2021-02-03
Romano Prodi e Massimo D'Alema (Ansa)
I due ex premier sono in disaccordo su tutto tranne che nel magnificare il modello del Celeste Impero, tacendone i difetti e i crimini. E se fondassero un partito?
L’incontro a Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump, del cui esito vedremo gli effetti più avanti, immaginiamo abbia in Italia due osservatori particolarmente attenti: Romano Prodi e Massimo D’Alema. Le ragioni sono note: i due protagonisti che hanno calcato la scena politica nel recente passato hanno intensi rapporti con la Repubblica popolare cinese.
Scherzando - ma non troppo - potremmo dire che se esistesse il Partito cinese d’Italia, sigla Pcd’I con tanto di suggestiva rievocazione storica, la sua sede potrebbe tranquillamente trovarsi di fronte all’ambasciata francese, in piazza Farnese a Roma: tra lettere in mandarino, schermi di produzione orientale e pile della rivista della Fondazione Italianieuropei. E se davvero esistesse questo fantomatico partito, il Partito cinese d’Italia, Massimo D’Alema ne sarebbe, senza dubbio, il segretario onorario. Mentre Romano Prodi avrebbe tutti i titoli per sedersi sulla poltrona di presidente.
La lunga marcia della sinistra italiana verso Pechino, in fondo è iniziata diverso tempo fa, quando molti ex compagni dovettero prendere atto del crollo dell’Unione Sovietica e cercare altrove un altro punto cardinale a cui appendere la giacca ideologica. Non è un caso che, con l’Ulivo, proprio D’Alema e Prodi, siano diventati nel tempo fra i più zelanti sponsor italiani della Cina. Ognuno con il suo stile: sfacciato, elegante, e vagamente altezzoso il primo, curiale, felpato e con pensosa tigna il secondo. Va dato atto alla diplomazia del Dragone di aver trovato la formula per farli andare d’accordo. Romano Prodi coltiva rapporti con Pechino da anni. Lo dimostrò già quando la Fondazione Agnelli decise di investire in Cina: l’ex presidente della Commissione europea fece da sherpa istituzionale, portando a casa una cattedra nella prestigiosa università Agnelli Chair of Italian Culture, gestita dal China-Europe Philanthropy Innovation Research Center dell’Università di Pechino. Già allora molti si chiesero perché, considerando che, se era del tutto naturale che un’azienda di automotive investisse in Cina alla ricerca di ingegneri e nuovi mercati, era invece assai meno naturale affidarsi proprio a Prodi per aprire certe porte.
La popolarità del Professore nella nazione che ormai ha svestito da tempo i panni dell’economia emergente, non si misura soltanto nei suoi frequenti rendez vous orientali. Diversi anni fa, in un articolo pubblicato in prima pagina dal quotidiano di punta China Daily, Prodi veniva indicato come figura di riferimento di Dagong, l’agenzia di rating cinese che da anni tenta di insidiare il predominio di colossi statunitensi come Standard & Poor’s e Moody’s. Un’investitura quasi imperiale.
I rapporti di D’Alema con Pechino, invece, hanno contorni ancora più politici - e forse anche più spregiudicati. Ce lo ricordiamo lo scorso anno partecipante alla parata di Pechino con tanti leader di regimi tutt’altro che democratici. Per giustificare la sua presenza in quel contesto parlò del popolo cinese come soggetto «fondamentale per la sconfitta del nazismo e del fascismo». Frase apparsa a molti non solo infelice, ma anche storicamente assai discutibile. Il contributo militare cinese alla guerra contro il nazifascismo in Europa fu marginale, mentre quella tribuna popolata da autocrati globali, trasmetteva ben altri messaggi che non quelli della pace e della libertà.
Ma quella di D’Alema non è certo una simpatia improvvisa. Da anni l’ex leader post-comunista strizza l’occhio a Pechino, sia per motivi ideologici sia, come sottolineano alcuni osservatori, per ragioni economiche.
