True
2020-02-28
Salvini prova a finire il Conte dimezzato. E dal Quirinale lancia il «governo di unità»
Matteo Salvini (Alessia Pierdomenico, Bloomberg via Getty Images)
Matteo Salvini una ne fa e cento ne pensa. Giornata della responsabilità, quella di ieri, per il leader della Lega, che nel giro di poche ore prima invoca un «governo di unità nazionale» (ovviamente a patto che il premier non sia Giuseppe Conte), poi incontra il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e lo elogia pubblicamente. Manca solo che, da milanista sfegatato, faccia un sincero in bocca al lupo all'Inter per la conquista dello scudetto, e qualcuno si potrebbe chiedere se il leader del Carroccio abbia ingaggiato un sosia. Invece no: è sempre lui, Salvini, a dettare l'agenda della comunicazione e a far traballare la maggioranza, approfittando del fatto che Conte è in caduta libera per la maldestra gestione dell'emergenza coronavirus, che ha fatto arrabbiare perfino Mattarella. «Questa squadra di governo», dice Salvini in conferenza stampa, «non è adatta a gestire la normalità, figuriamoci l'emergenza. Noi vogliamo che l'Italia riparta ma con Conte non riparte. La Lega c'è per accompagnare il Paese fuori dal pantano, al voto. L'importante è non affondare. Con Conte l'Italia affonda», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «noi siamo disponibili a remare su una scialuppa di salvataggio per il tempo strettamente necessario a tornare alla normalità democratica. Siamo in grado di votare da qui a otto mesi? Probabile. Conte», insiste Salvini, «non può accompagnare il Paese al voto, se arriva qualcun altro che decide tre cose da fare in questi otto mesi c'è il sostegno della Lega».
Salvini sale al Colle all'ora di pranzo, e all'uscita, dopo un colloquio di una ventina di minuti con Mattarella, si complimenta con lui: «Nel presidente della Repubblica», dice, «ho trovato un interlocutore attento sul fatto che l'Italia debba riaprire tutto il possibile il prima possibile. L'appello che ho chiesto al presidente della Repubblica di lanciare a chi è al governo è di riaprire tutto quello che si può riaprire».
Il Quirinale si affretta a far sapere che è stato Salvini a chiedere l'incontro, durante il quale non si è assolutamente parlato di governi, istituzionali o meno, ma solo dell'emergenza coronavirus. Intanto, la politica italiana si interroga su quale sia il motivo dell'inversione di rotta dell'ex vicepremier. «Salvini», confida alla Verità un altissimo dirigente del Pd, «vuole solo seminare zizzania nella maggioranza, ma all'idea del governissimo non ci crede neanche lui. Credo che la sua mossa sia dettata dal fatto che per i prossimi otto mesi non può più chiedere le elezioni».
Seminare zizzania nella maggioranza: traduzione, far sognare a Matteo Renzi di poter finalmente mandare a casa Conte. «Viviamo ore molto difficili», aveva scritto l'ex Rottamatore due giorni fa, «il coronavirus va messo sotto controllo. Se ci mettiamo tutti insieme, senza distinguo assurdi, possiamo farcela». Ieri, la smentita che non smentisce, anzi: «Per favore», twitta Renzi, «siamo seri. Basta retroscena, basta gossip, basta chiacchiericcio. Ho chiesto dal giorno uno di smettere di parlare del governo e di concentrarsi sull'emergenza coronavirus. Quando l'emergenza sarà rientrata parleremo del futuro del governo. Ora lavoriamo tutti insieme». Ci pensa il deputato di Italia viva, Luciano Nobili, a offrire una sponda a Salvini: «Un governo di unità nazionale? Noi», dice Nobili a Un giorno da pecora su Radio 1, «lo abbiamo proposto, perché crediamo che in un momento difficile il Paese abbia bisogno di farsi trovare unito, non con le polemiche di questi giorni». Porte aperte dalla vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, di Forza Italia e leader di Voce libera: «Il dovere di una politica seria», osserva la Carfagna, «è ammettere l'esistenza di un'emergenza economica potenzialmente molto più grave del previsto e aprire una nuova pagina di dialogo in nome dell'unità nazionale: solo uno sforzo comune può mettere l'Italia e gli italiani al riparo dai danni di un pericoloso ciclo di crisi». «Se cade questo governo, bisogna andare al voto», ribatte all'Adnkronos il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani.
