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2025-03-08
Sala ha «richiamato» dalla pensione i dirigenti che hanno sfigurato Milano
Giovanni Oggioni (Imagoeconomica)
In pensione da anni, ma molto attivi nell’indirizzare le scelte comune di Milano nel settore urbanistico, per di più anche quando erano finiti entrambi sotto indagine per le numerose inchieste della Procura. Le storie dei due ex dirigenti comunali Franco Zinna e Giovanni Oggioni si incrociano nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in arresto il secondo, accusato di corruzione e frode processuale.
Del resto, i due erano stati teorizzatori, ideatori e sottoscrittori della determina numero 65 del 2018, provvedimento che in questi anni ha favorito l’eliminazione dell’obbligo del piano attuativo favorendo la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) tramite il semplice parere favorevole della commissione del Paesaggio (di cui Oggioni era membro). Da più di trent’anni negli uffici comunali, erano loro a decidere lo skyline di Milano, chi potesse costruire e chi no in città. In questo modo avevano favorito le istanze edilizie della torre di via Stresa, delle torri di via Crescenzago, dell’intervento di via Anfiteatro, di quello di via della Zecca Vecchia (tutti progetti sotto indagine), quest’ultimo «smarcando», appunto, il piano attuativo e i limiti dimensionali previsti dal piano generale, per la realizzazione in quella pregiata area storica di un albergo con più di 190 camere.
Zinna, annotano gli inquirenti, presenta poi numerose analogie con Oggioni, soprattutto post lavorative. Perché entrambi, in un modo o nell’altro, anche se scaduti i loro contratti, erano rimasti inseriti nell’apparato decisionale degli uffici comunali. Oggioni era andato in pensione nel 2021 eppure, fino alla fine dello scorso anno, coordinava le nomine della nuova commissione del Paesaggio. Possibile che i vertici di palazzo Marino non si siano accorti di nulla? Possibile che nessuno sapesse che i due continuavano a influire sulle scelte urbanistiche, contattando e collaborando con diversi dipendenti comunali? Secondo la Procura, il ruolo di Oggioni era «quello di cerniera tra gli interessi dei privati e l’azione amministrativa degli uffici comunali dell’Edilizia, con l’obiettivo costante di favorire i privati e di incrementarne gli affari e il potere», creando così il terreno per la «corruzione».
Il sindaco Beppe Sala ha già spiegato che si trattava di «mele marce», ma conosceva molto bene entrambi. Nelle carte firmate dal gip Mattia Fiorentini si evidenzia, infatti, come i due storici dirigenti al settore urbanistico avessero stretti contatti con il primo cittadino. A testimoniarlo sono anche i video ancora presenti in rete. In uno Oggioni, Zinna e il sindaco Sala illustrano gli interventi previsti nell’area, allora verde, che circondava la villa dove si trova la sede del consolato americano, in piazzale Accursio; nell’altro, nell’aula del Consiglio comunale, Zinna, appena pensionato, saluta e ringrazia i presenti e c’è l’ex assessore Pierfrancesco Maran che annuncia pubblicamente il conferimento dell’incarico pro bono.
Ma allo stesso tempo nel 2024, mentre Oggioni è consulente di Assimpredil e la figlia Elena lavora per Abitare In (con consulenze da più di 120.000 euro), il dirigente pensionato Zinna aveva a sua volta aperto una partita Iva e collaborava con un gruppo di quattro società, tra cui la Rimond, società di progettazione incaricata dei piani per gli interventi proprio in via della Zecca Vecchia: le fatture emesse da Zinna dal 31 gennaio al 17 dicembre 2024 ammontano a 108.761 euro, anche se era in pensione da più di un anno.
Non è un caso che, nelle carte, si parli di un «altro oscuro capitolo della gestione urbanistica negli uffici del Comune di Milano», quello che riguarda in particolar modo il centro storico su cui la Procura sta indagando. È la zona più esclusiva e cara di Milano dal punto di vista immobiliare, con limiti di edificabilità e dove alcuni palazzi di proprietà del Comune erano stati messi all’asta tra il 2007 e il 2008. Gli immobili erano stati, poi, assegnati all’istituto di credito francese Bnp Paribas che poi, a sua volta, dopo essersi fatto rilasciare dei pareri dalla commissione per il Paesaggio relativi agli interventi, li aveva rimessi di nuovo all’asta. Il caso più eclatante è, appunto, quello di via della Zecca Vecchia (dove il progettista è Marco Cerri, ex commissione Paesaggio, indagato e nel sodalizio di Oggioni), una delle zone delle zone più antiche della città, testimone di quando i romani trasformarono il villaggio celtico in una città, intorno al foro, nel 222 a.C. Qui dovrebbe sorgere un albergo da 194 stanze, su una superficie di 3.100 metri quadrati.
