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2019-08-03
Salvini svela la lista dei candidati Ue. In cima spunta il nome di Garavaglia
Ansa
Tre scenari e tre ipotetici nomi (leghisti) per il commissario italiano all'Ue. Fermo restando il fatto che il quadro è in continuo movimento, e che sul tavolo dei protagonisti potrebbero sempre arrivare nuove e diverse soluzioni, La Verità è in grado di illustrare gli schemi su cui per tutta la giornata di ieri hanno lavorato i vertici del governo, e di anticipare le figure che - a meno di eventi imprevedibili - potrebbero corrispondere a ciascuno degli identikit. Nella mattinata di ieri, si era diffusa la voce di una «rosa» comunicata al telefono da Matteo Salvini a Giuseppe Conte: ecco, secondo quanto ci risulta, nomi e schemi.
Primo scenario, due nomi. L'Italia riesce a ottenere un portafoglio economico di primo piano, relativo alla Concorrenza o all'economia reale. Si tratterebbe di un successo pieno. Dopo lo stop alla procedura d'infrazione Ue (che incredibilmente molti oppositori e perfino alcuni osservatori «indipendenti» davano per scontata), sarebbe un secondo rilevante risultato negoziale per l'Italia. In questo caso, alla Verità risulta che non sia uscita dai radar la candidatura di Giancarlo Giorgetti, nonostante il suo diniego pubblico e privato. Quanto meno, al sottosegretario verrebbe nuovamente chiesta la disponibilità. L'altra possibilità, altrettanto forte in casa leghista, riguarda il viceministro dell'Economia Massimo Garavaglia: stimato da amici e avversari, ha sempre saputo conciliare una netta posizione politica con una indiscussa competenza e un notevole senso istituzionale.
Secondo scenario, un altro nome. All'Italia viene proposto un portafoglio diverso, non importante come i portafogli economici di primo piano, ma pur sempre rilevante. Di più: un portafoglio storicamente pesantissimo nell'equilibrio del bilancio Ue: quello dell'Agricoltura. In questo caso, la candidatura naturale è quella di un altro ministro leghista, che nel governo Conte occupa esattamente questo dicastero, Gian Marco Centinaio.
Terzo scenario, nessun nome leghista. È l'ipotesi meno positiva per l'Italia: e cioè che venga proposto al nostro Paese un portafoglio marginale, irricevibile, inadeguato. In questo caso, fonti prospettano l'ipotesi che la Lega non indichi un suo nome. Resta da capire, in questo schema, come si orienterebbe Conte: punterebbe su un tecnico, su una delle figure che si sono agitate per autocandidarsi? È evidente che ogni passo sarebbe foriero di conseguenze politiche pesanti nel rapporto con la Lega.
Queste, dunque, le ipotesi. Vanno tuttavia annotati un paio di elementi. Per un verso, Ursula von der Leyen insiste presso tutti i Paesi affinché siano indicate anche candidature femminili. In questo caso, il pensiero andrebbe al ministro Giulia Bongiorno, anche se - negli schemi descritti - il suo nome non troverebbe posto. Per altro verso, non va assolutamente trascurato che i singoli commissari, dopo la designazione, saranno sottoposti a un penetrante scrutinio da parte del Parlamento europeo, fino al voto finale di convalida. E c'è chi giura, dopo l'accordo trasversale per impedire alla Lega (che pure è il primo partito europeo per voti) di ottenere una vicepresidenza dell'Europarlamento o la guida di alcune Commissioni, che la trappola sia già pronta a scattare. La realtà è che, nel caos in cui si trova questa Ue, con la stessa von der Leyen passata per il rotto della cuffia, con l'umiliante scarto di 9 voti (grillini, tra l'altro: vista la stravagante scelta del M5s), i voti in Aula saranno una specie di roulette russa. Certo, gli eventuali «tiratori» dovranno sapere che un agguato contro il candidato leghista sarebbe un potente argomento per Salvini contro l'antidemocraticità dell'attuale Ue.
