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2022-11-09
Mosca: «Non poniamo condizioni a Kiev»
Nel riquadro, il viceministro degli Esteri russo Andrei Rudenko (Getty Images)
La tensione tra Mosca e gli Stati Uniti resta altissima, nonostante il tentativo di mantenere aperti dei canali di comunicazione. Il consigliere americano per la Sicurezza nazionale, Mike Sullivan, ha confermato che uno sforzo per non chiudere i contatti viene fatto da tempo dalla Casa Bianca. «Lo abbiamo fatto quando è stato necessario per chiarire possibili malintesi e cercare di ridurre il rischio e la possibilità di una catastrofe come il potenziale uso di armi nucleari», ha detto Sullivan all’Economic club di New York. Sullivan avrebbe dialogato con due stretti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin: il consigliere Yuri Ushakov e il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev. A far crollare ogni possibile illusione circa il fatto che questo «dialogo» rappresenti un principio di trattativa tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, ci ha pensato però il vice ministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko. «No, non lo facciamo», ha risposto Rudenko alle domande in merito alla possibilità che Usa e Russia stiano negoziando. Allo stesso tempo però, il vice di Lavrov ha affermato che Mosca non sta ponendo alcuna condizione preliminare alla ripresa dei negoziati con Kiev. «I colloqui non si sono interrotti per colpa della Russia che, al contrario, è sempre disponibile a negoziare con l’Ucraina», ha voluto sottolineare. Sul perché Kiev sia restia al dialogo, è arrivata la spiegazione di Mikhailo Podolyak, capo consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Trattare con Putin vorrebbe dire arrendersi. E noi non gli faremo mai questo regalo», ha detto Podolyak, aggiungendo che «l’offerta negoziale del Cremlino è un banale ultimatum: dovremmo ammettere la sconfitta e firmare per la perdita di territori e sovranità. La società non lo accetterà mai. L’esercito russo lasci il territorio ucraino e poi verrà il dialogo». «Le conversazioni telefoniche tra il capo del Pentagono e il signor Shojgu sono informazioni pubbliche, non c’è niente di nuovo. Ma non sono in corso negoziati tra Russia e Paesi occidentali per l’Ucraina», ha confermato anche Podolyak. Positivi sarebbero invece i risultati dei colloqui tra Mosca e l’Aiea sulle sorti della più grande centrale nucleare d’Europa nel Sud dell’Ucraina: quella di Zaporizhzhia. Il vice ministro degli Esteri russo Rudenko ha spiegato infatti che si cerca di arrivare alla creazione di una zona di sicurezza attorno alla centrale, per evitare che si verifichino incidenti. «Abbiamo ricevuto delle proposte dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e le nostre agenzie competenti le stanno studiando», assicura il vice ministro. Insomma, se su alcune questioni fondamentali alcuni spiragli restano aperti, le relazioni reciproche sono sempre più scricchiolanti, con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che lancia precise accuse all’Alleanza occidentale. «La situazione nel mondo rimane tesa. La causa principale sono i tentativi dell’alleanza occidentale degli Stati Uniti di evitare di perdere totalmente la sua leadership globale, nella speranza di continuare a risolvere i compiti del proprio sviluppo a spese di altri membri della comunità», ha affermato Lavrov nel suo messaggio rivolto ai partecipanti alla Conferenza internazionale del partito «Russia Unita». In questo scenario, Mosca cerca l’appoggio dell’India: Lavrov e il suo omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar hanno discusso di cooperazione tecnico-militare, in particolare della produzione congiunta di armamenti moderni. A ulteriore conferma del fatto che gli animi sono sempre più surriscaldati, arriva la nuova proposta depositata in Parlamento dal presidente ucraino Zelensky per estendere la legge marziale e la mobilitazione generale in Ucraina. Il testo dei progetti di legge non è stato ancora pubblicato. Il 15 agosto scorso la Verkhovna Rada, cioè il Parlamento monocamerale ucraino, aveva esteso la legge marziale e la mobilitazione nel Paese per 90 giorni, fino al 21 novembre. Intanto Kiev dovrà, per il mancato accordo di alcuni Stati, rinunciare - almeno per il momento - a tre dei nove miliardi promessi dall’Ue per il 2022. Ora l’Unione europea punta al prossimo pacchetto da 18 miliardi per il 2023, che la Commissione presenterà oggi.
