True
2020-02-28
Salvini prova a finire il Conte dimezzato. E dal Quirinale lancia il «governo di unità»
Matteo Salvini (Alessia Pierdomenico, Bloomberg via Getty Images)
Matteo Salvini una ne fa e cento ne pensa. Giornata della responsabilità, quella di ieri, per il leader della Lega, che nel giro di poche ore prima invoca un «governo di unità nazionale» (ovviamente a patto che il premier non sia Giuseppe Conte), poi incontra il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e lo elogia pubblicamente. Manca solo che, da milanista sfegatato, faccia un sincero in bocca al lupo all'Inter per la conquista dello scudetto, e qualcuno si potrebbe chiedere se il leader del Carroccio abbia ingaggiato un sosia. Invece no: è sempre lui, Salvini, a dettare l'agenda della comunicazione e a far traballare la maggioranza, approfittando del fatto che Conte è in caduta libera per la maldestra gestione dell'emergenza coronavirus, che ha fatto arrabbiare perfino Mattarella. «Questa squadra di governo», dice Salvini in conferenza stampa, «non è adatta a gestire la normalità, figuriamoci l'emergenza. Noi vogliamo che l'Italia riparta ma con Conte non riparte. La Lega c'è per accompagnare il Paese fuori dal pantano, al voto. L'importante è non affondare. Con Conte l'Italia affonda», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «noi siamo disponibili a remare su una scialuppa di salvataggio per il tempo strettamente necessario a tornare alla normalità democratica. Siamo in grado di votare da qui a otto mesi? Probabile. Conte», insiste Salvini, «non può accompagnare il Paese al voto, se arriva qualcun altro che decide tre cose da fare in questi otto mesi c'è il sostegno della Lega».
Salvini sale al Colle all'ora di pranzo, e all'uscita, dopo un colloquio di una ventina di minuti con Mattarella, si complimenta con lui: «Nel presidente della Repubblica», dice, «ho trovato un interlocutore attento sul fatto che l'Italia debba riaprire tutto il possibile il prima possibile. L'appello che ho chiesto al presidente della Repubblica di lanciare a chi è al governo è di riaprire tutto quello che si può riaprire».
Il Quirinale si affretta a far sapere che è stato Salvini a chiedere l'incontro, durante il quale non si è assolutamente parlato di governi, istituzionali o meno, ma solo dell'emergenza coronavirus. Intanto, la politica italiana si interroga su quale sia il motivo dell'inversione di rotta dell'ex vicepremier. «Salvini», confida alla Verità un altissimo dirigente del Pd, «vuole solo seminare zizzania nella maggioranza, ma all'idea del governissimo non ci crede neanche lui. Credo che la sua mossa sia dettata dal fatto che per i prossimi otto mesi non può più chiedere le elezioni».
Seminare zizzania nella maggioranza: traduzione, far sognare a Matteo Renzi di poter finalmente mandare a casa Conte. «Viviamo ore molto difficili», aveva scritto l'ex Rottamatore due giorni fa, «il coronavirus va messo sotto controllo. Se ci mettiamo tutti insieme, senza distinguo assurdi, possiamo farcela». Ieri, la smentita che non smentisce, anzi: «Per favore», twitta Renzi, «siamo seri. Basta retroscena, basta gossip, basta chiacchiericcio. Ho chiesto dal giorno uno di smettere di parlare del governo e di concentrarsi sull'emergenza coronavirus. Quando l'emergenza sarà rientrata parleremo del futuro del governo. Ora lavoriamo tutti insieme». Ci pensa il deputato di Italia viva, Luciano Nobili, a offrire una sponda a Salvini: «Un governo di unità nazionale? Noi», dice Nobili a Un giorno da pecora su Radio 1, «lo abbiamo proposto, perché crediamo che in un momento difficile il Paese abbia bisogno di farsi trovare unito, non con le polemiche di questi giorni». Porte aperte dalla vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, di Forza Italia e leader di Voce libera: «Il dovere di una politica seria», osserva la Carfagna, «è ammettere l'esistenza di un'emergenza economica potenzialmente molto più grave del previsto e aprire una nuova pagina di dialogo in nome dell'unità nazionale: solo uno sforzo comune può mettere l'Italia e gli italiani al riparo dai danni di un pericoloso ciclo di crisi». «Se cade questo governo, bisogna andare al voto», ribatte all'Adnkronos il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani.
