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2021-12-10
Tra i ricoverati crescono i vaccinati, ma i giornali dicono il contrario
Hanno abboccato, l’amo era ghiotto perché veniva data l’ennesima conta dei no Vax in pericolo di morte, quindi nessun giornale si è preso la briga di comparare i dati. L’avessero fatto, controllando quando pubblica e aggiorna l’Istituto superiore di sanità, avrebbero evitato un’altra disinformazione per i cittadini. Due giorni fa la Fiaso, federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere, ha «confermato» che è in aumento il numero dei ricoverati in gravi condizioni non vaccinati.
«In due settimane +32% no vax e -33% vax in terapia intensiva», faceva sapere, regalando a giornalisti distratti il titolo perfetto da sbattere in pasto ai lettori. Peccato che si tratti solo dei dati degli ospedali sentinella Fiaso, non della situazione delle terapie intensive in tutto il Paese dove sono in aumento i ricoveri pure dei vaccinati. E in reparto ci sono più pazienti con doppia dose che senza. I numeri arrivano dalle sedici strutture riunite in un network coordinato dall’Inmi Spallanzani di Roma, per monitorare l’andamento dei ricoveri Covid e «anticipare soluzioni organizzative per la gestione della pandemia», annunciava la Fiaso.
A diventare ospedali sentinella furono l’Asst Ospedali civili di Brescia, la Asl città di Torino, l’Irccs Ospedale policlinico San Martino di Genova, l’Azienda sanitaria Friuli Occidentale, l’Irccs Policlinico S. Orsola Malpighi di Bologna, la Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, la Ao Santa Croce e Carle di Cuneo, lo Spallanzani, la Asl Roma 6, la Fondazione Ptv Policlinico Tor Vergata di Roma, gli Ospedali riuniti di Ancona, l’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni, il Policlinico di Bari, la Asm Matera e l’Azienda ospedaliera dei Colli Monaldi Cotugno di Napoli.
«In una settimana si consolida il trend di crescita di ospedalizzazioni di pazienti non vaccinati in terapia intensiva e di contestuale riduzione dei vaccinati in gravi condizioni», ha dichiarato il presidente della Fiaso, Giovanni Migliore. Diversi sono invece i dati della sorveglianza integrata dei casi di infezione da virus Sars-CoV-2 riportati sul territorio nazionale, e coordinata dall’Iss.
Se il 24 novembre i non vaccinati in terapia intensiva erano in tutta Italia 509, quelli vaccinati con una dose 14 e quelli con due dosi 270, la settimana successiva erano saliti rispettivamente a 546, 16 e 285. Perciò il 1 dicembre i ricoveri in intensiva erano aumentati del 6,78% tra i non vaccinati, del 12,50% tra chi aveva fatto una sola dose e del 5,26% tra quanti avevano concluso in ciclo vaccinale. Altro che calo dei vaccinati come si vorrebbe far credere.
Singolare il commento del presidente della Fiaso: «Abbiamo comunque scelto di analizzare la condizione dei pazienti vaccinati in rianimazione e abbiamo rilevato come siano tutti soggetti che hanno completato il ciclo vaccinale da oltre 4 mesi», scrive nel comunicato. Ma come? Allora c’è da preoccuparsi e tanto, se dopo quattro mesi dalla vaccinazione rischi di finire in intensiva. Migliore forse non si è reso conto, ma la spiegazione che dà butta alle ortiche l’efficacia del farmaco anti Covid. «Questo da una parte suggerisce la buona protezione della vaccinazione nei primi mesi, dall’altra conferma una volta di più l’importanza di una anticipazione della terza dose soprattutto per gli anziani fragili», dichiara con la massima tranquillità. Altrimenti vai in rianimazione dopo quattro mesi?
Se poi guardiamo i dati della sorveglianza integrata dell’Iss a partire dallo scorso settembre, notiamo che gli ingressi in terapia intensiva di vaccinati con due dosi sono andati crescendo, passando da 157 l’8 settembre a 174 il 29 settembre, poi sono calati fino a 128 il 27 ottobre per tornare in costante aumento il 3 novembre (140), il 10 novembre (178), il 17 novembre (224), il 24 novembre (270) e il 1 dicembre (285).
