True
2022-07-19
Salta il trucco dei pasdaran di Draghi per trascinare avanti l’esecutivo
Maria Elisabetta Casellati e Roberto Fico (Ansa)
«Più no che sì»: a 24 ore dal voto di fiducia di domani, Mario Draghi è ancora orientato a confermare le sue dimissioni, rendendole irrevocabili e mandando l’Italia al voto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, come spiegano alla Verità dall’entourage del presidente del Consiglio, ieri in missione in Algeria. Un Draghi che, impegnato in un vertice intergovernativo denso di importantissimi argomenti, a partire dalla ricerca di fornitori energetici alternativi alla Russia, ha completamente e comprensibilmente ignorato il teatrino andato in scena in mattinata a Roma, che ha visto come protagonista il capogruppo alla Camera del M5s, Davide Crippa, il quale ha maldestramente tentato di sovvertire la prassi istituzionale, puntando a far svolgere prima alla Camera e poi al Senato le comunicazioni fiduciarie di Draghi, alle quali seguirà la discussione e appunto il voto di fiducia per appello nominale. Draghi infatti deve parlare prima al Senato per il semplice motivo che la crisi è esplosa proprio lì, quando lo scorso 16 luglio il M5s non ha partecipato al voto di fiducia sul dl Aiuti. Crippa, schierato con i governisti del M5s, avrebbe voluto invertire l’ordine naturale degli interventi di Draghi poiché, alla Camera, lo stesso Crippa, salvo imprevisti, uscirà dal M5s, portandosi dietro una pattuglia di deputati, e voterà la fiducia al governo.
A quanto ci risulta, questi nuovi scissionisti non confluiranno in Insieme per il futuro, il movimento di Luigi Di Maio, ma formeranno un gruppo autonomo, anche se il contatto con il ministro degli Esteri è costante. Al Senato, invece, il M5s è compatto. In conferenza dei capigruppo, ieri mattina a Montecitorio, Crippa ha quindi chiesto, sostenuto dalla collega del Pd Debora Serracchiani e da Italia viva, di far svolgere le comunicazioni di Draghi prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama, ma il tentativo, è stato stoppato dal centrodestra e dalle regole. Una telefonata tra i presidenti dei due rami del Parlamento, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha sciolto ogni dubbio: si parte dal Senato e poi si va alla Camera, gli orari saranno decisi oggi. Crippa è stato aspramente criticato dai suoi stessi colleghi parlamentari, mentre Giuseppe Conte ha fatto sapere di essere completamente all’oscuro della manovra.
Un pasticcio che, agli occhi di Draghi, che non ne può più del caos politico che mina la stabilità e l’efficacia operativa del governo da lui presieduto, è apparso come un ulteriore elemento di confusione. L’unica cosa che non manca a Draghi sono i numeri (comodi) in Parlamento: il il presidente del Consiglio ha motivato le sue dimissioni con il frantumarsi dello spirito di unità nazionale alla base della nascita del suo esecutivo. Detto in parole povere, la manfrina che ha visto protagonisti Crippa e i suoi compagni di sventura è stata un autogol, l’ennesimo pallone sparato nella propria porta da Pd e compagnia teatrante.
Torniamo al punto centrale: cosa farà domani Draghi? A quanto risulta alla Verità, al Quirinale non c’è ottimismo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è completamente defilato rispetto a un evolversi della situazione che risponde solo a logiche di partito. Inevitabile la preoccupazione di Mattarella per il rischio che la crisi di governo comprometta il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr e per l’esplodere della stessa crisi in un momento così delicato dal punto di vista economico, sociale e internazionale, e oltretutto a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura. Detto ciò, resta ferma l’intenzione di Mattarella di sciogliere le Camere in caso di conferma delle dimissioni di Draghi: le elezioni tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre consentirebbero al nuovo governo di entrare in carica in tempo per l’approvazione della legge di bilancio. Tutto dipende, dunque, dalle intenzioni del premier: nessuno al momento può escludere che il «nonno» al servizio delle istituzioni possa perdonare i nipotini scapigliati, ovvero i partiti politici, accogliendo in extremis nella sua infinita misericordia gli appelli a restare a Palazzo Chigi che gli stanno arrivando da ogni angolo della galassia. «Quando lanci una palla di neve in discesa», dice alla Verità una fonte molto ben informata dei fatti, «rischi di creare una valanga, ed è quello che sta succedendo». La scissione bis del M5s rappresenta, secondo una fonte di governo, «l’unica opzione praticabile che possa cambiare qualcosa. Draghi vedrà che la manovra di Conte ha spaccato anche ciò che resta del M5s e si convincerà a restare». Sembra più una pia speranza che una previsione, considerato che l’ex capo della Bce non è uno che si fa convincere da giochetti da politica politicante o da qualche convertito dell’ultimo minuto, folgorato sulla via di Damasco che porta alle poltrone parlamentari.