Il Pd smentisce con decisione: «Non se ne parla. Ci mancherebbe pure. Con la Lega», dichiara il vicesegretario dem, Andrea Orlando, «nessuna alleanza di governo». Porte chiuse a Salvini anche dal M5s, ma si sa che i grillini sono allo sbando, e pur di restare incollati alle poltrone voterebbero la fiducia a qualunque premier. «C'è chi pensa di sfruttare il coronavirus per una resa dei conti? Non posso immaginare qualcosa di più cinico!», attacca il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, del M5s. Chi invece fa sentire forte il suo «no» è Giorgia Meloni: «Fratelli d'Italia considera il governo Conte una esperienza fallita», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «ed è pronto a presentare una mozione di sfiducia al governo per verificare se ci sia ancora una maggioranza che lo sostiene. Ma insistiamo nel dire che la soluzione per il dopo Conte, a nostro avviso, sono libere elezioni. Ogni altra ipotesi che si dovesse mettere in campo non ci troverebbe d'accordo. Dopo due governi nati da un inciucio che non hanno prodotto nulla se non l'immobilismo e i compromessi al ribasso», sottolinea la Meloni, «non crediamo ne serva un terzo, ancora più eterogeneo dei due precedenti». La trovata di Salvini e il gioco di sponda di Renzi suscitano molte critiche, anche velenose, tra i big di Fratelli d'Italia: «La cosa più sconcertante», sussurra alla Verità una fonte di primo piano del partito della Meloni, «è approfittare di un'emergenza nazionale come il coronavirus per tentare giochetti di palazzo. Che cinismo…».
Giuseppi ha accusato i governatori. Ma i «pieni poteri» ce li aveva già
E se Giuseppe Conte, anziché l'avvocato del popolo, fosse un quaquaraquà? Non lo diciamo noi - non oseremmo. Lo ha suggerito mercoledì sera l'ex ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, ospite di Stasera Italia, il talk show condotto da Barbara Palombelli su Rete 4. Si discuteva del caos creato dai tira e molla tra esecutivo e Regioni nell'allarme coronavirus. E Tremonti, giustamente spietato, ha rigirato il coltello nella piaga: la polemica scatenata dal premier con i governatori leghisti, minacciati da Giuseppi di essere privati dei loro poteri in materia sanitaria, era del tutto fuori luogo: il presidente del Consiglio aveva già, ai sensi della Costituzione, la responsabilità di gestire l'emergenza.
«Nel titolo V della Costituzione vigente, fatto dalla sinistra», ha ricordato l'ex ministro, «all'articolo 117 (invero è il 114, ndr), secondo comma, lettera q come quaquaraquà, si dice che le profilassi sanitarie internazionali sono di competenza statale». Dunque, il governo avrebbe dovuto decidere da subito «cosa fare e cosa non fare» e pretendere obbedienza. «Il caos che c'è adesso», ha concluso Tremonti, «dipende dal fatto che non è stata applicata la norma fondamentale della Costituzione».
Analisi impeccabile. All'articolo 114 del titolo V, frutto della riforma del 2001 (governo Amato II), si legge infatti che lo Stato «ha legislazione esclusiva», tra le varie materie, anche su «dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale» (lettera q). Più profilassi internazionale della difesa dal virus cinese...
Gli strali di Conte contro i presidenti delle Regioni del Nord, quindi, sono stati non solamente un gesto inopportuno, viste le circostanze e la necessità di collaborare lealmente, ma pure la dimostrazione lampante dell'incompetenza dei «competenti». Le ipotesi, in effetti, sono due - ed entrambe non contribuiscono ad attribuire a Giuseppi il profilo del grande statista, che forse lui crede di meritare.
O il premier non conosce la Costituzione e nessun membro del suo staff gli ha fatto notare che era la stessa legge fondamentale della Repubblica a garantirgli «pieni poteri» in questa situazione. Questo, per un giurista, non è proprio il massimo, ma se non altro salva la buona fede del «quaquaraquà» (citiamo sempre Tremonti). L'altro scenario, da questo punto di vista, è persino peggiore.