Al contrario, i ricoveri in rianimazione di non vaccinati sono andati diminuendo dal 29 settembre (717) scendendo a 604 il 6 ottobre, 414 il 20 ottobre, 319 il 3 novembre per poi risalire a 370 il 10 di quello stesso mese e arrivando ai 546 del 1 dicembre. In rianimazione ci sono dunque molti non vaccinati, ma in compagnia di pazienti con doppia dose fatta e questo dovrebbe allarmare.
Un’occhiata ai ricoveri in ospedale per Covid è altrettanto utile, per capire quanta disinformazione sanitaria circoli. Dal 24 novembre al 1 dicembre, secondo l’Iss gli ingressi in reparto dei non vaccinati sono calati da 3.737 a 3.733 (-0,11%), quelli dei vaccinati con una dose sono aumentati da 182 a 217 (+ 16,13%) e sono cresciuti pure i ricoveri di pazienti con doppia dose, passati da 3.693 a 3.845 (+ 21,56%).
Dati che si preferisce offuscare, meglio sparare i numeri di pochi ospedali e aggiungere un focus pediatria che è di una pochezza disarmante. «Il totale dei pazienti di età inferiore ai 18 anni ricoverati negli ospedali sentinella Fiaso è di 19», si legge nel comunicato. «La metà dei ricoverati ha più di 5 anni». Informazioni davvero utili per non capire se i pazienti sono under 11 (prossimi destinatari del vaccino) o sopra i 12 anni.
«Corsie in affanno: tornino i no vax»
Andrebbe rivisto l’allontanamento dagli ospedali dei sanitari non vaccinati. Nelle corsie, medici e infermieri che hanno già ricevuto due o tre dosi di anti-Covid vivono la situazione paradossale di essere in prima linea da due anni, sempre in meno, stremati e malpagati, mentre delle risorse sono a casa perché non «immunizzate» o impossibilitate a farlo, per motivi di salute. «Non capisco l’allontanamento dal lavoro di chi non è vaccinato», dice alla Verità Giampiero Avruscio, presidente per l’Ao-Università di Padova dell’Anpo, il sindacato che rappresenta i primari ospedalieri. «Quando non avevamo il vaccino eravamo tutti al lavoro e, usando i dispositivi e i tamponi, abbiamo ridotto tantissimo il contagio intraospedaliero. Perché non far rientrare e monitorare i sanitari sospesi?». La situazione è ormai insostenibile. «I medici ospedalieri sono in carenza di organico da ben prima del Covid: solo in Veneto ne mancavano 1.300», osserva il primario di Anpo. I motivi sono diversi. «Da una parte», spiega, «un’errata programmazione delle scuole di specialità e dall’altra la scarsa valorizzazione dei medici ospedalieri: non c’è Pasqua, Natale e Ferragosto» e gli stipendi sono fermi da anni. Il Covid ha peggiorato la situazione. Molti vanno all’estero - dove guadagnano anche il doppio, con turni diversi - altri si licenziano per i fare i medici di medicina generale. «In provincia di Padova», aggiunge Avruscio, «sei pediatri ospedalieri, compreso il primario, si sono licenziati per andare sul territorio a svolgere la libera professione, dove non si è dipendenti del Sistema sanitario, si ha un rischio clinico meno gravoso e una migliore qualità della vita». Nulla di nuovo: è notizia di queste settimane che nei pronto soccorso italiani mancano 4.000 medici - il 50% della carenza si è registrato negli ultimi due anni - che i concorsi per anestesisti e rianimatori vanno deserti e che interi reparti assicurano un servizio con un quarto dell’organico ritenuto necessario. In questo contesto, anche solo una persona in più, può fare la differenza. «Al momento ci sono 230 persone non vaccinate tra i sanitari del solo ospedale di Padova, ma nell’Ulss Euganea sono 500. È un numero grande per le ricadute sull’assistenza perché quelle che restano a casa sono persone di esperienza», dice Avruscio. «Uno specializzando non può risolvere molte situazioni: ci vogliono anni - e 200.000 euro - per formare un professionista sanitario». Certo, aggiunge il primario, «i sanitari devono vaccinarsi, lo capisco, ma siamo in emergenza e le prime linee sono esauste. Perché non