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2023-07-04
Salvini prova a prendersi un pezzo del Ppe
Matteo Salvini e Marine Le Pen (Ansa)
«Solidarietà a vigili del fuoco, sindaci e poliziotti». È consonanza fin dal primo minuto tra Matteo Salvini e Marine Le Pen nell’incontro virtuale in videoconferenza, che sostituisce il summit romano rimandato alla luce della delicata situazione nella Francia incendiata dalle rivolte razziali. Lo è soprattutto sul «patto» verso le elezioni europee del prossimo anno, occasione unica per cogliere i frutti della debolezza della coalizione eurolirica guidata dai socialisti, con il Ppe costretto - nonostante la maggioranza - a un ruolo ancillare sui temi dominanti (identità, lavoro, strategie e ipocrisie del presente e del futuro del continente).
In collegamento con Le Pen e con il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella, Salvini ha ribadito «la determinazione a costruire una casa comune del centrodestra, alternativa ai socialisti e senza veti. Con l’obiettivo di realizzare il primo storico governo di centrodestra, in contrapposizione alla sinistra delle tasse e dell’immigrazione selvaggia. Mai la Lega andrà con sinistra e socialisti, non accetto veti sui nostri alleati». La sottolineatura pomeridiana non è casuale, arriva in risposta all’uscita di Antonio Tajani (ministro degli Esteri in veste di vicepresidente Ppe) che in mattinata aveva smontato con la chiave inglese e con un anatema l’operazione salviniana: «Mai con Le Pen e i tedeschi di AfD».
Foro rotondo, tassello quadrato: la differenza di prospettiva esiste e dovrà essere smussata nei prossimi mesi per passare da una visione ideologica (quella passatista degli euroentusiasti contro gli euroscettici) a una visione pragmatica con al centro le problematiche reali. Lì i punti d’incontro fra tutte le forze di centrodestra - quindi Ppe, Identità e Democrazia, i conservatori e riformisti di Ecr e di Giorgia Meloni - sono sempre più numerosi. A Bruxelles i mal di pancia sono quotidiani e la narrazione dei «burocrati felici» costruita ad arte dalla stampa mainstream ormai non regge più. Il castello di carta è crollato la settimana scorsa, quando un voto comune ha respinto le ultime follie del fanatismo green. Commento di un vecchio europarlamentare di Forza Italia: «Se le politiche comunitarie della maggioranza Ursula poggiano ancora sui deliri di Greta Thunberg non si va da nessuna parte».
Lo stesso Salvini è convinto che «una fetta del Ppe desideri guardare a destra e recidere una volta per tutte gli accordi con la sinistra. Perché l’unica speranza di cambiare l’Europa è tenere unito tutto quello che è alternativo alla sinistra. Chi si comporta diversamente fa un favore ai socialisti». Avendo davanti il volto di Le Pen, il vicepremier italiano si è ricordato che Emmanuel Macron si presenta in Europa come centrista e ha ribadito: «L’unico centrodestra presente in un grande Paese come la Francia siete voi». Poi ha aggiunto come punto esclamativo: «Il gruppo ID sarà sempre più attrattivo anche per altre forze politiche interessate a cambiare l’Europa».
Le turbolenze interne sono reali e al dibattito accesosi improvvisamente manca il convitato di pietra: la premier Meloni, che in questa fase non ha alcun interesse a entrare nella discussione. In Fratelli d’Italia sono consapevoli che «le volate lunghe sono le più difficili e, a un anno di distanza, il vento in faccia ti può sempre prosciugare le forze». Approccio saggio, mentre sotto traccia si lavora per cambiare proprio lo storytelling che fin qui ha consentito ai socialisti di salire sul Ppe come un paguro Bernardo e di trascinarlo verso un progressismo a senso unico: l’eterna battaglia fra europeisti e sovranisti.