Il Pd smentisce con decisione: «Non se ne parla. Ci mancherebbe pure. Con la Lega», dichiara il vicesegretario dem, Andrea Orlando, «nessuna alleanza di governo». Porte chiuse a Salvini anche dal M5s, ma si sa che i grillini sono allo sbando, e pur di restare incollati alle poltrone voterebbero la fiducia a qualunque premier. «C'è chi pensa di sfruttare il coronavirus per una resa dei conti? Non posso immaginare qualcosa di più cinico!», attacca il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, del M5s. Chi invece fa sentire forte il suo «no» è Giorgia Meloni: «Fratelli d'Italia considera il governo Conte una esperienza fallita», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «ed è pronto a presentare una mozione di sfiducia al governo per verificare se ci sia ancora una maggioranza che lo sostiene. Ma insistiamo nel dire che la soluzione per il dopo Conte, a nostro avviso, sono libere elezioni. Ogni altra ipotesi che si dovesse mettere in campo non ci troverebbe d'accordo. Dopo due governi nati da un inciucio che non hanno prodotto nulla se non l'immobilismo e i compromessi al ribasso», sottolinea la Meloni, «non crediamo ne serva un terzo, ancora più eterogeneo dei due precedenti». La trovata di Salvini e il gioco di sponda di Renzi suscitano molte critiche, anche velenose, tra i big di Fratelli d'Italia: «La cosa più sconcertante», sussurra alla Verità una fonte di primo piano del partito della Meloni, «è approfittare di un'emergenza nazionale come il coronavirus per tentare giochetti di palazzo. Che cinismo…».
Giuseppi ha accusato i governatori. Ma i «pieni poteri» ce li aveva già
E se Giuseppe Conte, anziché l'avvocato del popolo, fosse un quaquaraquà? Non lo diciamo noi - non oseremmo. Lo ha suggerito mercoledì sera l'ex ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, ospite di Stasera Italia, il talk show condotto da Barbara Palombelli su Rete 4. Si discuteva del caos creato dai tira e molla tra esecutivo e Regioni nell'allarme coronavirus. E Tremonti, giustamente spietato, ha rigirato il coltello nella piaga: la polemica scatenata dal premier con i governatori leghisti, minacciati da Giuseppi di essere privati dei loro poteri in materia sanitaria, era del tutto fuori luogo: il presidente del Consiglio aveva già, ai sensi della Costituzione, la responsabilità di gestire l'emergenza.
«Nel titolo V della Costituzione vigente, fatto dalla sinistra», ha ricordato l'ex ministro, «all'articolo 117 (invero è il 114, ndr), secondo comma, lettera q come quaquaraquà, si dice che le profilassi sanitarie internazionali sono di competenza statale». Dunque, il governo avrebbe dovuto decidere da subito «cosa fare e cosa non fare» e pretendere obbedienza. «Il caos che c'è adesso», ha concluso Tremonti, «dipende dal fatto che non è stata applicata la norma fondamentale della Costituzione».
Analisi impeccabile. All'articolo 114 del titolo V, frutto della riforma del 2001 (governo Amato II), si legge infatti che lo Stato «ha legislazione esclusiva», tra le varie materie, anche su «dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale» (lettera q). Più profilassi internazionale della difesa dal virus cinese...