Detto ciò, l’unica cosa certa è che domani, Crippa o non Crippa, Draghi (a meno che la Lega non si sfili) incasserà una ampia fiducia sia al Senato sia alla Camera, anche senza il voto dei parlamentari del M5s che resteranno fedeli alla linea di Giuseppi. Un minuto dopo, se resterà fermo sulla sua posizione, andrà a dimettersi irrevocabilmente. Un’altra circostanza bizzarra di questa folle legislatura.
La tempesta colpirà pure le nomine
Alle prese con la crisi di governo, quel che resta del Movimento 5 stelle è anche impegnato in una lunga riflessione su quel che rimarrà di loro nelle grandi partecipate statali. Dal 2018, appena insediatosi a Palazzo Chigi, l’ex premier Giuseppe Conte aveva piazzato un po’ dappertutto uomini di fiducia. Così aveva fatto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, all’epoca numero uno del Mise. Ma adesso consiglieri di amministrazione, presidenti, membri del collegio sindacali o semplici uffici stampa che fine faranno? Il dissolvimento dei grillini avrà un impatto non indifferente sul mondo delle nomine pubbliche. Dalla presidente di Eni Lucia Calvosa, fino al consigliere di amministrazione Leonardo Carmine America (ex compagno di scuola di Di Maio), sono in tanti i profili indicati in questi anni dai 5 stelle nelle società pubbliche. C’è un caso che racconta bene la gestione del potere del Movimento di Beppe Grillo. All’epoca dell’ultima tornata di nomine una importante partecipata del Mef, la Consap fu oggetto di un tormentato percorso per nominare i nuovi vertici. Su Consap come su altre partecipate, ma succede ancora adesso, si spesero un po’ tutti. Come Beppe Fioroni, ora nella segreteria del ministro Lorenzo Guerini, che lavorava sull’asse Mise- Mef. Ma si attivarono anche gli altri ministri grillini come il triestino Stefano Patuanelli (già alle prese con Fincantieri) o il ministro Federico D’Inca, di intesa con il sottosegretario Giovanni Pichetto Fratin, come anche Fabiana Dadone, che all’epoca del governo Conte ricopriva il ruolo di ministro per la Pubblica amministrazione. Peccato che l’equilibrio fu più che mai instabile
Ci fu bisogno di un intero anno di proroga per partorire alla fine un «topolino», con la nomina dell’amministratore delegato Vincenzo Sanasi D’Arpe. Terminava così l’era di Mauro Masi, anche se l’ex direttore generale della Rai alla fine rimase. Il Mef gli riservò la carica di presidente (a titolo gratuito) forse intuendo che era necessario un uomo di garanzia. Il nome di Sanasi era stato imposto da Riccardo Fraccaro approfittando della sua carica di segretario di Palazzo Chigi per piantare una bandierina 5 stelle in Consap. La società era molto ambita anche dal Pd che si dovette accontentare solo della nomina a consigliere di Elisabetta Maggini. Erano gli anni ruggenti dei grillini sulle partecipate, con Fraccaro e anche l’ex viceministro Stefano Buffagni a riempire le caselle. A volte anche a moltiplicarle, perché nel 2020 si decise di sdoppiare le cariche in Consap prima occupate da Masi, cioè sia di presidente sia di amministratore delegato. Conte avallò così le indicazioni dei grillini. Va ricordato che Consap è la Concessionaria servizi assicurativi pubblici, nata dall’Istituto nazionale assicurazioni. Ha diversi compiti, tra cui la liquidazione delle cessioni legali di tutte compagnie e soprattutto la gestione del Fondo vittime della strada detenuto per legge dall’Ina dal 1969.
Il Mef, all’epoca occupato dall’attuale sindaco di Roma Roberto Gualtieri, acconsentì a mettere Vittorio Rispoli come direttore generale quale terza figura apicale, tra Sanasi D’Arpe e Masi. Del resto, trovare la quadra tra 5 stelle e Pd non fu semplice. Al punto che in questi anni sono state sovrapposte in modo speculare le deleghe dell’amministratore delegato e quelle del direttore generale. Sin da subito Rispoli aveva sollevato l’incongruenza nelle prime sedute del consiglio di amministrazione con un esposto denuncia comunicato al Mef e al Mise. Il risultato è stata una congestione nell’amministrazione della partecipata assicurativa e il blocco del lavoro. Sanasi in questi anni ha provato convincere gli addetti ai lavori che esisteva una differenza sostanziale tra deleghe e funzioni, invano.