Se Conte conoscesse quella norma del titolo V e sapesse che a essa poteva appigliarsi prima di battibeccare con Attilio Fontana e Luca Zaia, prima di prendersela con i medici in prima linea (come Raffaele Cadorna se la prese con i soldati massacrati a Caporetto) e prima di offrire alla Procura di Lodi una notizia di reato, ne conseguirebbe una conclusione logica: ovvero, che il premier l'ha deliberatamente buttata in caciara, ha appositamente sfruculiato i governatori del Nord. Con che scopo? Probabilmente, duplice. Da un lato, brandire un motivo di propaganda anti leghista, visto che il caos sul coronavirus potrebbe convincere l'opinione pubblica che aveva ragione il Carroccio a invocare più prevenzione. Dall'altro, creare un po' di bagarre per distogliere l'attenzione dall'imbarazzante collezione di fughe in avanti e marce indietro del governo da lui presieduto, oltre che della struttura commissariale affidata al capo della Protezione civile, Angelo Borrelli.
Avvocato del popolo, quaquaraquà, o azzeccagarbugli?
Continua a leggereRiduci
Il capo della Lega elogia il Colle. Poi propone: «Voto fra 8 mesi». Iv fa da sponda, Pd e M5s rispondono a insulti. Gelo di Giorgia Meloni.Sberla di Giulio Tremonti al premier: «Per la Costituzione la profilassi spetta allo Stato».Lo speciale contiene due articoli.Matteo Salvini una ne fa e cento ne pensa. Giornata della responsabilità, quella di ieri, per il leader della Lega, che nel giro di poche ore prima invoca un «governo di unità nazionale» (ovviamente a patto che il premier non sia Giuseppe Conte), poi incontra il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e lo elogia pubblicamente. Manca solo che, da milanista sfegatato, faccia un sincero in bocca al lupo all'Inter per la conquista dello scudetto, e qualcuno si potrebbe chiedere se il leader del Carroccio abbia ingaggiato un sosia. Invece no: è sempre lui, Salvini, a dettare l'agenda della comunicazione e a far traballare la maggioranza, approfittando del fatto che Conte è in caduta libera per la maldestra gestione dell'emergenza coronavirus, che ha fatto arrabbiare perfino Mattarella. «Questa squadra di governo», dice Salvini in conferenza stampa, «non è adatta a gestire la normalità, figuriamoci l'emergenza. Noi vogliamo che l'Italia riparta ma con Conte non riparte. La Lega c'è per accompagnare il Paese fuori dal pantano, al voto. L'importante è non affondare. Con Conte l'Italia affonda», aggiunge l'ex ministro dell'Interno, «noi siamo disponibili a remare su una scialuppa di salvataggio per il tempo strettamente necessario a tornare alla normalità democratica. Siamo in grado di votare da qui a otto mesi? Probabile. Conte», insiste Salvini, «non può accompagnare il Paese al voto, se arriva qualcun altro che decide tre cose da fare in questi otto mesi c'è il sostegno della Lega».Salvini sale al Colle all'ora di pranzo, e all'uscita, dopo un colloquio di una ventina di minuti con Mattarella, si complimenta con lui: «Nel presidente della Repubblica», dice, «ho trovato un interlocutore attento sul fatto che l'Italia debba riaprire tutto il possibile il prima possibile. L'appello che ho chiesto al presidente della Repubblica di lanciare a chi è al governo è di riaprire tutto quello che si può riaprire».Il Quirinale si affretta a far sapere che è stato Salvini a chiedere l'incontro, durante il quale non si è assolutamente parlato di governi, istituzionali o meno, ma solo dell'emergenza coronavirus. Intanto, la politica italiana si interroga su quale sia il motivo dell'inversione di rotta dell'ex vicepremier. «Salvini», confida alla Verità un altissimo dirigente del Pd, «vuole solo seminare zizzania nella maggioranza, ma all'idea del governissimo non ci crede neanche lui. Credo che la sua mossa sia dettata dal fatto che per i prossimi otto mesi non può più chiedere le elezioni».Seminare zizzania nella maggioranza: traduzione, far sognare a Matteo Renzi di poter finalmente mandare a casa Conte. «Viviamo ore molto difficili», aveva scritto l'ex Rottamatore due giorni fa, «il coronavirus va messo sotto controllo. Se ci mettiamo tutti insieme, senza distinguo