La strategia internazionale di Meloni (atlantista, europeista quanto basta, mai No Euro) tende a smontare dall’interno l’equivoco e definire una nuova e più moderna contrapposizione. Con da una parte l’Europa dei popoli unita nel ribadire i valori fondanti - rispetto delle sovranità e delle tradizioni, politica economica di crescita, freno all’immigrazione incontrollata, politica fiscale non vessatoria - e dall’altra il minestrone Erasmus composto dal socialismo woke che piace a Elly Schlein, dal gretinismo ideologico e dal massimalismo pauperista nel quale nuota Giuseppe Conte. È evidente come, sui programmi, le convergenze del centrodestra finiranno per essere naturali. E lo stesso Ppe dovrà dare un colpo di timone per allontanarsi dal radicalismo allo Spritz.
«Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron?». La domanda dei leghisti europei Marco Zanni e Marco Campomenosi è puntuale, legittima. Ed è la stessa che nella Germania piegata dall’era Merkel (più passa il tempo e più si comprendono i disastri della grosse koalition) la Cdu sta ponendo a Ursula von der Leyen. Il partito cristiano-democratico è uscito con le ossa rotte dalle ultime elezioni proprio per questa insensata deriva rosè e arcobaleno, voluta per moda tardogiovanile e per copiare le pulsioni siliconvalliche dell’America senza ideali. «Vogliono vincere per minare l’Europa dall’interno», ormai è l’unico bolso slogan rimasto alla sinistra. Guardando gli incendi francesi si ha l’identikit dei volti e dei partiti che l’hanno minata negli ultimi 20 anni.
Tajani boccia i piani del Carroccio: «Mai patti con gli ultranazionalisti»
Respinto con perdite il patto del centrodestra lanciato dal segretario della Lega, Matteo Salvini, poco prima dell’incontro con la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen. Antonio Tajani infatti, ospite di Agorà estate, Rai3, ha tracciato quella che sarà la linea politica del Partito popolare europeo per i prossimi anni, anche in vista delle elezioni europee di giugno 2024.
«Voglio essere molto chiaro, sono anche vicepresidente del Ppe: per noi è impossibile qualsiasi accordo con Rassemblement National della Le Pen e con Alternative für Deutschland dei tedeschi ultranazionalisti», ha dichiarato il coordinatore di Forza Italia, ma anche vicepremier e ministro degli Esteri del governo Meloni. E se nella famiglia europea di Identità e Democrazia è presente anche la Lega, il ministro azzurro ha detto che «la Lega è cosa ben diversa. Saremmo lieti di avere la Lega parte di una maggioranza, ma senza Le Pen e AfD». Tajani dunque, malgrado il vento di centrodestra che sta spirando in Ue, ribadisce che Fi è una grande forza moderata che non vira verso le più importanti formazioni dell’ultradestra europea, nonostante la necessità di nuove alleanze per poter eleggere le prossime cariche a Bruxelles. Ed esclude tensioni interne alla coalizione di centrodestra: «Un’alleanza in Europa con Salvini è assolutamente possibile, dopo le elezioni europee. Noi correremo con la lista di Forza Italia, con la scritta Partito popolare europeo. Noi siamo il Ppe in Italia. Con Salvini siamo pronti a fare alleanze in Italia e fuori dall’Italia. Il problema non è mai stato e non sarà mai Matteo Salvini e la Lega. Il problema sono AfD e il partito della signora Le Pen perché sono due partiti anti europeisti e non si può governare l’Europa con due partiti anti europeisti». Dall’Ue immediata la dura risposta del Carroccio: «Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron? La Lega lavora per cambiare la maggioranza in Europa e dare vita, finalmente, a un progetto di centrodestra unito, capace di dare risposte concrete ai cittadini dopo anni di mal governo delle sinistre» hanno attaccato Marzo Zanni (presidente gruppo Id) e Marco Campomenosi, (capo delegazione Lega al Parlamento Europeo) aggiungendo: «Non è il momento dei diktat, né di decidere a priori chi escludere dal progetto