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2022-11-09
Mosca: «Non poniamo condizioni a Kiev»
Nel riquadro, il viceministro degli Esteri russo Andrei Rudenko (Getty Images)
La tensione tra Mosca e gli Stati Uniti resta altissima, nonostante il tentativo di mantenere aperti dei canali di comunicazione. Il consigliere americano per la Sicurezza nazionale, Mike Sullivan, ha confermato che uno sforzo per non chiudere i contatti viene fatto da tempo dalla Casa Bianca. «Lo abbiamo fatto quando è stato necessario per chiarire possibili malintesi e cercare di ridurre il rischio e la possibilità di una catastrofe come il potenziale uso di armi nucleari», ha detto Sullivan all’Economic club di New York. Sullivan avrebbe dialogato con due stretti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin: il consigliere Yuri Ushakov e il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev. A far crollare ogni possibile illusione circa il fatto che questo «dialogo» rappresenti un principio di trattativa tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, ci ha pensato però il vice ministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko. «No, non lo facciamo», ha risposto Rudenko alle domande in merito alla possibilità che Usa e Russia stiano negoziando. Allo stesso tempo però, il vice di Lavrov ha affermato che Mosca non sta ponendo alcuna condizione preliminare alla ripresa dei negoziati con Kiev. «I colloqui non si sono interrotti per colpa della Russia che, al contrario, è sempre disponibile a negoziare con l’Ucraina», ha voluto sottolineare. Sul perché Kiev sia restia al dialogo, è arrivata la spiegazione di Mikhailo Podolyak, capo consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Trattare con Putin vorrebbe dire arrendersi. E noi non gli faremo mai questo regalo», ha detto Podolyak, aggiungendo che «l’offerta negoziale del Cremlino è un banale ultimatum: dovremmo ammettere la sconfitta e firmare per la perdita di territori e sovranità. La società non lo accetterà mai. L’esercito russo lasci il territorio ucraino e poi verrà il dialogo». «Le conversazioni telefoniche tra il capo del Pentagono e il signor Shojgu sono informazioni pubbliche, non c’è niente di nuovo. Ma non sono in corso negoziati tra Russia e Paesi occidentali per l’Ucraina», ha confermato anche Podolyak. Positivi sarebbero invece i risultati dei colloqui tra Mosca e l’Aiea sulle sorti della più grande centrale nucleare d’Europa nel Sud dell’Ucraina: quella di Zaporizhzhia. Il vice ministro degli Esteri russo Rudenko ha spiegato infatti che si cerca di arrivare alla creazione di una zona di sicurezza attorno alla centrale, per evitare che si verifichino incidenti. «Abbiamo ricevuto delle proposte dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e le nostre agenzie competenti le stanno studiando», assicura il vice ministro. Insomma, se su alcune questioni fondamentali alcuni spiragli restano aperti, le relazioni reciproche sono sempre più scricchiolanti, con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che lancia precise accuse all’Alleanza occidentale. «La situazione nel mondo rimane tesa. La causa principale sono i tentativi dell’alleanza occidentale degli Stati Uniti di evitare di perdere totalmente la sua leadership globale, nella speranza di continuare a risolvere i compiti del proprio sviluppo a spese di altri membri della comunità», ha affermato Lavrov nel suo messaggio rivolto ai partecipanti alla Conferenza internazionale del partito «Russia Unita». In questo scenario, Mosca cerca l’appoggio dell’India: Lavrov e il suo omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar hanno discusso di cooperazione tecnico-militare, in particolare della produzione congiunta di armamenti moderni. A ulteriore conferma del fatto che gli animi sono sempre più surriscaldati, arriva la nuova proposta depositata in Parlamento dal presidente ucraino Zelensky per estendere la legge marziale e la mobilitazione generale in Ucraina. Il testo dei progetti di legge non è stato ancora pubblicato. Il 15 agosto scorso la Verkhovna Rada, cioè il Parlamento monocamerale ucraino, aveva esteso la legge marziale e la mobilitazione nel Paese per 90 giorni, fino al 21 novembre. Intanto Kiev dovrà, per il mancato accordo di alcuni Stati, rinunciare - almeno per il momento - a tre dei nove miliardi promessi dall’Ue per il 2022. Ora l’Unione europea punta al prossimo pacchetto da 18 miliardi per il 2023, che la Commissione presenterà oggi.