In ogni caso, ieri a Roma (dopo essere già stata a Berlino, Parigi, Varsavia e Madrid) c'era proprio la von der Leyen, ospite di Conte. Il premier ha posto sul tavolo la nomina italiana: «Noi rivendichiamo un portafoglio economico di primo piano. Riteniamo che sia adeguato a responsabilità e ambizioni che l'Italia vuole assumersi. Siamo disponibili a offrire e concordare il profilo di un candidato che sia il più possibile adeguato, per competenza, capacità e disponibilità a svolgere bene questo ruolo, nell'interesse dell'Italia e dell'Europa».
Quanto alla tedesca, sul punto più delicato, e cioè la questione immigrazione, è parsa una versione teutonica della Sibilla cumana, con una frase interpretabile in due sensi opposti. «Vorrei proporre un nuovo patto per le migrazioni e l'asilo», ha detto. «Sono consapevole che Paesi come Italia, Grecia e Spagna si trovino in una posizione geograficamente più esposta. Di questo dovremo tenere conto». Fino alla battuta finale, carica di ambiguità: «È fondamentale poter garantire la solidarietà, ma non è mai unilaterale, è come minimo bilaterale». Prima traduzione (assai positiva): l'Italia ha già dato, ora occorre che anche gli altri facciano la loro parte. Seconda traduzione (di senso politico opposto): l'Ue farà qualcosa, ma all'Italia saranno richieste altre contropartite. Quali?
«Se vuole ministeri, la Lega lo dica»
Tensione altissima tra Lega e 5 stelle dopo che Matteo Salvini in un'intervista al Corriere della sera ha criticato i ministri grillini e avvertito gli alleati di governo della necessità di una legge di bilancio incisiva, ovvero con taglio robusto delle tasse.
La reazione di Luigi Di Maio non si è fatta attendere ed è arrivata dalle frequenze di Rai radio: «Lo chiedano pubblicamente se vogliono ministeri in più», ha detto riferendosi ai leghisti, «ma la smetta di massacrare gli italiani», indicando Salvini. Il Capitano in effetti non c'era andato troppo per il sottile, sostenendo che ci siano stati «ministri che non hanno brillato» e che «se fossero stati della Lega, il problema sarebbe già stato risolto». La sfilza di stilettate è lunga. A proposito della Gronda di Genova ha dichiarato che «sarebbe già partita se Toninelli non l'avesse bloccata». Dopo il ministro delle Infrastrutture è toccato a quello dell'Ambiente, Sergio Costa: «Non blocchi la proroga delle concessioni». Sul guardasigilli Alfonso Bonafede, un giudizio laconico: «Si arrende allo status quo» e infine una bella doccia gelata al premier Giuseppe Conte, con il quale secondo Salvini ci sarebbe solo un mero «rapporto di lavoro», senza alcuno slancio di altro tipo.
Indirettamente poi arriva anche una frecciatina a Giovanni Tria, quando il leader della Lega parla della legge di bilancio. «È chiaro che se arriva una manovra inadeguata…», ha spiegato lasciando intendere la seconda parte della frase, la Lega non ha intenzione di abbozzare. «Tutti dovranno avere coraggio» quando si tratterà di mettere nero su bianco quella che un tempo era la finanziaria, «sennò il coraggio lo chiediamo agli italiani». Di Maio anche qui ha perso la pazienza e avvertito l'altro vicepremier che c'è il problema, almeno a parer suo, delle coperture della flat tax: «Restano un mistero», ha spiegato in radio. «Abbiamo una manovra da fare per abbassare le tasse, ma se il cavallo di battaglia della Lega è la flat tax, ci aspettiamo da loro il numero dei miliardi che servono». Ma il picco di frizione doveva ancora arrivare e il ministro dello Sviluppo economico ha proseguito attaccando con maggiore violenza: «Non possono stare al governo con un atteggiamento di opposizione», perché sembra che «qualsiasi cosa facciamo» viene raccontata come «una cosa che non basta».
