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2025-03-08
Sala ha «richiamato» dalla pensione i dirigenti che hanno sfigurato Milano
Giovanni Oggioni (Imagoeconomica)
In pensione da anni, ma molto attivi nell’indirizzare le scelte comune di Milano nel settore urbanistico, per di più anche quando erano finiti entrambi sotto indagine per le numerose inchieste della Procura. Le storie dei due ex dirigenti comunali Franco Zinna e Giovanni Oggioni si incrociano nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in arresto il secondo, accusato di corruzione e frode processuale.
Del resto, i due erano stati teorizzatori, ideatori e sottoscrittori della determina numero 65 del 2018, provvedimento che in questi anni ha favorito l’eliminazione dell’obbligo del piano attuativo favorendo la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) tramite il semplice parere favorevole della commissione del Paesaggio (di cui Oggioni era membro). Da più di trent’anni negli uffici comunali, erano loro a decidere lo skyline di Milano, chi potesse costruire e chi no in città. In questo modo avevano favorito le istanze edilizie della torre di via Stresa, delle torri di via Crescenzago, dell’intervento di via Anfiteatro, di quello di via della Zecca Vecchia (tutti progetti sotto indagine), quest’ultimo «smarcando», appunto, il piano attuativo e i limiti dimensionali previsti dal piano generale, per la realizzazione in quella pregiata area storica di un albergo con più di 190 camere.
Zinna, annotano gli inquirenti, presenta poi numerose analogie con Oggioni, soprattutto post lavorative. Perché entrambi, in un modo o nell’altro, anche se scaduti i loro contratti, erano rimasti inseriti nell’apparato decisionale degli uffici comunali. Oggioni era andato in pensione nel 2021 eppure, fino alla fine dello scorso anno, coordinava le nomine della nuova commissione del Paesaggio. Possibile che i vertici di palazzo Marino non si siano accorti di nulla? Possibile che nessuno sapesse che i due continuavano a influire sulle scelte urbanistiche, contattando e collaborando con diversi dipendenti comunali? Secondo la Procura, il ruolo di Oggioni era «quello di cerniera tra gli interessi dei privati e l’azione amministrativa degli uffici comunali dell’Edilizia, con l’obiettivo costante di favorire i privati e di incrementarne gli affari e il potere», creando così il terreno per la «corruzione».
Il sindaco Beppe Sala ha già spiegato che si trattava di «mele marce», ma conosceva molto bene entrambi. Nelle carte firmate dal gip Mattia Fiorentini si evidenzia, infatti, come i due storici dirigenti al settore urbanistico avessero stretti contatti con il primo cittadino. A testimoniarlo sono anche i video ancora presenti in rete. In uno Oggioni, Zinna e il sindaco Sala illustrano gli interventi previsti nell’area, allora verde, che circondava la villa dove si trova la sede del consolato americano, in piazzale Accursio; nell’altro, nell’aula del Consiglio comunale, Zinna, appena pensionato, saluta e ringrazia i presenti e c’è l’ex assessore Pierfrancesco Maran che annuncia pubblicamente il conferimento dell’incarico pro bono.
Ma allo stesso tempo nel 2024, mentre Oggioni è consulente di Assimpredil e la figlia Elena lavora per Abitare In (con consulenze da più di 120.000 euro), il dirigente pensionato Zinna aveva a sua volta aperto una partita Iva e collaborava con un gruppo di quattro società, tra cui la Rimond, società di progettazione incaricata dei piani per gli interventi proprio in via della Zecca Vecchia: le fatture emesse da Zinna dal 31 gennaio al 17 dicembre 2024 ammontano a 108.761 euro, anche se era in pensione da più di un anno.
Non è un caso che, nelle carte, si parli di un «altro oscuro capitolo della gestione urbanistica negli uffici del Comune di Milano», quello che riguarda in particolar modo il centro storico su cui la Procura sta indagando. È la zona più esclusiva e cara di Milano dal punto di vista immobiliare, con limiti di edificabilità e dove alcuni palazzi di proprietà del Comune erano stati messi all’asta tra il 2007 e il 2008. Gli immobili erano stati, poi, assegnati all’istituto di credito francese Bnp Paribas che poi, a sua volta, dopo essersi fatto rilasciare dei pareri dalla commissione per il Paesaggio relativi agli interventi, li aveva rimessi di nuovo all’asta. Il caso più eclatante è, appunto, quello di via della Zecca Vecchia (dove il progettista è Marco Cerri, ex commissione Paesaggio, indagato e nel sodalizio di Oggioni), una delle zone delle zone più antiche della città, testimone di quando i romani trasformarono il villaggio celtico in una città, intorno al foro, nel 222 a.C. Qui dovrebbe sorgere un albergo da 194 stanze, su una superficie di 3.100 metri quadrati.
