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2023-07-04
Salvini prova a prendersi un pezzo del Ppe
Matteo Salvini e Marine Le Pen (Ansa)
«Solidarietà a vigili del fuoco, sindaci e poliziotti». È consonanza fin dal primo minuto tra Matteo Salvini e Marine Le Pen nell’incontro virtuale in videoconferenza, che sostituisce il summit romano rimandato alla luce della delicata situazione nella Francia incendiata dalle rivolte razziali. Lo è soprattutto sul «patto» verso le elezioni europee del prossimo anno, occasione unica per cogliere i frutti della debolezza della coalizione eurolirica guidata dai socialisti, con il Ppe costretto - nonostante la maggioranza - a un ruolo ancillare sui temi dominanti (identità, lavoro, strategie e ipocrisie del presente e del futuro del continente).
In collegamento con Le Pen e con il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella, Salvini ha ribadito «la determinazione a costruire una casa comune del centrodestra, alternativa ai socialisti e senza veti. Con l’obiettivo di realizzare il primo storico governo di centrodestra, in contrapposizione alla sinistra delle tasse e dell’immigrazione selvaggia. Mai la Lega andrà con sinistra e socialisti, non accetto veti sui nostri alleati». La sottolineatura pomeridiana non è casuale, arriva in risposta all’uscita di Antonio Tajani (ministro degli Esteri in veste di vicepresidente Ppe) che in mattinata aveva smontato con la chiave inglese e con un anatema l’operazione salviniana: «Mai con Le Pen e i tedeschi di AfD».
Foro rotondo, tassello quadrato: la differenza di prospettiva esiste e dovrà essere smussata nei prossimi mesi per passare da una visione ideologica (quella passatista degli euroentusiasti contro gli euroscettici) a una visione pragmatica con al centro le problematiche reali. Lì i punti d’incontro fra tutte le forze di centrodestra - quindi Ppe, Identità e Democrazia, i conservatori e riformisti di Ecr e di Giorgia Meloni - sono sempre più numerosi. A Bruxelles i mal di pancia sono quotidiani e la narrazione dei «burocrati felici» costruita ad arte dalla stampa mainstream ormai non regge più. Il castello di carta è crollato la settimana scorsa, quando un voto comune ha respinto le ultime follie del fanatismo green. Commento di un vecchio europarlamentare di Forza Italia: «Se le politiche comunitarie della maggioranza Ursula poggiano ancora sui deliri di Greta Thunberg non si va da nessuna parte».
Lo stesso Salvini è convinto che «una fetta del Ppe desideri guardare a destra e recidere una volta per tutte gli accordi con la sinistra. Perché l’unica speranza di cambiare l’Europa è tenere unito tutto quello che è alternativo alla sinistra. Chi si comporta diversamente fa un favore ai socialisti». Avendo davanti il volto di Le Pen, il vicepremier italiano si è ricordato che Emmanuel Macron si presenta in Europa come centrista e ha ribadito: «L’unico centrodestra presente in un grande Paese come la Francia siete voi». Poi ha aggiunto come punto esclamativo: «Il gruppo ID sarà sempre più attrattivo anche per altre forze politiche interessate a cambiare l’Europa».
Le turbolenze interne sono reali e al dibattito accesosi improvvisamente manca il convitato di pietra: la premier Meloni, che in questa fase non ha alcun interesse a entrare nella discussione. In Fratelli d’Italia sono consapevoli che «le volate lunghe sono le più difficili e, a un anno di distanza, il vento in faccia ti può sempre prosciugare le forze». Approccio saggio, mentre sotto traccia si lavora per cambiare proprio lo storytelling che fin qui ha consentito ai socialisti di salire sul Ppe come un paguro Bernardo e di trascinarlo verso un progressismo a senso unico: l’eterna battaglia fra europeisti e sovranisti.
La strategia internazionale di Meloni (atlantista, europeista quanto basta, mai No Euro) tende a smontare dall’interno l’equivoco e definire una nuova e più moderna contrapposizione. Con da una parte l’Europa dei popoli unita nel ribadire i valori fondanti - rispetto delle sovranità e delle tradizioni, politica economica di crescita, freno all’immigrazione incontrollata, politica fiscale non vessatoria - e dall’altra il minestrone Erasmus composto dal socialismo woke che piace a Elly Schlein, dal gretinismo ideologico e dal massimalismo pauperista nel quale nuota Giuseppe Conte. È evidente come, sui programmi, le convergenze del centrodestra finiranno per essere naturali. E lo stesso Ppe dovrà dare un colpo di timone per allontanarsi dal radicalismo allo Spritz.
«Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron?». La domanda dei leghisti europei Marco Zanni e Marco Campomenosi è puntuale, legittima. Ed è la stessa che nella Germania piegata dall’era Merkel (più passa il tempo e più si comprendono i disastri della grosse koalition) la Cdu sta ponendo a Ursula von der Leyen. Il partito cristiano-democratico è uscito con le ossa rotte dalle ultime elezioni proprio per questa insensata deriva rosè e arcobaleno, voluta per moda tardogiovanile e per copiare le pulsioni siliconvalliche dell’America senza ideali. «Vogliono vincere per minare l’Europa dall’interno», ormai è l’unico bolso slogan rimasto alla sinistra. Guardando gli incendi francesi si ha l’identikit dei volti e dei partiti che l’hanno minata negli ultimi 20 anni.
Tajani boccia i piani del Carroccio: «Mai patti con gli ultranazionalisti»
Respinto con perdite il patto del centrodestra lanciato dal segretario della Lega, Matteo Salvini, poco prima dell’incontro con la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen. Antonio Tajani infatti, ospite di Agorà estate, Rai3, ha tracciato quella che sarà la linea politica del Partito popolare europeo per i prossimi anni, anche in vista delle elezioni europee di giugno 2024.
«Voglio essere molto chiaro, sono anche vicepresidente del Ppe: per noi è impossibile qualsiasi accordo con Rassemblement National della Le Pen e con Alternative für Deutschland dei tedeschi ultranazionalisti», ha dichiarato il coordinatore di Forza Italia, ma anche vicepremier e ministro degli Esteri del governo Meloni. E se nella famiglia europea di Identità e Democrazia è presente anche la Lega, il ministro azzurro ha detto che «la Lega è cosa ben diversa. Saremmo lieti di avere la Lega parte di una maggioranza, ma senza Le Pen e AfD». Tajani dunque, malgrado il vento di centrodestra che sta spirando in Ue, ribadisce che Fi è una grande forza moderata che non vira verso le più importanti formazioni dell’ultradestra europea, nonostante la necessità di nuove alleanze per poter eleggere le prossime cariche a Bruxelles. Ed esclude tensioni interne alla coalizione di centrodestra: «Un’alleanza in Europa con Salvini è assolutamente possibile, dopo le elezioni europee. Noi correremo con la lista di Forza Italia, con la scritta Partito popolare europeo. Noi siamo il Ppe in Italia. Con Salvini siamo pronti a fare alleanze in Italia e fuori dall’Italia. Il problema non è mai stato e non sarà mai Matteo Salvini e la Lega. Il problema sono AfD e il partito della signora Le Pen perché sono due partiti anti europeisti e non si può governare l’Europa con due partiti anti europeisti». Dall’Ue immediata la dura risposta del Carroccio: «Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron? La Lega lavora per cambiare la maggioranza in Europa e dare vita, finalmente, a un progetto di centrodestra unito, capace di dare risposte concrete ai cittadini dopo anni di mal governo delle sinistre» hanno attaccato Marzo Zanni (presidente gruppo Id) e Marco Campomenosi, (capo delegazione Lega al Parlamento Europeo) aggiungendo: «Non è il momento dei diktat, né di decidere a priori chi escludere dal progetto di centrodestra europeo, tanto più se questo arriva da chi fino a oggi è stato a braccetto di Pd e socialisti in Ue. Chiediamo più rispetto per i colleghi del gruppo Id: è proprio grazie ai voti dei nostri alleati francesi del Rn e tedeschi di AfD se, insieme al Ppe, siamo riusciti a respingere l’ultima eurofollia green non più tardi della scorsa settimana. Ci rifiutiamo di pensare che qualcuno che si definisce di centrodestra possa preferire Macron e le sinistre alla Le Pen». Ma il leader azzurro conferma: «L’idea che io ho per il futuro è dar vita ad una maggioranza con Popolari, Conservatori e Liberali, che è la maggioranza che mi ha permesso di sconfiggere la sinistra nel 2017 e mi ha permesso di essere eletto presidente del Parlamento europeo, non grazie ad accordi di Palazzo, ma grazie al voto di parlamentari che condividevano un progetto politico. Questo è quello che si poteva fare, ho dimostrato che si può fare ancora oggi; per sconfiggere la sinistra questa è la strada unica. Naturalmente dipende dal risultato elettorale: prima bisogna avere i voti e fare le maggioranze in Parlamento e nelle istituzioni». Incredula per la «chiusura» la deputata leghista Laura Ravetto: «La storia di Forza Italia ci ricorda che Berlusconi ha sconfitto le sinistre includendo, riuscendo a mettere insieme sensibilità e storie molto diverse come quelle di Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Dire di “no” a qualcuno in vista delle Europee significa escludere e non includere, esattamente l’opposto di una ricetta vincente. La prossima commissione Ue dovrà essere di centrodestra, è impensabile tagliare fuori francesi, spagnoli, olandesi, austriaci o fiamminghi».
