Il salario minimo sarà un incentivo al lavoro nero Soprattutto al Sud
- I dati della Cgia di Mestre: misura insostenibile per le imprese. E su previdenza e donne al via gli incontri governo-sindacati.
- La proposta di legge di Marta Schifone (Fdi): un tetto per le azioni di responsabilità a carico dei sindaci delle società. Il plauso dei commercialisti: giusta forma di tutela.
Lo speciale contiene due articoli.
Il salario minimo favorisce il lavoro nero. A dirlo è la Cgia di Mestre secondo cui minimi tabellari sono molto inferiori alla soglia proposta dal disegno di legge presentato nei giorni scorsi alla Camera. In parole povere, con l’introduzione di una tariffa oraria minima le aziende finirebbero per pagare i loro lavoratori in modo irregolare piuttosto che pagare nove euro ogni sessanta minuti di lavoro.
Il punto, spiega in una nota la più rappresentativa organizzazione italiana dell’artigianato e della micro e piccola impresa, è che vi sono comparti spesso «fiaccati da una concorrenza sleale molto aggressiva praticata dalle realtà che da sempre lavorano completamente in nero. Stiamo parlando dell’agricoltura, del lavoro domestico e di alcuni comparti presenti nei servizi. In altre parole, non è da escludere che molti imprenditori, costretti ad aggiustare all’insù i minimi salariali, potrebbero essere tentati a licenziare o a ridurre l’orario ad alcuni dei propri dipendenti, “costringendoli” comunque a lavorare lo stesso, ma in nero. L’adozione di questa “contromisura” consentirebbe a molte attività di contenere i costi e di non scivolare fuori mercato». Il problema sarebbe, inoltre, molto più evidente al Sud, area che già oggi «conta una economia sommersa molto diffusa, con una incidenza che sfiora il 38% di tutti gli occupati non regolari presenti in Italia (in termini assoluti 1,1 milioni di persone su un totale di 2,9)».
La Cgia propone quindi di adottare il salario minimo da nove euro l’ora solo nel caso in cui “al trattamento economico minimo, ovvero i minimi tabellari previsti dai singoli contratti collettivi nazionali, si aggiungano le voci che compongono la retribuzione differita. Elementi questi ultimi presenti nel contratto collettivo nazionale che costituiscono il cosiddetto trattamento economico complessivo». Come spiega la Cgia, «i ratei delle principali voci da sommare al trattamento economico minimo per ottenere il salario minimo orario lordo sarebbero: bilateralità; fringe benefit (buoni pasto, auto aziendale, cellulare aziendale, voucher, borse di studio, etc.); indennità (trasferta, lavoro notturno, lavoro festivo, etc.); premi; scatti di anzianità; tredicesima; quattordicesima; trattamento di fine rapporto e welfare aziendale». Ci sarebbe poi un altro problema da tenere in considerazione: quello degli apprendisti.
«Gli ultimi dati disponibili resi noti dall’Istat, segnalano che in Italia ci sono tra i 650 e i 700.000 apprendisti», spiega la Cgia, «vale a dire giovani assunti con un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e all’occupazione giovanile. La durata del contratto varia in ragione della tipologia dello stesso: mediamente oscilla tra i tre e i cinque anni. In linea generale, inoltre, la retribuzione mensile di un apprendista si aggira attorno agli 800 euro netti. L’importo è basso perché risponde alla filosofia di questo istituto che, introdotto nel 1955, è rivolto a under 30 che entrano nel mercato di lavoro senza alcuna esperienza lavorativa e al termine di questo percorso, grazie all’attività di tutoraggio realizzata dall’azienda che li ospita, acquisiscono una professione. Per contro, l’investimento realizzato dall’imprenditore viene “premiato” con la possibilità di beneficiare di un forte abbattimento del costo del lavoro».
Solo che, come spiega sempre la Cgia, «è evidente che se agli apprendisti neoassunti la retribuzione minima oraria fosse innalzata a nove euro lordi, nel giro di qualche anno registreremo un crollo dell’utilizzo di questo contratto. Per le imprese, infatti, assumere un giovane alle prime armi senza alcuna esperienza alle spalle con un contratto di apprendistato non sarebbe più conveniente».