Peccato che, secondo la Procura, anche su questo intervento ci sarebbe stato il concorso fondamentale di Oggioni, dal momento che si sarebbe replicato l’escamotage di qualificare nuove costruzioni come ristrutturazioni edilizie e si sarebbero, per di più, omesse le indicazioni normative corrette, in modo tale da aggirare il limite di edificabilità di 2.550 metri quadri e consentendo, così, di arrivare a quota 3.100. Agli atti c’è un’intercettazione del 18 ottobre scorso tra Oggioni e Andrea Viaroli, anche lui ex dirigente dello Sportello unico edilizia. I due sono preoccupati «dell’attenzione della Procura sugli interventi edilizi da loro autorizzati nelle zone definite» dal Piano di governo del territorio «ex B2», ossia quelle del centro storico di via Anfiteatro, in zona Brera, e via Zecca Vecchia. Vogliono «recuperare» dall’ex dirigente Pino Bellinetti, anche lui indagato, «informazioni e documentazione relativa a quelle aree». Oggioni, però, gli consiglia di non parlargli al telefono, ma in presenza. Il sistema è semplice, secondo i magistrati: ciascun soggetto può scaricare le proprie responsabilità sulle decisioni dell’altro trincerandosi dietro il parere della commissione per il Paesaggio che, a sua volta, si trincera dietro la «non vincolatività» delle proprie valutazioni.
L’idea «meno vincoli» è di Cottarelli
L’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere di fronte al gip Mattia Fiorentini, insieme con i pm Paolo Filippini, Marina Petruzzella e Mauro Clerici. «Non sta per nulla bene, è molto depresso», spiegava ieri il suo avvocato, Giovanni Brambilla Pisoni, dopo l’interrogatorio di garanzia durato appena pochi minuti. Oggioni si dichiara estraneo alle contestazioni dei magistrati e presto depositerà una memoria per chiedere la revoca degli arresti domiciliari. Se Oggioni non parla, l’assessore Paolo Bardelli ha deciso di dimettersi dopo un colloquio con il sindaco Beppe Sala. Lunedì spiegherà le motivazioni della sua decisione in Consiglio comunale. Se ne va così l’assessore che aveva condiviso con lo stesso Oggioni (e con molti altri politici milanesi) una proposta, avanzata nell’ottobre scorso, dall’ex mister spending review Carlo Cottarelli, che gli era stata commissionata da Aspesi Unione immobiliare. Lo studio, che fu presentato presso la sede di Assimpredil-Ance (ieri la presidente Regina De Albertis, sfiorata dall’inchiesta, ha annunciato di essere pronta a dimettersi) partiva dalla domanda sul perché a Milano si costruissero poche abitazioni e introduceva l’idea che servissero «meno vincoli» per favorire la realizzazione dell’edilizia sociale.
In pratica Cottarelli proponeva «un mix», a suo parere «equilibrato», tra «una riduzione della quota di Edilizia residenziale sociale (Ers)», un taglio dei tempi «morti burocratici riducendo gli oneri finanziari», il rilancio dell’«edilizia convenzionata regionale» e l’idea che il Comune avrebbe potuto porre come «base d’asta per i terreni, prezzi molto bassi». A fronte, però, «di un costo per la collettività, con le relative implicazioni politiche e sociali». Le teorie cottarelliane - cioè dimostrare che far case a prezzi calmierati a Milano «non è economicamente sostenibile» - se viste ora tramite la lente della Procura, assumono tutto un altro aspetto. Anche perché caso vuole che vicepresidente di Aspesi (l’associazione che aveva commissionato lo studio) sia Luigi Gozzini, amministratore unico di Abitare In, società di sviluppo immobiliare sotto indagine e già perquisita per i suoi rapporti proprio con Oggioni. La figlia Elena lavorava per Abitare In, aveva percepito tra il 2020 e il 2023 ben 124.000 euro mentre il padre in commissione Paesaggio (omettendo un palese conflitto di interessi) aveva approvato almeno cinque pratiche edilizie della stessa società su via Sbodio (Lambrate Twin Palace), Porta Naviglio Grande in via Ohm, Milano City Village in via Tacito, Palazzo Naviglio in via Pogliaghi e un intervento in via Vaiano Valle.
