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2025-03-08
Sala ha «richiamato» dalla pensione i dirigenti che hanno sfigurato Milano
Giovanni Oggioni (Imagoeconomica)
In pensione da anni, ma molto attivi nell’indirizzare le scelte comune di Milano nel settore urbanistico, per di più anche quando erano finiti entrambi sotto indagine per le numerose inchieste della Procura. Le storie dei due ex dirigenti comunali Franco Zinna e Giovanni Oggioni si incrociano nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in arresto il secondo, accusato di corruzione e frode processuale.
Del resto, i due erano stati teorizzatori, ideatori e sottoscrittori della determina numero 65 del 2018, provvedimento che in questi anni ha favorito l’eliminazione dell’obbligo del piano attuativo favorendo la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) tramite il semplice parere favorevole della commissione del Paesaggio (di cui Oggioni era membro). Da più di trent’anni negli uffici comunali, erano loro a decidere lo skyline di Milano, chi potesse costruire e chi no in città. In questo modo avevano favorito le istanze edilizie della torre di via Stresa, delle torri di via Crescenzago, dell’intervento di via Anfiteatro, di quello di via della Zecca Vecchia (tutti progetti sotto indagine), quest’ultimo «smarcando», appunto, il piano attuativo e i limiti dimensionali previsti dal piano generale, per la realizzazione in quella pregiata area storica di un albergo con più di 190 camere.
Zinna, annotano gli inquirenti, presenta poi numerose analogie con Oggioni, soprattutto post lavorative. Perché entrambi, in un modo o nell’altro, anche se scaduti i loro contratti, erano rimasti inseriti nell’apparato decisionale degli uffici comunali. Oggioni era andato in pensione nel 2021 eppure, fino alla fine dello scorso anno, coordinava le nomine della nuova commissione del Paesaggio. Possibile che i vertici di palazzo Marino non si siano accorti di nulla? Possibile che nessuno sapesse che i due continuavano a influire sulle scelte urbanistiche, contattando e collaborando con diversi dipendenti comunali? Secondo la Procura, il ruolo di Oggioni era «quello di cerniera tra gli interessi dei privati e l’azione amministrativa degli uffici comunali dell’Edilizia, con l’obiettivo costante di favorire i privati e di incrementarne gli affari e il potere», creando così il terreno per la «corruzione».
Il sindaco Beppe Sala ha già spiegato che si trattava di «mele marce», ma conosceva molto bene entrambi. Nelle carte firmate dal gip Mattia Fiorentini si evidenzia, infatti, come i due storici dirigenti al settore urbanistico avessero stretti contatti con il primo cittadino. A testimoniarlo sono anche i video ancora presenti in rete. In uno Oggioni, Zinna e il sindaco Sala illustrano gli interventi previsti nell’area, allora verde, che circondava la villa dove si trova la sede del consolato americano, in piazzale Accursio; nell’altro, nell’aula del Consiglio comunale, Zinna, appena pensionato, saluta e ringrazia i presenti e c’è l’ex assessore Pierfrancesco Maran che annuncia pubblicamente il conferimento dell’incarico pro bono.
Ma allo stesso tempo nel 2024, mentre Oggioni è consulente di Assimpredil e la figlia Elena lavora per Abitare In (con consulenze da più di 120.000 euro), il dirigente pensionato Zinna aveva a sua volta aperto una partita Iva e collaborava con un gruppo di quattro società, tra cui la Rimond, società di progettazione incaricata dei piani per gli interventi proprio in via della Zecca Vecchia: le fatture emesse da Zinna dal 31 gennaio al 17 dicembre 2024 ammontano a 108.761 euro, anche se era in pensione da più di un anno.
Non è un caso che, nelle carte, si parli di un «altro oscuro capitolo della gestione urbanistica negli uffici del Comune di Milano», quello che riguarda in particolar modo il centro storico su cui la Procura sta indagando. È la zona più esclusiva e cara di Milano dal punto di vista immobiliare, con limiti di edificabilità e dove alcuni palazzi di proprietà del Comune erano stati messi all’asta tra il 2007 e il 2008. Gli immobili erano stati, poi, assegnati all’istituto di credito francese Bnp Paribas che poi, a sua volta, dopo essersi fatto rilasciare dei pareri dalla commissione per il Paesaggio relativi agli interventi, li aveva rimessi di nuovo all’asta. Il caso più eclatante è, appunto, quello di via della Zecca Vecchia (dove il progettista è Marco Cerri, ex commissione Paesaggio, indagato e nel sodalizio di Oggioni), una delle zone delle zone più antiche della città, testimone di quando i romani trasformarono il villaggio celtico in una città, intorno al foro, nel 222 a.C. Qui dovrebbe sorgere un albergo da 194 stanze, su una superficie di 3.100 metri quadrati.
