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2021-12-10
Tra i ricoverati crescono i vaccinati, ma i giornali dicono il contrario
Hanno abboccato, l’amo era ghiotto perché veniva data l’ennesima conta dei no Vax in pericolo di morte, quindi nessun giornale si è preso la briga di comparare i dati. L’avessero fatto, controllando quando pubblica e aggiorna l’Istituto superiore di sanità, avrebbero evitato un’altra disinformazione per i cittadini. Due giorni fa la Fiaso, federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere, ha «confermato» che è in aumento il numero dei ricoverati in gravi condizioni non vaccinati.
«In due settimane +32% no vax e -33% vax in terapia intensiva», faceva sapere, regalando a giornalisti distratti il titolo perfetto da sbattere in pasto ai lettori. Peccato che si tratti solo dei dati degli ospedali sentinella Fiaso, non della situazione delle terapie intensive in tutto il Paese dove sono in aumento i ricoveri pure dei vaccinati. E in reparto ci sono più pazienti con doppia dose che senza. I numeri arrivano dalle sedici strutture riunite in un network coordinato dall’Inmi Spallanzani di Roma, per monitorare l’andamento dei ricoveri Covid e «anticipare soluzioni organizzative per la gestione della pandemia», annunciava la Fiaso.
A diventare ospedali sentinella furono l’Asst Ospedali civili di Brescia, la Asl città di Torino, l’Irccs Ospedale policlinico San Martino di Genova, l’Azienda sanitaria Friuli Occidentale, l’Irccs Policlinico S. Orsola Malpighi di Bologna, la Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, la Ao Santa Croce e Carle di Cuneo, lo Spallanzani, la Asl Roma 6, la Fondazione Ptv Policlinico Tor Vergata di Roma, gli Ospedali riuniti di Ancona, l’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni, il Policlinico di Bari, la Asm Matera e l’Azienda ospedaliera dei Colli Monaldi Cotugno di Napoli.
«In una settimana si consolida il trend di crescita di ospedalizzazioni di pazienti non vaccinati in terapia intensiva e di contestuale riduzione dei vaccinati in gravi condizioni», ha dichiarato il presidente della Fiaso, Giovanni Migliore. Diversi sono invece i dati della sorveglianza integrata dei casi di infezione da virus Sars-CoV-2 riportati sul territorio nazionale, e coordinata dall’Iss.
Se il 24 novembre i non vaccinati in terapia intensiva erano in tutta Italia 509, quelli vaccinati con una dose 14 e quelli con due dosi 270, la settimana successiva erano saliti rispettivamente a 546, 16 e 285. Perciò il 1 dicembre i ricoveri in intensiva erano aumentati del 6,78% tra i non vaccinati, del 12,50% tra chi aveva fatto una sola dose e del 5,26% tra quanti avevano concluso in ciclo vaccinale. Altro che calo dei vaccinati come si vorrebbe far credere.
Singolare il commento del presidente della Fiaso: «Abbiamo comunque scelto di analizzare la condizione dei pazienti vaccinati in rianimazione e abbiamo rilevato come siano tutti soggetti che hanno completato il ciclo vaccinale da oltre 4 mesi», scrive nel comunicato. Ma come? Allora c’è da preoccuparsi e tanto, se dopo quattro mesi dalla vaccinazione rischi di finire in intensiva. Migliore forse non si è reso conto, ma la spiegazione che dà butta alle ortiche l’efficacia del farmaco anti Covid. «Questo da una parte suggerisce la buona protezione della vaccinazione nei primi mesi, dall’altra conferma una volta di più l’importanza di una anticipazione della terza dose soprattutto per gli anziani fragili», dichiara con la massima tranquillità. Altrimenti vai in rianimazione dopo quattro mesi?
Se poi guardiamo i dati della sorveglianza integrata dell’Iss a partire dallo scorso settembre, notiamo che gli ingressi in terapia intensiva di vaccinati con due dosi sono andati crescendo, passando da 157 l’8 settembre a 174 il 29 settembre, poi sono calati fino a 128 il 27 ottobre per tornare in costante aumento il 3 novembre (140), il 10 novembre (178), il 17 novembre (224), il 24 novembre (270) e il 1 dicembre (285).
