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2023-07-04
Salvini prova a prendersi un pezzo del Ppe
Matteo Salvini e Marine Le Pen (Ansa)
«Solidarietà a vigili del fuoco, sindaci e poliziotti». È consonanza fin dal primo minuto tra Matteo Salvini e Marine Le Pen nell’incontro virtuale in videoconferenza, che sostituisce il summit romano rimandato alla luce della delicata situazione nella Francia incendiata dalle rivolte razziali. Lo è soprattutto sul «patto» verso le elezioni europee del prossimo anno, occasione unica per cogliere i frutti della debolezza della coalizione eurolirica guidata dai socialisti, con il Ppe costretto - nonostante la maggioranza - a un ruolo ancillare sui temi dominanti (identità, lavoro, strategie e ipocrisie del presente e del futuro del continente).
In collegamento con Le Pen e con il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella, Salvini ha ribadito «la determinazione a costruire una casa comune del centrodestra, alternativa ai socialisti e senza veti. Con l’obiettivo di realizzare il primo storico governo di centrodestra, in contrapposizione alla sinistra delle tasse e dell’immigrazione selvaggia. Mai la Lega andrà con sinistra e socialisti, non accetto veti sui nostri alleati». La sottolineatura pomeridiana non è casuale, arriva in risposta all’uscita di Antonio Tajani (ministro degli Esteri in veste di vicepresidente Ppe) che in mattinata aveva smontato con la chiave inglese e con un anatema l’operazione salviniana: «Mai con Le Pen e i tedeschi di AfD».
Foro rotondo, tassello quadrato: la differenza di prospettiva esiste e dovrà essere smussata nei prossimi mesi per passare da una visione ideologica (quella passatista degli euroentusiasti contro gli euroscettici) a una visione pragmatica con al centro le problematiche reali. Lì i punti d’incontro fra tutte le forze di centrodestra - quindi Ppe, Identità e Democrazia, i conservatori e riformisti di Ecr e di Giorgia Meloni - sono sempre più numerosi. A Bruxelles i mal di pancia sono quotidiani e la narrazione dei «burocrati felici» costruita ad arte dalla stampa mainstream ormai non regge più. Il castello di carta è crollato la settimana scorsa, quando un voto comune ha respinto le ultime follie del fanatismo green. Commento di un vecchio europarlamentare di Forza Italia: «Se le politiche comunitarie della maggioranza Ursula poggiano ancora sui deliri di Greta Thunberg non si va da nessuna parte».
Lo stesso Salvini è convinto che «una fetta del Ppe desideri guardare a destra e recidere una volta per tutte gli accordi con la sinistra. Perché l’unica speranza di cambiare l’Europa è tenere unito tutto quello che è alternativo alla sinistra. Chi si comporta diversamente fa un favore ai socialisti». Avendo davanti il volto di Le Pen, il vicepremier italiano si è ricordato che Emmanuel Macron si presenta in Europa come centrista e ha ribadito: «L’unico centrodestra presente in un grande Paese come la Francia siete voi». Poi ha aggiunto come punto esclamativo: «Il gruppo ID sarà sempre più attrattivo anche per altre forze politiche interessate a cambiare l’Europa».
Le turbolenze interne sono reali e al dibattito accesosi improvvisamente manca il convitato di pietra: la premier Meloni, che in questa fase non ha alcun interesse a entrare nella discussione. In Fratelli d’Italia sono consapevoli che «le volate lunghe sono le più difficili e, a un anno di distanza, il vento in faccia ti può sempre prosciugare le forze». Approccio saggio, mentre sotto traccia si lavora per cambiare proprio lo storytelling che fin qui ha consentito ai socialisti di salire sul Ppe come un paguro Bernardo e di trascinarlo verso un progressismo a senso unico: l’eterna battaglia fra europeisti e sovranisti.
La strategia internazionale di Meloni (atlantista, europeista quanto basta, mai No Euro) tende a smontare dall’interno l’equivoco e definire una nuova e più moderna contrapposizione. Con da una parte l’Europa dei popoli unita nel ribadire i valori fondanti - rispetto delle sovranità e delle tradizioni, politica economica di crescita, freno all’immigrazione incontrollata, politica fiscale non vessatoria - e dall’altra il minestrone Erasmus composto dal socialismo woke che piace a Elly Schlein, dal gretinismo ideologico e dal massimalismo pauperista nel quale nuota Giuseppe Conte. È evidente come, sui programmi, le convergenze del centrodestra finiranno per essere naturali. E lo stesso Ppe dovrà dare un colpo di timone per allontanarsi dal radicalismo allo Spritz.
«Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron?». La domanda dei leghisti europei Marco Zanni e Marco Campomenosi è puntuale, legittima. Ed è la stessa che nella Germania piegata dall’era Merkel (più passa il tempo e più si comprendono i disastri della grosse koalition) la Cdu sta ponendo a Ursula von der Leyen. Il partito cristiano-democratico è uscito con le ossa rotte dalle ultime elezioni proprio per questa insensata deriva rosè e arcobaleno, voluta per moda tardogiovanile e per copiare le pulsioni siliconvalliche dell’America senza ideali. «Vogliono vincere per minare l’Europa dall’interno», ormai è l’unico bolso slogan rimasto alla sinistra. Guardando gli incendi francesi si ha l’identikit dei volti e dei partiti che l’hanno minata negli ultimi 20 anni.
Tajani boccia i piani del Carroccio: «Mai patti con gli ultranazionalisti»
Respinto con perdite il patto del centrodestra lanciato dal segretario della Lega, Matteo Salvini, poco prima dell’incontro con la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen. Antonio Tajani infatti, ospite di Agorà estate, Rai3, ha tracciato quella che sarà la linea politica del Partito popolare europeo per i prossimi anni, anche in vista delle elezioni europee di giugno 2024.
«Voglio essere molto chiaro, sono anche vicepresidente del Ppe: per noi è impossibile qualsiasi accordo con Rassemblement National della Le Pen e con Alternative für Deutschland dei tedeschi ultranazionalisti», ha dichiarato il coordinatore di Forza Italia, ma anche vicepremier e ministro degli Esteri del governo Meloni. E se nella famiglia europea di Identità e Democrazia è presente anche la Lega, il ministro azzurro ha detto che «la Lega è cosa ben diversa. Saremmo lieti di avere la Lega parte di una maggioranza, ma senza Le Pen e AfD». Tajani dunque, malgrado il vento di centrodestra che sta spirando in Ue, ribadisce che Fi è una grande forza moderata che non vira verso le più importanti formazioni dell’ultradestra europea, nonostante la necessità di nuove alleanze per poter eleggere le prossime cariche a Bruxelles. Ed esclude tensioni interne alla coalizione di centrodestra: «Un’alleanza in Europa con Salvini è assolutamente possibile, dopo le elezioni europee. Noi correremo con la lista di Forza Italia, con la scritta Partito popolare europeo. Noi siamo il Ppe in Italia. Con Salvini siamo pronti a fare alleanze in Italia e fuori dall’Italia. Il problema non è mai stato e non sarà mai Matteo Salvini e la Lega. Il problema sono AfD e il partito della signora Le Pen perché sono due partiti anti europeisti e non si può governare l’Europa con due partiti anti europeisti». Dall’Ue immediata la dura risposta del Carroccio: «Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron? La Lega lavora per cambiare la maggioranza in Europa e dare vita, finalmente, a un progetto di centrodestra unito, capace di dare risposte concrete ai cittadini dopo anni di mal governo delle sinistre» hanno attaccato Marzo Zanni (presidente gruppo Id) e Marco Campomenosi, (capo delegazione Lega al Parlamento Europeo) aggiungendo: «Non è il momento dei diktat, né di decidere a priori chi escludere dal progetto di centrodestra europeo, tanto più se questo arriva da chi fino a oggi è stato a braccetto di Pd e socialisti in Ue. Chiediamo più rispetto per i colleghi del gruppo Id: è proprio grazie ai voti dei nostri alleati francesi del Rn e tedeschi di AfD se, insieme al Ppe, siamo riusciti a respingere l’ultima eurofollia green non più tardi della scorsa settimana. Ci rifiutiamo di pensare che qualcuno che si definisce di centrodestra possa preferire Macron e le sinistre alla Le Pen». Ma il leader azzurro conferma: «L’idea che io ho per il futuro è dar vita ad una maggioranza con Popolari, Conservatori e Liberali, che è la maggioranza che mi ha permesso di sconfiggere la sinistra nel 2017 e mi ha permesso di essere eletto presidente del Parlamento europeo, non grazie ad accordi di Palazzo, ma grazie al voto di parlamentari che condividevano un progetto politico. Questo è quello che si poteva fare, ho dimostrato che si può fare ancora oggi; per sconfiggere la sinistra questa è la strada unica. Naturalmente dipende dal risultato elettorale: prima bisogna avere i voti e fare le maggioranze in Parlamento e nelle istituzioni». Incredula per la «chiusura» la deputata leghista Laura Ravetto: «La storia di Forza Italia ci ricorda che Berlusconi ha sconfitto le sinistre includendo, riuscendo a mettere insieme sensibilità e storie molto diverse come quelle di Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Dire di “no” a qualcuno in vista delle Europee significa escludere e non includere, esattamente l’opposto di una ricetta vincente. La prossima commissione Ue dovrà essere di centrodestra, è impensabile tagliare fuori francesi, spagnoli, olandesi, austriaci o fiamminghi».