Mentre la politica Ue continua a fare affidamento su aiuti economici e militari, solo il Vaticano continua a percorrere la strada della mediazione. Papa Francesco e la diplomazia vaticana stanno lavorando «per contribuire alla fine del conflitto in Ucraina». «Questo è l’obiettivo degli sforzi di Francesco», conferma una fonte vaticana ripresa anche da agenzie russe. Da più parti si tenta di scongiurare, tra l’altro, che gli accordi di Istanbul sulle esportazioni dei cereali stoccati nei porti ucraini tornino di nuovo in stallo. «C’è ancora tempo per prendere una decisione sull’estensione dell’accordo sul grano», ha avvertito il vice ministro degli Esteri russo Andrej Rudenko. Il termine fissato da Mosca per prendere ulteriori decisioni è il 19 novembre.
America alle elezioni di midterm. Nuove battaglie sul voto per posta
È stata una campagna elettorale all’insegna della disperazione quella condotta dai democratici per le elezioni di metà mandato, tenutesi ieri. Indipendentemente dal risultato finale (si inizierà a capire qualcosa dal pomeriggio italiano di oggi, ma potrebbero volerci alcuni giorni per i risultati definitivi), è chiaro che l’asinello ha trovato più di una difficoltà.
Vulnerabilissimo sui temi realmente dirimenti di questa tornata elettorale (inflazione, ordine pubblico e immigrazione clandestina), il Partito democratico prima ha puntato quasi tutte le sue carte sull’aborto, poi - nelle ultime settimane - è tornato all’ormai consueta demonizzazione dell’avversario, paventando rischi per la democrazia in caso di vittoria repubblicana. È in questo senso che si sono recentemente espressi sia Joe Biden sia Barack Obama. E sempre in questo senso si era espresso domenica il deputato dem alla Camera, Jim Clyburn. «I fatti sono chiari. Ho studiato storia tutta la mia vita, ho insegnato storia. E vi posso dire che vedo dei paralleli con la storia degli anni 1930 in Germania e in Italia», ha dichiarato, sostenendo che votare chi «nega il risultato elettorale» del 2020 e i «bugiardi equivale a sostenere le stesse strutture che hanno portato all’ascesa degli Stati fascisti in Germania e in Italia».
Ora, a proposito di negazionisti del voto, qualcuno dovrebbe ricordare a Clyburn che, nel settembre 2019, Hillary Clinton definì Donald Trump un presidente «illegittimo». Inoltre, per quasi quattro anni, i suoi colleghi dem delegittimarono la vittoria del 2016 dello stesso Trump, parlando di complotti russi che non sono mai stati dimostrati. Attenzione: questo non vuol dire che non ci siano estremisti nella destra americana. Significa semmai ricordare i fatti nella loro complessità. A giugno scorso, un radicale di sinistra ha tentato di uccidere il giudice supremo Brett Kavanaugh. Sempre a giugno, una folla di attivisti abortisti ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il senato dell’Arizona a Phoenix. Senza contare che, negli ultimi mesi, si sono registrati atti di vandalismo e minacce ai danni di chiese cattoliche in varie aree degli Stati Uniti. Prima quindi di accusare gli altri di estremismo, Biden e i dem dovrebbero forse guardare che cosa avviene in casa propria. Tra l’altro, non è affatto detto che la strategia della demonizzazione alla fine pagherà: basta vedere che cosa è accaduto con Enrico Letta nell’ultima campagna elettorale italiana, senza contare che, proprio seguendo questa linea, i dem furono sconfitti a novembre del 2021 in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia.
Nel frattempo, si sono registrati già dei ricorsi legali. Secondo quanto riferito appena l’altro ieri da Voice of America, sarebbero state intentate finora almeno 128 cause elettorali: di queste, 71 puntano a invocare requisiti più stringenti, mentre le restanti vanno nella direzione opposta. In particolare, poco più della metà sono state presentate dall’area repubblicana. Nel dettaglio, l’elefantino ha messo nel mirino la controversa pratica del voto per posta, finita già al centro di numerose polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Ma che cosa sta succedendo esattamente? In Pennsylvania, la Corte suprema statale ha accolto la richiesta dell’elefantino di non conteggiare le schede sulla cui busta l’elettore non ha apposto la data. Un’altra causa repubblicana in Michigan chiede che non venga tenuto conto delle schede inoltrate senza un documento d’identità. In Wisconsin, i repubblicani hanno inoltre conseguito un successo legale, ottenendo che non siano conteggiate le schede postali con indirizzo incompleto del testimone.
Il clima generale insomma preannuncia ulteriori contestazioni. Un fattore, questo, che si affiancherà a probabili riconteggi in aree dove si profilano dei testa a testa serrati (come, per esempio, nella corsa per il seggio senatoriale della Pennsylvania). Non è dunque escludibile che ci vorranno giorni prima di avere dei risultati veramente definitivi.