Se la giunta milanese, quindi, ha seguito le politiche dello studio di Cottarelli, nei mesi scorsi l’unica voce fuori dal coro che si era levata era stata quella di Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio cooperative lavoratori di Milano. Era stato lui a presentare a dicembre un dossier intitolato «L’iniquità dello sviluppo immobiliare residenziale a Milano», dove poneva l’accento sulla mancanza di «indipendenza» del dossier di Cottarelli. «Leggendola con attenzione, infatti, si scorge l’obiettivo della stessa», spiegava Maggioni. «Non è una generica analisi relativa alla condizione dello sviluppo immobiliare di Milano ma, più chiaramente, l’asserita volontà di dimostrare la non sostenibilità economica dell’inserimento di quote di Edilizia residenziale sociale (Ers) nella strumentazione urbanistica in corso di revisione da parte dell’amministrazione comunale». Ed evidenziava gli errori e le imprecisioni di Cottarelli, che ha «una indiscussa competenza di carattere macroeconomico ma una non esaustiva conoscenza dei meccanismi minuti dei processi e del mercato immobiliare».
Proprio in queste ore il nome di Maggioni era circolato per sostituire Bardelli, ma il presidente di Ccl ha smentito l’ipotesi. «Non ho pulsioni senili da narcisismo politico represso», ha detto, e «mi ascrivo alla fazione di chi pensa che fare il rappresentante di legittimi interessi al tempo 1 e passare immediatamente a fare il regolatore di quegli interessi (se facessi l’assessore) al tempo 2, non sarebbe una cosa buona e giusta».
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Gli ex quadri comunali Oggioni (arrestato per corruzione) e Zinna hanno deciso per decenni lo skyline cittadino anche dopo la fine del contratto. In centro storico hanno dato l’ok a un nuovo albergo da 190 stanze.È di Cottarelli, uomo della spending review, lo studio-guida sull’edilizia. Bardelli, l’assessore che voleva far cadere la giunta, si dimette. Il presidente Assimpredil pronto a lasciare.Lo speciale contiene due articoli.In pensione da anni, ma molto attivi nell’indirizzare le scelte comune di Milano nel settore urbanistico, per di più anche quando erano finiti entrambi sotto indagine per le numerose inchieste della Procura. Le storie dei due ex dirigenti comunali Franco Zinna e Giovanni Oggioni si incrociano nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in arresto il secondo, accusato di corruzione e frode processuale.Del resto, i due erano stati teorizzatori, ideatori e sottoscrittori della determina numero 65 del 2018, provvedimento che in questi anni ha favorito l’eliminazione dell’obbligo del piano attuativo favorendo la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) tramite il semplice parere favorevole della commissione del Paesaggio (di cui Oggioni era membro). Da più di trent’anni negli uffici comunali, erano loro a decidere lo skyline di Milano, chi potesse costruire e chi no in città. In questo modo avevano favorito le istanze edilizie della torre di via Stresa, delle torri di via Crescenzago, dell’intervento di via Anfiteatro, di quello di via della Zecca Vecchia (tutti progetti sotto indagine), quest’ultimo «smarcando», appunto, il piano attuativo e i limiti dimensionali previsti dal piano generale, per la realizzazione in quella pregiata area storica di un albergo con più di 190 camere.Zinna, annotano gli inquirenti, presenta poi numerose analogie con Oggioni, soprattutto post lavorative. Perché entrambi, in un modo o nell’altro, anche se scaduti i loro contratti, erano rimasti inseriti nell’apparato decisionale degli uffici comunali. Oggioni era andato in pensione nel 2021 eppure, fino alla fine dello scorso anno, coordinava le nomine della nuova commissione del Paesaggio. Possibile che i vertici di palazzo Marino non si siano accorti di nulla? Possibile che nessuno sapesse che i due continuavano a influire sulle scelte urbanistiche, contattando e collaborando con diversi dipendenti comunali? Secondo la Procura, il ruolo di Oggioni era «quello di cerniera tra gli interessi dei privati e l’azione amministrativa degli uffici comunali dell’Edilizia, con l’obiettivo costante di favorire