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2022-07-19
Salta il trucco dei pasdaran di Draghi per trascinare avanti l’esecutivo
Maria Elisabetta Casellati e Roberto Fico (Ansa)
«Più no che sì»: a 24 ore dal voto di fiducia di domani, Mario Draghi è ancora orientato a confermare le sue dimissioni, rendendole irrevocabili e mandando l’Italia al voto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, come spiegano alla Verità dall’entourage del presidente del Consiglio, ieri in missione in Algeria. Un Draghi che, impegnato in un vertice intergovernativo denso di importantissimi argomenti, a partire dalla ricerca di fornitori energetici alternativi alla Russia, ha completamente e comprensibilmente ignorato il teatrino andato in scena in mattinata a Roma, che ha visto come protagonista il capogruppo alla Camera del M5s, Davide Crippa, il quale ha maldestramente tentato di sovvertire la prassi istituzionale, puntando a far svolgere prima alla Camera e poi al Senato le comunicazioni fiduciarie di Draghi, alle quali seguirà la discussione e appunto il voto di fiducia per appello nominale. Draghi infatti deve parlare prima al Senato per il semplice motivo che la crisi è esplosa proprio lì, quando lo scorso 16 luglio il M5s non ha partecipato al voto di fiducia sul dl Aiuti. Crippa, schierato con i governisti del M5s, avrebbe voluto invertire l’ordine naturale degli interventi di Draghi poiché, alla Camera, lo stesso Crippa, salvo imprevisti, uscirà dal M5s, portandosi dietro una pattuglia di deputati, e voterà la fiducia al governo.
A quanto ci risulta, questi nuovi scissionisti non confluiranno in Insieme per il futuro, il movimento di Luigi Di Maio, ma formeranno un gruppo autonomo, anche se il contatto con il ministro degli Esteri è costante. Al Senato, invece, il M5s è compatto. In conferenza dei capigruppo, ieri mattina a Montecitorio, Crippa ha quindi chiesto, sostenuto dalla collega del Pd Debora Serracchiani e da Italia viva, di far svolgere le comunicazioni di Draghi prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama, ma il tentativo, è stato stoppato dal centrodestra e dalle regole. Una telefonata tra i presidenti dei due rami del Parlamento, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha sciolto ogni dubbio: si parte dal Senato e poi si va alla Camera, gli orari saranno decisi oggi. Crippa è stato aspramente criticato dai suoi stessi colleghi parlamentari, mentre Giuseppe Conte ha fatto sapere di essere completamente all’oscuro della manovra.
Un pasticcio che, agli occhi di Draghi, che non ne può più del caos politico che mina la stabilità e l’efficacia operativa del governo da lui presieduto, è apparso come un ulteriore elemento di confusione. L’unica cosa che non manca a Draghi sono i numeri (comodi) in Parlamento: il il presidente del Consiglio ha motivato le sue dimissioni con il frantumarsi dello spirito di unità nazionale alla base della nascita del suo esecutivo. Detto in parole povere, la manfrina che ha visto protagonisti Crippa e i suoi compagni di sventura è stata un autogol, l’ennesimo pallone sparato nella propria porta da Pd e compagnia teatrante.
