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2022-11-09
Mosca: «Non poniamo condizioni a Kiev»
Nel riquadro, il viceministro degli Esteri russo Andrei Rudenko (Getty Images)
La tensione tra Mosca e gli Stati Uniti resta altissima, nonostante il tentativo di mantenere aperti dei canali di comunicazione. Il consigliere americano per la Sicurezza nazionale, Mike Sullivan, ha confermato che uno sforzo per non chiudere i contatti viene fatto da tempo dalla Casa Bianca. «Lo abbiamo fatto quando è stato necessario per chiarire possibili malintesi e cercare di ridurre il rischio e la possibilità di una catastrofe come il potenziale uso di armi nucleari», ha detto Sullivan all’Economic club di New York. Sullivan avrebbe dialogato con due stretti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin: il consigliere Yuri Ushakov e il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev. A far crollare ogni possibile illusione circa il fatto che questo «dialogo» rappresenti un principio di trattativa tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, ci ha pensato però il vice ministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko. «No, non lo facciamo», ha risposto Rudenko alle domande in merito alla possibilità che Usa e Russia stiano negoziando. Allo stesso tempo però, il vice di Lavrov ha affermato che Mosca non sta ponendo alcuna condizione preliminare alla ripresa dei negoziati con Kiev. «I colloqui non si sono interrotti per colpa della Russia che, al contrario, è sempre disponibile a negoziare con l’Ucraina», ha voluto sottolineare. Sul perché Kiev sia restia al dialogo, è arrivata la spiegazione di Mikhailo Podolyak, capo consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Trattare con Putin vorrebbe dire arrendersi. E noi non gli faremo mai questo regalo», ha detto Podolyak, aggiungendo che «l’offerta negoziale del Cremlino è un banale ultimatum: dovremmo ammettere la sconfitta e firmare per la perdita di territori e sovranità. La società non lo accetterà mai. L’esercito russo lasci il territorio ucraino e poi verrà il dialogo». «Le conversazioni telefoniche tra il capo del Pentagono e il signor Shojgu sono informazioni pubbliche, non c’è niente di nuovo. Ma non sono in corso negoziati tra Russia e Paesi occidentali per l’Ucraina», ha confermato anche Podolyak. Positivi sarebbero invece i risultati dei colloqui tra Mosca e l’Aiea sulle sorti della più grande centrale nucleare d’Europa nel Sud dell’Ucraina: quella di Zaporizhzhia. Il vice ministro degli Esteri russo Rudenko ha spiegato infatti che si cerca di arrivare alla creazione di una zona di sicurezza attorno alla centrale, per evitare che si verifichino incidenti. «Abbiamo ricevuto delle proposte dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e le nostre agenzie competenti le stanno studiando», assicura il vice ministro. Insomma, se su alcune questioni fondamentali alcuni spiragli restano aperti, le relazioni reciproche sono sempre più scricchiolanti, con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che lancia precise accuse all’Alleanza occidentale. «La situazione nel mondo rimane tesa. La causa principale sono i tentativi dell’alleanza occidentale degli Stati Uniti di evitare di perdere totalmente la sua leadership globale, nella speranza di continuare a risolvere i compiti del proprio sviluppo a spese di altri membri della comunità», ha affermato Lavrov nel suo messaggio rivolto ai partecipanti alla Conferenza internazionale del partito «Russia Unita». In questo scenario, Mosca cerca l’appoggio dell’India: Lavrov e il suo omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar hanno discusso di cooperazione tecnico-militare, in particolare della produzione congiunta di armamenti moderni. A ulteriore conferma del fatto che gli animi sono sempre più surriscaldati, arriva la nuova proposta depositata in Parlamento dal presidente ucraino Zelensky per estendere la legge marziale e la mobilitazione generale in Ucraina. Il testo dei progetti di legge non è stato ancora pubblicato. Il 15 agosto scorso la Verkhovna Rada, cioè il Parlamento monocamerale ucraino, aveva esteso la legge marziale e la mobilitazione nel Paese per 90 giorni, fino al 21 novembre. Intanto Kiev dovrà, per il mancato accordo di alcuni Stati, rinunciare - almeno per il momento - a tre dei nove miliardi promessi dall’Ue per il 2022. Ora l’Unione europea punta al prossimo pacchetto da 18 miliardi per il 2023, che la Commissione presenterà oggi.
