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2025-03-08
Sala ha «richiamato» dalla pensione i dirigenti che hanno sfigurato Milano
Giovanni Oggioni (Imagoeconomica)
In pensione da anni, ma molto attivi nell’indirizzare le scelte comune di Milano nel settore urbanistico, per di più anche quando erano finiti entrambi sotto indagine per le numerose inchieste della Procura. Le storie dei due ex dirigenti comunali Franco Zinna e Giovanni Oggioni si incrociano nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in arresto il secondo, accusato di corruzione e frode processuale.
Del resto, i due erano stati teorizzatori, ideatori e sottoscrittori della determina numero 65 del 2018, provvedimento che in questi anni ha favorito l’eliminazione dell’obbligo del piano attuativo favorendo la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) tramite il semplice parere favorevole della commissione del Paesaggio (di cui Oggioni era membro). Da più di trent’anni negli uffici comunali, erano loro a decidere lo skyline di Milano, chi potesse costruire e chi no in città. In questo modo avevano favorito le istanze edilizie della torre di via Stresa, delle torri di via Crescenzago, dell’intervento di via Anfiteatro, di quello di via della Zecca Vecchia (tutti progetti sotto indagine), quest’ultimo «smarcando», appunto, il piano attuativo e i limiti dimensionali previsti dal piano generale, per la realizzazione in quella pregiata area storica di un albergo con più di 190 camere.
Zinna, annotano gli inquirenti, presenta poi numerose analogie con Oggioni, soprattutto post lavorative. Perché entrambi, in un modo o nell’altro, anche se scaduti i loro contratti, erano rimasti inseriti nell’apparato decisionale degli uffici comunali. Oggioni era andato in pensione nel 2021 eppure, fino alla fine dello scorso anno, coordinava le nomine della nuova commissione del Paesaggio. Possibile che i vertici di palazzo Marino non si siano accorti di nulla? Possibile che nessuno sapesse che i due continuavano a influire sulle scelte urbanistiche, contattando e collaborando con diversi dipendenti comunali? Secondo la Procura, il ruolo di Oggioni era «quello di cerniera tra gli interessi dei privati e l’azione amministrativa degli uffici comunali dell’Edilizia, con l’obiettivo costante di favorire i privati e di incrementarne gli affari e il potere», creando così il terreno per la «corruzione».
Il sindaco Beppe Sala ha già spiegato che si trattava di «mele marce», ma conosceva molto bene entrambi. Nelle carte firmate dal gip Mattia Fiorentini si evidenzia, infatti, come i due storici dirigenti al settore urbanistico avessero stretti contatti con il primo cittadino. A testimoniarlo sono anche i video ancora presenti in rete. In uno Oggioni, Zinna e il sindaco Sala illustrano gli interventi previsti nell’area, allora verde, che circondava la villa dove si trova la sede del consolato americano, in piazzale Accursio; nell’altro, nell’aula del Consiglio comunale, Zinna, appena pensionato, saluta e ringrazia i presenti e c’è l’ex assessore Pierfrancesco Maran che annuncia pubblicamente il conferimento dell’incarico pro bono.
Ma allo stesso tempo nel 2024, mentre Oggioni è consulente di Assimpredil e la figlia Elena lavora per Abitare In (con consulenze da più di 120.000 euro), il dirigente pensionato Zinna aveva a sua volta aperto una partita Iva e collaborava con un gruppo di quattro società, tra cui la Rimond, società di progettazione incaricata dei piani per gli interventi proprio in via della Zecca Vecchia: le fatture emesse da Zinna dal 31 gennaio al 17 dicembre 2024 ammontano a 108.761 euro, anche se era in pensione da più di un anno.
Non è un caso che, nelle carte, si parli di un «altro oscuro capitolo della gestione urbanistica negli uffici del Comune di Milano», quello che riguarda in particolar modo il centro storico su cui la Procura sta indagando. È la zona più esclusiva e cara di Milano dal punto di vista immobiliare, con limiti di edificabilità e dove alcuni palazzi di proprietà del Comune erano stati messi all’asta tra il 2007 e il 2008. Gli immobili erano stati, poi, assegnati all’istituto di credito francese Bnp Paribas che poi, a sua volta, dopo essersi fatto rilasciare dei pareri dalla commissione per il Paesaggio relativi agli interventi, li aveva rimessi di nuovo all’asta. Il caso più eclatante è, appunto, quello di via della Zecca Vecchia (dove il progettista è Marco Cerri, ex commissione Paesaggio, indagato e nel sodalizio di Oggioni), una delle zone delle zone più antiche della città, testimone di quando i romani trasformarono il villaggio celtico in una città, intorno al foro, nel 222 a.C. Qui dovrebbe sorgere un albergo da 194 stanze, su una superficie di 3.100 metri quadrati.
