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2022-07-19
Salta il trucco dei pasdaran di Draghi per trascinare avanti l’esecutivo
Maria Elisabetta Casellati e Roberto Fico (Ansa)
«Più no che sì»: a 24 ore dal voto di fiducia di domani, Mario Draghi è ancora orientato a confermare le sue dimissioni, rendendole irrevocabili e mandando l’Italia al voto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, come spiegano alla Verità dall’entourage del presidente del Consiglio, ieri in missione in Algeria. Un Draghi che, impegnato in un vertice intergovernativo denso di importantissimi argomenti, a partire dalla ricerca di fornitori energetici alternativi alla Russia, ha completamente e comprensibilmente ignorato il teatrino andato in scena in mattinata a Roma, che ha visto come protagonista il capogruppo alla Camera del M5s, Davide Crippa, il quale ha maldestramente tentato di sovvertire la prassi istituzionale, puntando a far svolgere prima alla Camera e poi al Senato le comunicazioni fiduciarie di Draghi, alle quali seguirà la discussione e appunto il voto di fiducia per appello nominale. Draghi infatti deve parlare prima al Senato per il semplice motivo che la crisi è esplosa proprio lì, quando lo scorso 16 luglio il M5s non ha partecipato al voto di fiducia sul dl Aiuti. Crippa, schierato con i governisti del M5s, avrebbe voluto invertire l’ordine naturale degli interventi di Draghi poiché, alla Camera, lo stesso Crippa, salvo imprevisti, uscirà dal M5s, portandosi dietro una pattuglia di deputati, e voterà la fiducia al governo.
A quanto ci risulta, questi nuovi scissionisti non confluiranno in Insieme per il futuro, il movimento di Luigi Di Maio, ma formeranno un gruppo autonomo, anche se il contatto con il ministro degli Esteri è costante. Al Senato, invece, il M5s è compatto. In conferenza dei capigruppo, ieri mattina a Montecitorio, Crippa ha quindi chiesto, sostenuto dalla collega del Pd Debora Serracchiani e da Italia viva, di far svolgere le comunicazioni di Draghi prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama, ma il tentativo, è stato stoppato dal centrodestra e dalle regole. Una telefonata tra i presidenti dei due rami del Parlamento, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha sciolto ogni dubbio: si parte dal Senato e poi si va alla Camera, gli orari saranno decisi oggi. Crippa è stato aspramente criticato dai suoi stessi colleghi parlamentari, mentre Giuseppe Conte ha fatto sapere di essere completamente all’oscuro della manovra.
Un pasticcio che, agli occhi di Draghi, che non ne può più del caos politico che mina la stabilità e l’efficacia operativa del governo da lui presieduto, è apparso come un ulteriore elemento di confusione. L’unica cosa che non manca a Draghi sono i numeri (comodi) in Parlamento: il il presidente del Consiglio ha motivato le sue dimissioni con il frantumarsi dello spirito di unità nazionale alla base della nascita del suo esecutivo. Detto in parole povere, la manfrina che ha visto protagonisti Crippa e i suoi compagni di sventura è stata un autogol, l’ennesimo pallone sparato nella propria porta da Pd e compagnia teatrante.
Torniamo al punto centrale: cosa farà domani Draghi? A quanto risulta alla Verità, al Quirinale non c’è ottimismo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è completamente defilato rispetto a un evolversi della situazione che risponde solo a logiche di partito. Inevitabile la preoccupazione di Mattarella per il rischio che la crisi di governo comprometta il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr e per l’esplodere della stessa crisi in un momento così delicato dal punto di vista economico, sociale e internazionale, e oltretutto a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura. Detto ciò, resta ferma l’intenzione di Mattarella di sciogliere le Camere in caso di conferma delle dimissioni di Draghi: le elezioni tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre consentirebbero al nuovo governo di entrare in carica in tempo per l’approvazione della legge di bilancio. Tutto dipende, dunque, dalle intenzioni del premier: nessuno al momento può escludere che il «nonno» al servizio delle istituzioni possa perdonare i nipotini scapigliati, ovvero i partiti politici, accogliendo in extremis nella sua infinita misericordia gli appelli a restare a Palazzo Chigi che gli stanno arrivando da ogni angolo della galassia. «Quando lanci una palla di neve in discesa», dice alla Verità una fonte molto ben informata dei fatti, «rischi di creare una valanga, ed è quello che sta succedendo». La scissione bis del M5s rappresenta, secondo una fonte di governo, «l’unica opzione praticabile che possa cambiare qualcosa. Draghi vedrà che la manovra di Conte ha spaccato anche ciò che resta del M5s e si convincerà a restare». Sembra più una pia speranza che una previsione, considerato che l’ex capo della Bce non è uno che si fa convincere da giochetti da politica politicante o da qualche convertito dell’ultimo minuto, folgorato sulla via di Damasco che porta alle poltrone parlamentari.