Il risultato non è stato altro che una guerra strisciante, ben gestita da Masi, per garantire all’azionista di evitare brutte figure per le scelte fatte solo in ragione di non disturbare il Movimento 5 stelle. Così, si sono succedute innumerevoli sedute del nuovo consiglio di amministrazione incentrate sullo sterile dibattito interno circa le competenze. Nel frattempo, il Movimento 5 stelle ha iniziato il suo percorso crepuscolare, oggi al tramonto con pesanti riflessi sullo stato d’animo e sulle certezze di Sanasi D’Arpe, che a quanto pare sarebbe già in cerca di un nuovo cappello politico. Perché i 5 stelle continueranno anche la loro lenta agonia, ma gli uomini delle partecipate fanno di tutto per sopravvivere.
Continua a leggereRiduci
Il capogruppo grillino Davide Crippa tenta di far votare prima la fiducia alla Camera seguendo Pd e renziani, ma Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati lo bloccano: si parte dal Senato. Il teatrino non convince il premier. Sergio Mattarella pessimista.La crisi del Movimento investe le partecipate in cui Giuseppe Conte ha strappato posizioni chiave. Ad esempio Consap, dove Riccardo Fraccaro ha imposto Vincenzo Sanasi D’Arpe come numero uno.Lo speciale contiene due articoli.«Più no che sì»: a 24 ore dal voto di fiducia di domani, Mario Draghi è ancora orientato a confermare le sue dimissioni, rendendole irrevocabili e mandando l’Italia al voto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, come spiegano alla Verità dall’entourage del presidente del Consiglio, ieri in missione in Algeria. Un Draghi che, impegnato in un vertice intergovernativo denso di importantissimi argomenti, a partire dalla ricerca di fornitori energetici alternativi alla Russia, ha completamente e comprensibilmente ignorato il teatrino andato in scena in mattinata a Roma, che ha visto come protagonista il capogruppo alla Camera del M5s, Davide Crippa, il quale ha maldestramente tentato di sovvertire la prassi istituzionale, puntando a far svolgere prima alla Camera e poi al Senato le comunicazioni fiduciarie di Draghi, alle quali seguirà la discussione e appunto il voto di fiducia per appello nominale. Draghi infatti deve parlare prima al Senato per il semplice motivo che la crisi è esplosa proprio lì, quando lo scorso 16 luglio il M5s non ha partecipato al voto di fiducia sul dl Aiuti. Crippa, schierato con i governisti del M5s, avrebbe voluto invertire l’ordine naturale degli interventi di Draghi poiché, alla Camera, lo stesso Crippa, salvo imprevisti, uscirà dal M5s, portandosi dietro una pattuglia di deputati, e voterà la fiducia al governo. A quanto ci risulta, questi nuovi scissionisti non confluiranno in Insieme per il futuro, il movimento di Luigi Di Maio, ma formeranno un gruppo autonomo, anche se il contatto con il ministro degli Esteri è costante. Al Senato, invece, il M5s è compatto. In conferenza dei capigruppo, ieri mattina a Montecitorio, Crippa ha quindi chiesto, sostenuto dalla collega del Pd Debora Serracchiani e da Italia viva, di far svolgere le comunicazioni di Draghi prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama, ma il tentativo, è stato stoppato dal centrodestra e dalle regole. Una telefonata tra i presidenti dei due rami del Parlamento, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha sciolto ogni dubbio: si parte dal Senato e poi si va alla Camera, gli orari saranno decisi oggi. Crippa è stato aspramente criticato dai suoi stessi colleghi parlamentari, mentre Giuseppe Conte ha fatto sapere di essere completamente all’oscuro della manovra. Un pasticcio che, agli occhi di Draghi, che non ne può più del caos politico che mina la stabilità e l’efficacia operativa del governo da lui presieduto, è apparso come un ulteriore elemento di confusione. L’unica cosa che non manca a Draghi sono i numeri (comodi) in Parlamento: il il presidente del Consiglio ha motivato le sue dimissioni con il frantumarsi dello spirito di unità nazionale alla base della nascita del suo esecutivo. Detto in parole povere, la manfrina che ha visto protagonisti Crippa e i suoi compagni di sventura è stata un autogol, l’ennesimo pallone sparato nella propria porta da Pd e compagnia teatrante. Torniamo al punto centrale: cosa farà domani Draghi? A quanto risulta alla Verità, al Quirinale non c’è ottimismo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è completamente defilato rispetto a un evolversi della situazione che risponde solo a logiche di partito. Inevitabile la preoccupazione di Mattarella per il rischio che la crisi di governo comprometta il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr e per l’esplodere della stessa crisi in un momento così delicato dal punto di vista economico, sociale e internazionale, e oltretutto a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura. Detto ciò, resta ferma l’intenzione di Mattarella di sciogliere le Camere in caso di conferma delle dimissioni di Draghi: le elezioni tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre consentirebbero al nuovo governo di entrare in carica in tempo per l’approvazione della legge di bilancio. Tutto dipende, dunque, dalle intenzioni del premier: nessuno al momento può escludere che il «nonno» al servizio delle istituzioni possa perdonare i nipotini scapigliati, ovvero i partiti politici, accogliendo in extremis nella sua infinita misericordia gli appelli a restare a Palazzo Chigi che gli stanno arrivando da ogni angolo della galassia. «Quando lanci una palla di neve in discesa», dice alla Verità una fonte molto ben informata dei fatti, «rischi di creare una valanga, ed è quello che sta succedendo». La scissione bis del M5s rappresenta, secondo