Ma la Lega ha replicato immediatamente spiegando che per rilanciare l'economia vanno abbassate le tasse. Di Maio, non contento, ha controreplicato dicendo che la soluzione starebbe nel progetto per il taglio del cuneo fiscale da 4 miliardi e nell'abolizione del canone Rai, «ma le cose bisogna farle senza questo atteggiamento», senza cioè dire «non sta bene quello che fa il ministro 5 stelle». Perché quella che va in scena ormai da più di un anno tra i due azionisti di governo, sintetizzata dallo scontro quasi quotidiano tra Salvini e Di Maio, se fosse una storia da film non darebbe la garanzia di un lieto fine, ma a conti fatti l'esecutivo è ancora in piedi, resistente anche agli attacchi meno prevedibili. Ieri è stata la ministra per il Sud Barbara Lezzi ad alzare il ditino e scagliarsi anch'essa contro il ministro dell'Interno e il suo partito. «Se vuole un rimpasto lo deve dire chiaramente», ha affermato nel corso di un punto stampa alla presidenza del Consiglio al termine della cabina di regia sulle Zes. «Se vuole andare a votare lo deve dire chiaramente», ha aggiunto. «Io sto lavorando perché vengano sbloccate le opere al Sud, perché vengano spesi i soldi».
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Ieri faccia a faccia tra Ursula von der Leyen e Giuseppe Conte, che ha ribadito: «A noi un portafoglio economico di peso». Per la Concorrenza la Lega spinge il vice di Giovanni Tria. Se ci toccasse l'Agricoltura, Gian Marco Centinaio. Giancarlo Giorgetti in stand by.Di Maio replica al leader leghista che aveva criticato, per l'ennesima volta, l'operato dei ministri M5s e minacciato la crisi. Affondo sulla flat tax: «Coperture? Un mistero».Lo speciale contiene due articoli.Tre scenari e tre ipotetici nomi (leghisti) per il commissario italiano all'Ue. Fermo restando il fatto che il quadro è in continuo movimento, e che sul tavolo dei protagonisti potrebbero sempre arrivare nuove e diverse soluzioni, La Verità è in grado di illustrare gli schemi su cui per tutta la giornata di ieri hanno lavorato i vertici del governo, e di anticipare le figure che - a meno di eventi imprevedibili - potrebbero corrispondere a ciascuno degli identikit. Nella mattinata di ieri, si era diffusa la voce di una «rosa» comunicata al telefono da Matteo Salvini a Giuseppe Conte: ecco, secondo quanto ci risulta, nomi e schemi. Primo scenario, due nomi. L'Italia riesce a ottenere un portafoglio economico di primo piano, relativo alla Concorrenza o all'economia reale. Si tratterebbe di un successo pieno. Dopo lo stop alla procedura d'infrazione Ue (che incredibilmente molti oppositori e perfino alcuni osservatori «indipendenti» davano per scontata), sarebbe un secondo rilevante risultato negoziale per l'Italia. In questo caso, alla Verità risulta che non sia uscita dai radar la candidatura di Giancarlo Giorgetti, nonostante il suo diniego pubblico e privato. Quanto meno, al sottosegretario verrebbe nuovamente chiesta la disponibilità. L'altra possibilità, altrettanto forte in casa leghista, riguarda il viceministro dell'Economia Massimo Garavaglia: stimato da amici e avversari, ha sempre saputo conciliare una netta posizione politica con una indiscussa competenza e un notevole senso istituzionale.Secondo scenario, un altro nome. All'Italia viene proposto un portafoglio diverso, non importante come i portafogli economici di primo piano, ma pur sempre rilevante. Di più: un portafoglio storicamente pesantissimo nell'equilibrio del bilancio Ue: quello dell'Agricoltura. In questo caso, la candidatura naturale è quella di un altro ministro leghista, che nel governo Conte occupa esattamente questo dicastero, Gian Marco Centinaio. Terzo scenario, nessun nome leghista. È l'ipotesi meno positiva per l'Italia: e cioè che venga proposto al nostro Paese un portafoglio marginale, irricevibile, inadeguato. In questo caso, fonti prospettano l'ipotesi che la Lega non indichi un suo nome. Resta da capire, in questo schema, come