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2022-11-09
Mosca: «Non poniamo condizioni a Kiev»
Nel riquadro, il viceministro degli Esteri russo Andrei Rudenko (Getty Images)
La tensione tra Mosca e gli Stati Uniti resta altissima, nonostante il tentativo di mantenere aperti dei canali di comunicazione. Il consigliere americano per la Sicurezza nazionale, Mike Sullivan, ha confermato che uno sforzo per non chiudere i contatti viene fatto da tempo dalla Casa Bianca. «Lo abbiamo fatto quando è stato necessario per chiarire possibili malintesi e cercare di ridurre il rischio e la possibilità di una catastrofe come il potenziale uso di armi nucleari», ha detto Sullivan all’Economic club di New York. Sullivan avrebbe dialogato con due stretti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin: il consigliere Yuri Ushakov e il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev. A far crollare ogni possibile illusione circa il fatto che questo «dialogo» rappresenti un principio di trattativa tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, ci ha pensato però il vice ministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko. «No, non lo facciamo», ha risposto Rudenko alle domande in merito alla possibilità che Usa e Russia stiano negoziando. Allo stesso tempo però, il vice di Lavrov ha affermato che Mosca non sta ponendo alcuna condizione preliminare alla ripresa dei negoziati con Kiev. «I colloqui non si sono interrotti per colpa della Russia che, al contrario, è sempre disponibile a negoziare con l’Ucraina», ha voluto sottolineare. Sul perché Kiev sia restia al dialogo, è arrivata la spiegazione di Mikhailo Podolyak, capo consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Trattare con Putin vorrebbe dire arrendersi. E noi non gli faremo mai questo regalo», ha detto Podolyak, aggiungendo che «l’offerta negoziale del Cremlino è un banale ultimatum: dovremmo ammettere la sconfitta e firmare per la perdita di territori e sovranità. La società non lo accetterà mai. L’esercito russo lasci il territorio ucraino e poi verrà il dialogo». «Le conversazioni telefoniche tra il capo del Pentagono e il signor Shojgu sono informazioni pubbliche, non c’è niente di nuovo. Ma non sono in corso negoziati tra Russia e Paesi occidentali per l’Ucraina», ha confermato anche Podolyak. Positivi sarebbero invece i risultati dei colloqui tra Mosca e l’Aiea sulle sorti della più grande centrale nucleare d’Europa nel Sud dell’Ucraina: quella di Zaporizhzhia. Il vice ministro degli Esteri russo Rudenko ha spiegato infatti che si cerca di arrivare alla creazione di una zona di sicurezza attorno alla centrale, per evitare che si verifichino incidenti. «Abbiamo ricevuto delle proposte dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e le nostre agenzie competenti le stanno studiando», assicura il vice ministro. Insomma, se su alcune questioni fondamentali alcuni spiragli restano aperti, le relazioni reciproche sono sempre più scricchiolanti, con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che lancia precise accuse all’Alleanza occidentale. «La situazione nel mondo rimane tesa. La causa principale sono i tentativi dell’alleanza occidentale degli Stati Uniti di evitare di perdere totalmente la sua leadership globale, nella speranza di continuare a risolvere i compiti del proprio sviluppo a spese di altri membri della comunità», ha affermato Lavrov nel suo messaggio rivolto ai partecipanti alla Conferenza internazionale del partito «Russia Unita». In questo scenario, Mosca cerca l’appoggio dell’India: Lavrov e il suo omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar hanno discusso di cooperazione tecnico-militare, in particolare della produzione congiunta di armamenti moderni. A ulteriore conferma del fatto che gli animi sono sempre più surriscaldati, arriva la nuova proposta depositata in Parlamento dal presidente ucraino Zelensky per estendere la legge marziale e la mobilitazione generale in Ucraina. Il testo dei progetti di legge non è stato ancora pubblicato. Il 15 agosto scorso la Verkhovna Rada, cioè il Parlamento monocamerale ucraino, aveva esteso la legge marziale e la mobilitazione nel Paese per 90 giorni, fino al 21 novembre. Intanto Kiev dovrà, per il mancato accordo di alcuni Stati, rinunciare - almeno per il momento - a tre dei nove miliardi promessi dall’Ue per il 2022. Ora l’Unione europea punta al prossimo pacchetto da 18 miliardi per il 2023, che la Commissione presenterà oggi.
