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2020-02-28
Salvini prova a finire il Conte dimezzato. E dal Quirinale lancia il «governo di unità»
Matteo Salvini (Alessia Pierdomenico, Bloomberg via Getty Images)
Matteo Salvini una ne fa e cento ne pensa. Giornata della responsabilità, quella di ieri, per il leader della Lega, che nel giro di poche ore prima invoca un «governo di unità nazionale» (ovviamente a patto che il premier non sia Giuseppe Conte), poi incontra il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e lo elogia pubblicamente. Manca solo che, da milanista sfegatato, faccia un sincero in bocca al lupo all'Inter per la conquista dello scudetto, e qualcuno si potrebbe chiedere se il leader del Carroccio abbia ingaggiato un sosia. Invece no: è sempre lui, Salvini, a dettare l'agenda della comunicazione e a far traballare la maggioranza, approfittando del fatto che Conte è in caduta libera per la maldestra gestione dell'emergenza coronavirus, che ha fatto arrabbiare perfino Mattarella. «Questa squadra di governo», dice Salvini in conferenza stampa, «non è adatta a gestire la normalità, figuriamoci l'emergenza. Noi vogliamo che l'Italia riparta ma con Conte non riparte. La Lega c'è per accompagnare il Paese fuori dal pantano, al voto. L'importante è non affondare. Con Conte l'Italia affonda», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «noi siamo disponibili a remare su una scialuppa di salvataggio per il tempo strettamente necessario a tornare alla normalità democratica. Siamo in grado di votare da qui a otto mesi? Probabile. Conte», insiste Salvini, «non può accompagnare il Paese al voto, se arriva qualcun altro che decide tre cose da fare in questi otto mesi c'è il sostegno della Lega».
Salvini sale al Colle all'ora di pranzo, e all'uscita, dopo un colloquio di una ventina di minuti con Mattarella, si complimenta con lui: «Nel presidente della Repubblica», dice, «ho trovato un interlocutore attento sul fatto che l'Italia debba riaprire tutto il possibile il prima possibile. L'appello che ho chiesto al presidente della Repubblica di lanciare a chi è al governo è di riaprire tutto quello che si può riaprire».
Il Quirinale si affretta a far sapere che è stato Salvini a chiedere l'incontro, durante il quale non si è assolutamente parlato di governi, istituzionali o meno, ma solo dell'emergenza coronavirus. Intanto, la politica italiana si interroga su quale sia il motivo dell'inversione di rotta dell'ex vicepremier. «Salvini», confida alla Verità un altissimo dirigente del Pd, «vuole solo seminare zizzania nella maggioranza, ma all'idea del governissimo non ci crede neanche lui. Credo che la sua mossa sia dettata dal fatto che per i prossimi otto mesi non può più chiedere le elezioni».
Seminare zizzania nella maggioranza: traduzione, far sognare a Matteo Renzi di poter finalmente mandare a casa Conte. «Viviamo ore molto difficili», aveva scritto l'ex Rottamatore due giorni fa, «il coronavirus va messo sotto controllo. Se ci mettiamo tutti insieme, senza distinguo assurdi, possiamo farcela». Ieri, la smentita che non smentisce, anzi: «Per favore», twitta Renzi, «siamo seri. Basta retroscena, basta gossip, basta chiacchiericcio. Ho chiesto dal giorno uno di smettere di parlare del governo e di concentrarsi sull'emergenza coronavirus. Quando l'emergenza sarà rientrata parleremo del futuro del governo. Ora lavoriamo tutti insieme». Ci pensa il deputato di Italia viva, Luciano Nobili, a offrire una sponda a Salvini: «Un governo di unità nazionale? Noi», dice Nobili a Un giorno da pecora su Radio 1, «lo abbiamo proposto, perché crediamo che in un momento difficile il Paese abbia bisogno di farsi trovare unito, non con le polemiche di questi giorni». Porte aperte dalla vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, di Forza Italia e leader di Voce libera: «Il dovere di una politica seria», osserva la Carfagna, «è ammettere l'esistenza di un'emergenza economica potenzialmente molto più grave del previsto e aprire una nuova pagina di dialogo in nome dell'unità nazionale: solo uno sforzo comune può mettere l'Italia e gli italiani al riparo dai danni di un pericoloso ciclo di crisi». «Se cade questo governo, bisogna andare al voto», ribatte all'Adnkronos il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani.