Peccato che, secondo la Procura, anche su questo intervento ci sarebbe stato il concorso fondamentale di Oggioni, dal momento che si sarebbe replicato l’escamotage di qualificare nuove costruzioni come ristrutturazioni edilizie e si sarebbero, per di più, omesse le indicazioni normative corrette, in modo tale da aggirare il limite di edificabilità di 2.550 metri quadri e consentendo, così, di arrivare a quota 3.100. Agli atti c’è un’intercettazione del 18 ottobre scorso tra Oggioni e Andrea Viaroli, anche lui ex dirigente dello Sportello unico edilizia. I due sono preoccupati «dell’attenzione della Procura sugli interventi edilizi da loro autorizzati nelle zone definite» dal Piano di governo del territorio «ex B2», ossia quelle del centro storico di via Anfiteatro, in zona Brera, e via Zecca Vecchia. Vogliono «recuperare» dall’ex dirigente Pino Bellinetti, anche lui indagato, «informazioni e documentazione relativa a quelle aree». Oggioni, però, gli consiglia di non parlargli al telefono, ma in presenza. Il sistema è semplice, secondo i magistrati: ciascun soggetto può scaricare le proprie responsabilità sulle decisioni dell’altro trincerandosi dietro il parere della commissione per il Paesaggio che, a sua volta, si trincera dietro la «non vincolatività» delle proprie valutazioni.
L’idea «meno vincoli» è di Cottarelli
L’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere di fronte al gip Mattia Fiorentini, insieme con i pm Paolo Filippini, Marina Petruzzella e Mauro Clerici. «Non sta per nulla bene, è molto depresso», spiegava ieri il suo avvocato, Giovanni Brambilla Pisoni, dopo l’interrogatorio di garanzia durato appena pochi minuti. Oggioni si dichiara estraneo alle contestazioni dei magistrati e presto depositerà una memoria per chiedere la revoca degli arresti domiciliari. Se Oggioni non parla, l’assessore Paolo Bardelli ha deciso di dimettersi dopo un colloquio con il sindaco Beppe Sala. Lunedì spiegherà le motivazioni della sua decisione in Consiglio comunale. Se ne va così l’assessore che aveva condiviso con lo stesso Oggioni (e con molti altri politici milanesi) una proposta, avanzata nell’ottobre scorso, dall’ex mister spending review Carlo Cottarelli, che gli era stata commissionata da Aspesi Unione immobiliare. Lo studio, che fu presentato presso la sede di Assimpredil-Ance (ieri la presidente Regina De Albertis, sfiorata dall’inchiesta, ha annunciato di essere pronta a dimettersi) partiva dalla domanda sul perché a Milano si costruissero poche abitazioni e introduceva l’idea che servissero «meno vincoli» per favorire la realizzazione dell’edilizia sociale.
In pratica Cottarelli proponeva «un mix», a suo parere «equilibrato», tra «una riduzione della quota di Edilizia residenziale sociale (Ers)», un taglio dei tempi «morti burocratici riducendo gli oneri finanziari», il rilancio dell’«edilizia convenzionata regionale» e l’idea che il Comune avrebbe potuto porre come «base d’asta per i terreni, prezzi molto bassi». A fronte, però, «di un costo per la collettività, con le relative implicazioni politiche e sociali». Le teorie cottarelliane - cioè dimostrare che far case a prezzi calmierati a Milano «non è economicamente sostenibile» - se viste ora tramite la lente della Procura, assumono tutto un altro aspetto. Anche perché caso vuole che vicepresidente di Aspesi (l’associazione che aveva commissionato lo studio) sia Luigi Gozzini, amministratore unico di Abitare In, società di sviluppo immobiliare sotto indagine e già perquisita per i suoi rapporti proprio con Oggioni. La figlia Elena lavorava per Abitare In, aveva percepito tra il 2020 e il 2023 ben 124.000 euro mentre il padre in commissione Paesaggio (omettendo un palese conflitto di interessi) aveva approvato almeno cinque pratiche edilizie della stessa società su via Sbodio (Lambrate Twin Palace), Porta Naviglio Grande in via Ohm, Milano City Village in via Tacito, Palazzo Naviglio in via Pogliaghi e un intervento in via Vaiano Valle.
