osservatorio dell’Università Cattolica, che monitora con grande cura il fenomeno, è guidato da Walter Ricciardi, uno degli esperti da virus più talebani del circo italiano. A questo punto l’obiezione dei puntigliosi è prevedibile: chi non si vaccina sceglie deliberatamente di ammalarsi o di contagiare, quindi prepari il portafoglio. Ma una simile intimazione vi sognereste mai di farla, anche sottovoce, ai malati di Aids e ai sieropositivi? Philadelphia, Tom Hanks che si spegne lentamente, la colonna sonora di Bruce Springsteen. Parliamo esattamente di questo, di un cavallo di battaglia che negli anni 80 e 90 fu anche fortemente ideologico, sostenuto dal più destabilizzante degli slogan: «Vietato vietare». Un flagello dimenticato, non scomparso. Il sacrificio di persone che hanno sempre meritato il rispetto della stessa società che oggi, con buzzurra ferocia e la connivenza dell’intellighenzia illuminata per decreto, seppellisce i malati di Covid non vaccinati sotto i numerosi zeri del ricatto economico e del risarcimento mercantile. Come siete invecchiati male. A costoro è bene ricordare che per ogni malato di Hiv lo Stato italiano spende 7.000 euro l’anno. E poiché la Lila (la Lega italiana per la lotta contro l’Aids) stima in 130.000 i pazienti nel 2020, l’intervento a carico del servizio sanitario è di 910 milioni. Se aggiungiamo le spese accessorie siamo al miliardo. Ogni anno, per sempre, perché le terapie non si possono interrompere. Nessuna persona dotata di equilibrio e diploma elementare di civiltà, nel 2021 in Occidente, chiederebbe mai ai malati di Aids di pagarsi le cure. Ma la barbarie del virus cinese è andata oltre e pare normale sentir risuonare il Miozzo-pensiero: «Una sanzione equivalente a un giorno di terapia intensiva». La variante Omicron ha trasformato medici di complemento in esattori delle tasse.
Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Abbiamo elaborato una formula utile (mix di fonti) per accelerare l’esito in Italia di energia elettrica (e altra) abbondante a costi minimizzati. Lo scenario probabilistico vede questo risultato possibile e accelerabile, ma alla condizione di un coordinamento governativo interministeriale gestito dal massimo potere esecutivo, cioè Palazzo Chigi, con la responsabilità di un sottosegretario dedicato con poteri straordinari delegati dal Parlamento sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio e indiretto (ma con relazione speciale) del Quirinale: programma Dinamo.
Semplificando, propongo un’organizzazione verticale controllata dalle regole democratiche per gestire un’emergenza nazionale. Qui spiego perché il programma Dinamo sarebbe una soluzione sistemica alla domanda di energia a bassi costi ora insoddisfatta e in prospettiva destinata a crescere: da qui la necessità di dichiarazione un’emergenza nazionale multivariata.
Prima emergenza. È ben noto che i costi energetici in Italia siano dal 20 al 30% superiori alle nazioni comparabili in Europa, e quelli europei superiori agli statunitensi e a quelli di altre nazioni concorrenti. Se non li abbassiamo in tempi utili il destino del sistema produttivo italiano (in gran parte ingaggiato nella competizione globale) è la deindustrializzazione con conseguenza di impoverimento nazionale. I tempi teorici per riparare questo gap competitivo, evitando la deindustrializzazione, sono brevi perché l’impatto è già evidente nonostante l’impegno del governo per attutirlo. Il calcolo dei tempi di riparazione/soluzione di questo gap, computando potenziali combinati con la loro concretizzazione, individuano sette anni di tempo per ottenere più energia a minori costi, cioè entro il 2033, ma iniziando subito ad attivare la soluzione stessa.
