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2019-05-18
Rissa continua Lega-M5s. La Trenta sfregia il 2 giugno: «È la festa dell’inclusione»
Ansa
«Siamo di fronte a una competizione elettorale che ha assunto, lo riconosco anch'io, dei toni molto vivaci. Il 27 maggio vedrete un clima assolutamente diverso».
Le parole del premier Giuseppe Conte sembrano più una speranza che una previsione, tanto più che se il governo dovesse cadere, chi finirebbe per tornarsene a casa sarebbe lui, che non è neanche parlamentare. Non ci resta quindi che aspettare cosa accadrà il 27 maggio, ma anche e soprattutto dopo il 30, quando arriverà la sentenza del processo per la cosiddetta «rimborsopoli» in Liguria, che vede il viceministro leghista ai Trasporti, Edoardo Rixi, accusato di peculato. Se venisse condannato, ha anticipato il premier Giuseppe Conte, anche a lui verrebbe applicato il «metodo Siri», quindi sarebbe cacciato dal governo. Posizione ribadita ieri da Luigi Di Maio e da tutto il M5s: «Se pensano che dopo le elezioni cambierà qualcosa», hanno fatto sapere ieri fonti grilline di governo, «e che con la minaccia di far cadere il governo il M5s accetterà di tenersi un condannato nell'esecutivo, continuano a non capire il valore dell'anticorruzione per il Movimento».
Ieri lo scontro tra i due alleati ha riguardato i provvedimenti da approvare nel Consiglio dei ministri che si avvicina - previsto per lunedì prossimo - anche se ieri Conte ha spiegato che la data della riunione di governo non è stata ancora fissata. «Mi arrabbierei molto», ha detto Salvini, «se il Consiglio dei ministri lunedì non approvasse per calcolo elettorale di Di Maio o di qualcun altro il decreto Sicurezza bis. Mi auguro che nessuno del M5s faccia il furbo. Leggo che sarebbe un favore a Salvini approvare il decreto prima del 26 maggio», ha aggiunto il leader della Lega, «ma la lotta alla camorra può aspettare le elezioni? Mi preoccupano tutta una serie di no del M5s dell'ultimo periodo a provvedimenti che sono nel contratto di governo: il no all'autonomia, il no alla flat tax, il no al decreto Sicurezza bis, il no ad alcuni grandi cantieri che sono già pronti, senza parlare della Tav, non fanno bene all'Italia. Di Maio non vuole aumentare il debito? Ha cambiato idea rispetto a qualche tempo fa. Per me viene prima il diritto al lavoro degli italiani, alla vita, all'impresa. Spero che il M5s sia condizionato dalla campagna elettorale», ha aggiunto Salvini, «e che si torni a dei sì da lunedì 27 maggio, altrimenti sarebbe un problema».
Il M5s invece ieri ha azzannato la Lega sul fronte dei provvedimenti per le famiglie: «Lo staff del ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana», hanno fatto sapere fonti grilline, «nel corso del pre consiglio sta sabotando il decreto Famiglia portato da Luigi Di Maio e concordato con il Forum delle Famiglie. Siamo sconcertati. La Lega pur di racimolare qualche consenso e fare titolo colpisce tutte le famiglie italiane». «Nel governo possiamo dividerci su tutto», ha attaccato Di Maio, «ma non sull'aiuto alle famiglie, sul sostegno alla crescita demografica. Allora sul decreto Famiglia si gioca la tenuta del governo: se si vuole rompere anche su questo, si stanno cercando pretesti. Per me il governo deve andare avanti ma solo se si fanno cose per gli italiani. Che senso ha un governo che non fa velocemente un decreto per dare 1 miliardo di euro di sostegno alle famiglie? Un conto è contribuire ad un decreto, un conto è rallentare per non farlo arrivare in Cdm. Io vedo ostruzionismo, non costruzionismo. Una cosa è aiutare», ha aggiunto il capo politico del M5s, «un'altra è rallentarne l'iter. Spero non ci siano rotture, ma se mi si impedisce perfino di fare un decreto per la famiglia, allora vuol dire che si vuole andare sempre e comunque contro il M5s e contro quello che fa. Non ho ancora nulla di scritto sulla flat tax dopo 11 mesi. È inutile dire che il M5s non la vuole», ha proseguito Di Maio, «se non c'è ancora nulla di scritto, nessuna copertura. Come si può accusare il M5s per questo? Sono stati 12 mesi di lavoro intenso, ma se ogni occasione deve essere un pretesto per creare tensione, allora io sono preoccupato. Io discuto quando qualcuno dice che bisogna superare il 135-140% del rapporto debito-Pil, perché così si manda il sistema fuori controllo e il problema poi è il futuro dei nostri figli».
Non poteva mancare la staffiliata anti Salvini del ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, il cui nome è in cima alla lista dei «precari di governo»: il tema della festa della Repubblica del 2 giugno (quando le Forze armate sfileranno, come di consueto, per via dei Fori Imperiali a Roma), hanno fatto sapere all'Adnkronos fonti della Difesa, sarà «l'inclusione, per evidenziare la volontà di non lasciare indietro nessuno, di combattere contro le emarginazioni sociali».
Fin qui le dichiarazioni ufficiali, che fotografano uno stato della maggioranza che definire traballante è un eufemismo. Eppure c'è chi - a microfoni spenti - consegna una lettura diversa di quanto sta accadendo: «Da un mese e mezzo», confida alla Verità un esponente di governo pentastellato, «abbiamo iniziato a martellare la Lega per riequilibrare i consensi tra noi e loro e per togliere ogni spazio alle opposizioni. Con questo braccio di ferro tra Di Maio e Salvini, gli altri partiti sono completamente spariti dal dibattito elettorale. La sera del 26 maggio i consensi di M5s e Lega, sommati, saranno molto superiori al 50%, e il governo riprenderà la sua navigazione molto più serenamente».