Mentre la politica Ue continua a fare affidamento su aiuti economici e militari, solo il Vaticano continua a percorrere la strada della mediazione. Papa Francesco e la diplomazia vaticana stanno lavorando «per contribuire alla fine del conflitto in Ucraina». «Questo è l’obiettivo degli sforzi di Francesco», conferma una fonte vaticana ripresa anche da agenzie russe. Da più parti si tenta di scongiurare, tra l’altro, che gli accordi di Istanbul sulle esportazioni dei cereali stoccati nei porti ucraini tornino di nuovo in stallo. «C’è ancora tempo per prendere una decisione sull’estensione dell’accordo sul grano», ha avvertito il vice ministro degli Esteri russo Andrej Rudenko. Il termine fissato da Mosca per prendere ulteriori decisioni è il 19 novembre.
America alle elezioni di midterm. Nuove battaglie sul voto per posta
È stata una campagna elettorale all’insegna della disperazione quella condotta dai democratici per le elezioni di metà mandato, tenutesi ieri. Indipendentemente dal risultato finale (si inizierà a capire qualcosa dal pomeriggio italiano di oggi, ma potrebbero volerci alcuni giorni per i risultati definitivi), è chiaro che l’asinello ha trovato più di una difficoltà.
Vulnerabilissimo sui temi realmente dirimenti di questa tornata elettorale (inflazione, ordine pubblico e immigrazione clandestina), il Partito democratico prima ha puntato quasi tutte le sue carte sull’aborto, poi - nelle ultime settimane - è tornato all’ormai consueta demonizzazione dell’avversario, paventando rischi per la democrazia in caso di vittoria repubblicana. È in questo senso che si sono recentemente espressi sia Joe Biden sia Barack Obama. E sempre in questo senso si era espresso domenica il deputato dem alla Camera, Jim Clyburn. «I fatti sono chiari. Ho studiato storia tutta la mia vita, ho insegnato storia. E vi posso dire che vedo dei paralleli con la storia degli anni 1930 in Germania e in Italia», ha dichiarato, sostenendo che votare chi «nega il risultato elettorale» del 2020 e i «bugiardi equivale a sostenere le stesse strutture che hanno portato all’ascesa degli Stati fascisti in Germania e in Italia».
Ora, a proposito di negazionisti del voto, qualcuno dovrebbe ricordare a Clyburn che, nel settembre 2019, Hillary Clinton definì Donald Trump un presidente «illegittimo». Inoltre, per quasi quattro anni, i suoi colleghi dem delegittimarono la vittoria del 2016 dello stesso Trump, parlando di complotti russi che non sono mai stati dimostrati. Attenzione: questo non vuol dire che non ci siano estremisti nella destra americana. Significa semmai ricordare i fatti nella loro complessità. A giugno scorso, un radicale di sinistra ha tentato di uccidere il giudice supremo Brett Kavanaugh. Sempre a giugno, una folla di attivisti abortisti ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il senato dell’Arizona a Phoenix. Senza contare che, negli ultimi mesi, si sono registrati atti di vandalismo e minacce ai danni di chiese cattoliche in varie aree degli Stati Uniti. Prima quindi di accusare gli altri di estremismo, Biden e i dem dovrebbero forse guardare che cosa avviene in casa propria. Tra l’altro, non è affatto detto che la strategia della demonizzazione alla fine pagherà: basta vedere che cosa è accaduto con Enrico Letta nell’ultima campagna elettorale italiana, senza contare che, proprio seguendo questa linea, i dem furono sconfitti a novembre del 2021 in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia.