si orienterebbe Conte: punterebbe su un tecnico, su una delle figure che si sono agitate per autocandidarsi? È evidente che ogni passo sarebbe foriero di conseguenze politiche pesanti nel rapporto con la Lega. Queste, dunque, le ipotesi. Vanno tuttavia annotati un paio di elementi. Per un verso, Ursula von der Leyen insiste presso tutti i Paesi affinché siano indicate anche candidature femminili. In questo caso, il pensiero andrebbe al ministro Giulia Bongiorno, anche se - negli schemi descritti - il suo nome non troverebbe posto. Per altro verso, non va assolutamente trascurato che i singoli commissari, dopo la designazione, saranno sottoposti a un penetrante scrutinio da parte del Parlamento europeo, fino al voto finale di convalida. E c'è chi giura, dopo l'accordo trasversale per impedire alla Lega (che pure è il primo partito europeo per voti) di ottenere una vicepresidenza dell'Europarlamento o la guida di alcune Commissioni, che la trappola sia già pronta a scattare. La realtà è che, nel caos in cui si trova questa Ue, con la stessa von der Leyen passata per il rotto della cuffia, con l'umiliante scarto di 9 voti (grillini, tra l'altro: vista la stravagante scelta del M5s), i voti in Aula saranno una specie di roulette russa. Certo, gli eventuali «tiratori» dovranno sapere che un agguato contro il candidato leghista sarebbe un potente argomento per Salvini contro l'antidemocraticità dell'attuale Ue. In ogni caso, ieri a Roma (dopo essere già stata a Berlino, Parigi, Varsavia e Madrid) c'era proprio la von der Leyen, ospite di Conte. Il premier ha posto sul tavolo la nomina italiana: «Noi rivendichiamo un portafoglio economico di primo piano. Riteniamo che sia adeguato a responsabilità e ambizioni che l'Italia vuole assumersi. Siamo disponibili a offrire e concordare il profilo di un candidato che sia il più possibile adeguato, per competenza, capacità e disponibilità a svolgere bene questo ruolo, nell'interesse dell'Italia e dell'Europa».Quanto alla tedesca, sul punto più delicato, e cioè la questione immigrazione, è parsa una versione teutonica della Sibilla cumana, con una frase interpretabile in due sensi opposti. «Vorrei proporre un nuovo patto per le migrazioni e l'asilo», ha detto. «Sono consapevole che Paesi come Italia, Grecia e Spagna si trovino in una posizione geograficamente più esposta. Di questo dovremo tenere conto». Fino alla battuta finale, carica di ambiguità: «È fondamentale poter garantire la solidarietà, ma non è mai unilaterale, è come minimo bilaterale». Prima traduzione (assai positiva): l'Italia ha già dato, ora occorre che anche gli altri facciano la loro parte. Seconda traduzione (di senso politico opposto): l'Ue farà qualcosa, ma all'Italia saranno richieste altre contropartite. Quali? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-svela-la-lista-dei-candidati-ue-in-cima-spunta-il-nome-di-garavaglia-2639624702.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-vuole-ministeri-la-lega-lo-dica" data-post-id="2639624702" data-published-at="1769858164" data-use-pagination="False"> «Se vuole ministeri, la Lega lo dica» Tensione altissima tra Lega e 5 stelle dopo che Matteo Salvini in un'intervista al Corriere della sera ha criticato i ministri grillini e avvertito gli alleati di governo della necessità di una legge di bilancio incisiva, ovvero con taglio robusto delle tasse. La reazione di Luigi Di Maio non si è fatta attendere ed è arrivata dalle frequenze di Rai radio: «Lo chiedano pubblicamente se vogliono ministeri in più», ha detto riferendosi ai leghisti, «ma la smetta di massacrare gli italiani», indicando Salvini. Il Capitano in effetti non c'era andato troppo per il sottile, sostenendo che ci siano stati «ministri che non hanno brillato» e che «se fossero stati della Lega, il problema sarebbe già stato risolto». La sfilza di stilettate è lunga. A proposito della Gronda di Genova ha dichiarato che «sarebbe già partita se Toninelli non l'avesse