Torniamo al punto centrale: cosa farà domani Draghi? A quanto risulta alla Verità, al Quirinale non c’è ottimismo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è completamente defilato rispetto a un evolversi della situazione che risponde solo a logiche di partito. Inevitabile la preoccupazione di Mattarella per il rischio che la crisi di governo comprometta il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr e per l’esplodere della stessa crisi in un momento così delicato dal punto di vista economico, sociale e internazionale, e oltretutto a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura. Detto ciò, resta ferma l’intenzione di Mattarella di sciogliere le Camere in caso di conferma delle dimissioni di Draghi: le elezioni tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre consentirebbero al nuovo governo di entrare in carica in tempo per l’approvazione della legge di bilancio. Tutto dipende, dunque, dalle intenzioni del premier: nessuno al momento può escludere che il «nonno» al servizio delle istituzioni possa perdonare i nipotini scapigliati, ovvero i partiti politici, accogliendo in extremis nella sua infinita misericordia gli appelli a restare a Palazzo Chigi che gli stanno arrivando da ogni angolo della galassia. «Quando lanci una palla di neve in discesa», dice alla Verità una fonte molto ben informata dei fatti, «rischi di creare una valanga, ed è quello che sta succedendo». La scissione bis del M5s rappresenta, secondo una fonte di governo, «l’unica opzione praticabile che possa cambiare qualcosa. Draghi vedrà che la manovra di Conte ha spaccato anche ciò che resta del M5s e si convincerà a restare». Sembra più una pia speranza che una previsione, considerato che l’ex capo della Bce non è uno che si fa convincere da giochetti da politica politicante o da qualche convertito dell’ultimo minuto, folgorato sulla via di Damasco che porta alle poltrone parlamentari.
Detto ciò, l’unica cosa certa è che domani, Crippa o non Crippa, Draghi (a meno che la Lega non si sfili) incasserà una ampia fiducia sia al Senato sia alla Camera, anche senza il voto dei parlamentari del M5s che resteranno fedeli alla linea di Giuseppi. Un minuto dopo, se resterà fermo sulla sua posizione, andrà a dimettersi irrevocabilmente. Un’altra circostanza bizzarra di questa folle legislatura.
La tempesta colpirà pure le nomine
Alle prese con la crisi di governo, quel che resta del Movimento 5 stelle è anche impegnato in una lunga riflessione su quel che rimarrà di loro nelle grandi partecipate statali. Dal 2018, appena insediatosi a Palazzo Chigi, l’ex premier Giuseppe Conte aveva piazzato un po’ dappertutto uomini di fiducia. Così aveva fatto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, all’epoca numero uno del Mise. Ma adesso consiglieri di amministrazione, presidenti, membri del collegio sindacali o semplici uffici stampa che fine faranno? Il dissolvimento dei grillini avrà un impatto non indifferente sul mondo delle nomine pubbliche. Dalla presidente di Eni Lucia Calvosa, fino al consigliere di amministrazione Leonardo Carmine America (ex compagno di scuola di Di Maio), sono in tanti i profili indicati in questi anni dai 5 stelle nelle società pubbliche. C’è un caso che racconta bene la gestione del potere del Movimento di Beppe Grillo. All’epoca dell’ultima tornata di nomine una importante partecipata del Mef, la Consap fu oggetto di un tormentato percorso per nominare i nuovi vertici. Su Consap come su altre partecipate, ma succede ancora adesso, si spesero un po’ tutti. Come Beppe Fioroni, ora nella segreteria del ministro Lorenzo Guerini, che lavorava sull’asse Mise- Mef. Ma si attivarono anche gli altri ministri grillini come il triestino Stefano Patuanelli (già alle prese con Fincantieri) o il ministro Federico D’Inca, di intesa con il sottosegretario Giovanni Pichetto Fratin, come anche Fabiana Dadone, che all’epoca del governo Conte ricopriva il ruolo di ministro per la Pubblica amministrazione. Peccato che l’equilibrio fu più che mai instabile
Ci fu bisogno di un intero anno di proroga per partorire alla fine un «topolino», con la nomina dell’amministratore delegato Vincenzo Sanasi D’Arpe. Terminava così l’era di Mauro Masi, anche se l’ex direttore generale della Rai alla fine rimase. Il Mef gli riservò la carica di presidente (a titolo gratuito) forse intuendo che era necessario un uomo di garanzia. Il nome di Sanasi era stato imposto da Riccardo Fraccaro approfittando della sua carica di segretario di Palazzo Chigi per piantare una bandierina 5 stelle in Consap. La società era molto ambita anche dal Pd che si dovette accontentare solo della nomina a consigliere di Elisabetta Maggini. Erano gli anni ruggenti dei grillini sulle partecipate, con Fraccaro e anche l’ex viceministro Stefano Buffagni a riempire le caselle. A volte anche a moltiplicarle, perché nel 2020 si decise di sdoppiare le cariche in Consap prima occupate da Masi, cioè sia di presidente sia di amministratore delegato. Conte avallò così le indicazioni dei grillini. Va ricordato che Consap è la Concessionaria servizi assicurativi pubblici, nata dall’Istituto nazionale assicurazioni. Ha diversi compiti, tra cui la liquidazione delle cessioni legali di tutte compagnie e soprattutto la gestione del Fondo vittime della strada detenuto per legge dall’Ina dal 1969.