una fonte di governo, «l’unica opzione praticabile che possa cambiare qualcosa. Draghi vedrà che la manovra di Conte ha spaccato anche ciò che resta del M5s e si convincerà a restare». Sembra più una pia speranza che una previsione, considerato che l’ex capo della Bce non è uno che si fa convincere da giochetti da politica politicante o da qualche convertito dell’ultimo minuto, folgorato sulla via di Damasco che porta alle poltrone parlamentari. Detto ciò, l’unica cosa certa è che domani, Crippa o non Crippa, Draghi (a meno che la Lega non si sfili) incasserà una ampia fiducia sia al Senato sia alla Camera, anche senza il voto dei parlamentari del M5s che resteranno fedeli alla linea di Giuseppi. Un minuto dopo, se resterà fermo sulla sua posizione, andrà a dimettersi irrevocabilmente. Un’altra circostanza bizzarra di questa folle legislatura. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salta-trucco-trascinare-avanti-esecutivo-2657690894.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-tempesta-colpira-pure-le-nomine" data-post-id="2657690894" data-published-at="1658191075" data-use-pagination="False"> La tempesta colpirà pure le nomine Alle prese con la crisi di governo, quel che resta del Movimento 5 stelle è anche impegnato in una lunga riflessione su quel che rimarrà di loro nelle grandi partecipate statali. Dal 2018, appena insediatosi a Palazzo Chigi, l’ex premier Giuseppe Conte aveva piazzato un po’ dappertutto uomini di fiducia. Così aveva fatto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, all’epoca numero uno del Mise. Ma adesso consiglieri di amministrazione, presidenti, membri del collegio sindacali o semplici uffici stampa che fine faranno? Il dissolvimento dei grillini avrà un impatto non indifferente sul mondo delle nomine pubbliche. Dalla presidente di Eni Lucia Calvosa, fino al consigliere di amministrazione Leonardo Carmine America (ex compagno di scuola di Di Maio), sono in tanti i profili indicati in questi anni dai 5 stelle nelle società pubbliche. C’è un caso che racconta bene la gestione del potere del Movimento di Beppe Grillo. All’epoca dell’ultima tornata di nomine una importante partecipata del Mef, la Consap fu oggetto di un tormentato percorso per nominare i nuovi vertici. Su Consap come su altre partecipate, ma succede ancora adesso, si spesero un po’ tutti. Come Beppe Fioroni, ora nella segreteria del ministro Lorenzo Guerini, che lavorava sull’asse Mise- Mef. Ma si attivarono anche gli altri ministri grillini come il triestino Stefano Patuanelli (già alle prese con Fincantieri) o il ministro Federico D’Inca, di intesa con il sottosegretario Giovanni Pichetto Fratin, come anche Fabiana Dadone, che all’epoca del governo Conte ricopriva il ruolo di ministro per la Pubblica amministrazione. Peccato che l’equilibrio fu più che mai instabile Ci fu bisogno di un intero anno di proroga per partorire alla fine un «topolino», con la nomina dell’amministratore delegato Vincenzo Sanasi D’Arpe. Terminava così l’era di Mauro Masi, anche se l’ex direttore generale della Rai alla fine rimase. Il Mef gli riservò la carica di presidente (a titolo gratuito) forse intuendo che era necessario un uomo di garanzia. Il nome di Sanasi era stato imposto da Riccardo Fraccaro approfittando della sua carica di segretario di Palazzo Chigi per piantare una bandierina 5 stelle in Consap. La società era molto ambita anche dal Pd che si dovette accontentare solo della nomina a consigliere di Elisabetta Maggini. Erano gli anni ruggenti dei grillini sulle partecipate, con Fraccaro e anche l’ex viceministro Stefano Buffagni a riempire le caselle. A volte anche a moltiplicarle, perché nel 2020 si decise di sdoppiare le cariche in Consap prima occupate da Masi, cioè sia di presidente sia di amministratore delegato. Conte avallò così le indicazioni dei grillini. Va ricordato che Consap è la Concessionaria servizi assicurativi pubblici, nata dall’Istituto nazionale assicurazioni. Ha diversi compiti, tra cui la liquidazione delle cessioni legali di tutte compagnie e soprattutto la gestione del Fondo vittime della strada detenuto per legge dall’Ina dal 1969. Il Mef, all’epoca occupato dall’attuale sindaco di Roma Roberto Gualtieri, acconsentì a mettere Vittorio Rispoli come direttore generale quale terza figura apicale, tra Sanasi D’Arpe e Masi. Del resto, trovare la quadra tra 5 stelle e Pd non fu semplice. Al punto che in questi anni sono state sovrapposte in modo speculare le deleghe dell’amministratore delegato e quelle del direttore generale. Sin da subito Rispoli aveva sollevato l’incongruenza nelle prime sedute del consiglio di amministrazione con un esposto denuncia comunicato al Mef e al Mise. Il risultato è stata una congestione nell’amministrazione della partecipata assicurativa e il blocco del lavoro. Sanasi in questi anni ha provato convincere gli addetti ai lavori che esisteva una differenza sostanziale tra deleghe e funzioni, invano. Il risultato non è stato altro che una guerra strisciante, ben gestita da Masi, per garantire all’azionista di evitare brutte figure per le scelte fatte solo in ragione di non disturbare il Movimento 5 stelle. Così, si sono succedute innumerevoli sedute del nuovo consiglio di amministrazione incentrate sullo sterile dibattito interno circa le competenze. Nel frattempo, il Movimento 5 stelle ha iniziato il suo percorso crepuscolare, oggi al tramonto con pesanti riflessi sullo stato d’animo e sulle certezze di Sanasi D’Arpe, che a quanto pare sarebbe già in cerca di un nuovo cappello politico. Perché i 5 stelle continueranno anche la loro lenta agonia, ma gli uomini delle partecipate fanno di tutto per sopravvivere.