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Il vice di Lavrov: «Sempre disponibili a negoziare». Ma il governo di Zelensky è freddo: «Vogliono solo che ci arrendiamo» Washington rivela: «Abbiamo contatti con i russi per non correre il rischio nucleare». Il Vaticano intanto lavora per la pace.I primi risultati delle elezioni Midterm si avranno già oggi pomeriggio, riconteggi e ricorsi permettendo.Lo speciale contiene due articoli.La tensione tra Mosca e gli Stati Uniti resta altissima, nonostante il tentativo di mantenere aperti dei canali di comunicazione. Il consigliere americano per la Sicurezza nazionale, Mike Sullivan, ha confermato che uno sforzo per non chiudere i contatti viene fatto da tempo dalla Casa Bianca. «Lo abbiamo fatto quando è stato necessario per chiarire possibili malintesi e cercare di ridurre il rischio e la possibilità di una catastrofe come il potenziale uso di armi nucleari», ha detto Sullivan all’Economic club di New York. Sullivan avrebbe dialogato con due stretti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin: il consigliere Yuri Ushakov e il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev. A far crollare ogni possibile illusione circa il fatto che questo «dialogo» rappresenti un principio di trattativa tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, ci ha pensato però il vice ministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko. «No, non lo facciamo», ha risposto Rudenko alle domande in merito alla possibilità che Usa e Russia stiano negoziando. Allo stesso tempo però, il vice di Lavrov ha affermato che Mosca non sta ponendo alcuna condizione preliminare alla ripresa dei negoziati con Kiev. «I colloqui non si sono interrotti per colpa della Russia che, al contrario, è sempre disponibile a negoziare con l’Ucraina», ha voluto sottolineare. Sul perché Kiev sia restia al dialogo, è arrivata la spiegazione di Mikhailo Podolyak, capo consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Trattare con Putin vorrebbe dire arrendersi. E noi non gli faremo mai questo regalo», ha detto Podolyak, aggiungendo che «l’offerta negoziale del Cremlino è un banale ultimatum: dovremmo ammettere la sconfitta e firmare per la perdita di territori e sovranità. La società non lo accetterà mai. L’esercito russo lasci il territorio ucraino e poi verrà il dialogo». «Le conversazioni telefoniche tra il capo del Pentagono e il signor Shojgu sono informazioni pubbliche, non c’è niente di nuovo. Ma non sono in corso negoziati tra Russia e Paesi occidentali per l’Ucraina», ha confermato anche Podolyak. Positivi sarebbero invece i risultati dei colloqui tra Mosca e l’Aiea sulle sorti della più grande centrale nucleare d’Europa nel Sud dell’Ucraina: quella di Zaporizhzhia. Il vice ministro degli Esteri russo Rudenko ha spiegato infatti che si cerca di arrivare alla creazione di una zona di sicurezza attorno alla centrale, per evitare che si verifichino incidenti. «Abbiamo ricevuto delle proposte dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e le nostre agenzie competenti le stanno studiando», assicura il vice ministro. Insomma, se su alcune questioni fondamentali alcuni spiragli restano aperti, le relazioni reciproche sono sempre più scricchiolanti, con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che lancia precise accuse all’Alleanza occidentale. «La situazione nel mondo rimane tesa. La causa principale sono i tentativi dell’alleanza occidentale degli Stati Uniti di evitare di perdere totalmente la sua leadership globale, nella speranza di continuare a risolvere i compiti del proprio sviluppo a spese di altri membri della comunità», ha affermato Lavrov nel suo messaggio rivolto ai partecipanti alla Conferenza internazionale del partito «Russia Unita». In questo scenario, Mosca cerca l’appoggio dell’India: Lavrov e il suo omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar hanno discusso di cooperazione tecnico-militare, in particolare della produzione congiunta di armamenti moderni. A ulteriore conferma del fatto che gli animi sono sempre più surriscaldati, arriva la nuova proposta depositata in Parlamento dal presidente ucraino Zelensky per estendere la legge marziale e la mobilitazione generale in Ucraina. Il testo dei progetti di legge non è stato ancora pubblicato. Il 15 agosto scorso la Verkhovna Rada, cioè il Parlamento monocamerale ucraino, aveva esteso la legge marziale e la mobilitazione nel Paese per 90 giorni, fino al 21 novembre. Intanto Kiev dovrà, per il mancato accordo di alcuni Stati, rinunciare - almeno per il momento - a tre dei nove miliardi promessi dall’Ue per il 2022. Ora l’Unione europea punta al prossimo pacchetto da 18 miliardi per il 2023, che la Commissione presenterà oggi. Mentre la politica Ue continua a fare affidamento su aiuti economici e militari, solo il Vaticano continua a percorrere la strada della mediazione. Papa Francesco e la diplomazia vaticana stanno lavorando «per contribuire alla fine del conflitto in Ucraina». «Questo è l’obiettivo degli sforzi di Francesco», conferma una fonte vaticana ripresa anche da agenzie russe. Da più parti si tenta di scongiurare, tra l’altro, che gli accordi di Istanbul sulle esportazioni dei cereali stoccati nei porti ucraini tornino di nuovo in stallo. «C’è ancora tempo per prendere una decisione sull’estensione dell’accordo sul grano», ha avvertito il vice ministro degli Esteri russo Andrej Rudenko. Il termine fissato da Mosca per prendere ulteriori decisioni è il 19 novembre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/russia-ucraina-negoziati-2658621309.