Il Mef, all’epoca occupato dall’attuale sindaco di Roma Roberto Gualtieri, acconsentì a mettere Vittorio Rispoli come direttore generale quale terza figura apicale, tra Sanasi D’Arpe e Masi. Del resto, trovare la quadra tra 5 stelle e Pd non fu semplice. Al punto che in questi anni sono state sovrapposte in modo speculare le deleghe dell’amministratore delegato e quelle del direttore generale. Sin da subito Rispoli aveva sollevato l’incongruenza nelle prime sedute del consiglio di amministrazione con un esposto denuncia comunicato al Mef e al Mise. Il risultato è stata una congestione nell’amministrazione della partecipata assicurativa e il blocco del lavoro. Sanasi in questi anni ha provato convincere gli addetti ai lavori che esisteva una differenza sostanziale tra deleghe e funzioni, invano.
Il risultato non è stato altro che una guerra strisciante, ben gestita da Masi, per garantire all’azionista di evitare brutte figure per le scelte fatte solo in ragione di non disturbare il Movimento 5 stelle. Così, si sono succedute innumerevoli sedute del nuovo consiglio di amministrazione incentrate sullo sterile dibattito interno circa le competenze. Nel frattempo, il Movimento 5 stelle ha iniziato il suo percorso crepuscolare, oggi al tramonto con pesanti riflessi sullo stato d’animo e sulle certezze di Sanasi D’Arpe, che a quanto pare sarebbe già in cerca di un nuovo cappello politico. Perché i 5 stelle continueranno anche la loro lenta agonia, ma gli uomini delle partecipate fanno di tutto per sopravvivere.
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Il capogruppo grillino Davide Crippa tenta di far votare prima la fiducia alla Camera seguendo Pd e renziani, ma Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati lo bloccano: si parte dal Senato. Il teatrino non convince il premier. Sergio Mattarella pessimista.La crisi del Movimento investe le partecipate in cui Giuseppe Conte ha strappato posizioni chiave. Ad esempio Consap, dove Riccardo Fraccaro ha imposto Vincenzo Sanasi D’Arpe come numero uno.Lo speciale contiene due articoli.«Più no che sì»: a 24 ore dal voto di fiducia di domani, Mario Draghi è ancora orientato a confermare le sue dimissioni, rendendole irrevocabili e mandando l’Italia al voto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, come spiegano alla Verità dall’entourage del presidente del Consiglio, ieri in missione in Algeria. Un Draghi che, impegnato in un vertice intergovernativo denso di importantissimi argomenti, a partire dalla ricerca di fornitori energetici alternativi alla Russia, ha completamente e comprensibilmente ignorato il teatrino andato in scena in mattinata a Roma, che ha visto come protagonista il capogruppo alla Camera del M5s, Davide Crippa, il quale ha maldestramente tentato di sovvertire la prassi istituzionale, puntando a far svolgere prima alla Camera e poi al Senato le comunicazioni fiduciarie di Draghi, alle quali seguirà la discussione e appunto il voto di fiducia per appello nominale. Draghi infatti deve parlare prima al Senato per il semplice motivo che la crisi è esplosa proprio lì, quando lo scorso 16 luglio il M5s non ha partecipato al voto di fiducia sul dl Aiuti. Crippa, schierato con i governisti del M5s, avrebbe voluto invertire l’ordine naturale degli interventi di Draghi poiché, alla Camera, lo stesso Crippa, salvo imprevisti, uscirà dal M5s, portandosi dietro una pattuglia di deputati, e voterà la fiducia al governo. A quanto ci risulta, questi nuovi scissionisti non confluiranno in Insieme per il futuro, il movimento di Luigi Di Maio, ma formeranno un gruppo autonomo, anche se il contatto con il ministro degli Esteri è costante. Al Senato, invece, il M5s è compatto. In conferenza dei capigruppo, ieri mattina a Montecitorio, Crippa ha quindi chiesto, sostenuto dalla collega