Peccato che, secondo la Procura, anche su questo intervento ci sarebbe stato il concorso fondamentale di Oggioni, dal momento che si sarebbe replicato l’escamotage di qualificare nuove costruzioni come ristrutturazioni edilizie e si sarebbero, per di più, omesse le indicazioni normative corrette, in modo tale da aggirare il limite di edificabilità di 2.550 metri quadri e consentendo, così, di arrivare a quota 3.100. Agli atti c’è un’intercettazione del 18 ottobre scorso tra Oggioni e Andrea Viaroli, anche lui ex dirigente dello Sportello unico edilizia. I due sono preoccupati «dell’attenzione della Procura sugli interventi edilizi da loro autorizzati nelle zone definite» dal Piano di governo del territorio «ex B2», ossia quelle del centro storico di via Anfiteatro, in zona Brera, e via Zecca Vecchia. Vogliono «recuperare» dall’ex dirigente Pino Bellinetti, anche lui indagato, «informazioni e documentazione relativa a quelle aree». Oggioni, però, gli consiglia di non parlargli al telefono, ma in presenza. Il sistema è semplice, secondo i magistrati: ciascun soggetto può scaricare le proprie responsabilità sulle decisioni dell’altro trincerandosi dietro il parere della commissione per il Paesaggio che, a sua volta, si trincera dietro la «non vincolatività» delle proprie valutazioni.
L’idea «meno vincoli» è di Cottarelli
L’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere di fronte al gip Mattia Fiorentini, insieme con i pm Paolo Filippini, Marina Petruzzella e Mauro Clerici. «Non sta per nulla bene, è molto depresso», spiegava ieri il suo avvocato, Giovanni Brambilla Pisoni, dopo l’interrogatorio di garanzia durato appena pochi minuti. Oggioni si dichiara estraneo alle contestazioni dei magistrati e presto depositerà una memoria per chiedere la revoca degli arresti domiciliari. Se Oggioni non parla, l’assessore Paolo Bardelli ha deciso di dimettersi dopo un colloquio con il sindaco Beppe Sala. Lunedì spiegherà le motivazioni della sua decisione in Consiglio comunale. Se ne va così l’assessore che aveva condiviso con lo stesso Oggioni (e con molti altri politici milanesi) una proposta, avanzata nell’ottobre scorso, dall’ex mister spending review Carlo Cottarelli, che gli era stata commissionata da Aspesi Unione immobiliare. Lo studio, che fu presentato presso la sede di Assimpredil-Ance (ieri la presidente Regina De Albertis, sfiorata dall’inchiesta, ha annunciato di essere pronta a dimettersi) partiva dalla domanda sul perché a Milano si costruissero poche abitazioni e introduceva l’idea che servissero «meno vincoli» per favorire la realizzazione dell’edilizia sociale.
In pratica Cottarelli proponeva «un mix», a suo parere «equilibrato», tra «una riduzione della quota di Edilizia residenziale sociale (Ers)», un taglio dei tempi «morti burocratici riducendo gli oneri finanziari», il rilancio dell’«edilizia convenzionata regionale» e l’idea che il Comune avrebbe potuto porre come «base d’asta per i terreni, prezzi molto bassi». A fronte, però, «di un costo per la collettività, con le relative implicazioni politiche e sociali». Le teorie cottarelliane - cioè dimostrare che far case a prezzi calmierati a Milano «non è economicamente sostenibile» - se viste ora tramite la lente della Procura, assumono tutto un altro aspetto. Anche perché caso vuole che vicepresidente di Aspesi (l’associazione che aveva commissionato lo studio) sia Luigi Gozzini, amministratore unico di Abitare In, società di sviluppo immobiliare sotto indagine e già perquisita per i suoi rapporti proprio con Oggioni. La figlia Elena lavorava per Abitare In, aveva percepito tra il 2020 e il 2023 ben 124.000 euro mentre il padre in commissione Paesaggio (omettendo un palese conflitto di interessi) aveva approvato almeno cinque pratiche edilizie della stessa società su via Sbodio (Lambrate Twin Palace), Porta Naviglio Grande in via Ohm, Milano City Village in via Tacito, Palazzo Naviglio in via Pogliaghi e un intervento in via Vaiano Valle.
Se la giunta milanese, quindi, ha seguito le politiche dello studio di Cottarelli, nei mesi scorsi l’unica voce fuori dal coro che si era levata era stata quella di Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio cooperative lavoratori di Milano. Era stato lui a presentare a dicembre un dossier intitolato «L’iniquità dello sviluppo immobiliare residenziale a Milano», dove poneva l’accento sulla mancanza di «indipendenza» del dossier di Cottarelli. «Leggendola con attenzione, infatti, si scorge l’obiettivo della stessa», spiegava Maggioni. «Non è una generica analisi relativa alla condizione dello sviluppo immobiliare di Milano ma, più chiaramente, l’asserita volontà di dimostrare la non sostenibilità economica dell’inserimento di quote di Edilizia residenziale sociale (Ers) nella strumentazione urbanistica in corso di revisione da parte dell’amministrazione comunale». Ed evidenziava gli errori e le imprecisioni di Cottarelli, che ha «una indiscussa competenza di carattere macroeconomico ma una non esaustiva conoscenza dei meccanismi minuti dei processi e del mercato immobiliare».