Al contrario, i ricoveri in rianimazione di non vaccinati sono andati diminuendo dal 29 settembre (717) scendendo a 604 il 6 ottobre, 414 il 20 ottobre, 319 il 3 novembre per poi risalire a 370 il 10 di quello stesso mese e arrivando ai 546 del 1 dicembre. In rianimazione ci sono dunque molti non vaccinati, ma in compagnia di pazienti con doppia dose fatta e questo dovrebbe allarmare.
Un’occhiata ai ricoveri in ospedale per Covid è altrettanto utile, per capire quanta disinformazione sanitaria circoli. Dal 24 novembre al 1 dicembre, secondo l’Iss gli ingressi in reparto dei non vaccinati sono calati da 3.737 a 3.733 (-0,11%), quelli dei vaccinati con una dose sono aumentati da 182 a 217 (+ 16,13%) e sono cresciuti pure i ricoveri di pazienti con doppia dose, passati da 3.693 a 3.845 (+ 21,56%).
Dati che si preferisce offuscare, meglio sparare i numeri di pochi ospedali e aggiungere un focus pediatria che è di una pochezza disarmante. «Il totale dei pazienti di età inferiore ai 18 anni ricoverati negli ospedali sentinella Fiaso è di 19», si legge nel comunicato. «La metà dei ricoverati ha più di 5 anni». Informazioni davvero utili per non capire se i pazienti sono under 11 (prossimi destinatari del vaccino) o sopra i 12 anni.
«Corsie in affanno: tornino i no vax»
Andrebbe rivisto l’allontanamento dagli ospedali dei sanitari non vaccinati. Nelle corsie, medici e infermieri che hanno già ricevuto due o tre dosi di anti-Covid vivono la situazione paradossale di essere in prima linea da due anni, sempre in meno, stremati e malpagati, mentre delle risorse sono a casa perché non «immunizzate» o impossibilitate a farlo, per motivi di salute. «Non capisco l’allontanamento dal lavoro di chi non è vaccinato», dice alla Verità Giampiero Avruscio, presidente per l’Ao-Università di Padova dell’Anpo, il sindacato che rappresenta i primari ospedalieri. «Quando non avevamo il vaccino eravamo tutti al lavoro e, usando i dispositivi e i tamponi, abbiamo ridotto tantissimo il contagio intraospedaliero. Perché non far rientrare e monitorare i sanitari sospesi?». La situazione è ormai insostenibile. «I medici ospedalieri sono in carenza di organico da ben prima del Covid: solo in Veneto ne mancavano 1.300», osserva il primario di Anpo. I motivi sono diversi. «Da una parte», spiega, «un’errata programmazione delle scuole di specialità e dall’altra la scarsa valorizzazione dei medici ospedalieri: non c’è Pasqua, Natale e Ferragosto» e gli stipendi sono fermi da anni. Il Covid ha peggiorato la situazione. Molti vanno all’estero - dove guadagnano anche il doppio, con turni diversi - altri si licenziano per i fare i medici di medicina generale. «In provincia di Padova», aggiunge Avruscio, «sei pediatri ospedalieri, compreso il primario, si sono licenziati per andare sul territorio a svolgere la libera professione, dove non si è dipendenti del Sistema sanitario, si ha un rischio clinico meno gravoso e una migliore qualità della vita». Nulla di nuovo: è notizia di queste settimane che nei pronto soccorso italiani mancano 4.000 medici - il 50% della carenza si è registrato negli ultimi due anni - che i concorsi per anestesisti e rianimatori vanno deserti e che interi reparti assicurano un servizio con un quarto dell’organico ritenuto necessario. In questo contesto, anche solo una persona in più, può fare la differenza. «Al momento ci sono 230 persone non vaccinate tra i sanitari del solo ospedale di Padova, ma nell’Ulss Euganea sono 500. È un numero grande per le ricadute sull’assistenza perché quelle che restano a casa sono persone di esperienza», dice Avruscio. «Uno specializzando non può risolvere molte situazioni: ci vogliono anni - e 200.000 euro - per formare un professionista sanitario». Certo, aggiunge il primario, «i sanitari devono vaccinarsi, lo capisco, ma siamo in emergenza e le prime linee