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2021-02-06
Renzi è un furbo, mica un padre della patria
Matteo Renzi (Ansa)
Direttore, confesso che mi sono avvicinato al suo giornale per le difficili ed esclusive battaglie che ha fin qui condotto in solitudine. Grazie a lei e ai suoi bravi giornalisti. Sono passato dall'acquisto all'edicola all'abbonamento, prima settimanale poi quello mensile. Come vede, sono un lettore attento e non mi faccio trascinare dal «vento» del momento. Vengo al dunque: trovo in lei, e si nota in ogni singola apparizione in tv o scritto, un livore eccessivo nei confronti di Matteo Renzi.
Mi permetta di dire, da liberale a liberale, che tale atteggiamento non è giustificato. Non sto a prendere le difese di Renzi, ci mancherebbe altro, ma non vedere in questa ultima «operazione» le ragioni di Renzi, non riconoscergli che grazie alla sua operazione ha mandato a casa un'accozzaglia di incompetenti, mi è incomprensibile. Le sembra poco? Sputtanarli, dividerli, ridicolizzarli! Lei mi dirà: troppo tardi, è stato lui a «fondarla». Tutto vero. Ma una operazione così ben fatta, da ridicolizzare i 5 stelle assieme al Pd, in un sol colpo, se non lo assolve, sicuramente lo riabilita. Non le pare? lo, lo definirei il «capolavoro» di Renzi.Il pensiero di un suo abbonato. Con stima,Evaristo Maltempi
La risposta del direttore
Caro Evaristo, non so se quello fatto da Renzi sia da considerare un capolavoro, di certo l'uomo ha vinto la sua sfida con Conte e gli va dato atto di aver avuto coraggio e perfino di averci fatto un favore, liberandoci - sempre che non rientrino dalla finestra - di alcuni imbarazzanti ministri che facevano parte del governo giallorosso. Detto ciò, la voglio rassicurare: nei confronti del fondatore di Italia viva non ho alcun livore, più semplicemente lo considero un giocatore d'azzardo, anzi un baro, per l'abitudine a dire una cosa e farne un'altra. Vede, io do per scontato che qualsiasi politico abbia una certa attitudine a mentire. Se facessimo una raccolta dei discorsi dei leader dalla prima Repubblica a oggi, ne troveremo delle belle. Per restare ai protagonisti degli ultimi trent'anni, da Berlusconi a Fini, da D'Alema a Conte non so quante volte abbiano cambiato idea. Tuttavia, la quota di menzogne deve essere accettabile, cioè deve rientrare tra le cose che impone la politica, altrimenti è altro. Ecco, io ritengo che Renzi superi abbondantemente la quota di sopportazione. Un tipo che giura di non andare a Palazzo Chigi senza passare dagli elettori; che dice al presidente del Consiglio «stai sereno» e due settimane dopo gli soffia la sedia; che promette agli italiani di ritirarsi dalla politica se il suo referendum sarà bocciato; che mostra il suo conto in banca, dichiarandosi povero in canna, salvo poi acquistare di lì a poco una casa da oltre un milione, come lo vogliamo considerare? E qui naturalmente ho contato solo le balle più grosse, ma volendo se ne potrebbero aggiungere altre. Per me, caro Evaristo, la dose di spregiudicatezza è eccessiva: capisco che se vuoi far politica devi essere pronto a cambiare strategia e che la tattica impone continui ripensamenti, ma se va bene tutto e anche il suo contrario, io mi domando chi ho davanti e soprattutto se mi debba fidare di un simile personaggio. Non nego che Renzi sia intelligente e che abbia talento: l'uomo sta sopra diverse spanne a tutti i suoi detrattori e anche ai suoi sostenitori. Se dovessi attribuirgli delle qualità, direi che è furbo, scaltro, privo di remore e dunque perfetto per un certo gioco che permetta di sorprendere l'avversario. In questo concordo perfettamente con il giudizio di Rino Formica, indimenticato ministro delle Finanze ai tempi di Craxi, l'uomo a cui si devono lapidarie definizioni come quella sull'assemblea socialista, composta da «nani e ballerine», ma anche sulla politica, fatta di «sangue e merda». Secondo Formica, Renzi resta un guastatore: «A scopone è l'uomo dello spariglio, ma non potrebbe mai dare le carte, perché la sua passione per la demolizione prevale». È vero, ha fatto cadere Conte e di questo gliene rendo merito, ma non credo che lo abbia fatti per motivi ideali, bensì per calcolo. Mi dicono che il giorno della trattativa, quello che costrinse Roberto Fico a gettare la spugna e ad aprire la porta a Draghi, il fondatore di Italia viva avesse ottenuto