True
2023-12-19
Riecco il tamponificio negli ospedali: test coatto anche per un raffreddore
Orazio Schillaci (Ansa)
Riaprono i tamponifici. «Si ritiene indispensabile che le strutture sanitarie attivino e potenzino percorsi sempre più ampi di sorveglianza epidemiologica con la ricerca di tutti i microorganismi», stabilisce la nuova circolare del ministero della Salute. Vanno fatti test diagnostici ai pazienti con sintomi respiratori, che devono entrare nelle strutture sanitarie per una visita o un ricovero. Tradotto in operatività, significa mandare gli ospedali in tilt.
Il Covid non sta creando problemi nei reparti che sono «senza particolari criticità», come ha dichiarato ieri Giovanni Migliore, presidente della Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), però si tornano ad imporre tamponi. Presentarsi al pronto soccorso con il naso chiuso, o farsi sorprendere da un colpo di tosse perché dopo aver parcheggiato a chilometri di distanza si passa da freddo gelido al caldo fastidioso degli ambulatori, renderà tutti potenziali positivi? Scatteranno i blocchi? Ritorneranno anche i percorsi Covid-19?
Meno male che le Regioni dovevano essere libere di decidere in autonomia sull’intensificare o meno i controlli. A fine novembre, Francesco Vaia, direttore della prevenzione sanitaria presso il ministero della Salute, prometteva: «Con gli indicatori nuovi non faremo tamponi inutili», il monitoraggio del Covid sarebbe stato affidato alle segnalazioni dei medici di famiglia.
Venti giorni dopo, ha firmato la circolare che impone il test per Sars-CoV-2, virus influenzali, virus respiratorio sinciziale (Vrs), Rhinovirus, virus parainfluenzali, Adenovirus, Metapneumovirus, Bocavirus e altri coronavirus umani. Medici e infermieri non sapranno più dove sbattere la testa, con l’aggravio enorme di lavoro che richiede l’osservanza delle nuove disposizioni.
Quanto alle mascherine, ha detto che «è facoltà dei direttori delle aziende sanitarie reintrodurre l’obbligo di indossarle in base alla situazione di rischio che dovessero intravvedere, legata a una più intensa circolazione virale». È scontato che gli ospedali torneranno a imporle per «non correre rischi» nei reparti ma anche negli ambulatori, come già molti stanno facendo da mesi.
Il predecessore di Vaia, l’epidemiologo Gianni Rezza, fa sapere che il tampone se lo deve fare «chi non sta bene, magari ha il raffreddore», e capirai cosa sarà mai. Però sul Messaggero spiega che i test «in particolare i fai da te possono sbagliare». Quindi, quelli acquistati in farmacia o al supermercato sarebbero soldi buttati via, in ogni caso Rezza raccomanda di «sottoporsi al test all’ultimo momento, il più a ridotto possibile del raduno familiare».
Da qui all’Epifania, le autorità sanitarie vogliono che torniamo a pensare più a mascherine, tamponi e richiamo vaccinale, che a santificare il Natale. Invece di dare serenità ai nostri vecchi, dovremmo lasciarli soli se avvertiamo qualche malanno di stagione, con il quale generazioni sono sempre convissute e non solo durante le festività.
C’è bisogno di ricreare un simile allarme? Secondo la Fiaso, il 77% dei pazienti è ricoverato con Covid, quindi sono in ospedale per altre cause e senza sintomi rilevanti da riferire all’infezione da Sars-CoV2. L’età media è 76 anni, la crescita di pazienti Covid nell’ultima settimana è rallentata (+15,4%), nelle terapie intensive è ferma al 4% delle ospedalizzazioni.
Eppure, i toni sono esagerati. I casi «stanno dilagando, io ho invitato 100 volte il ministro della Salute, che ritiene di non dover partecipare a questo programma, ed è un peccato perché avremmo bisogno di avere delle indicazioni», piagnucola Fabio Fazio, affidando timori neopandemici e frustrazioni a un messaggio su X.
Non gli basta avere Roberto Burioni ospite fisso a Che tempo che fa per parlare sempre di Covid, vuole che sia Orazio Schillaci ad alzare l’asticella delle preoccupazioni sotto le feste. «È sbagliato banalizzare il contagio, che può essere rischioso in particolare per gli anziani e i fragili», mette in guardia il professore di Igiene Fabrizio Pregliasco. Non è solo l’appello a mettersi mascherine ovunque e il tampone nel naso, l’obiettivo rimane sempre quello: spingere a porgere il braccio per l’anti Covid e l’anti influenzale. Poco interessa, a chi alimenta la campagna, informare i cittadini che Pfizer ammette di non avere compiuti studi sulla somministrazione concomitante di vaccini.