Donald Trump (Ansa)
Per di più, gli emissari della Casa Bianca inizierebbero a sospettare che, dall’altro lato della barricata, non ci sia nessuno dotato della vera autorità per siglare un’intesa: «Abbiamo riscontrato una frattura assoluta fra i negoziatori e i militari», hanno riferito fonti dell’amministrazione alla testata statunitense. «Nessuna delle due parti ha accesso alla Guida suprema, che non risponde». Sarebbe paradossale se, dopo aver fatto tanto per provocare la caduta degli ayatollah, tutto il processo diplomatico si incagliasse per le divisioni suscitate all’interno del regime e perché Mojtaba Khamenei latita.
In effetti, il destino della pace appare appeso a due chiodi: quello delle esibizioni di forza nello Stretto di Hormuz e quello delle debolezze, più o meno occulte, dei belligeranti.
Il sistema granitico, capace di resistere a quaranta giorni di bombardamenti, risulterebbe dunque meno solido di quanto cerchi di dimostrare: sarebbe acclarata la divergenza degli apparati politici con i pasdaran e i falchi che li spalleggiano. Non è un caso se, a comunicare che non è stata presa alcuna decisione sul secondo vertice a Islamabad, sia stata l’agenzia Tasnim, affiliata ai pretoriani islamisti. Delle tensioni si sarebbe avuta prova anche la scorsa notte, quando il capo della squadra incaricata di trattare con Washington, Mohammad Ghalibaf, ha dovuto smentire i commenti del suo consigliere, Mahdi Mohammadi, sulla pausa prolungata da The Donald. «È uno stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa», aveva detto il boiardo persiano. «Le opinioni espresse da questi consulenti», ha poi corretto il tiro un funzionario del Parlamento, di cui Ghalibaf è presidente, «non rappresentano necessariamente» le idee dell’uomo che parla con gli americani. Il quale, ieri, ha elogiato le Guardie rivoluzionarie, definendole fonte di «orgoglio e onore», nonché «muro di ferro» contro le minacce esterne. Un messaggio che, se non fosse stato diffuso in occasione dell’anniversario della fondazione del corpo, avrebbe avuto l’aria di una excusatio non petita. Ieri, intanto, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha sentito il titolare della Farnesina, Antonio Tajani: è un segnale che la Repubblica islamica non vuole tagliare ogni canale di dialogo con l’Occidente.
Se nel monolite iraniano si è aperta qualche crepa, all’Armada di Trump cominciano a mancare le cartucce. In senso letterale. Era noto che gli Usa avessero problemi di scorte e che, per sopperire allo svuotamento degli arsenali, già a novembre 2025 il Pentagono avesse contattato le fabbriche automobilistiche, esortandole a riconvertire a scopi bellici alcune linee di produzione. Anche il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia il presidente durante le discussioni preliminari su Epic fury: le riserve di missili e munizioni erano ridotte al lumicino, dopo anni di sostegno all’Ucraina e a Israele. Ora, la Cnn ha pubblicato una lista che illustra nel dettaglio lo stato allarmante in versano gli stock a stelle e strisce: il conflitto in Iran ha consumato metà degli intercettori Thaad e dei Patriot; il 45% dei missili di precisione Strike; il 30% dei Tomahawk; il 20% degli standoff aria-superficie, progettati per colpire obiettivi protetti rimanendo al di fuori della portata delle contraeree; e il 20% dei missili SM-3 e SM-6, i pilastri della difesa aerea e missilistica navale statunitense. Alla luce di questi dati, è plausibile che la sosta sia utile anche agli americani per tirare il fiato, benché a rimpiazzare gli armamenti - per la modica cifra di 47 miliardi di dollari - non bastino settimane. Tanto più che l’intelligence Usa, citata da Cbs, sostiene che la metà delle testate balistiche iraniane e dei mezzi di lancio sia intatta, così come il 60% della Marina - quella che per Trump è «in fondo al mare». Anche l’Aeronautica sarebbe ancora operativa per i due terzi.