Peccato che, secondo la Procura, anche su questo intervento ci sarebbe stato il concorso fondamentale di Oggioni, dal momento che si sarebbe replicato l’escamotage di qualificare nuove costruzioni come ristrutturazioni edilizie e si sarebbero, per di più, omesse le indicazioni normative corrette, in modo tale da aggirare il limite di edificabilità di 2.550 metri quadri e consentendo, così, di arrivare a quota 3.100. Agli atti c’è un’intercettazione del 18 ottobre scorso tra Oggioni e Andrea Viaroli, anche lui ex dirigente dello Sportello unico edilizia. I due sono preoccupati «dell’attenzione della Procura sugli interventi edilizi da loro autorizzati nelle zone definite» dal Piano di governo del territorio «ex B2», ossia quelle del centro storico di via Anfiteatro, in zona Brera, e via Zecca Vecchia. Vogliono «recuperare» dall’ex dirigente Pino Bellinetti, anche lui indagato, «informazioni e documentazione relativa a quelle aree». Oggioni, però, gli consiglia di non parlargli al telefono, ma in presenza. Il sistema è semplice, secondo i magistrati: ciascun soggetto può scaricare le proprie responsabilità sulle decisioni dell’altro trincerandosi dietro il parere della commissione per il Paesaggio che, a sua volta, si trincera dietro la «non vincolatività» delle proprie valutazioni.
L’idea «meno vincoli» è di Cottarelli
L’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere di fronte al gip Mattia Fiorentini, insieme con i pm Paolo Filippini, Marina Petruzzella e Mauro Clerici. «Non sta per nulla bene, è molto depresso», spiegava ieri il suo avvocato, Giovanni Brambilla Pisoni, dopo l’interrogatorio di garanzia durato appena pochi minuti. Oggioni si dichiara estraneo alle contestazioni dei magistrati e presto depositerà una memoria per chiedere la revoca degli arresti domiciliari. Se Oggioni non parla, l’assessore Paolo Bardelli ha deciso di dimettersi dopo un colloquio con il sindaco Beppe Sala. Lunedì spiegherà le motivazioni della sua decisione in Consiglio comunale. Se ne va così l’assessore che aveva condiviso con lo stesso Oggioni (e con molti altri politici milanesi) una proposta, avanzata nell’ottobre scorso, dall’ex mister spending review Carlo Cottarelli, che gli era stata commissionata da Aspesi Unione immobiliare. Lo studio, che fu presentato presso la sede di Assimpredil-Ance (ieri la presidente Regina De Albertis, sfiorata dall’inchiesta, ha annunciato di essere pronta a dimettersi) partiva dalla domanda sul perché a Milano si costruissero poche abitazioni e introduceva l’idea che servissero «meno vincoli» per favorire la realizzazione dell’edilizia sociale.
In pratica Cottarelli proponeva «un mix», a suo parere «equilibrato», tra «una riduzione della quota di Edilizia residenziale sociale (Ers)», un taglio dei tempi «morti burocratici riducendo gli oneri finanziari», il rilancio dell’«edilizia convenzionata regionale» e l’idea che il Comune avrebbe potuto porre come «base d’asta per i terreni, prezzi molto bassi». A fronte, però, «di un costo per la collettività, con le relative implicazioni politiche e sociali». Le teorie cottarelliane - cioè dimostrare che far case a prezzi calmierati a Milano «non è economicamente sostenibile» - se viste ora tramite la lente della Procura, assumono tutto un altro aspetto. Anche perché caso vuole che vicepresidente di Aspesi (l’associazione che aveva commissionato lo studio) sia Luigi Gozzini, amministratore unico di Abitare In, società di sviluppo immobiliare sotto indagine e già perquisita per i suoi rapporti proprio con Oggioni. La figlia Elena lavorava per Abitare In, aveva percepito tra il 2020 e il 2023 ben 124.000 euro mentre il padre in commissione Paesaggio (omettendo un palese conflitto di interessi) aveva approvato almeno cinque pratiche edilizie della stessa società su via Sbodio (Lambrate Twin Palace), Porta Naviglio Grande in via Ohm, Milano City Village in via Tacito, Palazzo Naviglio in via Pogliaghi e un intervento in via Vaiano Valle.