Nel frattempo, si sono registrati già dei ricorsi legali. Secondo quanto riferito appena l’altro ieri da Voice of America, sarebbero state intentate finora almeno 128 cause elettorali: di queste, 71 puntano a invocare requisiti più stringenti, mentre le restanti vanno nella direzione opposta. In particolare, poco più della metà sono state presentate dall’area repubblicana. Nel dettaglio, l’elefantino ha messo nel mirino la controversa pratica del voto per posta, finita già al centro di numerose polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Ma che cosa sta succedendo esattamente? In Pennsylvania, la Corte suprema statale ha accolto la richiesta dell’elefantino di non conteggiare le schede sulla cui busta l’elettore non ha apposto la data. Un’altra causa repubblicana in Michigan chiede che non venga tenuto conto delle schede inoltrate senza un documento d’identità. In Wisconsin, i repubblicani hanno inoltre conseguito un successo legale, ottenendo che non siano conteggiate le schede postali con indirizzo incompleto del testimone.
Il clima generale insomma preannuncia ulteriori contestazioni. Un fattore, questo, che si affiancherà a probabili riconteggi in aree dove si profilano dei testa a testa serrati (come, per esempio, nella corsa per il seggio senatoriale della Pennsylvania). Non è dunque escludibile che ci vorranno giorni prima di avere dei risultati veramente definitivi.
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Il vice di Lavrov: «Sempre disponibili a negoziare». Ma il governo di Zelensky è freddo: «Vogliono solo che ci arrendiamo» Washington rivela: «Abbiamo contatti con i russi per non correre il rischio nucleare». Il Vaticano intanto lavora per la pace.I primi risultati delle elezioni Midterm si avranno già oggi pomeriggio, riconteggi e ricorsi permettendo.Lo speciale contiene due articoli.La tensione tra Mosca e gli Stati Uniti resta altissima, nonostante il tentativo di mantenere aperti dei canali di comunicazione. Il consigliere americano per la Sicurezza nazionale, Mike Sullivan, ha confermato che uno sforzo per non chiudere i contatti viene fatto da tempo dalla Casa Bianca. «Lo abbiamo fatto quando è stato necessario per chiarire possibili malintesi e cercare di ridurre il rischio e la possibilità di una catastrofe come il potenziale uso di armi nucleari», ha detto Sullivan all’Economic club di New York. Sullivan avrebbe dialogato con due stretti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin: il consigliere Yuri Ushakov e il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev. A far crollare ogni possibile illusione circa il fatto che questo «dialogo» rappresenti un principio di trattativa tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, ci ha pensato però il vice ministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko. «No, non lo facciamo», ha risposto Rudenko alle domande in merito alla possibilità che Usa e Russia stiano negoziando. Allo stesso tempo però, il vice di Lavrov ha affermato che Mosca non sta ponendo alcuna condizione preliminare alla ripresa dei negoziati con Kiev. «I colloqui non si sono interrotti per colpa della Russia che, al contrario, è sempre disponibile a negoziare con l’Ucraina», ha voluto sottolineare. Sul perché Kiev sia restia al dialogo, è arrivata la spiegazione di Mikhailo Podolyak, capo consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Trattare con Putin vorrebbe dire arrendersi. E noi non gli faremo mai questo regalo», ha detto Podolyak, aggiungendo che «l’offerta negoziale del Cremlino è un banale ultimatum: dovremmo ammettere la sconfitta e firmare per la perdita di territori e sovranità. La società non lo accetterà mai. L’esercito russo lasci il territorio ucraino e poi verrà il dialogo». «Le conversazioni telefoniche tra il capo del Pentagono e il signor Shojgu sono informazioni pubbliche, non c’è niente di nuovo. Ma non sono in corso negoziati tra Russia e Paesi occidentali per l’Ucraina», ha confermato anche Podolyak. Positivi sarebbero invece i risultati dei colloqui tra Mosca e l’Aiea sulle sorti della più grande centrale nucleare d’Europa nel Sud dell’Ucraina: quella di Zaporizhzhia. Il vice ministro degli Esteri russo Rudenko ha spiegato infatti che si cerca di arrivare alla creazione di una zona di sicurezza