di centrodestra europeo, tanto più se questo arriva da chi fino a oggi è stato a braccetto di Pd e socialisti in Ue. Chiediamo più rispetto per i colleghi del gruppo Id: è proprio grazie ai voti dei nostri alleati francesi del Rn e tedeschi di AfD se, insieme al Ppe, siamo riusciti a respingere l’ultima eurofollia green non più tardi della scorsa settimana. Ci rifiutiamo di pensare che qualcuno che si definisce di centrodestra possa preferire Macron e le sinistre alla Le Pen». Ma il leader azzurro conferma: «L’idea che io ho per il futuro è dar vita ad una maggioranza con Popolari, Conservatori e Liberali, che è la maggioranza che mi ha permesso di sconfiggere la sinistra nel 2017 e mi ha permesso di essere eletto presidente del Parlamento europeo, non grazie ad accordi di Palazzo, ma grazie al voto di parlamentari che condividevano un progetto politico. Questo è quello che si poteva fare, ho dimostrato che si può fare ancora oggi; per sconfiggere la sinistra questa è la strada unica. Naturalmente dipende dal risultato elettorale: prima bisogna avere i voti e fare le maggioranze in Parlamento e nelle istituzioni». Incredula per la «chiusura» la deputata leghista Laura Ravetto: «La storia di Forza Italia ci ricorda che Berlusconi ha sconfitto le sinistre includendo, riuscendo a mettere insieme sensibilità e storie molto diverse come quelle di Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Dire di “no” a qualcuno in vista delle Europee significa escludere e non includere, esattamente l’opposto di una ricetta vincente. La prossima commissione Ue dovrà essere di centrodestra, è impensabile tagliare fuori francesi, spagnoli, olandesi, austriaci o fiamminghi».
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Il leader della Lega in videoconferenza con Marine Le Pen rinsalda l’alleanza per le elezioni del 2024: «Nessun accordo con chi tifa per tasse e immigrazione». Poi cerca di infilarsi tra Partito popolare europeo e progressisti. E Giorgia Meloni gioca la carta dell’attesa.Il ministro degli Esteri Antonio Tajani: no alla destra francese e tedesca. La replica: meglio Macron?Lo speciale contiene due articoli.«Solidarietà a vigili del fuoco, sindaci e poliziotti». È consonanza fin dal primo minuto tra Matteo Salvini e Marine Le Pen nell’incontro virtuale in videoconferenza, che sostituisce il summit romano rimandato alla luce della delicata situazione nella Francia incendiata dalle rivolte razziali. Lo è soprattutto sul «patto» verso le elezioni europee del prossimo anno, occasione unica per cogliere i frutti della debolezza della coalizione eurolirica guidata dai socialisti, con il Ppe costretto - nonostante la maggioranza - a un ruolo ancillare sui temi dominanti (identità, lavoro, strategie e ipocrisie del presente e del futuro del continente).In collegamento con Le Pen e con il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella, Salvini ha ribadito «la determinazione a costruire una casa comune del centrodestra, alternativa ai socialisti e senza veti. Con l’obiettivo di realizzare il primo storico governo di centrodestra, in contrapposizione alla sinistra delle tasse e dell’immigrazione selvaggia. Mai la Lega andrà con sinistra e socialisti, non accetto veti sui nostri alleati». La sottolineatura pomeridiana non è casuale, arriva in risposta all’uscita di Antonio Tajani (ministro degli Esteri in veste di vicepresidente Ppe) che in mattinata aveva smontato con la chiave inglese e con un anatema l’operazione salviniana: «Mai con Le Pen e i tedeschi di AfD».Foro rotondo, tassello quadrato: la differenza di prospettiva esiste e dovrà essere smussata nei prossimi mesi per passare da una visione ideologica (quella passatista degli euroentusiasti contro gli euroscettici) a una visione pragmatica con al centro le problematiche reali. Lì i punti d’incontro fra tutte le forze di centrodestra - quindi Ppe, Identità e Democrazia, i conservatori e riformisti