di avere tre ministri e un paio di sottosegretari, ma poi l'uomo ha piantato in asso tutti perché i grillini non volevano al governo Maria Elena Boschi. Non so se sia vero, ma Renzi è Renzi: un tipo spregiudicato, che persegue con determinazione i propri interessi e i propri obiettivi. È bravo, anzi bravissimo, ma inaffidabile per chi anteponga altre logiche e il viaggio a Riad ne è la prova evidente. Non puoi parlare in Parlamento di vulnus alla democrazia, rimproverare Conte per aver intrattenuto rapporti con Trump e poi dire che un Paese non ancora uscito dal Medioevo, dove si fanno a pezzi - letteralmente - i dissidenti e si mozza la testa agli avversari, sia il luogo di un nuovo Rinascimento. D'accordo, il cinismo è parte integrante della politica, ma credo ci siano dei limiti.Infine, caro Evaristo, mi permetta di dire un'ultima cosa. Lei scrive: Renzi ha mandato a casa un'accozzaglia di incompetenti, sputtanandoli, dividendoli e ridicolizzandoli. Sì, mi auguro che sia proprio così e spero che dopo averli cacciati non rifaccia con loro un altro governo, consentendogli di rientrare a Palazzo Chigi, per di più non con Conte ma con Draghi, cioè giocando l'ultima carta per salvarci di cui disponiamo. Mi spiego: io i giudizi sono abituato a darli alla fine, quando le bocce sono ferme, e in queste ore di fermo non c'è nulla, neppure la certezza che i 5 stelle siano definitivamente fuori dai giochi, il loro reddito di cittadinanza cancellato, le follie anti-industriali accantonate. Per ora, di sicuro c'è solo una cosa, e cioè che se abbiamo avuto il governo Conte bis, con Nunzia Catalfo, Lucia Azzolina, Vincenzo Spadafora e compagnia ignorante (nel senso che ignora) lo dobbiamo a Renzi, all'uomo che nell'agosto del 2019 fece la mossa del cavallo. Insomma, tanto per capirci: lei mi sta chiedendo di applaudire uno che, dopo aver appiccato l'incendio e aver mandato mezza casa in fumo, si dà da fare per spegnere le fiamme?
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Il direttore Maurizio Belpietro risponde a un lettore che rivendica la riabilitazione dell'ex Rottamatore per la cacciata dei giallorossi: «Matteo è intelligente e scaltro, ma la sua strategia è tutt'altro che un capolavoro. Ha affossato Conte per calcoli personali»Direttore, confesso che mi sono avvicinato al suo giornale per le difficili ed esclusive battaglie che ha fin qui condotto in solitudine. Grazie a lei e ai suoi bravi giornalisti. Sono passato dall'acquisto all'edicola all'abbonamento, prima settimanale poi quello mensile. Come vede, sono un lettore attento e non mi faccio trascinare dal «vento» del momento. Vengo al dunque: trovo in lei, e si nota in ogni singola apparizione in tv o scritto, un livore eccessivo nei confronti di Matteo Renzi. Mi permetta di dire, da liberale a liberale, che tale atteggiamento non è giustificato. Non sto a prendere le difese di Renzi, ci mancherebbe altro, ma non vedere in questa ultima «operazione» le ragioni di Renzi, non riconoscergli che grazie alla sua operazione ha mandato a casa un'accozzaglia di incompetenti, mi è incomprensibile. Le sembra poco? Sputtanarli, dividerli, ridicolizzarli! Lei mi dirà: troppo tardi, è stato lui a «fondarla». Tutto vero. Ma una operazione così ben fatta, da ridicolizzare i 5 stelle assieme al Pd, in un sol colpo, se non lo assolve, sicuramente lo riabilita. Non le pare? lo, lo definirei il «capolavoro» di Renzi.Il pensiero di un suo abbonato. Con stima,Evaristo Maltempi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-e-un-furbo-mica-un-padre-della-patria-2650337197.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-risposta-del-direttore" data-post-id="2650337197" data-published-at="1612568954" data-use-pagination="False"> La risposta del direttore Caro Evaristo, non so se quello fatto da Renzi sia da considerare un capolavoro, di certo l'uomo ha vinto la sua sfida con Conte e gli va dato atto di aver avuto coraggio e perfino di averci fatto un favore, liberandoci - sempre che non rientrino dalla finestra - di alcuni imbarazzanti ministri che facevano parte del governo giallorosso. Detto ciò, la voglio rassicurare: nei confronti del fondatore di Italia viva non ho alcun livore, più semplicemente lo considero un giocatore d'azzardo, anzi un baro, per l'abitudine a dire una cosa e farne un'altra. Vede, io do per scontato che qualsiasi