del Pd Debora Serracchiani e da Italia viva, di far svolgere le comunicazioni di Draghi prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama, ma il tentativo, è stato stoppato dal centrodestra e dalle regole. Una telefonata tra i presidenti dei due rami del Parlamento, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha sciolto ogni dubbio: si parte dal Senato e poi si va alla Camera, gli orari saranno decisi oggi. Crippa è stato aspramente criticato dai suoi stessi colleghi parlamentari, mentre Giuseppe Conte ha fatto sapere di essere completamente all’oscuro della manovra. Un pasticcio che, agli occhi di Draghi, che non ne può più del caos politico che mina la stabilità e l’efficacia operativa del governo da lui presieduto, è apparso come un ulteriore elemento di confusione. L’unica cosa che non manca a Draghi sono i numeri (comodi) in Parlamento: il il presidente del Consiglio ha motivato le sue dimissioni con il frantumarsi dello spirito di unità nazionale alla base della nascita del suo esecutivo. Detto in parole povere, la manfrina che ha visto protagonisti Crippa e i suoi compagni di sventura è stata un autogol, l’ennesimo pallone sparato nella propria porta da Pd e compagnia teatrante. Torniamo al punto centrale: cosa farà domani Draghi? A quanto risulta alla Verità, al Quirinale non c’è ottimismo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è completamente defilato rispetto a un evolversi della situazione che risponde solo a logiche di partito. Inevitabile la preoccupazione di Mattarella per il rischio che la crisi di governo comprometta il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr e per l’esplodere della stessa crisi in un momento così delicato dal punto di vista economico, sociale e internazionale, e oltretutto a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura. Detto ciò, resta ferma l’intenzione di Mattarella di sciogliere le Camere in caso di conferma delle dimissioni di Draghi: le elezioni tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre consentirebbero al nuovo governo di entrare in carica in tempo per l’approvazione della legge di bilancio. Tutto dipende, dunque, dalle intenzioni del premier: nessuno al momento può escludere che il «nonno» al servizio delle istituzioni possa perdonare i nipotini scapigliati, ovvero i partiti politici, accogliendo in extremis nella sua infinita misericordia gli appelli a restare a Palazzo Chigi che gli stanno arrivando da ogni angolo della galassia. «Quando lanci una palla di neve in discesa», dice alla Verità una fonte molto ben informata dei fatti, «rischi di creare una valanga, ed è quello che sta succedendo». La scissione bis del M5s rappresenta, secondo una fonte di governo, «l’unica opzione praticabile che possa cambiare qualcosa. Draghi vedrà che la manovra di Conte ha spaccato anche ciò che resta del M5s e si convincerà a restare». Sembra più una pia speranza che una previsione, considerato che l’ex capo della Bce non è uno che si fa convincere da giochetti da politica politicante o da qualche convertito dell’ultimo minuto, folgorato sulla via di Damasco che porta alle poltrone parlamentari. Detto ciò, l’unica cosa certa è che domani, Crippa o non Crippa, Draghi (a meno che la Lega non si sfili) incasserà una ampia fiducia sia al Senato sia alla Camera, anche senza il voto dei parlamentari del M5s che resteranno fedeli alla linea di Giuseppi. Un minuto dopo, se resterà fermo sulla sua posizione, andrà a dimettersi irrevocabilmente. 