Detto ciò, l’unica cosa certa è che domani, Crippa o non Crippa, Draghi (a meno che la Lega non si sfili) incasserà una ampia fiducia sia al Senato sia alla Camera, anche senza il voto dei parlamentari del M5s che resteranno fedeli alla linea di Giuseppi. Un minuto dopo, se resterà fermo sulla sua posizione, andrà a dimettersi irrevocabilmente. Un’altra circostanza bizzarra di questa folle legislatura.
La tempesta colpirà pure le nomine
Alle prese con la crisi di governo, quel che resta del Movimento 5 stelle è anche impegnato in una lunga riflessione su quel che rimarrà di loro nelle grandi partecipate statali. Dal 2018, appena insediatosi a Palazzo Chigi, l’ex premier Giuseppe Conte aveva piazzato un po’ dappertutto uomini di fiducia. Così aveva fatto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, all’epoca numero uno del Mise. Ma adesso consiglieri di amministrazione, presidenti, membri del collegio sindacali o semplici uffici stampa che fine faranno? Il dissolvimento dei grillini avrà un impatto non indifferente sul mondo delle nomine pubbliche. Dalla presidente di Eni Lucia Calvosa, fino al consigliere di amministrazione Leonardo Carmine America (ex compagno di scuola di Di Maio), sono in tanti i profili indicati in questi anni dai 5 stelle nelle società pubbliche. C’è un caso che racconta bene la gestione del potere del Movimento di Beppe Grillo. All’epoca dell’ultima tornata di nomine una importante partecipata del Mef, la Consap fu oggetto di un tormentato percorso per nominare i nuovi vertici. Su Consap come su altre partecipate, ma succede ancora adesso, si spesero un po’ tutti. Come Beppe Fioroni, ora nella segreteria del ministro Lorenzo Guerini, che lavorava sull’asse Mise- Mef. Ma si attivarono anche gli altri ministri grillini come il triestino Stefano Patuanelli (già alle prese con Fincantieri) o il ministro Federico D’Inca, di intesa con il sottosegretario Giovanni Pichetto Fratin, come anche Fabiana Dadone, che all’epoca del governo Conte ricopriva il ruolo di ministro per la Pubblica amministrazione. Peccato che l’equilibrio fu più che mai instabile
Ci fu bisogno di un intero anno di proroga per partorire alla fine un «topolino», con la nomina dell’amministratore delegato Vincenzo Sanasi D’Arpe. Terminava così l’era di Mauro Masi, anche se l’ex direttore generale della Rai alla fine rimase. Il Mef gli riservò la carica di presidente (a titolo gratuito) forse intuendo che era necessario un uomo di garanzia. Il nome di Sanasi era stato imposto da Riccardo Fraccaro approfittando della sua carica di segretario di Palazzo Chigi per piantare una bandierina 5 stelle in Consap. La società era molto ambita anche dal Pd che si dovette accontentare solo della nomina a consigliere di Elisabetta Maggini. Erano gli anni ruggenti dei grillini sulle partecipate, con Fraccaro e anche l’ex viceministro Stefano Buffagni a riempire le caselle. A volte anche a moltiplicarle, perché nel 2020 si decise di sdoppiare le cariche in Consap prima occupate da Masi, cioè sia di presidente sia di amministratore delegato. Conte avallò così le indicazioni dei grillini. Va ricordato che Consap è la Concessionaria servizi assicurativi pubblici, nata dall’Istituto nazionale assicurazioni. Ha diversi compiti, tra cui la liquidazione delle cessioni legali di tutte compagnie e soprattutto la gestione del Fondo vittime della strada detenuto per legge dall’Ina dal 1969.