Mentre la politica Ue continua a fare affidamento su aiuti economici e militari, solo il Vaticano continua a percorrere la strada della mediazione. Papa Francesco e la diplomazia vaticana stanno lavorando «per contribuire alla fine del conflitto in Ucraina». «Questo è l’obiettivo degli sforzi di Francesco», conferma una fonte vaticana ripresa anche da agenzie russe. Da più parti si tenta di scongiurare, tra l’altro, che gli accordi di Istanbul sulle esportazioni dei cereali stoccati nei porti ucraini tornino di nuovo in stallo. «C’è ancora tempo per prendere una decisione sull’estensione dell’accordo sul grano», ha avvertito il vice ministro degli Esteri russo Andrej Rudenko. Il termine fissato da Mosca per prendere ulteriori decisioni è il 19 novembre.
America alle elezioni di midterm. Nuove battaglie sul voto per posta
È stata una campagna elettorale all’insegna della disperazione quella condotta dai democratici per le elezioni di metà mandato, tenutesi ieri. Indipendentemente dal risultato finale (si inizierà a capire qualcosa dal pomeriggio italiano di oggi, ma potrebbero volerci alcuni giorni per i risultati definitivi), è chiaro che l’asinello ha trovato più di una difficoltà.
Vulnerabilissimo sui temi realmente dirimenti di questa tornata elettorale (inflazione, ordine pubblico e immigrazione clandestina), il Partito democratico prima ha puntato quasi tutte le sue carte sull’aborto, poi - nelle ultime settimane - è tornato all’ormai consueta demonizzazione dell’avversario, paventando rischi per la democrazia in caso di vittoria repubblicana. È in questo senso che si sono recentemente espressi sia Joe Biden sia Barack Obama. E sempre in questo senso si era espresso domenica il deputato dem alla Camera, Jim Clyburn. «I fatti sono chiari. Ho studiato storia tutta la mia vita, ho insegnato storia. E vi posso dire che vedo dei paralleli con la storia degli anni 1930 in Germania e in Italia», ha dichiarato, sostenendo che votare chi «nega il risultato elettorale» del 2020 e i «bugiardi equivale a sostenere le stesse strutture che hanno portato all’ascesa degli Stati fascisti in Germania e in Italia».
Ora, a proposito di negazionisti del voto, qualcuno dovrebbe ricordare a Clyburn che, nel settembre 2019, Hillary Clinton definì Donald Trump un presidente «illegittimo». Inoltre, per quasi quattro anni, i suoi colleghi dem delegittimarono la vittoria del 2016 dello stesso Trump, parlando di complotti russi che non sono mai stati dimostrati. Attenzione: questo non vuol dire che non ci siano estremisti nella destra americana. Significa semmai ricordare i fatti nella loro complessità. A giugno scorso, un radicale di sinistra ha tentato di uccidere il giudice supremo Brett Kavanaugh. Sempre a giugno, una folla di attivisti abortisti ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il senato dell’Arizona a Phoenix. Senza contare che, negli ultimi mesi, si sono registrati atti di vandalismo e minacce ai danni di chiese cattoliche in varie aree degli Stati Uniti. Prima quindi di accusare gli altri di estremismo, Biden e i dem dovrebbero forse guardare che cosa avviene in casa propria. Tra l’altro, non è affatto detto che la strategia della demonizzazione alla fine pagherà: basta vedere che cosa è accaduto con Enrico Letta nell’ultima campagna elettorale italiana, senza contare che, proprio seguendo questa linea, i dem furono sconfitti a novembre del 2021 in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia.
Nel frattempo, si sono registrati già dei ricorsi legali. Secondo quanto riferito appena l’altro ieri da Voice of America, sarebbero state intentate finora almeno 128 cause elettorali: di queste, 71 puntano a invocare requisiti più stringenti, mentre le restanti vanno nella direzione opposta. In particolare, poco più della metà sono state presentate dall’area repubblicana. Nel dettaglio, l’elefantino ha messo nel mirino la controversa pratica del voto per posta, finita già al centro di numerose polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Ma che cosa sta succedendo esattamente? In Pennsylvania, la Corte suprema statale ha accolto la richiesta dell’elefantino di non conteggiare le schede sulla cui busta l’elettore non ha apposto la data. Un’altra causa repubblicana in Michigan chiede che non venga tenuto conto delle schede inoltrate senza un documento d’identità. In Wisconsin, i repubblicani hanno inoltre conseguito un successo legale, ottenendo che non siano conteggiate le schede postali con indirizzo incompleto del testimone.
Il clima generale insomma preannuncia ulteriori contestazioni. Un fattore, questo, che si affiancherà a probabili riconteggi in aree dove si profilano dei testa a testa serrati (come, per esempio, nella corsa per il seggio senatoriale della Pennsylvania). Non è dunque escludibile che ci vorranno giorni prima di avere dei risultati veramente definitivi.