attorno alla centrale, per evitare che si verifichino incidenti. «Abbiamo ricevuto delle proposte dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e le nostre agenzie competenti le stanno studiando», assicura il vice ministro. Insomma, se su alcune questioni fondamentali alcuni spiragli restano aperti, le relazioni reciproche sono sempre più scricchiolanti, con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che lancia precise accuse all’Alleanza occidentale. «La situazione nel mondo rimane tesa. La causa principale sono i tentativi dell’alleanza occidentale degli Stati Uniti di evitare di perdere totalmente la sua leadership globale, nella speranza di continuare a risolvere i compiti del proprio sviluppo a spese di altri membri della comunità», ha affermato Lavrov nel suo messaggio rivolto ai partecipanti alla Conferenza internazionale del partito «Russia Unita». In questo scenario, Mosca cerca l’appoggio dell’India: Lavrov e il suo omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar hanno discusso di cooperazione tecnico-militare, in particolare della produzione congiunta di armamenti moderni. A ulteriore conferma del fatto che gli animi sono sempre più surriscaldati, arriva la nuova proposta depositata in Parlamento dal presidente ucraino Zelensky per estendere la legge marziale e la mobilitazione generale in Ucraina. Il testo dei progetti di legge non è stato ancora pubblicato. Il 15 agosto scorso la Verkhovna Rada, cioè il Parlamento monocamerale ucraino, aveva esteso la legge marziale e la mobilitazione nel Paese per 90 giorni, fino al 21 novembre. Intanto Kiev dovrà, per il mancato accordo di alcuni Stati, rinunciare - almeno per il momento - a tre dei nove miliardi promessi dall’Ue per il 2022. Ora l’Unione europea punta al prossimo pacchetto da 18 miliardi per il 2023, che la Commissione presenterà oggi. Mentre la politica Ue continua a fare affidamento su aiuti economici e militari, solo il Vaticano continua a percorrere la strada della mediazione. Papa Francesco e la diplomazia vaticana stanno lavorando «per contribuire alla fine del conflitto in Ucraina». «Questo è l’obiettivo degli sforzi di Francesco», conferma una fonte vaticana ripresa anche da agenzie russe. Da più parti si tenta di scongiurare, tra l’altro, che gli accordi di Istanbul sulle esportazioni dei cereali stoccati nei porti ucraini tornino di nuovo in stallo. «C’è ancora tempo per prendere una decisione sull’estensione dell’accordo sul grano», ha avvertito il vice ministro degli Esteri russo Andrej Rudenko. Il termine fissato da Mosca per prendere ulteriori decisioni è il 19 novembre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/russia-ucraina-negoziati-2658621309.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="america-alle-elezioni-di-midterm-nuove-battaglie-sul-voto-per-posta" data-post-id="2658621309" data-published-at="1667995183" data-use-pagination="False"> America alle elezioni di midterm. Nuove battaglie sul voto per posta È stata una campagna elettorale all’insegna della disperazione quella condotta dai democratici per le elezioni di metà mandato, tenutesi ieri. Indipendentemente dal risultato finale (si inizierà a capire qualcosa dal pomeriggio italiano di oggi, ma potrebbero volerci alcuni giorni per i risultati definitivi), è chiaro che l’asinello ha trovato più di una difficoltà. Vulnerabilissimo sui temi realmente dirimenti di questa tornata elettorale (inflazione, ordine pubblico e immigrazione clandestina), il Partito democratico prima ha puntato quasi tutte le sue carte sull’aborto, poi - nelle ultime settimane - è tornato all’ormai consueta demonizzazione dell’avversario, paventando rischi per la democrazia in caso di vittoria repubblicana. È in questo senso che si sono recentemente espressi sia Joe Biden sia Barack Obama. E sempre in questo senso si era espresso domenica il deputato dem alla Camera, Jim Clyburn. «I fatti sono chiari. Ho studiato storia tutta la mia vita, ho insegnato storia. E vi posso dire che vedo dei paralleli con la storia degli anni 1930 in Germania e in Italia», ha dichiarato, sostenendo che votare chi «nega il risultato elettorale» del 2020 e i «bugiardi equivale a sostenere le stesse strutture che hanno portato all’ascesa degli Stati fascisti in Germania e in Italia». Ora, a