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="america-alle-elezioni-di-midterm-nuove-battaglie-sul-voto-per-posta" data-post-id="2658621309" data-published-at="1667995183" data-use-pagination="False"> America alle elezioni di midterm. Nuove battaglie sul voto per posta È stata una campagna elettorale all’insegna della disperazione quella condotta dai democratici per le elezioni di metà mandato, tenutesi ieri. Indipendentemente dal risultato finale (si inizierà a capire qualcosa dal pomeriggio italiano di oggi, ma potrebbero volerci alcuni giorni per i risultati definitivi), è chiaro che l’asinello ha trovato più di una difficoltà. Vulnerabilissimo sui temi realmente dirimenti di questa tornata elettorale (inflazione, ordine pubblico e immigrazione clandestina), il Partito democratico prima ha puntato quasi tutte le sue carte sull’aborto, poi - nelle ultime settimane - è tornato all’ormai consueta demonizzazione dell’avversario, paventando rischi per la democrazia in caso di vittoria repubblicana. È in questo senso che si sono recentemente espressi sia Joe Biden sia Barack Obama. E sempre in questo senso si era espresso domenica il deputato dem alla Camera, Jim Clyburn. «I fatti sono chiari. Ho studiato storia tutta la mia vita, ho insegnato storia. E vi posso dire che vedo dei paralleli con la storia degli anni 1930 in Germania e in Italia», ha dichiarato, sostenendo che votare chi «nega il risultato elettorale» del 2020 e i «bugiardi equivale a sostenere le stesse strutture che hanno portato all’ascesa degli Stati fascisti in Germania e in Italia». Ora, a proposito di negazionisti del voto, qualcuno dovrebbe ricordare a Clyburn che, nel settembre 2019, Hillary Clinton definì Donald Trump un presidente «illegittimo». Inoltre, per quasi quattro anni, i suoi colleghi dem delegittimarono la vittoria del 2016 dello stesso Trump, parlando di complotti russi che non sono mai stati dimostrati. Attenzione: questo non vuol dire che non ci siano estremisti nella destra americana. Significa semmai ricordare i fatti nella loro complessità. A giugno scorso, un radicale di sinistra ha tentato di uccidere il giudice supremo Brett Kavanaugh. Sempre a giugno, una folla di attivisti abortisti ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il senato dell’Arizona a Phoenix. Senza contare che, negli ultimi mesi, si sono registrati atti di vandalismo e minacce ai danni di chiese cattoliche in varie aree degli Stati Uniti. Prima quindi di accusare gli altri di estremismo, Biden e i dem dovrebbero forse guardare che cosa avviene in casa propria. Tra l’altro, non è affatto detto che la strategia della demonizzazione alla fine pagherà: basta vedere che cosa è accaduto con Enrico Letta nell’ultima campagna elettorale italiana, senza contare che, proprio seguendo questa linea, i dem furono sconfitti a novembre del 2021 in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia. Nel frattempo, si sono registrati già dei ricorsi legali. Secondo quanto riferito appena l’altro ieri da Voice of America, sarebbero state intentate finora almeno 128 cause elettorali: di queste, 71 puntano a invocare requisiti più stringenti, mentre le restanti vanno nella direzione opposta. In particolare, poco più della metà sono state presentate dall’area repubblicana. Nel dettaglio, l’elefantino ha messo nel mirino la controversa pratica del voto per posta, finita già al centro di numerose polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Ma che cosa sta succedendo esattamente? In Pennsylvania, la Corte suprema statale ha accolto la richiesta dell’elefantino di non conteggiare le schede sulla cui busta l’elettore non ha apposto la data. Un’altra causa repubblicana in Michigan chiede che non venga tenuto conto delle schede inoltrate senza un documento d’identità. In Wisconsin, i repubblicani hanno inoltre conseguito un successo legale, ottenendo che non siano conteggiate le schede postali con indirizzo incompleto del testimone. Il clima generale insomma preannuncia ulteriori contestazioni. Un fattore, questo, che si affiancherà a probabili riconteggi in aree dove si profilano dei testa a testa serrati (come, per esempio, nella corsa per il seggio senatoriale della Pennsylvania). Non è dunque escludibile che ci vorranno giorni prima di avere dei risultati veramente definitivi.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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