Ma la scelta di concedere un ulteriore margine a Teheran potrebbe derivare pure dalla necessità di riconquistare un po’ della fiducia perduta. I commenti del consigliere di Ghalibaf tradiscono una preoccupazione autentica degli iraniani. Maturata già quando, il 9 settembre 2025, Israele colpì in Qatar l’edificio dove aveva convocato i rappresentanti di Hamas. La mossa di Benjamin Netanyahu irritò la Casa Bianca. Ma i nemici di Tel Aviv potrebbero non aver dato credito alla tesi della bravata di Bibi. Gli stessi ayatollah hanno lamentato di essere stati attaccati mentre erano aperti i tavoli a Ginevra, che comunque Trump considerava inconcludenti. E ieri il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha ribadito che Teheran «ha sempre accolto e continua ad accogliere il dialogo», il «principale ostacolo» al quale rimane la «malafede» a stelle e strisce.
A breve capiremo se, per JD Vance, avrà senso partire alla volta del Pakistan. Ma che il presidente speri di chiudere la partita lo conferma il Wall Street Journal, quotidiano fresco di polemica con The Donald per un articolo di Elliot Kaufman, secondo cui gli iraniani lo considerano un «fesso». Il giornalista, ha scritto Trump su Truth, è «un idiota nel comitato editoriale». Fatto sta che, stando alle fonti consultate dal giornale, mentre si avvicinava la scadenza della precedente tregua, il tycoon si sarebbe mostrato molto cauto sull’ipotesi di riprendere le ostilità. Il cambio di toni e, forse, una reciproco tentativo di distensione, si notano pure dalla scelta di Teheran di non giustiziare le otto ragazze che Trump aveva chiesto di risparmiare: «Quattro saranno rilasciate immediatamente», ha riferito il presidente, «mentre quattro saranno condannate a un mese di carcere. Apprezzo vivamente». C’era una volta quello che minacciava di cancellare la civiltà iraniana.
Continua a leggereRiduci
Bruno Cefalà, chef del Rosa Grand Hotel Milano, con mano raffinata e sguardo rivolto al futuro senza dimenticare la tradizione, si misura con l'eccellenza italiana. Con ottimi risultati.
Giorgia Meloni (Ansa)
Gli è stato chiesto: l’Italia si muoverà da sola? Cioè senza attendere le liturgie di Bruxelles. La risposta è stata chiara: «Io non lo escluderei». E in aggiunta il ministro dell’Economia ha parlato con una metafora. «Tanti colleghi (intesi come ministri, ndr) si ritrovano con me a fare il medico nell’ospedale da campo e in tanti condividiamo lo stesso modo di vedere la situazione. Abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti e che dobbiamo curare: non possiamo dargli l’aspirina». Insomma, non è tempo di pannicelli caldi: servono misure concrete di sostegno all’economia e se necessario l’Italia deve fare da sola, senza attendere il via libera di un’Europa che di fronte alla situazione venutasi a creare con il blocco dello stretto di Hormuz non sembra sapere che pesci pigliare. Concetto poi ribadito dallo stesso presidente del Consiglio in un post su X.
Tanto per far capire ancor meglio come la pensino al governo, Giorgetti ha poi fatto un riferimento al Patto di stabilità, ovvero a quell’insieme di regole europee che tra le altre cose impongono il vincolo di un rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%, pena l’apertura di una procedura d’infrazione comunitaria. «Io non ho chiesto la deroga al Patto di stabilità, ma ho detto che bisogna essere pronti e flessibili per rispondere alle situazioni. Non rilassati, ma flessibili. Quello che secondo me non è accettabile è la rigidità nel confrontarsi con un mondo che è completamente cambiato». Il ministro non lo dice espressamente, ma il senso è chiaro: le regole di Bruxelles non possono essere un dogma a cui attenersi anche se lo scenario richiede l’adozione di altre misure, perché così facendo ci si schianta. Difficile non essere d’accordo. Sulla Verità ne abbiamo parlato spesso, invocando un cambio di direzione e un’azione per convincere l’Europa ad adottare politiche economiche che invece dei parametri di Maastricht favoriscano la crescita. Ma gli occhiuti funzionari della Ue da questo orecchio paiono non sentirci. Per loro vale soltanto la religione del pareggio di bilancio. E purtroppo alla miopia dei vertici dell’Unione corrisponde anche quella di chi amministra la politica monetaria nel Vecchio continente, ovvero Christine Lagarde.