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Il leader della Lega in videoconferenza con Marine Le Pen rinsalda l’alleanza per le elezioni del 2024: «Nessun accordo con chi tifa per tasse e immigrazione». Poi cerca di infilarsi tra Partito popolare europeo e progressisti. E Giorgia Meloni gioca la carta dell’attesa.Il ministro degli Esteri Antonio Tajani: no alla destra francese e tedesca. La replica: meglio Macron?Lo speciale contiene due articoli.«Solidarietà a vigili del fuoco, sindaci e poliziotti». È consonanza fin dal primo minuto tra Matteo Salvini e Marine Le Pen nell’incontro virtuale in videoconferenza, che sostituisce il summit romano rimandato alla luce della delicata situazione nella Francia incendiata dalle rivolte razziali. Lo è soprattutto sul «patto» verso le elezioni europee del prossimo anno, occasione unica per cogliere i frutti della debolezza della coalizione eurolirica guidata dai socialisti, con il Ppe costretto - nonostante la maggioranza - a un ruolo ancillare sui temi dominanti (identità, lavoro, strategie e ipocrisie del presente e del futuro del continente).In collegamento con Le Pen e con il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella, Salvini ha ribadito «la determinazione a costruire una casa comune del centrodestra, alternativa ai socialisti e senza veti. Con l’obiettivo di realizzare il primo storico governo di centrodestra, in contrapposizione alla sinistra delle tasse e dell’immigrazione selvaggia. Mai la Lega andrà con sinistra e socialisti, non accetto veti sui nostri alleati». La sottolineatura pomeridiana non è casuale, arriva in risposta all’uscita di Antonio Tajani (ministro degli Esteri in veste di vicepresidente Ppe) che in mattinata aveva smontato con la chiave inglese e con un anatema l’operazione salviniana: «Mai con Le Pen e i tedeschi di AfD».Foro rotondo, tassello quadrato: la differenza di prospettiva esiste e dovrà essere smussata nei prossimi mesi per passare da una visione ideologica (quella passatista degli euroentusiasti contro gli euroscettici) a una visione pragmatica con al centro le problematiche reali. Lì i punti d’incontro fra tutte le forze di centrodestra - quindi Ppe, Identità e Democrazia, i conservatori e riformisti di Ecr e di Giorgia Meloni - sono sempre più numerosi. A Bruxelles i mal di pancia sono quotidiani e la narrazione dei «burocrati felici» costruita ad arte dalla stampa mainstream ormai non regge più. Il castello di carta è crollato la settimana scorsa, quando un voto comune ha respinto le ultime follie del fanatismo green. Commento di un vecchio europarlamentare di Forza Italia: «Se le politiche comunitarie della maggioranza Ursula poggiano ancora sui deliri di Greta Thunberg non si va da nessuna parte».Lo stesso Salvini è convinto che «una fetta del Ppe desideri guardare a destra e recidere una volta per tutte gli accordi con la sinistra. Perché l’unica speranza di cambiare l’Europa è tenere unito tutto quello che è alternativo alla sinistra. Chi si comporta diversamente fa un favore ai socialisti». Avendo davanti il volto di Le Pen, il vicepremier italiano si è ricordato che Emmanuel Macron si presenta in Europa come centrista e ha ribadito: «L’unico centrodestra presente in un grande Paese come la Francia siete voi». Poi ha aggiunto come punto esclamativo: «Il gruppo ID sarà sempre più attrattivo anche per altre forze politiche interessate a cambiare l’Europa».Le turbolenze interne sono reali e al dibattito accesosi improvvisamente manca il convitato di pietra: la premier Meloni, che in questa fase non ha alcun interesse a entrare nella discussione. In Fratelli d’Italia sono consapevoli che «le volate lunghe sono le più difficili e, a un anno di distanza, il vento in faccia ti può sempre prosciugare le forze». Approccio saggio, mentre sotto traccia si lavora per cambiare proprio lo storytelling che fin qui ha consentito ai socialisti di salire sul Ppe come un paguro Bernardo e di trascinarlo verso un progressismo a senso unico: l’eterna battaglia fra europeisti e sovranisti.La strategia internazionale di Meloni (atlantista, europeista quanto basta, mai No Euro) tende a smontare dall’interno l’equivoco e definire una nuova e più moderna contrapposizione. Con da una parte l’Europa dei popoli unita nel ribadire i valori fondanti - rispetto delle sovranità e delle tradizioni, politica economica di crescita, freno all’immigrazione incontrollata, politica fiscale non vessatoria - e dall’altra il minestrone Erasmus composto dal socialismo woke che piace a Elly Schlein, dal gretinismo ideologico e dal massimalismo pauperista nel quale nuota Giuseppe Conte. È evidente come, sui programmi, le convergenze del centrodestra finiranno per essere naturali. E lo stesso Ppe dovrà dare un colpo di timone per allontanarsi dal radicalismo allo Spritz.«Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron?». La domanda dei leghisti europei Marco Zanni e Marco Campomenosi è puntuale, legittima. Ed è la stessa che nella Germania piegata dall’era Merkel (più passa il tempo e più si comprendono i disastri della grosse koalition) la Cdu sta ponendo a Ursula von der Leyen. Il partito cristiano-democratico è uscito con le ossa rotte dalle ultime elezioni proprio per questa insensata deriva rosè e arcobaleno, voluta per moda tardogiovanile e per copiare le pulsioni siliconvalliche dell’America senza ideali. «Vogliono vincere per minare l’Europa dall’interno», ormai è l’unico bolso slogan rimasto alla sinistra. 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Antonio Tajani infatti, ospite di Agorà estate, Rai3, ha tracciato quella che sarà la linea politica del Partito popolare europeo per i prossimi anni, anche in vista delle elezioni europee di giugno 2024. «Voglio essere molto chiaro, sono anche vicepresidente del Ppe: per noi è impossibile qualsiasi accordo con Rassemblement National della Le Pen e con Alternative für Deutschland dei tedeschi ultranazionalisti», ha dichiarato il coordinatore di Forza Italia, ma anche vicepremier e ministro degli Esteri del governo Meloni. E se nella famiglia europea di Identità e Democrazia è presente anche la Lega, il ministro azzurro ha detto che «la Lega è cosa ben diversa. Saremmo lieti di avere la Lega parte di una maggioranza, ma senza Le Pen e AfD». Tajani dunque, malgrado il vento di centrodestra che sta spirando in Ue, ribadisce che Fi è una grande forza moderata che non vira verso le più importanti formazioni dell’ultradestra europea, nonostante la necessità di nuove alleanze per poter eleggere le prossime cariche a Bruxelles. Ed esclude tensioni interne alla coalizione di centrodestra: «Un’alleanza in Europa con Salvini è assolutamente possibile, dopo le elezioni europee. Noi correremo con la lista di Forza Italia, con la scritta Partito popolare europeo. Noi siamo il Ppe in Italia. Con Salvini siamo pronti a fare alleanze in Italia e fuori dall’Italia. Il problema non è mai stato e non sarà mai Matteo Salvini e la Lega. Il problema sono AfD e il partito della signora Le Pen perché sono due partiti anti europeisti e non si può governare l’Europa con due partiti anti europeisti». Dall’Ue immediata la dura risposta del Carroccio: «Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron? La Lega lavora per cambiare la maggioranza in Europa e dare vita, finalmente, a un progetto di centrodestra unito, capace di dare risposte concrete ai cittadini dopo anni di mal governo delle sinistre» hanno attaccato Marzo Zanni (presidente gruppo Id) e Marco Campomenosi, (capo delegazione Lega al Parlamento Europeo) aggiungendo: «Non è il momento dei diktat, né di decidere a priori chi escludere dal progetto di centrodestra europeo, tanto più se questo arriva da chi fino a oggi è stato a braccetto di Pd e socialisti in Ue. Chiediamo più rispetto per i colleghi del gruppo Id: è proprio grazie ai voti dei nostri alleati francesi del Rn e tedeschi di AfD se, insieme al Ppe, siamo riusciti a respingere l’ultima eurofollia green non più tardi della scorsa settimana. Ci rifiutiamo di pensare che qualcuno che si definisce di centrodestra possa preferire Macron e le sinistre alla Le Pen». Ma il leader azzurro conferma: «L’idea che io ho per il futuro è dar vita ad una maggioranza con Popolari, Conservatori e Liberali, che è la maggioranza che mi ha permesso di sconfiggere la sinistra nel 2017 e mi ha permesso di essere eletto presidente del Parlamento europeo, non grazie ad accordi di Palazzo, ma grazie al voto di parlamentari che condividevano un progetto politico. Questo è quello che si poteva fare, ho dimostrato che si può fare ancora oggi; per sconfiggere la sinistra questa è la strada unica. Naturalmente dipende dal risultato elettorale: prima bisogna avere i voti e fare le maggioranze in Parlamento e nelle istituzioni». Incredula per la «chiusura» la deputata leghista Laura Ravetto: «La storia di Forza Italia ci ricorda che Berlusconi ha sconfitto le sinistre includendo, riuscendo a mettere insieme sensibilità e storie molto diverse come quelle di Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Dire di “no” a qualcuno in vista delle Europee significa escludere e non includere, esattamente l’opposto di una ricetta vincente. La prossima commissione Ue dovrà essere di centrodestra, è impensabile tagliare fuori francesi, spagnoli, olandesi, austriaci o fiamminghi».
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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