politico abbia una certa attitudine a mentire. Se facessimo una raccolta dei discorsi dei leader dalla prima Repubblica a oggi, ne troveremo delle belle. Per restare ai protagonisti degli ultimi trent'anni, da Berlusconi a Fini, da D'Alema a Conte non so quante volte abbiano cambiato idea. Tuttavia, la quota di menzogne deve essere accettabile, cioè deve rientrare tra le cose che impone la politica, altrimenti è altro. Ecco, io ritengo che Renzi superi abbondantemente la quota di sopportazione. Un tipo che giura di non andare a Palazzo Chigi senza passare dagli elettori; che dice al presidente del Consiglio «stai sereno» e due settimane dopo gli soffia la sedia; che promette agli italiani di ritirarsi dalla politica se il suo referendum sarà bocciato; che mostra il suo conto in banca, dichiarandosi povero in canna, salvo poi acquistare di lì a poco una casa da oltre un milione, come lo vogliamo considerare? E qui naturalmente ho contato solo le balle più grosse, ma volendo se ne potrebbero aggiungere altre. Per me, caro Evaristo, la dose di spregiudicatezza è eccessiva: capisco che se vuoi far politica devi essere pronto a cambiare strategia e che la tattica impone continui ripensamenti, ma se va bene tutto e anche il suo contrario, io mi domando chi ho davanti e soprattutto se mi debba fidare di un simile personaggio. Non nego che Renzi sia intelligente e che abbia talento: l'uomo sta sopra diverse spanne a tutti i suoi detrattori e anche ai suoi sostenitori. Se dovessi attribuirgli delle qualità, direi che è furbo, scaltro, privo di remore e dunque perfetto per un certo gioco che permetta di sorprendere l'avversario. In questo concordo perfettamente con il giudizio di Rino Formica, indimenticato ministro delle Finanze ai tempi di Craxi, l'uomo a cui si devono lapidarie definizioni come quella sull'assemblea socialista, composta da «nani e ballerine», ma anche sulla politica, fatta di «sangue e merda». Secondo Formica, Renzi resta un guastatore: «A scopone è l'uomo dello spariglio, ma non potrebbe mai dare le carte, perché la sua passione per la demolizione prevale». È vero, ha fatto cadere Conte e di questo gliene rendo merito, ma non credo che lo abbia fatti per motivi ideali, bensì per calcolo. Mi dicono che il giorno della trattativa, quello che costrinse Roberto Fico a gettare la spugna e ad aprire la porta a Draghi, il fondatore di Italia viva avesse ottenuto di avere tre ministri e un paio di sottosegretari, ma poi l'uomo ha piantato in asso tutti perché i grillini non volevano al governo Maria Elena Boschi. Non so se sia vero, ma Renzi è Renzi: un tipo spregiudicato, che persegue con determinazione i propri interessi e i propri obiettivi. È bravo, anzi bravissimo, ma inaffidabile per chi anteponga altre logiche e il viaggio a Riad ne è la prova evidente. Non puoi parlare in Parlamento di vulnus alla democrazia, rimproverare Conte per aver intrattenuto rapporti con Trump e poi dire che un Paese non ancora uscito dal Medioevo, dove si fanno a pezzi - letteralmente - i dissidenti e si mozza la testa agli avversari, sia il luogo di un nuovo Rinascimento. D'accordo, il cinismo è parte integrante della politica, ma credo ci siano dei limiti.Infine, caro Evaristo, mi permetta di dire un'ultima cosa. Lei scrive: Renzi ha mandato a casa un'accozzaglia di incompetenti, sputtanandoli, dividendoli e ridicolizzandoli. Sì, mi auguro che sia proprio così e spero che dopo averli cacciati non rifaccia con loro un altro governo, consentendogli di rientrare a Palazzo Chigi, per di più non con Conte ma con Draghi, cioè giocando l'ultima carta per salvarci di cui disponiamo. Mi spiego: io i giudizi sono abituato a darli alla fine, quando le bocce sono ferme, e in queste ore di fermo non c'è nulla, neppure la certezza che i 5 stelle siano definitivamente fuori dai giochi, il loro reddito di cittadinanza cancellato, le follie anti-industriali accantonate. Per ora, di sicuro c'è solo una cosa, e cioè che se abbiamo avuto il governo Conte bis, con Nunzia Catalfo, Lucia Azzolina, Vincenzo Spadafora e compagnia ignorante (nel senso che ignora) lo dobbiamo a Renzi, all'uomo che nell'agosto del 2019 fece la mossa del cavallo. Insomma, tanto per capirci: lei mi sta chiedendo di applaudire uno che, dopo aver appiccato l'incendio e aver mandato mezza casa in fumo, si dà da fare per spegnere le fiamme?