Il Pd smentisce con decisione: «Non se ne parla. Ci mancherebbe pure. Con la Lega», dichiara il vicesegretario dem, Andrea Orlando, «nessuna alleanza di governo». Porte chiuse a Salvini anche dal M5s, ma si sa che i grillini sono allo sbando, e pur di restare incollati alle poltrone voterebbero la fiducia a qualunque premier. «C'è chi pensa di sfruttare il coronavirus per una resa dei conti? Non posso immaginare qualcosa di più cinico!», attacca il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, del M5s. Chi invece fa sentire forte il suo «no» è Giorgia Meloni: «Fratelli d'Italia considera il governo Conte una esperienza fallita», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «ed è pronto a presentare una mozione di sfiducia al governo per verificare se ci sia ancora una maggioranza che lo sostiene. Ma insistiamo nel dire che la soluzione per il dopo Conte, a nostro avviso, sono libere elezioni. Ogni altra ipotesi che si dovesse mettere in campo non ci troverebbe d'accordo. Dopo due governi nati da un inciucio che non hanno prodotto nulla se non l'immobilismo e i compromessi al ribasso», sottolinea la Meloni, «non crediamo ne serva un terzo, ancora più eterogeneo dei due precedenti». La trovata di Salvini e il gioco di sponda di Renzi suscitano molte critiche, anche velenose, tra i big di Fratelli d'Italia: «La cosa più sconcertante», sussurra alla Verità una fonte di primo piano del partito della Meloni, «è approfittare di un'emergenza nazionale come il coronavirus per tentare giochetti di palazzo. Che cinismo…».
Giuseppi ha accusato i governatori. Ma i «pieni poteri» ce li aveva già
E se Giuseppe Conte, anziché l'avvocato del popolo, fosse un quaquaraquà? Non lo diciamo noi - non oseremmo. Lo ha suggerito mercoledì sera l'ex ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, ospite di Stasera Italia, il talk show condotto da Barbara Palombelli su Rete 4. Si discuteva del caos creato dai tira e molla tra esecutivo e Regioni nell'allarme coronavirus. E Tremonti, giustamente spietato, ha rigirato il coltello nella piaga: la polemica scatenata dal premier con i governatori leghisti, minacciati da Giuseppi di essere privati dei loro poteri in materia sanitaria, era del tutto fuori luogo: il presidente del Consiglio aveva già, ai sensi della Costituzione, la responsabilità di gestire l'emergenza.
«Nel titolo V della Costituzione vigente, fatto dalla sinistra», ha ricordato l'ex ministro, «all'articolo 117 (invero è il 114, ndr), secondo comma, lettera q come quaquaraquà, si dice che le profilassi sanitarie internazionali sono di competenza statale». Dunque, il governo avrebbe dovuto decidere da subito «cosa fare e cosa non fare» e pretendere obbedienza. «Il caos che c'è adesso», ha concluso Tremonti, «dipende dal fatto che non è stata applicata la norma fondamentale della Costituzione».
Analisi impeccabile. All'articolo 114 del titolo V, frutto della riforma del 2001 (governo Amato II), si legge infatti che lo Stato «ha legislazione esclusiva», tra le varie materie, anche su «dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale» (lettera q). Più profilassi internazionale della difesa dal virus cinese...
Gli strali di Conte contro i presidenti delle Regioni del Nord, quindi, sono stati non solamente un gesto inopportuno, viste le circostanze e la necessità di collaborare lealmente, ma pure la dimostrazione lampante dell'incompetenza dei «competenti». Le ipotesi, in effetti, sono due - ed entrambe non contribuiscono ad attribuire a Giuseppi il profilo del grande statista, che forse lui crede di meritare.
O il premier non conosce la Costituzione e nessun membro del suo staff gli ha fatto notare che era la stessa legge fondamentale della Repubblica a garantirgli «pieni poteri» in questa situazione. Questo, per un giurista, non è proprio il massimo, ma se non altro salva la buona fede del «quaquaraquà» (citiamo sempre Tremonti). L'altro scenario, da questo punto di vista, è persino peggiore.
Se Conte conoscesse quella norma del titolo V e sapesse che a essa poteva appigliarsi prima di battibeccare con Attilio Fontana e Luca Zaia, prima di prendersela con i medici in prima linea (come Raffaele Cadorna se la prese con i soldati massacrati a Caporetto) e prima di offrire alla Procura di Lodi una notizia di reato, ne conseguirebbe una conclusione logica: ovvero, che il premier l'ha deliberatamente buttata in caciara, ha appositamente sfruculiato i governatori del Nord. Con che scopo? Probabilmente, duplice. Da un lato, brandire un motivo di propaganda anti leghista, visto che il caos sul coronavirus potrebbe convincere l'opinione pubblica che aveva ragione il Carroccio a invocare più prevenzione. Dall'altro, creare un po' di bagarre per distogliere l'attenzione dall'imbarazzante collezione di fughe in avanti e marce indietro del governo da lui presieduto, oltre che della struttura commissariale affidata al capo della Protezione civile, Angelo Borrelli.