Seconda emergenza. Il calcolo di quanta più energia servirà nel prossimo futuro è complesso sul lato della stima di precisione, ma è semplice su quella della tendenza: ne servirà tanta di più. I centri di calcolo per le diverse generazioni successive di servizi di Intelligenza artificiale già richiedono e richiederanno enormi volumi di energia elettrica (oltre che di acqua) in comparazione con quelli odierni. L’irruzione di grandi quantità di robot per l’automazione industriale ha tempi imprecisati, ma è probabile che non siano lunghi, aggiungendo un altro pezzo di domanda energetica a costi minimizzabili per competitività commerciale (e finanziaria). Semplificando, una prima stima del programma Dinamo, anche stimando tempi e modi elettrificanti di nazioni competitrici, è di ottenere una soluzione almeno sufficiente entro sette anni. Ma, appunto, iniziando il prima possibile. Anche perché è sempre più evidente l’impatto sfidante della necessità di adattamento a picchi di calore non brevi che richiedono la creazione di vasti ambienti microclimatizzati, vestizioni speciali (esoscheletri a batteria che reggono sistemi capaci di ridurre il calore, o il freddo, estremi attorno alla pelle di un umano in fase attiva) ed efficiente termoregolazione nelle abitazioni. Già con i picchi di calore attuali si osservano blackout per eccesso di domanda di elettricità, segnale di un’emergenza già in atto.
Terza emergenza. Riguarda la necessità di ridurre i costi per le famiglie italiane perché sono sottocapitalizzate mediamente. L’energia è un costo diretto a cui si aggiunge quello indiretto assimilabile all’inflazione generata dal costo diffuso dell’energia.
In sintesi, semplificando, tre emergenze gravi già nel presente e con rischio di peggioramento nel futuro hanno una soluzione unica, cioè Dinamo, con la seguente missione: a) abolire con atti sospensivi tutti i vincoli burocratici non giustificati sostanzialmente per l’installazione di fonti energetiche; b) adeguare le reti di distribuzione elettrica a un aumento della domanda; c) concentrare capitale di investimento con formula Ppp, cioè cooperazione pubblico-privato, per dare scala adeguata all’aumento del potenziale di offerta energetica, in particolare elettrica. Tale raccomandazione è compatibile con una formula (mobile) di mix energetico: fossile, nucleare, rinnovabile, idroelettrico, geotermico e in prospettiva delle maree marine. Dove è prevedibile una riduzione lenta del fossile, un incremento graduale del nucleare di nuova generazione e un aumento rapidissimo (perché tecnologia alternativa già matura) delle rinnovabili, una manutenzione più precisa dell’idroelettrico, uno sfruttamento più esteso del geotermico e innovazioni sollecitate dalla disponibilità di capitale di investimento. Una simulazione preliminare mostra che in sette anni il risultato di più energia a costi minori è raggiungibile. Andrebbe precisato il calcolo del costo per le utenze calibrato con il rendimento degli investimenti, ma tale scenario computazionale dipende dall’azione di un’autorità coordinatrice che definisca un piano temporalizzato poi base per analisi quantitative più precise.
Ci tengo a sottolineare che non sto criticando l’azione di governo che si sta muovendo nella direzione detta, ma sto proponendo un’accelerazione, giustificata dall’emergenza, via architettura politica verticale qui chiamata programma Dinamo. Che oltre al livello nazionale dovrebbe avere anche uno regionale sia coordinato con quello nazionale stesso sia con uno spazio di autonomia per aumentare la concorrenza territoriale grazie a minori costi dell’energia. L’Italia ha bisogno di una scossa data dalla concorrenza e deburocratizzazione.
www.carlopelanda.com
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Luca Mercalli (Ansa)
Perché lo spauracchio alla fine è sempre quello, per colpa del cambio climatico dovremo contare più decessi. Poco importa che i quattro piccini morti in Francia fossero stati lasciati al sole, in auto chiuse e surriscaldate, condizione atroce anche se le temperature non avessero superato i 25 gradi. E vogliamo parlare dei 40, annegati in cerca di refrigerio? È come dire che se aumenta il consumo di gelati aumentano gli annegati, correlazione vicino allo zero. D’estate fa più caldo, più gente mangia il gelato, anche più persone fanno il bagno e alcuni appunto annegano ma non certo (e non solo) per avere mangiato il gelato.