Negli ultimi quattro anni è successo di tutto: l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, con conseguenti sanzioni europee e rinuncia al conveniente gas russo; la guerra dei dazi che ha rallentato le esportazioni verso gli Stati Uniti; e ora il conflitto in Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz e dunque delle esportazioni di gas e petrolio. Tutto ciò con un’impennata dei prezzi dei combustibili fossili, che a cascata si rovesciano su imprese e famiglie. Di fronte a tutto ciò si può rimanere ancorati al 3% che definisce il rapporto fra deficit e Pil? La risposta è no, perché se cambiano le condizioni devono cambiare le regole. «Noi abbiamo ancora un’industria» si è sfogato Giorgetti, «l’Italia è ancora un Paese industriale, mentre ci sono alcuni Paesi che l’industria non sanno nemmeno cos’è». Il ministro non fa nomi, ma è evidente il riferimento a quanti sono sempre pronti a puntare l’indice sui decimali.
E a proposito di numerini, ieri Eurostat ha «sentenziato» che l’Italia deve ancora sottostare alla procedura d’infrazione, perché il deficit per poche decine di miliardi è al 3,1%. Giorgetti dice che fino al 28 febbraio, cioè fino all’attacco contro l’Iran, avrebbe voluto rientrare nei parametri europei, ma adesso la faccenda non lo interessa più, perché con quel che è accaduto dopo la guerra in Iran lo zero virgola non è la cosa più importante. Ma la decisione di Eurostat ha suscitato allarmati commenti da parte di Giuseppe Conte, ovvero di colui che con il Superbonus ha contribuito a creare un buco che ancora si trascina nei conti dello Stato. Il leader dei 5 stelle strilla perché spera di ottenere visibilità, ma la risposta migliore gliel’ha data la premier, addebitando il mancato obiettivo del 3% di deficit alla gestione dello stesso Conte. Visti i risultati dei suoi anni al governo (reddito di cittadinanza, Superbonus e lockdown) gli italiani sanno che cosa li aspetterebbe nel caso tornasse a Palazzo Chigi. Incrociamo le dita per risparmiarci quest’altra sciagura.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
E, come tutti, lo osannò applaudendo la sua «decisione irrevocabile». Decenni dopo, in democrazia, egli stesso spiegò molto candidamente il motivo dell’entusiasmo: «La piazza era straripante e la dichiarazione di guerra sembrava l’annuncio di un ricco programma di festeggiamenti popolari: tutti erano esaltati, travolti dalla gioia, dal piacere, urlavano la felicità di essere in guerra e di fare la guerra, sventolando le mani al cielo. Mi lasciai trascinare da quell’entusiasmo». Perché mai? E Sordi confessò: «Per ignoranza. Gli italiani erano ignoranti, nessuno li aveva informati. Nessuno gli aveva mai detto altre cose, per quasi due decenni. Perciò tutto quello che sapevamo proveniva dalla propaganda del regime e dalla cattiva informazione. Ci avevano raccontato di aver ricostruito un impero, di avere una forza indistruttibile e di aver ragione. Per di più eravamo alleati con quell’altra potenza della Germania e davvero credevamo, noi italiani, che in quattro e quattr’otto avremmo conquistato il pianeta».
Ecco. Gli italiani non sapevano nulla della realtà. Alberto Sordi, invecchiando, lo aveva capito. Figurarsi se potevano conoscere l’effettivo scenario geopolitico mondiale, lo stato delle cose in Europa e in Italia. Erano stati relegati per anni in una meta-realtà che nulla aveva a che fare con la verità. Per Mussolini era stato facile: una volta sterminata nel sangue l’opposizione, gli era bastato dominare i giornali e la radio ed ecco che la propaganda poté stuprare l’informazione, ipnotizzando il popolo. La radio era una sola e di Stato e fu molto semplice, per i giornali invece la via fu più complessa e quindi più criminale.
E qui comincia Fascistissima, il nuovo libro di Giovanni Mari, edito da People (pp. 200, € 16): un’indagine storica rigorosa e avvincente che illumina i fatti di cent’anni fa esatti, il 1926, quando Mussolini strangolò la stampa libera in Italia. Attraverso documenti, telegrammi, circolari prefettizie e testimonianze d’epoca, il libro ricostruisce passo per passo la «stretta immediata» sull’informazione, con l’obiettivo di trasformarla in un megafono del regime. Non si tratta di una mera cronaca: Mari denuncia come la soppressione della libertà di stampa sia stata il pilastro della dittatura, un crimine contro la democrazia che rese gli italiani ostaggi di una propaganda monolitica.