Se la giunta milanese, quindi, ha seguito le politiche dello studio di Cottarelli, nei mesi scorsi l’unica voce fuori dal coro che si era levata era stata quella di Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio cooperative lavoratori di Milano. Era stato lui a presentare a dicembre un dossier intitolato «L’iniquità dello sviluppo immobiliare residenziale a Milano», dove poneva l’accento sulla mancanza di «indipendenza» del dossier di Cottarelli. «Leggendola con attenzione, infatti, si scorge l’obiettivo della stessa», spiegava Maggioni. «Non è una generica analisi relativa alla condizione dello sviluppo immobiliare di Milano ma, più chiaramente, l’asserita volontà di dimostrare la non sostenibilità economica dell’inserimento di quote di Edilizia residenziale sociale (Ers) nella strumentazione urbanistica in corso di revisione da parte dell’amministrazione comunale». Ed evidenziava gli errori e le imprecisioni di Cottarelli, che ha «una indiscussa competenza di carattere macroeconomico ma una non esaustiva conoscenza dei meccanismi minuti dei processi e del mercato immobiliare».
Proprio in queste ore il nome di Maggioni era circolato per sostituire Bardelli, ma il presidente di Ccl ha smentito l’ipotesi. «Non ho pulsioni senili da narcisismo politico represso», ha detto, e «mi ascrivo alla fazione di chi pensa che fare il rappresentante di legittimi interessi al tempo 1 e passare immediatamente a fare il regolatore di quegli interessi (se facessi l’assessore) al tempo 2, non sarebbe una cosa buona e giusta».
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Gli ex quadri comunali Oggioni (arrestato per corruzione) e Zinna hanno deciso per decenni lo skyline cittadino anche dopo la fine del contratto. In centro storico hanno dato l’ok a un nuovo albergo da 190 stanze.È di Cottarelli, uomo della spending review, lo studio-guida sull’edilizia. Bardelli, l’assessore che voleva far cadere la giunta, si dimette. Il presidente Assimpredil pronto a lasciare.Lo speciale contiene due articoli.In pensione da anni, ma molto attivi nell’indirizzare le scelte comune di Milano nel settore urbanistico, per di più anche quando erano finiti entrambi sotto indagine per le numerose inchieste della Procura. Le storie dei due ex dirigenti comunali Franco Zinna e Giovanni Oggioni si incrociano nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in arresto il secondo, accusato di corruzione e frode processuale.Del resto, i due erano stati teorizzatori, ideatori e sottoscrittori della determina numero 65 del 2018, provvedimento che in questi anni ha favorito l’eliminazione dell’obbligo del piano attuativo favorendo la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) tramite il semplice parere favorevole della commissione del Paesaggio (di cui Oggioni era membro). Da più di trent’anni negli uffici comunali, erano loro a decidere lo skyline di Milano, chi potesse costruire e chi no in città. In questo modo avevano favorito le istanze edilizie della torre di via Stresa, delle torri di via Crescenzago, dell’intervento di via Anfiteatro, di quello di via della Zecca Vecchia (tutti progetti sotto indagine), quest’ultimo «smarcando», appunto, il piano attuativo e i limiti dimensionali previsti dal piano generale, per la realizzazione in quella pregiata area storica di un albergo con più di 190 camere.Zinna, annotano gli inquirenti, presenta poi numerose analogie con Oggioni, soprattutto post lavorative. Perché entrambi, in un modo o nell’altro, anche se scaduti i loro contratti, erano rimasti inseriti nell’apparato decisionale degli uffici comunali. Oggioni era andato in pensione nel 2021 eppure, fino alla fine dello scorso anno, coordinava le nomine della nuova commissione del Paesaggio. Possibile che i vertici di palazzo Marino non si siano accorti di nulla? Possibile che nessuno sapesse che i due continuavano a influire sulle scelte urbanistiche, contattando e collaborando con diversi dipendenti comunali? Secondo la Procura, il ruolo di Oggioni era «quello di cerniera tra gli interessi dei privati e l’azione amministrativa degli uffici comunali dell’Edilizia, con