Ci mancava poi il climatologo Luca Mercalli, che ieri l’ha sparata davvero grossa. A proposito di Hormuz ha detto: «Speriamo rimanga un po’ più chiuso perché così ci mettiamo di buona lena a installare i pannelli solari per sostituire il petrolio». Una demenzialità. Non contento, ha ricordato che il 40% dei consumi energetici europei avviene in casa. «Le bollette alte hanno fatto cose buone», è il Mercalli pensiero dispensato ieri. Nemmeno al più convinto ambientalista potrebbe passare per la testa di fare battute su uno snodo vitale, sulla cui riapertura tutti guardano con apprensione. L’uomo del farfallino si sta forse augurando che la guerra prosegua?
Lo stress climatico sta facendo dare i numeri. Basta vedere quello che viene dichiarato in Spagna. Il Sistema di monitoraggio giornaliero della mortalità (MoMo) ha stimato che durante la prima ondata di calore di quest’anno, tra il 21 e il 25 giugno, si siano verificati 212 decessi attribuibili alle alte temperature.
«I decessi denunciati in Spagna sono stime statistiche», spiega lo scienziato dei dati Marco Roccetti, professore ordinario di Human Data Science all’università di Bologna Alma Mater.
«Il loro sistema MoMo non conta i certificati di morte, in cui il medico ha scritto espressamente “deceduto a causa del caldo”, perché ovunque nel mondo identificare la causa esatta di un decesso richiede tempo. E le statistiche ufficiali definitive, anche quelle dell’Ine, l’equivalente spagnolo dell’Istat, arrivano spesso con mesi di ritardo. Per superare questo limite e avere dati immediati, MoMo usa il calcolo della mortalità in eccesso. Non è un conteggio nominale basato sulle cartelle cliniche, ma una stima statistica in tempo reale».
Ricorda, il professore, che l’anno scorso in Spagna, nei mesi estivi furono stimati circa 3.500 morti per calore, «poi però le cartelle cliniche certificate da Ine attestarono numeri molto minori, dell’ordine di alcune centinaia».
È dunque sbagliato azzardare dati sui decessi, in attesa di riscontri ufficiali? «È importante l’indice di correlazione», fa notare il professore. «Se la curva di morti per caldo denunciata da MoMo ha i suoi picchi in corrispondenza dei picchi dei decessi per caldo, che saranno certificati ex post da Ine, potremo dedurre che gli eccessi di mortalità stimati da MoMo coincidono con gli eccessi reali. Anche se con numeri molto diversi. In conclusione, è molto probabile che in questi giorni si siano avuti picchi di decessi correlati al caldo in Spagna, ma che siano esattamente 212 non è serio dirlo».
Non è serio insistere con l’emergenza caldo, per poi dimenticarsi delle problematiche invernali. Ci ha pensato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, a ricordarlo all’Europa. «In inverno muoiono sempre più persone che in estate, perché il freddo è un killer molto più letale del caldo», ha affermato in un videomessaggio inviato alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship, un incontro di influenti personalità conservatrici, molte delle quali contestano i dati sul cambiamento climatico.
«Non si possono davvero paragonare i decessi dovuti al caldo e quelli dovuti al freddo», ha obiettato Friederike Otto, professoressa di scienze climatiche all’Imperial College di Londra. «I decessi dovuti al freddo sono un problema solo nei Paesi che effettivamente subiscono ondate di freddo». Wright ha parlato dei decessi in Europa nell’inverno del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece impennare i prezzi dell’energia, affermando che «l’impatto sulla mortalità è devastante».
Il riscaldamento insufficiente è una delle principali cause di morte in inverno in Europa. Nello studio del settembre 2024 pubblicato su The Lancet e dal titolo «Impatto della mortalità correlata alla temperatura e variazioni previste in 1368 regioni europee: uno studio di modellizzazione», i decessi dovuti al freddo superano quelli causati dal caldo con un rapporto di 8,3 a 1.
Pur prevedendo un aumento del riscaldamento globale, gli scienziati immaginano che a fine secolo il rapporto sarà di 6,7 a 1. Sempre più decessi per il freddo.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Che c’entrano le ascelle sudate degli altri?
Mentre Bruxelles è inondata di caldo, come del resto anche altri Paesi europei, venerdì il personale che lavora a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, ha ricevuto verso mezzogiorno un sms con questo avviso: a causa delle condizioni meteorologiche estreme, è stato necessario spegnere l’impianto di climatizzazione dal primo piano al settimo piano per il resto della giornata. E fin qui sarebbe quello che è successo anche da tante altre parti.
