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2023-09-09
Rivogliono i diktat che la scienza ha bocciato
Getty Images
Bisogna seguire la scienza, dicono. E seguiamola. Davvero.
È ripartita la tiritera sui contagi da Covid, che dovrebbe trainare un’altra tornata di vaccinazioni. E sono riemersi discorsi inquietanti su pratiche sanitarie da era Speranza, a cominciare dall’uso delle mascherine. Perciò è il caso di ricordare, a chi, come il fisico Roberto Battiston, sostiene che l’autunno «deve preoccuparci», cosa attestano le evidenze sui provvedimenti adottati durante la pandemia. Così vedremo chi sono quelli che danno retta alla scienza e quelli che la usano come foglia di fico della propaganda politica.
Partiamo proprio dalle coperture per le vie respiratorie, simbolo della «nuova normalità» durante la stagione del virus. Già nel 2019, l’Oms aveva pubblicato un dettagliato manuale dedicato alle misure non farmaceutiche per contrastare le epidemie influenzali. A pagina 26 del documento, si leggono le seguenti conclusioni: «Non c’è alcuna prova che le mascherine siano efficaci nel ridurre la trasmissione» dei patogeni.
Non basta? L’anno seguente, è stata Policy Review a mettere sotto esame i bavagli. Ecco con quale formula tirava le fila il mensile dei Centers for disease control and prevention americani (Cdc): «Sebbene studi meccanicistici supportino l’effetto potenziale dell’igiene delle mani o delle mascherine, le prove raccolte da 14 trial randomizzati controllati su tali misure non hanno avvalorato un effetto significativo sulla trasmissione dell’influenza». E non è finita.
Citiamo la maxi revisione diffusa lo scorso gennaio da Cochrane, l’associazione internazionale che monitora sicurezza ed efficacia degli interventi sanitari. Il paper rispondeva a una domanda precisa: «Misure fisiche come il lavaggio delle mani o l’uso delle mascherine fermano o rallentano la diffusione dei virus respiratori?». Risposta, basata sull’analisi di 78 ricerche: «Rispetto al non indossare mascherine […], indossarle potrebbe fare poca o nessuna differenza quanto al numero di persone che hanno contratto una sindrome simil-influenzale o tipo Covid». Quanto al raffronto tra chirurghe e Ffp2, sia nel contesto ospedaliero sia in quello comunitario, il tessuto in teoria più filtrante non ha mostrato risultati superiori.
Badate bene: questo non significa che, di per sé, le mascherine non abbiano la capacità meccanica di schermare dai virus. Il punto è che andrebbero utilizzate seguendo una serie di scrupoli e precauzioni che, nella vita di tutti i giorni, sono semplicemente improponibili: andrebbero sostituite ogni tre-quattro ore, non andrebbero infilate in tasca o legate al gomito, non andrebbero rimesse per troppi giorni di fila, dovrebbero coprire correttamente tanto il naso quanto la bocca… In parole povere: testate sul campo, sui grandi numeri, il loro impatto è per lo meno dubbio, quando inesistente.
Arrivati a settembre 2023, dovrebbe essere superfluo spiegare che i lockdown sono inservibili e dannosi. Persino l’Oms, non volendo, s’è lasciata scappare la verità e ha ammesso che, se la gente resta in casa, le infezioni aumenteranno. Sarebbe bastato un medico condotto di quarant’anni fa per capirlo, ma almeno adesso abbiamo il timbro di un’agenzia Onu. A nessuno venga in mente, comunque, di suggerire chiusure parziali. Ad esempio, di spedire gli studenti a casa per qualche periodo: l’impatto sulla diffusione del Sars-Cov-2 si è rivelato trascurabile e non si capisce quali pericoli corrano i ragazzini.