proposito di negazionisti del voto, qualcuno dovrebbe ricordare a Clyburn che, nel settembre 2019, Hillary Clinton definì Donald Trump un presidente «illegittimo». Inoltre, per quasi quattro anni, i suoi colleghi dem delegittimarono la vittoria del 2016 dello stesso Trump, parlando di complotti russi che non sono mai stati dimostrati. Attenzione: questo non vuol dire che non ci siano estremisti nella destra americana. Significa semmai ricordare i fatti nella loro complessità. A giugno scorso, un radicale di sinistra ha tentato di uccidere il giudice supremo Brett Kavanaugh. Sempre a giugno, una folla di attivisti abortisti ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il senato dell’Arizona a Phoenix. Senza contare che, negli ultimi mesi, si sono registrati atti di vandalismo e minacce ai danni di chiese cattoliche in varie aree degli Stati Uniti. Prima quindi di accusare gli altri di estremismo, Biden e i dem dovrebbero forse guardare che cosa avviene in casa propria. Tra l’altro, non è affatto detto che la strategia della demonizzazione alla fine pagherà: basta vedere che cosa è accaduto con Enrico Letta nell’ultima campagna elettorale italiana, senza contare che, proprio seguendo questa linea, i dem furono sconfitti a novembre del 2021 in occasione delle elezioni governatoriali della Virginia. Nel frattempo, si sono registrati già dei ricorsi legali. Secondo quanto riferito appena l’altro ieri da Voice of America, sarebbero state intentate finora almeno 128 cause elettorali: di queste, 71 puntano a invocare requisiti più stringenti, mentre le restanti vanno nella direzione opposta. In particolare, poco più della metà sono state presentate dall’area repubblicana. Nel dettaglio, l’elefantino ha messo nel mirino la controversa pratica del voto per posta, finita già al centro di numerose polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Ma che cosa sta succedendo esattamente? In Pennsylvania, la Corte suprema statale ha accolto la richiesta dell’elefantino di non conteggiare le schede sulla cui busta l’elettore non ha apposto la data. Un’altra causa repubblicana in Michigan chiede che non venga tenuto conto delle schede inoltrate senza un documento d’identità. In Wisconsin, i repubblicani hanno inoltre conseguito un successo legale, ottenendo che non siano conteggiate le schede postali con indirizzo incompleto del testimone. Il clima generale insomma preannuncia ulteriori contestazioni. Un fattore, questo, che si affiancherà a probabili riconteggi in aree dove si profilano dei testa a testa serrati (come, per esempio, nella corsa per il seggio senatoriale della Pennsylvania). Non è dunque escludibile che ci vorranno giorni prima di avere dei risultati veramente definitivi.
IEA: tempi lunghi per il recupero da Hormuz. La Cina diversifica e aumenta le riserve. L’Ue raccomanda austerità e taglio tasse, ma il Fmi frena. Allarme alluminio.
Lo stretto di Hormuz (Getty Images)
La tensione nello Stretto di Hormuz resta altissima dopo una giornata segnata da incidenti, minacce e nuove mosse contrapposte tra Washington e Teheran. La Repubblica islamica ha annunciato il ripristino delle restrizioni al traffico marittimo, accusando gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni e di proseguire con un blocco navale ritenuto illegittimo. Secondo il comando militare Khatam al-Anbiya, citato da Tasnim, l’Iran aveva inizialmente autorizzato un passaggio limitato e controllato di petroliere e navi mercantili sulla base degli accordi emersi nei colloqui. Una concessione definita «in buona fede», ma che sarebbe stata compromessa dal comportamento americano. «Gli Stati Uniti continuano a compiere azioni assimilabili a pirateria», si legge nella nota, che sancisce il ritorno a un controllo rigido dello stretto da parte delle forze armate iraniane. Sul piano politico, lo scontro emerge anche nelle dichiarazioni ufficiali. Il viceministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh, intervenuto ad Antalya (Turchia), ha criticato il presidente Donald Trump, accusandolo di incoerenza. «Le sue affermazioni sono contraddittorie», ha detto, riferendosi alle minacce di nuovi bombardamenti in assenza di un accordo. Teheran ribadisce che la guerra non è una soluzione, ma avverte che è pronta a difendersi «fino all’ultimo».