trovare un’altra soluzione?». Del resto, «prima del Covid», ricorda, «quando non eravamo vaccinati, abbiamo lavorato, avevamo mense e bar sempre aperti, ma grazie alle protezioni e ai tamponi - fatti con frequenza diversa in base al rischio - abbiamo mantenuto basso il contagio. Invece di allontanare i non vaccinati, lasciando tutto sulle spalle di chi resta, facciamoli rientrare e prevediamo un salivare al giorno». Questa riflessione, che l’Anpo sta facendo anche a livello nazionale, nasce anche da un’altra costatazione. Anche in chi ha fatto le due o tre dosi, deve «in ogni caso indossare i dispositivi di protezione», fa notare Avruscio. «È chiaro che con il vaccino si diminuiscono i contagi, ma non si annullano. A tale proposito, è bene ricordare che non è il numero dei contagiati a preoccupare, ma delle ospedalizzazioni in contemporanea. Il vaccino», precisa, «permette di poter stare a casa e non essere ricoverati in reparto o in rianimazione, se non in casi particolari». Infine, si deve considerare che «oggi, come anche prima dei vaccini, se il sanitario ha uno stretto contatto con un positivo, a differenza degli altri cittadini, va a lavorare lo stesso, fa tamponi ravvicinati e, solo se positivo, sta a casa», aggiunge il primario Anpo. Alle prime linee, inoltre, sono state sospese anche le ferie. «C’è un certo affaticamento e i contagi stanno aumentando: non possiamo restare senza forze lavoro, conclude Avruscio. «È controproducente allontanare i soldati di esperienza».
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I dati della Fiaso sul calo degli inoculati negli ospedali, usati per spingere le punture, si riferiscono solo a 11 strutture. L’Iss rivela invece che, nei reparti ordinari, i pazienti con doppia dose superano i non immunizzati.A Padova è emergenza per la carenza di personale sanitario. Il sindacato dei primari: «I sospesi siano reinseriti e testati ogni giorno. Ingiusto allontanare chi ha esperienza».Lo speciale contiene due articoli.Hanno abboccato, l’amo era ghiotto perché veniva data l’ennesima conta dei no Vax in pericolo di morte, quindi nessun giornale si è preso la briga di comparare i dati. L’avessero fatto, controllando quando pubblica e aggiorna l’Istituto superiore di sanità, avrebbero evitato un’altra disinformazione per i cittadini. Due giorni fa la Fiaso, federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere, ha «confermato» che è in aumento il numero dei ricoverati in gravi condizioni non vaccinati. «In due settimane +32% no vax e -33% vax in terapia intensiva», faceva sapere, regalando a giornalisti distratti il titolo perfetto da sbattere in pasto ai lettori. Peccato che si tratti solo dei dati degli ospedali sentinella Fiaso, non della situazione delle terapie intensive in tutto il Paese dove sono in aumento i ricoveri pure dei vaccinati. E in reparto ci sono più pazienti con doppia dose che senza. I numeri arrivano dalle sedici strutture riunite in un network coordinato dall’Inmi Spallanzani di Roma, per monitorare l’andamento dei ricoveri Covid e «anticipare soluzioni organizzative per la gestione della pandemia», annunciava la Fiaso. A diventare ospedali sentinella furono l’Asst Ospedali civili di Brescia, la Asl città di Torino, l’Irccs Ospedale policlinico San Martino di Genova, l’Azienda sanitaria Friuli Occidentale, l’Irccs Policlinico S. Orsola Malpighi di Bologna, la Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, la Ao Santa Croce e Carle di Cuneo, lo Spallanzani, la Asl Roma 6, la Fondazione Ptv Policlinico Tor Vergata di Roma, gli Ospedali riuniti di Ancona, l’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni, il Policlinico di Bari, la Asm Matera e l’Azienda ospedaliera dei Colli Monaldi Cotugno di Napoli. «In una settimana si consolida il trend di crescita di ospedalizzazioni di pazienti non vaccinati in terapia intensiva