Dopodiché, è facile immaginare che il martellamento di media e «competenti» sia collegato a uno scopo obliquo: promuovere un altro round di iniezioni. Le autorità regolatorie hanno appena approvato i preparati di Pfizer aggiornati - si fa per dire - alla variante Kraken, che è stata soppiantata da Eris e Pirola. E il ministero raccomanda in primis ad anziani e fragili di porgere il braccio, benché la platea inoculabile parta dai bimbi di sei mesi. Chi è in avanti con gli anni, o soffre di qualche patologia grave, valuterà liberamente, ascoltando il proprio medico curante, se dare un’altra bottarella al sistema immunitario. In fondo, neppure l’influenza stagionale è esente da rischi, per certe categorie di pazienti. Tuttavia, i vaccini che continuano a offrirci non bloccheranno i contagi e non salveranno chi, essendo sano e relativamente giovane, è già al sicuro. Senza contare che i dati invitano alla prudenza: in Inghilterra, tra gli under 40 con quattro dosi è stata registrata un’inopinata impennata di decessi. È una buona idea seguitare il bombardamento di punture, senza aver prima fatto chiarezza sugli effetti avversi? D’altro canto, a rigor di logica, un’ipotesi esclude l’altra: o i vaccini hanno funzionato, quindi non c’è più emergenza; o c’è emergenza, quindi i vaccini non hanno funzionato.
Intanto, per fortuna, abbiamo maturato delle certezze sui protocolli di cura del Covid. L’epopea di paracetamolo e vigile attesa dovrebbe essere terminata. Abbiamo a disposizione gli antinfiammatori e siamo pieni di antivirali. Da ultimo, la squadra del professor Carmine Gazzaruso, responsabile del Centro di ricerca clinico e dell’Istituto clinico Beato Matteo di Vigevano (Gruppo San Donato), ha scoperto che una combinazione di vecchi antistaminici e farmaci antiulcera è utile a combattere i sintomi del long Covid. Lo studio, condotto in collaborazione con la Statale di Milano, l’Irccs MultiMedica di Sesto San Giovanni e il Centro medico Ticinello di Pavia, offre una promettente via d’uscita dall’ultima temuta emergenza: gli strascichi del coronavirus.
Dinanzi a un quadro del genere, che senso ha rispolverare il repertorio allarmistico? Che motivo c’è di rimettersi a parlare di mascherine, isolamento e profilassi? È giusto monitorare, è ingiustificabile spaventare. A meno che le prefiche del Covid non siano, in realtà, gli agenti di commercio di Pfizer & C. Sarebbe un altro paio di maniche. Non scienza. Semmai, pubblicità.
Pur di tornare al regimetto il professor Lockdown ammette di essere un politico
Walter Ricciardi, ex consulente del già ministro della Salute, Roberto Speranza, ha scelto l’8 settembre per annunciare la resa nei confronti del Covid. «Trattarlo come un’influenza è un delitto dal punto di vista della sanità pubblica», dichiarava ieri a Quotidiano Sanità. «Servirebbe una grande campagna vaccinale con una promozione attiva del vaccino. Se non c’è promozione attiva ci saranno coperture vaccinali scarse», sentenzia il professore. Non è l’intervento di un ex addetto ai lavori, destituito di ogni credibilità dopo la gestione della pandemia, ma un proclama politico in qualità di responsabile sanità di Azione. Dichiara che la battaglia contro il virus è persa, se non ci rassegniamo a richiami continui. Guarda caso, la sua sortita avviene poche settimane prima dell’avvio della campagna vaccinale d’autunno. Pura illusione, credere che il Covid sia diventato endemico. «Il Covid non è un’influenza», sostiene Ricciardi.
Dopo quasi quattro anni, ancora dobbiamo sopportare le lezioni di un esperto solo di giravolte. Era il febbraio 2020, quando ex l’ex presidente dell’Istituto superiore di sanità pensò bene di rassicurare sul coronavirus in quanto «meno pericoloso dell’attuale pandemia influenzale». Aggiungeva: «Va comunque preso sul serio, come tutti i virus respiratori, ma senza esagerare facendosi prendere dal panico». Criticava il blocco dei voli aerei deciso da Speranza, definendolo «inutile e sbagliato», sosteneva l’inutilità dell’indossare mascherine e del fare i tamponi agli asintomatici (su questo punto, venne tragicamente smentito dai fatti). Pochi mesi dopo, già aveva iniziato a seminare terrore: «Tutte le varianti del virus Sars-Cov-2 sono temibili e ci preoccupano».