Attraverso la società di consulenza DL&M Advisor, attiva nei processi di internazionalizzazione verso i mercati esteri, compreso quello cinese, e tramite la fondazione della società Silk Road Wines, dedita all’esportazione di vino italiano in Cina, D’Alema ha costruito rapporti significativi con ambienti vicini al Partito comunista cinese. Già in passato aveva partecipato al Forum internazionale sulla democrazia organizzato proprio dal comitato centrale del Pcc. Non stupisce, quindi, la sua presenza in prima fila nella tribuna d’onore. Forse stupisce il cambiamento politico, quando all’indomani del dramma delle Torri gemelle, lo stesso D’Alema spiegava ad una sinistra riluttante che il nuovo orizzonte strategico dell’Occidente era Washington. Oggi quell’uomo appare lontanissimo, quasi irriconoscibile.
Sia chiaro, nello scenario geopolitico mondiale è doveroso guardare con attenzione a una potenza come la Cina, destinata ad un ruolo sempre più centrale sulla scena politica internazionale. Nessuno mette in discussione il peso economico, politico e strategico di Pechino. Ma proprio per questo sorprende il silenzio quasi reverenziale di certi politici e intellettuali italiani davanti a un sistema che continua a fare a pugni con la democrazia e i diritti umani, sia all’interno dei propri confini sia in un continente, come quello africano, dove ha una presenza sempre più invasiva.
Ecco, sarebbe utile che ogni tanto, oltre a omaggiare e magnificare il ruolo globale della Repubblica popolare cinese, qualcuno ricordasse anche questi aspetti che spesso e volentieri vengono usati dalla sinistra nel nostro Paese per polemizzare con il governo italiano, ma che altrove invece sono colpevolmente silenziati.
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Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Il presidente russo è arrivato a Pechino, anche per avere il via libera alla costruzione di un nuovo gasdotto tra i due Paesi. Sullo sfondo, l’ipotesi di un’intesa con Washington.
Accolto dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi, Vladimir Putin è atterrato ieri sera a Pechino, dove dovrebbe incontrare oggi Xi Jinping: una visita, quella del presidente russo nella capitale cinese, che avviene pochi giorni dopo quella di Donald Trump.
Ci si attende che il capo del Cremlino e Xi discuteranno di vari temi: dalla guerra in Ucraina a quella in Iran passando per i rapporti con gli Stati Uniti. In particolare, il consigliere di Putin, Yury Ushakov, ha affermato che i due leader promuoveranno l’«instaurazione di un mondo multipolare», nonché «un nuovo tipo di relazioni internazionali». Ma cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio.
Per quanto riguarda la questione ucraina, la guerra si sta protraendo ormai da oltre quattro anni. Secondo quanto riferito dal Financial Times, Xi, durante il suo recente incontro con Trump, avrebbe dichiarato che lo zar potrebbe pentirsi di aver invaso l’Ucraina. Il governo cinese, ieri, ha ufficialmente smentito, non senza imbarazzo, questa rivelazione. Tuttavia, qualora l’affermazione fosse stata realmente pronunciata, ciò dimostrerebbe un crescente fastidio da parte di Pechino per il protrarsi del conflitto in Ucraina. Putin, dal canto suo, ha bisogno di rafforzare i legami con Xi proprio per rafforzare la sua posizione negoziale in vista di eventuali colloqui diplomatici sulla crisi ucraina. Passando poi all’Iran, sia Mosca che la Repubblica popolare intrattengono stretti legami con il regime khomeinista. Xi e Putin sperano che Trump finisca con l’impantanarsi. Al contempo, però, temono la crescente pressione a cui è sottoposta la Repubblica islamica. Dopo la caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024, entrambi non possono permettersi di perdere un altro alleato mediorientale.