sono esauste. Perché non trovare un’altra soluzione?». Del resto, «prima del Covid», ricorda, «quando non eravamo vaccinati, abbiamo lavorato, avevamo mense e bar sempre aperti, ma grazie alle protezioni e ai tamponi - fatti con frequenza diversa in base al rischio - abbiamo mantenuto basso il contagio. Invece di allontanare i non vaccinati, lasciando tutto sulle spalle di chi resta, facciamoli rientrare e prevediamo un salivare al giorno». Questa riflessione, che l’Anpo sta facendo anche a livello nazionale, nasce anche da un’altra costatazione. Anche in chi ha fatto le due o tre dosi, deve «in ogni caso indossare i dispositivi di protezione», fa notare Avruscio. «È chiaro che con il vaccino si diminuiscono i contagi, ma non si annullano. A tale proposito, è bene ricordare che non è il numero dei contagiati a preoccupare, ma delle ospedalizzazioni in contemporanea. Il vaccino», precisa, «permette di poter stare a casa e non essere ricoverati in reparto o in rianimazione, se non in casi particolari». Infine, si deve considerare che «oggi, come anche prima dei vaccini, se il sanitario ha uno stretto contatto con un positivo, a differenza degli altri cittadini, va a lavorare lo stesso, fa tamponi ravvicinati e, solo se positivo, sta a casa», aggiunge il primario Anpo. Alle prime linee, inoltre, sono state sospese anche le ferie. «C’è un certo affaticamento e i contagi stanno aumentando: non possiamo restare senza forze lavoro, conclude Avruscio. «È controproducente allontanare i soldati di esperienza».
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I dati della Fiaso sul calo degli inoculati negli ospedali, usati per spingere le punture, si riferiscono solo a 11 strutture. L’Iss rivela invece che, nei reparti ordinari, i pazienti con doppia dose superano i non immunizzati.A Padova è emergenza per la carenza di personale sanitario. Il sindacato dei primari: «I sospesi siano reinseriti e testati ogni giorno. Ingiusto allontanare chi ha esperienza».Lo speciale contiene due articoli.Hanno abboccato, l’amo era ghiotto perché veniva data l’ennesima conta dei no Vax in pericolo di morte, quindi nessun giornale si è preso la briga di comparare i dati. L’avessero fatto, controllando quando pubblica e aggiorna l’Istituto superiore di sanità, avrebbero evitato un’altra disinformazione per i cittadini. Due giorni fa la Fiaso, federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere, ha «confermato» che è in aumento il numero dei ricoverati in gravi condizioni non vaccinati. «In due settimane +32% no vax e -33% vax in terapia intensiva», faceva sapere, regalando a giornalisti distratti il titolo perfetto da sbattere in pasto ai lettori. Peccato che si tratti solo dei dati degli ospedali sentinella Fiaso, non della situazione delle terapie intensive in tutto il Paese dove sono in aumento i ricoveri pure dei vaccinati. E in reparto ci sono più pazienti con doppia dose che senza. I numeri arrivano dalle sedici strutture riunite in un network coordinato dall’Inmi Spallanzani di Roma, per monitorare l’andamento dei ricoveri Covid e «anticipare soluzioni organizzative per la gestione della pandemia», annunciava la Fiaso. A diventare ospedali sentinella furono l’Asst Ospedali civili di Brescia, la Asl città di Torino, l’Irccs Ospedale policlinico San Martino di Genova, l’Azienda sanitaria Friuli Occidentale, l’Irccs Policlinico S. Orsola Malpighi di Bologna, la Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, la Ao Santa Croce e Carle di Cuneo, lo Spallanzani, la Asl Roma 6, la Fondazione Ptv Policlinico Tor Vergata di Roma, gli Ospedali riuniti di Ancona, l’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni, il Policlinico di Bari, la Asm Matera e l’Azienda ospedaliera dei Colli Monaldi Cotugno di Napoli. «In una settimana si consolida il trend di crescita di ospedalizzazioni