l’obiettivo costante di favorire i privati e di incrementarne gli affari e il potere», creando così il terreno per la «corruzione».Il sindaco Beppe Sala ha già spiegato che si trattava di «mele marce», ma conosceva molto bene entrambi. Nelle carte firmate dal gip Mattia Fiorentini si evidenzia, infatti, come i due storici dirigenti al settore urbanistico avessero stretti contatti con il primo cittadino. A testimoniarlo sono anche i video ancora presenti in rete. In uno Oggioni, Zinna e il sindaco Sala illustrano gli interventi previsti nell’area, allora verde, che circondava la villa dove si trova la sede del consolato americano, in piazzale Accursio; nell’altro, nell’aula del Consiglio comunale, Zinna, appena pensionato, saluta e ringrazia i presenti e c’è l’ex assessore Pierfrancesco Maran che annuncia pubblicamente il conferimento dell’incarico pro bono. Ma allo stesso tempo nel 2024, mentre Oggioni è consulente di Assimpredil e la figlia Elena lavora per Abitare In (con consulenze da più di 120.000 euro), il dirigente pensionato Zinna aveva a sua volta aperto una partita Iva e collaborava con un gruppo di quattro società, tra cui la Rimond, società di progettazione incaricata dei piani per gli interventi proprio in via della Zecca Vecchia: le fatture emesse da Zinna dal 31 gennaio al 17 dicembre 2024 ammontano a 108.761 euro, anche se era in pensione da più di un anno.Non è un caso che, nelle carte, si parli di un «altro oscuro capitolo della gestione urbanistica negli uffici del Comune di Milano», quello che riguarda in particolar modo il centro storico su cui la Procura sta indagando. È la zona più esclusiva e cara di Milano dal punto di vista immobiliare, con limiti di edificabilità e dove alcuni palazzi di proprietà del Comune erano stati messi all’asta tra il 2007 e il 2008. Gli immobili erano stati, poi, assegnati all’istituto di credito francese Bnp Paribas che poi, a sua volta, dopo essersi fatto rilasciare dei pareri dalla commissione per il Paesaggio relativi agli interventi, li aveva rimessi di nuovo all’asta. Il caso più eclatante è, appunto, quello di via della Zecca Vecchia (dove il progettista è Marco Cerri, ex commissione Paesaggio, indagato e nel sodalizio di Oggioni), una delle zone delle zone più antiche della città, testimone di quando i romani trasformarono il villaggio celtico in una città, intorno al foro, nel 222 a.C. Qui dovrebbe sorgere un albergo da 194 stanze, su una superficie di 3.100 metri quadrati.Peccato che, secondo la Procura, anche su questo intervento ci sarebbe stato il concorso fondamentale di Oggioni, dal momento che si sarebbe replicato l’escamotage di qualificare nuove costruzioni come ristrutturazioni edilizie e si sarebbero, per di più, omesse le indicazioni normative corrette, in modo tale da aggirare il limite di edificabilità di 2.550 metri quadri e consentendo, così, di arrivare a quota 3.100. Agli atti c’è un’intercettazione del 18 ottobre scorso tra Oggioni e Andrea Viaroli, anche lui ex dirigente dello Sportello unico edilizia. I due sono preoccupati «dell’attenzione della Procura sugli interventi edilizi da loro autorizzati nelle zone definite» dal Piano di governo del territorio «ex B2», ossia quelle del centro storico di via Anfiteatro, in zona Brera, e via Zecca Vecchia. Vogliono «recuperare» dall’ex dirigente Pino Bellinetti, anche lui indagato, «informazioni e documentazione relativa a quelle aree». Oggioni, però, gli consiglia di non parlargli al telefono, ma in presenza. Il sistema è semplice, secondo i magistrati: ciascun soggetto può scaricare le proprie responsabilità sulle decisioni dell’altro trincerandosi dietro il parere della commissione per il Paesaggio che, a sua volta, si trincera dietro la «non vincolatività» delle proprie valutazioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salva-milano-2671288958.