e di contestuale riduzione dei vaccinati in gravi condizioni», ha dichiarato il presidente della Fiaso, Giovanni Migliore. Diversi sono invece i dati della sorveglianza integrata dei casi di infezione da virus Sars-CoV-2 riportati sul territorio nazionale, e coordinata dall’Iss. Se il 24 novembre i non vaccinati in terapia intensiva erano in tutta Italia 509, quelli vaccinati con una dose 14 e quelli con due dosi 270, la settimana successiva erano saliti rispettivamente a 546, 16 e 285. Perciò il 1 dicembre i ricoveri in intensiva erano aumentati del 6,78% tra i non vaccinati, del 12,50% tra chi aveva fatto una sola dose e del 5,26% tra quanti avevano concluso in ciclo vaccinale. Altro che calo dei vaccinati come si vorrebbe far credere. Singolare il commento del presidente della Fiaso: «Abbiamo comunque scelto di analizzare la condizione dei pazienti vaccinati in rianimazione e abbiamo rilevato come siano tutti soggetti che hanno completato il ciclo vaccinale da oltre 4 mesi», scrive nel comunicato. Ma come? Allora c’è da preoccuparsi e tanto, se dopo quattro mesi dalla vaccinazione rischi di finire in intensiva. Migliore forse non si è reso conto, ma la spiegazione che dà butta alle ortiche l’efficacia del farmaco anti Covid. «Questo da una parte suggerisce la buona protezione della vaccinazione nei primi mesi, dall’altra conferma una volta di più l’importanza di una anticipazione della terza dose soprattutto per gli anziani fragili», dichiara con la massima tranquillità. Altrimenti vai in rianimazione dopo quattro mesi? Se poi guardiamo i dati della sorveglianza integrata dell’Iss a partire dallo scorso settembre, notiamo che gli ingressi in terapia intensiva di vaccinati con due dosi sono andati crescendo, passando da 157 l’8 settembre a 174 il 29 settembre, poi sono calati fino a 128 il 27 ottobre per tornare in costante aumento il 3 novembre (140), il 10 novembre (178), il 17 novembre (224), il 24 novembre (270) e il 1 dicembre (285). Al contrario, i ricoveri in rianimazione di non vaccinati sono andati diminuendo dal 29 settembre (717) scendendo a 604 il 6 ottobre, 414 il 20 ottobre, 319 il 3 novembre per poi risalire a 370 il 10 di quello stesso mese e arrivando ai 546 del 1 dicembre. In rianimazione ci sono dunque molti non vaccinati, ma in compagnia di pazienti con doppia dose fatta e questo dovrebbe allarmare. Un’occhiata ai ricoveri in ospedale per Covid è altrettanto utile, per capire quanta disinformazione sanitaria circoli. Dal 24 novembre al 1 dicembre, secondo l’Iss gli ingressi in reparto dei non vaccinati sono calati da 3.737 a 3.733 (-0,11%), quelli dei vaccinati con una dose sono aumentati da 182 a 217 (+ 16,13%) e sono cresciuti pure i ricoveri di pazienti con doppia dose, passati da 3.693 a 3.845 (+ 21,56%). Dati che si preferisce offuscare, meglio sparare i numeri di pochi ospedali e aggiungere un focus pediatria che è di una pochezza disarmante. «Il totale dei pazienti di età inferiore ai 18 anni ricoverati negli ospedali sentinella Fiaso è di 19», si legge nel comunicato. «La metà dei ricoverati ha più di 5 anni». Informazioni davvero utili per non capire se i pazienti sono under 11 (prossimi destinatari del vaccino) o sopra i 12 anni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricoverati-crescono-vaccinati-giornali-contrario-2655968841.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="corsie-in-affanno-tornino-i-no-vax" data-post-id="2655968841" data-published-at="1639102498" data-use-pagination="False"> «Corsie in affanno: tornino i no vax» Andrebbe rivisto l’allontanamento dagli ospedali dei sanitari non vaccinati. Nelle corsie, medici e infermieri che hanno già ricevuto due o tre dosi di anti-Covid vivono la situazione paradossale di essere in prima linea da due anni, sempre in meno, stremati e malpagati, mentre delle risorse sono a casa perché non «immunizzate» o impossibilitate a farlo, per motivi di salute. «Non capisco l’allontanamento dal lavoro di chi non è vaccinato», dice alla Verità Giampiero Avruscio, presidente per l’Ao-Università di Padova dell’Anpo, il sindacato che rappresenta i primari ospedalieri. «Quando non avevamo il vaccino eravamo tutti al lavoro e, usando i dispositivi e i tamponi, abbiamo ridotto tantissimo il contagio intraospedaliero. Perché non far rientrare e monitorare i sanitari sospesi?». La situazione è ormai insostenibile. «I medici ospedalieri sono in carenza di organico da ben prima del Covid: solo in Veneto ne mancavano 1.300», osserva il primario di Anpo. I motivi sono diversi. «Da una parte», spiega, «un’errata programmazione delle scuole di specialità e dall’altra la scarsa valorizzazione dei medici ospedalieri: non c’è Pasqua, Natale e Ferragosto» e gli stipendi sono fermi da anni. Il Covid ha peggiorato la situazione. Molti vanno all’estero - dove guadagnano anche il doppio, con turni diversi - altri si licenziano per i fare i medici di medicina generale. «In provincia di Padova», aggiunge Avruscio, «sei pediatri ospedalieri, compreso il primario, si sono licenziati per andare sul territorio a svolgere la libera professione, dove non si è dipendenti del Sistema sanitario, si ha un rischio clinico meno gravoso e una migliore qualità della vita». Nulla di nuovo: è notizia di queste settimane che nei pronto soccorso italiani mancano 4.000 medici - il 50% della carenza si è registrato negli ultimi due anni - che i concorsi per anestesisti e rianimatori vanno deserti e che interi reparti assicurano un servizio con un quarto dell’organico ritenuto necessario. In questo contesto, anche solo una persona in più, può fare la differenza. «Al momento ci sono 230 persone non vaccinate tra i sanitari del solo ospedale di Padova, ma nell’Ulss Euganea sono 500. È un numero grande per le ricadute sull’assistenza perché quelle che restano a casa sono persone di esperienza», dice Avruscio. «Uno specializzando non può risolvere molte situazioni: ci vogliono anni - e 200.000 euro - per formare un professionista sanitario». Certo, aggiunge il primario, «i sanitari devono vaccinarsi, lo capisco, ma siamo in emergenza e le prime linee sono esauste. Perché non trovare un’altra soluzione?». Del resto, «prima del Covid», ricorda, «quando non eravamo vaccinati, abbiamo lavorato, avevamo mense e bar sempre aperti, ma grazie alle protezioni e ai tamponi - fatti con frequenza diversa in base al rischio - abbiamo mantenuto basso il contagio. Invece di allontanare i non vaccinati, lasciando tutto sulle spalle di chi resta, facciamoli rientrare e prevediamo un salivare al giorno». Questa riflessione, che l’Anpo sta facendo anche a livello nazionale, nasce anche da un’altra costatazione. Anche in chi ha fatto le due o tre dosi, deve «in ogni caso indossare i dispositivi di protezione», fa notare Avruscio. «È chiaro che con il vaccino si diminuiscono i contagi, ma non si annullano. A tale proposito, è bene ricordare che non è il numero dei contagiati a preoccupare, ma delle ospedalizzazioni in contemporanea. Il vaccino», precisa, «permette di poter stare a casa e non essere ricoverati in reparto o in rianimazione, se non in casi particolari». Infine, si deve considerare che «oggi, come anche prima dei vaccini, se il sanitario ha uno stretto contatto con un positivo, a differenza degli altri cittadini, va a lavorare lo stesso, fa tamponi ravvicinati e, solo se positivo, sta a casa», aggiunge il primario Anpo. Alle prime linee, inoltre, sono state sospese anche le ferie. «C’è un certo affaticamento e i contagi stanno aumentando: non possiamo restare senza forze lavoro, conclude Avruscio. «È controproducente allontanare i soldati di esperienza».
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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