di pazienti non vaccinati in terapia intensiva e di contestuale riduzione dei vaccinati in gravi condizioni», ha dichiarato il presidente della Fiaso, Giovanni Migliore. Diversi sono invece i dati della sorveglianza integrata dei casi di infezione da virus Sars-CoV-2 riportati sul territorio nazionale, e coordinata dall’Iss. Se il 24 novembre i non vaccinati in terapia intensiva erano in tutta Italia 509, quelli vaccinati con una dose 14 e quelli con due dosi 270, la settimana successiva erano saliti rispettivamente a 546, 16 e 285. Perciò il 1 dicembre i ricoveri in intensiva erano aumentati del 6,78% tra i non vaccinati, del 12,50% tra chi aveva fatto una sola dose e del 5,26% tra quanti avevano concluso in ciclo vaccinale. Altro che calo dei vaccinati come si vorrebbe far credere. Singolare il commento del presidente della Fiaso: «Abbiamo comunque scelto di analizzare la condizione dei pazienti vaccinati in rianimazione e abbiamo rilevato come siano tutti soggetti che hanno completato il ciclo vaccinale da oltre 4 mesi», scrive nel comunicato. Ma come? Allora c’è da preoccuparsi e tanto, se dopo quattro mesi dalla vaccinazione rischi di finire in intensiva. Migliore forse non si è reso conto, ma la spiegazione che dà butta alle ortiche l’efficacia del farmaco anti Covid. «Questo da una parte suggerisce la buona protezione della vaccinazione nei primi mesi, dall’altra conferma una volta di più l’importanza di una anticipazione della terza dose soprattutto per gli anziani fragili», dichiara con la massima tranquillità. Altrimenti vai in rianimazione dopo quattro mesi? Se poi guardiamo i dati della sorveglianza integrata dell’Iss a partire dallo scorso settembre, notiamo che gli ingressi in terapia intensiva di vaccinati con due dosi sono andati crescendo, passando da 157 l’8 settembre a 174 il 29 settembre, poi sono calati fino a 128 il 27 ottobre per tornare in costante aumento il 3 novembre (140), il 10 novembre (178), il 17 novembre (224), il 24 novembre (270) e il 1 dicembre (285). Al contrario, i ricoveri in rianimazione di non vaccinati sono andati diminuendo dal 29 settembre (717) scendendo a 604 il 6 ottobre, 414 il 20 ottobre, 319 il 3 novembre per poi risalire a 370 il 10 di quello stesso mese e arrivando ai 546 del 1 dicembre. In rianimazione ci sono dunque molti non vaccinati, ma in compagnia di pazienti con doppia dose fatta e questo dovrebbe allarmare. Un’occhiata ai ricoveri in ospedale per Covid è altrettanto utile, per capire quanta disinformazione sanitaria circoli. Dal 24 novembre al 1 dicembre, secondo l’Iss gli ingressi in reparto dei non vaccinati sono calati da 3.737 a 3.733 (-0,11%), quelli dei vaccinati con una dose sono aumentati da 182 a 217 (+ 16,13%) e sono cresciuti pure i ricoveri di pazienti con doppia dose, passati da 3.693 a 3.845 (+ 21,56%). Dati che si preferisce offuscare, meglio sparare i numeri di pochi ospedali e aggiungere un focus pediatria che è di una pochezza disarmante. «Il totale dei pazienti di età inferiore ai 18 anni ricoverati negli ospedali sentinella Fiaso è di 19», si legge nel comunicato. «La metà dei ricoverati ha più di 5 anni». Informazioni davvero utili per non capire se i pazienti sono under 11 (prossimi destinatari del vaccino) o sopra i 12 anni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricoverati-crescono-vaccinati-giornali-contrario-2655968841.