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lidea-meno-vincoli-e-di-cottarelli" data-post-id="2671288958" data-published-at="1741381942" data-use-pagination="False"> L’idea «meno vincoli» è di Cottarelli L’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere di fronte al gip Mattia Fiorentini, insieme con i pm Paolo Filippini, Marina Petruzzella e Mauro Clerici. «Non sta per nulla bene, è molto depresso», spiegava ieri il suo avvocato, Giovanni Brambilla Pisoni, dopo l’interrogatorio di garanzia durato appena pochi minuti. Oggioni si dichiara estraneo alle contestazioni dei magistrati e presto depositerà una memoria per chiedere la revoca degli arresti domiciliari. Se Oggioni non parla, l’assessore Paolo Bardelli ha deciso di dimettersi dopo un colloquio con il sindaco Beppe Sala. Lunedì spiegherà le motivazioni della sua decisione in Consiglio comunale. Se ne va così l’assessore che aveva condiviso con lo stesso Oggioni (e con molti altri politici milanesi) una proposta, avanzata nell’ottobre scorso, dall’ex mister spending review Carlo Cottarelli, che gli era stata commissionata da Aspesi Unione immobiliare. Lo studio, che fu presentato presso la sede di Assimpredil-Ance (ieri la presidente Regina De Albertis, sfiorata dall’inchiesta, ha annunciato di essere pronta a dimettersi) partiva dalla domanda sul perché a Milano si costruissero poche abitazioni e introduceva l’idea che servissero «meno vincoli» per favorire la realizzazione dell’edilizia sociale. In pratica Cottarelli proponeva «un mix», a suo parere «equilibrato», tra «una riduzione della quota di Edilizia residenziale sociale (Ers)», un taglio dei tempi «morti burocratici riducendo gli oneri finanziari», il rilancio dell’«edilizia convenzionata regionale» e l’idea che il Comune avrebbe potuto porre come «base d’asta per i terreni, prezzi molto bassi». A fronte, però, «di un costo per la collettività, con le relative implicazioni politiche e sociali». Le teorie cottarelliane - cioè dimostrare che far case a prezzi calmierati a Milano «non è economicamente sostenibile» - se viste ora tramite la lente della Procura, assumono tutto un altro aspetto. Anche perché caso vuole che vicepresidente di Aspesi (l’associazione che aveva commissionato lo studio) sia Luigi Gozzini, amministratore unico di Abitare In, società di sviluppo immobiliare sotto indagine e già perquisita per i suoi rapporti proprio con Oggioni. La figlia Elena lavorava per Abitare In, aveva percepito tra il 2020 e il 2023 ben 124.000 euro mentre il padre in commissione Paesaggio (omettendo un palese conflitto di interessi) aveva approvato almeno cinque pratiche edilizie della stessa società su via Sbodio (Lambrate Twin Palace), Porta Naviglio Grande in via Ohm, Milano City Village in via Tacito, Palazzo Naviglio in via Pogliaghi e un intervento in via Vaiano Valle. Se la giunta milanese, quindi, ha seguito le politiche dello studio di Cottarelli, nei mesi scorsi l’unica voce fuori dal coro che si era levata era stata quella di Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio cooperative lavoratori di Milano. Era stato lui a presentare a dicembre un dossier intitolato «L’iniquità dello sviluppo immobiliare residenziale a Milano», dove poneva l’accento sulla mancanza di «indipendenza» del dossier di Cottarelli. «Leggendola con attenzione, infatti, si scorge l’obiettivo della stessa», spiegava Maggioni. «Non è una generica analisi relativa alla condizione dello sviluppo immobiliare di Milano ma, più chiaramente, l’asserita volontà di dimostrare la non sostenibilità economica dell’inserimento di quote di Edilizia residenziale sociale (Ers) nella strumentazione urbanistica in corso di revisione da parte dell’amministrazione comunale». Ed evidenziava gli errori e le imprecisioni di Cottarelli, che ha «una indiscussa competenza di carattere macroeconomico ma una non esaustiva conoscenza dei meccanismi minuti dei processi e del mercato immobiliare». Proprio in queste ore il nome di Maggioni era circolato per sostituire Bardelli, ma il presidente di Ccl ha smentito l’ipotesi. «Non ho pulsioni senili da narcisismo politico represso», ha detto, e «mi ascrivo alla fazione di chi pensa che fare il rappresentante di legittimi interessi al tempo 1 e passare immediatamente a fare il regolatore di quegli interessi (se facessi l’assessore) al tempo 2, non sarebbe una cosa buona e giusta».