Il Mef, all’epoca occupato dall’attuale sindaco di Roma Roberto Gualtieri, acconsentì a mettere Vittorio Rispoli come direttore generale quale terza figura apicale, tra Sanasi D’Arpe e Masi. Del resto, trovare la quadra tra 5 stelle e Pd non fu semplice. Al punto che in questi anni sono state sovrapposte in modo speculare le deleghe dell’amministratore delegato e quelle del direttore generale. Sin da subito Rispoli aveva sollevato l’incongruenza nelle prime sedute del consiglio di amministrazione con un esposto denuncia comunicato al Mef e al Mise. Il risultato è stata una congestione nell’amministrazione della partecipata assicurativa e il blocco del lavoro. Sanasi in questi anni ha provato convincere gli addetti ai lavori che esisteva una differenza sostanziale tra deleghe e funzioni, invano.
Il risultato non è stato altro che una guerra strisciante, ben gestita da Masi, per garantire all’azionista di evitare brutte figure per le scelte fatte solo in ragione di non disturbare il Movimento 5 stelle. Così, si sono succedute innumerevoli sedute del nuovo consiglio di amministrazione incentrate sullo sterile dibattito interno circa le competenze. Nel frattempo, il Movimento 5 stelle ha iniziato il suo percorso crepuscolare, oggi al tramonto con pesanti riflessi sullo stato d’animo e sulle certezze di Sanasi D’Arpe, che a quanto pare sarebbe già in cerca di un nuovo cappello politico. Perché i 5 stelle continueranno anche la loro lenta agonia, ma gli uomini delle partecipate fanno di tutto per sopravvivere.
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Il capogruppo grillino Davide Crippa tenta di far votare prima la fiducia alla Camera seguendo Pd e renziani, ma Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati lo bloccano: si parte dal Senato. Il teatrino non convince il premier. Sergio Mattarella pessimista.La crisi del Movimento investe le partecipate in cui Giuseppe Conte ha strappato posizioni chiave. Ad esempio Consap, dove Riccardo Fraccaro ha imposto Vincenzo Sanasi D’Arpe come numero uno.Lo speciale contiene due articoli.«Più no che sì»: a 24 ore dal voto di fiducia di domani, Mario Draghi è ancora orientato a confermare le sue dimissioni, rendendole irrevocabili e mandando l’Italia al voto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, come spiegano alla Verità dall’entourage del presidente del Consiglio, ieri in missione in Algeria. Un Draghi che, impegnato in un vertice intergovernativo denso di importantissimi argomenti, a partire dalla ricerca di fornitori energetici alternativi alla Russia, ha completamente e comprensibilmente ignorato il teatrino andato in scena in mattinata a Roma, che ha visto come protagonista il capogruppo alla Camera del M5s, Davide Crippa, il quale ha maldestramente tentato di sovvertire la prassi istituzionale, puntando a far svolgere prima alla Camera e poi al Senato le comunicazioni fiduciarie di Draghi, alle quali seguirà la discussione e appunto il voto di fiducia per appello nominale. Draghi infatti deve parlare prima al Senato per il semplice motivo che la crisi è esplosa proprio lì, quando lo scorso 16 luglio il M5s non ha partecipato al voto di fiducia sul dl Aiuti. Crippa, schierato con i governisti del M5s, avrebbe voluto invertire l’ordine naturale degli interventi di Draghi poiché, alla Camera, lo stesso Crippa, salvo imprevisti, uscirà dal M5s, portandosi dietro una pattuglia di deputati, e voterà la fiducia al governo. A quanto ci risulta, questi nuovi scissionisti non confluiranno in Insieme per il futuro, il movimento di Luigi Di Maio, ma formeranno un gruppo autonomo, anche se il contatto con il ministro degli Esteri è costante. Al Senato, invece, il M5s è compatto. In conferenza dei capigruppo, ieri mattina a Montecitorio, Crippa ha