Un ulteriore dossier sul tavolo sarà quello energetico. Anche per far fronte alle sanzioni occidentali, lo zar spera di ottenere dal presidente cinese il via libera per la realizzazione del gasdotto Power of Siberia 2, che incrementerebbe decisamente l’export di gas russo verso la Cina. Tuttavia, come sottolineato ieri da Cnbc, la Repubblica popolare, almeno finora, non ha avuto fretta di approvare questo progetto. Senza dubbio, i due presidenti affronteranno anche la questione commerciale, per intensificare i rapporti economici tra Mosca e Pechino. «Le regolari visite reciproche e i colloqui ad alto livello tra Russia e Cina sono una parte importante e integrante dei nostri sforzi congiunti per promuovere l’intera gamma delle relazioni tra i nostri due Paesi e liberare il loro potenziale davvero illimitato», ha affermato ieri Putin, secondo la Tass. E poi emerge ovviamente il rapporto con gli Stati Uniti. Stando al Financial Times, Trump avrebbe intenzione di proporre un fronte comune con Mosca e Pechino contro la Corte penale internazionale. Tuttavia, più in generale, le tre potenze stanno effettuando un complicato minuetto, ciascuna con le proprie debolezze.
Trump rischia seriamente il pantano in Iran, mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti gli ha bocciato parte della politica sui dazi. Xi, dal canto suo, mira a intestarsi il ruolo di kingmaker diplomatico, ospitando il presidente russo e quello americano nel giro di pochi giorni. Tuttavia, il leader cinese inizia, al contempo, ad avvertire la pressione della crisi di Hormuz, mentre l’economia della Repubblica popolare continua a riscontrare problemi di consumo interno. Senza poi trascurare la significativa perdita d’influenza geopolitica di Pechino sull’America Latina nell’ultimo anno e mezzo. Putin, infine, è preoccupato dal protrarsi della guerra in Ucraina e, davanti alla Cina, nutre sentimenti contrastanti: da una parte punta a rafforzare i legami con Xi per avere più potere contrattuale verso Kiev e l’Occidente; dall’altra, ha paura che l’abbraccio con il Dragone diventi soffocante, spingendo Mosca verso una progressiva subordinazione nei confronti di Pechino. Inoltre, se è vero che la Russia ha tratto alcuni benefici economico-energetici dalla crisi di Hormuz, dall’altra parte, lo zar, dopo la caduta di Assad, sta facendo fatica a recuperare influenza nella regione mediorientale. È anche per questo che sta cercando da tempo di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran.
Insomma, tutti e tre i presidenti sono alle prese con delle serie difficoltà: difficoltà che il burrascoso quadro internazionale rischia di incrementare ulteriormente. Non è allora improbabile che i viaggi di Trump e Putin a Pechino, così come la loro telefonata di fine aprile vadano inseriti in una cornice più ampia: quella di una sorta di Jalta 2.0. Spinti proprio dai rispettivi problemi, i tre leader potrebbero cercare di puntare a un accordo per tentare di ridurre l’instabilità globale: un accordo di cui, chissà, potrebbero aver iniziato a parlare già l’anno scorso Trump e Putin ad Anchorage (del resto, sarà un caso, ma ieri anche il presidente americano ha smentito la notizia secondo cui Xi gli avrebbe detto che lo zar si sarebbe pentito di invadere l’Ucraina). Questo non significa che una eventuale intesa disinnescherebbe la competizione geopolitica tra Washington e Pechino. Potrebbe però «razionalizzarla», inserendola su binari più specifici e meno caotici. Sia chiaro: non sappiamo con certezza se questo progetto stia realmente bollendo in pentola. L’unica cosa certa al momento è la totale inconsistenza geopolitica e diplomatica dell’Ue. Una Ue che, mentre le potenze trattano e competono, viene sistematicamente lasciata fuori dalla porta. Senza peso né strategia.
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Un fermo immagine tratto da un video mostra l'automobile che ha travolto alcuni pedoni in centro a Modena il 16 maggio 2026
L’inchiesta sull’autore del macello di Modena parte «morbida»: con queste premesse finirà in clinica e sarà liberato dopo pochi anni. Ma il gip: «Voleva uccidere più persone possibile e non pare a causa del disturbo schizoide. Pericolo di fuga: forti legami in Marocco».
Se domattina a qualcuno di voi venisse in mente di mettersi al volante della propria auto e, per scaricare la rabbia, decidesse di tirare sotto quante più persone possibile, stia tranquillo. E pure se vi siete portati appresso un coltellaccio per sgozzare qualche cristiano, rimanete rilassati. A nessun pm, soprattutto se siete stranieri e dite di aver visto il diavolo e di sentirvi perseguitati dalla mafia, verrà in mente di indagarvi accusandovi di strage premeditata.