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Il vice di Lavrov: «Sempre disponibili a negoziare». Ma il governo di Zelensky è freddo: «Vogliono solo che ci arrendiamo» Washington rivela: «Abbiamo contatti con i russi per non correre il rischio nucleare». Il Vaticano intanto lavora per la pace.I primi risultati delle elezioni Midterm si avranno già oggi pomeriggio, riconteggi e ricorsi permettendo.Lo speciale contiene due articoli.La tensione tra Mosca e gli Stati Uniti resta altissima, nonostante il tentativo di mantenere aperti dei canali di comunicazione. Il consigliere americano per la Sicurezza nazionale, Mike Sullivan, ha confermato che uno sforzo per non chiudere i contatti viene fatto da tempo dalla Casa Bianca. «Lo abbiamo fatto quando è stato necessario per chiarire possibili malintesi e cercare di ridurre il rischio e la possibilità di una catastrofe come il potenziale uso di armi nucleari», ha detto Sullivan all’Economic club di New York. Sullivan avrebbe dialogato con due stretti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin: il consigliere Yuri Ushakov e il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev. A far crollare ogni possibile illusione circa il fatto che questo «dialogo» rappresenti un principio di trattativa tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, ci ha pensato però il vice ministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko. «No, non lo facciamo», ha risposto Rudenko alle domande in merito alla possibilità che Usa e Russia stiano negoziando. Allo stesso tempo però, il vice di Lavrov ha affermato che Mosca non sta ponendo alcuna condizione preliminare alla ripresa dei negoziati con Kiev. «I colloqui non si sono interrotti per colpa della Russia che, al contrario, è sempre disponibile a negoziare con l’Ucraina», ha voluto sottolineare. Sul perché Kiev sia restia al dialogo, è arrivata la spiegazione di Mikhailo Podolyak, capo consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Trattare con Putin vorrebbe dire arrendersi. E noi non gli faremo mai questo regalo», ha detto Podolyak, aggiungendo che «l’offerta negoziale del Cremlino è un banale ultimatum: dovremmo ammettere la sconfitta e firmare per la perdita di territori e sovranità. La società non lo accetterà mai. L’esercito russo lasci il territorio ucraino e poi verrà il dialogo». «Le conversazioni telefoniche tra il capo del Pentagono e il signor Shojgu sono informazioni pubbliche, non c’è niente di nuovo. Ma non sono in corso negoziati tra Russia e Paesi occidentali per l’Ucraina», ha confermato anche Podolyak. Positivi sarebbero invece i risultati dei colloqui tra Mosca e l’Aiea sulle sorti della più grande centrale nucleare d’Europa nel Sud dell’Ucraina: quella di Zaporizhzhia. Il vice ministro degli Esteri russo Rudenko ha spiegato infatti che si cerca di arrivare alla creazione di una zona di sicurezza attorno alla centrale, per evitare che si verifichino incidenti. «Abbiamo ricevuto delle proposte dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e le nostre agenzie competenti le stanno studiando», assicura il vice ministro. Insomma, se su alcune questioni fondamentali alcuni spiragli restano aperti, le relazioni reciproche sono sempre più scricchiolanti, con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che lancia precise accuse all’Alleanza occidentale. «La situazione nel mondo rimane tesa. La causa principale sono i tentativi dell’alleanza occidentale degli Stati Uniti di evitare di perdere totalmente la sua leadership globale, nella speranza di continuare a risolvere i compiti del proprio sviluppo a spese di altri membri della comunità», ha affermato Lavrov nel suo messaggio rivolto ai partecipanti alla Conferenza internazionale del partito «Russia Unita». In questo scenario, Mosca cerca l’appoggio dell’India: Lavrov e il suo omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar hanno discusso di cooperazione tecnico-militare, in particolare della produzione congiunta di armamenti moderni. A ulteriore conferma del fatto che gli animi sono sempre più surriscaldati, arriva la nuova proposta depositata in Parlamento dal presidente ucraino Zelensky per estendere la legge marziale e la mobilitazione generale in Ucraina. Il testo dei progetti di legge non è stato ancora pubblicato. Il 15 agosto scorso la Verkhovna Rada, cioè il Parlamento monocamerale ucraino, aveva esteso la legge marziale e la mobilitazione nel Paese per 90 giorni, fino al 21 novembre. Intanto Kiev dovrà, per il mancato accordo di alcuni Stati, rinunciare - almeno per il momento - a tre dei nove miliardi promessi dall’Ue per il 2022. Ora l’Unione europea punta al prossimo pacchetto da 18 miliardi per il 2023, che la Commissione presenterà oggi. Mentre la politica Ue continua a fare affidamento su aiuti economici e militari, solo il Vaticano continua a percorrere la strada della mediazione. Papa Francesco e la diplomazia vaticana stanno lavorando «per contribuire alla fine del conflitto in Ucraina». «Questo è l’obiettivo degli sforzi di Francesco», conferma una fonte vaticana ripresa anche da agenzie russe. Da più parti si tenta di scongiurare, tra l’altro, che gli accordi di Istanbul sulle esportazioni dei cereali stoccati nei porti ucraini tornino di nuovo in stallo. «C’è ancora tempo per prendere una decisione sull’estensione dell’accordo sul grano», ha avvertito il vice ministro degli Esteri russo Andrej Rudenko. Il termine fissato da Mosca per prendere ulteriori decisioni è il 19 novembre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/russia-ucraina-negoziati-2658621309.