quindi chiesto, sostenuto dalla collega del Pd Debora Serracchiani e da Italia viva, di far svolgere le comunicazioni di Draghi prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama, ma il tentativo, è stato stoppato dal centrodestra e dalle regole. Una telefonata tra i presidenti dei due rami del Parlamento, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha sciolto ogni dubbio: si parte dal Senato e poi si va alla Camera, gli orari saranno decisi oggi. Crippa è stato aspramente criticato dai suoi stessi colleghi parlamentari, mentre Giuseppe Conte ha fatto sapere di essere completamente all’oscuro della manovra. Un pasticcio che, agli occhi di Draghi, che non ne può più del caos politico che mina la stabilità e l’efficacia operativa del governo da lui presieduto, è apparso come un ulteriore elemento di confusione. L’unica cosa che non manca a Draghi sono i numeri (comodi) in Parlamento: il il presidente del Consiglio ha motivato le sue dimissioni con il frantumarsi dello spirito di unità nazionale alla base della nascita del suo esecutivo. Detto in parole povere, la manfrina che ha visto protagonisti Crippa e i suoi compagni di sventura è stata un autogol, l’ennesimo pallone sparato nella propria porta da Pd e compagnia teatrante. Torniamo al punto centrale: cosa farà domani Draghi? A quanto risulta alla Verità, al Quirinale non c’è ottimismo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è completamente defilato rispetto a un evolversi della situazione che risponde solo a logiche di partito. Inevitabile la preoccupazione di Mattarella per il rischio che la crisi di governo comprometta il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr e per l’esplodere della stessa crisi in un momento così delicato dal punto di vista economico, sociale e internazionale, e oltretutto a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura. Detto ciò, resta ferma l’intenzione di Mattarella di sciogliere le Camere in caso di conferma delle dimissioni di Draghi: le elezioni tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre consentirebbero al nuovo governo di entrare in carica in tempo per l’approvazione della legge di bilancio. Tutto dipende, dunque, dalle intenzioni del premier: nessuno al momento può escludere che il «nonno» al servizio delle istituzioni possa perdonare i nipotini scapigliati, ovvero i partiti politici, accogliendo in extremis nella sua infinita misericordia gli appelli a restare a Palazzo Chigi che gli stanno arrivando da ogni angolo della galassia. «Quando lanci una palla di neve in discesa», dice alla Verità una fonte molto ben informata dei fatti, «rischi di creare una valanga, ed è quello che sta succedendo». La scissione bis del M5s rappresenta, secondo una fonte di governo, «l’unica opzione praticabile che possa cambiare qualcosa. Draghi vedrà che la manovra di Conte ha spaccato anche ciò che resta del M5s e si convincerà a restare». Sembra più una pia speranza che una previsione, considerato che l’ex capo della Bce non è uno che si fa convincere da giochetti da politica politicante o da qualche convertito dell’ultimo minuto, folgorato sulla via di Damasco che porta alle poltrone parlamentari. Detto ciò, l’unica cosa certa è che domani, Crippa o non Crippa, Draghi (a meno che la Lega non si sfili) incasserà una ampia fiducia sia al Senato sia alla Camera, anche senza il voto dei parlamentari del M5s che resteranno fedeli alla linea di Giuseppi. Un minuto dopo, se resterà fermo sulla sua posizione, andrà a dimettersi irrevocabilmente. 