Assentral
I due creano così una pagina Instagram incentrata unicamente su questo modello. Arrivano i primi like e i primi commenti. Che aumentano sempre di più. Dall’altra parte dello schermo, però, non ci sono solo «personale normali». Ci sono soprattutto collezionisti e multimilionari. Gente che ha i garage pieni di pezzi da collezione. «Dal niente», prosegue Leonardo, «abbiamo iniziato a parlare con loro. Ci descrivevano le loro auto, i loro modelli. E così abbiamo iniziato ad archiviare tutto. Un sistema a grappolo in cui segnavamo tutto: il tipo di auto, il colore e così via. In poco tempo abbiamo creato un archivio unico».
Con i loro follower/collezionisti (i cui nomi non ci vengono rivelati: «Per noi il riserbo è tutto»), discutono su tutto, perfino delle questioni familiari. Si crea così un legame di fiducia. Tra di loro c’è anche un certo Alberto, uomo della finanza e dell’imprenditoria attivo anche nel mondo della nautica. Vede del potenziale in quei giovani e chiede di incontrarli. Destinazione Montecarlo. «Andavamo all’università e abbiamo speso tutti i nostri risparmi per andare lì e conoscerlo. Non sapevamo nemmeno che faccia avesse e lui non pensava fossimo così giovani, viste le nostre competenze». È il momento del salto. Quello in cui una passione, coltivata e accresciuta nel tempo («per anni abbiamo studiato solamente questo settore», spiegano i due) diventa un lavoro. Un business. Anche perché nel frattempo arrivano prime richieste: «Ma se volessi quella macchina in particolare?». L’archivio è lì, pronto. E così Leonardo ed Edoardo cominciano a sentire i loro follower, che ora diventano clienti. Diventano il centro, l’asse, che mette in contatto mondi diversi: Assentral, appunto, con l’obbiettivo di soddisfare la domanda di automobili speciali da collezione (e non solo), tramite un sistema innovativo, basato su relazioni sviluppate negli anni.
Ma questo è solo l’inizio. Perché, sempre su Instagram, i due vedono i lavori di Paul, un ragazzo scozzese. Cognome? «Niente cognome, è troppo bravo, poi ce lo portano via». Riesce a riproporre i modelli di auto in modo perfetto. Edoardo e Leonardo estraggono il loro pc per farmi qualche esempio. Cominciano a zoomare un rendering per mostrare la pelle lavorata dei sedili e perfino la marca degli pneumatici. Sembra più vero del vero. «Oggi i nostri clienti ci chiedono questo: modelli unici, fatti unicamente per loro. Noi prepariamo tutto, scegliamo con loro i colori e i dettagli, poi mandiamo i nostri progetti alla casa madre, che li realizza».
È il virtuale che diventa reale. Cosi dalle configurazioni in digitale dello studio di design di Assentral Speclab, si passa al carbonio, alle cuciture e alla pelle vera e propria. E pure a un luogo fisico, che verrà inaugurato a breve negli stessi spazi della D-Factory di Cinisinello Balsamo, la Mecca delle auto di lusso.
Un sogno italiano, quindi. Che fa sognare due giovani imprenditori ma, soprattutto, i loro clienti.