bloccata». Dopo il ministro delle Infrastrutture è toccato a quello dell'Ambiente, Sergio Costa: «Non blocchi la proroga delle concessioni». Sul guardasigilli Alfonso Bonafede, un giudizio laconico: «Si arrende allo status quo» e infine una bella doccia gelata al premier Giuseppe Conte, con il quale secondo Salvini ci sarebbe solo un mero «rapporto di lavoro», senza alcuno slancio di altro tipo. Indirettamente poi arriva anche una frecciatina a Giovanni Tria, quando il leader della Lega parla della legge di bilancio. «È chiaro che se arriva una manovra inadeguata…», ha spiegato lasciando intendere la seconda parte della frase, la Lega non ha intenzione di abbozzare. «Tutti dovranno avere coraggio» quando si tratterà di mettere nero su bianco quella che un tempo era la finanziaria, «sennò il coraggio lo chiediamo agli italiani». Di Maio anche qui ha perso la pazienza e avvertito l'altro vicepremier che c'è il problema, almeno a parer suo, delle coperture della flat tax: «Restano un mistero», ha spiegato in radio. «Abbiamo una manovra da fare per abbassare le tasse, ma se il cavallo di battaglia della Lega è la flat tax, ci aspettiamo da loro il numero dei miliardi che servono». Ma il picco di frizione doveva ancora arrivare e il ministro dello Sviluppo economico ha proseguito attaccando con maggiore violenza: «Non possono stare al governo con un atteggiamento di opposizione», perché sembra che «qualsiasi cosa facciamo» viene raccontata come «una cosa che non basta». Ma la Lega ha replicato immediatamente spiegando che per rilanciare l'economia vanno abbassate le tasse. Di Maio, non contento, ha controreplicato dicendo che la soluzione starebbe nel progetto per il taglio del cuneo fiscale da 4 miliardi e nell'abolizione del canone Rai, «ma le cose bisogna farle senza questo atteggiamento», senza cioè dire «non sta bene quello che fa il ministro 5 stelle». Perché quella che va in scena ormai da più di un anno tra i due azionisti di governo, sintetizzata dallo scontro quasi quotidiano tra Salvini e Di Maio, se fosse una storia da film non darebbe la garanzia di un lieto fine, ma a conti fatti l'esecutivo è ancora in piedi, resistente anche agli attacchi meno prevedibili. Ieri è stata la ministra per il Sud Barbara Lezzi ad alzare il ditino e scagliarsi anch'essa contro il ministro dell'Interno e il suo partito. «Se vuole un rimpasto lo deve dire chiaramente», ha affermato nel corso di un punto stampa alla presidenza del Consiglio al termine della cabina di regia sulle Zes. «Se vuole andare a votare lo deve dire chiaramente», ha aggiunto. «Io sto lavorando perché vengano sbloccate le opere al Sud, perché vengano spesi i soldi».
Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
La crisi iraniana è sempre più caratterizzata da un inestricabile groviglio di tensione militare e diplomazia. Ieri, il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha affermato che Teheran risponderà immediatamente a «qualsiasi aggressione», per poi accusare Washington di «azioni ostili». Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che, al momento, non sono previsti dei colloqui con esponenti del governo statunitense.
Parole, le sue, che cozzano con quanto affermato da Donald Trump, il quale, nella serata di giovedì, aveva reso noto di aver avuto delle conversazioni con Teheran. «Le ho avute e ho intenzione di farle», aveva dichiarato. Ciononostante, ieri, le parole del presidente americano sono tornate a farsi minacciose. «Abbiamo una grande armata, una flottiglia, chiamatela come volete, che si sta dirigendo verso l’Iran in questo momento», ha detto, specificando che la flotta schierata è «persino più grande di quella che avevamo in Venezuela». «La situazione è difficile», ha specificato, pur ribadendo che, secondo lui, «l’Iran vuole fare un accordo». Il presidente americano ha anche confermato di aver dato agli ayatollah una scadenza entro cui accettare un’intesa prima di un eventuale attacco.