Se la giunta milanese, quindi, ha seguito le politiche dello studio di Cottarelli, nei mesi scorsi l’unica voce fuori dal coro che si era levata era stata quella di Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio cooperative lavoratori di Milano. Era stato lui a presentare a dicembre un dossier intitolato «L’iniquità dello sviluppo immobiliare residenziale a Milano», dove poneva l’accento sulla mancanza di «indipendenza» del dossier di Cottarelli. «Leggendola con attenzione, infatti, si scorge l’obiettivo della stessa», spiegava Maggioni. «Non è una generica analisi relativa alla condizione dello sviluppo immobiliare di Milano ma, più chiaramente, l’asserita volontà di dimostrare la non sostenibilità economica dell’inserimento di quote di Edilizia residenziale sociale (Ers) nella strumentazione urbanistica in corso di revisione da parte dell’amministrazione comunale». Ed evidenziava gli errori e le imprecisioni di Cottarelli, che ha «una indiscussa competenza di carattere macroeconomico ma una non esaustiva conoscenza dei meccanismi minuti dei processi e del mercato immobiliare».
Proprio in queste ore il nome di Maggioni era circolato per sostituire Bardelli, ma il presidente di Ccl ha smentito l’ipotesi. «Non ho pulsioni senili da narcisismo politico represso», ha detto, e «mi ascrivo alla fazione di chi pensa che fare il rappresentante di legittimi interessi al tempo 1 e passare immediatamente a fare il regolatore di quegli interessi (se facessi l’assessore) al tempo 2, non sarebbe una cosa buona e giusta».
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Gli ex quadri comunali Oggioni (arrestato per corruzione) e Zinna hanno deciso per decenni lo skyline cittadino anche dopo la fine del contratto. In centro storico hanno dato l’ok a un nuovo albergo da 190 stanze.È di Cottarelli, uomo della spending review, lo studio-guida sull’edilizia. Bardelli, l’assessore che voleva far cadere la giunta, si dimette. Il presidente Assimpredil pronto a lasciare.Lo speciale contiene due articoli.In pensione da anni, ma molto attivi nell’indirizzare le scelte comune di Milano nel settore urbanistico, per di più anche quando erano finiti entrambi sotto indagine per le numerose inchieste della Procura. Le storie dei due ex dirigenti comunali Franco Zinna e Giovanni Oggioni si incrociano nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in arresto il secondo, accusato di corruzione e frode processuale.Del resto, i due erano stati teorizzatori, ideatori e sottoscrittori della determina numero 65 del 2018, provvedimento che in questi anni ha favorito l’eliminazione dell’obbligo del piano attuativo favorendo la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) tramite il semplice parere favorevole della commissione del Paesaggio (di cui Oggioni era membro). Da più di trent’anni negli uffici comunali, erano loro a decidere lo skyline di Milano, chi potesse costruire e chi no in città. In questo modo avevano favorito le istanze edilizie della torre di via Stresa, delle torri di via Crescenzago, dell’intervento di via Anfiteatro, di quello di via della Zecca Vecchia (tutti progetti sotto indagine), quest’ultimo «smarcando», appunto, il piano attuativo e i limiti dimensionali previsti dal piano generale, per la realizzazione in quella pregiata area storica di un albergo con più di 190 camere.Zinna, annotano gli inquirenti, presenta poi numerose analogie con Oggioni, soprattutto post lavorative. Perché entrambi, in un modo o nell’altro, anche se scaduti i loro contratti, erano rimasti inseriti nell’apparato decisionale degli uffici comunali. Oggioni era andato in pensione nel 2021 eppure, fino alla fine dello scorso anno, coordinava le nomine della nuova commissione del Paesaggio. Possibile che i vertici di palazzo Marino non si siano accorti di nulla? Possibile che nessuno sapesse che i due continuavano a influire sulle scelte urbanistiche, contattando e collaborando con diversi dipendenti comunali? Secondo la Procura, il ruolo di Oggioni era «quello di cerniera tra gli interessi dei privati e l’azione amministrativa degli uffici comunali dell’Edilizia, con