di Ecr e di Giorgia Meloni - sono sempre più numerosi. A Bruxelles i mal di pancia sono quotidiani e la narrazione dei «burocrati felici» costruita ad arte dalla stampa mainstream ormai non regge più. Il castello di carta è crollato la settimana scorsa, quando un voto comune ha respinto le ultime follie del fanatismo green. Commento di un vecchio europarlamentare di Forza Italia: «Se le politiche comunitarie della maggioranza Ursula poggiano ancora sui deliri di Greta Thunberg non si va da nessuna parte».Lo stesso Salvini è convinto che «una fetta del Ppe desideri guardare a destra e recidere una volta per tutte gli accordi con la sinistra. Perché l’unica speranza di cambiare l’Europa è tenere unito tutto quello che è alternativo alla sinistra. Chi si comporta diversamente fa un favore ai socialisti». Avendo davanti il volto di Le Pen, il vicepremier italiano si è ricordato che Emmanuel Macron si presenta in Europa come centrista e ha ribadito: «L’unico centrodestra presente in un grande Paese come la Francia siete voi». Poi ha aggiunto come punto esclamativo: «Il gruppo ID sarà sempre più attrattivo anche per altre forze politiche interessate a cambiare l’Europa».Le turbolenze interne sono reali e al dibattito accesosi improvvisamente manca il convitato di pietra: la premier Meloni, che in questa fase non ha alcun interesse a entrare nella discussione. In Fratelli d’Italia sono consapevoli che «le volate lunghe sono le più difficili e, a un anno di distanza, il vento in faccia ti può sempre prosciugare le forze». Approccio saggio, mentre sotto traccia si lavora per cambiare proprio lo storytelling che fin qui ha consentito ai socialisti di salire sul Ppe come un paguro Bernardo e di trascinarlo verso un progressismo a senso unico: l’eterna battaglia fra europeisti e sovranisti.La strategia internazionale di Meloni (atlantista, europeista quanto basta, mai No Euro) tende a smontare dall’interno l’equivoco e definire una nuova e più moderna contrapposizione. Con da una parte l’Europa dei popoli unita nel ribadire i valori fondanti - rispetto delle sovranità e delle tradizioni, politica economica di crescita, freno all’immigrazione incontrollata, politica fiscale non vessatoria - e dall’altra il minestrone Erasmus composto dal socialismo woke che piace a Elly Schlein, dal gretinismo ideologico e dal massimalismo pauperista nel quale nuota Giuseppe Conte. È evidente come, sui programmi, le convergenze del centrodestra finiranno per essere naturali. E lo stesso Ppe dovrà dare un colpo di timone per allontanarsi dal radicalismo allo Spritz.«Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron?». La domanda dei leghisti europei Marco Zanni e Marco Campomenosi è puntuale, legittima. Ed è la stessa che nella Germania piegata dall’era Merkel (più passa il tempo e più si comprendono i disastri della grosse koalition) la Cdu sta ponendo a Ursula von der Leyen. Il partito cristiano-democratico è uscito con le ossa rotte dalle ultime elezioni proprio per questa insensata deriva rosè e arcobaleno, voluta per moda tardogiovanile e per copiare le pulsioni siliconvalliche dell’America senza ideali. «Vogliono vincere per minare l’Europa dall’interno», ormai è l’unico bolso slogan rimasto alla sinistra. Guardando gli incendi francesi si ha l’identikit dei volti e dei partiti che l’hanno minata negli ultimi 20 anni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-prova-prendersi-pezzo-ppe-2662222985.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tajani-boccia-i-piani-del-carroccio-mai-patti-con-gli-ultranazionalisti" data-post-id="2662222985" data-published-at="1688434392" data-use-pagination="False"> Tajani boccia i piani del Carroccio: «Mai patti con gli ultranazionalisti» Respinto con perdite il patto del centrodestra lanciato dal segretario della Lega, Matteo Salvini, poco prima dell’incontro con la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen. Antonio Tajani infatti, ospite di Agorà estate, Rai3, ha tracciato quella che sarà la linea politica del Partito popolare europeo per i prossimi anni, anche in vista delle elezioni europee di giugno 2024. «Voglio essere molto chiaro, sono anche vicepresidente del Ppe: per noi è impossibile qualsiasi accordo con Rassemblement National della Le Pen e con Alternative für Deutschland dei tedeschi ultranazionalisti», ha dichiarato il coordinatore di Forza Italia, ma anche vicepremier e ministro degli Esteri del governo Meloni. E se nella famiglia europea di Identità e Democrazia è presente anche la Lega, il ministro azzurro ha detto che «la Lega è cosa ben diversa. Saremmo lieti di avere la Lega parte di una maggioranza, ma senza Le Pen e AfD». Tajani dunque, malgrado il vento di centrodestra che sta spirando in Ue, ribadisce che Fi è una grande forza moderata che non vira verso le più importanti formazioni dell’ultradestra europea, nonostante la necessità di nuove alleanze per poter eleggere le prossime cariche a Bruxelles. Ed esclude tensioni interne alla coalizione di centrodestra: «Un’alleanza in Europa con Salvini è assolutamente possibile, dopo le elezioni europee. Noi correremo con la lista di Forza Italia, con la scritta Partito popolare europeo. Noi siamo il Ppe in Italia. Con Salvini siamo pronti a fare alleanze in Italia e fuori dall’Italia. Il problema non è mai stato e non sarà mai Matteo Salvini e la Lega. Il problema sono AfD e il partito della signora Le Pen perché sono due partiti anti europeisti e non si può governare l’Europa con due partiti anti europeisti». Dall’Ue immediata la dura risposta del Carroccio: «Davvero l’amico Tajani preferisce continuare a governare con Pd, socialisti e Macron? La Lega lavora per cambiare la maggioranza in Europa e dare vita, finalmente, a un progetto di centrodestra unito, capace di dare risposte concrete ai cittadini dopo anni di mal governo delle sinistre» hanno attaccato Marzo Zanni (presidente gruppo Id) e Marco Campomenosi, (capo delegazione Lega al Parlamento Europeo) aggiungendo: «Non è il momento dei diktat, né di decidere a priori chi escludere dal progetto di centrodestra europeo, tanto più se questo arriva da chi fino a oggi è stato a braccetto di Pd e socialisti in Ue. Chiediamo più rispetto per i colleghi del gruppo Id: è proprio grazie ai voti dei nostri alleati francesi del Rn e tedeschi di AfD se, insieme al Ppe, siamo riusciti a respingere l’ultima eurofollia green non più tardi della scorsa settimana. Ci rifiutiamo di pensare che qualcuno che si definisce di centrodestra possa preferire Macron e le sinistre alla Le Pen». Ma il leader azzurro conferma: «L’idea che io ho per il futuro è dar vita ad una maggioranza con Popolari, Conservatori e Liberali, che è la maggioranza che mi ha permesso di sconfiggere la sinistra nel 2017 e mi ha permesso di essere eletto presidente del Parlamento europeo, non grazie ad accordi di Palazzo, ma grazie al voto di parlamentari che condividevano un progetto politico. Questo è quello che si poteva fare, ho dimostrato che si può fare ancora oggi; per sconfiggere la sinistra questa è la strada unica. Naturalmente dipende dal risultato elettorale: prima bisogna avere i voti e fare le maggioranze in Parlamento e nelle istituzioni». Incredula per la «chiusura» la deputata leghista Laura Ravetto: «La storia di Forza Italia ci ricorda che Berlusconi ha sconfitto le sinistre includendo, riuscendo a mettere insieme sensibilità e storie molto diverse come quelle di Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Dire di “no” a qualcuno in vista delle Europee significa escludere e non includere, esattamente l’opposto di una ricetta vincente. La prossima commissione Ue dovrà essere di centrodestra, è impensabile tagliare fuori francesi, spagnoli, olandesi, austriaci o fiamminghi».
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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