assurdi, possiamo farcela». Ieri, la smentita che non smentisce, anzi: «Per favore», twitta Renzi, «siamo seri. Basta retroscena, basta gossip, basta chiacchiericcio. Ho chiesto dal giorno uno di smettere di parlare del governo e di concentrarsi sull'emergenza coronavirus. Quando l'emergenza sarà rientrata parleremo del futuro del governo. Ora lavoriamo tutti insieme». Ci pensa il deputato di Italia viva, Luciano Nobili, a offrire una sponda a Salvini: «Un governo di unità nazionale? Noi», dice Nobili a Un giorno da pecora su Radio 1, «lo abbiamo proposto, perché crediamo che in un momento difficile il Paese abbia bisogno di farsi trovare unito, non con le polemiche di questi giorni». Porte aperte dalla vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, di Forza Italia e leader di Voce libera: «Il dovere di una politica seria», osserva la Carfagna, «è ammettere l'esistenza di un'emergenza economica potenzialmente molto più grave del previsto e aprire una nuova pagina di dialogo in nome dell'unità nazionale: solo uno sforzo comune può mettere l'Italia e gli italiani al riparo dai danni di un pericoloso ciclo di crisi». «Se cade questo governo, bisogna andare al voto», ribatte all'Adnkronos il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani. Il Pd smentisce con decisione: «Non se ne parla. Ci mancherebbe pure. Con la Lega», dichiara il vicesegretario dem, Andrea Orlando, «nessuna alleanza di governo». Porte chiuse a Salvini anche dal M5s, ma si sa che i grillini sono allo sbando, e pur di restare incollati alle poltrone voterebbero la fiducia a qualunque premier. «C'è chi pensa di sfruttare il coronavirus per una resa dei conti? Non posso immaginare qualcosa di più cinico!», attacca il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, del M5s. Chi invece fa sentire forte il suo «no» è Giorgia Meloni: «Fratelli d'Italia considera il governo Conte una esperienza fallita», sottolinea la leader di Fratelli d'Italia, «ed è pronto a presentare una mozione di sfiducia al governo per verificare se ci sia ancora una maggioranza che lo sostiene. Ma insistiamo nel dire che la soluzione per il dopo Conte, a nostro avviso, sono libere elezioni. Ogni altra ipotesi che si dovesse mettere in campo non ci troverebbe d'accordo. Dopo due governi nati da un inciucio che non hanno prodotto nulla se non l'immobilismo e i compromessi al ribasso», sottolinea la Meloni, «non crediamo ne serva un terzo, ancora più eterogeneo dei due precedenti». La trovata di Salvini e il gioco di sponda di Renzi suscitano molte critiche, anche velenose, tra i big di Fratelli d'Italia: «La cosa più sconcertante», sussurra alla Verità una fonte di primo piano del partito della Meloni, «è approfittare di un'emergenza nazionale come il coronavirus per tentare giochetti di palazzo. Che cinismo…». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-prova-a-finire-il-conte-dimezzato-e-dal-quirinale-lancia-il-governo-di-unita-2645320480.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giuseppi-ha-accusato-i-governatori-ma-i-pieni-poteri-ce-li-aveva-gia" data-post-id="2645320480" data-published-at="1771705691" data-use-pagination="False"> Giuseppi ha accusato i governatori. Ma i «pieni poteri» ce li aveva già E se Giuseppe Conte, anziché l'avvocato del popolo, fosse un quaquaraquà? Non lo diciamo noi - non oseremmo. Lo ha suggerito mercoledì sera l'ex ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, ospite di Stasera Italia, il talk show condotto da Barbara Palombelli su Rete 4. Si discuteva del caos creato dai tira e molla tra esecutivo e Regioni nell'allarme coronavirus. E Tremonti, giustamente spietato, ha rigirato il coltello nella piaga: la polemica scatenata dal premier con i governatori leghisti, minacciati da Giuseppi di essere privati dei loro poteri in materia sanitaria, era del tutto fuori luogo: il presidente del Consiglio aveva già, ai sensi della Costituzione, la responsabilità di gestire l'emergenza. «Nel titolo V della Costituzione vigente, fatto dalla sinistra», ha ricordato l'ex ministro, «all'articolo 117 (invero è il 114, ndr), secondo comma, lettera q come quaquaraquà, si