Agli open day bisognerebbe andare fiduciosi che serva il richiamo e non faccia male, fingendo di ignorare quanto documentano sempre più studi scientifici. «Se uno non si vaccina, poi il terminale finale di questi problemi diventa il pronto soccorso, dove tutti si recano e, nella maggior parte dei casi, non si sono vaccinati», ha dichiarato ieri l’assessore regionale al Welfare della Lombardia, Guido Bertolaso. Sembra che lo stato di emergenza non sia mai finito.
In Ue buttati vaccini per 4 miliardi
Almeno 215 milioni di dosi di vaccini contro il Covid-19 sono finiti in discarica, per un valore pari a circa 4 miliardi di euro dei contribuenti dell’Unione europea, ma la cifra è quasi certamente sottostimata, secondo l’analisi di Politico.eu.
Per arrivare a questi numeri, la testata online ha considerato la quantità complessiva di dosi acquistate dalla fine del 2020 dall’Ue: complessivamente 1,5 miliardi (più di tre per ogni persona in Europa). Il numero dello spreco tende a corrispondere alle dimensioni dei Paesi, con la Germania che conta 83 milioni di dosi scartate e, il Lussemburgo, poco meno di mezzo milione. Al secondo posto c’è l’Italia, con 49,1 milioni di vaccini in discarica; seguono Olanda (16,28 milioni), Spagna (13,87 milioni), Romania (9,77 milioni). I dati sono stati raccolti tra giugno e dicembre.
Il quadro cambia quando si misurano le dosi gettate per persona che, mediamente, in Ue vale 0,7. Se in questo caso a guidare la classifica è l’Estonia, con più di una dose per abitante sprecata, la Germania, con 0,98 dosi, segue a ruota. L’Italia (0,83) si posiziona al quinto posto. Non è facile scoprire quanti vaccini sono stati buttati. I governi, tra cui la Francia, il secondo Paese più popoloso dell’Ue, sono riluttanti a rivelare l’entità degli sprechi. In ogni caso, anche solo proiettando nel resto dell’Ue il dato medio di 0,7 dosi sprecate si arriverebbe a 312 milioni di vaccini distrutti. I calcoli del report si basano sui numeri provenienti da 19 Paesi europei: 15, tra cui l’Italia, hanno fornito i dati diretti, gli altri quattro non l’hanno fatto.
Alcuni dati risalgono a questo mese; i più vecchi al dicembre 2022. Data la complessità del quadro, la testata ha eseguito un calcolo prudenziale sulla base dei prezzi dei vaccini riportati dalle testate giornalistiche, visto che, nonostante le numerose richieste e inchieste in corso, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, non ha mai reso noto l’importo pagato per il loro acquisto.
Così, anche in questo i caso, Politico.eu ha utilizzato un prezzo medio ponderato di 19,39 euro a dose. Si arriva così ai 4 miliardi di euro, che è la spesa sanitaria annuale della Croazia. Molti dei vaccini in questione sono stati acquistati al culmine della pandemia, nel 2021. Durante quel periodo frenetico l’Ue ha stipulato il suo più grande contratto per l’acquisto di 1,1 miliardi di dosi da Pfizer e BioNTech. Ma sia la portata che la tempistica dell’accordo si sono rivelate problematiche, non solo dal punto di vista economico-giudiziario. I Paesi sono stati costretti ad acquistare dosi anche quando la pandemia si è attenuata. Inoltre, i vaccini continueranno ad arrivare: il contratto rivisto con Pfizer obbliga all’acquisto fino ad almeno al 2027. Per capire quanto i dati riportati da Politico.eu siano sottostimati basta guardare all’Italia.
Nel 2021 sono tate gettate 60 milioni di dosi, 42 milioni nel 2022, tra scadute e non somministrate. In tutto fanno 102 milioni. L’Europa, grazie alla trattativa portata avanti dalla Von der Leyen, si è impegnata ad acquistare altri 450 milioni di fiale quest’anno, di cui 61 milioni per il nostro Paese. Dei 20 milioni di italiani in cui la vaccinazione anti Covid è raccomandata, si è attualmente immunizzato circa il 4%. In tre anni, lo spreco potrebbe valere ben più di 3 miliardi.