La stretta sulla stampa cominciò subito. Nel 1923 Mussolini ordinò ai prefetti monitoraggi sull’atteggiamento dei giornali e promosse un decreto-legge (15 dicembre, n. 3288) che dava ai prefetti poteri discrezionali per diffidare e revocare gerenti di testate accusate di «notizie false», «allarme pubblico» o «odio di classe», permettendo sospensioni e sequestri. Cesare Rossi (capo dell’Ufficio stampa) schedò testate, direttori, redattori e finanziatori tramite circolari ai prefetti (ottobre-dicembre 1923), richiedendo dati su «colori politici», tirature reali, qualità morali e influenze. Ma l’operazione non si rivelò sufficiente. Anzi, dopo il delitto Matteotti la stampa criticò aspramente il regime, accusandolo apertamente di essere il mandante: le vendite schizzarono verso l’alto, con punte del +400% a Milano per i fogli antifascisti.
Come racconta Mari in Fascistissima, i giornali si batterono fino all’ultimo, rischiando ogni giorno. La Federazione nazionale della stampa (la Fnsi, il sindacato dei giornalisti), e grandi direttori liberali come Luigi Albertini (Corriere della sera) e Alfredo Frassati (La Stampa) bollarono la politica fascista come «liberticida e criminale». In quell’estate del 1924 Mussolini comprese che la stampa era ancora per lui un gigantesco ostacolo nella permanenza al potere. E sciolse ogni dubbio dopo che Vittorio Emanuele gli consegnò vigliaccamente una lettera di aiuto che 25 direttori di giornali gli avevano inviato nella speranza che interrompesse la spirale totalitaria del fascismo. Il re non solo non rispose, ma regalò la missiva al Duce.
Ecco stralci della lettera dei direttori, quasi tutti moderati e liberali, era il dicembre del dicembre 1924: «Maestà, la stampa italiana è in grave pericolo a causa delle decisioni prese dal governo. Disconosciuta la funzione del giornalismo, soppresso il principio statutario che la stampa è libera e che soltanto la legge può reprimerne gli abusi, sconvolti i cardini del nostro diritto pubblico che sancisce in materia norme di repressione e non di prevenzione, il governo applica disposizioni restrittive che mirano alla sospensione della voce della stampa […]. Questo nuovo stadio ha portato alla soppressione di più giornali; alla paralisi politica e anche cronistica di tutti i giornali non incondizionatamente favorevoli al governo ed al partito che lo sostiene. La stampa, che doveva essere libera e solo soggetta alla legge, è invece completamente soggetta all’arbitrio del potere esecutivo».
Non è un caso che il successivo mese di gennaio Mussolini pronunciò il celebre discorso alla Camera in cui si assunse tutte le responsabilità e di fatto avviò la torsione verso la dittatura. E così la Fnsi fu commissariata; l’agenzia Stefani cominciò a diramare veline tassative, direttori moderati, ma critici con il regime come Albertini e Frassati furono fatti epurare. In una corsa sfrenata caratterizzata dalle leggi fascistissime che distrussero il sistema democratico e fino alla legge di San Silvestro, 31 dicembre 1925, che uccise la stampa. Entrò in vigore dal 20 gennaio 1926.
La chiave di volta istantanea, che sottometteva la stampa allo Stato e dunque al governo e dunque a Mussolini, era contenuta già all’articolo 1: il direttore di un giornale, da quel momento, sarebbe stato designato solo con il timbro del procuratore generale presso la Corte d’appello di riferimento. Il direttore, quindi, doveva piacere alla magistratura, già pienamente (o quasi) vassalla del fascismo. Il colpo di grazia era inferto dall’articolo 7, che decretava la nascita dell’albo dei giornalisti: senza l’iscrizione non si poteva esercitare la professione giornalistica, ma l’iscrizione era subordinata ai meccanismi sanciti da un futuro regolamento (che quindi neppure sarebbe passato dal Parlamento). Venne deciso, infatti, che sarebbe stata concessa solo dopo il rilascio da parte del prefetto, un uomo di Stato completamente suddito del governo, di un certificato di «buona condotta politica». Significa esattamente quel che sembra: un cittadino poteva diventare giornalista solo con l’autorizzazione del prefetto, nominato direttamente dal governo Mussolini. Vittorio Emanuele promulgò il testo senza fiatare, diventando corresponsabile del bavaglio. Ed ecco che nel mazzo delle leggi fascistissime questa sui giornali generò una stampa fascistissima.
La «lenzuolata» sui giornalisti si perfezionò nel 1927, con una generalizzata cacciata dalle redazioni dei professionisti non allineati, ovviamente in combutta con le proprietà (e con buona parte dei giornalisti che accettarono il nuovo equilibrio, nascondendosi dietro la sicurezza e lo stipendio). E per effetto della nuova legge, l’iscrizione all’Ordine, entro il 1928, fu impedita a 1.897 aspiranti giornalisti, senza molte spiegazioni, per la semplice mancanza della «patente» dei prefetti. La stampa era morta.
Continua a leggereRiduci