Salvini in piazza con Wilders e Le Pen
Centomila in piazza, 11 rappresentanti dei partiti europei alleati della Lega sul palco insieme al leader Matteo Salvini. Con lo slogan «Prima l'Italia. Il buonsenso in Europa-Towards a Common Sense Europe», e con una coreografia tricolore, in piazza Duomo a Milano, oggi pomeriggio ci sarà «l'internazionale sovranista» che vuole cambiare l'Europa. «Voglio una piazza che faccia capire a Bruxelles che la pacchia è finita», ha già detto Salvini. Con lui, a ribadire che il voto del 26 sarà un «referendum tra l'Europa delle èlite, dei poteri forti e delle banche, e l'Europa dei popoli» ci saranno Marine Le Pen leader del francese Rassemblement national, che parlerà dal palco prima del ministro dell'Interno, e Geert Wilders, deputato olandese e leader del Pvv, il Partito per la libertà, i più vicini al progetto sovranista leghista. In prima fila ci saranno anche il tedesco Jorge Meuthen, europarlamentare ed esponente di Alternative für Deutschland; Harald Vilimski, europarlamentare ed esponente del Fpo, il Partito austriaco della libertà; Veselin Mareshki, leader del partito bulgaro Volya; Boris Kollar, leader di Sme Rodina (Slovacchia); Tomio Okamura (Repubblica ceca), leader di Spd; Jaak Madison (Estonia), vicepresidente del partito Ekre; il belga Gerolf Annemans di Vlaams belang; il danese Andres Vistisen del Dansk folkeparti; Laura Huhtasaari (Finlandia) del Finns party. Assenti i polacchi di Diritto e giustizia (Pis), guidati da Aleksander Kaczynski e gli ungheresi di Viktor Orban, leader di Fidesz e premier magiaro, incontrato da Salvini pochi giorni fa a Budapest.
Sono attesi pullman provenienti da tutte le regioni, oltre a voli con i leghisti del Sud, da Sicilia e Sardegna. Massima allerta delle forze dell'ordine, impegnate a garantire la sicurezza in città dopo l'annuncio di due manifestazioni di segno opposto. Matteo Salvini sarà accolto, come già annunciato sui social network, da una protesta di lenzuoli che verranno appesi alle finestre dai milanesi critici con la Lega, anche se la Digos è già intervenuta nei giorni scorsi per rimuoverli da alcuni balconi.
«Per un'Italia e un'Europa pienamente antifasciste» è il titolo dell'incontro aperto a tutta la cittadinanza - promosso dall'Anpi - organizzato a Palazzo Marino: «In questa delicata fase» ha detto il presidente provinciale, Roberto Cenati, «chiamiamo i milanesi ad un incontro per riflettere sul preoccupante ripresentarsi dei nazionalismi». «Per contrastare questa ondata reazionaria» le femministe di Non una di meno sfileranno insieme all'organizzazione Milano Antifascista antirazzista meticcia e solidale, dando vita al «Gran Galà del futuro» perché «indietro non si torna» e per rispondere «al nero dell'odio suprematista».
Bomba di «Limes» sugli antipopulisti: «Basta europeismo di maniera»
C'è un «europeisticamente corretto, al quale ci siamo abbeverati per tre generazioni. Le cui esauste formule, recitate ad nauseam dai custodi di tanta fede, indifferenti ai mobili dati di realtà perché deputate a rimuoverli dalla coscienza pubblica, hanno contribuito a eccitare la controretorica eurofoba. Ovvero “populista". Marchio con cui le élite bollano le opinioni che non condividono quando tendono a diffondersi».
La frase non è contenuta nel libro che da oggi trovate in allegato alla Verità a 9 euro più il prezzo del quotidiano, ma potrebbe. È invece pubblicata nell'editoriale che apre Limes, serissima rivista di geopolitica del gruppo Gedi diretta da Lucio Caracciolo. Non è la prima volta che su Limes, che vanta un comitato scientifico di altissimo livello e vasta pluralità (da Aldo Bonomi a Giulio Tremonti, da Ernesto Galli della Loggia a Enrico Letta, da Geminello Alvi ad Andrea Riccardi) esprime posizioni realiste e critiche sull'Unione europea. Stavolta, con il quarto numero del 2019, la rivista fa però un passo in più, prendendo le distanze in modo marcato dalla retorica europeista che sta accompagnando praticamente tutte le altre testate del gruppo (e, per la verità, quasi tutte le grandi testate italiane, con rare eccezioni). «Per tale europeismo manierato», si legge nell'editoriale del numero intitolato Antieuropa, L'impero europeo dell'America, «l'Europa è sinonimo di Unione Europea. Spazio identificato con un'organizzazione formata dai suoi Stati membri a protezione dei rispettivi interessi nazionali. Nel caso italiano, dell'incapacità di definirli. Grazie a tale geografismo, un continente assurge a giocatore geopolitico globale. Peccato che nel mondo nessuno lo riconosca per tale».
Ancora: «L'Europa non è, non è mai stata e non sarà nel tempo visibile soggetto geopolitico. Nessuno degli Stati che ne ritagliano i territori può federarla. L'impero europeo dell'Europa è impossibile. Siamo un campo di competizione destrutturato, facilmente penetrabile».
Tutto il numero è dedicato agli interessi sull'Europa da parte di Stati Uniti, Russia e Cina, e non è ovviamente qui sintetizzabile vista la portata dei problemi. A colpire, però, è la differenza di approccio e di tono rispetto, per esempio, a Repubblica e L'Espresso, che in questa campagna per le europee non hanno deviato di un millimetro dalla stessa retorica degli Stati uniti d'Europa che Limes sembra criticamente prendere di mira. Un esempio? Il settimanale oggi diretto da Marco Damilano presenta così il prossimo numero, con bandiera blu stellata in copertina e titolo «Nostra Patria Europa»: «L'Europa da ricostruire: per guardare il futuro, nel servizio di copertina torna alle radici dell'utopia di un continente senza confini. Sfiancata dagli errori delle classi dirigenti e da una crisi che dura ormai da anni e posta davanti a un bivio alle prossime elezioni del 26 maggio: rinascere o sparire». Ovviamente mira puntata su «Salvini e sui suoi facili slogan che non funzionano più: inceppati, come la famosa ruspa». Mentre «Federica Bianchi racconta i candidati più interessanti: giovani, ambientalisti, e soprattutto donne. Come Ada Colau, la sindaca di Barcellona».