Continua a leggereRiduci
Il ministero reintroduce l’obbligo di screening per l’ingresso nelle strutture sanitarie, per chiunque abbia sintomi respiratori, malgrado la crescita dei ricoveri stia rallentando. Così le corsie si intaseranno di nuovo.Secondo stime al ribasso, i Paesi europei hanno sprecato 215 milioni di dosi, quasi una per cittadino. Ma i contratti firmati da Bruxelles prevedono acquisti fino al 2027.Lo speciale contiene due articoli.Riaprono i tamponifici. «Si ritiene indispensabile che le strutture sanitarie attivino e potenzino percorsi sempre più ampi di sorveglianza epidemiologica con la ricerca di tutti i microorganismi», stabilisce la nuova circolare del ministero della Salute. Vanno fatti test diagnostici ai pazienti con sintomi respiratori, che devono entrare nelle strutture sanitarie per una visita o un ricovero. Tradotto in operatività, significa mandare gli ospedali in tilt. Il Covid non sta creando problemi nei reparti che sono «senza particolari criticità», come ha dichiarato ieri Giovanni Migliore, presidente della Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), però si tornano ad imporre tamponi. Presentarsi al pronto soccorso con il naso chiuso, o farsi sorprendere da un colpo di tosse perché dopo aver parcheggiato a chilometri di distanza si passa da freddo gelido al caldo fastidioso degli ambulatori, renderà tutti potenziali positivi? Scatteranno i blocchi? Ritorneranno anche i percorsi Covid-19? Meno male che le Regioni dovevano essere libere di decidere in autonomia sull’intensificare o meno i controlli. A fine novembre, Francesco Vaia, direttore della prevenzione sanitaria presso il ministero della Salute, prometteva: «Con gli indicatori nuovi non faremo tamponi inutili», il monitoraggio del Covid sarebbe stato affidato alle segnalazioni dei medici di famiglia. Venti giorni dopo, ha firmato la circolare che impone il test per Sars-CoV-2, virus influenzali, virus respiratorio sinciziale (Vrs), Rhinovirus, virus parainfluenzali, Adenovirus, Metapneumovirus, Bocavirus e altri coronavirus umani. Medici e infermieri non sapranno più dove sbattere la testa, con l’aggravio enorme di lavoro che richiede l’osservanza delle nuove disposizioni. Quanto alle mascherine, ha detto che «è facoltà dei direttori delle aziende sanitarie reintrodurre l’obbligo di indossarle in base alla situazione di rischio che dovessero intravvedere, legata a una più intensa circolazione virale». È scontato che gli ospedali torneranno a imporle per «non correre rischi» nei reparti ma anche negli ambulatori, come già molti stanno facendo da mesi.Il predecessore di Vaia, l’epidemiologo Gianni Rezza, fa sapere che il tampone se lo deve fare «chi non sta bene, magari ha il raffreddore», e capirai cosa sarà mai. Però sul Messaggero spiega che i test «in particolare i fai da te possono sbagliare». Quindi, quelli acquistati in farmacia o al supermercato sarebbero soldi buttati via, in ogni caso Rezza raccomanda di «sottoporsi al test all’ultimo momento, il più a ridotto possibile del raduno familiare». Da qui all’Epifania, le autorità sanitarie vogliono che torniamo a pensare più a mascherine, tamponi e richiamo vaccinale, che a santificare il Natale. Invece di dare serenità ai nostri vecchi, dovremmo lasciarli soli se avvertiamo qualche malanno di stagione, con il quale generazioni sono sempre convissute e non solo durante le festività.C’è bisogno di ricreare un simile allarme? Secondo la Fiaso, il 77% dei pazienti è ricoverato con Covid, quindi sono in ospedale per altre cause e senza sintomi rilevanti da riferire all’infezione da Sars-CoV2. L’età media è 76 anni, la crescita di pazienti Covid nell’ultima settimana è rallentata (+15,4%), nelle terapie intensive è ferma al 4% delle ospedalizzazioni. Eppure, i toni sono esagerati. I casi «stanno dilagando, io ho invitato 100 volte il ministro della Salute, che ritiene di non dover partecipare a questo programma, ed è un peccato perché avremmo bisogno di avere delle indicazioni», piagnucola Fabio Fazio, affidando timori neopandemici e frustrazioni a un messaggio su X. Non gli basta avere Roberto Burioni ospite fisso a Che tempo che fa per parlare sempre di Covid, vuole che sia Orazio Schillaci ad alzare l’asticella delle preoccupazioni sotto le feste. «È sbagliato banalizzare il contagio, che può essere rischioso in particolare per gli anziani e i fragili», mette in guardia il professore di Igiene Fabrizio Pregliasco. Non è solo l’appello a