l’obiettivo costante di favorire i privati e di incrementarne gli affari e il potere», creando così il terreno per la «corruzione».Il sindaco Beppe Sala ha già spiegato che si trattava di «mele marce», ma conosceva molto bene entrambi. Nelle carte firmate dal gip Mattia Fiorentini si evidenzia, infatti, come i due storici dirigenti al settore urbanistico avessero stretti contatti con il primo cittadino. A testimoniarlo sono anche i video ancora presenti in rete. In uno Oggioni, Zinna e il sindaco Sala illustrano gli interventi previsti nell’area, allora verde, che circondava la villa dove si trova la sede del consolato americano, in piazzale Accursio; nell’altro, nell’aula del Consiglio comunale, Zinna, appena pensionato, saluta e ringrazia i presenti e c’è l’ex assessore Pierfrancesco Maran che annuncia pubblicamente il conferimento dell’incarico pro bono. Ma allo stesso tempo nel 2024, mentre Oggioni è consulente di Assimpredil e la figlia Elena lavora per Abitare In (con consulenze da più di 120.000 euro), il dirigente pensionato Zinna aveva a sua volta aperto una partita Iva e collaborava con un gruppo di quattro società, tra cui la Rimond, società di progettazione incaricata dei piani per gli interventi proprio in via della Zecca Vecchia: le fatture emesse da Zinna dal 31 gennaio al 17 dicembre 2024 ammontano a 108.761 euro, anche se era in pensione da più di un anno.Non è un caso che, nelle carte, si parli di un «altro oscuro capitolo della gestione urbanistica negli uffici del Comune di Milano», quello che riguarda in particolar modo il centro storico su cui la Procura sta indagando. È la zona più esclusiva e cara di Milano dal punto di vista immobiliare, con limiti di edificabilità e dove alcuni palazzi di proprietà del Comune erano stati messi all’asta tra il 2007 e il 2008. Gli immobili erano stati, poi, assegnati all’istituto di credito francese Bnp Paribas che poi, a sua volta, dopo essersi fatto rilasciare dei pareri dalla commissione per il Paesaggio relativi agli interventi, li aveva rimessi di nuovo all’asta. Il caso più eclatante è, appunto, quello di via della Zecca Vecchia (dove il progettista è Marco Cerri, ex commissione Paesaggio, indagato e nel sodalizio di Oggioni), una delle zone delle zone più antiche della città, testimone di quando i romani trasformarono il villaggio celtico in una città, intorno al foro, nel 222 a.C. Qui dovrebbe sorgere un albergo da 194 stanze, su una superficie di 3.100 metri quadrati.Peccato che, secondo la Procura, anche su questo intervento ci sarebbe stato il concorso fondamentale di Oggioni, dal momento che si sarebbe replicato l’escamotage di qualificare nuove costruzioni come ristrutturazioni edilizie e si sarebbero, per di più, omesse le indicazioni normative corrette, in modo tale da aggirare il limite di edificabilità di 2.550 metri quadri e consentendo, così, di arrivare a quota 3.100. Agli atti c’è un’intercettazione del 18 ottobre scorso tra Oggioni e Andrea Viaroli, anche lui ex dirigente dello Sportello unico edilizia. I due sono preoccupati «dell’attenzione della Procura sugli interventi edilizi da loro autorizzati nelle zone definite» dal Piano di governo del territorio «ex B2», ossia quelle del centro storico di via Anfiteatro, in zona Brera, e via Zecca Vecchia. Vogliono «recuperare» dall’ex dirigente Pino Bellinetti, anche lui indagato, «informazioni e documentazione relativa a quelle aree». Oggioni, però, gli consiglia di non parlargli al telefono, ma in presenza. Il sistema è semplice, secondo i magistrati: ciascun soggetto può scaricare le proprie responsabilità sulle decisioni dell’altro trincerandosi dietro il parere della commissione per il Paesaggio che, a sua volta, si trincera dietro la «non vincolatività» delle proprie valutazioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salva-milano-2671288958.