Il quotidiano diretto da Carlo Verdelli non è da meno: l'idea che occorra salvare l'Europa dagli assalti dei populisti e dai pericoli di un nazionalismo risorgente praticamente permea ogni pagina. Ieri, per dire, a pagina 3 campeggiava un'intervista ad Annegret Kramp-Karrenbauer, erede di Angela Merkel alla guida della Cdu, in cui la leader del centrodestra tedesco spiegava di essere «preoccupata dall'antieuropeismo» crescente in Italia, a causa di una «situazione difficile» venutasi a creare con «l'insolita alleanza di governo tra populisti di destra e di sinistra».
Per carità, si può benissimo felicitarsi di un editore plurale che ospita sotto il suo largo cappello testate con sensibilità e cervelli diversi. Però, dal momento che Caracciolo è editorialista anche di Repubblica e che una certa coerenza ideologica è sempre stata tratto caratteristico dell'ex gruppo Espresso, una domanda diventa praticamente inevitabile: gli ultraeuropeisti ci credono davvero o su Limes ci si può permettere di dire le cose come stanno? Comunque, buona lettura.
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Il Carroccio avvisa l'alleato: «Nel prossimo Cdm deve passare il decreto Sicurezza bis». La Difesa altera politicamente la ricorrenza della Repubblica.Matteo Salvini in piazza con Geert Wilders e Marine Le Pen. Il leader leghista raduna all'ombra del Duomo di Milano i grandi sovranisti europei. Attese 100.000 persone, polizia in allerta per il rischio di contestazioni e scontri .Bomba di Limes sugli antipopulisti: «Basta europeismo di maniera». Dall'interno del gruppo Gedi, il mensile fa a pezzi la retorica pro Bruxelles: «Formule esauste indifferenti alla realtà». Una posizione ben diversa dalla solfa di Repubblica ed Espresso.Lo speciale comprende tre articoli. «Siamo di fronte a una competizione elettorale che ha assunto, lo riconosco anch'io, dei toni molto vivaci. Il 27 maggio vedrete un clima assolutamente diverso». Le parole del premier Giuseppe Conte sembrano più una speranza che una previsione, tanto più che se il governo dovesse cadere, chi finirebbe per tornarsene a casa sarebbe lui, che non è neanche parlamentare. Non ci resta quindi che aspettare cosa accadrà il 27 maggio, ma anche e soprattutto dopo il 30, quando arriverà la sentenza del processo per la cosiddetta «rimborsopoli» in Liguria, che vede il viceministro leghista ai Trasporti, Edoardo Rixi, accusato di peculato. Se venisse condannato, ha anticipato il premier Giuseppe Conte, anche a lui verrebbe applicato il «metodo Siri», quindi sarebbe cacciato dal governo. Posizione ribadita ieri da Luigi Di Maio e da tutto il M5s: «Se pensano che dopo le elezioni cambierà qualcosa», hanno fatto sapere ieri fonti grilline di governo, «e che con la minaccia di far cadere il governo il M5s accetterà di tenersi un condannato nell'esecutivo, continuano a non capire il valore dell'anticorruzione per il Movimento». Ieri lo scontro tra i due alleati ha riguardato i provvedimenti da approvare nel Consiglio dei ministri che si avvicina - previsto per lunedì prossimo - anche se ieri Conte ha spiegato che la data della riunione di governo non è stata ancora fissata. «Mi arrabbierei molto», ha detto Salvini, «se il Consiglio dei ministri lunedì non approvasse per calcolo elettorale di Di Maio o di qualcun altro il decreto Sicurezza bis. Mi auguro che nessuno del M5s faccia il furbo. Leggo che sarebbe un favore a Salvini approvare il decreto prima del 26 maggio», ha aggiunto il leader della Lega, «ma la lotta alla camorra può aspettare le elezioni? Mi preoccupano tutta una serie di no del M5s dell'ultimo periodo a provvedimenti che sono nel contratto di governo: il no all'autonomia, il no alla flat tax, il no al decreto Sicurezza bis, il no ad alcuni grandi cantieri che sono già pronti, senza parlare della Tav, non fanno bene all'Italia. Di Maio non vuole aumentare il debito? Ha cambiato idea rispetto a qualche tempo fa. Per me viene prima il diritto al lavoro degli italiani, alla vita, all'impresa. Spero che il M5s sia condizionato dalla campagna elettorale», ha aggiunto Salvini, «e che si torni a dei sì da lunedì 27 maggio, altrimenti sarebbe un problema». Il M5s invece ieri ha azzannato la Lega sul fronte dei provvedimenti per le famiglie: «Lo staff del ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana», hanno fatto sapere fonti grilline, «nel corso del pre consiglio sta sabotando il decreto Famiglia portato da Luigi Di Maio e concordato con il Forum delle Famiglie. Siamo sconcertati. La Lega pur di racimolare qualche consenso e fare titolo colpisce tutte le famiglie italiane». «Nel governo possiamo dividerci su tutto», ha attaccato Di Maio, «ma non sull'aiuto alle famiglie, sul sostegno alla crescita demografica. Allora sul decreto Famiglia si gioca la tenuta del governo: se si vuole rompere anche su questo, si stanno cercando pretesti. Per me il governo deve andare avanti ma solo se si fanno cose per gli italiani. Che senso ha un governo che non fa velocemente un decreto per dare 1 miliardo di euro di sostegno alle famiglie? Un conto è contribuire ad un decreto, un conto è rallentare per non farlo arrivare in Cdm. Io vedo ostruzionismo, non costruzionismo. Una cosa è aiutare», ha aggiunto il capo politico del M5s, «un'altra è rallentarne l'iter. Spero non ci siano rotture, ma se mi si impedisce perfino di fare un decreto per la famiglia, allora vuol dire che si vuole andare sempre e comunque contro il M5s e contro quello che fa. Non ho ancora nulla di scritto sulla flat tax dopo 11 mesi. È inutile dire che il M5s non la vuole», ha proseguito Di Maio, «se non c'è ancora nulla di scritto, nessuna copertura. Come si può accusare il M5s per questo? Sono stati 12 mesi di lavoro intenso, ma se ogni occasione deve essere un pretesto per creare tensione, allora io sono preoccupato. Io discuto quando qualcuno dice che bisogna superare il 135-140% del rapporto debito-Pil, perché così si manda il sistema fuori controllo e il problema