Proprio in queste ore il nome di Maggioni era circolato per sostituire Bardelli, ma il presidente di Ccl ha smentito l’ipotesi. «Non ho pulsioni senili da narcisismo politico represso», ha detto, e «mi ascrivo alla fazione di chi pensa che fare il rappresentante di legittimi interessi al tempo 1 e passare immediatamente a fare il regolatore di quegli interessi (se facessi l’assessore) al tempo 2, non sarebbe una cosa buona e giusta».
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Gli ex quadri comunali Oggioni (arrestato per corruzione) e Zinna hanno deciso per decenni lo skyline cittadino anche dopo la fine del contratto. In centro storico hanno dato l’ok a un nuovo albergo da 190 stanze.È di Cottarelli, uomo della spending review, lo studio-guida sull’edilizia. Bardelli, l’assessore che voleva far cadere la giunta, si dimette. Il presidente Assimpredil pronto a lasciare.Lo speciale contiene due articoli.In pensione da anni, ma molto attivi nell’indirizzare le scelte comune di Milano nel settore urbanistico, per di più anche quando erano finiti entrambi sotto indagine per le numerose inchieste della Procura. Le storie dei due ex dirigenti comunali Franco Zinna e Giovanni Oggioni si incrociano nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in arresto il secondo, accusato di corruzione e frode processuale.Del resto, i due erano stati teorizzatori, ideatori e sottoscrittori della determina numero 65 del 2018, provvedimento che in questi anni ha favorito l’eliminazione dell’obbligo del piano attuativo favorendo la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) tramite il semplice parere favorevole della commissione del Paesaggio (di cui Oggioni era membro). Da più di trent’anni negli uffici comunali, erano loro a decidere lo skyline di Milano, chi potesse costruire e chi no in città. In questo modo avevano favorito le istanze edilizie della torre di via Stresa, delle torri di via Crescenzago, dell’intervento di via Anfiteatro, di quello di via della Zecca Vecchia (tutti progetti sotto indagine), quest’ultimo «smarcando», appunto, il piano attuativo e i limiti dimensionali previsti dal piano generale, per la realizzazione in quella pregiata area storica di un albergo con più di 190 camere.Zinna, annotano gli inquirenti, presenta poi numerose analogie con Oggioni, soprattutto post lavorative. Perché entrambi, in un modo o nell’altro, anche se scaduti i loro contratti, erano rimasti inseriti nell’apparato decisionale degli uffici comunali. Oggioni era andato in pensione nel 2021 eppure, fino alla fine dello scorso anno, coordinava le nomine della nuova commissione del Paesaggio. Possibile che i vertici di palazzo Marino non si siano accorti di nulla? Possibile che nessuno sapesse che i due continuavano a influire sulle scelte urbanistiche, contattando e collaborando con diversi dipendenti comunali? Secondo la Procura, il ruolo di Oggioni era «quello di cerniera tra gli interessi dei privati e l’azione amministrativa degli uffici comunali dell’Edilizia, con l’obiettivo costante di favorire i privati e di incrementarne gli affari e il potere», creando così il terreno per la «corruzione».Il sindaco Beppe Sala ha già spiegato che si trattava di «mele marce», ma conosceva molto bene entrambi. Nelle carte firmate dal gip Mattia Fiorentini si evidenzia, infatti, come i due storici dirigenti al settore urbanistico avessero stretti contatti con il primo cittadino. A testimoniarlo sono anche i video ancora presenti in rete. In uno Oggioni, Zinna e il sindaco Sala illustrano gli interventi previsti nell’area, allora verde, che circondava la villa dove si trova la sede del consolato americano, in piazzale Accursio; nell’altro, nell’aula del Consiglio comunale, Zinna, appena pensionato, saluta e ringrazia i presenti e c’è l’ex assessore Pierfrancesco Maran che annuncia pubblicamente il conferimento dell’incarico pro bono. Ma allo stesso tempo nel 2024, mentre Oggioni è consulente di Assimpredil e la figlia Elena lavora per Abitare In (con consulenze da più di 120.000 euro), il dirigente pensionato Zinna aveva a sua volta aperto una partita Iva e collaborava con un gruppo di quattro società, tra cui la Rimond, società di progettazione incaricata dei piani per gli interventi proprio in via della Zecca Vecchia: le fatture emesse da Zinna dal 31 gennaio al 17 dicembre 2024 ammontano a 108.761 euro, anche se era in pensione da più di un anno.Non è un caso che, nelle carte, si parli di un «altro oscuro capitolo della gestione urbanistica negli uffici del Comune di Milano», quello che riguarda in particolar modo il centro storico su cui la Procura sta indagando. È la zona più esclusiva e cara di Milano dal punto di vista immobiliare, con limiti di edificabilità e dove alcuni palazzi di proprietà del Comune erano stati messi all’asta tra il 2007 e il 2008. Gli immobili erano stati, poi, assegnati all’istituto di credito francese Bnp Paribas che poi, a sua volta, dopo essersi fatto rilasciare dei pareri dalla commissione per il Paesaggio relativi agli interventi, li aveva rimessi di nuovo all’asta. Il caso più eclatante è, appunto, quello di via della Zecca Vecchia (dove il progettista è Marco Cerri, ex commissione Paesaggio, indagato e nel sodalizio di Oggioni), una delle zone delle zone più antiche della città, testimone di quando i romani trasformarono il villaggio celtico in una città, intorno al foro, nel 222 a.C. Qui dovrebbe sorgere un albergo da 194 stanze, su una superficie di 3.100 metri quadrati.Peccato che, secondo la Procura, anche su questo intervento ci sarebbe stato il concorso fondamentale di Oggioni, dal momento che si sarebbe replicato l’escamotage di qualificare nuove costruzioni come ristrutturazioni edilizie e si sarebbero, per di più, omesse le indicazioni normative corrette, in modo tale da aggirare il limite di edificabilità di 2.550 metri quadri e consentendo, così, di arrivare a quota 3.100. Agli atti c’è un’intercettazione del 18 ottobre scorso tra Oggioni e Andrea Viaroli, anche lui ex dirigente dello Sportello unico edilizia. I due sono preoccupati «dell’attenzione della Procura sugli interventi edilizi da loro autorizzati nelle zone definite» dal Piano di governo del territorio «ex B2», ossia quelle del centro storico di via Anfiteatro, in zona Brera, e via Zecca Vecchia. Vogliono «recuperare» dall’ex dirigente Pino Bellinetti, anche lui indagato, «informazioni e documentazione relativa a quelle aree». Oggioni, però, gli consiglia di non parlargli al telefono, ma in presenza. Il sistema è semplice, secondo i magistrati: ciascun soggetto può scaricare le proprie responsabilità sulle decisioni dell’altro trincerandosi dietro il parere della commissione per il Paesaggio che, a sua volta, si trincera dietro la «non vincolatività» delle proprie valutazioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salva-milano-2671288958.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lidea-meno-vincoli-e-di-cottarelli" data-post-id="2671288958" data-published-at="1741381942" data-use-pagination="False"> L’idea «meno vincoli» è di Cottarelli L’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere di fronte al gip Mattia Fiorentini, insieme con i pm Paolo Filippini, Marina Petruzzella e Mauro Clerici. «Non sta per nulla bene, è molto depresso», spiegava ieri il suo avvocato, Giovanni Brambilla Pisoni, dopo l’interrogatorio di garanzia durato appena pochi minuti. Oggioni si dichiara estraneo alle contestazioni dei magistrati e presto depositerà una memoria per chiedere la revoca degli arresti domiciliari. Se Oggioni non parla, l’assessore Paolo Bardelli ha deciso di dimettersi dopo un colloquio con il sindaco Beppe Sala. Lunedì spiegherà le motivazioni della sua decisione in Consiglio comunale. Se ne va così l’assessore che aveva condiviso con lo stesso Oggioni (e con molti altri politici milanesi) una proposta, avanzata nell’ottobre scorso, dall’ex mister spending review Carlo Cottarelli, che gli era stata commissionata da Aspesi Unione immobiliare. Lo studio, che fu presentato presso la sede di Assimpredil-Ance (ieri la presidente Regina De Albertis, sfiorata dall’inchiesta, ha annunciato di essere pronta a dimettersi) partiva dalla domanda sul perché a Milano si costruissero poche abitazioni e introduceva l’idea che servissero «meno vincoli» per favorire la realizzazione dell’edilizia sociale. In pratica Cottarelli proponeva «un mix», a suo parere «equilibrato», tra «una riduzione della quota di Edilizia residenziale sociale (Ers)», un taglio dei tempi «morti burocratici riducendo gli oneri finanziari», il rilancio dell’«edilizia convenzionata regionale» e l’idea che il Comune avrebbe potuto porre come «base d’asta per i terreni, prezzi molto bassi». A fronte, però, «di un costo per la collettività, con le relative implicazioni politiche e sociali». Le teorie cottarelliane - cioè dimostrare che far case a prezzi calmierati a Milano «non è economicamente sostenibile» - se viste ora tramite la lente della Procura, assumono tutto un altro aspetto. Anche perché caso vuole che vicepresidente di Aspesi (l’associazione che aveva commissionato lo studio) sia Luigi Gozzini, amministratore unico di Abitare In, società di sviluppo immobiliare sotto indagine e già perquisita per i suoi rapporti proprio con Oggioni. La figlia Elena lavorava per Abitare In, aveva percepito tra il 2020 e il 2023 ben 124.000 euro mentre il padre in commissione Paesaggio (omettendo un palese conflitto di interessi) aveva approvato almeno cinque pratiche edilizie della stessa società su via Sbodio (Lambrate Twin Palace), Porta Naviglio Grande in via Ohm, Milano City Village in via Tacito, Palazzo Naviglio in via Pogliaghi e un intervento in via Vaiano Valle. Se la giunta milanese, quindi, ha seguito le politiche dello studio di Cottarelli, nei mesi scorsi l’unica voce fuori dal coro che si era levata era stata quella di Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio cooperative lavoratori di Milano. Era stato lui a presentare a dicembre un dossier intitolato «L’iniquità dello sviluppo immobiliare residenziale a Milano», dove poneva l’accento sulla mancanza di «indipendenza» del dossier di Cottarelli. «Leggendola con attenzione, infatti, si scorge l’obiettivo della stessa», spiegava Maggioni. «Non è una generica analisi relativa alla condizione dello sviluppo immobiliare di Milano ma, più chiaramente, l’asserita volontà di dimostrare la non sostenibilità economica dell’inserimento di quote di Edilizia residenziale sociale (Ers) nella strumentazione urbanistica in corso di revisione da parte dell’amministrazione comunale». Ed evidenziava gli errori e le imprecisioni di Cottarelli, che ha «una indiscussa competenza di carattere macroeconomico ma una non esaustiva conoscenza dei meccanismi minuti dei processi e del mercato immobiliare». Proprio in queste ore il nome di Maggioni era circolato per sostituire Bardelli, ma il presidente di Ccl ha smentito l’ipotesi. «Non ho pulsioni senili da narcisismo politico represso», ha detto, e «mi ascrivo alla fazione di chi pensa che fare il rappresentante di legittimi interessi al tempo 1 e passare immediatamente a fare il regolatore di quegli interessi (se facessi l’assessore) al tempo 2, non sarebbe una cosa buona e giusta».