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="corsie-in-affanno-tornino-i-no-vax" data-post-id="2655968841" data-published-at="1639102498" data-use-pagination="False"> «Corsie in affanno: tornino i no vax» Andrebbe rivisto l’allontanamento dagli ospedali dei sanitari non vaccinati. Nelle corsie, medici e infermieri che hanno già ricevuto due o tre dosi di anti-Covid vivono la situazione paradossale di essere in prima linea da due anni, sempre in meno, stremati e malpagati, mentre delle risorse sono a casa perché non «immunizzate» o impossibilitate a farlo, per motivi di salute. «Non capisco l’allontanamento dal lavoro di chi non è vaccinato», dice alla Verità Giampiero Avruscio, presidente per l’Ao-Università di Padova dell’Anpo, il sindacato che rappresenta i primari ospedalieri. «Quando non avevamo il vaccino eravamo tutti al lavoro e, usando i dispositivi e i tamponi, abbiamo ridotto tantissimo il contagio intraospedaliero. Perché non far rientrare e monitorare i sanitari sospesi?». La situazione è ormai insostenibile. «I medici ospedalieri sono in carenza di organico da ben prima del Covid: solo in Veneto ne mancavano 1.300», osserva il primario di Anpo. I motivi sono diversi. «Da una parte», spiega, «un’errata programmazione delle scuole di specialità e dall’altra la scarsa valorizzazione dei medici ospedalieri: non c’è Pasqua, Natale e Ferragosto» e gli stipendi sono fermi da anni. Il Covid ha peggiorato la situazione. Molti vanno all’estero - dove guadagnano anche il doppio, con turni diversi - altri si licenziano per i fare i medici di medicina generale. «In provincia di Padova», aggiunge Avruscio, «sei pediatri ospedalieri, compreso il primario, si sono licenziati per andare sul territorio a svolgere la libera professione, dove non si è dipendenti del Sistema sanitario, si ha un rischio clinico meno gravoso e una migliore qualità della vita». Nulla di nuovo: è notizia di queste settimane che nei pronto soccorso italiani mancano 4.000 medici - il 50% della carenza si è registrato negli ultimi due anni - che i concorsi per anestesisti e rianimatori vanno deserti e che interi reparti assicurano un servizio con un quarto dell’organico ritenuto necessario. In questo contesto, anche solo una persona in più, può fare la differenza. «Al momento ci sono 230 persone non vaccinate tra i sanitari del solo ospedale di Padova, ma nell’Ulss Euganea sono 500. È un numero grande per le ricadute sull’assistenza perché quelle che restano a casa sono persone di esperienza», dice Avruscio. «Uno specializzando non può risolvere molte situazioni: ci vogliono anni - e 200.000 euro - per formare un professionista sanitario». Certo, aggiunge il primario, «i sanitari devono vaccinarsi, lo capisco, ma siamo in emergenza e le prime linee sono esauste. Perché non trovare un’altra soluzione?». Del resto, «prima del Covid», ricorda, «quando non eravamo vaccinati, abbiamo lavorato, avevamo mense e bar sempre aperti, ma grazie alle protezioni e ai tamponi - fatti con frequenza diversa in base al rischio - abbiamo mantenuto basso il contagio. Invece di allontanare i non vaccinati, lasciando tutto sulle spalle di chi resta, facciamoli rientrare e prevediamo un salivare al giorno». Questa riflessione, che l’Anpo sta facendo anche a livello nazionale, nasce anche da un’altra costatazione. Anche in chi ha fatto le due o tre dosi, deve «in ogni caso indossare i dispositivi di protezione», fa notare Avruscio. «È chiaro che con il vaccino si diminuiscono i contagi, ma non si annullano. A tale proposito, è bene ricordare che non è il numero dei contagiati a preoccupare, ma delle ospedalizzazioni in contemporanea. Il vaccino», precisa, «permette di poter stare a casa e non essere ricoverati in reparto o in rianimazione, se non in casi particolari». Infine, si deve considerare che «oggi, come anche prima dei vaccini, se il sanitario ha uno stretto contatto con un positivo, a differenza degli altri cittadini, va a lavorare lo stesso, fa tamponi ravvicinati e, solo se positivo, sta a casa», aggiunge il primario Anpo. Alle prime linee, inoltre, sono state sospese anche le ferie. «C’è un certo affaticamento e i contagi stanno aumentando: non possiamo restare senza forze lavoro, conclude Avruscio. «È controproducente allontanare i soldati di esperienza».