poi è il futuro dei nostri figli».Non poteva mancare la staffiliata anti Salvini del ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, il cui nome è in cima alla lista dei «precari di governo»: il tema della festa della Repubblica del 2 giugno (quando le Forze armate sfileranno, come di consueto, per via dei Fori Imperiali a Roma), hanno fatto sapere all'Adnkronos fonti della Difesa, sarà «l'inclusione, per evidenziare la volontà di non lasciare indietro nessuno, di combattere contro le emarginazioni sociali». Fin qui le dichiarazioni ufficiali, che fotografano uno stato della maggioranza che definire traballante è un eufemismo. Eppure c'è chi - a microfoni spenti - consegna una lettura diversa di quanto sta accadendo: «Da un mese e mezzo», confida alla Verità un esponente di governo pentastellato, «abbiamo iniziato a martellare la Lega per riequilibrare i consensi tra noi e loro e per togliere ogni spazio alle opposizioni. Con questo braccio di ferro tra Di Maio e Salvini, gli altri partiti sono completamente spariti dal dibattito elettorale. La sera del 26 maggio i consensi di M5s e Lega, sommati, saranno molto superiori al 50%, e il governo riprenderà la sua navigazione molto più serenamente».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rissa-continua-lega-m5s-la-trenta-sfregia-il-2-giugno-e-la-festa-dellinclusione-2637417034.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="salvini-in-piazza-con-wilders-e-le-pen" data-post-id="2637417034" data-published-at="1772538060" data-use-pagination="False"> Salvini in piazza con Wilders e Le Pen Centomila in piazza, 11 rappresentanti dei partiti europei alleati della Lega sul palco insieme al leader Matteo Salvini. Con lo slogan «Prima l'Italia. 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In prima fila ci saranno anche il tedesco Jorge Meuthen, europarlamentare ed esponente di Alternative für Deutschland; Harald Vilimski, europarlamentare ed esponente del Fpo, il Partito austriaco della libertà; Veselin Mareshki, leader del partito bulgaro Volya; Boris Kollar, leader di Sme Rodina (Slovacchia); Tomio Okamura (Repubblica ceca), leader di Spd; Jaak Madison (Estonia), vicepresidente del partito Ekre; il belga Gerolf Annemans di Vlaams belang; il danese Andres Vistisen del Dansk folkeparti; Laura Huhtasaari (Finlandia) del Finns party. Assenti i polacchi di Diritto e giustizia (Pis), guidati da Aleksander Kaczynski e gli ungheresi di Viktor Orban, leader di Fidesz e premier magiaro, incontrato da Salvini pochi giorni fa a Budapest. Sono attesi pullman provenienti da tutte le regioni, oltre a voli con i leghisti del Sud, da Sicilia e Sardegna. Massima allerta delle forze dell'ordine, impegnate a garantire la sicurezza in città dopo l'annuncio di due manifestazioni di segno opposto. Matteo Salvini sarà accolto, come già annunciato sui social network, da una protesta di lenzuoli che verranno appesi alle finestre dai milanesi critici con la Lega, anche se la Digos è già intervenuta nei giorni scorsi per rimuoverli da alcuni balconi. «Per un'Italia e un'Europa pienamente antifasciste» è il titolo dell'incontro aperto a tutta la cittadinanza - promosso dall'Anpi - organizzato a Palazzo Marino: «In questa delicata fase» ha detto il presidente provinciale, Roberto Cenati, «chiamiamo i milanesi ad un incontro per riflettere sul preoccupante ripresentarsi dei nazionalismi». «Per contrastare questa ondata reazionaria» le femministe di Non una di meno sfileranno insieme all'organizzazione Milano Antifascista antirazzista meticcia e solidale, dando vita al «Gran Galà del futuro» perché «indietro non si torna» e per rispondere «al nero dell'odio suprematista». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rissa-continua-lega-m5s-la-trenta-sfregia-il-2-giugno-e-la-festa-dellinclusione-2637417034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bomba-di-limes-sugli-antipopulisti-basta-europeismo-di-maniera" data-post-id="2637417034" data-published-at="1772538060" data-use-pagination="False"> Bomba di «Limes» sugli antipopulisti: «Basta europeismo di maniera» C'è un «europeisticamente corretto, al quale ci siamo abbeverati per tre generazioni. Le cui esauste formule, recitate ad nauseam dai custodi di tanta fede, indifferenti ai mobili dati di realtà perché deputate a rimuoverli dalla coscienza pubblica, hanno contribuito a eccitare la controretorica eurofoba. Ovvero “populista". Marchio con cui le élite bollano le opinioni che non condividono quando tendono a diffondersi». La frase non è contenuta nel libro che da oggi trovate in allegato alla Verità a 9 euro più il prezzo del quotidiano, ma potrebbe. È invece pubblicata nell'editoriale che apre Limes, serissima rivista di geopolitica del gruppo Gedi diretta da Lucio Caracciolo. Non è la prima volta che su Limes, che vanta un comitato scientifico di altissimo livello e vasta pluralità (da Aldo Bonomi a Giulio Tremonti, da Ernesto Galli della Loggia a Enrico Letta, da Geminello Alvi ad Andrea Riccardi) esprime posizioni realiste e critiche sull'Unione europea. Stavolta, con il quarto numero del 2019, la rivista fa però un passo in più, prendendo le distanze in modo marcato dalla retorica europeista che sta accompagnando praticamente tutte le altre testate del gruppo (e, per la verità, quasi tutte le grandi testate italiane, con rare eccezioni). «Per tale europeismo manierato», si legge nell'editoriale del numero intitolato Antieuropa, L'impero europeo dell'America, «l'Europa è sinonimo di Unione Europea. Spazio identificato con un'organizzazione formata dai suoi Stati membri a protezione dei rispettivi interessi nazionali. Nel caso italiano, dell'incapacità di definirli. Grazie a tale geografismo, un continente assurge a giocatore geopolitico globale. Peccato che nel mondo nessuno lo riconosca per tale». Ancora: «L'Europa non è, non è mai stata e non sarà nel tempo visibile soggetto geopolitico. Nessuno degli Stati che ne ritagliano i territori può federarla. L'impero