Tuttavia, secondo Al Monitor, un alto funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran non avrebbe intenzione di accettare gli ultimatum di Washington sull’arricchimento dell’uranio e sulle limitazioni del programma balistico. In questo quadro, il New York Times ha riportato che, tra le opzioni militari considerate dalla Casa Bianca, vi sarebbe anche quella di possibili incursioni di soldati americani volte a colpire quei siti nucleari iraniani che Washington non aveva bombardato lo scorso giugno. Non solo. Ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni a un’entità collegata alla Repubblica islamica, oltreché a una serie di soggetti, tra cui il ministro dell’Interno iraniano e alcuni alti esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Insomma, la possibilità di un’azione bellica da parte di Washington è più concreta che mai. E il regime khomeinista ne è consapevole. Ecco perché, oltre a fare la voce grossa, sta cercando di far leva sulla Turchia. La Repubblica islamica spera che Ankara riesca a convincere Trump a desistere. Non a caso, ieri Pezeshkian ha avuto un colloquio telefonico con Recep Tayyip Erdogan. Nell’occasione, il sultano ha garantito che «la Turchia è pronta ad assumere un ruolo di mediazione tra l’Iran e gli Stati Uniti per allentare le tensioni e risolvere i problemi». Non solo. Sempre ieri, Araghchi si è recato a Istanbul, dove ha incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan. «Abbiamo detto ai nostri omologhi in ogni occasione che siamo contrari a un intervento militare contro l’Iran», ha affermato il ministro turco in una conferenza stampa congiunta. «Ci auguriamo che i problemi interni dell’Iran vengano risolti pacificamente dal popolo iraniano, senza alcun intervento esterno», ha proseguito, rendendo anche noto di aver parlato giovedì con Steve Witkoff.
La Repubblica islamica sa bene che, per quanto riguarda il dossier mediorientale, Ankara ha un ascendente maggiore di Mosca su Washington. Oltre a far parte della Nato, la Turchia è il principale sponsor dell’attuale regime siriano e, negli scorsi mesi, ha anche rafforzato notevolmente i suoi legami con l’Arabia Saudita: quell’Arabia Saudita che Trump spera presto di convincere ad aderire agli Accordi di Abramo. Ankara ha insomma un peso notevole nel Medio Oriente che l’attuale presidente americano vorrebbe costruire. È per questo che gli ayatollah stanno cercando di far leva su un Erdogan, il cui ascendente sulla Casa Bianca, per quanto significativo, è comunque limitato: difficilmente il sultano potrà evitare un attacco americano contro la Repubblica islamica, se gli ayatollah non accetteranno di ammorbidire le proprie posizioni su arricchimento dell’uranio e missili balistici. Dall’altra parte, temendo la crescente influenza diplomatica turca, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo maggiormente incisivo. Ieri, Vladimir Putin ha infatti ricevuto al Cremlino il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. Ad auspicare una de-escalation è stato anche il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi. «Stiamo compiendo sforzi significativi, con calma e perseveranza, per raggiungere un dialogo in ogni modo possibile, al fine di ridurre l’escalation della crisi iraniana», ha detto.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e l’Ue. Dopo dieci anni di sostanziale appeasement verso gli ayatollah, Bruxelles ha adottato la linea dura, designando i pasdaran come organizzazione terroristica. A mo’ di ritorsione, Teheran sta ipotizzando di designare a sua volta come «terroriste» le forze armate dei Paesi europei.
Mosca: niente raid fino a domani. Il vertice ad Abu Dhabi può slittare
La tregua in Ucraina «a causa del freddo estremo» annunciata dal presidente americano, Donald Trump, è stata confermata ufficialmente da Mosca, ma dovrebbe terminare già domani. Mentre la Capitale ucraina deve far fronte a quasi 400 edifici senza riscaldamento, con le temperature che scenderanno a -30 °C nei prossimi giorni, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che lo zar russo, Vladimir Putin, ha accettato la proposta americana. Tuttavia, la Russia si asterrà dai bombardamenti solamente fino a domani. Peskov ha infatti spiegato: «Il presidente Trump ha effettivamente chiesto personalmente al presidente Putin di astenersi dall’attaccare Kiev per una settimana, fino al 1° febbraio, al fine di creare condizioni favorevoli ai negoziati». A questo proposito, l’inviato speciale dello zar, Kirill Dmitriev, è atteso oggi a Miami per incontrare membri dell’amministrazione Usa.