Il nodo resta quello nucleare. Washington punta a neutralizzare le scorte di uranio arricchito iraniano, stimate in circa 440 chilogrammi. Una linea respinta da Teheran e che blocca ogni ipotesi di negoziati diretti, giudicati prematuri finché gli Stati Uniti manterranno una posizione ritenuta «massimalista». Nel frattempo arrivano segnali di escalation. In un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei si sottolinea la capacità delle forze armate di colpire i nemici con rapidità, in un contesto aggravato dalla sua prolungata assenza pubblica. Sul piano operativo, il traffico resta instabile. Dopo una breve riapertura seguita a 50 giorni di blocco, oltre una dozzina di petroliere ha attraversato lo stretto, in gran parte navi datate e non occidentali. La nuova stretta ha riportato la situazione al punto di partenza. Numerose imbarcazioni hanno invertito la rotta dopo comunicazioni della marina iraniana che annunciavano la chiusura. Dall’inizio del conflitto nessun carico di Gnl ha attraversato il passaggio e centinaia di unità restano bloccate nel Golfo.
Gli episodi più gravi si sono verificati nelle ultime ore. Due navi indiane sono state costrette a cambiare direzione dopo una serie di colpi sparati dalle Guardie Rivoluzionarie. Una trasportava circa due milioni di barili di greggio iracheno. L’agenzia Uk Maritime Trade Operations ha segnalato anche una portacontainer colpita da un proiettile, con danni limitati. Lo stesso centro ha riferito di un ulteriore episodio sospetto al largo dell’Oman, dove il comandante di una nave da crociera ha segnalato un impatto in acqua nelle vicinanze, terzo evento nelle ultime ore dopo gli attacchi e le manovre di interdizione attribuite alle unità dei pasdaran. L’episodio ha provocato una reazione diplomatica immediata. Il governo dell’India ha convocato l’ambasciatore iraniano per esprimere una protesta formale e chiedere garanzie sulla sicurezza della navigazione, sottolineando i rischi per i propri approvvigionamenti energetici. Secondo fonti statunitensi, almeno tre attacchi contro navi civili sarebbero stati registrati in poche ore. Il comando Centcom ha confermato l’applicazione del blocco marittimo: dall’inizio dell’operazione, 23 navi hanno ricevuto l’ordine di invertire la rotta mentre tentavano di raggiungere porti o aree costiere iraniane. Secondo il Wall Street Journal, la Marina statunitense sarebbe pronta ad ampliare il blocco con abbordaggi e sequestri di petroliere legate a Teheran anche in acque internazionali. Una mossa ad alto rischio: potrebbe essere vista dall’Iran come un atto ostile diretto, con possibili reazioni militari immediate e un’escalation nello Stretto di Hormuz. Le conseguenze si estenderebbero ai mercati globali, con impatti su petrolio, traffici energetici e stabilità economica. Teheran ha intanto chiarito la propria linea. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha dichiarato che manterrà il controllo dello stretto «fino alla conclusione definitiva della guerra» e che sta esaminando nuove proposte statunitensi trasmesse tramite il Pakistan, senza aver ancora risposto. Lo stesso organo ha avvertito che il blocco navale americano sarà considerato «una violazione del cessate il fuoco».
Inoltre, è stata introdotta una nuova misura: «Le navi devono pagare tasse per la sicurezza e la protezione ambientale per poter attraversare lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato il Consiglio, rafforzando ulteriormente il controllo iraniano sulla rotta. Il quadro resta estremamente fluido. Tra pressioni militari, tensioni diplomatiche e interessi energetici globali, ogni decisione può avere effetti immediati. Nulla è stabilizzato e tutto può cambiare rapidamente.