europeo dell'Europa è impossibile. Siamo un campo di competizione destrutturato, facilmente penetrabile». Tutto il numero è dedicato agli interessi sull'Europa da parte di Stati Uniti, Russia e Cina, e non è ovviamente qui sintetizzabile vista la portata dei problemi. A colpire, però, è la differenza di approccio e di tono rispetto, per esempio, a Repubblica e L'Espresso, che in questa campagna per le europee non hanno deviato di un millimetro dalla stessa retorica degli Stati uniti d'Europa che Limes sembra criticamente prendere di mira. Un esempio? Il settimanale oggi diretto da Marco Damilano presenta così il prossimo numero, con bandiera blu stellata in copertina e titolo «Nostra Patria Europa»: «L'Europa da ricostruire: per guardare il futuro, nel servizio di copertina torna alle radici dell'utopia di un continente senza confini. Sfiancata dagli errori delle classi dirigenti e da una crisi che dura ormai da anni e posta davanti a un bivio alle prossime elezioni del 26 maggio: rinascere o sparire». Ovviamente mira puntata su «Salvini e sui suoi facili slogan che non funzionano più: inceppati, come la famosa ruspa». Mentre «Federica Bianchi racconta i candidati più interessanti: giovani, ambientalisti, e soprattutto donne. Come Ada Colau, la sindaca di Barcellona». Il quotidiano diretto da Carlo Verdelli non è da meno: l'idea che occorra salvare l'Europa dagli assalti dei populisti e dai pericoli di un nazionalismo risorgente praticamente permea ogni pagina. Ieri, per dire, a pagina 3 campeggiava un'intervista ad Annegret Kramp-Karrenbauer, erede di Angela Merkel alla guida della Cdu, in cui la leader del centrodestra tedesco spiegava di essere «preoccupata dall'antieuropeismo» crescente in Italia, a causa di una «situazione difficile» venutasi a creare con «l'insolita alleanza di governo tra populisti di destra e di sinistra». Per carità, si può benissimo felicitarsi di un editore plurale che ospita sotto il suo largo cappello testate con sensibilità e cervelli diversi. Però, dal momento che Caracciolo è editorialista anche di Repubblica e che una certa coerenza ideologica è sempre stata tratto caratteristico dell'ex gruppo Espresso, una domanda diventa praticamente inevitabile: gli ultraeuropeisti ci credono davvero o su Limes ci si può permettere di dire le cose come stanno? Comunque, buona lettura.
Giorgia Meloni (Ansa)
«La nuova crisi mediorientale mi preoccupa, mi preoccupa il contesto generale, sarebbe stupido ritenere che quello che accade anche lontano dai nostri confini non ci coinvolga». Giorgia Meloni commenta al Tg5 le possibili conseguenze della guerra all’Iran sul nostro Paese. «L’Italia si era molto spesa perché si arrivasse a un accordo serio sul nucleare iraniano», precisa il premier. «Particolarmente in un momento nel quale vacilla il diritto internazionale, non possiamo permetterci che l’attuale regime iraniano abbia missili a lungo raggio con testate atomiche. Quell’accordo è fallito e Stati Uniti e Israele hanno deciso di attaccare senza il coinvolgimento dei partner europei. Attualmente il governo è impegnato a dare assistenza alle migliaia di italiani che sono rimasti bloccati nei paesi del Golfo. Siamo in contatto con quei Paesi, siamo in contatto con i nostri partner europei. L’obiettivo è che la crisi non dilaghi, ma penso che nulla possa andare meglio se l’Iran non ferma i suoi attacchi nei confronti dei Paesi del Golfo che sono totalmente ingiustificati». Ieri sera il premier ha telefonato all’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani, il quale ha ringraziato Meloni per la sua solidarietà, elogiando le strette relazioni che uniscono Roma a Doha. Entrambe le parti hanno sottolineato la necessità di lavorare per una de-escalation e di dare priorità al dialogo politico e alla diplomazia per contenere la crisi.
Il fenomeno del terrorismo legato al fondamentalismo islamico preoccupa il premier, la quale invita a «non abbassare la guardia», soprattutto adesso. Per Meloni la crisi del diritto internazionale è «figlia della guerra in Ucraina. Quando un membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha attaccato un suo vicino era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos». Riguardo alla polemica sul ministro della Difesa, Guido Crosetto, tira corto: «Non ha mai smesso di fare il proprio lavoro». E sul referendum sull’ordinamento giudiziario ritiene che sia «una riforma necessaria per modernizzare l’Italia perché è giusta, tanto giusta che i sostenitori del No hanno bisogno di mentire per essere convincenti».
E mentre i presidenti dei gruppi parlamentari di opposizione inviano una lettera unitaria ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, per chiedere di convocare con urgenza il presidente del Consiglio per riferire in Parlamento, il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, insieme al ministro Crosetto, si sono presentati ieri davanti alle commissioni Esteri e Difesa del Senato e della Camera. Per Tajani «gli attacchi iraniani hanno provocato una paralisi del traffico aereo e la crisi rischia di allargarsi ulteriormente» e durare «settimane».
«Stati Uniti e Israele hanno agito in autonomia e riservatezza», rivela Tajani, ammettendo che l’Italia è stata informata in un secondo momento. «Francesi e inglesi hanno riferito di non aver ricevuto alcun avvertimento preventivo. Noi, come i tedeschi e i polacchi, siamo stati informati a operazioni iniziate. Io sono stato contattato dal ministro degli Esteri israeliano Sa’ar e informato di quanto stava accadendo».
Tajani condanna «le sconsiderate operazioni militari condotte da Teheran contro i Paesi del Golfo che hanno come unico risultato quello di isolare ulteriormente l’Iran e di provocare un allargamento del conflitto. Ciò che deve prevalere adesso è l’interesse dell’Italia, la sicurezza dei nostri cittadini, la difesa della nostra economia». Tajani poi spiega che «la nostra linea è quella dell’Unione europea, abbiamo una linea condivisa».