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Il dissolvimento dei grillini avrà un impatto non indifferente sul mondo delle nomine pubbliche. Dalla presidente di Eni Lucia Calvosa, fino al consigliere di amministrazione Leonardo Carmine America (ex compagno di scuola di Di Maio), sono in tanti i profili indicati in questi anni dai 5 stelle nelle società pubbliche. C’è un caso che racconta bene la gestione del potere del Movimento di Beppe Grillo. All’epoca dell’ultima tornata di nomine una importante partecipata del Mef, la Consap fu oggetto di un tormentato percorso per nominare i nuovi vertici. Su Consap come su altre partecipate, ma succede ancora adesso, si spesero un po’ tutti. Come Beppe Fioroni, ora nella segreteria del ministro Lorenzo Guerini, che lavorava sull’asse Mise- Mef. Ma si attivarono anche gli altri ministri grillini come il triestino Stefano Patuanelli (già alle prese con Fincantieri) o il ministro Federico D’Inca, di intesa con il sottosegretario Giovanni Pichetto Fratin, come anche Fabiana Dadone, che all’epoca del governo Conte ricopriva il ruolo di ministro per la Pubblica amministrazione. Peccato che l’equilibrio fu più che mai instabile Ci fu bisogno di un intero anno di proroga per partorire alla fine un «topolino», con la nomina dell’amministratore delegato Vincenzo Sanasi D’Arpe. Terminava così l’era di Mauro Masi, anche se l’ex direttore generale della Rai alla fine rimase. Il Mef gli riservò la carica di presidente (a titolo gratuito) forse intuendo che era necessario un uomo di garanzia. Il nome di Sanasi era stato imposto da Riccardo Fraccaro approfittando della sua carica di segretario di Palazzo Chigi per piantare una bandierina 5 stelle in Consap. La società era molto ambita anche dal Pd che si dovette accontentare solo della nomina a consigliere di Elisabetta Maggini. Erano gli anni ruggenti dei grillini sulle partecipate, con Fraccaro e anche l’ex viceministro Stefano Buffagni a riempire le caselle. A volte anche a moltiplicarle, perché nel 2020 si decise di sdoppiare le cariche in Consap prima occupate da Masi, cioè sia di presidente sia di amministratore delegato. Conte avallò così le indicazioni dei grillini. Va ricordato che Consap è la Concessionaria servizi assicurativi pubblici, nata dall’Istituto nazionale assicurazioni. Ha diversi compiti, tra cui la liquidazione delle cessioni legali di tutte compagnie e soprattutto la gestione del Fondo vittime della strada detenuto per legge dall’Ina dal 1969. Il Mef, all’epoca occupato dall’attuale sindaco di Roma Roberto Gualtieri, acconsentì a mettere Vittorio Rispoli come direttore generale quale terza figura apicale, tra Sanasi D’Arpe e Masi. Del resto, trovare la quadra tra 5 stelle e Pd non fu semplice. Al punto che in questi anni sono state sovrapposte in modo speculare le deleghe dell’amministratore delegato e quelle del direttore generale. Sin da subito Rispoli aveva sollevato l’incongruenza nelle prime sedute del consiglio di amministrazione con un esposto denuncia comunicato al Mef e al Mise. Il risultato è stata una congestione nell’amministrazione della partecipata assicurativa e il blocco del lavoro. Sanasi in questi anni ha provato convincere gli addetti ai lavori che esisteva una differenza sostanziale tra deleghe e funzioni, invano. Il risultato non è stato altro che una guerra strisciante, ben gestita da Masi, per garantire all’azionista di evitare brutte figure per le scelte fatte solo in ragione di non disturbare il Movimento 5 stelle. Così, si sono succedute innumerevoli sedute del nuovo consiglio di amministrazione incentrate sullo sterile dibattito interno circa le competenze. Nel frattempo, il Movimento 5 stelle ha iniziato il suo percorso crepuscolare, oggi al tramonto con pesanti riflessi sullo stato d’animo e sulle certezze di Sanasi D’Arpe, che a quanto pare sarebbe già in cerca di un nuovo cappello politico. Perché i 5 stelle continueranno anche la loro lenta agonia, ma gli uomini delle partecipate fanno di tutto per sopravvivere.