Donald Trump (Ansa)
Non si tratta soltanto di un aggiornamento tecnico delle strategie precedenti, ma di una vera e propria dichiarazione politica che riflette la visione dell'attuale presidente e la sua dottrina basata sul principio dell'«America First» e della «pace attraverso la forza». Nella prefazione, Trump sostiene che il suo ritorno alla Casa Bianca abbia segnato la fine di un periodo caratterizzato da «debolezza» e «umiliazioni» per gli Stati Uniti. Il presidente rivendica una serie di risultati ottenuti durante il primo anno del suo secondo mandato, tra cui il rilascio di oltre cento ostaggi americani detenuti all'estero, l'arresto del responsabile dell'attentato di Abbey Gate in Afghanistan e la designazione di importanti sezioni dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche. Il documento cita inoltre le operazioni militari «Midnight Hammer» ed «Epic Fury», presentate come azioni decisive contro il programma nucleare iraniano e contro le capacità militari della Repubblica Islamica. L'aspetto più innovativo della strategia riguarda la classificazione delle minacce. Secondo la Casa Bianca, il terrorismo contemporaneo non è rappresentato esclusivamente dalle organizzazioni jihadiste, ma si articola in tre grandi categorie. La prima è costituita dai cartelli della droga e dalle organizzazioni criminali transnazionali che operano soprattutto nell'emisfero occidentale. La seconda comprende i gruppi islamisti tradizionali come al-Qaeda e lo Stato Islamico. La terza categoria è invece rappresentata dagli estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e movimenti antifascisti radicali. Una definizione destinata a generare polemiche, poiché amplia notevolmente il concetto di minaccia terroristica adottato dall'amministrazione americana.
Nel documento emerge con chiarezza la convinzione che il terrorismo islamista continui a rappresentare un pericolo concreto per il territorio americano. Per questo motivo la strategia individua come priorità assoluta la neutralizzazione dei gruppi jihadisti che dispongono sia dell'intenzione sia delle capacità operative necessarie per colpire cittadini e interessi statunitensi. In particolare vengono menzionati al-Qaeda, soprattutto la sua branca nella Penisola Arabica, e l'ISIS-Khorasan, considerato uno dei segmenti più aggressivi e pericolosi dello Stato Islamico. Un intero capitolo è dedicato ai Fratelli Musulmani, descritti come l'origine ideologica del terrorismo islamista moderno. Secondo la Casa Bianca, tutte le principali organizzazioni jihadiste contemporanee, da Hamas ad al-Qaeda fino all'ISIS, affondano le proprie radici nella visione politica e religiosa sviluppata dalla Fratellanza musulmana. Per questo motivo l'amministrazione Trump annuncia l'intenzione di proseguire con la designazione come organizzazioni terroristiche straniere delle diverse ramificazioni del movimento presenti in Medio Oriente, Africa e Asia. Si tratta di una posizione che segna una netta discontinuità rispetto ad altre amministrazioni americane e che potrebbe avere conseguenze significative nei rapporti con numerosi Paesi della regione.
Ancora più severa è la valutazione nei confronti dell'Iran, definito senza mezzi termini il principale sponsor del terrorismo a livello globale. Secondo il documento, la minaccia iraniana si manifesta sia direttamente attraverso il programma nucleare e missilistico di Teheran sia indirettamente mediante il sostegno economico, militare e logistico fornito a una vasta rete di organizzazioni armate e gruppi estremisti. Hezbollah viene indicato come il più importante tra questi proxy e come uno degli strumenti principali utilizzati dalla Repubblica Islamica per proiettare la propria influenza nella regione. La strategia sottolinea che le operazioni condotte contro le infrastrutture nucleari iraniane rappresentano soltanto una fase di una campagna più ampia. Washington afferma infatti che continuerà a utilizzare tutti gli strumenti disponibili – militari, diplomatici, economici e informatici – fino a quando Teheran non sarà più in grado di minacciare direttamente gli Stati Uniti o di sostenere organizzazioni terroristiche. Allo stesso tempo viene ribadita la volontà di colpire i gruppi sostenuti dall'Iran che pianificano attacchi contro cittadini americani, obiettivi israeliani o dissidenti iraniani presenti all'estero.