i privati e di incrementarne gli affari e il potere», creando così il terreno per la «corruzione».Il sindaco Beppe Sala ha già spiegato che si trattava di «mele marce», ma conosceva molto bene entrambi. Nelle carte firmate dal gip Mattia Fiorentini si evidenzia, infatti, come i due storici dirigenti al settore urbanistico avessero stretti contatti con il primo cittadino. A testimoniarlo sono anche i video ancora presenti in rete. In uno Oggioni, Zinna e il sindaco Sala illustrano gli interventi previsti nell’area, allora verde, che circondava la villa dove si trova la sede del consolato americano, in piazzale Accursio; nell’altro, nell’aula del Consiglio comunale, Zinna, appena pensionato, saluta e ringrazia i presenti e c’è l’ex assessore Pierfrancesco Maran che annuncia pubblicamente il conferimento dell’incarico pro bono. Ma allo stesso tempo nel 2024, mentre Oggioni è consulente di Assimpredil e la figlia Elena lavora per Abitare In (con consulenze da più di 120.000 euro), il dirigente pensionato Zinna aveva a sua volta aperto una partita Iva e collaborava con un gruppo di quattro società, tra cui la Rimond, società di progettazione incaricata dei piani per gli interventi proprio in via della Zecca Vecchia: le fatture emesse da Zinna dal 31 gennaio al 17 dicembre 2024 ammontano a 108.761 euro, anche se era in pensione da più di un anno.Non è un caso che, nelle carte, si parli di un «altro oscuro capitolo della gestione urbanistica negli uffici del Comune di Milano», quello che riguarda in particolar modo il centro storico su cui la Procura sta indagando. È la zona più esclusiva e cara di Milano dal punto di vista immobiliare, con limiti di edificabilità e dove alcuni palazzi di proprietà del Comune erano stati messi all’asta tra il 2007 e il 2008. Gli immobili erano stati, poi, assegnati all’istituto di credito francese Bnp Paribas che poi, a sua volta, dopo essersi fatto rilasciare dei pareri dalla commissione per il Paesaggio relativi agli interventi, li aveva rimessi di nuovo all’asta. Il caso più eclatante è, appunto, quello di via della Zecca Vecchia (dove il progettista è Marco Cerri, ex commissione Paesaggio, indagato e nel sodalizio di Oggioni), una delle zone delle zone più antiche della città, testimone di quando i romani trasformarono il villaggio celtico in una città, intorno al foro, nel 222 a.C. Qui dovrebbe sorgere un albergo da 194 stanze, su una superficie di 3.100 metri quadrati.Peccato che, secondo la Procura, anche su questo intervento ci sarebbe stato il concorso fondamentale di Oggioni, dal momento che si sarebbe replicato l’escamotage di qualificare nuove costruzioni come ristrutturazioni edilizie e si sarebbero, per di più, omesse le indicazioni normative corrette, in modo tale da aggirare il limite di edificabilità di 2.550 metri quadri e consentendo, così, di arrivare a quota 3.100. Agli atti c’è un’intercettazione del 18 ottobre scorso tra Oggioni e Andrea Viaroli, anche lui ex dirigente dello Sportello unico edilizia. I due sono preoccupati «dell’attenzione della Procura sugli interventi edilizi da loro autorizzati nelle zone definite» dal Piano di governo del territorio «ex B2», ossia quelle del centro storico di via Anfiteatro, in zona Brera, e via Zecca Vecchia. Vogliono «recuperare» dall’ex dirigente Pino Bellinetti, anche lui indagato, «informazioni e documentazione relativa a quelle aree». Oggioni, però, gli consiglia di non parlargli al telefono, ma in presenza. Il sistema è semplice, secondo i magistrati: ciascun soggetto può scaricare le proprie responsabilità sulle decisioni dell’altro trincerandosi dietro il parere della commissione per il Paesaggio che, a sua volta, si trincera dietro la «non vincolatività» delle proprie valutazioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salva-milano-2671288958.