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="america-alle-elezioni-di-midterm-nuove-battaglie-sul-voto-per-posta" data-post-id="2658621309" data-published-at="1667995183" data-use-pagination="False"> America alle elezioni di midterm. Nuove battaglie sul voto per posta È stata una campagna elettorale all’insegna della disperazione quella condotta dai democratici per le elezioni di metà mandato, tenutesi ieri. Indipendentemente dal risultato finale (si inizierà a capire qualcosa dal pomeriggio italiano di oggi, ma potrebbero volerci alcuni giorni per i risultati definitivi), è chiaro che l’asinello ha trovato più di una difficoltà. Vulnerabilissimo sui temi realmente dirimenti di questa tornata elettorale (inflazione, ordine pubblico e immigrazione clandestina), il Partito democratico prima ha puntato quasi tutte le sue carte sull’aborto, poi - nelle ultime settimane - è tornato all’ormai consueta demonizzazione dell’avversario, paventando rischi per la democrazia in caso di vittoria repubblicana. È in questo senso che si sono recentemente espressi sia Joe Biden sia Barack Obama. E sempre in questo senso si era espresso domenica il deputato dem alla Camera, Jim Clyburn. «I fatti sono chiari. Ho studiato storia tutta la mia vita, ho insegnato storia. E vi posso dire che vedo dei paralleli con la storia degli anni 1930 in Germania e in Italia», ha dichiarato, sostenendo che votare chi «nega il risultato elettorale» del 2020 e i «bugiardi equivale a sostenere le stesse strutture che hanno portato all’ascesa degli Stati fascisti in Germania e in Italia». Ora, a proposito di negazionisti del voto, qualcuno dovrebbe ricordare a Clyburn che, nel settembre 2019, Hillary Clinton definì Donald Trump un presidente «illegittimo». Inoltre, per quasi quattro anni, i suoi colleghi dem delegittimarono la vittoria del 2016 dello stesso Trump, parlando di complotti russi che non sono mai stati dimostrati. Attenzione: questo non vuol dire che non ci siano estremisti nella destra americana. Significa semmai ricordare i fatti nella loro complessità. A giugno scorso, un radicale di sinistra ha tentato di uccidere il giudice supremo Brett Kavanaugh. Sempre a giugno, una folla di attivisti abortisti ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il senato dell’Arizona a Phoenix. Senza contare che, negli ultimi mesi, si sono registrati atti di vandalismo e minacce ai danni di chiese cattoliche in varie aree degli Stati Uniti. Prima quindi di accusare gli altri di estremismo, Biden e i dem dovrebbero forse guardare che cosa avviene in casa propria. Tra l’altro, non è affatto detto che la strategia della demonizzazione alla fine pagherà: basta vedere che cosa è accaduto con Enrico Letta nell’ultima campagna elettorale italiana, senza contare che, proprio seguendo questa linea, i dem furono sconfitti a novembre del 2021 in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia. Nel frattempo, si sono registrati già dei ricorsi legali. Secondo quanto riferito appena l’altro ieri da Voice of America, sarebbero state intentate finora almeno 128 cause elettorali: di queste, 71 puntano a invocare requisiti più stringenti, mentre le restanti vanno nella direzione opposta. In particolare, poco più della metà sono state presentate dall’area repubblicana. Nel dettaglio, l’elefantino ha messo nel mirino la controversa pratica del voto per posta, finita già al centro di numerose polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Ma che cosa sta succedendo esattamente? In Pennsylvania, la Corte suprema statale ha accolto la richiesta dell’elefantino di non conteggiare le schede sulla cui busta l’elettore non ha apposto la data. Un’altra causa repubblicana in Michigan chiede che non venga tenuto conto delle schede inoltrate senza un documento d’identità. In Wisconsin, i repubblicani hanno inoltre conseguito un successo legale, ottenendo che non siano conteggiate le schede postali con indirizzo incompleto del testimone. Il clima generale insomma preannuncia ulteriori contestazioni. Un fattore, questo, che si affiancherà a probabili riconteggi in aree dove si profilano dei testa a testa serrati (come, per esempio, nella corsa per il seggio senatoriale della Pennsylvania). Non è dunque escludibile che ci vorranno giorni prima di avere dei risultati veramente definitivi.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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