mettersi mascherine ovunque e il tampone nel naso, l’obiettivo rimane sempre quello: spingere a porgere il braccio per l’anti Covid e l’anti influenzale. Poco interessa, a chi alimenta la campagna, informare i cittadini che Pfizer ammette di non avere compiuti studi sulla somministrazione concomitante di vaccini.Agli open day bisognerebbe andare fiduciosi che serva il richiamo e non faccia male, fingendo di ignorare quanto documentano sempre più studi scientifici. «Se uno non si vaccina, poi il terminale finale di questi problemi diventa il pronto soccorso, dove tutti si recano e, nella maggior parte dei casi, non si sono vaccinati», ha dichiarato ieri l’assessore regionale al Welfare della Lombardia, Guido Bertolaso. Sembra che lo stato di emergenza non sia mai finito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riecco-tamponificio-negli-ospedali-2666647118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-ue-buttati-vaccini-per-4-miliardi" data-post-id="2666647118" data-published-at="1702964296" data-use-pagination="False"> In Ue buttati vaccini per 4 miliardi Almeno 215 milioni di dosi di vaccini contro il Covid-19 sono finiti in discarica, per un valore pari a circa 4 miliardi di euro dei contribuenti dell’Unione europea, ma la cifra è quasi certamente sottostimata, secondo l’analisi di Politico.eu. Per arrivare a questi numeri, la testata online ha considerato la quantità complessiva di dosi acquistate dalla fine del 2020 dall’Ue: complessivamente 1,5 miliardi (più di tre per ogni persona in Europa). Il numero dello spreco tende a corrispondere alle dimensioni dei Paesi, con la Germania che conta 83 milioni di dosi scartate e, il Lussemburgo, poco meno di mezzo milione. Al secondo posto c’è l’Italia, con 49,1 milioni di vaccini in discarica; seguono Olanda (16,28 milioni), Spagna (13,87 milioni), Romania (9,77 milioni). I dati sono stati raccolti tra giugno e dicembre. Il quadro cambia quando si misurano le dosi gettate per persona che, mediamente, in Ue vale 0,7. Se in questo caso a guidare la classifica è l’Estonia, con più di una dose per abitante sprecata, la Germania, con 0,98 dosi, segue a ruota. L’Italia (0,83) si posiziona al quinto posto. Non è facile scoprire quanti vaccini sono stati buttati. I governi, tra cui la Francia, il secondo Paese più popoloso dell’Ue, sono riluttanti a rivelare l’entità degli sprechi. In ogni caso, anche solo proiettando nel resto dell’Ue il dato medio di 0,7 dosi sprecate si arriverebbe a 312 milioni di vaccini distrutti. I calcoli del report si basano sui numeri provenienti da 19 Paesi europei: 15, tra cui l’Italia, hanno fornito i dati diretti, gli altri quattro non l’hanno fatto. Alcuni dati risalgono a questo mese; i più vecchi al dicembre 2022. Data la complessità del quadro, la testata ha eseguito un calcolo prudenziale sulla base dei prezzi dei vaccini riportati dalle testate giornalistiche, visto che, nonostante le numerose richieste e inchieste in corso, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, non ha mai reso noto l’importo pagato per il loro acquisto. Così, anche in questo i caso, Politico.eu ha utilizzato un prezzo medio ponderato di 19,39 euro a dose. Si arriva così ai 4 miliardi di euro, che è la spesa sanitaria annuale della Croazia. Molti dei vaccini in questione sono stati acquistati al culmine della pandemia, nel 2021. Durante quel periodo frenetico l’Ue ha stipulato il suo più grande contratto per l’acquisto di 1,1 miliardi di dosi da Pfizer e BioNTech. Ma sia la portata che la tempistica dell’accordo si sono rivelate problematiche, non solo dal punto di vista economico-giudiziario. I Paesi sono stati costretti ad acquistare dosi anche quando la pandemia si è attenuata. Inoltre, i vaccini continueranno ad arrivare: il contratto rivisto con Pfizer obbliga all’acquisto fino ad almeno al 2027. Per capire quanto i dati riportati da Politico.eu siano sottostimati basta guardare all’Italia. Nel 2021 sono tate gettate 60 milioni di dosi, 42 milioni nel 2022, tra scadute e non somministrate. In tutto fanno 102 milioni. L’Europa, grazie alla trattativa portata avanti dalla Von der Leyen, si è impegnata ad acquistare altri 450 milioni di fiale quest’anno, di cui 61 milioni per il nostro Paese. Dei 20 milioni di italiani in cui la vaccinazione anti Covid è raccomandata, si è attualmente immunizzato circa il 4%. In tre anni, lo spreco potrebbe valere ben più di 3 miliardi.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci