- Il vice di Lavrov: «Sempre disponibili a negoziare». Ma il governo di Zelensky è freddo: «Vogliono solo che ci arrendiamo» Washington rivela: «Abbiamo contatti con i russi per non correre il rischio nucleare». Il Vaticano intanto lavora per la pace.
- I primi risultati delle elezioni Midterm si avranno già oggi pomeriggio, riconteggi e ricorsi permettendo.
Lo speciale contiene due articoli.
La tensione tra Mosca e gli Stati Uniti resta altissima, nonostante il tentativo di mantenere aperti dei canali di comunicazione. Il consigliere americano per la Sicurezza nazionale, Mike Sullivan, ha confermato che uno sforzo per non chiudere i contatti viene fatto da tempo dalla Casa Bianca. «Lo abbiamo fatto quando è stato necessario per chiarire possibili malintesi e cercare di ridurre il rischio e la possibilità di una catastrofe come il potenziale uso di armi nucleari», ha detto Sullivan all’Economic club di New York. Sullivan avrebbe dialogato con due stretti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin: il consigliere Yuri Ushakov e il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev. A far crollare ogni possibile illusione circa il fatto che questo «dialogo» rappresenti un principio di trattativa tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, ci ha pensato però il vice ministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko. «No, non lo facciamo», ha risposto Rudenko alle domande in merito alla possibilità che Usa e Russia stiano negoziando. Allo stesso tempo però, il vice di Lavrov ha affermato che Mosca non sta ponendo alcuna condizione preliminare alla ripresa dei negoziati con Kiev. «I colloqui non si sono interrotti per colpa della Russia che, al contrario, è sempre disponibile a negoziare con l’Ucraina», ha voluto sottolineare. Sul perché Kiev sia restia al dialogo, è arrivata la spiegazione di Mikhailo Podolyak, capo consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Trattare con Putin vorrebbe dire arrendersi. E noi non gli faremo mai questo regalo», ha detto Podolyak, aggiungendo che «l’offerta negoziale del Cremlino è un banale ultimatum: dovremmo ammettere la sconfitta e firmare per la perdita di territori e sovranità. La società non lo accetterà mai. L’esercito russo lasci il territorio ucraino e poi verrà il dialogo». «Le conversazioni telefoniche tra il capo del Pentagono e il signor Shojgu sono informazioni pubbliche, non c’è niente di nuovo. Ma non sono in corso negoziati tra Russia e Paesi occidentali per l’Ucraina», ha confermato anche Podolyak. Positivi sarebbero invece i risultati dei colloqui tra Mosca e l’Aiea sulle sorti della più grande centrale nucleare d’Europa nel Sud dell’Ucraina: quella di Zaporizhzhia. Il vice ministro degli Esteri russo Rudenko ha spiegato infatti che si cerca di arrivare alla creazione di una zona di sicurezza attorno alla centrale, per evitare che si verifichino incidenti. «Abbiamo ricevuto delle proposte dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e le nostre agenzie competenti le stanno studiando», assicura il vice ministro. Insomma, se su alcune questioni fondamentali alcuni spiragli restano aperti, le relazioni reciproche sono sempre più scricchiolanti, con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che lancia precise accuse all’Alleanza occidentale. «La situazione nel mondo rimane tesa. La causa principale sono i tentativi dell’alleanza occidentale degli Stati Uniti di evitare di perdere totalmente la sua leadership globale, nella speranza di continuare a risolvere i compiti del proprio sviluppo a spese di altri membri della comunità», ha affermato Lavrov nel suo messaggio rivolto ai partecipanti alla Conferenza internazionale del partito «Russia Unita». In questo scenario, Mosca cerca l’appoggio dell’India: Lavrov e il suo omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar hanno discusso di cooperazione tecnico-militare, in particolare della produzione congiunta di armamenti moderni. A ulteriore conferma del fatto che gli animi sono sempre più surriscaldati, arriva la nuova proposta depositata in Parlamento dal presidente ucraino Zelensky per estendere la legge marziale e la mobilitazione generale in Ucraina. Il testo dei progetti di legge non è stato ancora pubblicato. Il 15 agosto scorso la Verkhovna Rada, cioè il Parlamento monocamerale ucraino, aveva esteso la legge marziale e la mobilitazione nel Paese per 90 giorni, fino al 21 novembre. Intanto Kiev dovrà, per il mancato accordo di alcuni Stati, rinunciare – almeno per il momento – a tre dei nove miliardi promessi dall’Ue per il 2022. Ora l’Unione europea punta al prossimo pacchetto da 18 miliardi per il 2023, che la Commissione presenterà oggi.
Mentre la politica Ue continua a fare affidamento su aiuti economici e militari, solo il Vaticano continua a percorrere la strada della mediazione. Papa Francesco e la diplomazia vaticana stanno lavorando «per contribuire alla fine del conflitto in Ucraina». «Questo è l’obiettivo degli sforzi di Francesco», conferma una fonte vaticana ripresa anche da agenzie russe. Da più parti si tenta di scongiurare, tra l’altro, che gli accordi di Istanbul sulle esportazioni dei cereali stoccati nei porti ucraini tornino di nuovo in stallo. «C’è ancora tempo per prendere una decisione sull’estensione dell’accordo sul grano», ha avvertito il vice ministro degli Esteri russo Andrej Rudenko. Il termine fissato da Mosca per prendere ulteriori decisioni è il 19 novembre.
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