Mentre la politica Ue continua a fare affidamento su aiuti economici e militari, solo il Vaticano continua a percorrere la strada della mediazione. Papa Francesco e la diplomazia vaticana stanno lavorando «per contribuire alla fine del conflitto in Ucraina». «Questo è l’obiettivo degli sforzi di Francesco», conferma una fonte vaticana ripresa anche da agenzie russe. Da più parti si tenta di scongiurare, tra l’altro, che gli accordi di Istanbul sulle esportazioni dei cereali stoccati nei porti ucraini tornino di nuovo in stallo. «C’è ancora tempo per prendere una decisione sull’estensione dell’accordo sul grano», ha avvertito il vice ministro degli Esteri russo Andrej Rudenko. Il termine fissato da Mosca per prendere ulteriori decisioni è il 19 novembre.
America alle elezioni di midterm. Nuove battaglie sul voto per posta
È stata una campagna elettorale all’insegna della disperazione quella condotta dai democratici per le elezioni di metà mandato, tenutesi ieri. Indipendentemente dal risultato finale (si inizierà a capire qualcosa dal pomeriggio italiano di oggi, ma potrebbero volerci alcuni giorni per i risultati definitivi), è chiaro che l’asinello ha trovato più di una difficoltà.
Vulnerabilissimo sui temi realmente dirimenti di questa tornata elettorale (inflazione, ordine pubblico e immigrazione clandestina), il Partito democratico prima ha puntato quasi tutte le sue carte sull’aborto, poi - nelle ultime settimane - è tornato all’ormai consueta demonizzazione dell’avversario, paventando rischi per la democrazia in caso di vittoria repubblicana. È in questo senso che si sono recentemente espressi sia Joe Biden sia Barack Obama. E sempre in questo senso si era espresso domenica il deputato dem alla Camera, Jim Clyburn. «I fatti sono chiari. Ho studiato storia tutta la mia vita, ho insegnato storia. E vi posso dire che vedo dei paralleli con la storia degli anni 1930 in Germania e in Italia», ha dichiarato, sostenendo che votare chi «nega il risultato elettorale» del 2020 e i «bugiardi equivale a sostenere le stesse strutture che hanno portato all’ascesa degli Stati fascisti in Germania e in Italia».
Ora, a proposito di negazionisti del voto, qualcuno dovrebbe ricordare a Clyburn che, nel settembre 2019, Hillary Clinton definì Donald Trump un presidente «illegittimo». Inoltre, per quasi quattro anni, i suoi colleghi dem delegittimarono la vittoria del 2016 dello stesso Trump, parlando di complotti russi che non sono mai stati dimostrati. Attenzione: questo non vuol dire che non ci siano estremisti nella destra americana. Significa semmai ricordare i fatti nella loro complessità. A giugno scorso, un radicale di sinistra ha tentato di uccidere il giudice supremo Brett Kavanaugh. Sempre a giugno, una folla di attivisti abortisti ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il senato dell’Arizona a Phoenix. Senza contare che, negli ultimi mesi, si sono registrati atti di vandalismo e minacce ai danni di chiese cattoliche in varie aree degli Stati Uniti. Prima quindi di accusare gli altri di estremismo, Biden e i dem dovrebbero forse guardare che cosa avviene in casa propria. Tra l’altro, non è affatto detto che la strategia della demonizzazione alla fine pagherà: basta vedere che cosa è accaduto con Enrico Letta nell’ultima campagna elettorale italiana, senza contare che, proprio seguendo questa linea, i dem furono sconfitti a novembre del 2021 in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia.
Nel frattempo, si sono registrati già dei ricorsi legali. Secondo quanto riferito appena l’altro ieri da Voice of America, sarebbero state intentate finora almeno 128 cause elettorali: di queste, 71 puntano a invocare requisiti più stringenti, mentre le restanti vanno nella direzione opposta. In particolare, poco più della metà sono state presentate dall’area repubblicana. Nel dettaglio, l’elefantino ha messo nel mirino la controversa pratica del voto per posta, finita già al centro di numerose polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Ma che cosa sta succedendo esattamente? In Pennsylvania, la Corte suprema statale ha accolto la richiesta dell’elefantino di non conteggiare le schede sulla cui busta l’elettore non ha apposto la data. Un’altra causa repubblicana in Michigan chiede che non venga tenuto conto delle schede inoltrate senza un documento d’identità. In Wisconsin, i repubblicani hanno inoltre conseguito un successo legale, ottenendo che non siano conteggiate le schede postali con indirizzo incompleto del testimone.
Il clima generale insomma preannuncia ulteriori contestazioni. Un fattore, questo, che si affiancherà a probabili riconteggi in aree dove si profilano dei testa a testa serrati (come, per esempio, nella corsa per il seggio senatoriale della Pennsylvania). Non è dunque escludibile che ci vorranno giorni prima di avere dei risultati veramente definitivi.