dice che le profilassi sanitarie internazionali sono di competenza statale». Dunque, il governo avrebbe dovuto decidere da subito «cosa fare e cosa non fare» e pretendere obbedienza. «Il caos che c'è adesso», ha concluso Tremonti, «dipende dal fatto che non è stata applicata la norma fondamentale della Costituzione». Analisi impeccabile. All'articolo 114 del titolo V, frutto della riforma del 2001 (governo Amato II), si legge infatti che lo Stato «ha legislazione esclusiva», tra le varie materie, anche su «dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale» (lettera q). Più profilassi internazionale della difesa dal virus cinese... Gli strali di Conte contro i presidenti delle Regioni del Nord, quindi, sono stati non solamente un gesto inopportuno, viste le circostanze e la necessità di collaborare lealmente, ma pure la dimostrazione lampante dell'incompetenza dei «competenti». Le ipotesi, in effetti, sono due - ed entrambe non contribuiscono ad attribuire a Giuseppi il profilo del grande statista, che forse lui crede di meritare. O il premier non conosce la Costituzione e nessun membro del suo staff gli ha fatto notare che era la stessa legge fondamentale della Repubblica a garantirgli «pieni poteri» in questa situazione. Questo, per un giurista, non è proprio il massimo, ma se non altro salva la buona fede del «quaquaraquà» (citiamo sempre Tremonti). L'altro scenario, da questo punto di vista, è persino peggiore. Se Conte conoscesse quella norma del titolo V e sapesse che a essa poteva appigliarsi prima di battibeccare con Attilio Fontana e Luca Zaia, prima di prendersela con i medici in prima linea (come Raffaele Cadorna se la prese con i soldati massacrati a Caporetto) e prima di offrire alla Procura di Lodi una notizia di reato, ne conseguirebbe una conclusione logica: ovvero, che il premier l'ha deliberatamente buttata in caciara, ha appositamente sfruculiato i governatori del Nord. Con che scopo? Probabilmente, duplice. Da un lato, brandire un motivo di propaganda anti leghista, visto che il caos sul coronavirus potrebbe convincere l'opinione pubblica che aveva ragione il Carroccio a invocare più prevenzione. Dall'altro, creare un po' di bagarre per distogliere l'attenzione dall'imbarazzante collezione di fughe in avanti e marce indietro del governo da lui presieduto, oltre che della struttura commissariale affidata al capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. Avvocato del popolo, quaquaraquà, o azzeccagarbugli?
content.jwplatform.com
Operazione internazionale contro il Locale di ’ndrangheta di Siderno: sette arresti e sequestro di un’impresa. Indagini dal 2019 al 2025 sui legami con Stati Uniti e Canada.
Un’operazione costruita negli anni e chiusa con un asse investigativo tra Italia e Stati Uniti. Il Raggruppamento Operativo Speciale, in collaborazione con l’Federal Bureau of Investigation, ha colpito il cuore del Locale di Siderno, ritenuto snodo strategico delle proiezioni nordamericane della ’ndrangheta. L’inchiesta ricostruisce gerarchie, raccordi e canali di collegamento tra la Calabria e Albany, nello Stato di New York, fino al Canada. Un quadro che rafforza la tesi di una struttura globale ma ancora saldamente ancorata alla casa madre calabrese. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari: vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
Continua a leggereRiduci
I giocatori del Como festeggiano il gol di Maxence Caqueret nella vittoria per 2-0 contro la Juventus (Ansa)
È vero, sulla carta i bianconeri avevano un impegno più complicato rispetto a quello dei nerazzurri, ma la squadra di Luciano Spalletti sembra essere sprofondata in una crisi irreversibile, evidenziata in maniera netta dai lariani, bravi e concreti a imporsi 2-0 allo Stadium, dove di fatto non c’è mai stata partita. Dopo un primo tentativo di Yildiz respinto da Butez, al minuto 11 è arrivato infatti l’episodio che ha indirizzato l’incontro: McKennie sbaglia un retropassaggio, Douvikas intercetta e serve Vojvoda sulla destra. Il kosovaro rientra su Cambiaso e calcia sul primo palo sorprendendo Di Gregorio, tutt’altro che impeccabile.