Tajani difende la decisione israelo-americana di attaccare al fine di «cancellare la minaccia nucleare» iraniana. «Nessuno sarebbe al riparo da un Iran con missili e atomica». La morte di Khamenei «apre una nuova fase per l’Iran, il popolo iraniano merita di veder riconosciuti i propri diritti civili e politici senza violenza», con l’auspicio di una «transizione pacifica e rispettosa del popolo iraniano».
Creata alla Farnesina una Task Force Golfo, per il rimpatrio dei nostri connazionali, «priorità assoluta dell’azione del governo». Organizzati voli charter (uno atterrato già ieri sera) per il rientro: sono circa 70.000 gli italiani presenti nella Regione.
Interviene il leader M5s, Giuseppe Conte che, giusto per piacere di provocare, evoca il cappellino Maga che Tajani reggeva in mano al Board of Peace. «Il cappellino era un regalo. Non mi vergogno di niente. Io non sono andato né in ginocchio dalla Merkel come ha fatto lei né da Trump. A me Trump non mi chiama Tony, a lei la chiamava Giuseppi; quindi, un rapporto di amicizia semmai ce l’aveva lei». Conte ribatte: «l problema non è che Trump non la chiama Tony, il problema è che non la chiama proprio» se non «per firmare accordi insostenibili e per darvi un cappellino in mano». E insiste: «Sottoscriviamo tutto quel che ci viene chiesto da Washington? Qual è il vantaggio di tutto questo per l’Italia? Il Tricolore ve lo siete dimenticato».
Alta tensione. La presidente Stefania Craxi minaccia di sospendere la seduta. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ammette che non sentirà la mancanza di Khamenei. «Siamo tutti convinti che il regime teocratico non possa e non debba sviluppare l’arma nucleare, ma il modo per impedirlo è per noi la via negoziale, diplomatica, non i bombardamenti che innescano reazioni a catena».
I Paesi del Golfo ci chiedono armi. Crosetto: «Io favorevole a darle»
Non si contano meme e sfottò sui social, le opposizioni lo attaccano utilizzando la sua disavventura per dimostrare che l’Italia non conta niente a livello internazionale, e così da ministro della Difesa Guido Crosetto passa all’attacco e spiega il motivo della sua presenza a Dubai nelle ore dello scoppio della guerra in Iran, che lo hanno costretto a far ritorno in Italia a bordo di un volo militare, pagando una quota delle spese. Crosetto era a Dubai, tra gli altri, con l’imprenditore Giancarlo Innocenzi Botti, socio in affari della moglie del ministro. Innocenzi Botti, ex manager Publitalia, ex senatore e sottosegretario di Forza Italia, indagato per traffico di influenze nel 2022 dalla Procura di Roma con Federico Tedeschini (entrambi archiviati) e altri per presunto traffico di influenze con l’obiettivo di rastrellare commesse pubbliche interferendo sui ministeri e sulla Struttura commissariale Covid.
Ieri Crosetto si è presentato in audizione davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa, e ovviamente le domande sul suo viaggio a Dubai proprio in quelle ore non sono mancate: «Ho messo insieme un impegno istituzionale con quello familiare», ha detto Crosetto ai cronisti al termine della audizione, «e ho deciso di non gravare sulle casse dello Stato, avrei potuto partire con l’impegno istituzionale e poi fermarmi per passare qualche giorno di vacanza con la mia famiglia. Invece sono partito da “privato”, ho fatto quello che dovevo fare a livello istituzionale e poi sono tornato». L’impegno istituzionale sarebbe stato un incontro, sabato scorso, con Mohamed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei, ministro degli Affari della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, come reso noto ieri mattina dal ministero emiratino della Difesa attraverso un comunicato. Durante l’informativa, rispondendo ai parlamentari, Crosetto ha dato la sua versione rispetto a chi ha sottolineato che il fatto che il ministro della Difesa italiano non fosse a conoscenza dell’imminente attacco Usa-Israele all’Iran e quindi fosse a Dubai vuol dire che l’Italia non conta nulla sullo scacchiere internazionale: «Non è che non siamo stati informati come Italia di quello che è successo», ha argomentato Crosetto, «nessun Paese europeo ha ricevuto alcuna informazione se non quando gli aerei erano in volo. Gli americani e gli israeliani non hanno comunicato a nessuno, perché sono partiti non quando avevano programmato, e cioè questa settimana, che era quella che sapevano tutti gli alleati semmai, ma quando hanno avuto la certezza che uno di quegli attacchi avrebbe colpito l’obiettivo principale, era quella la loro priorità». Crosetto ha ricordato anche che «lunedì era programmato il viaggio di Rubio in Israele, è la dimostrrazione lampante di quanto questa guerra non fosse programmata a breve termine».
«Siccome è emerso un fatto che io considero personale, ma che sta avendo rilevanza politica, non mi costa nulla toccarlo. Non è emerso da uno scoop giornalistico ma dal fatto che io l’ho detto, l’ho reso pubblico io. È diventato una notizia. Il fatto che io fossi bloccato a Dubai è stata una mia scelta perché io immediatamente avrei potuto andarmene via da Dubai senza neanche comunicarlo. Ho scelto in quel momento di stare a Dubai visto quello che stava succedendo», ha aggiunto Crosetto, «avrò sbagliato come ministro chiedo scusa, perché ho i miei due figli e sono stato lì. Quando dopo una notte di bombardamento li ho presi e li ho accompagnati a Mascate, sono partito e sono tornato a fare il mio dovere». Crosetto ha anche rivelato un dettaglio molto importante: «I Paesi del Golfo stanno esprimendo una fortissima preoccupazione per l’evoluzione della crisi e hanno chiesto all’Italia la possibilità di avere qualcosa per difendersi, intendo sistemi di difesa antidrone o antiaereo. Si tratta di un tema molto delicato, considerato che queste capacità risultano oggi come sapete già fortemente sollecitate e limitate rispetto alle esigenze europee e al sostegno che abbiamo assicurato finora all’Ucraina». Il ministro ha annunciato che porterà questa richiesta in Parlamento, precisando che «personalmente mi vede totalmente a favore».
