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2023-07-04
Salvini prova a prendersi un pezzo del Ppe
Matteo Salvini e Marine Le Pen (Ansa)
«Solidarietà a vigili del fuoco, sindaci e poliziotti». È consonanza fin dal primo minuto tra Matteo Salvini e Marine Le Pen nell’incontro virtuale in videoconferenza, che sostituisce il summit romano rimandato alla luce della delicata situazione nella Francia incendiata dalle rivolte razziali. Lo è soprattutto sul «patto» verso le elezioni europee del prossimo anno, occasione unica per cogliere i frutti della debolezza della coalizione eurolirica guidata dai socialisti, con il Ppe costretto - nonostante la maggioranza - a un ruolo ancillare sui temi dominanti (identità, lavoro, strategie e ipocrisie del presente e del futuro del continente).
In collegamento con Le Pen e con il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella, Salvini ha ribadito «la determinazione a costruire una casa comune del centrodestra, alternativa ai socialisti e senza veti. Con l’obiettivo di realizzare il primo storico governo di centrodestra, in contrapposizione alla sinistra delle tasse e dell’immigrazione selvaggia. Mai la Lega andrà con sinistra e socialisti, non accetto veti sui nostri alleati». La sottolineatura pomeridiana non è casuale, arriva in risposta all’uscita di Antonio Tajani (ministro degli Esteri in veste di vicepresidente Ppe) che in mattinata aveva smontato con la chiave inglese e con un anatema l’operazione salviniana: «Mai con Le Pen e i tedeschi di AfD».
Foro rotondo, tassello quadrato: la differenza di prospettiva esiste e dovrà essere smussata nei prossimi mesi per passare da una visione ideologica (quella passatista degli euroentusiasti contro gli euroscettici) a una visione pragmatica con al centro le problematiche reali. Lì i punti d’incontro fra tutte le forze di centrodestra - quindi Ppe, Identità e Democrazia, i conservatori e riformisti di Ecr e di Giorgia Meloni - sono sempre più numerosi. A Bruxelles i mal di pancia sono quotidiani e la narrazione dei «burocrati felici» costruita ad arte dalla stampa mainstream ormai non regge più. Il castello di carta è crollato la settimana scorsa, quando un voto comune ha respinto le ultime follie del fanatismo green. Commento di un vecchio europarlamentare di Forza Italia: «Se le politiche comunitarie della maggioranza Ursula poggiano ancora sui deliri di Greta Thunberg non si va da nessuna parte».
Lo stesso Salvini è convinto che «una fetta del Ppe desideri guardare a destra e recidere una volta per tutte gli accordi con la sinistra. Perché l’unica speranza di cambiare l’Europa è tenere unito tutto quello che è alternativo alla sinistra. Chi si comporta diversamente fa un favore ai socialisti». Avendo davanti il volto di Le Pen, il vicepremier italiano si è ricordato che Emmanuel Macron si presenta in Europa come centrista e ha ribadito: «L’unico centrodestra presente in un grande Paese come la Francia siete voi». Poi ha aggiunto come punto esclamativo: «Il gruppo ID sarà sempre più attrattivo anche per altre forze politiche interessate a cambiare l’Europa».
Le turbolenze interne sono reali e al dibattito accesosi improvvisamente manca il convitato di pietra: la premier Meloni, che in questa fase non ha alcun interesse a entrare nella discussione. In Fratelli d’Italia sono consapevoli che «le volate lunghe sono le più difficili e, a un anno di distanza, il vento in faccia ti può sempre prosciugare le forze». Approccio saggio, mentre sotto traccia si lavora per cambiare proprio lo storytelling che fin qui ha consentito ai socialisti di salire sul Ppe come un paguro Bernardo e di trascinarlo verso un progressismo a senso unico: l’eterna battaglia fra europeisti e sovranisti.