Béatrice Pilloud, Pg del Canton Vallese (Ansa)
Le confesso: per quale motivo il pericolo di fuga le sia apparso come un’Epifania ritardata solo il 9 gennaio, per me resta un mistero. A prima vista, infatti, i due francesi, con noti intrallazzi fuori dalla Svizzera, contatti con corsi e marsigliesi, precedenti penali non irrilevanti (almeno lui), capaci di far girare fiumi di soldi di sospetta provenienza, potevano scappare anche il giorno della strage. Figuriamoci quando sono stati indagati. Paradossalmente, visto che nel frattempo non sono fuggiti, il 9 gennaio il pericolo ci sembrava meno elevato di quanto lo fosse il 2 gennaio. Ma noi siamo scribacchini italiani, mica procuratori svizzeri…
Avvocatessa, nata nell’Alto Vallese, cresciuta a Sion, di lei, cara Pilloud, sappiamo che parla francese e tedesco (più francese, però), che si definisce testarda e soprattutto che ama svegliarsi presto. Non si direbbe. Almeno da come conduce le indagini. Anzi, non conduce perché a quanto pare ha delegato la fase operativa ai suoi sottoposti, prendendo per sé solo il palcoscenico mediatico. «Mi sveglio sempre alle 4.30», ha raccontato al Blick, «ma con mio marito François ho stabilito una regola: non uscire mai di casa prima delle 5». Per fare che, non si sa. Del marito François sappiamo che è attivo nel campo dei vini. Ad un certo punto si era diffusa la notizia che questi vini fossero venduti anche nei locali dei Moretti, ma sono arrivate severe smentite. Comunque è certo che i vini, a casa sua, sono molto importanti. Il che potrebbe spiegare molte cose.
È diventata procuratrice generale del canton Vallese nel gennaio 2024, in quota Plr, partito liberale radicale, con l’appoggio del Ps e dell’Udc. Ebbene sì: in Svizzera i procuratori generali hanno la targa del partito. Più o meno come in Italia, insomma, ma senza ipocrisie. Dettaglio non da poco: il Plr è lo stesso partito del sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud. Le hanno dato l’incarico di rimettere a posto una Procura in crisi, ma l’esordio non è stato dei migliori: prima le polemiche per aver archiviato un caso di abusi sessuali nella Chiesa cattolica, poi quelle per il suicidio di uno dei suoi procuratori, Rahel Brühwiler, che l’ha accusata di ingerenze. Ora la vicenda di Crans-Montana con i sospetti di inciuci coi poteri locali e i ritardi. Al che ci viene un dubbio: non è che a forza di svegliarsi presto, poi dorme quando è in ufficio?
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 gennaio con Carlo Cambi
Massimiliano Romeo e Lucio Malan (Ansa)
Un’ammissione («Sul fronte della sicurezza abbiamo lavorato moltissimo, ma i risultati non sono soddisfacenti») e una promessa («Questo sarà l’anno della svolta») di Giorgia Meloni s’infrangono sugli scogli della cronaca. L’onda d’urto si ripercuote sulla maggioranza: ieri c’è stata una polemica tra Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e il suo omologo di Fratelli d’Italia, Lucio Malan. L’oggetto del contendere sono le «strade sicure», con la presenza dei militari di pattuglia che già ha diviso Matteo Salvini e il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Ma è solo un antipasto, in vista di un ulteriore decreto Sicurezza orientato a colpire prima di tutto le cosiddette baby gang e la violenza di strada.
A Termini, la prima stazione d’Italia, sono i giorni dell’odio, di una violenza inspiegabile se non sospettando che sia venata da un razzismo al contrario; le bande dei maranza, degli spacciatori, dei senza dimora aggrediscono a morte un funzionario del ministero del Made in Italy, stimatissimo da tutti i colleghi, con il ministro Adolfo Urso che segue da vicino il delicatissimo decorso ospedaliero di quest’uomo tra la vita e la morte perché ha una sola colpa: è bianco, è occidentale. Un’ora dopo anche un rider, che si guadagna da vivere pedalando nel freddo, è stato bersaglio di una violenza cieca. Lui è tunisino, ma anche lui è agli occhi di criminali senza tetto né legge un occidentale perché lavora per vivere, perché si è integrato. Bisogna cominciare a dire pure questa verità scomoda perché l’attualità vanifica anche la più ferma delle posizioni come quella espressa nella conferenza stampa d’inizio anno dal presidente del Consiglio. E ora rischia di mettere in crisi i rapporti tra le forze di maggioranza finite nel mirino di Pd e 5 stelle che hanno fatto per propaganda una svolta securitaria.