Un'altra sezione destinata a far discutere è quella dedicata all'Europa. La Casa Bianca riconosce il ruolo storico degli alleati europei nella lotta al terrorismo ma sostiene che il continente sia diventato, negli ultimi anni, un ambiente operativo particolarmente favorevole alle reti estremiste. Secondo il documento, gruppi jihadisti, cartelli della droga e Stati ostili avrebbero approfittato delle frontiere deboli, delle carenze nei controlli e delle limitate risorse dedicate all'antiterrorismo per trasformare diverse aree europee in centri logistici, finanziari e di reclutamento. La strategia afferma esplicitamente che la migrazione di massa abbia rappresentato una delle principali vie di penetrazione utilizzate dai terroristi. Gli autori sostengono che l'Europa debba recuperare il controllo delle proprie frontiere, affrontare apertamente il problema dell'islamismo radicale e incrementare significativamente gli investimenti nelle attività di intelligence e sicurezza. Secondo Washington, la sopravvivenza della civiltà occidentale dipenderà anche dalla capacità degli Stati europei di contrastare efficacemente queste minacce.
Accanto alle tradizionali attività di intelligence e alle operazioni militari, il documento dedica particolare attenzione alla guerra informativa e alla propaganda. La Casa Bianca ritiene che le organizzazioni terroristiche abbiano saputo sfruttare efficacemente le nuove tecnologie per reclutare sostenitori, diffondere ideologie estremiste e coordinare operazioni. Di conseguenza gli Stati Uniti intendono rafforzare le capacità di contropropaganda e sviluppare nuovi strumenti per individuare e neutralizzare le campagne di radicalizzazione online. Particolare rilevanza viene attribuita anche alla minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Il documento definisce «imperativo» impedire che gruppi terroristici possano acquisire capacità nucleari, biologiche, chimiche o radiologiche. Viene inoltre evidenziato come i progressi tecnologici, inclusi l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le nuove tecnologie energetiche, possano essere sfruttati da organizzazioni ostili per sviluppare nuove forme di attacco. Per questo motivo Washington prevede un rafforzamento delle capacità di monitoraggio, prevenzione e risposta. Nel complesso, la Strategia antiterrorismo 2026 segna una svolta profonda rispetto agli approcci adottati negli anni precedenti. Il documento abbandona molte delle formulazioni utilizzate durante l'amministrazione Biden e torna a una visione fondata sulla deterrenza, sulla superiorità militare e sulla centralità dell'interesse nazionale americano. Iran, Hezbollah, Hamas e Fratelli Musulmani vengono identificati come componenti di un'unica architettura della minaccia islamista, mentre l'Europa viene invitata ad assumersi una quota molto maggiore della responsabilità per la propria sicurezza. Una dottrina destinata a influenzare non soltanto la politica estera degli Stati Uniti, ma anche il dibattito internazionale sulla lotta al terrorismo negli anni a venire.
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Ansa
Un circuito verticale e gerarchico in cui il giudizio di un docente può pesare più di quanto accada in un normale liceo. In questo microcosmo la Procura di Milano colloca una storiaccia in cui la cifra penale, almeno secondo l’impostazione accusatoria, non sarebbe soltanto quella della sessualità o dell’invadenza fisica, ma soprattutto quella dell’abuso di potere. Perché nelle 24 pagine dell’ordinanza cautelare non sono centrali solo le palpatine o le fotografie intime richieste. L’inchiesta ruota principalmente attorno al presunto utilizzo della cattedra come strumento di pressione psicologica, del voto come leva e della maturità come elemento di condizionamento. Accuse che hanno portato un professore di italiano e latino in forza alla scuola militare dal 2024 (ma non un militare, lui) agli arresti domiciliari.
«Quanto ce l’hai lungo?», chiese, annota l’accusa, a uno degli alunni. E subito dopo: «Ho corretto il compito di italiano, è da otto, ma se mi racconti dettagli intimi con la tua fidanzata diventa otto e mezzo». L’indagato, scrive il gip del Tribunale di Milano Elio Sparacino nella sua ordinanza, «era solito, secondo quanto emerso, avvicinare gli studenti maschi, cingerli da dietro e accarezzarli sul collo, sulle spalle simulando un massaggio per scendere fino al petto e, come raccontato da tutte le persone offese, stringere per alcuni secondi i pettorali dei giovani facendo anche sovente apprezzamenti sulla loro tonicità muscolare». Un comportamento che per il gip «già di per sé» integrerebbe «pienamente» il reato di violenza sessuale. La Procura, poi, porta anche il conto delle vittime: «Sette». Ma, con due studenti in particolare, il prof avrebbe adottato «una condotta particolarmente aggressiva». Il loro «andamento scolastico traballante», secondo l’accusa, li avrebbe resi «più esposti alle azioni dell’indagato». E, così, sono scattate anche le accuse di «concussione e maltrattamenti». Gli studenti, infatti, stando alle accuse, non l’avrebbero percepito come un professore un po’ invadente. Ma come uno che poteva aiutarti o crearti problemi scolasticamente. Che avrebbe potuto «darti una mano» alla maturità. O lasciarti solo.