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Il vice di Lavrov: «Sempre disponibili a negoziare». Ma il governo di Zelensky è freddo: «Vogliono solo che ci arrendiamo» Washington rivela: «Abbiamo contatti con i russi per non correre il rischio nucleare». Il Vaticano intanto lavora per la pace.I primi risultati delle elezioni Midterm si avranno già oggi pomeriggio, riconteggi e ricorsi permettendo.Lo speciale contiene due articoli.La tensione tra Mosca e gli Stati Uniti resta altissima, nonostante il tentativo di mantenere aperti dei canali di comunicazione. Il consigliere americano per la Sicurezza nazionale, Mike Sullivan, ha confermato che uno sforzo per non chiudere i contatti viene fatto da tempo dalla Casa Bianca. «Lo abbiamo fatto quando è stato necessario per chiarire possibili malintesi e cercare di ridurre il rischio e la possibilità di una catastrofe come il potenziale uso di armi nucleari», ha detto Sullivan all’Economic club di New York. Sullivan avrebbe dialogato con due stretti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin: il consigliere Yuri Ushakov e il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev. A far crollare ogni possibile illusione circa il fatto che questo «dialogo» rappresenti un principio di trattativa tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, ci ha pensato però il vice ministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko. «No, non lo facciamo», ha risposto Rudenko alle domande in merito alla possibilità che Usa e Russia stiano negoziando. Allo stesso tempo però, il vice di Lavrov ha affermato che Mosca non sta ponendo alcuna condizione preliminare alla ripresa dei negoziati con Kiev. «I colloqui non si sono interrotti per colpa della Russia che, al contrario, è sempre disponibile a negoziare con l’Ucraina», ha voluto sottolineare. Sul perché Kiev sia restia al dialogo, è arrivata la spiegazione di Mikhailo Podolyak, capo consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Trattare con Putin vorrebbe dire arrendersi. E noi non gli faremo mai questo regalo», ha detto Podolyak, aggiungendo che «l’offerta negoziale del Cremlino è un banale ultimatum: dovremmo ammettere la sconfitta e firmare per la perdita di territori e sovranità. La società non lo accetterà mai. L’esercito russo lasci il territorio ucraino e poi verrà il dialogo». «Le conversazioni telefoniche tra il capo del Pentagono e il signor Shojgu sono informazioni pubbliche, non c’è niente di nuovo. Ma non sono in corso negoziati tra Russia e Paesi occidentali per l’Ucraina», ha confermato anche Podolyak. Positivi sarebbero invece i risultati dei colloqui tra Mosca e l’Aiea sulle sorti della più grande centrale nucleare d’Europa nel Sud dell’Ucraina: quella di Zaporizhzhia. Il vice ministro degli Esteri russo Rudenko ha spiegato infatti che si cerca di arrivare alla creazione di una zona di sicurezza attorno alla centrale, per evitare che si verifichino incidenti. «Abbiamo ricevuto delle proposte dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e le nostre agenzie competenti le stanno studiando», assicura il vice ministro. Insomma, se su alcune questioni fondamentali alcuni spiragli restano aperti, le relazioni reciproche sono sempre più scricchiolanti, con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che lancia precise accuse all’Alleanza occidentale. «La situazione nel mondo rimane tesa. La causa principale sono i tentativi dell’alleanza occidentale degli Stati Uniti di evitare di perdere totalmente la sua leadership globale, nella speranza di continuare a risolvere i compiti del proprio sviluppo a spese di altri membri della comunità», ha affermato Lavrov nel suo messaggio rivolto ai partecipanti alla Conferenza internazionale del partito «Russia Unita». In questo scenario, Mosca cerca l’appoggio dell’India: Lavrov e il suo omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar hanno discusso di cooperazione tecnico-militare, in particolare della produzione congiunta di armamenti moderni. A ulteriore conferma del fatto che gli animi sono sempre più surriscaldati, arriva la nuova proposta depositata in Parlamento dal presidente ucraino Zelensky per estendere la legge marziale e la mobilitazione generale in Ucraina. Il testo dei progetti di legge non è stato ancora pubblicato. Il 15 agosto scorso la Verkhovna Rada, cioè il Parlamento monocamerale ucraino, aveva esteso la legge marziale e la mobilitazione nel Paese per 90 giorni, fino al 21 novembre. Intanto Kiev dovrà, per il mancato accordo di alcuni Stati, rinunciare - almeno per il momento - a tre dei nove miliardi promessi dall’Ue per il 2022. Ora l’Unione europea punta al prossimo pacchetto da 18 miliardi per il 2023, che la Commissione presenterà oggi. Mentre la politica Ue continua a fare affidamento su aiuti economici e militari, solo il Vaticano continua a percorrere la strada della mediazione. Papa Francesco e la diplomazia vaticana stanno lavorando «per contribuire alla fine del conflitto in Ucraina». «Questo è l’obiettivo degli sforzi di Francesco», conferma una fonte vaticana ripresa anche da agenzie russe. Da più parti si tenta di scongiurare, tra l’altro, che gli accordi di Istanbul sulle esportazioni dei cereali stoccati nei porti ucraini tornino di nuovo in stallo. «C’è ancora tempo per prendere una decisione sull’estensione dell’accordo sul grano», ha avvertito il vice ministro degli Esteri russo Andrej Rudenko. Il termine fissato da Mosca per prendere ulteriori decisioni è il 19 novembre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/russia-ucraina-negoziati-2658621309.