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«Tutta l’Europa non ha preso una posizione politica, allora non ci siamo capiti, la posizione che abbiamo è quella dell’Unione europea». Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine dell’informativa davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera a Palazzo Madama. Alle sue dichiarazioni sono seguite quelle del ministro della Difesa Guido Crosetto: «Ho messo insieme l’impegno istituzionale con uno familiare e ho deciso di non gravare sulle casse dello Stato, sarei potuto partire con quello istituzionale e poi fermare, fare con la mia famiglia qualche giorno di vacanza e così avrei gravato sulle spese dello Stato, sono partito a livello privato e ho fatto le cose che dovevo fare a livello istituzionale e poi sono tornato».
Esplosioni a Teheran il 2 marzo 2026. Nel riquadro, Daniele Ruvinetti (Ansa)
Daniele Ruvinetti, esperto in geopolitica e senior advisor della fondazione Med-Or, l’attacco in Iran era previsto, ma l’Italia non è stata avvertita.
«La portata storica dell’operazione suggerisce una lunga fase di preparazione, confermata anche da indiscrezioni sul lavoro di intelligence, secondo cui la Cia avrebbe monitorato da mesi i vertici iraniani in coordinamento con il Mossad. Il fatto che l’Italia non sia stata avvertita non rappresenta un’anomalia isolata: anche altri Paesi, come la Francia, non sarebbero stati pre informati. Operazioni di questo tipo vengono gestite con il massimo livello di segretezza per evitare fughe di notizie; alcuni alleati vengono informati durante o subito dopo l’avvio dell’operazione, altri no. Ci sono anche aspetti tecnici dietro a certe dinamiche».
Quanto durerà?
«È difficile immaginare una campagna breve. Secondo alcune valutazioni potrebbe durare almeno quattro o cinque settimane, ma molto dipenderà dagli obiettivi politici e militari reali. Se l’obiettivo è un cambio di regime, questo risulta estremamente complesso da ottenere solo con una campagna aerea, in assenza di un’opposizione interna organizzata, anche militarmente, e in sostanza di forze anti regime sul terreno. Senza questi elementi, una campagna di questo tipo tende inevitabilmente a prolungarsi».
Qual è l’obiettivo di Israele? Circondarsi di Stati amici?
«L’obiettivo principale sembra essere quello di chiudere definitivamente i conti con la Repubblica islamica in un momento percepito come di particolare debolezza per Teheran, anche a causa dell’indebolimento dei suoi proxy regionali come Hezbollah, Hamas e in parte gli Houthi. Indebolimento prodotto dalla campagna israeliana dopo l’attacco subito il 7 ottobre 2023. In un quadro più ampio, Israele con l’appoggio degli Stati Uniti, mira a ridisegnare gli equilibri di potere in Medio Oriente, favorendo una nuova architettura regionale che includa la normalizzazione dei rapporti con diversi Paesi arabi nell’ambito degli Accordi di Abramo».
Secondo lei esistono anche obiettivi di espansione territoriale? Esiste nella mente di Netanyahu la mappa di una Israele che noi non vediamo?
«Attualmente, non emergono elementi concreti che indichino obiettivi di espansione territoriale. Piuttosto, l’operazione viene interpretata come un tentativo di rafforzare la posizione di Israele come potenza dominante nella regione e di ridefinire l’architettura politica e di sicurezza mediorientale».
La morte di Khamenei basterà a far cadere il regime?
«Non necessariamente. L’Iran dispone di una struttura di potere estremamente consolidata, e resiliente, che non dipende da una sola figura, per quanto quella di Khamenei possa essere cruciale per la teocrazia. Oltre alla leadership religiosa, esiste il potere fattuale dei Pasdaran, molto forte sia sul piano militare sia su quello economico. Anche nel caso dell’eliminazione della Guida suprema, dunque, il sistema potrebbe riorganizzarsi rapidamente nominando un successore, rendendo improbabile un crollo immediato del regime».
In questo scenario qual è il ruolo dell’Europa?
«Il ruolo europeo appare marginale sul piano militare e strategico, dominato dagli attori regionali e dagli Usa. L’Europa può però svolgere una funzione diplomatica, spingendo per la cessazione delle ostilità, e deve concentrarsi sugli effetti economici ed energetici. Una possibile chiusura dello stretto di Hormuz, già aggravata dalle difficoltà nel Mar Rosso, rappresenterebbe un rischio significativo soprattutto per le forniture di gas provenienti dal Qatar, ma in generale per l’intero quadro geoeconomico che collega Asia ed Europa e che passa dalla regione indo-mediterranea, attualmente oggetto delle operazioni militari».
Nelle ultime ore molte polemiche intorno al ministro della Difesa Crosetto che si è ritrovato bloccato a Dubai. È davvero indice di isolamento internazionale?
«Non necessariamente. L’attacco a Dubai non era facilmente prevedibile nelle primissime fasi del conflitto, quando ci si aspettava piuttosto ritorsioni contro obiettivi militari o Paesi che ospitano basi statunitensi. Dubai è un hub turistico e finanziario internazionale, e non era prevedibile totalmente un iniziale coinvolgimento. La rapidità e l’ampiezza della risposta iraniana, legata anche alla portata simbolica dei primi attacchi subiti, in particolare all’eliminazione di Khamenei, hanno reso la situazione altamente fluida e difficile da anticipare».
Un altro argomento sbandierato nelle ultime ore è quello della violazione del diritto internazionale. Ha ancora senso parlarne?
«Il multilateralismo si sta spegnendo e con lui anche gli enti basati su di esso. Organismi come l’Onu, come altri organismi che dovrebbero far rispettare il diritto internazionale ormai sono costantemente violati. Siamo in una fase completamente diversa, quando cambiano le regole non possiamo continuare a giocare con le regole vecchie, bisogna adattarsi alle nuove regole anche se non siamo noi ad averle cambiate».
Quindi chi in Italia oggi parla di diritto violato deve un po’ aggiornarsi?