Ansa
Trionfo al Forum, applausi altrove: i Giochi parlano italiano anche a Cortina con un bronzo che arriva dal Curling. E fanno 11 medaglie. Nel misto a squadre Stefania Constantini e Amos Mosaner sono chirurgici (5-3) nel togliere ogni chance alla coppia scozzese e salire sul podio. I sassi scivolano al millimetro, gli scopettoni riscaldano il ghiaccio a dovere. Così arriva l’urlo liberatorio di Mosaner mentre Constantini corre ad abbracciare la compagna di squadra Angela Romei, commentatrice Tv: «Dedico a lei questa medaglia, so quanto ha sofferto». Avrebbe potuto gareggiare ma il direttore tecnico Marco Mariani le ha preferito la figlia.
Storie di donne speciali. Verena Hofer lo è quasi, nello slittino vince solo la medaglia di legno. Così l’icona immortale resta Arianna Fontana, lady Short Treck. Vent’anni dopo il trionfo di Torino a 15 anni - siamo sempre dalle parti di Alexandre Dumas padre - ecco la celebrazione da regina anziana, a sancire un regno più lungo di quello di Sergio Mattarella al Quirinale. Senza nulla togliere a Pietro Sighel, Thomas Nadalini ed Elisa Confortola (più Luca Spechanhauser e Chiara Betti, sul ghiaccio nei primi due turni), Arianna è la spina dorsale di una squadra straordinaria.
Mentre Sighel abbraccia Confortola, sua compagna anche nella vita, Queen Fontana si rilassa sul traguardo: «Questa è una medaglia magica, sono orgogliosa della mia carriera». Dodici podi in sei olimpiadi diverse, a un passo dal record assoluto (13) dello schermidore Edoardo Mangiarotti che ora traballa parecchio. «Non ci penso, vivo giorno per giorno ma sono concentrata sulle prossime due gare. Certo, 20 anni fa non mi sarei mai aspettata di essere qui oggi. Stamane mi sono detta: «Cacchio hai avuto una carriera lunga, hai vinto tutto quello che volevi vincere. Allora vai e divertiti!»».
Non è sempre stato così, tre anni fa potevamo perderla. Era sfiduciata, si sentiva abbandonata dalla Federghiaccio, isolata in Valtellina con il marito americano, l’ex pattinatore e suo allenatore Anthony Lobello. Allora denunciò pressioni psicologiche ed è stata a un passo dal cambiare nazionalità. Accadde quando accusò due compagni di squadra di averla boicottata facendola cadere durante un allenamento. «È un ambiente tossico, voglio giustizia» tuonò e portò tutti al tribunale sportivo. Andrea Cassinelli e Tommaso Dotti furono assolti, la faccenda rientrò e Arianna ricominciò a fare la guerra solo in pista.
Da anni il mondo dello sport si chiede quale sia il suo elisir. Lei alza le spalle perché sa che l’unico segreto è la fatica, «quella che ti permette di sopportare tre, anche quattro allenamenti al giorno da quando ero bambina e in Valmalenco pattinavo su un campo di calcio ghiacciato, la sera tardi, al buio con gli amici. Ricordo che non stavo in piedi e gli allenatori mi consigliavano di cambiare sport. Ho avuto ragione io». Festeggerà come sempre: pizzoccheri, sciatt e un calice di Sassella. In attesa di conquistare la medaglia più grande: «Un figlio, che al momento giusto arriverà».
Dall’esaltazione si passa alla delusione sulle Tofane, dove le slalomiste l’hanno Combinata grossa. Esattamente com’era accaduto lunedì per i maschi (Giovanni Franzoni top, Alex Vinatzer flop), anche le ragazze hanno gettato nella neve una possibile medaglia. Laura Pirovano aveva apparecchiato la tavola con un’ottima discesa libera (3a), Martina Peterlini l’ha rovesciata litigando con i paletti. Out anche Sofia Goggia in discesa. Zero babà. Oro all’Austria davanti a Germania e Usa, con le americane tradite dalla favoritissima Mikaela Shiffrin. Gli slalomisti sono gente strana.