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Il dissolvimento dei grillini avrà un impatto non indifferente sul mondo delle nomine pubbliche. Dalla presidente di Eni Lucia Calvosa, fino al consigliere di amministrazione Leonardo Carmine America (ex compagno di scuola di Di Maio), sono in tanti i profili indicati in questi anni dai 5 stelle nelle società pubbliche. C’è un caso che racconta bene la gestione del potere del Movimento di Beppe Grillo. All’epoca dell’ultima tornata di nomine una importante partecipata del Mef, la Consap fu oggetto di un tormentato percorso per nominare i nuovi vertici. Su Consap come su altre partecipate, ma succede ancora adesso, si spesero un po’ tutti. Come Beppe Fioroni, ora nella segreteria del ministro Lorenzo Guerini, che lavorava sull’asse Mise- Mef. Ma si attivarono anche gli altri ministri grillini come il triestino Stefano Patuanelli (già alle prese con Fincantieri) o il ministro Federico D’Inca, di intesa con il sottosegretario Giovanni Pichetto Fratin, come anche Fabiana Dadone, che all’epoca del governo Conte ricopriva il ruolo di ministro per la Pubblica amministrazione. Peccato che l’equilibrio fu più che mai instabile Ci fu bisogno di un intero anno di proroga per partorire alla fine un «topolino», con la nomina dell’amministratore delegato Vincenzo Sanasi D’Arpe. Terminava così l’era di Mauro Masi, anche se l’ex direttore generale della Rai alla fine rimase. Il Mef gli riservò la carica di presidente (a titolo gratuito) forse intuendo che era necessario un uomo di garanzia. Il nome di Sanasi era stato imposto da Riccardo Fraccaro approfittando della sua carica di segretario di Palazzo Chigi per piantare una bandierina 5 stelle in Consap. La società era molto ambita anche dal Pd che si dovette accontentare solo della nomina a consigliere di Elisabetta Maggini. Erano gli anni ruggenti dei grillini sulle partecipate, con Fraccaro e anche l’ex viceministro Stefano Buffagni a riempire le caselle. A volte anche a moltiplicarle, perché nel 2020 si decise di sdoppiare le cariche in Consap prima occupate da Masi, cioè sia di presidente sia di amministratore delegato. Conte avallò così le indicazioni dei grillini. Va ricordato che Consap è la Concessionaria servizi assicurativi pubblici, nata dall’Istituto nazionale assicurazioni. Ha diversi compiti, tra cui la liquidazione delle cessioni legali di tutte compagnie e soprattutto la gestione del Fondo vittime della strada detenuto per legge dall’Ina dal 1969. Il Mef, all’epoca occupato dall’attuale sindaco di Roma Roberto Gualtieri, acconsentì a mettere Vittorio Rispoli come direttore generale quale terza figura apicale, tra Sanasi D’Arpe e Masi. Del resto, trovare la quadra tra 5 stelle e Pd non fu semplice. Al punto che in questi anni sono state sovrapposte in modo speculare le deleghe dell’amministratore delegato e quelle del direttore generale. Sin da subito Rispoli aveva sollevato l’incongruenza nelle prime sedute del consiglio di amministrazione con un esposto denuncia comunicato al Mef e al Mise. Il risultato è stata una congestione nell’amministrazione della partecipata assicurativa e il blocco del lavoro. Sanasi in questi anni ha provato convincere gli addetti ai lavori che esisteva una differenza sostanziale tra deleghe e funzioni, invano. Il risultato non è stato altro che una guerra strisciante, ben gestita da Masi, per garantire all’azionista di evitare brutte figure per le scelte fatte solo in ragione di non disturbare il Movimento 5 stelle. Così, si sono succedute innumerevoli sedute del nuovo consiglio di amministrazione incentrate sullo sterile dibattito interno circa le competenze. Nel frattempo, il Movimento 5 stelle ha iniziato il suo percorso crepuscolare, oggi al tramonto con pesanti riflessi sullo stato d’animo e sulle certezze di Sanasi D’Arpe, che a quanto pare sarebbe già in cerca di un nuovo cappello politico. Perché i 5 stelle continueranno anche la loro lenta agonia, ma gli uomini delle partecipate fanno di tutto per sopravvivere.
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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