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lidea-meno-vincoli-e-di-cottarelli" data-post-id="2671288958" data-published-at="1741381942" data-use-pagination="False"> L’idea «meno vincoli» è di Cottarelli L’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere di fronte al gip Mattia Fiorentini, insieme con i pm Paolo Filippini, Marina Petruzzella e Mauro Clerici. «Non sta per nulla bene, è molto depresso», spiegava ieri il suo avvocato, Giovanni Brambilla Pisoni, dopo l’interrogatorio di garanzia durato appena pochi minuti. Oggioni si dichiara estraneo alle contestazioni dei magistrati e presto depositerà una memoria per chiedere la revoca degli arresti domiciliari. Se Oggioni non parla, l’assessore Paolo Bardelli ha deciso di dimettersi dopo un colloquio con il sindaco Beppe Sala. Lunedì spiegherà le motivazioni della sua decisione in Consiglio comunale. Se ne va così l’assessore che aveva condiviso con lo stesso Oggioni (e con molti altri politici milanesi) una proposta, avanzata nell’ottobre scorso, dall’ex mister spending review Carlo Cottarelli, che gli era stata commissionata da Aspesi Unione immobiliare. Lo studio, che fu presentato presso la sede di Assimpredil-Ance (ieri la presidente Regina De Albertis, sfiorata dall’inchiesta, ha annunciato di essere pronta a dimettersi) partiva dalla domanda sul perché a Milano si costruissero poche abitazioni e introduceva l’idea che servissero «meno vincoli» per favorire la realizzazione dell’edilizia sociale. In pratica Cottarelli proponeva «un mix», a suo parere «equilibrato», tra «una riduzione della quota di Edilizia residenziale sociale (Ers)», un taglio dei tempi «morti burocratici riducendo gli oneri finanziari», il rilancio dell’«edilizia convenzionata regionale» e l’idea che il Comune avrebbe potuto porre come «base d’asta per i terreni, prezzi molto bassi». A fronte, però, «di un costo per la collettività, con le relative implicazioni politiche e sociali». Le teorie cottarelliane - cioè dimostrare che far case a prezzi calmierati a Milano «non è economicamente sostenibile» - se viste ora tramite la lente della Procura, assumono tutto un altro aspetto. Anche perché caso vuole che vicepresidente di Aspesi (l’associazione che aveva commissionato lo studio) sia Luigi Gozzini, amministratore unico di Abitare In, società di sviluppo immobiliare sotto indagine e già perquisita per i suoi rapporti proprio con Oggioni. La figlia Elena lavorava per Abitare In, aveva percepito tra il 2020 e il 2023 ben 124.000 euro mentre il padre in commissione Paesaggio (omettendo un palese conflitto di interessi) aveva approvato almeno cinque pratiche edilizie della stessa società su via Sbodio (Lambrate Twin Palace), Porta Naviglio Grande in via Ohm, Milano City Village in via Tacito, Palazzo Naviglio in via Pogliaghi e un intervento in via Vaiano Valle. Se la giunta milanese, quindi, ha seguito le politiche dello studio di Cottarelli, nei mesi scorsi l’unica voce fuori dal coro che si era levata era stata quella di Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio cooperative lavoratori di Milano. Era stato lui a presentare a dicembre un dossier intitolato «L’iniquità dello sviluppo immobiliare residenziale a Milano», dove poneva l’accento sulla mancanza di «indipendenza» del dossier di Cottarelli. «Leggendola con attenzione, infatti, si scorge l’obiettivo della stessa», spiegava Maggioni. «Non è una generica analisi relativa alla condizione dello sviluppo immobiliare di Milano ma, più chiaramente, l’asserita volontà di dimostrare la non sostenibilità economica dell’inserimento di quote di Edilizia residenziale sociale (Ers) nella strumentazione urbanistica in corso di revisione da parte dell’amministrazione comunale». Ed evidenziava gli errori e le imprecisioni di Cottarelli, che ha «una indiscussa competenza di carattere macroeconomico ma una non esaustiva conoscenza dei meccanismi minuti dei processi e del mercato immobiliare». Proprio in queste ore il nome di Maggioni era circolato per sostituire Bardelli, ma il presidente di Ccl ha smentito l’ipotesi. «Non ho pulsioni senili da narcisismo politico represso», ha detto, e «mi ascrivo alla fazione di chi pensa che fare il rappresentante di legittimi interessi al tempo 1 e passare immediatamente a fare il regolatore di quegli interessi (se facessi l’assessore) al tempo 2, non sarebbe una cosa buona e giusta».