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«Jo Nesbø's Detective Hole» (Netflix)
Dopo il film con Michael Fassbender, il personaggio di Jo Nesbø arriva su Netflix con una serie che ne esplora fragilità e ossessioni. Basata su «La stella del diavolo», segue un’unica indagine tra i demoni personali del protagonista.
Harry Hole, al cinema, ha avuto il volto cupo di Michael Fassbender, i capelli ramati e un accenno di barba. Quando si è deciso di far delle sue gesta un film, si è scelto avesse le fattezze massicce dell'attore, così simile a quelle immaginate da Jo Nesbø. Poi, però, ci si è fermati. Harry Hole non ha avuto seguiti né adattamenti ulteriori. Eppure, Nesbø ha continuato a scrivere. E tanto ha prodotto da aver - finalmente - convinto una piattaforma a fare del suo detective il centro di una serie crime.
Jo Nesbø's Detective Hole, disponibile su Netflix da giovedì 26 marzo, prova a mettere insieme tutti i romanzi dello scrittore norvegese, costruendo su quel suo investigatore una narrazione capace di ricostruirne la complessità.Harry Hole, non più interpretato da Fassbender ma da Tobias Santelmann, è la copia carbone di quello che tanti detective prima di lui sono stati. Un genio preda di fantasmi e tormenti, l'intuitivo fuori scala inversamente proporzionale all'abilità di intessere relazioni umane soddisfacenti. Hole, pur noto ad Oslo come il più talentuoso fra gli investigatori, è vittima di una depressione cronica che, negli anni, lo ha indotto a sviluppare una forma altrettanto cronica di alcolismo. Beve fino a perdere conoscenza, Jim Beam, whiskey per lo più.
Eppure, il vizio non ha mai intaccato le sue capacità deduttive. Si è preso altro: il privato, le relazioni di Hole, monche e lacunose. Il detective, pur temuto e rispettato, ha amato una sola donna, senza riuscire a tenersela accanto. Rachel, un tempo amore, si è trasformata in tormento: tossica quanto e più del whiskey. Harry Hole non è mai riuscito a dirle addio. Rachel è sempre tornata, ondivaga e insicura. E con lei, puntuali, si sono fatti avanti i demoni. Gli stessi che l'investigatore sta goffamente cercando di combattere quando il candore di Oslo, sua città natale, si tinge di rosso. Una ragazza è stata trovata morta nel proprio appartamento, un dito le è stato reciso e, dietro una palpebra, il killer si è premurato di lasciarle un piccolo diamante a forma di stella. Una firma, un indizio, un peccato di vanità che, nella letteratura, ha dato il titolo ad uno dei romanzi di Nesbø.
Benché la serie Netflix ambisca ad essere un compendio di quanto prodotto dallo scrittore, Jo Nesbø's Detective Hole è basata per lo più su uno dei suoi tanti romanzi, il quinto, La stella del diavolo. Così ha voluto Nesbø, che per Netflix ha curato parte della sceneggiatura. Lo show, dunque, si trova a riavvolgere il filo per raccontare, intimamente, chi sia quest'uomo complesso. Poi, però, entra nel merito di un suo solo caso, un solo serial killer e una sola indagine, condotta - come da libro - insieme all'odiato e corretto collega Tom Waaler.
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Ford introduce le versioni BlueCruise Edition su Kuga e Puma, portando la guida assistita di livello 2 su modelli più diffusi. Il sistema è utilizzabile su oltre 135.000 chilometri di strade europee ed è incluso senza abbonamento.
Ford accelera sulla democratizzazione della guida assistita e introduce le nuove BlueCruise Edition su due dei modelli più apprezzati della gamma europea, Kuga e Puma. Le nuove versioni rappresentano un passo concreto verso una mobilità sempre più tecnologica e accessibile, portando su larga scala il sistema di assistenza alla guida di livello 2 che consente la modalità «mani libere, occhi puntati sulla strada».
Dopo il debutto europeo su Mustang Mach-E, primo sistema di questo tipo a ottenere l’approvazione normativa nel continente, BlueCruise amplia ora il proprio raggio d’azione. L’obiettivo è chiaro: offrire un’esperienza di guida più rilassata e sicura anche a un pubblico più ampio, andando oltre il segmento premium e integrandosi su modelli ad alta diffusione.