Elly Schlein e Giuseppe Conte sanno benissimo che decenni di politiche migratorie improntate al buonismo e sull’allarme autoritario contro la destra quando ha approvato i decreti Sicurezza o spinge per i rimpatri li rendono poco credibili, sono avvertiti che le città amministrate dal «campo largo» sono fuori controllo, come dimostra il silenzio del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ma soprattutto temono che sotto referendum sulla giustizia, Giorgia Meloni appaia convincente affermando: «Non vuol dire che non si possa chiedere conto ai magistrati di decisioni che mettono a repentaglio la nostra sicurezza». Per stoppare questa eccessiva discrezionalità il governo pensa a un nuovo decreto modello Caivano (criticatissimo da quella sinistra che ora chiede più sicurezza) e a procedure di espulsione più rapide. Ma ora l’allarme è sulla vigilanza.
In un’intervista a Repubblica, Lucio Malan ha invitato gli alleati a non volersi intestare i provvedimenti e ha affermato che il nuovo decreto è quasi pronto e che non ci sono frizioni anche se ha rivendicato: «I reati calano del 3,5%». Poi, ricordando 39.000 assunzioni nelle forze dell’ordine, ha specificato: «Sono un ex carabiniere. È sempre rassicurante vedere uniformi per strada. Che siano polizia, carabinieri o militari dell’Esercito. Però ha ragione il ministro Crosetto: i soldati devono fare i soldati. È preferibile avere forze di polizia nelle città e nelle stazioni, perché il militare non può procedere ad alcune azioni proprie delle forze dell’ordine». E qui è scattato forte e chiaro il «non ci sto» di Massimiliano Romeo. «I soldati in strada con compiti di sicurezza furono introdotti nel 2008 dal governo Berlusconi, con il ministro della Difesa di allora, Ignazio La Russa», ha ricordato l’esponente leghista, che ha aggiunto: «Fu un governo come il Conte 2 a ridurre progressivamente il contingente, depotenziando una misura che aveva funzionato e che la Lega, alla prima occasione utile, ha reintegrato. Il collega Malan dimentica l’effetto deterrenza dei militari nelle strade, che vale più di mille norme che possiamo scrivere. Stiamo vedendo in questi giorni quanto sia fondamentale garantire in tutta Italia più sicurezza in zone più colpite dalla criminalità, pensiamo alle stazioni. Ci chiediamo perché, oggi, nella maggioranza ci sia chi cambia idea e si comporta come i governi di centrosinistra. Per la Lega la sicurezza è una priorità e restiamo convinti che rafforzare la presenza dei soldati sia uno strumento valido».
All’orizzonte tuttavia si leva anche una possibile polemica tra Lega e Forza Italia che sta dalla parte di Fdi. Luisa Regimenti, segretario di Forza Italia a Roma, si è allineata al nuovo decreto chiedendo più videosorveglianza, daspo urbani e più controlli, ma non ha fatto parola sull’esercito. Duro il commento di Alessio D’Amato (Azione), che accusa: «Se lo Stato non riesce a garantire la sicurezza alla stazione Termini, significa che ha fallito». La strada che intende percorrere Palazzo Chigi è superare i decreti Salvini e il vecchio decreto Sicurezza aggiungendo il divieto di vendita di armi da taglio ai minori e multe ai genitori, oltre a un inasprimento contro la criminalità di strada con il ritiro o la non concessione per chi delinque della patente, del permesso di soggiorno e del passaporto, sempreché non averlo non sia, come nel caso di Valdez Velasco, assassino di Aurora Vanoli, un via libera per continuare a uccidere per strada.
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Nel settore dell'aviazione c'è una lotta infinta tra chi tiene i conti di un progetto e chi esegue i calcoli e le scelte tecniche. Ecco che cosa succede spiegato in modo facile.