La strategia internazionale di Meloni (atlantista, europeista quanto basta, mai No Euro) tende a smontare dall’interno l’equivoco e definire una nuova e più moderna contrapposizione. Con da una parte l’Europa dei popoli unita nel ribadire i valori fondanti - rispetto delle sovranità e delle tradizioni, politica economica di crescita, freno all’immigrazione incontrollata, politica fiscale non vessatoria - e dall’altra il minestrone Erasmus composto dal socialismo woke che piace a Elly Schlein, dal gretinismo ideologico e dal massimalismo pauperista nel quale nuota Giuseppe Conte. È evidente come, sui programmi, le convergenze del centrodestra finiranno per essere naturali. E lo stesso Ppe dovrà dare un colpo di timone per allontanarsi dal radicalismo allo Spritz.
«Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron?». La domanda dei leghisti europei Marco Zanni e Marco Campomenosi è puntuale, legittima. Ed è la stessa che nella Germania piegata dall’era Merkel (più passa il tempo e più si comprendono i disastri della grosse koalition) la Cdu sta ponendo a Ursula von der Leyen. Il partito cristiano-democratico è uscito con le ossa rotte dalle ultime elezioni proprio per questa insensata deriva rosè e arcobaleno, voluta per moda tardogiovanile e per copiare le pulsioni siliconvalliche dell’America senza ideali. «Vogliono vincere per minare l’Europa dall’interno», ormai è l’unico bolso slogan rimasto alla sinistra. Guardando gli incendi francesi si ha l’identikit dei volti e dei partiti che l’hanno minata negli ultimi 20 anni.
Tajani boccia i piani del Carroccio: «Mai patti con gli ultranazionalisti»
Respinto con perdite il patto del centrodestra lanciato dal segretario della Lega, Matteo Salvini, poco prima dell’incontro con la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen. Antonio Tajani infatti, ospite di Agorà estate, Rai3, ha tracciato quella che sarà la linea politica del Partito popolare europeo per i prossimi anni, anche in vista delle elezioni europee di giugno 2024.
«Voglio essere molto chiaro, sono anche vicepresidente del Ppe: per noi è impossibile qualsiasi accordo con Rassemblement National della Le Pen e con Alternative für Deutschland dei tedeschi ultranazionalisti», ha dichiarato il coordinatore di Forza Italia, ma anche vicepremier e ministro degli Esteri del governo Meloni. E se nella famiglia europea di Identità e Democrazia è presente anche la Lega, il ministro azzurro ha detto che «la Lega è cosa ben diversa. Saremmo lieti di avere la Lega parte di una maggioranza, ma senza Le Pen e AfD». Tajani dunque, malgrado il vento di centrodestra che sta spirando in Ue, ribadisce che Fi è una grande forza moderata che non vira verso le più importanti formazioni dell’ultradestra europea, nonostante la necessità di nuove alleanze per poter eleggere le prossime cariche a Bruxelles. Ed esclude tensioni interne alla coalizione di centrodestra: «Un’alleanza in Europa con Salvini è assolutamente possibile, dopo le elezioni europee. Noi correremo con la lista di Forza Italia, con la scritta Partito popolare europeo. Noi siamo il Ppe in Italia. Con Salvini siamo pronti a fare alleanze in Italia e fuori dall’Italia. Il problema non è mai stato e non sarà mai Matteo Salvini e la Lega. Il problema sono AfD e il partito della signora Le Pen perché sono due partiti anti europeisti e non si può governare l’Europa con due partiti anti europeisti». Dall’Ue immediata la dura risposta del Carroccio: «Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron? La Lega lavora per cambiare la maggioranza in Europa e dare vita, finalmente, a un progetto di centrodestra unito, capace di dare risposte concrete ai cittadini dopo anni di mal governo delle sinistre» hanno attaccato Marzo Zanni (presidente gruppo Id) e Marco Campomenosi, (capo delegazione Lega al Parlamento Europeo) aggiungendo: «Non è il momento dei diktat, né di decidere a priori chi escludere