Avvocato del popolo, quaquaraquà, o azzeccagarbugli?
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Il capo della Lega elogia il Colle. Poi propone: «Voto fra 8 mesi». Iv fa da sponda, Pd e M5s rispondono a insulti. Gelo di Giorgia Meloni.Sberla di Giulio Tremonti al premier: «Per la Costituzione la profilassi spetta allo Stato».Lo speciale contiene due articoli.Matteo Salvini una ne fa e cento ne pensa. Giornata della responsabilità, quella di ieri, per il leader della Lega, che nel giro di poche ore prima invoca un «governo di unità nazionale» (ovviamente a patto che il premier non sia Giuseppe Conte), poi incontra il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e lo elogia pubblicamente. Manca solo che, da milanista sfegatato, faccia un sincero in bocca al lupo all'Inter per la conquista dello scudetto, e qualcuno si potrebbe chiedere se il leader del Carroccio abbia ingaggiato un sosia. Invece no: è sempre lui, Salvini, a dettare l'agenda della comunicazione e a far traballare la maggioranza, approfittando del fatto che Conte è in caduta libera per la maldestra gestione dell'emergenza coronavirus, che ha fatto arrabbiare perfino Mattarella. «Questa squadra di governo», dice Salvini in conferenza stampa, «non è adatta a gestire la normalità, figuriamoci l'emergenza. Noi vogliamo che l'Italia riparta ma con Conte non riparte. La Lega c'è per accompagnare il Paese fuori dal pantano, al voto. L'importante è non affondare. Con Conte l'Italia affonda», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «noi siamo disponibili a remare su una scialuppa di salvataggio per il tempo strettamente necessario a tornare alla normalità democratica. Siamo in grado di votare da qui a otto mesi? Probabile. Conte», insiste Salvini, «non può accompagnare il Paese al voto, se arriva qualcun altro che decide tre cose da fare in questi otto mesi c'è il sostegno della Lega».Salvini sale al Colle all'ora di pranzo, e all'uscita, dopo un colloquio di una ventina di minuti con Mattarella, si complimenta con lui: «Nel presidente della Repubblica», dice, «ho trovato un interlocutore attento sul fatto che l'Italia debba riaprire tutto il possibile il prima possibile. L'appello che ho chiesto al presidente della Repubblica di lanciare a chi è al governo è di riaprire tutto quello che si può riaprire».Il Quirinale si affretta a far sapere che è stato Salvini a chiedere l'incontro, durante il quale non si è assolutamente parlato di governi, istituzionali o meno, ma solo dell'emergenza coronavirus. Intanto, la politica italiana si interroga su quale sia il motivo dell'inversione di rotta dell'ex vicepremier. «Salvini», confida alla Verità un altissimo dirigente del Pd, «vuole solo seminare zizzania nella maggioranza, ma all'idea del governissimo non ci crede neanche lui. Credo che la sua mossa sia dettata dal fatto che per i prossimi otto mesi non può più chiedere le elezioni».Seminare zizzania nella maggioranza: traduzione, far sognare a Matteo Renzi di poter finalmente mandare a casa Conte. «Viviamo ore molto difficili», aveva scritto l'ex Rottamatore due giorni fa, «il coronavirus va messo sotto controllo. Se ci mettiamo tutti insieme, senza distinguo assurdi, possiamo farcela». Ieri, la smentita che non smentisce, anzi: «Per favore», twitta Renzi, «siamo seri. Basta retroscena, basta gossip, basta chiacchiericcio. Ho chiesto dal giorno uno di smettere di parlare del governo e di concentrarsi sull'emergenza coronavirus. Quando l'emergenza sarà rientrata parleremo del futuro del governo. Ora lavoriamo tutti insieme». Ci pensa il deputato di Italia viva, Luciano Nobili, a offrire una sponda a Salvini: «Un governo di unità nazionale? Noi», dice Nobili a Un giorno da pecora su Radio 1, «lo abbiamo proposto, perché crediamo che in un momento difficile il Paese abbia bisogno di farsi trovare unito, non con le polemiche di questi giorni». Porte aperte dalla vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, di Forza Italia e leader di Voce libera: «Il dovere di una politica seria», osserva la Carfagna, «è ammettere l'esistenza di un'emergenza economica potenzialmente molto più grave del previsto e aprire una nuova pagina di dialogo in nome dell'unità nazionale: solo uno sforzo comune può mettere l'Italia e gli italiani al riparo dai danni di un pericoloso ciclo di crisi». «Se cade questo governo, bisogna andare al voto», ribatte all'Adnkronos il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani. Il Pd smentisce con decisione: «Non se ne parla. Ci mancherebbe pure. Con la Lega», dichiara il vicesegretario dem, Andrea