Poiché le Olimpiadi sconfinano sempre nella cronaca, ieri nella prova di skeleton (lo slittino sulla pancia) ecco la prima vera polemica: il Cio ha vietato all’ucraino Vladyslav Heraskevych l’uso del suo casco con le immagini degli amici uccisi durante la guerra. Un giocatore di hockey, una sollevatrice di pesi e un pugile mai tornati dal fronte. «Questa decisione mi spezza il cuore», ha detto Vlady, consolato da un post di ringraziamento di Volodymyr Zelensky. La Spoon River sul casco non avrebbe fatto male a nessuno. Sul podio delle assurdità sale invece il norvegese Sturla Lagreid, bronzo nella 20 km di Biathlon, che piange non di felicità ma perché «ho tradito la mia fidanzata e sono distrutto dal dolore». Lo rivela sul podio sperando di essere perdonato.
Meglio tornare alle gare. Oggi, fra gli azzurri ruggenti, si rivedono tre campioni già baciati sul successo: Giovanni Franzoni e Dominik Paris nel SuperG, l’eroica Lisa Vittozzi nel Biathlon. Qui si sognano repliche d’autore, magari con medaglie che non cadono per terra. È accaduto quattro volte per colpa del gancetto anti soffocamento che si stacca; la Zecca ha promesso di sostituirle.
Curiosa coincidenza con i Giochi di Parigi: là il metallo si scoloriva dopo poche ore. Dev’essere la maledizione dei vincitori.
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Roberto Speranza e Francesca Bertorello (Ansa)
Il civilista Bertorello e il penalista Salvatore Bottiglieri, legali dei genitori della trentaduenne insegnante genovese, chiedono la prosecuzione delle indagini. Non sono emerse responsabilità penali dei medici vaccinatori, né di coloro che la assistettero in ospedale, ma non basta per chiedere l’archiviazione: occorre indagare ai piani alti, politici e sanitari.
Gli avvocati sostengono che i profili di indagine penale devono rivolgersi a tutta la «catena di comando» dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, del Comitato tecnico scientifico (Cts) ed «eventuali altri organismi pubblici come l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa)», che in Italia nella primavera del 2021, tra togliere e rimettere in commercio il vaccino, concessero l’autorizzazione per Astrazeneca anche a tutti i soggetti di età superiore ai 18 anni «in iniziative, quali i vaccination day».
Il decesso di Francesca Tuscano è «ragionevolmente da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19», dichiararono i sanitari incaricati dalla Procura di Genova di redigere la perizia medico legale. Il 22 marzo 2021 la giovane aveva ricevuto la prima dose di Astrazeneca al polo vaccinale della struttura nota a Genova come Albergo dei poveri.
Pochi giorni dopo, il 3 aprile, i genitori con i quali viveva la trovarono in tarda mattinata ancora a letto, priva di coscienza. Il 118 la trasportò in stato comatoso all’Ospedale San Martino di Genova dove una Tac dell’encefalo rivelò una vasta emorragia celebrale, associata a trombosi dei seni venosi, con marcati segni di effetto massa. Il neurochirurgo decise di non intervenire chirurgicamente, Francesca venne trasferita nel reparto di rianimazione. Non ne uscirà viva: alle 9 di mattina del 4 aprile venne certificata la sua morte cerebrale.
Un fascicolo di indagine venne aperto d’ufficio dalla Procura di Genova, che diede incarico di redigere l’apposita relazione di consulenza tecnica al dottor Luca Tajana, specialista in medicina legale e delle assicurazioni, e al dottor Franco Piovella, specialista in ematologia clinica e di laboratorio. Le conclusioni furono che il decesso della giovane erano da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19, come successivamente confermò la Commissione medica ospedaliera del Dipartimento militare di medicina legale della Spezia e un’ulteriore perizia.
L’indagine era andata parallela a quella per la morte di Camilla Canepa, la studentessa diciottenne di Sestri Levante deceduta sempre per Vitt dopo una dose di Astrazeneca che le era stata somministrata in un Open day del maggio di quell’anno. Il nesso causale per Francesca è stato accertato, la morte era avvenuta per trombocitopenia e trombosi immunitaria indotta dal vaccino a vettore adenovirale
Per Tuscano, l’opposizione all’archiviazione verrà discussa il prossimo 26 febbraio davanti al gip Angela Nutini. «Non ci interessa verificare le responsabilità di Astrazeneca», spiega Bertorello. «Ci interessano le responsabilità penali e civili dello Stato italiano, chiediamo che si interroghino e si perseguano coloro che hanno deciso e coadiuvato le scelte dell’allora ministero della Salute di continuare a somministrare Astrazeneca».