Il professor Lockdown, che sapeva solo indicare la strada delle chiusure, del blocco delle attività, di tutti confinati a casa additando come esempio il modello cinese dello zero Covid (si rivelò fallimentare, quando il Dragone allentò le restrizioni e centinaia di milioni di cinesi si contagiarono), nel frattempo che cosa stava suggerendo per salvare il sistema sanitario nazionale che oggi vede «in punto di crisi»? L’ordinario di igiene preventiva, fautore del controllo ossessivo della popolazione, («La strada maestra sarebbe quella di tracciare la stragrande maggioranza degli italiani ed isolare quelli che sono infetti […]. Se ne potrebbe uscire in 8 giorni», fu una delle sue grottesche sparate), si limitava a sottolineare i ritardi e i finanziamenti che non c’erano stati. O i pochi interventi programmati. «Ora ci troviamo a recuperare tempo perduto, 10 anni in pochi mesi, è chiaro che non ce la facciamo», si lamentò a dicembre 2020 nel salotto di Lilly Gruber su La 7. Oggi afferma: «Di medici ce ne sono, con i dovuti incentivi il Ssn non avrebbe grandi problemi a reperirli», però tre anni fa dichiarava che c’era «bisogno di medici e infermieri specializzati, dove li troviamo se ora questi non ci sono? E perché non ci sono? Perché sono andati a lavorare in Germania».
Un’idea chiara è capace di mantenerla nel tempo, l’ex consulente di Speranza? «Noi siamo dei consiglieri scientifici. Diamo dei dati alla decisione che deve naturalmente essere esclusivamente politica. E sulla base dei nostri dati i prossimi mesi saranno terribili», scandiva a novembre 2020 ospite della trasmissione Agorà, su Rai 3.
A settembre aveva detto che il Paese «non è al sicuro, è vittima dei tagli del passato e parte da un handicap notevolissimo che deve recuperare». In occasione della presentazione del rapporto annuale sull’innovazione in campo sanitario e farmaceutico dal titolo «Riportare la sanità al centro», spiegava che «ora dobbiamo rafforzare l’ospedale in maniera stabile, sostanzialmente mettendo più risorse. E queste risorse ci sono nel Recovery fund, nel Mes e nella Sure. Sono questi i fondi internazionali a cui possiamo attingere».
Annunci privi di fondamento, promesse rimaste incompiute. Ricciardi si vantava di ricevere «richieste di informazione da tutto il mondo. Mi chiedono qual è il modello italiano. Il nostro modello è semplicemente quello di scienziati che parlano in particolare modo con il ministro della Salute, che si fa carico di andare in Consiglio dei ministri a difendere, a volte anche litigando, le ragioni della evidenza scientifica, facendo capire a tutti, innanzitutto al ministro dell’Economia, a cui va dato atto che ha sempre capito in maniera molto adeguata, che non ci può essere economia se non c’è salute».
Il professore ossessionato dalle chiusure come unica arma per contrastare la circolazione del virus, mentre hanno devastato l’economia, la salute fisica e mentale dei cittadini, oggi parla di potenziare l’assistenza territoriale. Perché non ne fece parola quando era consulente di Speranza? Interventi domiciliari avrebbero salvato molte vite, evitato il collasso degli ospedali e ridimensionato l’emergenza.
Adesso, come allora, Ricciardi vuole solo il controllo sanitario della popolazione. Spaccia per evidenza scientifica la necessità di nuove vaccinazioni, ma nessuno gli presta più attenzione e prova a giocare la carta della credibilità politica.