In una telefonata intercettata, il prof, un po’ spazientito, dice a uno studente che se non si fosse mostrato accondiscendente alle sue richieste «avrebbe dovuto farcela con le proprie forze». Nelle carte compare spesso la parola «aiuto». Aiuto con i voti, per i debiti, durante le verifiche, per arrivare all’esame. E poi c’erano «le lezioni private gratuite, dietro l’invio di foto e video a carattere erotico». Uno degli studenti ha raccontato che il prof gli avrebbe inviato dei bonifici e un «buono Amazon da cento euro». Un altro riferisce di essere stato portato in un’aula vuota e palpeggiato. Un altro ancora parla di richieste continue di video sessuali e fotografie intime. Oppure delle foto dei preservativi usati durante i suoi rapporti sessuali. Tutto sempre dentro un clima ambiguo, tra il paternalismo, la protezione e la pressione psicologica. «L’anno prossimo», avrebbe detto il prof, «quando sarai promosso mi racconterai le tue cose sconce». E lo studente, evidentemente preoccupato, ha ammesso in Procura: «Quest’anno abbiamo la maturità e lui è un membro interno».
Nel corso di chiacchierate private, con messaggi su Telegram, in chat che si autodistruggono. «Una volta, per esempio», racconta una delle vittime, «durante la lezione si è avvicinato e mi ha chiesto se avessi fatto sesso con la mia ragazza la notte precedente, con battute del tipo “Ma quanto sei durato?”». Un’intercettazione riportata nell’ordinanza colpisce per la normalità con cui viene evocato il rapporto di dipendenza. Il prof ricorda allo studente tutto quello che avrebbe fatto per lui durante l’anno scolastico. Gli parla dei voti, gli ricorda di essergli «sempre stato vicino». Fino alla frase che per gli investigatori rappresenta il cuore della vicenda: «Un po’ di gratitudine la potresti concretamente mostrare ogni tanto». Un modo di fare che, secondo l’accusa, avrebbe prodotto negli studenti la percezione che il professore potesse influenzare il loro futuro. Uno dei ragazzi verbalizza proprio questa paura: «Io non vado molto bene a scuola e quindi potrei rischiare la bocciatura ed essere estromesso dalla scuola».
C’è però chi, nel marzo scorso, ha parlato con i superiori (con un colonnello), raccontando i comportamenti del professore. Addirittura scatta le fotografie degli abbracci. Finché alcuni studenti non hanno raccontato che il prof avrebbe fatto capire di essere già a conoscenza dell’attività investigativa grazie a «non precisati informatori». Solo un mese fa uno dei ragazzi è tornato dagli inquirenti per precisare che, «mentre si trovava con un compagno di scuola fuori dalla caserma», il prof si sarebbe avvicinato e, «dopo avergli offerto un lecca-lecca», gli avrebbe proposto «di distruggere il suo telefono dietro il pagamento della somma di 400 o 500 euro». Il gip tira le somme: «Pare evidente che, dopo aver saputo dell’indagine a suo carico» e «nella convinzione» che l’alunno «gli sarebbe rimasto fedele, ha cercato in tutti i modi di ostacolare gli accertamenti degli inquirenti». I domiciliari vengono motivati con l’assenza di precedenti penali e perché i fatti contestati sarebbero legati esclusivamente all’ambiente scolastico. Ma il rischio di inquinamento probatorio viene considerato concreto.
L’Esercito italiano ha assicurato «il proprio sostegno all’operato della magistratura e la massima disponibilità nei confronti delle autorità inquirenti». Poi ha condannato in modo fermo «ogni forma di abuso, prevaricazione o comportamento contrario e incompatibile con i propri valori e con la propria missione istituzionale». Tradita, secondo l’accusa, dal prof di italiano e latino.
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Come già noto, sono a disposizione per il triennio 2026-2028 circa 14 miliardi, cioè lo 0,3% del Pil annuo. La deroga, però, non riguarda le accise e qui si pone un problema. Anche se i prezzi dei carburanti sono in calo (in base ai dati del Mimit, il ministero delle Imprese, il prezzo medio del diesel self è di 1,988 euro/litro rispetto a 1,994 del 3 giugno e quello della benzina self è 1,930 euro contro 1,934 euro del 3 giugno), senza interventi il costo alla pompa domani subirebbe uno scatto al rialzo. La verde salirebbe a due euro il litro mentre il diesel a circa 2,1 euro. Il governo, però, ha intenzione di non lasciar cadere gli interventi contro il caro carburanti che, come annunciato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, saranno rinnovati con un decreto ministeriale direttamente sabato, al momento della scadenza del taglio delle accise.