Ma l’edificio ha 13 piani e, oltre a ospitare la presidente Ursula e i suoi 26 commissari, accoglie anche 3.000 dipendenti. Ursula lavora al tredicesimo piano e la maggior parte dei commissari si trova dall’ottavo piano in su. Quindi loro con le ascelle asciutte, tutti gli altri, dal settimo piano in giù, con le ascelle bagnate. È l’inaugurazione di una nuova forma di ecologismo: quello fatto con le ascelle degli altri. Ha detto bene un funzionario europeo che lavora dal settimo piano in giù: queste cose non accadevano dall’epoca medievale, dove il vassallo aveva più rispetto dei valvassori e dei valvassini. L’imperatrice Ursula se ne fotte di tutti e tre. Nel suo Medioevo lei ha diritto all’aria condizionata e gli altri no.
Mentre gli altri morivano di caldo, lei se ne stava tranquilla al riparo dal global warming di cui si parla un giorno sì e un giorno no. Tra le norme di comportamento indicate per il popolo bue europeo c’era anche quella di contenere l’uso dei condizionatori e delle lavatrici. Certo, lei la camicia, stando al fresco, magari se la cambia una volta a settimana, mentre il cofano che porta in testa lo deve riempire di lacca, favorendo il buco dell’ozono, tutti i giorni.
Un altro funzionario ha concordato con l’opinione del suo collega sul fatto che si tratti di una «vergogna». Ci sono andati piano, forse perché nonostante l’anonimato che è stato loro garantito, avevano comunque paura delle reazioni di quelli dall’ottavo piano in su. Non è solo una vergogna, è un’onta, detta con linguaggio aulico, cioè un’offesa e un oltraggio molto grave a chi lavora. Ed è anche un’ignominia, cioè un atto che esprime il disonore di chi lo ha compiuto.
La Commissione europea ha spesso richiamato nei suoi documenti la necessità di eliminare la realtà del caporalato e poi, quando ha dovuto proteggere le proprie ascelle, se n’è sbattuta delle ascelle degli altri, lasciandoli lavorare ed esprimendo una solidarietà pari a quella di soggetti spregevoli che comandano il caporalato.
Ma io mi chiedo: come si fa a fare una cosa del genere? Con quale senso del rispetto altrui? Con quale senso del rispetto della dignità del lavoro altrui? Ma da ora in poi, con quale credibilità potranno chiedere sacrifici ai cittadini europei, non essendo neanche stati capaci di bloccare le attività di tutto il palazzo né di non spegnere l’aria condizionata dal settimo piano in giù, tantomeno di andare tutti a casa senza discriminazioni di sorta. No, hanno fatto i pinguini con l’aria condizionata a palla, lasciando i dipendenti in quel palazzo di metallo e di vetro che senza aria condizionata è diventato una fornace. O meglio, una griglia, tanto sulla griglia c’erano gli altri. A un certo punto, forse, avranno pensato: andiamo a girarli perché da una parte sono già cotti. Da questi c’è da aspettarsi di tutto. Ormai non ci meraviglierebbe più niente. Per la verità, da tempo, però quest’ultimo fatto è veramente fuori da ogni logica.
In Europa, solo un quinto delle famiglie è dotato di aria condizionata, in più chi ce l’ha deve o non usarla, sempre secondo i commissari, o usarla al minimo. Altro che coerenza ecologica, qui c’è della coerenza fotti-logica: fai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Siamo all’inversione radicale e totale della regola aurea dei comportamenti eticamente corretti o almeno decenti, da un punto di vista morale.
Insisto molto su questa vergogna vera e propria perché i comportamenti, talora, soprattutto quando coscientemente attuati svelano molto a proposito di chi li compie. Si può insistere continuamente contro ogni evidenza empirica, nei propri provvedimenti che generano effetti negativi, se non perché solo guidati da un’ideologia astratta e dannosa?
C’è forse qualcuno che dice che non c’è un problema ecologico nel nostro mondo? Tutti preferiremmo vivere in città senza le polveri sottili che danneggiano spesso irrimediabilmente i nostri polmoni. Tutti vorremmo respirare un’aria pulita. Tutti ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli da un punto di vista ambientale.