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Senza più Roberto Speranza, Walter Ricciardi piange i tagli alla sanità e intona la litania dei vaccini. Ma ormai è provato che le pazzie del rischio zero hanno fatto danni gravi. Nuove norme per gli ospedali: tamponi solo per i sintomatici.L'ex consulente del già ministro della Salute ricomincia a invocare le punture. E scopre ora i tagli sui quali aveva sorvolato.Lo speciale contiene due articoli.Bisogna seguire la scienza, dicono. E seguiamola. Davvero. È ripartita la tiritera sui contagi da Covid, che dovrebbe trainare un’altra tornata di vaccinazioni. E sono riemersi discorsi inquietanti su pratiche sanitarie da era Speranza, a cominciare dall’uso delle mascherine. Perciò è il caso di ricordare, a chi, come il fisico Roberto Battiston, sostiene che l’autunno «deve preoccuparci», cosa attestano le evidenze sui provvedimenti adottati durante la pandemia. Così vedremo chi sono quelli che danno retta alla scienza e quelli che la usano come foglia di fico della propaganda politica.Partiamo proprio dalle coperture per le vie respiratorie, simbolo della «nuova normalità» durante la stagione del virus. Già nel 2019, l’Oms aveva pubblicato un dettagliato manuale dedicato alle misure non farmaceutiche per contrastare le epidemie influenzali. A pagina 26 del documento, si leggono le seguenti conclusioni: «Non c’è alcuna prova che le mascherine siano efficaci nel ridurre la trasmissione» dei patogeni. Non basta? L’anno seguente, è stata Policy Review a mettere sotto esame i bavagli. Ecco con quale formula tirava le fila il mensile dei Centers for disease control and prevention americani (Cdc): «Sebbene studi meccanicistici supportino l’effetto potenziale dell’igiene delle mani o delle mascherine, le prove raccolte da 14 trial randomizzati controllati su tali misure non hanno avvalorato un effetto significativo sulla trasmissione dell’influenza». E non è finita.Citiamo la maxi revisione diffusa lo scorso gennaio da Cochrane, l’associazione internazionale che monitora sicurezza ed efficacia degli interventi sanitari. Il paper rispondeva a una domanda precisa: «Misure fisiche come il lavaggio delle mani o l’uso delle mascherine fermano o rallentano la diffusione dei virus respiratori?». Risposta, basata sull’analisi di 78 ricerche: «Rispetto al non indossare mascherine […], indossarle potrebbe fare poca o nessuna differenza quanto al numero di persone che hanno contratto una sindrome simil-influenzale o tipo Covid». Quanto al raffronto tra chirurghe e Ffp2, sia nel contesto ospedaliero sia in quello comunitario, il tessuto in teoria più filtrante non ha mostrato risultati superiori. Badate bene: questo non significa che, di per sé, le mascherine non abbiano la capacità meccanica di schermare dai virus. Il punto è che andrebbero utilizzate seguendo una serie di scrupoli e precauzioni che, nella vita di tutti i giorni, sono semplicemente improponibili: andrebbero sostituite ogni tre-quattro ore, non andrebbero infilate in tasca o legate al gomito, non andrebbero rimesse per troppi giorni di fila, dovrebbero coprire correttamente tanto il naso quanto la bocca… In parole povere: testate sul campo, sui grandi numeri, il loro impatto è per lo meno dubbio, quando inesistente. Arrivati a settembre 2023, dovrebbe essere superfluo spiegare che i lockdown sono inservibili e dannosi. Persino l’Oms, non volendo, s’è lasciata scappare la verità e ha ammesso che, se la gente resta in casa, le infezioni aumenteranno. Sarebbe bastato un medico condotto di quarant’anni fa per capirlo, ma almeno adesso abbiamo il timbro di un’agenzia Onu. A nessuno venga in mente, comunque, di suggerire chiusure parziali. Ad esempio, di spedire gli studenti a casa per qualche periodo: l’impatto sulla diffusione del Sars-Cov-2 si è rivelato trascurabile e non si capisce quali pericoli corrano i ragazzini. Dopodiché, è facile immaginare che il martellamento di media e «competenti» sia collegato a uno scopo obliquo: promuovere un altro round di iniezioni. Le autorità regolatorie hanno appena approvato i preparati di Pfizer aggiornati - si fa per dire - alla variante Kraken, che è stata soppiantata da Eris e Pirola. E il ministero raccomanda in primis ad anziani e fragili di porgere il braccio, benché la platea inoculabile parta dai bimbi di sei mesi. Chi è in avanti con gli anni, o soffre di qualche patologia grave, valuterà liberamente, ascoltando il proprio medico curante, se dare un’altra bottarella al sistema immunitario. In fondo, neppure l’influenza stagionale è esente da rischi, per certe categorie di pazienti. Tuttavia, i vaccini che continuano a offrirci non bloccheranno i contagi e non salveranno chi, essendo sano e relativamente giovane, è già al sicuro. Senza contare che i dati invitano alla prudenza: in Inghilterra, tra gli under 40 con quattro dosi è stata registrata un’inopinata impennata di decessi. È una buona idea seguitare il bombardamento di punture, senza aver prima fatto chiarezza sugli effetti avversi? D’altro canto, a rigor di logica, un’ipotesi esclude l’altra: o i vaccini hanno funzionato, quindi non c’è più emergenza; o c’è emergenza, quindi i vaccini non hanno funzionato.Intanto, per fortuna, abbiamo maturato delle certezze sui protocolli di cura del Covid. L’epopea di paracetamolo e vigile attesa dovrebbe essere terminata. Abbiamo a disposizione gli antinfiammatori e siamo pieni di antivirali. Da ultimo, la squadra del professor Carmine Gazzaruso, responsabile del Centro di ricerca clinico e dell’Istituto clinico Beato Matteo di Vigevano (Gruppo San Donato), ha scoperto che una combinazione di vecchi antistaminici e farmaci antiulcera è utile a combattere i sintomi del long Covid. Lo studio, condotto in collaborazione con la Statale di Milano, l’Irccs MultiMedica di Sesto San Giovanni e il Centro medico Ticinello di Pavia, offre una promettente via d’uscita dall’ultima temuta emergenza: gli strascichi del coronavirus.Dinanzi a un quadro del genere, che senso ha rispolverare il repertorio allarmistico? Che motivo c’è di rimettersi a parlare di mascherine, isolamento e profilassi? È giusto monitorare, è ingiustificabile spaventare. A meno che le prefiche del Covid non siano, in realtà, gli agenti di commercio di Pfizer & C. Sarebbe un altro paio di maniche. Non scienza. Semmai, pubblicità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rivogliono-diktat-che-scienza-bocciato-2665114079.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pur-di-tornare-al-regimetto-il-professor-lockdown-ammette-di-essere-un-politico" data-post-id="2665114079" data-published-at="1694229596" data-use-pagination="False"> Pur di tornare al regimetto il professor Lockdown ammette di essere un politico Walter Ricciardi, ex consulente del già ministro della Salute, Roberto Speranza, ha scelto l’8 settembre per annunciare la resa nei confronti del Covid. «Trattarlo come un’influenza è un delitto dal punto di vista della sanità pubblica», dichiarava ieri a Quotidiano Sanità. «Servirebbe una grande campagna vaccinale con una promozione attiva del vaccino. Se non c’è promozione attiva ci saranno coperture vaccinali scarse», sentenzia il professore. Non è l’intervento di un ex addetto ai lavori, destituito di ogni credibilità dopo la gestione della pandemia, ma un proclama politico in qualità di responsabile sanità di Azione. Dichiara che la battaglia contro il virus è persa, se non ci rassegniamo a richiami continui. Guarda caso, la sua sortita avviene poche settimane prima dell’avvio della campagna vaccinale d’autunno. Pura illusione, credere che il Covid sia diventato endemico. «Il Covid non è un’influenza», sostiene Ricciardi. Dopo quasi quattro anni, ancora dobbiamo sopportare le lezioni di un esperto solo di giravolte. Era il febbraio 2020, quando ex l’ex presidente dell’Istituto superiore di sanità pensò bene di rassicurare sul coronavirus in quanto «meno pericoloso dell’attuale pandemia influenzale». Aggiungeva: «Va