Come sottolineato nel post partita da Spalletti, la Juve si è ritrovata a incassare gol al primo tiro in porta degli avversari per la tredicesima volta in stagione: «Così è chiaro che dopo ci sono delle difficoltà», ha ammesso il tecnico di Certaldo, «perché poi tenti di riprendere la partita con le pressioni individuali». Ed è stato esattamente con questo atteggiamento che i bianconeri hanno tentato di raggiungere un Como che viaggia sulle ali dell’entusiasmo e che a differenza di altre volte ha saputo chiudere il match con il raddoppio in contropiede al minuto 61 di Caqueret. Per la Juventus la sconfitta contro la squadra di Cesc Fàbregas rischia di avere ora conseguenze sia sul piano emotivo che su quello del raggiungimento del minimo obiettivo stagionale rappresentato dalla qualificazione alla prossima Champions. Il quarto posto occupato dalla Roma è adesso distante un punto, ma i giallorossi avranno, domani sera alle 20.45 all’Olimpico contro la Cremonese, la possibilità di allungare. Tuttavia, gli uomini di Spalletti devono guardarsi le spalle: sia dal Como, che con i tre punti portati via dallo Stadium si sono rifatti sotto nella lotta per l’Europa che conta e inseguono i bianconeri a un punto; sia dalla risalita dell’Atalanta, settima a -4 dalla Juve e in campo domani pomeriggio contro il Napoli.
A proposito di lotta Champions, lo stesso Fàbregas prova a mantenere alta la concentrazione di tutto l’ambiente: «La Champions? Per noi non è importante, magari possiamo dirlo tra 2-3 anni», ha spiegato dopo la vittoria di Torino, «ora dobbiamo stare calmi e continuare a crescere per far diventare il Como sempre più forte». E se per la competizione europea più importante si profila una bagarre fino alla fine del campionato, per lo Scudetto pare esserci spazio soltanto per l’Inter. I nerazzurri, dopo il brutto scivolone di mercoledì in Norvegia con il Bodø/Glimt e in vista della gara di ritorno in programma martedì a San Siro, hanno ripreso la marcia verso il tricolore con un 2-0, non senza difficoltà, sul campo del Lecce. I salentini hanno costretto l’Inter a una partita sporca arroccandosi in difesa e resistendo per oltre un’ora: 24 tiri totali, di cui ben 9 nello specchio della porta per l’Inter, un palo colpito da Pio Esposito, un gol annullato per fuorigioco a Dimarco, a certificare un predominio offensivo netto prima della rete stappa match firmata da Mkhitaryan al minuto 75 e del punto esclamativo messo dal colpo di testa di Akanji all’82’.
Continua a leggereRiduci
Federico Tomasoni, Simone Deromedis e Alex Fiva sul podio dello Ski Cross maschile ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Il capolavoro del trentino Deromedis vale il decimo oro, il suo è un dominio. Quando è certo del trionfo si volta ad abbracciare Tomasoni, baffi e pizzetto da D’Artagnan, felice per sé e per la fondazione Sole in nome della sfortunata Matilde. Il bergamasco deve aspettare il fotofinish per essere sicuro di avere sopravanzato di un centimetro lo svizzero Alex Fiva. Poi il guerriero di Castione della Presolana esplode di gioia. «Le favole esistono. È stato emozionante immaginare questo momento realizzarsi. Lei mi ha aiutato a concentrarmi, a non pensare ad altro, a salire su questo podio che avrebbe potuto essere suo». Oro e argento in una specialità inventata 15 anni fa per aumentare il peso specifico dei Giochi invernali e accontentare le esigenze televisive. Qualcuno obietta che non è una Libera, non è uno Slalom, le gobbe non sono gobbe e i salti non sono salti. Quello che non è lo skicross lo sappiamo. Oggi abbiamo scoperto quello che è: uno spettacolo capace di regalare emozioni infinite.