Nel riquadro: Gaio Sergio Orata, pioniere dell'acquacoltura (Getty Images)
Le ostriche hanno sempre goduto di solida fama, quale simbolo di prestigio sociale per chi partecipava ai conviti che le vedevano protagoniste in bella mostra, ma anche per i vari piaceri multisensoriali che sapevano poi trasmettere a chi le faceva proprie, magari in buona compagnia. Pur se la Francia, ora, è il maggior produttore e consumatore, all’Italia va la primogenitura della sua coltivazione. Ostrica eclettica, non solo per l’estetica del suo guscio, che può andare dal rosa sul delta del Po al verde delle coste liguri, ma anche per il gusto che dipende dall’ambiente in cui cresce, già descritto a suo tempo da Plinio il Vecchio con una sorta di mappa mediterranea delle varie specie, tanto che alcuni autori, registrandone i sapori variabili in base al territorio, dal dolce cremoso al salmastro minerale, ne hanno indicato un riferimento al terroir per il gusto delle varie specie di ostriche come si è fatto, a suo tempo, per i vini.
Il primo a intravederne le potenzialità, anche economiche, del suo allevamento è stato Caio Sergio Orata, nel I° secolo a.C. Nelle lagune dei Campi Flegrei aveva fatto una piccola fortuna con l’allevamento delle orate (da lì parte del suo nome trascritto negli archivi). Decise di fare un passo oltre e andò sulle rive brindisine, cioè in Puglia, a raccoglierne un po’, considerata l’alta qualità dovuta al mischiarsi delle sorgenti d’acqua dolce con l’acqua salmastra del mare, posto che le ostriche vivono sui fondali marini vicino alle foci dei fiumi. Quello che, poi, venne chiamato lago Lucrino (da lucro, ossia guadagno per il visionario Caio Sergio) era una laguna separata da una sottilissima lingua di dune dal mare, quindi soggetta al ritmo delle maree conseguenti, con un ideale mix di acque salmastre ricche di plancton nutriente che arricchiva le acque lacustri.
Ben presto la fama delle ostriche di Lucrino divenne forte richiamo per la buona società del tempo che vi si recava apposta senza badare a spese, posto che spesso venivano all’ombra del Vesuvio per rendere omaggio all’imperatore nelle sue pause di vacanza. In scavi archeologi a Baia, il borgo locale, vennero trovate delle fiaschette di vetro chiamate «ostraria» in cui vi erano incise delle vedute della stessa Baia e della vicina Pozzuoli dove erano tratteggiati dei filari di ostriche appese ai pali che uscivano dall’acqua. Erano uno dei souvenir per il ricco turismo che passava per i Campi Flegrei a fare incetta di ostriche golose. Una testimonianza giunta a noi per confermare il tipo di allevamento di questi molluschi che, ancora adesso, con le dovute modifiche, ottimizza il rapporto tra le ostriche e il loro ambiente.
Tecnica a pergolato che si trova ben descritta da Ausonio, «con le ostriche appese ai pali che oscillano tra le onde». Ostriche di solida fama come ben narrato da Archestrato da Gela, considerato il primo gastronauta della storia, nel suo I piaceri del buongustaio, e poi Teodosio che, nei Saturnalia, racconta dei sontuosi banchetti dove le ostriche vengono non solo consumate a crudo, ma pure messe a farcire golosi pasticci. Un’ostricoltura descritta da vari autori, da Varrone a Cicerone o Columella, tanto che vi erano patrizi che, con apposite «navi vivaio», andavano nei bacini dell’Egeo per trasportarle poi lungo la costiera napoletana, divenuta una sorta di California ostricara del tempo. Marco Gavio Apicio, considerato la penna gastronomica della Roma imperiale, consigliava di riporle in vasi pieni di aceto per poterle conservare al meglio per i banchetti. Coltura e allevamento dell’ostrica che, con l’occupazione delle Gallie, i Romani esportarono presso i cugini d’Oltralpe i quali ne fecero tesoro tanto da divenirne, ora, leader indiscussi per produzione e consumo. Con una lunga pausa legata alla caduta dell’Impero romano e ai tempi medioevali, anche se non tutto andò perduto perché recenti scavi nei Campi Flegrei hanno dimostrato che le ostricaie erano rimaste attive anche in quei tempi «oscuri».
L’interesse verso questi nobili e golosi frutti del mare si riaccese nel Cinquecento, ma non esattamente per le loro voluttà culinarie, ma per quanto andavano a stimolare… oltre lo spirito dei suoi golosi consumatori. Chiavi di lettura diverse, ma la conclusione sempre conseguente. Esordisce Michele Savonarola, medico e umanista del Quattrocento, che ammoniva al loro consumo, in quanto «incitavano alla lussuria». Più comprensivo Bartolomeo Sacchi, detto «il platina»: «Le ostriche sono fortemente afrodisiache e, come tali, molto apprezzate dai ricchi e lussuriosi». Di approccio più meramente scientifico, dal tocco ironico, il medico Baldassarre Pisanelli: «Il loro succo salato muove il corpo e risveglia lo spirito», lasciando poi al consumatore finale l’analisi conseguente in quanto, descrivendone «la sua forma voluttuosa», rimanda ad altri trattati di anatomia su Venere e dintorni.