dal progetto di centrodestra europeo, tanto più se questo arriva da chi fino a oggi è stato a braccetto di Pd e socialisti in Ue. Chiediamo più rispetto per i colleghi del gruppo Id: è proprio grazie ai voti dei nostri alleati francesi del Rn e tedeschi di AfD se, insieme al Ppe, siamo riusciti a respingere l’ultima eurofollia green non più tardi della scorsa settimana. Ci rifiutiamo di pensare che qualcuno che si definisce di centrodestra possa preferire Macron e le sinistre alla Le Pen». Ma il leader azzurro conferma: «L’idea che io ho per il futuro è dar vita ad una maggioranza con Popolari, Conservatori e Liberali, che è la maggioranza che mi ha permesso di sconfiggere la sinistra nel 2017 e mi ha permesso di essere eletto presidente del Parlamento europeo, non grazie ad accordi di Palazzo, ma grazie al voto di parlamentari che condividevano un progetto politico. Questo è quello che si poteva fare, ho dimostrato che si può fare ancora oggi; per sconfiggere la sinistra questa è la strada unica. Naturalmente dipende dal risultato elettorale: prima bisogna avere i voti e fare le maggioranze in Parlamento e nelle istituzioni». Incredula per la «chiusura» la deputata leghista Laura Ravetto: «La storia di Forza Italia ci ricorda che Berlusconi ha sconfitto le sinistre includendo, riuscendo a mettere insieme sensibilità e storie molto diverse come quelle di Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Dire di “no” a qualcuno in vista delle Europee significa escludere e non includere, esattamente l’opposto di una ricetta vincente. La prossima commissione Ue dovrà essere di centrodestra, è impensabile tagliare fuori francesi, spagnoli, olandesi, austriaci o fiamminghi».
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Il leader della Lega in videoconferenza con Marine Le Pen rinsalda l’alleanza per le elezioni del 2024: «Nessun accordo con chi tifa per tasse e immigrazione». Poi cerca di infilarsi tra Partito popolare europeo e progressisti. E Giorgia Meloni gioca la carta dell’attesa.Il ministro degli Esteri Antonio Tajani: no alla destra francese e tedesca. La replica: meglio Macron?Lo speciale contiene due articoli.«Solidarietà a vigili del fuoco, sindaci e poliziotti». È consonanza fin dal primo minuto tra Matteo Salvini e Marine Le Pen nell’incontro virtuale in videoconferenza, che sostituisce il summit romano rimandato alla luce della delicata situazione nella Francia incendiata dalle rivolte razziali. Lo è soprattutto sul «patto» verso le elezioni europee del prossimo anno, occasione unica per cogliere i frutti della debolezza della coalizione eurolirica guidata dai socialisti, con il Ppe costretto - nonostante la maggioranza - a un ruolo ancillare sui temi dominanti (identità, lavoro, strategie e ipocrisie del presente e del futuro del continente).In collegamento con Le Pen e con il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella, Salvini ha ribadito «la determinazione a costruire una casa comune del centrodestra, alternativa ai socialisti e senza veti. Con l’obiettivo di realizzare il primo storico governo di centrodestra, in contrapposizione alla sinistra delle tasse e dell’immigrazione selvaggia. Mai la Lega andrà con sinistra e socialisti, non accetto veti sui nostri alleati». La sottolineatura pomeridiana non è casuale, arriva in risposta all’uscita di Antonio Tajani (ministro degli Esteri in veste di vicepresidente Ppe) che in mattinata aveva smontato con la chiave inglese e con un anatema l’operazione salviniana: «Mai con Le Pen e i tedeschi di AfD».Foro rotondo, tassello quadrato: la differenza di prospettiva esiste e dovrà essere smussata nei prossimi mesi per passare da una visione ideologica (quella passatista degli euroentusiasti contro gli euroscettici) a una visione pragmatica con al centro le problematiche reali. Lì i punti d’incontro fra tutte le forze di centrodestra - quindi Ppe, Identità e Democrazia, i conservatori