Federico Cafiero de Raho (Imagoeconomica)
La relazione approvata ieri in Commissione antimafia è un atto d’accusa per Federico Cafiero de Raho, ex capo della Procura nazionale antimafia ora parlamentare pentastellato e vicepresidente proprio della Commissione (ieri assente). La relazione, di 202 pagine, che analizza anche il materiale recuperato dalle due inchieste giudiziarie (della Procura di Perugia e poi di quella romana) che si sono concentrate sull’ex pm della Procura nazionale antimafia Antonio Laudati e sul luogotenente della Guardia di finanza che coordinava il gruppo Sos (le Segnalazioni di operazioni sospette che provenivano dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, ndr), Pasquale Striano, aggiunge che «il deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Direzione nazionale antimafia in quegli anni». La relazione non descrive un contesto di «inconsapevolezza» né di «mera superficialità». Al contrario, parla di «un protagonista» che avrebbe «adottato o controfirmato provvedimenti organizzativi riguardanti la gestione delle Sos», e che dunque sarebbe stato «pienamente consapevole delle prassi irregolari in uso nel suo ufficio, delle vulnerabilità del sistema e dei vantaggi operativi che tali vulnerabilità gli garantivano in termini di libertà, elasticità e possibilità di intervento in fatti di forte impatto pubblico e oltremodo sensibili politicamente». Ai commissari della maggioranza devono essere tornate in mente le chat dell’era Palamara. Nel luglio 2017, dopo la bocciatura per la Procura di Napoli assegnata a Giovanni Melillo, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti scriveva a Luca Palamara: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». Pochi mesi dopo, il Csm lo nomina procuratore nazionale antimafia. Palamara avvisa Minniti: «Votato De Raho cinque voti, Scarpinato (anche lui diventato parlamentare pentastellato, ndr) 1». Risposta: «Eccellente. Grazie». Le chat raccontano anche un pressing diretto. Il 24 luglio 2017 de Raho scrive a Palamara: «Caro Luca sono in piazza Esedra… Ma vieni fuori o ci sentiamo per telefono?… Scusa Luca a che punto siete?… Luca ti aspetto per parlare con te… so che è finita la Commissione». E ancora: «Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l’attesa quanto l’immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». E a provare che il pressing di de Raho fosse noto c’è un messaggio del consigliere di Area Valerio Fracassi a Palamara: «Cafiero batte il Csm palmo a palmo a caccia di voti. Non va bene e rischia di farsi male. Ha visitato i laici che pensa siano incerti». D’altra parte, la riflessione finale della Commissione è questa: «Non sull’identità di ipotetici mandanti, ma sulla presenza di una struttura permeabile e vulnerabile nella quale interessi ulteriori, non identificati nelle indagini, esterni o sovraordinati rispetto all’azione materiale realizzata da Striano, potrebbero aver trovato vantaggio nell’illecita sottrazione e circolazione di informazioni sensibili». Il Gruppo Sos, coordinato da Laudati, non era «un elemento periferico o marginale della Direzione nazionale antimafia», ma «uno strumento fondamentale di analisi finanziaria e informativa di grande rilevanza». Il suo funzionamento, sostiene la maggioranza, era «ben noto al procuratore nazionale», perché «gli appunti e gli atti di impulso prodotti dal gruppo di lavoro raggiungevano sistematicamente la sua scrivania». La conclusione è netta: «il procuratore nazionale antimafia sapeva, ed è difficile sostenere il contrario». La relazione parla di «tolleranza verso prassi illegittime o anche illecite» e di «assenza totale di controlli effettivi». Non come un incidente imprevisto, ma come «una precisa e consapevole scelta gestionale che consentiva al vertice della Dna di operare entro un perimetro privo di vincoli procedurali stringenti». Una frase pesa più delle altre: «La permeabilità del sistema, più che un errore, fu una condizione che de Raho considerò funzionale». Quando «il controllo è debole la discrezionalità diventa ampia». E «lo spazio per interventi orientati aumenta in conseguenza». La relazione definisce «emblematiche» le vicende relative agli atti di impulso sulla Lega Nord. Il quadro è riassunto così: il Gruppo Sos e Laudati «avevano predisposto un atto di impulso attingendo a Sos non matchate dai sistemi, su fatti e materie che esorbitavano dalla competenza della Dna»; il procuratore aggiunto Giovanni Russo «alza le spalle; de Raho rimbrotta tutti, ma firma l’atto di impulso». L’atto viene «mandato a quattro Procure distrettuali, tra le quali Milano». Dopo il pasticcio, «nessuna conseguenza, nessuna sanzione, nessuna nuova disposizione organizzativa interna», ma solo «un invito rivolto alla Direzione investigativa antimafia a non trasmettere più Sos che non fossero di competenza della Dna». La seconda vicenda è quella che coinvolge Armando Siri. De Raho, ricostruisce la maggioranza, «pur non richiedendone direttamente l’invio, di fatto ha indotto gli organi investigativi, ed in particolare la Dia, a trasmettere una segnalazione di operazione sospetta non di