Orlando, «nessuna alleanza di governo». Porte chiuse a Salvini anche dal M5s, ma si sa che i grillini sono allo sbando, e pur di restare incollati alle poltrone voterebbero la fiducia a qualunque premier. «C'è chi pensa di sfruttare il coronavirus per una resa dei conti? Non posso immaginare qualcosa di più cinico!», attacca il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, del M5s. Chi invece fa sentire forte il suo «no» è Giorgia Meloni: «Fratelli d'Italia considera il governo Conte una esperienza fallita», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «ed è pronto a presentare una mozione di sfiducia al governo per verificare se ci sia ancora una maggioranza che lo sostiene. Ma insistiamo nel dire che la soluzione per il dopo Conte, a nostro avviso, sono libere elezioni. Ogni altra ipotesi che si dovesse mettere in campo non ci troverebbe d'accordo. Dopo due governi nati da un inciucio che non hanno prodotto nulla se non l'immobilismo e i compromessi al ribasso», sottolinea la Meloni, «non crediamo ne serva un terzo, ancora più eterogeneo dei due precedenti». La trovata di Salvini e il gioco di sponda di Renzi suscitano molte critiche, anche velenose, tra i big di Fratelli d'Italia: «La cosa più sconcertante», sussurra alla Verità una fonte di primo piano del partito della Meloni, «è approfittare di un'emergenza nazionale come il coronavirus per tentare giochetti di palazzo. 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E Tremonti, giustamente spietato, ha rigirato il coltello nella piaga: la polemica scatenata dal premier con i governatori leghisti, minacciati da Giuseppi di essere privati dei loro poteri in materia sanitaria, era del tutto fuori luogo: il presidente del Consiglio aveva già, ai sensi della Costituzione, la responsabilità di gestire l'emergenza. «Nel titolo V della Costituzione vigente, fatto dalla sinistra», ha ricordato l'ex ministro, «all'articolo 117 (invero è il 114, ndr), secondo comma, lettera q come quaquaraquà, si dice che le profilassi sanitarie internazionali sono di competenza statale». Dunque, il governo avrebbe dovuto decidere da subito «cosa fare e cosa non fare» e pretendere obbedienza. «Il caos che c'è adesso», ha concluso Tremonti, «dipende dal fatto che non è stata applicata la norma fondamentale della Costituzione». Analisi impeccabile. All'articolo 114 del titolo V, frutto della riforma del 2001 (governo Amato II), si legge infatti che lo Stato «ha legislazione esclusiva», tra le varie materie, anche su «dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale» (lettera q). Più profilassi internazionale della difesa dal virus cinese... Gli strali di Conte contro i presidenti delle Regioni del Nord, quindi, sono stati non solamente un gesto inopportuno, viste le circostanze e la necessità di collaborare lealmente, ma pure la dimostrazione lampante dell'incompetenza dei «competenti». Le ipotesi, in effetti, sono due - ed entrambe non contribuiscono ad attribuire a Giuseppi il profilo del grande statista, che forse lui crede di meritare. O il premier non conosce la Costituzione e nessun membro del suo staff gli ha fatto notare che era la stessa legge fondamentale della Repubblica a garantirgli «pieni poteri» in questa situazione. Questo, per un giurista, non è proprio il massimo, ma se non altro salva la buona fede del «quaquaraquà» (citiamo sempre Tremonti). L'altro scenario, da questo punto di vista, è persino peggiore. Se Conte conoscesse quella norma del titolo V e sapesse che a essa poteva appigliarsi prima di battibeccare con Attilio Fontana e Luca Zaia, prima di prendersela con i medici in prima linea (come Raffaele Cadorna se la prese con i soldati massacrati a Caporetto) e prima di offrire alla Procura di Lodi una notizia di reato, ne conseguirebbe una conclusione logica: ovvero, che il premier l'ha deliberatamente buttata in caciara, ha appositamente sfruculiato i governatori del Nord. Con che scopo? Probabilmente, duplice. Da un lato, brandire un motivo di propaganda anti leghista, visto che il caos sul coronavirus potrebbe convincere l'opinione pubblica che aveva ragione il Carroccio a invocare più prevenzione. Dall'altro, creare un po' di bagarre per distogliere l'attenzione dall'imbarazzante collezione di fughe in avanti e marce indietro del governo da lui presieduto, oltre che della struttura commissariale affidata al capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. Avvocato del popolo, quaquaraquà, o azzeccagarbugli?
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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