«Tutti vorremmo che le crisi si risolvessero solo a livello diplomatico, ma bisogna adattarsi ad un mondo che sta cambiando e che non sarà più come quello di prima. Occorre essere più realisti, a volte pragmatici: l’Onu non sempre è, ed è stato, in grado di affrontare in termini risolutivi le crisi. Ora siamo in una fase in cui alcuni attori si muovono in modo diretto, unilaterale o bilaterale, senza aspettare i meccanismi delle Nazioni unite».
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Ursula von der Leyen ed Emmanuel Macron (Ansa)
L’Italia è stata avvertita solo a missione iniziata. L’Inghilterra pure. La Francia, per bocca del suo capo della diplomazia, Jean-Noël Barrot, ha lamentato di essere stata tenuta all’oscuro fino a quando i bombardamenti non erano già cominciati. Germania e Polonia avevano riferito di una notifica preliminare da Washington, ma Tajani sostiene che abbiano subìto lo stesso trattamento di Roma. Anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nella sua audizione in Senato, ha ribadito che nessuno Stato membro dell’Ue «ha ricevuto alcuna informazione» in anticipo. E infine, al Tg5, pure Giorgia Meloni ne ha rimarcato la deliberata esclusione.
Di sicuro, la Casa Bianca non ha chiesto il permesso di attaccare a Ursula von der Leyen, che anche ieri ha preparato un menù a base di aria fritta: «Lavorare per la de-escalation», «L’unica soluzione duratura è diplomatica», «C’è una nuova speranza per il popolo iraniano oppresso», «Uniti con Cipro». Nell’isola che ospita la base britannica bersagliata dai pasdaran, però, è stata la Grecia, non l’Unione europea, a inviare due fregate, dispiegando intanto i suoi F-16. La presidente della Commissione ha convocato una riunione straordinaria del Collegio di sicurezza, ma si è beccata una lavata di capo per le conversazioni intrattenute con i leader dei Paesi del Golfo. «Sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate?», l’ha rimbrottata la numero uno dello Scudo democratico europeo, Natalie Loiseau, transalpina e macroniana.
Proprio da Parigi è partita la prima iniziativa geopolitica del Vecchio continente. Sempre sotto le insegne nazionali e al di fuori dei vessilli Ue. Già domenica, il governo aveva dirottato dal Baltico al Mediterraneo la portaerei a propulsione nucleare Charles de Gaulle. Ieri, Barrot ha lasciato intendere quale potrebbe essere la ragione: la Francia è «pronta a partecipare» alla difesa degli Stati «deliberatamente presi di mira dai missili e dai droni delle Guardie rivoluzionarie e trascinati in una guerra che non hanno scelto». L’idea è, se non di ritagliarsi un ruolo da coprotagonisti nel conflitto, almeno di comparire sul palcoscenico. Magari, in qualità di contraltare degli Usa di Donald Trump: si fossero degnati di interpellare l’Onu, li ha rimproverati il ministro di Emmanuel Macron, la loro guerra «avrebbe avuto la legittimità internazionale che non ha».
Per monsieur le président, questa è la ghiotta occasione di rilanciare le ambizioni egemoniche sul continente. Tant’è che ieri è corso alla base di Crozon e ha comunicato l’intenzione di incrementare l’arsenale atomico francese - ma con «un approccio progressista»: fiori dentro le testate? Non verrà più comunicato il numero di ordigni disponibili, allo scopo di alimentare l’«ambiguità strategica» e di passare a una «deterrenza avanzata». «Uno solo dei nostri sottomarini», si è vantato Macron, parlando di fronte al sommergibile Le Temeraire, «contiene nel suo seno la potenza equivalente a tutte le bombe esplose della seconda guerra mondiale». «Per essere liberi», ha ammonito l’inquilino dell’Eliseo, «bisogna essere temuti». Pareva di sentire Eleanor Roosevelt…
In una fase di deterioramento dei rapporti bilaterali, la performance muscolare è servita a ricambiare lo smacco subito dalla Germania - che sta approfondendo le relazioni con l’Italia della Meloni - dopo il fallimento del progetto congiunto per il caccia di sesta generazione, nonché le ramanzine tedesche per la scarsa capacità d’investimento nella Difesa dei francesi, limitati da conti pubblici disastrosi. Berlino può permettersi di spendere cifre astronomiche, ma prima che ristrutturi le sue forze armate ci vorranno anni. Parigi, invece, ha ereditato una buona capacità di proiezione bellica sulle lunghe distanze, che ora briga per esibire. Ai vicini, Macron ha comunque lasciato ampi spiragli: i volenterosi, Uk compreso, lavoreranno a programmi per lo sviluppo di missili a lunghissimo raggio. E, come ha annunciato Friedrich Merz, Germania e Francia istituiranno un direttivo nucleare per coordinare la deterrenza e condurre esercitazioni comuni. Senza gli italiani.
I tedeschi hanno smentito le voci di un coinvolgimento diretto nei combattimenti. Ma distinguendosi dal collega transalpino, che è ai ferri corti con Trump, il cancelliere ha confermato che da oggi sarà in visita alla Casa Bianca. Il viaggio era stato pianificato da tempo e in agenda, oltre al Medio Oriente, ci saranno l’Ucraina e la spinosa questione dei dazi. A proposito della quale non si può dimenticare l’esortazione della Meloni: l’Europa parli con una sola voce. Sarà quella di Merz? Quest’ultimo, a differenza di Barrot, ha evitato critiche a Usa e Israele in merito alla dubbia legittimità del loro intervento in Iran, dichiarando esplicitamente che attribuirgli una classificazione «nell’ambito del diritto internazionale avrà un effetto relativamente scarso». Merz ha precisato che non vuole «dare lezioni» a The Donald e ha riconosciuto che gli sforzi per risolvere i dissapori sul nucleare con gli ayatollah, restando tuttavia nel quadro del diritto internazionale, si sono rivelati infruttuosi.
L’Ue, esclusa dalla plancia del risiko, invece insiste. E indossa l’alta uniforme per invocare «il pieno rispetto del diritto internazionale». Rigore è quando arbitro fischia, diceva Vujadin Boskov. È un bel problema se i giocatori ti scambiano per un raccattapalle.
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