e riformisti di Ecr e di Giorgia Meloni - sono sempre più numerosi. A Bruxelles i mal di pancia sono quotidiani e la narrazione dei «burocrati felici» costruita ad arte dalla stampa mainstream ormai non regge più. Il castello di carta è crollato la settimana scorsa, quando un voto comune ha respinto le ultime follie del fanatismo green. Commento di un vecchio europarlamentare di Forza Italia: «Se le politiche comunitarie della maggioranza Ursula poggiano ancora sui deliri di Greta Thunberg non si va da nessuna parte».Lo stesso Salvini è convinto che «una fetta del Ppe desideri guardare a destra e recidere una volta per tutte gli accordi con la sinistra. Perché l’unica speranza di cambiare l’Europa è tenere unito tutto quello che è alternativo alla sinistra. Chi si comporta diversamente fa un favore ai socialisti». Avendo davanti il volto di Le Pen, il vicepremier italiano si è ricordato che Emmanuel Macron si presenta in Europa come centrista e ha ribadito: «L’unico centrodestra presente in un grande Paese come la Francia siete voi». Poi ha aggiunto come punto esclamativo: «Il gruppo ID sarà sempre più attrattivo anche per altre forze politiche interessate a cambiare l’Europa».Le turbolenze interne sono reali e al dibattito accesosi improvvisamente manca il convitato di pietra: la premier Meloni, che in questa fase non ha alcun interesse a entrare nella discussione. In Fratelli d’Italia sono consapevoli che «le volate lunghe sono le più difficili e, a un anno di distanza, il vento in faccia ti può sempre prosciugare le forze». Approccio saggio, mentre sotto traccia si lavora per cambiare proprio lo storytelling che fin qui ha consentito ai socialisti di salire sul Ppe come un paguro Bernardo e di trascinarlo verso un progressismo a senso unico: l’eterna battaglia fra europeisti e sovranisti.La strategia internazionale di Meloni (atlantista, europeista quanto basta, mai No Euro) tende a smontare dall’interno l’equivoco e definire una nuova e più moderna contrapposizione. Con da una parte l’Europa dei popoli unita nel ribadire i valori fondanti - rispetto delle sovranità e delle tradizioni, politica economica di crescita, freno all’immigrazione incontrollata, politica fiscale non vessatoria - e dall’altra il minestrone Erasmus composto dal socialismo woke che piace a Elly Schlein, dal gretinismo ideologico e dal massimalismo pauperista nel quale nuota Giuseppe Conte. È evidente come, sui programmi, le convergenze del centrodestra finiranno per essere naturali. E lo stesso Ppe dovrà dare un colpo di timone per allontanarsi dal radicalismo allo Spritz.«Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron?». La domanda dei leghisti europei Marco Zanni e Marco Campomenosi è puntuale, legittima. Ed è la stessa che nella Germania piegata dall’era Merkel (più passa il tempo e più si comprendono i disastri della grosse koalition) la Cdu sta ponendo a Ursula von der Leyen. Il partito cristiano-democratico è uscito con le ossa rotte dalle ultime elezioni proprio per questa insensata deriva rosè e arcobaleno, voluta per moda tardogiovanile e per copiare le pulsioni siliconvalliche dell’America senza ideali. «Vogliono vincere per minare l’Europa dall’interno», ormai è l’unico bolso slogan rimasto alla sinistra. Guardando gli incendi francesi si ha l’identikit dei volti e dei partiti che l’hanno minata negli ultimi 20 anni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-prova-prendersi-pezzo-ppe-2662222985.