Gli strali di Conte contro i presidenti delle Regioni del Nord, quindi, sono stati non solamente un gesto inopportuno, viste le circostanze e la necessità di collaborare lealmente, ma pure la dimostrazione lampante dell'incompetenza dei «competenti». Le ipotesi, in effetti, sono due - ed entrambe non contribuiscono ad attribuire a Giuseppi il profilo del grande statista, che forse lui crede di meritare.
O il premier non conosce la Costituzione e nessun membro del suo staff gli ha fatto notare che era la stessa legge fondamentale della Repubblica a garantirgli «pieni poteri» in questa situazione. Questo, per un giurista, non è proprio il massimo, ma se non altro salva la buona fede del «quaquaraquà» (citiamo sempre Tremonti). L'altro scenario, da questo punto di vista, è persino peggiore.
Se Conte conoscesse quella norma del titolo V e sapesse che a essa poteva appigliarsi prima di battibeccare con Attilio Fontana e Luca Zaia, prima di prendersela con i medici in prima linea (come Raffaele Cadorna se la prese con i soldati massacrati a Caporetto) e prima di offrire alla Procura di Lodi una notizia di reato, ne conseguirebbe una conclusione logica: ovvero, che il premier l'ha deliberatamente buttata in caciara, ha appositamente sfruculiato i governatori del Nord. Con che scopo? Probabilmente, duplice. Da un lato, brandire un motivo di propaganda anti leghista, visto che il caos sul coronavirus potrebbe convincere l'opinione pubblica che aveva ragione il Carroccio a invocare più prevenzione. Dall'altro, creare un po' di bagarre per distogliere l'attenzione dall'imbarazzante collezione di fughe in avanti e marce indietro del governo da lui presieduto, oltre che della struttura commissariale affidata al capo della Protezione civile, Angelo Borrelli.
Avvocato del popolo, quaquaraquà, o azzeccagarbugli?
Continua a leggereRiduci
Il capo della Lega elogia il Colle. Poi propone: «Voto fra 8 mesi». Iv fa da sponda, Pd e M5s rispondono a insulti. Gelo di Giorgia Meloni.Sberla di Giulio Tremonti al premier: «Per la Costituzione la profilassi spetta allo Stato».Lo speciale contiene due articoli.Matteo Salvini una ne fa e cento ne pensa. Giornata della responsabilità, quella di ieri, per il leader della Lega, che nel giro di poche ore prima invoca un «governo di unità nazionale» (ovviamente a patto che il premier non sia Giuseppe Conte), poi incontra il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e lo elogia pubblicamente. Manca solo che, da milanista sfegatato, faccia un sincero in bocca al lupo all'Inter per la conquista dello scudetto, e qualcuno si potrebbe chiedere se il leader del Carroccio abbia ingaggiato un sosia. Invece no: è sempre lui, Salvini, a dettare l'agenda della comunicazione e a far traballare la maggioranza, approfittando del fatto che Conte è in caduta libera per la maldestra gestione dell'emergenza coronavirus, che ha fatto arrabbiare perfino Mattarella. «Questa squadra di governo», dice Salvini in conferenza stampa, «non è adatta a gestire la normalità, figuriamoci l'emergenza. Noi vogliamo che l'Italia riparta ma con Conte non riparte. La Lega c'è per accompagnare il Paese fuori dal pantano, al voto. L'importante è non affondare. Con Conte l'Italia affonda», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «noi siamo disponibili a remare su una scialuppa di salvataggio per il tempo strettamente necessario a tornare alla normalità democratica. Siamo in grado di votare da qui a otto mesi? Probabile. Conte», insiste Salvini, «non può accompagnare il Paese al voto, se arriva qualcun altro che decide tre cose da fare in questi otto mesi c'è il sostegno della Lega».Salvini sale al Colle all'ora di pranzo, e all'uscita, dopo un colloquio di una ventina di minuti con Mattarella, si complimenta con lui: «Nel presidente della Repubblica», dice, «ho trovato un interlocutore attento sul fatto che l'Italia debba riaprire tutto il possibile il prima possibile. L'appello che ho chiesto al