In questa diatriba etico-filosofica-fisiologica, troviamo una quadra culinaria con Maestro Martino che sottolinea come ne vadano valorizzate freschezza e delicatezza, godendosele crude, condite con un tocco di limone e spezie.
Sulla fama erotizzante delle ostriche, varie le ipotesi. Scientifiche. Ricche di zinco, il minerale che, meglio di ogni altro, irrobustisce le virtù carnali: bastano sei ostriche per fare il pieno di zinco e capriole conseguenti. Nell’antichità, quando la scienza contava meno e la spontaneità faceva la differenza, venivano cotte sulla brace, condite con pepe e spezie assortite e se ne succhiava il frutto direttamente dal guscio. Meglio ancora se con degna partner a fare coppia golosa e complice. Il tempo scorre veloce. La Francia diventa leader riconosciuta, ma la costiera napoletana rimane solido punto di riferimento, tanto è vero che, quando a metà dell’Ottocento vi fu una crisi nei vari bacini di produzione, venne mandato dal governo transalpino un esperto a Napoli dove la coltivazione ostricante aveva sempre resistito alle mareggiate del tempo e, grazie alla volontà dei Borbone, si era dato ulteriore impulso alla sua produzione. Era il tempo in cui lo street food nella città di Pulcinella vedeva lungo le vie della riviera di Chiaia i banchetti con l’insegna di «Ostricaro fisico», ovvero gli ambulanti dedicati che, con coinvolgente arte partenopea, invogliavano i passanti ad assaggiare i loro prodotti: ostriche, così come datteri, vongole o lupini.
«Ostricaro fisico» termine nato goliardicamente per opera di Ferdinando II di Borbone che, un giorno, avendo particolarmente apprezzato quanto gli era stato offerto dall’ambulante di turno, lo aveva così omaggiato «voi siete un ostricaro fisico», parafrasando il titolo di dottore fisico di cui, al tempo, si fregiavano alcuni laureati in medicina per dare peso e importanza alla loro arte. Ostriche omaggiate nella letteratura, ad esempio con Mario Stefanile nel suo Partenope in cucina, del 1954, «quando un baldo marinaio ve le porge tra succosi spicchi di limone, abbandonatevi con ghiotta fiducia allo squisito sapore di mare, di vento, di raffinato zolfo, di lievemente amara salsedine…». Ma il tocco finale ce lo regala Hernest Hemingway, mentre passeggia pensieroso lungo via Toledo. Aveva da poco scritto Il vecchio e il mare, ispirato dalle atmosfere dell’amato Cilento. «Mangiando le ostriche, con quel forte sapore di mare, accompagnandole con un gustoso vino frizzante, quella sensazione di vuoto sparì e cominciai ad essere felice», immaginandolo con la Venere conseguente a fargli toccare il cielo. Qualche mese dopo venne premiato con il Nobel per la letteratura.
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Martino Midali
Non solo luogo di produzione, ma spazio di pensiero, cultura e responsabilità. Perché il futuro della moda italiana, sembra suggerire, non si gioca soltanto su dove si produce, ma su come e perché si sceglie di farlo. E forse è proprio in questa consapevolezza che il Made in Italy può continuare a riconoscersi — e a farsi riconoscere — nel mondo.
A ridosso della giornata del Made in Italy (15 aprile), che significato ha oggi per lei il «fatto in Italia»? Rischia di diventare più uno slogan che una realtà?
«Appartengo a una generazione, quella post anni ’60-’70, che ha creduto profondamente nel valore sociale del lavoro e nella costruzione della classe media. Il Made in Italy, per noi, non è mai stato uno slogan ma una realtà concreta, fatta di cultura, manifattura e identità. La frattura nasce quando, a partire dagli anni ’80, siamo stati considerati “le sartine d’Europa”: lì abbiamo iniziato a perdere qualcosa. Abbiamo progressivamente smantellato un sistema straordinario, come quello tessile della Valle di Biella o della seta a Como, che era frutto di oltre un secolo di sapere industriale. Oggi comunichiamo molto il Made in Italy, ma produciamo sempre meno in Italia. E senza produzione reale, la comunicazione diventa vuota».