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tajani-boccia-i-piani-del-carroccio-mai-patti-con-gli-ultranazionalisti" data-post-id="2662222985" data-published-at="1688434392" data-use-pagination="False"> Tajani boccia i piani del Carroccio: «Mai patti con gli ultranazionalisti» Respinto con perdite il patto del centrodestra lanciato dal segretario della Lega, Matteo Salvini, poco prima dell’incontro con la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen. Antonio Tajani infatti, ospite di Agorà estate, Rai3, ha tracciato quella che sarà la linea politica del Partito popolare europeo per i prossimi anni, anche in vista delle elezioni europee di giugno 2024. «Voglio essere molto chiaro, sono anche vicepresidente del Ppe: per noi è impossibile qualsiasi accordo con Rassemblement National della Le Pen e con Alternative für Deutschland dei tedeschi ultranazionalisti», ha dichiarato il coordinatore di Forza Italia, ma anche vicepremier e ministro degli Esteri del governo Meloni. E se nella famiglia europea di Identità e Democrazia è presente anche la Lega, il ministro azzurro ha detto che «la Lega è cosa ben diversa. Saremmo lieti di avere la Lega parte di una maggioranza, ma senza Le Pen e AfD». Tajani dunque, malgrado il vento di centrodestra che sta spirando in Ue, ribadisce che Fi è una grande forza moderata che non vira verso le più importanti formazioni dell’ultradestra europea, nonostante la necessità di nuove alleanze per poter eleggere le prossime cariche a Bruxelles. Ed esclude tensioni interne alla coalizione di centrodestra: «Un’alleanza in Europa con Salvini è assolutamente possibile, dopo le elezioni europee. Noi correremo con la lista di Forza Italia, con la scritta Partito popolare europeo. Noi siamo il Ppe in Italia. Con Salvini siamo pronti a fare alleanze in Italia e fuori dall’Italia. Il problema non è mai stato e non sarà mai Matteo Salvini e la Lega. Il problema sono AfD e il partito della signora Le Pen perché sono due partiti anti europeisti e non si può governare l’Europa con due partiti anti europeisti». Dall’Ue immediata la dura risposta del Carroccio: «Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron? La Lega lavora per cambiare la maggioranza in Europa e dare vita, finalmente, a un progetto di centrodestra unito, capace di dare risposte concrete ai cittadini dopo anni di mal governo delle sinistre» hanno attaccato Marzo Zanni (presidente gruppo Id) e Marco Campomenosi, (capo delegazione Lega al Parlamento Europeo) aggiungendo: «Non è il momento dei diktat, né di decidere a priori chi escludere dal progetto di centrodestra europeo, tanto più se questo arriva da chi fino a oggi è stato a braccetto di Pd e socialisti in Ue. Chiediamo più rispetto per i colleghi del gruppo Id: è proprio grazie ai voti dei nostri alleati francesi del Rn e tedeschi di AfD se, insieme al Ppe, siamo riusciti a respingere l’ultima eurofollia green non più tardi della scorsa settimana. Ci rifiutiamo di pensare che qualcuno che si definisce di centrodestra possa preferire Macron e le sinistre alla Le Pen». Ma il leader azzurro conferma: «L’idea che io ho per il futuro è dar vita ad una maggioranza con Popolari, Conservatori e Liberali, che è la maggioranza che mi ha permesso di sconfiggere la sinistra nel 2017 e mi ha permesso di essere eletto presidente del Parlamento europeo, non grazie ad accordi di Palazzo, ma grazie al voto di parlamentari che condividevano un progetto politico. Questo è quello che si poteva fare, ho dimostrato che si può fare ancora oggi; per sconfiggere la sinistra questa è la strada unica. Naturalmente dipende dal risultato elettorale: prima bisogna avere i voti e fare le maggioranze in Parlamento e nelle istituzioni». Incredula per la «chiusura» la deputata leghista Laura Ravetto: «La storia di Forza Italia ci ricorda che Berlusconi ha sconfitto le sinistre includendo, riuscendo a mettere insieme sensibilità e storie molto diverse come quelle di Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Dire di “no” a qualcuno in vista delle Europee significa escludere e non includere, esattamente l’opposto di una ricetta vincente. La prossima commissione Ue dovrà essere di centrodestra, è impensabile tagliare fuori francesi, spagnoli, olandesi, austriaci o fiamminghi».
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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