La Cgia cita inoltre l’Inps «il numero di coloro che in Italia non raggiungono il salario minimo, così come previsto dal ddl presentato nei giorni scorsi dai partiti dell’opposizione, è di 1,9 milioni. Se a questi sottraiamo i 205.000 apprendisti che a nostro avviso non devono essere coinvolti da questo provvedimento, la platea dei lavoratori “poveri” si riduce a 1,7 milioni». In più, sempre considerando i dati Inps, «i dipendenti interessati dal salario minimo per legge godrebbero di 3,3 miliardi di reddito in più. Le imprese, invece, dovrebbero sostenere un costo aggiuntivo di almeno 4,6 miliardi, mentre per le casse dello Stato l’aumento delle retribuzioni comporterebbe un incremento del gettito Irpef e di quello contributivo pari a 1,5 miliardi di euro. Questi dati, comunque, sono sottostimati; gli importi appena citati sono stati stimati dall’Inps prendendo come riferimento una retribuzione oraria minima di 8 euro», spiega l’associazione.
Intanto, a partire dalla prossima settimana sono previsti non pochi incontri tra il governo e parti sociali per migliorare le condizioni dei lavoratori o di chi è diretto verso la pensione. Il prossimo 10 luglio governo e sindacati si incontreranno ancora una volta per discutere di previdenza a partire dal 2024. Al centro della discussione anche l’accesso a Opzione Donna: il governo sta ancora valutando se cancellare del tutto questa misura o se modificare i requisiti richiesti. All’orizzonte c’è però l’idea di sostituire Opzione Donna con l’Ape Rosa, l’accesso all’anticipo pensionistico pensato per le donne. Il prossimo incontro sul tema si terrà il 5 settembre, dopo la pausa estiva. Con ogni probabilità per quella data si inizieranno ad avere le idee più chiare su quello che attenderà i pensionati nel 2024.
«Scudo ai revisori per i fallimenti»
Una proposta di legge presentata da Marta Schifone, deputata di Fratelli d’Italia, capogruppo in commissione Lavoro scatena il plauso dei commercialisti italiani. La proposta di legge ha infatti l’obiettivo di arginare la vera e propria «fuga» dei commercialisti dagli organi di controllo delle aziende, come ad esempio i collegi dei revisori dei conti, poiché in caso di fallimento molto spesso sono proprio loro a dover rispondere «in solido» ai creditori e ai soggetti terzi. Per capirci: una società fallisce, ha debiti per milioni di euro, e i creditori possono rivalersi, oltre che sugli amministratori, pure sui revisori dei conti, che magari ricevono emolumenti di poche migliaia di euro all’anno. Il risultato è che spesso questi incarichi vengono così accettati solo da giovani professionisti che, pur di lavorare, sfidano la sorte. La proposta di legge depositata dalla Schifone prevede che i sindaci delle società siano responsabili per i danni cagionati nei limiti di un multiplo del compenso annuo percepito, secondo i seguenti scaglioni: per i compensi da 0 a 10.000 euro, un multiplo pari a quindici volte il compenso; per i compensi da 10.000 a 50.000 euro, un multiplo pari a dodici volte; per i compensi maggiori di 50.000 euro, un multiplo pari a dieci volte . L’azione di responsabilità verso i sindaci si prescrive nel termine di cinque anni dal deposito della relazione relativa all’esercizio in cui si è verificato il danno. La limitazione della responsabilità in solido dei controllori delle aziende fallite rispetto a quella degli amministratori, parametrata al compenso percepito, è prevista in molti Paesi europei. «Sono molto fiera», dice Marta Schifone alla Verità, «della proposta di legge di Fratelli d’Italia a mia prima firma sulla limitazione della responsabilità dei sindaci. Revisionare la responsabilità civile degli organi di controllo delle società di capitali e introdurre una sua migliore delimitazione era diventata una urgenza, quasi una emergenza. Inconcepibile la responsabilità illimitata dei professionisti. Oramai la correzione della norma era indifferibile, troppe erano le situazioni distorte che si erano venute a creare. Fermi restando i requisiti di responsabilità professionale, anche deontologici oltre che risarcitori», sottolinea ancora la Schifone, «che debbono persistere assolutamente a netto presidio di legalità, con questo provvedimento affermiamo un principio di equità e tutela per i liberi professionisti». «Esprimiamo grande soddisfazione», commenta il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Elbano De Nuccio, «e ringraziamo l’on. Schifone per la presentazione di una proposta di legge che recepisce integralmente le posizioni da sempre da noi espresse su un tema particolarmente sensibile e delicato per la professione», De Nuccio ringrazia anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano, che «sta seguendo da vicino il dossier, mantenendo fede all’impegno preso sul tema a maggio, a nome del governo, ai nostri Stati generali».