Se i metalli preziosi arrivano dalla montagna, il bronzo matura in pista. La solita pista, quella dello Speed skating a Rho Fiera, dove il finanziere trentino Andrea Giovannini s’inventa una rimonta assurda dopo una mass start di Pattinaggio nervosissima e va in medaglia battendo addirittura il fenomeno americano Jordan Stolz. Troppo lontani l’olandese Jorit Bergsma (oro) e il danese Viktor Thorup (argento). Quando arriva in fondo, l’azzurro si mette le mani sul casco come a dire: cosa ho lasciato per strada. «È proprio così, le gambe andavano, c’erano i presupposti per una giornata ancora più speciale». Per Giovannini, che da ragazzo pattinava sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè, è il secondo podio dopo l’oro in staffetta.
Tricolore, inno, lacrime. È lui a lenire la delusione per la medaglia di legno di Francesca Lollobrigida, la nuova Lollo nazionale dal sorriso che stende. Ormai stanca e appagata, la mammina di Ladispoli si fa intrappolare nel gruppone, non riesce a dispiegare le ali nella voliera colorata e quando si scrolla di dosso le avversarie è tardi: Marijke Groenewoud (Olanda), Lise Blondin (Canada) e Mia Manganello (Usa) sono irraggiungibili. Francesca si arrende ma è ugualmente in paradiso con due ori. Riassunto delle due settimane con il piccolo Tommaso in braccio: «È stato incredibile, ho sentito la spinta degli italiani. Sono sulle nuvole». I trionfi sul ghiaccio milanese consentono all’Olanda di superare l’Italia nel medagliere dietro a Norvegia e Stati Uniti, pure a parità di ori con noi (10).
Potrebbe andare meglio nel Biathlon ad Anterselva, dove Dorothea Wierer trova le condizioni ideali per chiudere la carriera con un exploit storico nella mass start con Lisa Vittozzi. L’altoatesina va perfino in testa, poi sbaglia al poligono e finisce quinta. Il dominio è francese: Oceane Michelon e Julia Simon non fanno prigionieri, signore della fatica e della cattiveria agonistica, più vicine a personaggi di Emmanuel Carrère che alle mollezze parigine di Emmanuel Macron.
La giornata è lunga e comincia male: alla partenza della 50 km di Fondo non si presenta l’italiano numero uno, anch’egli all’ultimo valzer: Federico Pellegrino è rimasto a letto per un attacco influenzale e le speranze azzurre vanno a zero. La gara è una passerella norvegese: tre sul podio, con l’incoronazione definitiva di Johannes Klaebo, sei prove, sei medaglie d’oro. Niente da fare neppure nella durissima staffetta mista di sci alpinismo a Bormio, con l’inedita coppia marito e moglie, Michele Boscacci-Alba De Silvestro. Mentre lei guadagna posizioni, lui le perde. Mentre lei recupera su Francia, Spagna e Svizzera, lui proprio non ce la fa a tenere il passo. Alla fine gli azzurri sono quinti, stasera letti separati.
Oggi il Team Italia chiude bottega con il bottino più clamoroso di sempre: 30 medaglie, 10 ori, nazioni ricche come Francia, Germania, Austria, Svezia, Canada alle spalle. Quasi impossibile aumentare i podi nella 50 km di Fondo donne e nel Bob a 4, a meno di un miracolo di Patrick Baumgartner sulla meravigliosa pista di Cortina, dove oggi si sono ribaltati senza conseguenze i bolidi di Austria, Francia e Trinidad.
Prima della passerella finale all’Arena di Verona davanti al premier Giorgia Meloni, i Giochi chiudono con la finale più attesa: Stati Uniti-Canada di hockey. Spettacolo puro che non riguarda noi ma riguarda tutti.
Continua a leggereRiduci