Escludendo un decreto legge o un disegno di legge, si avrebbe una attivazione rapida, demandando l’attuazione pratica al ministero dell’Economia. Questi verificherebbe le maggiori entrate Iva del mese precedente dovute al rincaro dei carburanti, sfruttando il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Ciò sarebbe possibile perché non si verrebbe a creare un extra deficit e quindi rientrerebbe nel solco delle indicazioni di Bruxelles. Il messaggio politico del governo è chiaro: al di là delle condizioni dettate dalla Ue, per abbattere i rincari dei carburanti useremo le risorse aggiuntive. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando viene contabilizzata la cifra del periodo precedente. Fino ad ora, dal 18 marzo, data del primo intervento, sono stati spesi circa 2 miliardi di euro.
Ancora, però, non è chiaro il risultato finale per il consumatore, cioè come l’intervento sarà modulato. «Dobbiamo effettivamente valutare quant’è la disponibilità e fino al giorno 6 non l’abbiamo per motivi tecnici. In base a quello e alle condizioni di mercato, vedremo come prorogare queste forme di intervento», ha detto Giorgetti al question time in aula al Senato in risposta a un’interrogazione del Pd sugli interventi per contrastare l’aumento del costo dei carburanti. Poi ha precisato che «l’esatto dimensionamento economico dello sgravio necessita di un monitoraggio in tempo reale, in modo da incrociare i margini di bilancio accertati alla scadenza esatta con i trend dei listini petroliferi globali, garantendo la sostenibilità dei conti pubblici».
Nei giorni scorsi si era diffusa l’ipotesi dell’introduzione di un contributo una tantum da 100 euro destinato ai nuclei con un Isee non superiore a 15.000 euro. La platea potenziale sarebbe di circa 1,2 milioni di famiglie. Il sostegno verrebbe erogato tramite il sistema della social card, già utilizzato per altre misure di contrasto al caro vita, con l’obiettivo di indirizzare le risorse verso chi risente maggiormente dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La differenza rispetto al taglio delle accise sarebbe significativa anche sotto il profilo finanziario. Il nuovo bonus avrebbe un costo stimato intorno ai 120 milioni di euro, una cifra decisamente inferiore rispetto ai circa 2 miliardi spesi dall’esecutivo negli ultimi mesi per mantenere ridotte le imposte sui carburanti.
La copertura potrebbe arrivare dall’incremento del gettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi alla pompa. Di questa misura, però, Giorgetti ieri non ha parlato né è entrata all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Quanto ai 14 miliardi di flessibilità concessi da Bruxelles solo, però, per potenziare le rinnovabili, siccome l’Italia è ancora sotto procedura Ue sui conti, andrebbero contabilizzate nel deficit. Oppure, secondo ipotetico scenario, l’Italia potrebbe aspettare le nuove stime sul disavanzo a settembre e, si osserva nella maggioranza, se confermassero una soglia sotto il 3% e l’uscita dalla procedura, scorporare le spese. Il tutto, a ogni modo, solo dopo che la flessibilità sia operativa, dopo il via libera dell’Ecofin. Una scelta politica che, stando alle parole del ministro Giorgetti, «non avverrà nel chiuso del ministero» ma «imporrà un confronto con il Parlamento», e sulla quale c’è da immaginare che peseranno gli effetti dello choc energetico sulle famiglie e sulle imprese, effetti che «non si sono ancora pienamente manifestati».
Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida ha sottolineato che, «oltre al taglio generalizzato delle accise, del quale beneficia in maniera proporzionale anche il settore agricolo, il governo ha previsto, con gli ultimi decreti legge, un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per l’acquisto di carburante a beneficio del comparto e della pesca con uno stanziamento di oltre 100 milioni di euro».
L’Unione consumatori lamenta la vaghezza delle dichiarazioni di Giorgetti: «Mancano due giorni è ancora non sono stati chiariti i termini della proroga», ha affermato ieri il presidente Massimiliano Dona. «Non vorremmo che, dopo la riduzione dello sconto sulla benzina da 20 a 5 centesimi previsto dal decreto-legge numero 63 del 30 aprile 2026, dopo quella sul gasolio da 20 a 10 centesimi introdotto con il decreto legge numero 89 del 22 maggio 2026, ora seguisse un terzo taglio».
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Il recupero degli immobili pubblici è destinato principalmente alle fasce economicamente più fragili. L’housing sociale, invece, è rivolto a quelle famiglie che non possiedono i requisiti per accedere alle case popolari ma che, allo stesso tempo, hanno difficoltà a sostenere i prezzi del mercato immobiliare.
Il Piano prevede l’impiego di circa 10 miliardi di euro di risorse pubbliche, ai quali si aggiungeranno investimenti privati. Per incentivare la partecipazione degli operatori privati, lo Stato offre procedure burocratiche semplificate. In cambio, almeno il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere assegnato a prezzi calmierati, garantendo uno sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato.
L’obiettivo dichiarato è aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, ridurre il disagio abitativo e facilitare l’accesso alla casa per famiglie, giovani lavoratori e cittadini con redditi medio-bassi.
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