
La chiamata alla missione, anche quella che mette le mani in pasta nella politica e nelle questioni sociali, ha un cuore. È il Sacro cuore di Cristo, che «è in grado di dare un cuore a questa terra e di reinventare l’amore laddove pensiamo che la capacità di amare sia morta per sempre». Sono parole di papa Francesco nella conclusione della sua quarta enciclica, Dilexit nos, «sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo», pubblicata ieri. Un tema tradizionalissimo svolto da Francesco citando Papi, santi e mistici, segno di una devozione veramente sentita dal Papa gesuita che, per scrivere il testo, si è servito del lavoro di un altro gesuita, gli scritti inediti di padre Diego Fares, scomparso nel 2022.
Le radici nella tradizione della Chiesa sono espresse nella carrellata che va dai Padri della chiesa, passando per San Giovanni della Croce, Sant’Agostino, San Bonaventura, Santa Teresina di Lisieux, fino a San Giovanni Paolo II che «ha presentato lo sviluppo di questo culto nei secoli passati come una risposta alla crescita di forme di spiritualità rigoriste e disincarnate che dimenticavano la misericordia del Signore ma, allo stesso tempo, come un appello attuale davanti a un mondo che cerca di costruirsi senza Dio». Ovviamente Francesco fa riferimenti anche a quanto accaduto a Paray-le-Monial in Francia, nel 1673, con la manifestazione del Sacro Cuore di Gesù a Santa Margherita Maria Alacoque, quello che può essere inteso come il centro di irradiazione di questa devozione.
Si rivolge a un «mondo liquido», papa Bergoglio, e gli indica il cuore come luogo in cui riappropriarsi di una sintesi. «L’uomo contemporaneo, infatti, si trova spesso frastornato, diviso, quasi privo di un principio interiore che crei unità e armonia nel suo essere e nel suo agire. Modelli di comportamento purtroppo assai diffusi ne esasperano la dimensione razionale-tecnologica o, all’opposto, quella istintuale». La chiave del Cuore di Cristo come punto focale a cui rivolgersi diventa la grande novità della risposta del Pontefice. Richiami a questioni sociali e culturali, qui, non ci sono. C’è, forte, lo sguardo rivolto a Cristo.
Il Sacro cuore, scrive Bergoglio, «è adorato in quanto “Cuore della persona del Verbo, al quale è inseparabilmente unito”»; e non si vergogna delle immagini, anzi. «Una modalità di devozione più astratta o stilizzata non sarà necessariamente più fedele al Vangelo, perché in questo segno sensibile e accessibile si manifesta il modo in cui Dio ha voluto rivelarsi e farsi vicino». Nel 1800, il secolo del Sacro Cuore, questa devozione fece da contrappeso alla diffusa mentalità razionalistica che alimentava una cultura atea e anticattolica. Oggi questo è ancora valido ma il suo rinnovarsi è rivolto anche a una mentalità che vorrebbe «spiritualità senza carne». E anche all’interno della Chiesa, laddove comunità e pastori si trovino «concentrati solo su attività esterne, riforme strutturali prive di Vangelo, organizzazioni ossessive, progetti mondani, riflessioni secolarizzate, su varie proposte presentate come requisiti che a volte si pretende di imporre a tutti».
Nessun riferimento diretto alle discussioni che agitano il Sinodo sul sinodo in corso in questi giorni in Vaticano, dalle diaconesse a altre «riforme» di apertura in campo morale, ma un passaggio che indirettamente potrebbe far fischiare le orecchie a certi padri sinodali del centro Europa.
Al centro dell’enciclica c’è il passaggio più antimoderno. «Vale la pena», scrive il Papa, «di recuperare questa espressione dell’esperienza spirituale sviluppata attorno al Cuore di Cristo: il desiderio interiore di dargli consolazione». C’è un richiamo preciso alla partecipazione alla Passione di Cristo che, si legge, per i fedeli «non è un mero fatto del passato: a essa possiamo partecipare per la fede». A questo «si aggiunge la consapevolezza del proprio peccato, che Egli ha portato sulle sue spalle ferite, e della propria inadeguatezza di fronte a tanto amore, che sempre ci supera infinitamente». Sacrificio di Cristo, redenzione, perdono dei peccati: si va al cuore della fede cristiana senza troppi fronzoli. Questo desiderio di «consolare» il cuore di Cristo diventa «compunzione del cuore credente», «un pungolo benefico che brucia dentro e guarisce».
Questo amore riamato è la molla per la missione. «In mezzo al disastro lasciato dal male», scrive Francesco, il Cuore di Cristo ha voluto avere bisogno della nostra collaborazione per ricostruire il bene e la bellezza». Parla di «strutture di peccato», citando Giovanni Paolo II, e papa Francesco scrive che non è solo «una norma morale ciò che ci spinge a resistere a queste strutture sociali alienate, a metterle a nudo e a propiziare un dinamismo sociale che ripristini e costruisca il bene, ma è la stessa «conversione del cuore» che «impone l’obbligo» di riparare tali strutture». Chi ama si sporge a riamare: «Parlare di Cristo, con la testimonianza o la parola, in modo tale che gli altri non debbano fare un grande sforzo per amarlo, questo è il desiderio più grande di un missionario dell’anima». Una missione che non si svolge da soli ma dentro una comunità perché, con buona pace di chi fosse tentato di costruire una chiesa autoreferenziale, «se ci allontaniamo dalla comunità, ci allontaneremo anche da Gesù».
La lista degli esegeti interessati dal Pontefice dovrà annotare che, forse, la sua quarta enciclica non potrà essere usata per puntellare le proprie agende. Non è un testo politico per i media, ma è quanto di più politico potesse firmare Bergoglio. «Chiedo, quindi», ha scritto, «che nessuno si faccia beffe delle espressioni di fervore credente del santo popolo fedele di Dio, che nella sua pietà popolare cerca di consolare Cristo. E invito ciascuno a chiedersi se non ci sia più razionalità, più verità e più saggezza in certe manifestazioni di questo amore che cerca di consolare il Signore che non nei freddi, distanti, calcolati e minimi atti d’amore di cui siamo capaci noi che pretendiamo di possedere una fede più riflessiva, coltivata e matura».



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