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Il leader della Lega in videoconferenza con Marine Le Pen rinsalda l’alleanza per le elezioni del 2024: «Nessun accordo con chi tifa per tasse e immigrazione». Poi cerca di infilarsi tra Partito popolare europeo e progressisti. E Giorgia Meloni gioca la carta dell’attesa.Il ministro degli Esteri Antonio Tajani: no alla destra francese e tedesca. La replica: meglio Macron?Lo speciale contiene due articoli.«Solidarietà a vigili del fuoco, sindaci e poliziotti». È consonanza fin dal primo minuto tra Matteo Salvini e Marine Le Pen nell’incontro virtuale in videoconferenza, che sostituisce il summit romano rimandato alla luce della delicata situazione nella Francia incendiata dalle rivolte razziali. Lo è soprattutto sul «patto» verso le elezioni europee del prossimo anno, occasione unica per cogliere i frutti della debolezza della coalizione eurolirica guidata dai socialisti, con il Ppe costretto - nonostante la maggioranza - a un ruolo ancillare sui temi dominanti (identità, lavoro, strategie e ipocrisie del presente e del futuro del continente).In collegamento con Le Pen e con il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella, Salvini ha ribadito «la determinazione a costruire una casa comune del centrodestra, alternativa ai socialisti e senza veti. Con l’obiettivo di realizzare il primo storico governo di centrodestra, in contrapposizione alla sinistra delle tasse e dell’immigrazione selvaggia. Mai la Lega andrà con sinistra e socialisti, non accetto veti sui nostri alleati». La sottolineatura pomeridiana non è casuale, arriva in risposta all’uscita di Antonio Tajani (ministro degli Esteri in veste di vicepresidente Ppe) che in mattinata aveva smontato con la chiave inglese e con un anatema l’operazione salviniana: «Mai con Le Pen e i tedeschi di AfD».Foro rotondo, tassello quadrato: la differenza di prospettiva esiste e dovrà essere smussata nei prossimi mesi per passare da una visione ideologica (quella passatista degli euroentusiasti contro gli euroscettici) a una visione pragmatica con al centro le problematiche reali. Lì i punti d’incontro fra tutte le forze di centrodestra - quindi Ppe, Identità e Democrazia, i conservatori e riformisti di Ecr e di Giorgia Meloni - sono sempre più numerosi. A Bruxelles i mal di pancia sono quotidiani e la narrazione dei «burocrati felici» costruita ad arte dalla stampa mainstream ormai non regge più. Il castello di carta è crollato la settimana scorsa, quando un voto comune ha respinto le ultime follie del fanatismo green. Commento di un vecchio europarlamentare di Forza Italia: «Se le politiche comunitarie della maggioranza Ursula poggiano ancora sui deliri di Greta Thunberg non si va da nessuna parte».Lo stesso Salvini è convinto che «una fetta del Ppe desideri guardare a destra e recidere una volta per tutte gli accordi con la sinistra. Perché l’unica speranza di cambiare l’Europa è tenere unito tutto quello che è alternativo alla sinistra. Chi si comporta diversamente fa un favore ai socialisti». Avendo davanti il volto di Le Pen, il vicepremier italiano si è ricordato che Emmanuel Macron si presenta in Europa come centrista e ha ribadito: «L’unico centrodestra presente in un grande Paese come la Francia siete voi». Poi ha aggiunto come punto esclamativo: «Il gruppo ID sarà sempre più attrattivo anche per altre forze politiche interessate a cambiare l’Europa».Le turbolenze interne sono reali e al dibattito accesosi improvvisamente manca il convitato di pietra: la premier Meloni, che in questa fase non ha alcun interesse a entrare nella discussione. In Fratelli d’Italia sono consapevoli che «le volate lunghe sono le più difficili e, a un anno di distanza, il vento in faccia ti può sempre prosciugare le forze». Approccio saggio, mentre sotto traccia si lavora per cambiare proprio lo storytelling che fin qui ha consentito ai socialisti di salire sul Ppe come un paguro Bernardo e di trascinarlo verso un progressismo a senso unico: l’eterna battaglia fra europeisti e sovranisti.La strategia internazionale di Meloni (atlantista, europeista quanto basta, mai No Euro) tende a smontare dall’interno l’equivoco e definire una nuova e più moderna contrapposizione. Con da una parte l’Europa dei popoli unita nel ribadire i valori fondanti - rispetto delle sovranità e delle tradizioni, politica economica di crescita, freno all’immigrazione incontrollata, politica fiscale non vessatoria - e dall’altra il minestrone Erasmus composto dal socialismo woke che piace a Elly Schlein, dal gretinismo ideologico e dal massimalismo pauperista nel quale nuota Giuseppe Conte. È evidente come, sui programmi, le convergenze del centrodestra finiranno per essere naturali. E lo stesso Ppe dovrà dare un colpo di timone per allontanarsi dal radicalismo allo Spritz.«Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron?». La domanda dei leghisti europei Marco Zanni e Marco Campomenosi è puntuale, legittima. Ed è la stessa che nella Germania piegata dall’era Merkel (più passa il tempo e più si comprendono i disastri della grosse koalition) la Cdu sta ponendo a Ursula von der Leyen. Il partito cristiano-democratico è uscito con le ossa rotte dalle ultime elezioni proprio per questa insensata deriva rosè e arcobaleno, voluta per moda tardogiovanile e per copiare le pulsioni siliconvalliche dell’America senza ideali. «Vogliono vincere per minare l’Europa dall’interno», ormai è l’unico bolso slogan rimasto alla sinistra. 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Antonio Tajani infatti, ospite di Agorà estate, Rai3, ha tracciato quella che sarà la linea politica del Partito popolare europeo per i prossimi anni, anche in vista delle elezioni europee di giugno 2024. «Voglio essere molto chiaro, sono anche vicepresidente del Ppe: per noi è impossibile qualsiasi accordo con Rassemblement National della Le Pen e con Alternative für Deutschland dei tedeschi ultranazionalisti», ha dichiarato il coordinatore di Forza Italia, ma anche vicepremier e ministro degli Esteri del governo Meloni. E se nella famiglia europea di Identità e Democrazia è presente anche la Lega, il ministro azzurro ha detto che «la Lega è cosa ben diversa. Saremmo lieti di avere la Lega parte di una maggioranza, ma senza Le Pen e AfD». Tajani dunque, malgrado il vento di centrodestra che sta spirando in Ue, ribadisce che Fi è una grande forza moderata che non vira verso le più importanti formazioni dell’ultradestra europea, nonostante la necessità di nuove alleanze per poter eleggere le prossime cariche a Bruxelles. Ed esclude tensioni interne alla coalizione di centrodestra: «Un’alleanza in Europa con Salvini è assolutamente possibile, dopo le elezioni europee. Noi correremo con la lista di Forza Italia, con la scritta Partito popolare europeo. Noi siamo il Ppe in Italia. Con Salvini siamo pronti a fare alleanze in Italia e fuori dall’Italia. Il problema non è mai stato e non sarà mai Matteo Salvini e la Lega. Il problema sono AfD e il partito della signora Le Pen perché sono due partiti anti europeisti e non si può governare l’Europa con due partiti anti europeisti». Dall’Ue immediata la dura risposta del Carroccio: «Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron? La Lega lavora per cambiare la maggioranza in Europa e dare vita, finalmente, a un progetto di centrodestra unito, capace di dare risposte concrete ai cittadini dopo anni di mal governo delle sinistre» hanno attaccato Marzo Zanni (presidente gruppo Id) e Marco Campomenosi, (capo delegazione Lega al Parlamento Europeo) aggiungendo: «Non è il momento dei diktat, né di decidere a priori chi escludere dal progetto di centrodestra europeo, tanto più se questo arriva da chi fino a oggi è stato a braccetto di Pd e socialisti in Ue. Chiediamo più rispetto per i colleghi del gruppo Id: è proprio grazie ai voti dei nostri alleati francesi del Rn e tedeschi di AfD se, insieme al Ppe, siamo riusciti a respingere l’ultima eurofollia green non più tardi della scorsa settimana. Ci rifiutiamo di pensare che qualcuno che si definisce di centrodestra possa preferire Macron e le sinistre alla Le Pen». Ma il leader azzurro conferma: «L’idea che io ho per il futuro è dar vita ad una maggioranza con Popolari, Conservatori e Liberali, che è la maggioranza che mi ha permesso di sconfiggere la sinistra nel 2017 e mi ha permesso di essere eletto presidente del Parlamento europeo, non grazie ad accordi di Palazzo, ma grazie al voto di parlamentari che condividevano un progetto politico. Questo è quello che si poteva fare, ho dimostrato che si può fare ancora oggi; per sconfiggere la sinistra questa è la strada unica. Naturalmente dipende dal risultato elettorale: prima bisogna avere i voti e fare le maggioranze in Parlamento e nelle istituzioni». Incredula per la «chiusura» la deputata leghista Laura Ravetto: «La storia di Forza Italia ci ricorda che Berlusconi ha sconfitto le sinistre includendo, riuscendo a mettere insieme sensibilità e storie molto diverse come quelle di Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Dire di “no” a qualcuno in vista delle Europee significa escludere e non includere, esattamente l’opposto di una ricetta vincente. La prossima commissione Ue dovrà essere di centrodestra, è impensabile tagliare fuori francesi, spagnoli, olandesi, austriaci o fiamminghi».