Il leader ucraino, Volodymyr Zelensky , ha rivelato che giovedì pomeriggio «sono stati colpiti proprio gli impianti energetici in diverse regioni». Prima della conferma del Cremlino, Zelensky aveva spiegato che quanto annunciato giovedì da Trump fosse «più un’opportunità, anziché un accordo». In ogni caso aveva dato la disponibilità da parte ucraina: «Se Mosca interromperà gli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina, Kiev in cambio si asterrà dal colpire i siti energetici russi». Più tardi ha precisato che nella notte «non ci sono stati attacchi contro obiettivi energetici» da parte di Mosca. Ma, secondo quanto rivelato da Zelensky, la Russia sta indirizzando i suoi raid «contro la logistica». E nonostante il Cremlino abbia accolto la tregua in vista dei negoziati ad Abu Dhabi, non è nemmeno certo che si terranno domani. A sollevare il dubbio di fronte ai giornalisti è stato lo stesso Zelensky: «La data o il luogo potrebbero cambiare perché, a nostro avviso, sta succedendo qualcosa nella situazione tra gli Stati Uniti e l’Iran. E questi sviluppi potrebbero probabilmente influire sulle tempistiche». Peraltro, ha precisato che è importante che al round di colloqui partecipino sempre le stesse delegazioni per monitorare meglio gli sviluppi su quanto precedentemente concordato.
A essere sicuramente rimandato è il faccia a faccia tra i due protagonisti della guerra. Dopo che lo zar russo ha accettato di vedere Zelensky a Mosca, il leader ucraino ha rilanciato: «Per me è impossibile incontrare Putin a Mosca. Sarebbe come incontrarlo a Kiev. Posso anche invitarlo a Kiev, lasciarlo venire. Lo inviterò pubblicamente, se ha coraggio».
Ma Zelensky ha puntato il dito anche contro l’Europa: è colpevole, a suo dire, di aver lasciato scoperta la difesa ucraina proprio mentre i raid russi spingevano l’Ucraina «sull’orlo del blackout». Ha raccontato che i missili intercettori Pac-3, essenziali per i sistemi Patriot, sarebbero arrivati con un giorno di ritardo perché «la tranche dell’iniziativa Purl (Prioritised Ukraine requirements list) non era stata pagata» agli Stati Uniti e quindi «i missili non sono arrivati». E sarebbe questo il motivo che ha portato il leader di Kiev a lanciare l’invettiva contro gli europei dal palco del World economic forum di Davos la scorsa settimana. A criticare però quanto detto da Zelensky sono stati due funzionari occidentali: al Financial Times hanno rivelato che le dichiarazioni del presidente ucraino non sono corrette. E anche un funzionario della Nato ha affermato che il Purl «continua a fornire equipaggiamento statunitense cruciale all’Ucraina, finanziato da alleati e partner della Nato» in modo costante.
A tenere banco è anche la questione del processo accelerato per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Zelensky, a tal proposito, ha rimarcato: «Ho chiesto ai nostri diplomatici: quando saremo pronti? Tecnicamente, nel 2027». A suo dire il «processo accelerato» è necessario per Kiev, visto che «gli altri Paesi candidati non sono in guerra». Dall’altra parte, il premier ungherese, Viktor Orbán, ha continuato a lanciare avvertimenti: «Se l’Ucraina diventa un membro dell’Ue ci sarà la guerra in Europa». A commentare l’ipotetica adesione dell’Ucraina è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Ora è importante raggiungere la pace. L’Ue sarà parte dell’intesa finale».
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Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
La Gioielleria Mario Roggero di Grinzane Cavour, nel Cuneese, dove il 28 aprile 2021 un tentativo di rapina finì nel sangue. Nel riquadro il gioielliere Mario Roggero (Ansa)
La frase citata, probabilmente destinata a far discutere, fa parte delle motivazioni con cui i familiari di uno dei due rapinatori uccisi da Mario Roggero, il gioielliere settantunenne di Grinzane Cavour, condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e per il ferimento di un terzo, chiedono i danni al commerciante. Che, solo di provvisionali, dovrà pagare alle 15 parti civili l’impressionante cifra di 780.000 euro complessivi.