Le nuove Kuga e Puma BlueCruise Edition nascono infatti con una vocazione precisa: ridurre lo stress nei lunghi viaggi, soprattutto in autostrada. Grazie al Co-Pilot Pack di serie, il sistema consente la guida a mani libere su oltre 135.000 chilometri di arterie europee, le cosiddette «Blue Zones», distribuite in 16 Paesi. Un’estensione significativa che rende la tecnologia concretamente utilizzabile nella quotidianità.
Uno degli elementi più rilevanti dell’offerta è l’assenza di abbonamenti: BlueCruise è incluso senza costi aggiuntivi, insieme alla navigazione connessa basata su cloud, che fornisce aggiornamenti sul traffico in tempo reale e suggerisce percorsi ottimizzati. Una scelta strategica che punta a semplificare l’esperienza d’uso e a rafforzare il valore percepito del prodotto.
Non manca un’attenzione particolare al design. Le BlueCruise Edition si distinguono per dettagli esclusivi, a partire dalla livrea Vapor Blue abbinata al tetto a contrasto nero e agli specchietti coordinati. Completano il look i cerchi in lega dedicati, da 18 pollici su Puma e da 19 su Kuga. All’interno, l’ambiente si caratterizza per finiture Nordic Blue e inserti dei sedili lavorati, che conferiscono un tocco distintivo senza rinunciare alla sobrietà.
Ampia anche la gamma di motorizzazioni. Kuga è proposta in versione full hybrid e plug-in hybrid, mentre Puma affianca alle unità EcoBoost hybrid con cambio automatico anche la nuova declinazione completamente elettrica Gen-E. Una varietà che riflette la strategia multienergia del costruttore, orientata a soddisfare esigenze diverse in termini di utilizzo e sostenibilità.
Con le BlueCruise Edition, Ford compie dunque un passo deciso verso la diffusione capillare della guida assistita avanzata. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica, ma di un cambio di paradigma: la comodità e il supporto alla guida diventano elementi centrali dell’esperienza automobilistica, accessibili a un pubblico sempre più vasto.
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Ansa
La parabola di Plotino si rispecchia nel bacino Mediterraneo, è l’erede di quei mondi antichi, il maestro di quel passaggio e il crocevia del pensiero, dal Medio Oriente a Roma. Dopo di lui verrà Sant’Agostino, con la Patristica. Nel suo tempo cresce la Gnosi e si diffonde il Manicheismo. A lui si deve il platonismo a Roma, con una scuola frequentata anche dai politici e dalle donne. A lui si deve il grande sogno della città governata dai filosofi, Platonopoli, che sarebbe sorta a due passi da Napoli. A lui si deve il primo, grande pensiero che supera il dualismo, con la teoria dell’emanazione e la nostalgia del Ritorno: l’Uno emana il mondo, come i raggi del sole, e le anime avvertono il conato di tornare alle origini. In Plotino la vita come il pensiero sono percorsi dalla nostalgia dell’origine. Emanazione e Ritorno sono il respiro del mondo, L’Uno espira e dà fiato al mondo, il mondo inspira e torna all’Uno. A lui si deve la prima grande filosofia della bellezza che dal corpo scorre verso l’anima e dall’anima risale a Dio.
Il suo pensiero fecondò la dottrina cristiana e il pensiero arabo, soffiò nel platonismo medioevale e nell’alchimia, poi nell’Umanesimo e nel Rinascimento, l’idealismo e il romanticismo, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola fino a Schelling, e poi a raggiungere nel Novecento personalità eminenti di ambiti differenti come Jung e Florenskij, Yeats e Bergson, Hillmann e Hadot, Eliade e Sestov. Pure Leopardi s’innamorò di lui e a lui dedicò un dialogo, uno dei suoi pochi scritti in difesa della vita, quando Plotino riesce a dissuadere il suo allievo Porfirio, che sarà poi il suo biografo, dal desiderio di suicidarsi.
A lui si riferirono anche scrittori e poeti del secolo scorso: da Albert Camus, che scrisse la tesi di laurea su di lui a Ezra Pound che gli dedicò una poesia giovanile in A lume spento, fino a Borges che ne parlò agli esorti della sua Storia dell’eternità.
Sarebbe un esercizio curioso e intrigante rileggere alcune teorie di Plotino alla luce della tecno-scienza di oggi e della fisica quantica: il nesso tra microcosmo e macrocosmo, la connessione di ogni parte al tutto, la convinzione che ogni particella del cosmo, come una miniatura dell’universo, abbia in sé la totalità del mondo. Tutto ciò precorre su altri versanti le più recenti teorie della fisica, le particelle di Dio, le onde elettromagnetiche e gravitazionali, le vibrazioni cosmiche...