interesse Dna». Ne nasce «un atto di impulso a carico di un sottosegretario in carica [… ], scarno, diverso dagli altri, originato da notizie apprese dalla stampa», per «ipotesi di reato estranee alla competenza della Dna (corruzione)». Viene inviato «a una Procura (Roma) che stava già procedendo», mentre per la stessa Sos «stava già procedendo un’altra Procura ancora (Milano), per reati anch’essi estranei al perimetro di competenze della Dna (riciclaggio)». Il flusso informativo della vicenda Siri è definito come «caratterizzato da elementi sintomatici di un funzionamento altamente compromesso». Il sistema, secondo la Commissione, «consentiva agevolmente una gestione orientata e selettiva dei dossier». Non un episodio isolato, ma «il paradigma di un modo di operare». Il vertice «disponendo di un sistema informativo senza barriere, poteva imprimere direzioni, sottolineature, tempi e priorità». E la relazione sottolinea che quel sistema produceva effetti «prevalentemente orientati verso lo stesso spettro politico (i partiti di centro destra e la Lega Nord in particolare)». C’è poi un ultimo passaggio, altrettanto pesante. Le risultanze mostrano che, «nonostante la sua funzione apicale, la gravità e natura oggettivamente irrituale delle condotte emerse, l’approfondimento investigativo nei suoi confronti è stato sorprendentemente minimo, quasi formale». Le escussioni sono descritte come «caratterizzate da un profilo di incongruità e superficialità», «prive di contestazioni puntuali» e senza «qualunque efficace tentativo di verificare l’effettivo grado di conoscenza, o anche di prevedibile conoscibilità, delle condotte illecite occorse». La conseguenza è definita «paradossale»: si è finito per «sottrarre alla ricostruzione proprio l’anello apicale di quel sistema». E ancora: «L’indagine (giudiziaria, ndr) non ha valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale». Il risultato: «Questo deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Dna in quegli anni». Nel capitolo dedicato agli «accessi illeciti in concorso con i giornalisti», la relazione entra in un terreno ancora più delicato: il rapporto tra chi estrae i dati e chi li pubblica. Il punto di partenza è la denuncia del ministro Giudo Crosetto. La relazione ricostruisce la sequenza: accessi alle banche dati, pubblicazione degli articoli, apertura del fascicolo. E sottolinea la coincidenza temporale tra le consultazioni e l’uscita dei pezzi. Il tutto viene inserito nel quadro più ampio del «traffico organizzato di dati informatici». Il nome di Emiliano Fittipaldi compare in questo contesto, come firma del quotidiano Domani che aveva pubblicato gli articoli oggetto di denuncia. Il generale della Guardia di finanza Umberto Sirico, invece, viene indicato come un «punto di passaggio obbligato dell’analisi». Non «un semplice superiore gerarchico», ma «un riferimento costante» della parabola di Striano, il luogotenente delle Fiamme gialle attorno al quale ruota l’inchiesta giudiziaria. Il rapporto, ricostruito dai messaggi sul cellulare del militare, avrebbe assunto «i tratti di una vera e propria sponsorizzazione interna». Sirico «accompagna e favorisce il percorso di Striano» e ne avrebbe curato l’inserimento «nel punto esatto dell’organigramma che consentiva la massima libertà operativa e il pieno accesso alle banche dati». Una scelta «non casuale», ma «l’esito di un percorso costruito, calibrato e orientato». Nei messaggi sarebbe emersa la formula chiave della «carta bianca». Una espressione che, secondo la relazione, descrive «la totale assenza di limiti» per Striano. Ma «il profilo ancora più delicato», stando ai commissari della maggioranza, sarebbe da rintracciare nella responsabilità dei vertici generali del Corpo, a partire dall’allora comandante generale Giuseppe Zafarana. Il suo compito non era conoscere ogni singola operazione, ma «garantire che l’architettura complessiva del sistema di sicurezza funzioni». Eppure, dalle sue dichiarazioni rese l’11 dicembre 2024 davanti alla Procura di Perugia emerge, secondo la relazione, «una divaricazione difficilmente accettabile» tra il livello di responsabilità previsto dalla legge e l’azione concreta svolta. Ancora più grave, per la Commissione, il fatto che, pur in presenza di «evidenti e note fughe di notizie in materia di Sos», il comandante generale non abbia attivato «alcun doveroso meccanismo di verifica interna». Le opposizioni rispondono con due relazioni di minoranza. Una è a firma Cinque stelle. L’altra è unitaria: Pd, M5s, Avs e altri. Secondo la minoranza, nel testo approvato c’è una «indebita sovrapposizione con l’indagine della magistratura» che mette in discussione «la separazione dei poteri» e «l’indipendenza del potere giudiziario». Per l’opposizione è «un tentativo di colpire prerogative e credibilità di un parlamentare eletto dal popolo», che «si è sempre caratterizzato per l’impegno costante e riconosciuto contro le organizzazioni mafiose e per la legalità». Al di là delle considerazioni politiche, la relazione della maggioranza fotografa una stagione della Direzione nazionale antimafia. Per fortuna archiviata.