Qual è oggi il pericolo più concreto per il Made in Italy: costi, delocalizzazione o perdita di identità?
«Sono tre aspetti legati tra loro, ma il nodo centrale è la perdita della classe media. Senza una classe media forte, viene meno il pubblico naturale del Made in Italy. I costi delle materie prime e della produzione sono diventati altissimi, e questo spinge inevitabilmente verso la delocalizzazione. Ma il vero rischio è che, nel processo, si perda l’identità culturale del prodotto. Se perdiamo il sapere, la mano, la tradizione, perdiamo tutto».
Se potesse chiedere una cosa precisa al governo, concreta e immediata, quale sarebbe per difendere davvero il sistema moda italiano?
«Chiederei un intervento strutturale sul sistema: prima di tutto una forte riduzione dell’Iva sull’abbigliamento, riportandola a livelli più bassi come in passato, per rilanciare i consumi e sostenere la classe media. Poi servono politiche industriali vere per salvaguardare il nostro know-how: valorizzare i distretti tessili, incentivare la produzione interna e creare un sistema che formi nuove competenze. Bisogna anche avere il coraggio di integrare chi arriva in Italia, insegnando un mestiere e inserendolo nella filiera produttiva. È una questione sociale ma anche economica».
I mercati internazionali chiedono ancora «italianità» o stanno cambiando paradigma? Dove funziona di più oggi il brand Martino Midali?
«Il mercato internazionale ha ancora un grande bisogno di italianità, in senso ampio: cultura, stile di vita, qualità. Il problema è che oggi molti consumatori si rifugiano nel marchio, nella “griffe”, anche quando è falso, invece di cercare qualità e autenticità. Il mio prodotto funziona ovunque ci sia una donna consapevole: in tutta Italia, ma anche all’estero. Tuttavia oggi il prezzo è diventato un limite importante, perché anche chi ama il prodotto fatica ad acquistarlo».
Chi compra oggi moda è davvero più attento a qualità e provenienza o prevale ancora il prezzo?
«Il prezzo è diventato determinante. Fare qualità costa, e non tutti possono permettersela. Il rischio è che la qualità passi in secondo piano. Io continuo a credere che un capo debba durare nel tempo, essere vissuto, accompagnare la persona. Ma oggi questa visione è messa sotto pressione dai costi».
Come si è sviluppato il marchio Martino Midali nel tempo?
«Fin dall’inizio ho avuto un’idea chiara: creare capi che la donna potesse interpretare liberamente. Una delle prime rivoluzioni è stata introdurre l’elastico in vita: all’inizio sembrava una follia, poi è diventato un successo. Ho lavorato molto sui tessuti, rendendoli pratici, lavabili, confortevoli, anticipando un’esigenza reale della donna moderna. È stato un percorso lungo, fatto di sperimentazione, tentativi e coerenza».
La moda inclusiva è diventata una parola chiave: nel suo lavoro è una scelta autentica o il sistema la sta trasformando in moda del momento?
«Per me è sempre stata una scelta autentica. Inclusività significa creare capi che si adattino alla vita reale, a tutte le età e a tutte le forme, senza costrizioni. Oggi è diventata una parola di moda, ma per me è sempre stata sostanza: libertà di movimento, comfort, identità».
Quando dice che l’abito è uno spazio da vivere, sta andando contro l’idea tradizionale di moda?
«Sì, in parte. Non ho mai creduto in una moda che impone. L’abito non deve rappresentare lo stilista, ma la persona che lo indossa. Deve essere uno spazio in cui la donna si esprime, si muove, vive. Non una costrizione».
Il suo marchio è sempre stato indipendente: è stata una scelta o una necessità? E oggi rifarebbe lo stesso percorso?
«È stata una necessità legata alla mia personalità. Non riuscirei a fare un lavoro che non mi rappresenta. Non ho mai seguito altri modelli: ho sempre cercato dentro di me la mia strada. E sì, rifarei tutto esattamente allo stesso modo».
Guardando avanti, il futuro di Martino Midali sarà più nella continuità o nella rottura?
«Nella continuità con capacità di rottura. La continuità è la mia identità, la rottura è necessaria per evolvere. Il futuro è trovare questo equilibrio: cambiare senza tradire se stessi».
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Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci