
E nell'ora più calda, se non nella più buia, arrivarono i baby influencer del vaccino. Merito di Repubblica, che nell'edizione di ieri ha arruolato un manipolo di dodicenni smaniosi di farsi immunizzare dalla formidabile macchina da vaccinazione del generale Francesco Figliuolo (se si chiama così, un motivo ci sarà).
Tutti entusiasti di farsi inoculare nel braccio il magico principio attivo del green pass, al grido di: «Vogliamo tornare a fare sport e mai più Dad».
E hanno ragione loro, per carità, dopo che nella prima parte della pandemia sono stati quelli più sacrificati sull'altare della sicurezza dei nonni. Eppure fa uno strano effetto quest'uso così smaccato di ragazzi tra i 12 e i 16 anni come testimonial.
Va detto che almeno dicono la verità, ovvero che si vaccinano per poter tornare a vivere normalmente e avere il benedetto green pass. Però un po' dovremmo metterci d'accordo su questi adolescenti.
Il Pd di Enrico Letta vorrebbe farli votare a 16 anni. Mentre la Regione Piemonte, per attirare i minorenni nel suo hub vaccinale, sabato ha regalato a tutti un cono gelato. Chè le caramelle avrebbero fatto un po' una brutta impressione.
Il primo sfoglio di Repubblica, ieri, era davvero marziale. Le prime 10 pagine erano dedicate all'Afghanistan. Poi, avanti con un'alta guerra, senza veli e turbanti, ma con le mascherine addosso. «L'estate più dura del Covid», il titolo del pezzo con la cronaca di giornata dal fronte, dove, va detto, l'unica cosa che non tornava è che noi al posto di Winston Churchill abbiamo Roberto Speranza. A corredo, un paginone sui teenager «in fila per il vaccino». «La motivazione per quasi tutti è la voglia di ricominciare a vivere al 100%», sintetizzano al giornale diretto da Maurizio Molinari.
Ma chi l'avrebbe detto. Sì, insomma, ci hanno risparmiato una parata di piccoli geni della chimica. Almeno per questa volta. Ma attenzione, perché l'argine del baby influencer sì vax è rotto. Anzi, c'erano già state le prove generali venerdì scorso, sempre su Repubblica, giornale che mai potrebbe essere accusato di sfruttare i ragazzini. Si trattava di un pezzo su un tredicenne di Genova che raccontava di aver fatto la prima dose di Pfizer senz'alcuna paura, perché «così con la mia squadra di calcio potrò giocare il campionato».
Già, perché, come raccontava il ragazzino, per allenarsi non serve il green pass, ma per le gare ufficiali è «obbligatorio». Lo stesso calciatore in erba ha anche affermato: «Mi vaccino così ho la libertà». Che fa un po' venire i brividi.
Se gli capiterà di studiare la locuzione «stato d'eccezione permanente», ne comprenderà al volo il significato.
Dunque, ieri invece sono stati messe sul giornale le storie di sei ragazzi, tutti con mascherina salvo una certa Giulia, 16 anni, fiorentina, intervistata dai falchi di Repubblica mentre era in fila «all'hub Mandela Forum di Firenze». Lei spiega che, naturalmente, «all'inizio avevo un po' paura» (i convertiti sono i testimonial migliori), ma poi ha visto che gli amici vaccinati stanno tutti bene e, soprattutto, le mancano «i laboratori di scienze».
Intanto, anche Giulia fornisce il suo piccolo contributo alla sperimentazione di massa.
Filippo, quindici anni, milanese, racconta che «senza il green pass non si può fare nulla. All'aeroporto, per andare in Sardegna, non mi hanno fatto pranzare».
Ginevra, 12 anni, bolognese, dice fiera: «No, non ho avuto mai dubbi. Devo fare la seconda media e questo è l'unico modo per non tornare in Dad». Sveglia e pragmatica anche lei: ha capito che tra Lucia Azzolina e Patrizio Bianchi la differenza si ferma allo smalto sulle unghie.
Poi c'è Alessandro, 12 anni, torinese, che gioca a basket e di cognome fa pure Fassino. Consegna questa riflessione già di un certo respiro: «Di questo periodo si parlerà nei libri di storia dei miei figli, ma credo di essere in un'età in cui, non avendo un'età tutta mia, non ho dovuto rinunciare a molto». I genitori non hanno voluto a rinunciare a un viaggetto a Cipro e quindi anche lui è finito all'hub vaccinale del Lingotto.
Molto diretto anche Marco, dodicenne romano: «Mi iscriverò a nuoto e il green pass è obbligatorio». Poi cala l'asso: «Ci siamo informati molto bene sui vaccini da mio zio che è pediatra. Lui ha detto che sono tutti sicuri, anche AstraZeneca». Non sarebbe Italia, senza un parente nel ramo. Va dritto al sodo anche Domenico, sedicenne milanese: «Mi vaccino così potrò avere il green pass». Non sarà come avere il motorino quando non prendi debiti a scuola, però non c'è dubbio che senza il passi si rischia l'esclusione sociale.
Nei prossimi giorni assisteremo sicuramente a un crescendo di «interviste» del genere, adesso che un tempio del politicamente corretto come Repubblica ha sdoganato i baby influencer vaccinali.
E anche il bonus gelato del Piemonte farà sicuramente scuola.
Tutto lecito, per carità. Non sarà certo questo giornale a brandire presunte violazioni deontologiche. Ma visto che ci sono oltre 2 milioni di ultrasessantenni che non si sono vaccinati, ovvero soggetti decisamente più a rischio dei ragazzini, aspettiamo di leggere paginate con pensionati sì vax che raccontano di voler tornare a ballare il liscio ed enti locali che distribuiscono pilloline di sildenafil in omaggio.