comunque preso sul serio, come tutti i virus respiratori, ma senza esagerare facendosi prendere dal panico». Criticava il blocco dei voli aerei deciso da Speranza, definendolo «inutile e sbagliato», sosteneva l’inutilità dell’indossare mascherine e del fare i tamponi agli asintomatici (su questo punto, venne tragicamente smentito dai fatti). Pochi mesi dopo, già aveva iniziato a seminare terrore: «Tutte le varianti del virus Sars-Cov-2 sono temibili e ci preoccupano». Il professor Lockdown, che sapeva solo indicare la strada delle chiusure, del blocco delle attività, di tutti confinati a casa additando come esempio il modello cinese dello zero Covid (si rivelò fallimentare, quando il Dragone allentò le restrizioni e centinaia di milioni di cinesi si contagiarono), nel frattempo che cosa stava suggerendo per salvare il sistema sanitario nazionale che oggi vede «in punto di crisi»? L’ordinario di igiene preventiva, fautore del controllo ossessivo della popolazione, («La strada maestra sarebbe quella di tracciare la stragrande maggioranza degli italiani ed isolare quelli che sono infetti […]. Se ne potrebbe uscire in 8 giorni», fu una delle sue grottesche sparate), si limitava a sottolineare i ritardi e i finanziamenti che non c’erano stati. O i pochi interventi programmati. «Ora ci troviamo a recuperare tempo perduto, 10 anni in pochi mesi, è chiaro che non ce la facciamo», si lamentò a dicembre 2020 nel salotto di Lilly Gruber su La 7. Oggi afferma: «Di medici ce ne sono, con i dovuti incentivi il Ssn non avrebbe grandi problemi a reperirli», però tre anni fa dichiarava che c’era «bisogno di medici e infermieri specializzati, dove li troviamo se ora questi non ci sono? E perché non ci sono? Perché sono andati a lavorare in Germania». Un’idea chiara è capace di mantenerla nel tempo, l’ex consulente di Speranza? «Noi siamo dei consiglieri scientifici. Diamo dei dati alla decisione che deve naturalmente essere esclusivamente politica. E sulla base dei nostri dati i prossimi mesi saranno terribili», scandiva a novembre 2020 ospite della trasmissione Agorà, su Rai 3. A settembre aveva detto che il Paese «non è al sicuro, è vittima dei tagli del passato e parte da un handicap notevolissimo che deve recuperare». In occasione della presentazione del rapporto annuale sull’innovazione in campo sanitario e farmaceutico dal titolo «Riportare la sanità al centro», spiegava che «ora dobbiamo rafforzare l’ospedale in maniera stabile, sostanzialmente mettendo più risorse. E queste risorse ci sono nel Recovery fund, nel Mes e nella Sure. Sono questi i fondi internazionali a cui possiamo attingere». Annunci privi di fondamento, promesse rimaste incompiute. Ricciardi si vantava di ricevere «richieste di informazione da tutto il mondo. Mi chiedono qual è il modello italiano. Il nostro modello è semplicemente quello di scienziati che parlano in particolare modo con il ministro della Salute, che si fa carico di andare in Consiglio dei ministri a difendere, a volte anche litigando, le ragioni della evidenza scientifica, facendo capire a tutti, innanzitutto al ministro dell’Economia, a cui va dato atto che ha sempre capito in maniera molto adeguata, che non ci può essere economia se non c’è salute». Il professore ossessionato dalle chiusure come unica arma per contrastare la circolazione del virus, mentre hanno devastato l’economia, la salute fisica e mentale dei cittadini, oggi parla di potenziare l’assistenza territoriale. Perché non ne fece parola quando era consulente di Speranza? Interventi domiciliari avrebbero salvato molte vite, evitato il collasso degli ospedali e ridimensionato l’emergenza. Adesso, come allora, Ricciardi vuole solo il controllo sanitario della popolazione. Spaccia per evidenza scientifica la necessità di nuove vaccinazioni, ma nessuno gli presta più attenzione e prova a giocare la carta della credibilità politica.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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