La somma chiesta a Roggero arriva a 3,3 milioni, ma a stabilire la fondatezza di quelle rivendicazioni dovrà essere, nell’eventualità di una condanna definitiva, un giudizio civile, che valuterà ogni singola posizione. Come raccontato ieri dalla Verità, i problemi per Roggero rischiano di arrivare a breve. Dopo la sentenza di primo grado di dicembre 2023, nel maggio del 2024 i due immobili di proprietà di Roggero erano stati sottoposti a sequestro conservativo, disposto sulla base della provvisionale. E con l’esecutività del pronunciamento sulle questioni civilistiche, il sequestro conservativo si è convertito in pignoramento immobiliare.
Il gioielliere ha già versato 300.000 euro (recuperati vendendo altri immobili), quindi attualmente devono essere corrisposti altri 480.000 euro, oltre alle spese legali, che ammontano ad almeno 88.000 euro. Richieste risarcitorie alle quali Roggero non è in grado di far fronte.
Le motivazioni riportate in questo articolo sono quelle esposte dai legali che rappresentano la famiglia di Andrea Spinelli, uno dei componenti della banda che il 28 aprile del 2021 assaltò la gioielleria di Roggero e che fu ucciso dai colpi sparati dal commerciante, convinto di essere in pericolo di vita.
Alla «figlia di fatto» di Spinelli, le toghe del tribunale di Asti hanno riconosciuto una provvisionale di 20.000 euro, a fronte di una richiesta di 245.000 euro, la stessa cifra rivendicata dalla madre dell’uomo, che ha però ottenuto un «acconto» di 30.000 euro.
Il «padre di fatto» del rapinatore ucciso (rappresentato da un diverso avvocato dello stesso studio legale che assiste gli altri congiunti) ha chiesto anche lui 245.000 euro, per i quali ha ottenuto una provvisionale di 20.000. La convivente di Spinelli ha diritto a una provvisionale di 60.000 euro, calcolati su una richiesta di 323.000 euro, mentre al fratello e alla sorella dell’uomo, che hanno rispettivamente chiesto 124.000 e 137.000 euro, sono andati 20.000 euro a testa.
I fatti che hanno portato alla condanna del gioielliere risalgono al 28 aprile 2021, quando Roggero subì una rapina a mano armata all’interno del suo negozio. Tre banditi, armati di pistola (poi risultata finta) e coltello, fecero irruzione nell’attività, terrorizzando il commerciante, sua figlia e la moglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo dal gioielliere, l’arma gli fu puntata in faccia ripetutamente, per costringerlo a consegnare il contenuto della cassaforte, mentre la moglie fu colpita duramente al volto. Convinto di essere in imminente pericolo di vita e affermando di voler proteggere sé stesso e la famiglia, dopo un’iniziale colluttazione nel negozio, Roggero reagì sparando con una pistola legalmente detenuta.
A portare alla condanna del commerciante è stato proprio il conflitto a fuoco che si tenne all’esterno della gioielleria. Mentre i rapinatori cercavano di fuggire in auto con il bottino, Roggero li inseguì sparando in rapida successione quattro colpi di pistola. Il bilancio di quell’episodio fu tragico: due banditi, Giuseppe Mazzarino e Spinelli, rimasero uccisi. Un terzo complice, Alessandro Modica, ferito a una gamba, patteggiò successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione per la tentata rapina alla gioielleria. Ma questo non gli ha impedito di rivendicare un risarcimento di 214.886 euro, che con la «personalizzazione massima» potrebbe arrivare a 250.000 euro. Nella richiesta i legali dell’uomo (che era riuscito a fuggire dal luogo della tentata rapina per poi essere arrestato qualche ora dopo) affermano che Roggero, «esplodendo non uno, ma ben due colpi di arma da fuoco nella direzione del Modica, ha per ben due volte attentato alla sua vita».
Tra le varie voci che quantificano il danno, spicca quello del danno biologico di 140.000 euro, legato a un’invalidità permanente del 35%, la cui esatta origine non è però specificata nel documento. A Modica i giudici hanno riconosciuto una provvisionale da 10.000 euro a fronte degli 80.000 richiesti.
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