Per tutte queste ragioni, dopo tanti anni di passione per il pensiero di Plotino nel fatidico anno 2000, mi dedicai a lui, autore sommo nel mio pantheon personale. Lo scrissi in forma di autobiografia, in prima persona, riferendomi agli ultimi anni vissuti da Plotino nella campagna di Minturno, dove morì. Al testo letterario ho aggiunto un saggio su di lui e sul suo pensiero. Il testo è un bilancio della sua vita e del suo pensiero, attraverso i luoghi e i temi che li avevano scanditi. Gli impliciti modelli di scrittura erano Così parlò Zarathustra di Nietzsche e le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
Dietro l’apparenza di una fictio, i dettagli storici e teorici combaciavano con la realtà storica e col suo pensiero, con le fonti, i nomi e i luoghi. Dalla sua nascita e poi la sua infanzia sulle rive del basso Nilo - nei pressi dell’odierna Asyut - alla sua prima maturità ad Alessandria d’Egitto dove fu iniziato alla filosofia, poi il suo soggiorno ad Antiochia e la sua partecipazione in Siria alla guerra con i persiani, dove rischiò di essere ucciso, nel suo tentativo di spingersi verso Oriente fino a vagheggiare la meta dell’India per conoscere i sapienti. Quindi il suo viaggio verso Roma, dove fondò la sua scuola frequentata anche da senatori e patrizi, che tenne per vent’anni, le sue commemorazioni di Platone, Socrate e Aristotele, il suo sogno di fondare una città ideale a sud di Roma, Platonopoli e di convincere all’impresa l’imperatore Gallieno; il suo dialogo con l’allievo Porfirio per dissuaderlo dal proposito di togliersi la vita, quindi il suo ritiro nella campagna di Minturno, infine la sua morte intorno ai 68 anni.
È solo una congettura, invece, l’incontro con Mani e con Origene il cristiano, suoi contemporanei; autentico è invece il suo incontro fatale con Ammonio Sacca che lo iniziò alla sapienza. L’amore per Gemina è invece un’amorosa illazione su una amicizia effettiva del filosofo con una donna e con sua figlia che aveva lo stesso nome della madre, assidue della sua scuola e appartenenti al ceto nobiliare romano. Plotino aveva ritrosia a parlare e a scrivere di sé. Si vergognava di avere un corpo, fermò il suo allievo Amerio che voleva farlo ritrarre dal pittore Carterio; aveva perfino pudore di mangiare in presenza d’altri. Coltivava la vita incorporea del corpo.
Nella copertina dell’autobiografia appare il ritratto che ne fece Raffaello nella Scuola d’Atene. Immaginai che quella presunta autobiografia Plotino l’avesse poi gettata nel fiume del tempo, inabissandola nelle acque del fiume Lyris, come facevano coloro che attraversavano il fiume e per ingraziarsi l’impervio corso fluviale gettavano una moneta nelle sue acque. La moneta gettata da Plotino per ingraziarsi gli dei era la sua vita raccolta in uno scritto «sacrificale». Quel fiume Liri, oggi noto nella sua parte terminale come Garigliano, si ricongiungeva in una geografia poetica - avrebbe detto Vico - al fiume Nilo delle sue origini, ai fiumi Ilisso e Celari di Socrate, dei suoi allievi e dei suoi dialoghi platonici, poi ai fiumi della sua maturità, il Tigri e l’Eufrate, crinali d’Oriente e Occidente, e infine al Tevere alle cui sponde Plotino rimase per oltre un ventennio. Il libro finisce nei fondali del fiume e si perde ogni sua traccia; e dunque quel che i lettori hanno tra le mani in realtà non può esistere. Vissi la scrittura di quel libro nella primavera del 2000 in uno stato di grazia, felice di scrivere e di vivere in compagnia di Plotino. Spero che altrettanta gioia possa scaturire nella lettura di questo libro in compagnia di quel maestro di luce e di bellezza. Plotino ci indica la via del ritorno all’Uno, alla Casa, all’Origine e la bellezza divina dell’Essere. Come scrive Porfirio nella Vita di Plotino: «Io mi sforzo di ricondurre il divino che è in me al divino che è nell’universo».
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