Il braccio di ferro sullo Stretto: i due blocchi alla prova dei fatti
Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso, riaperto e nuovamente chiuso. La guida suprema, Mojtaba Khamenei, nel pomeriggio di ieri ha dichiarato: «La Marina iraniana è pronta a infliggere amare sconfitte e a richiudere il passaggio marittimo se continuerà il blocco dei porti imposto da Washington». Mentre il presidente Usa Donald Trump ha detto che manterrà il blocco dei porti iraniani se non sarà raggiunto un accordo di pace, ricordando che potrebbe non rinnovare il cessate il fuoco dopo mercoledì prossimo. Le sue parole: «Non permetteremo all’Iran di vendere petrolio a chi gli fa comodo e non a chi non gli piace». L’impressione è che Trump voglia portare a casa un successo strategico e diplomatico, ma che lo stia perseguendo in modo caotico.
La realtà, nel momento in cui scriviamo, è che i blocchi in atto sono due. Uno attuato, tolto e ora rimesso da Teheran mediante le forze militari Irgc, l’altro attuato da Washington con la Marina militare e applicato ai movimenti dai porti iraniani di navi militari e di quelle civili ma sospettate di trasportare componenti per uso militare. Domenica scorsa, Trump aveva minacciato di vietare il transito con queste parole: «Fermeremo le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz e chiunque attaccherà navi americane sarà fatto saltare in aria». Tuttavia, quanto annunciato è impossibile da fare: la stessa Us Navy aveva subito detto che avrebbe bloccato soltanto le navi in transito nei porti iraniani, permettendo invece il passaggio di quelle dirette verso i porti degli alleati degli Usa nel Golfo. Inoltre, che il blocco sarebbe stato applicato al Golfo Persico e al Golfo dell’Oman, collegati appunto dallo Stretto di Hormuz. Il tutto solo nelle acque a Est dello Stretto, ovvero dalla parte iraniana.
Stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, la riapertura era stata uno dei punti critici nei negoziati dello scorso fine settimana, quando Teheran voleva mantenere il controllo della via navigabile anche dopo la fine della guerra tassando fino a 2 milioni di dollari ogni nave. Trump e altri leader avevano definito tale proposta «un attacco alla libertà di navigazione». A oggi le forze armate Usa non hanno ancora fornito dettagli sulle regole d’ingaggio, il numero delle unità da guerra che imporranno lo stop, se saranno usati velivoli d’attacco e se qualche alleato prenderà parte all’iniziativa. Di certo l’Us Navy non prenderà mai di mira petroliere cariche causando un disastro ambientale; così come sarebbe costoso e rischioso mandare squadre d’abbordaggio armate per prendere il controllo delle navi. Senza evitare che ogni presenza navale statunitense in aree vicine all’Iran la trasformerebbe in bersaglio.
Precludere la navigazione alle navi che trasportano petrolio iraniano significa tagliare una delle principali fonti di finanziamento del regime degli Ayatollah, e a farne le spese, finora, sono state soprattutto Cina e India. I porti bloccati sono quelli al confine tra Iran e Iraq, quindi Khorramshahr, Imam Khomeini, Mahshahr, Kharg, Bushehr, Asaluyeh e le isole di Lavan e Siri. Poi, un po’ più a Est, il porto di Bandar Abbas e ancora più a Est Chabahar, vicino al Pakistan. Da parte loro, le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato che qualsiasi nave da guerra che si avvicini allo Stretto per imporre il blocco sarà colpita. Hanno inoltre affermato che lo Stretto rimane sotto il loro controllo.
Dunque tanti proclami, ma per fortuna pochi spari. Mercoledì 22 aprile scadrà la tregua mediata dal Pakistan; al momento, il Comando centrale statunitense ha reso noto che due cacciatorpediniere, la Uss Frank Peterson e la Uss Michael Murphy, hanno avviato operazioni di bonifica delle mine collocate nello Stretto. Ma in realtà le due unità operano nel Golfo Arabico, seppure nell’ambito di una missione più ampia per eliminare gli ordigni posizionati dai Pasdaran iraniani. E le immagini satellitari dell’11 aprile mostrano la portaerei Abraham Lincoln posizionata all’estremità orientale del Golfo dell’Oman, a circa 200 chilometri a Sud della costa iraniana.