Mario Delpini (Ansa)
Si può: tutto questo accade a Milano, dove la diocesi ha presentato nei giorni scorsi il progetto del Monastero ambrosiano firmato da Stefano Boeri, «la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di Mind, il Milano innovation district, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015. Nel 2023 era stata lanciata una Call for ideas, così la chiamano, che aveva coinvolto realtà ecclesiali, istituzioni, centri di ricerca e studi di architettura: l’obiettivo, decidere che cosa realizzare in quell’area. Da allora, Stefano Boeri ha preso il largo e ha firmato il progetto finale benedetto anche dall’arcivescovo, Mario Delpini, e che si estenderà nell’area all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, in un’area che entro il 2030 (anno in cui è prevista la realizzazione del Monastero) ospiterà circa 70.000 persone tra residenti, lavoratori e studenti. Questo Monastero «avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica». Cinque le mini strutture abitative che ospiteranno i monaci del futuro. Gli altri spazi vedranno la presenza di un Chiostro delle religioni, un Giardino delle religioni, «dove le diverse tradizioni monoteiste presenti a Milano sono richiamate simbolicamente attraverso le essenze vegetali», e una Biblioteca delle religioni.
Boeri ha spiegato che il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 metri quadri, 1.100 dei quali destinati agli spazi aperti. La chiesa vera e propria avrà un impianto trigono e potrà accogliere 300-350 fedeli. Ipotizzando la capienza massima, secondo le linee guida ufficiali per la progettazione di nuove chiese pubblicate dall’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, l’aula dell’assemblea sarà grande circa 350 metri quadri. A questa bisogna aggiungere il presbiterio (circa 50 mq), i vani accessorio (atri, corridoi, bagni, depositi: altri 150 mq), la sacrestia (30 mq): si arriva così a poco meno di 600 mq di sola chiesa, poco meno di un quinto dello spazio interessato dall’intervento. Forse un po’ pochino, visto che dovrebbe essere anche la chiesa di riferimenti dell’attiguo quartiere di Cascina Merlata, nuovo di zecca, popoloso ma privo di strutture religiose. Costo stimato? «Edificare nuovi centri parrocchiali», ha ricordato monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, «costa fra i 5 e i 6 milioni di euro. Il Monastero ambrosiano non costerà di meno». I soldi saranno saranno reperiti attraverso una raccolta fondi.
Sui social, i fedeli non hanno preso bene il progetto. C’è chi dubita della funzionalità della struttura per ospitare celebrazioni sacre, chi si chiede «Ma sempre Boeri?», chi (tantissimi) sottolinea che, invece di costruirne uno nuovo, la Curia dovrebbe badare ai numerosi monasteri chiusi o che stanno chiudendo e che rischiano di rovinarsi (e qui il grande accusato è proprio l’arcivescovo Delpini). La domanda, infine, che molti si pongono è: quale è la ratio di una diocesi che finanzia un centro per il sincretismo religioso? Non dovrebbe annunciare Cristo invece di mischiare la fede cristiana con il resto del mondo? Il monastero medievale, al quale quello «ambrosiano» si richiama, era il pilastro della società di allora. Nella visione boeriana, la chiesa è messa in un angolo, lo spazio viene fagocitato dalla mescolanza della fede cristiana con gli altri credo. Lo stesso Boeri, nel rispondere a un commento particolarmente critico di un utente su Facebook che si domandava «Chi dovrebbe usufruire di una simile costruzione?», ha risposto: «Cittadini e fedeli di fedi diverse».
E c’è un altro fattore, da considerare: non è che l’idea del Monastero ambrosiano arrivi troppo tardi? Il 30 gennaio 2022 monsignor Luigi Stucchi, allora collaboratore del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Milano, sottolineava il calo generale delle vocazioni per le congregazioni religiose. Il «monastero contemporaneo, manca dei pilastri fondamentali di un monastero: non è un baluardo della fede. Rischia di essere solo un Bosco orizzontale».
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Ecco #DimmiLaVerità del 19 maggio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Cisint sottolinea i rischi della islamizzazione.
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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