Ma chi ci governa, oltre che a preoccuparsene, deve, a partire da se stesso, agire di conseguenza. Non può lasciare agli altri gli oneri dell’ascella sudata e a se stesso gli onori dell’ascella pulita. Altrimenti dal global warming si passa direttamente al global fotting. All’inizio della settimana la Commissione ha diffuso delle linee guida per il proprio personale, tra cui evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, bere acqua regolarmente e iniziare a lavorare prima. Tre colpi di genio. Poi, sempre per questi lavoratori, ha pensato bene di spegnere l’aria condizionata. Maria Teresa a chi chiedeva il pane disse di dare delle brioche. Questi a chi muore di caldo dicono di dare degli asciugamani.
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Guido Guidesi (Ansa)
«Non sempre aver ragione dà soddisfazione». All’indomani della notizia che in Volkswagen rischiano di saltare 100.000 posti e quattro stabilimenti potrebbero chiudere, Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, ricorda che già nel 2021 aveva lanciato l’allarme per la Lombardia, sulle conseguenze della decisione del Parlamento europeo di terminare nel 2035 le vendite di auto nuove a benzina e diesel. «Allora dissi che erano a rischio 20.000 posti di lavoro e mi riferivo solo al contesto lombardo», afferma Guidesi commentando le notizie che arrivano dalla Germania. Una preoccupazione giustificata dai numeri dell’automotive. Secondo i dati di Confindustria, in Lombardia ci sono circa 1.000 imprese attive nel settore, di cui il 90% sono Pmi, impiegano oltre 50.000 addetti e fatturano complessivamente oltre 20 miliardi di euro. È la seconda regione in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa.
Le associazioni di categoria e sindacati, nel 2021 avevano stimato che una transazione troppo rapida verso l’elettrico, mette in pericolo, in tutta Italia, circa 70.000 posti di lavoro. Quindi la decisione di Volkswagen di ridurre di 100.000 unità l’organico era un disastro annunciato e non solo dalla stessa casa automobilistica che aveva già varato un piano di riduzione dei costi, rivelatosi insufficiente. «Molto probabilmente avremo una mobilità sostenibile in Europa che sarà marchiata Cina», commenta Guidesi. «Un suicidio industriale che entrerà nei libri di storia: profitto finanziario immediato, supponenza e regole stupide distruggono la più grande industria del Continente». L’assessore poi puntualizza che gli obiettivi ambientali vanno bene ma «ci sia libertà su come raggiungerli altrimenti l’automotive sarà un precedente di tanti altri settori industriali». La viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, in occasione del Consiglio Ue Ambiente, che si è svolto venerdì scorso a Lussemburgo, ha rilanciato quella che potrebbe essere una strada da seguire. «Siamo convinti che l’elettrico sarà un protagonista importante del percorso di transizione del settore automotive. Ma non possiamo costruire il futuro dell’automotive europeo su una sola tecnologia: significa cadere nel rischio di legare il futuro industriale del settore a chi al momento ha il controllo di determinate filiere critiche. Non chiediamo un passo indietro, ma una strada in più per ottenere lo stesso obiettivo climatico».
L’Italia insiste sulla necessità di introdurre nel regolamento «una nuova categoria di veicoli a carburanti sostenibili, da considerare anche ai fini regolatori nell'ambito dei veicoli a emissioni zero», ha ribadito la viceministra.
Gava ha sottolineato una realtà preoccupante: «In Italia nei primi cinque mesi dell’anno i marchi legati a gruppi automobilistici extraeuropei, e quindi non prodotti nella Ue, hanno già raggiunto circa l’11% del mercato italiano. Dobbiamo diversificare». Poi ha ricordato che «l’Europa ha già infrastrutture per la diffusione dei combustibili liquidi». La strategia è di «alimentarle anche con combustibili sostenibili per garantire la nostra sicurezza energetica ed economica. Dobbiamo introdurre questa categoria di veicoli non per indebolire gli obiettivi climatici, ma per raggiungerli con più strumenti e più coraggio politico».
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