Di certo non vi verrà contestata l’aggravante della finalità terroristica e neppure l’odio razziale, perché è evidente che volevate accoppare un po’ di persone, ma non in quanto italiani, prova ne sia che avete investito pure qualche straniero.
Sì, al momento la Procura di Modena contesta a Salim El Koudri la tentata strage e le lesioni aggravate, ma esclude tutto il resto. È vero, aveva scritto di voler bruciare Gesù Cristo e aveva definito i fedeli «cristiani di merda», ma poi si è pentito e, come ha detto il suo avvocato, ha chiesto la Bibbia e pure di vedere un prete. Come è evidente, il passaggio successivo sarà che, oltre a invocare la Madonna, verrà chiesta la perizia psichiatrica e, dunque, l’autore della strage di sabato finirà in qualche clinica. Da dove, dopo qualche anno, sarà liberato e messo in prova, in attesa che combini altri guai.
L’esclusione da parte della magistratura delle aggravanti ha ovviamente delle conseguenze e non soltanto dal punto di vista giudiziario. Da un lato, stabilire che, nonostante sia uscito di casa con l’intenzione di uccidersi («Pensavo che sarei morto») e di uccidere, El Koudri non avrebbe premeditato una strage, significa alleggerirne la situazione. E così pure escludere le finalità terroristiche e di odio razziale. Ma dire che non esiste l’aggravante terroristica equivale anche a privare le vittime della tutela del fondo apposito a sostegno di chi sia rimasto ferito a seguito di attentati.
L’assistenza medica durante il periodo in ospedale è a carico del Sistema sanitario nazionale, ma poi quale aiuto anche economico avrà chi ha avuto entrambe le gambe amputate? Non essendo italiana, probabilmente non otterrà neppure la pensione d’invalidità, mentre l’autore della strage - essendo cittadino italiano - avrà tutte le cure, anche psichiatriche, di cui ha bisogno. Per non dire, poi, dell’assicurazione. È vero che la responsabilità civile risponde anche quando il gesto non sia dovuto a colpa ma a dolo. E, però, si tratta di vedere quale è la copertura della polizza, se cioè sia o meno capiente per pagare i risarcimenti e i costi delle cure. E come abbiamo visto nel caso di Crans-Montana, le parcelle non sono certo condizionate dal dolore o dalle colpe di chi è all’origine di una tragedia. Spiego tutto questo perché ho la sensazione che, una volta passato il tempo, tutto venga dimenticato in fretta, archiviando il dramma delle vittime e ignorando le cause che hanno portato alla strage.
Ammesso e non concesso che l’attentato abbia origine dalla follia di una persona che si sentiva emarginata e sradicata, temo purtroppo che avremo modo di affrontare altri casi di disagio da immigrazione. Ho ricordato ieri gli omicidi di Adam Kabobo, un ghanese che ammazzò a colpi di piccone tre passanti e a cui la Cassazione abbassò la pena riconoscendogli un parziale vizio di mente, e di Said Mechaquat, un marocchino che uccise un ragazzo «perché era felice». Due casi che dimostrano come, pur non avendo servizi di igiene mentale in grado di curare gli italiani, importiamo stranieri con patologie mentali gravi.
E a conferma di ciò, segnalo un episodio di ieri. Un gambiano di 30 anni è stato fermato alla stazione Centrale di Milano mentre cercava di salire su un treno con un machete. L’uomo, residente a Modena come El Koudri, ha svariati precedenti penali oltre al permesso di soggiorno scaduto e siccome era particolarmente agitato gli agenti hanno dovuto usare il taser. Ma tranquilli, non è salito in macchina. Almeno per ora.
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Piazza Duomo a Milano presa d'assalto dai maranza nel capodanno 2025 (Ansa)
Se i primi stranieri avevano come priorità la sopravvivenza, la seconda generazione odia lo Stato che ha accolto i propri padri. E trova nel terrorismo islamico la vendetta.