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="america-alle-elezioni-di-midterm-nuove-battaglie-sul-voto-per-posta" data-post-id="2658621309" data-published-at="1667995183" data-use-pagination="False"> America alle elezioni di midterm. Nuove battaglie sul voto per posta È stata una campagna elettorale all’insegna della disperazione quella condotta dai democratici per le elezioni di metà mandato, tenutesi ieri. Indipendentemente dal risultato finale (si inizierà a capire qualcosa dal pomeriggio italiano di oggi, ma potrebbero volerci alcuni giorni per i risultati definitivi), è chiaro che l’asinello ha trovato più di una difficoltà. Vulnerabilissimo sui temi realmente dirimenti di questa tornata elettorale (inflazione, ordine pubblico e immigrazione clandestina), il Partito democratico prima ha puntato quasi tutte le sue carte sull’aborto, poi - nelle ultime settimane - è tornato all’ormai consueta demonizzazione dell’avversario, paventando rischi per la democrazia in caso di vittoria repubblicana. È in questo senso che si sono recentemente espressi sia Joe Biden sia Barack Obama. E sempre in questo senso si era espresso domenica il deputato dem alla Camera, Jim Clyburn. «I fatti sono chiari. Ho studiato storia tutta la mia vita, ho insegnato storia. E vi posso dire che vedo dei paralleli con la storia degli anni 1930 in Germania e in Italia», ha dichiarato, sostenendo che votare chi «nega il risultato elettorale» del 2020 e i «bugiardi equivale a sostenere le stesse strutture che hanno portato all’ascesa degli Stati fascisti in Germania e in Italia». Ora, a proposito di negazionisti del voto, qualcuno dovrebbe ricordare a Clyburn che, nel settembre 2019, Hillary Clinton definì Donald Trump un presidente «illegittimo». Inoltre, per quasi quattro anni, i suoi colleghi dem delegittimarono la vittoria del 2016 dello stesso Trump, parlando di complotti russi che non sono mai stati dimostrati. Attenzione: questo non vuol dire che non ci siano estremisti nella destra americana. Significa semmai ricordare i fatti nella loro complessità. A giugno scorso, un radicale di sinistra ha tentato di uccidere il giudice supremo Brett Kavanaugh. Sempre a giugno, una folla di attivisti abortisti ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il senato dell’Arizona a Phoenix. Senza contare che, negli ultimi mesi, si sono registrati atti di vandalismo e minacce ai danni di chiese cattoliche in varie aree degli Stati Uniti. Prima quindi di accusare gli altri di estremismo, Biden e i dem dovrebbero forse guardare che cosa avviene in casa propria. Tra l’altro, non è affatto detto che la strategia della demonizzazione alla fine pagherà: basta vedere che cosa è accaduto con Enrico Letta nell’ultima campagna elettorale italiana, senza contare che, proprio seguendo questa linea, i dem furono sconfitti a novembre del 2021 in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia. Nel frattempo, si sono registrati già dei ricorsi legali. Secondo quanto riferito appena l’altro ieri da Voice of America, sarebbero state intentate finora almeno 128 cause elettorali: di queste, 71 puntano a invocare requisiti più stringenti, mentre le restanti vanno nella direzione opposta. In particolare, poco più della metà sono state presentate dall’area repubblicana. Nel dettaglio, l’elefantino ha messo nel mirino la controversa pratica del voto per posta, finita già al centro di numerose polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Ma che cosa sta succedendo esattamente? In Pennsylvania, la Corte suprema statale ha accolto la richiesta dell’elefantino di non conteggiare le schede sulla cui busta l’elettore non ha apposto la data. Un’altra causa repubblicana in Michigan chiede che non venga tenuto conto delle schede inoltrate senza un documento d’identità. In Wisconsin, i repubblicani hanno inoltre conseguito un successo legale, ottenendo che non siano conteggiate le schede postali con indirizzo incompleto del testimone. Il clima generale insomma preannuncia ulteriori contestazioni. Un fattore, questo, che si affiancherà a probabili riconteggi in aree dove si profilano dei testa a testa serrati (come, per esempio, nella corsa per il seggio senatoriale della Pennsylvania). Non è dunque escludibile che ci vorranno giorni prima di avere dei risultati veramente definitivi.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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