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La Scientifica a Rogoredo sul luogo dell'omicidio (Ansa)
Le polemiche, infatti, non si fermano allo scudo penale per poliziotti e carabinieri, provvedimento di cui la sinistra chiede il ritiro dopo la messinscena di Rogoredo, ma si usa il caso per sostenere che una magistratura sottomessa non sarebbe mai riuscita a scoprire le menzogne di Cinturrino.
Ovviamente si tratta di balle, così come una balla colossale è che con lo scudo penale l’agente l’avrebbe fatta franca. Innanzitutto, cominciamo col dire che non esiste alcun scudo penale. Basta infatti leggere il decreto Sicurezza per rendersene conto. Nessuno parla di una immunità da offrire a chi indossa una divisa. E nessuno ha ipotizzato di concedere alla polizia una licenza di picchiare, sparare o tanto meno di uccidere. Semplicemente per decreto il governo ha provato a introdurre una deroga all’iscrizione nel registro degli indagati, per evitare quello che in genere chiamiamo «atto dovuto». Ci sono scontri di piazza e qualche manifestante si fa male, come accaduto a Pisa tempo fa? Le forze dell’ordine finiscono sul banco degli imputati, cioè nel registro degli indagati: prima ancora che siano accertati i fatti. Il provvedimento dell’esecutivo prova a ovviare a questo problema, che per poliziotti e carabinieri significa comunque dover ingaggiare un legale e sopportare le spese della difesa. Come? In presenza di una causa di giustificazione, il pm procede con l’annotazione preliminare in un modello separato, consentendo comunque alla persona iscritta la possibilità di farsi assistere da un avvocato e dai suoi collaboratori. Si tratta di un alleggerimento della posizione che funziona solo se sono evidenti le cause che hanno giustificato il comportamento della persona, con l’obbligo per il pubblico ministero di procedere in tempi celeri. Questo è uno scudo? Non mi pare. E infatti i primi a non essere particolarmente contenti sono i poliziotti, che all’immunità non puntano, mentre invece tengono molto a vedersi garantite le spese legali a carico dello Stato, perché ora, per indagini avviate a seguito dell’esercizio delle funzioni di polizia, devono pagare l’avvocato di tasca loro.
Ma se il problema dello scudo penale che non c’è è usato strumentalmente dopo il caso Cinturrino, la vera arma impropria impugnata dalla sinistra è il No al referendum, le cui argomentazioni a quanto pare si sono rafforzate proprio a seguito del caso di Rogoredo.
La riflessione dei compagni poggia sul seguente ragionamento. Sono stati i magistrati a scoprire la messinscena di Cinturrino. La riforma della giustizia sottomette i magistrati. Ergo, al referendum bisogna votare No. In realtà, l’argomentazione non sta in piedi. Per prima cosa perché a dubitare della versione fornita dall’agente omicida sono stati i colleghi della squadra mobile, che da subito hanno indagato sulla vicenda. Certo, portando le risultanze al pm, ma le testimonianze e i rilievi li hanno raccolti altri agenti. Seconda obiezione: se anche fosse stata in vigore la riforma della giustizia, con la separazione delle carriere, i poliziotti non avrebbero fatto il loro lavoro indagando sul conto di Cinturrino? E non sarebbero comunque stati obbligati a riferire al pubblico ministero? Ovviamente sì. Dunque, che cosa c’entra la riforma con i fatti di Rogoredo? Per conto mio, c’entra solo per un motivo: il poliziotto che ha ucciso il giovane Mansouri è stato arrestato e cacciato dalla polizia e – sono certo - pagherà caro il suo debito con la giustizia. I magistrati che arrestano innocenti e talvolta nascondono le prove a discarico degli indagati invece non pagano mai e possono continuare non solo a fare ciò che facevano, ma addirittura l’unico rischio che corrono è di vedersi promossi. Lo so che ora direte che di qua c’è un funzionario dello Stato che si è rivelato un assassino e di là un funzionario dello Stato che ha sbagliato. Ma io non chiedo gli arresti per chi non ha ucciso ma ha «solo» commesso un errore grave: chiedo tuttavia che l’Alta corte disciplinare istituita dalla riforma della giustizia lo giudichi senza sconti. I medici del Monaldi che con Domenico hanno fallito il trapianto di cuore pagheranno. Perché il magistrato che rovina la vita a un innocente non deve pagare?
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