Chissà quanto ancora si discuterà sul grado di follia, di italianità e di fanatismo islamico di Salim El Koudri, il giovane autore della tentata strage di Modena. È una discussione accademica che punta ad allontanare dalle nostre menti l’incubo che d’ora in avanti anche noi, dopo francesi, belgi, spagnoli e tedeschi, potremmo trovarci a fare i conti con il terrorismo islamico. Mettiamo una cosa in chiaro: il terrorismo non è uno stato della psiche, è il modus operandi con cui persone evidentemente poco equilibrate mirano a seminare il terrore colpendo nel mucchio.
In questo senso, quanto sano o quanto malato che sia, Salim El Koudri è un terrorista e il fatto che al momento non risulti una sua radicalizzazione nel senso classico della parola (affiliazione a gruppi jihadisti) non solo non mi tranquillizza ma semmai mi preoccupa ancora di più. Perché pone un problema inedito ed enorme, quello degli immigrati di seconda generazione. El Koudri non era un poveraccio allo sbando, l’Italia gli aveva permesso di integrarsi fino a completare il ciclo di studi e laurearsi. Eppure quando ha deciso di vendicare i suoi personali insuccessi ha scelto la strada classica del terrorismo islamico.
E qui sta l’inquietante novità che potenzialmente riguarda se non tutti certamente tanti immigrati «italiani» o «italianizzati». A differenza dei loro padri, sbarcati in Italia tra mille peripezie, sofferenze e problemi, il loro problema non è la pura sopravvivenza, né il sogno di stabilizzarsi in una sorta di terra promessa dove già si trovano. Qualcuno dei loro padri ce l’ha fatta (pare anche i genitori di Salim), altri sono finiti nelle mani della criminalità organizzata, altri ancora hanno scelto di delinquere in proprio rinunciando anche solo al tentativo di integrarsi. Ma nessuno di loro si è mai messo in testa di fare la guerra allo Stato che li stava ospitando sia pure in modo precario, semmai hanno ignorato sistematicamente le leggi e le regole che erano tenuti a rispettare. Insomma, nel bene o nel male, gli immigrati di prima generazione avevano e hanno altro per la testa, priorità diverse che occuparsi dei «cristiani di merda», come invece ha fatto Salim.
Se uno analizza gli attentati islamisti che hanno scosso l’Europa - dal Bataclan a Nizza - scopre che gli autori sono stati tutti immigrati di seconda generazione con una follia in testa ben precisa: vendicare le sofferenze dei genitori, le proprie frustrazioni e innescare la guerra contro gli infedeli nel nome di Allah. Contando su due fattori: la copertura culturale e politica delle sinistre europee anti occidentali, la saldatura con i movimenti estremisti no global.
In questo senso i segnali di allarme non sono mancati. Nell’ottobre del 2025 dopo i violenti scontri tra centri sociali e forze dell’ordine a Torino, il prefetto non ebbe dubbi: «La novità è che gli antagonisti hanno coinvolto gli immigrati di seconde generazioni delle periferie». E che dire di ciò che accadde nel 2022, quando qualche migliaio di giovani immigrati di prevalentemente di seconda generazione misero a ferro e fuoco il lungolago del Garda tra Peschiera e Castelnuovo al grido di «Siamo venuti a riprenderci il nostro territorio, l’Africa deve venire qui». E ancora. Novembre 2025: spedizione punitiva contro un maestro di una scuola elementare, nel quartiere torinese di Barriera di Milano. A organizzarla sarebbe stato un gruppo di «maranza» auto proclamatisi giustizieri, guidati dall’influecer Don Alì, di origini marocchine ma cresciuto a Torino, che dopo l’aggressione ha alimentato la gogna mediatica pubblicando su Instagram un video con il volto del maestro.
Morale: giustamente noi siamo concentrati sul contrastare le ondate migratorie e i problemi di legalità e sicurezza che comportano. Ma non ci siamo mai posti il problema del «dopo», della convivenza con persone ufficialmente integrate, o con una certa leggerezza catalogate come «italiani», e quindi teoricamente non offensive. Non tutte, certamente, costituiscono una minaccia, ma il caso di Salim El Koudri, matto o non matto non importa, è un campanello di allarme che sarebbe grave sottovalutare.
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