L’avvocato sottolinea che Francesca era morta dopo Zelia Guzzo, l’insegnante di Gela di 37 anni deceduta per una trombosi celebrale il 24 marzo 2021 in seguito alla somministrazione dello stesso vaccino anglosvedese. «Obbligata pure Zelia a vaccinarsi in quanto insegnante, il ministero si limitò a sospendere Astrazeneca per una settimana, salvo poi riutilizzarlo malgrado ci fossero grandi dubbi, come documentò la Verità pubblicando i file video dove si faceva cenno anche a pressioni politiche per abbassare la soglia di età».
Si riferisce a un fuori onda, con l’allora presidente dell’Aifa, Giorgio Palù, che parlava con il microfono aperto: «Ci sono pressioni che non capisco sia per portarla più bassa Astrazeneca che Johnson&Johnson. Le dico la verità, glielo dico perché, uno per la responsabilità, perché il Cts in questo momento dà un parere e credo che ho espresso il mio parere anche come virologo e non mi sento di tornare indietro ecco, per qualche insistenza o desiderata ministeriale, ecco, volevo dirglielo questo…».
Bertorello trova inaccettabile che ancora non si sia provveduto a desecretare «i contratti firmati dal governo Conte con i produttori di vaccino, sulla base di accordi stipulati dall’Unione europea. Purtroppo la maggioranza di centrodestra non è compatta nel chiedere che siano resi noti. E c’è ancora chi confonde queste battaglie per i diritti dei danneggiati, o dei morti da vaccino, come rivendicazioni di no vax».
Il riconoscimento dello Stato per i genitori di Francesca Tuscano è stato irrisorio, poco più di 77.468,53 euro. «Una riapertura delle indagini e possibilmente un rinvio a giudizio di questi soggetti potrebbe aprire uno spiraglio per ottenere il risarcimento dei danni», dichiara Bertorello.
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«Bambini di piombo» (Netflix)
Quando Jolanta Wadowska-Król ha iniziato il proprio percorso di ricerca era il 1974. In Alta Slesia, come nel resto della Polonia, comandava il regime comunista. Nulla era chiaro, perché tutto doveva essere subordinato all'ideologia e funzionale alla sua sopravvivenza. Di più, alla sua magnificazione.
La dottoressa, però, era donna di scienza, e fra il dovere implicito di compiacere il proprio governo e la verità medica non ha faticato a scegliere. Jolanta Wadowska-Król, che sarebbe poi stata soprannominata la Erin Brockovich della Slesia, ha fatto tutto di nascosto. Giorno dopo giorno, esame dopo esame. In silenzio, ha visitato oltre cinquemila bambini, lei che nel distretto di Szopienice si è resa conto per prima dello stato di salute precario in cui versavano i più piccoli. Notò un'incidenza anomala di anemia e disturbi neurologici tra i bambini del distretto. Avevano alti livelli di saturnismo. E, nonostante i proclami del regime, la dottoressa decise di imputare queste patologie alla vicina fonderia di zinco. Alle sue esalazioni. A quel che il governo negava, minacciando ritorsioni per chiunque avesse sostenuto il contrario.
Jolanta Wadowska-Król, cui Netflix ora ha dedicato la serie Bambini di piombo, non ha chinato il capo. Sola, è andata avanti, riuscendo a far ricoverare i casi più gravi nei sanatori polacchi e riuscendo persino a ricollocare intere famiglie, procurando loro un'esistenza diversa, lontana dalla fonderia. Nessuno le ha teso una mano. Il regime, al contrario, ha provato a spogliarla della sua credibilità. E lei è finita così, isolata, impaurita. Ma determinata, in ogni caso, a portare avanti quel che aveva iniziato.
Quel che Bambini di piombo documenta in sei episodi, muovendosi indietro nel tempo fino a ritrovare quel clima di terrore, quella paura, quella lotta impari, condotta da una donna che - sulla carta - non avrebbe dovuto avere alcuna possibilità di sopravvivere al governo che le stava sopra.
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