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Tra i soggetti monitorati, sono scesi nella Capitale solo pochi rappresentanti dei circoli anarchici di Genova e Trento. Numeri esigui, una decina in tutto. Alla manifestazione di piazza dell’Immacolata hanno preso parte solo i compagni del centro sociale anarchico «Bencivenga Occupato», situato nel quartiere Nomentano. È stato al centro delle cronache giudiziarie tra il 2020 e il 2022 per le indagini su una cellula anarchica insurrezionalista.
Nell’operazione Bialystok (2020) sono state arrestate dalla Digos sette persone accusate di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. L’accusa era che il Bencivenga fosse la base logistica e il «quartier generale» per la pianificazione di attentati a Roma. Gli anarchici hanno iniziato a riempire piazza dell’Immacolata verso le 17.30. Circa 300 persone, con birre e canne d’ordinanza, verso le 18.30, hanno iniziato a intonare i soliti slogan contro il governo e contro lo Stato. Ma soprattutto contro la polizia (individuata sempre con il termine «sbirri»). Hanno dedicato i loro cori a anche a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due compagni morti durante la preparazione di un ordigno esplosivo in un casolare abbandonata nel Parco degli acquedotti. Si sono sgolati per chiedere la liberazione di Cospito e hanno ricordato la sua lotta. A un certo punto due o tre rappresentanti della piazza hanno intavolato una trattativa per ottenere il via libera per un corteo che non era stato autorizzato. La polizia ha confermato il divieto.
Le forze dell’ordine hanno presidiato tutti i varchi così da impedire ai manifestanti di uscire dalla piazza. I più aggressivi sono sembrati gli anarchici più attempati. Diversi di loro si sono succeduti al microfono e, dall’accento, davano l’idea di far parte della delegazione calata dal Nord Italia. Hanno inneggiato la lotta ai compagni detenuti nelle galere, in particolare quelli ristretti al 41 bis, compresi i brigatisti rossi italiani e una «compagna» della Raf tedesca, ancora detenuta in Germania. Molti dei presenti indossavano caschi da moto, ma non certo per muoversi in scooter. Nel primo pomeriggio, prima degli anarchici, ha marciato la Brigata immortale partigiana. Il gruppo, che si ispira a un’analoga iniziativa russa (i manifestanti sventolavano sia la bandiera italiana che quella sovietica), si è recato al cimitero del Verano per depositare una corona in memoria dei caduti della Resistenza. A trarre beneficio da questo pomeriggio di tensione sono stati i pochi esercizi commerciali aperti, soprattutto quelli di cittadini stranieri che hanno venduto fiumi di birra e vino.
Dopo le 20 il clima si è scaldato. Un gruppetto, mentre intorno suonavano le sirene di gazzelle e pantere, ha provato ad avanzare con lo striscione «Con Alfredo. Il 41 bis è tortura. Libertà per tuttx». Alla fine è stato concesso ai manifestanti di mettersi in marcia per un breve corteo. Un anarchico ha iniziato a brandire l’asta di una bandiera e tra un «daje» e un invito a non esagerare è volata una bottiglia che ha colpito, a pochi metri da chi scrive, un vice dirigente della Digos che ha subito una brutta ferita sulla fronte. Alla fine agli anarchici è stato concesso di dirigersi verso Porta Maggiore per concludere il percorso fino al quartiere del Pigneto (destinazione forse non casuale: lì vicino erano residenti i due terroristi morti a marzo). Alla chiusura di questo articolo, la manifestazione non era ancora conclusa. In piazza è stato distribuito un documento che invitava alla mobilitazione contro «le carceri che sono delle prigioni di guerra». «Facciamo appello a quella parte di società che in questi anni è scesa in strada per la Palestina e che di fronte alle ingiustizie non è solita tacere», si leggeva. L’auspicio degli anarco-insurrezionalisti è la saldatura tra mondi diversi, ma comunque «contro».
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