presidente della Repubblica di lanciare a chi è al governo è di riaprire tutto quello che si può riaprire».Il Quirinale si affretta a far sapere che è stato Salvini a chiedere l'incontro, durante il quale non si è assolutamente parlato di governi, istituzionali o meno, ma solo dell'emergenza coronavirus. Intanto, la politica italiana si interroga su quale sia il motivo dell'inversione di rotta dell'ex vicepremier. «Salvini», confida alla Verità un altissimo dirigente del Pd, «vuole solo seminare zizzania nella maggioranza, ma all'idea del governissimo non ci crede neanche lui. Credo che la sua mossa sia dettata dal fatto che per i prossimi otto mesi non può più chiedere le elezioni».Seminare zizzania nella maggioranza: traduzione, far sognare a Matteo Renzi di poter finalmente mandare a casa Conte. «Viviamo ore molto difficili», aveva scritto l'ex Rottamatore due giorni fa, «il coronavirus va messo sotto controllo. Se ci mettiamo tutti insieme, senza distinguo assurdi, possiamo farcela». Ieri, la smentita che non smentisce, anzi: «Per favore», twitta Renzi, «siamo seri. Basta retroscena, basta gossip, basta chiacchiericcio. Ho chiesto dal giorno uno di smettere di parlare del governo e di concentrarsi sull'emergenza coronavirus. Quando l'emergenza sarà rientrata parleremo del futuro del governo. Ora lavoriamo tutti insieme». Ci pensa il deputato di Italia viva, Luciano Nobili, a offrire una sponda a Salvini: «Un governo di unità nazionale? Noi», dice Nobili a Un giorno da pecora su Radio 1, «lo abbiamo proposto, perché crediamo che in un momento difficile il Paese abbia bisogno di farsi trovare unito, non con le polemiche di questi giorni». Porte aperte dalla vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, di Forza Italia e leader di Voce libera: «Il dovere di una politica seria», osserva la Carfagna, «è ammettere l'esistenza di un'emergenza economica potenzialmente molto più grave del previsto e aprire una nuova pagina di dialogo in nome dell'unità nazionale: solo uno sforzo comune può mettere l'Italia e gli italiani al riparo dai danni di un pericoloso ciclo di crisi». «Se cade questo governo, bisogna andare al voto», ribatte all'Adnkronos il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani. Il Pd smentisce con decisione: «Non se ne parla. Ci mancherebbe pure. Con la Lega», dichiara il vicesegretario dem, Andrea Orlando, «nessuna alleanza di governo». Porte chiuse a Salvini anche dal M5s, ma si sa che i grillini sono allo sbando, e pur di restare incollati alle poltrone voterebbero la fiducia a qualunque premier. «C'è chi pensa di sfruttare il coronavirus per una resa dei conti? Non posso immaginare qualcosa di più cinico!», attacca il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, del M5s. Chi invece fa sentire forte il suo «no» è Giorgia Meloni: «Fratelli d'Italia considera il governo Conte una esperienza fallita», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «ed è pronto a presentare una mozione di sfiducia al governo per verificare se ci sia ancora una maggioranza che lo sostiene. Ma insistiamo nel dire che la soluzione per il dopo Conte, a nostro avviso, sono libere elezioni. Ogni altra ipotesi che si dovesse mettere in campo non ci troverebbe d'accordo. Dopo due governi nati da un inciucio che non hanno prodotto nulla se non l'immobilismo e i compromessi al ribasso», sottolinea la Meloni, «non crediamo ne serva un terzo, ancora più eterogeneo dei due precedenti». La trovata di Salvini e il gioco di sponda di Renzi suscitano molte critiche, anche velenose, tra i big di Fratelli d'Italia: «La cosa più sconcertante», sussurra alla Verità una fonte di primo piano del partito della Meloni, «è approfittare di un'emergenza nazionale come il coronavirus per tentare giochetti di palazzo. Che cinismo…». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-prova-a-finire-il-conte-dimezzato-e-dal-quirinale-lancia-il-governo-di-unita-2645320480.