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lidea-meno-vincoli-e-di-cottarelli" data-post-id="2671288958" data-published-at="1741381942" data-use-pagination="False"> L’idea «meno vincoli» è di Cottarelli L’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere di fronte al gip Mattia Fiorentini, insieme con i pm Paolo Filippini, Marina Petruzzella e Mauro Clerici. «Non sta per nulla bene, è molto depresso», spiegava ieri il suo avvocato, Giovanni Brambilla Pisoni, dopo l’interrogatorio di garanzia durato appena pochi minuti. Oggioni si dichiara estraneo alle contestazioni dei magistrati e presto depositerà una memoria per chiedere la revoca degli arresti domiciliari. Se Oggioni non parla, l’assessore Paolo Bardelli ha deciso di dimettersi dopo un colloquio con il sindaco Beppe Sala. Lunedì spiegherà le motivazioni della sua decisione in Consiglio comunale. Se ne va così l’assessore che aveva condiviso con lo stesso Oggioni (e con molti altri politici milanesi) una proposta, avanzata nell’ottobre scorso, dall’ex mister spending review Carlo Cottarelli, che gli era stata commissionata da Aspesi Unione immobiliare. Lo studio, che fu presentato presso la sede di Assimpredil-Ance (ieri la presidente Regina De Albertis, sfiorata dall’inchiesta, ha annunciato di essere pronta a dimettersi) partiva dalla domanda sul perché a Milano si costruissero poche abitazioni e introduceva l’idea che servissero «meno vincoli» per favorire la realizzazione dell’edilizia sociale. In pratica Cottarelli proponeva «un mix», a suo parere «equilibrato», tra «una riduzione della quota di Edilizia residenziale sociale (Ers)», un taglio dei tempi «morti burocratici riducendo gli oneri finanziari», il rilancio dell’«edilizia convenzionata regionale» e l’idea che il Comune avrebbe potuto porre come «base d’asta per i terreni, prezzi molto bassi». A fronte, però, «di un costo per la collettività, con le relative implicazioni politiche e sociali». Le teorie cottarelliane - cioè dimostrare che far case a prezzi calmierati a Milano «non è economicamente sostenibile» - se viste ora tramite la lente della Procura, assumono tutto un altro aspetto. Anche perché caso vuole che vicepresidente di Aspesi (l’associazione che aveva commissionato lo studio) sia Luigi Gozzini, amministratore unico di Abitare In, società di sviluppo immobiliare sotto indagine e già perquisita per i suoi rapporti proprio con Oggioni. La figlia Elena lavorava per Abitare In, aveva percepito tra il 2020 e il 2023 ben 124.000 euro mentre il padre in commissione Paesaggio (omettendo un palese conflitto di interessi) aveva approvato almeno cinque pratiche edilizie della stessa società su via Sbodio (Lambrate Twin Palace), Porta Naviglio Grande in via Ohm, Milano City Village in via Tacito, Palazzo Naviglio in via Pogliaghi e un intervento in via Vaiano Valle. Se la giunta milanese, quindi, ha seguito le politiche dello studio di Cottarelli, nei mesi scorsi l’unica voce fuori dal coro che si era levata era stata quella di Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio cooperative lavoratori di Milano. Era stato lui a presentare a dicembre un dossier intitolato «L’iniquità dello sviluppo immobiliare residenziale a Milano», dove poneva l’accento sulla mancanza di «indipendenza» del dossier di Cottarelli. «Leggendola con attenzione, infatti, si scorge l’obiettivo della stessa», spiegava Maggioni. «Non è una generica analisi relativa alla condizione dello sviluppo immobiliare di Milano ma, più chiaramente, l’asserita volontà di dimostrare la non sostenibilità economica dell’inserimento di quote di Edilizia residenziale sociale (Ers) nella strumentazione urbanistica in corso di revisione da parte dell’amministrazione comunale». Ed evidenziava gli errori e le imprecisioni di Cottarelli, che ha «una indiscussa competenza di carattere macroeconomico ma una non esaustiva conoscenza dei meccanismi minuti dei processi e del mercato immobiliare». Proprio in queste ore il nome di Maggioni era circolato per sostituire Bardelli, ma il presidente di Ccl ha smentito l’ipotesi. «Non ho pulsioni senili da narcisismo politico represso», ha detto, e «mi ascrivo alla fazione di chi pensa che fare il rappresentante di legittimi interessi al tempo 1 e passare immediatamente a fare il regolatore di quegli interessi (se facessi l’assessore) al tempo 2, non sarebbe una cosa buona e giusta».
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
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