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giuseppi-ha-accusato-i-governatori-ma-i-pieni-poteri-ce-li-aveva-gia" data-post-id="2645320480" data-published-at="1781394086" data-use-pagination="False"> Giuseppi ha accusato i governatori. Ma i «pieni poteri» ce li aveva già E se Giuseppe Conte, anziché l'avvocato del popolo, fosse un quaquaraquà? Non lo diciamo noi - non oseremmo. Lo ha suggerito mercoledì sera l'ex ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, ospite di Stasera Italia, il talk show condotto da Barbara Palombelli su Rete 4. Si discuteva del caos creato dai tira e molla tra esecutivo e Regioni nell'allarme coronavirus. E Tremonti, giustamente spietato, ha rigirato il coltello nella piaga: la polemica scatenata dal premier con i governatori leghisti, minacciati da Giuseppi di essere privati dei loro poteri in materia sanitaria, era del tutto fuori luogo: il presidente del Consiglio aveva già, ai sensi della Costituzione, la responsabilità di gestire l'emergenza. «Nel titolo V della Costituzione vigente, fatto dalla sinistra», ha ricordato l'ex ministro, «all'articolo 117 (invero è il 114, ndr), secondo comma, lettera q come quaquaraquà, si dice che le profilassi sanitarie internazionali sono di competenza statale». Dunque, il governo avrebbe dovuto decidere da subito «cosa fare e cosa non fare» e pretendere obbedienza. «Il caos che c'è adesso», ha concluso Tremonti, «dipende dal fatto che non è stata applicata la norma fondamentale della Costituzione». Analisi impeccabile. All'articolo 114 del titolo V, frutto della riforma del 2001 (governo Amato II), si legge infatti che lo Stato «ha legislazione esclusiva», tra le varie materie, anche su «dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale» (lettera q). Più profilassi internazionale della difesa dal virus cinese... Gli strali di Conte contro i presidenti delle Regioni del Nord, quindi, sono stati non solamente un gesto inopportuno, viste le circostanze e la necessità di collaborare lealmente, ma pure la dimostrazione lampante dell'incompetenza dei «competenti». Le ipotesi, in effetti, sono due - ed entrambe non contribuiscono ad attribuire a Giuseppi il profilo del grande statista, che forse lui crede di meritare. O il premier non conosce la Costituzione e nessun membro del suo staff gli ha fatto notare che era la stessa legge fondamentale della Repubblica a garantirgli «pieni poteri» in questa situazione. Questo, per un giurista, non è proprio il massimo, ma se non altro salva la buona fede del «quaquaraquà» (citiamo sempre Tremonti). L'altro scenario, da questo punto di vista, è persino peggiore. Se Conte conoscesse quella norma del titolo V e sapesse che a essa poteva appigliarsi prima di battibeccare con Attilio Fontana e Luca Zaia, prima di prendersela con i medici in prima linea (come Raffaele Cadorna se la prese con i soldati massacrati a Caporetto) e prima di offrire alla Procura di Lodi una notizia di reato, ne conseguirebbe una conclusione logica: ovvero, che il premier l'ha deliberatamente buttata in caciara, ha appositamente sfruculiato i governatori del Nord. Con che scopo? Probabilmente, duplice. Da un lato, brandire un motivo di propaganda anti leghista, visto che il caos sul coronavirus potrebbe convincere l'opinione pubblica che aveva ragione il Carroccio a invocare più prevenzione. Dall'altro, creare un po' di bagarre per distogliere l'attenzione dall'imbarazzante collezione di fughe in avanti e marce indietro del governo da lui presieduto, oltre che della struttura commissariale affidata al capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. Avvocato del popolo, quaquaraquà, o azzeccagarbugli?
iStock
È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
Continua a leggereRiduci
Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
Continua a leggereRiduci
iStock
Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
Continua a leggereRiduci
Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
Continua a leggereRiduci