2021-02-03
Estate, serve un’idea per far diventare la colazione un gioco ed evitare le “dipendenze” da prodotti iperprocessati. Torniamo a fare in casa i biscotti? Che ne dite? Magari coinvolgiamo anche i bambini; del resto c’è stata più di una generazione cresciuta con il Dolceforno! Questi biscotti sono facili da fare, moderni perché strizzano l’occhio ai corn flakes, poco zuccherati e soprattutto sono ottimi da portare sotto l’ombrellone come rompifame per i più piccoli. Ma anche i grandi ne approfitteranno.
Ingredienti – 350 gr di farina 00, 16 gr di lievito istantaneo per dolci in polvere, 100 gr di burro di primo affioramento, 2 uova di generose dimensioni, 90 gr di zucchero semolato, 100 gr di uvetta, 30 gr di corn flakes, un bicchierino di Marsala (facoltativo), due o tre cucchiai di zucchero a velo (facoltativi).
Procedimento – Mettete l’uvetta a rinvenire nel Marsala o se avete bambini piccoli in un po’ di acqua calda. Montate a bianco nella planetaria o in una ciotola con le fruste elettriche lo zucchero con le uova. Ora aggiungete il burro che avrete fatto ammorbidire e continuate ad amalgamare. A questo punto unite alle uova farina e lievito e seguitate a impastare. Otterrete una pasta abbastanza dura, aggiungete l‘uva passa scolata, ma non strizzata dal liquido di rinvenimento e impastate un’ultima volta. Sistemate un foglio di carta forno su di una placca poi con l’aiuto di un cucchiaio fate tante palline o delle quenelles dall’impasto che passerete nei corn flakes in modo che aderiscano bene all’impasto. Infornate a 180° gradi per circa una mezz’ora. Fate intiepidire e se volete servite cospargendo di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Fatevi aiutare a fare le palline di biscotto e a passarle nel corn flakes.
Abbinamento – Logica vuole che usando il Marsala si continui con quello, perfetto è lo Zibibbo di Pantelleria, ma noi siamo andati su un altro passito siciliano: la Malvasia delle Lipari. E restando nelle isole anche un Aleatico dell’Elba farebbe ottima figura.
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Il vice presidente Usa JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio (Ansa)
Heritage foundation, Rubio, Vance e consiglieri sanno che l’alternativa a Meloni è un campo largo pro Cina. Come il governo è consapevole che la ritrovata forza internazionale è dipesa dai rapporti con la Casa Bianca.
No. Il nuovo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni non può essere derubricato a un semplice bisticcio personale. Le radici dell’attrito sono infatti strutturali.
Innanzitutto, il Pentagono è irritato per quello che considera lo scarso aiuto italiano a Washington nel conflitto iraniano. Giovedì, il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, ha bollato come «vergognoso» il fatto che alcuni alleati della Nato abbiano negato agli Usa l’uso delle basi militari. «Questi alleati hanno messo in pericolo i figli e le figlie dell’America, negando loro un accesso prevedibile alle basi e ai corridoi aerei che non avrebbero mai dovuto essere messi in discussione», ha tuonato. Guarda caso, questa è una delle critiche che Trump ha mosso alla Meloni nel suo post di ieri su Truth. Dal canto suo, il governo italiano, oltre a citare il rispetto dei trattati, ha sottolineato che Roma non era stata interpellata prima dell’attacco israelo-americano all’Iran. Un secondo fronte di attrito riguarda assai probabilmente il fatto che le trattative tra Roma e Starlink si siano arenate. Starlink fa capo a SpaceX che, pur essendo un’azienda privata, vanta stretti legami proprio con il Pentagono.
Insomma, la questione è più complessa di un battibecco personale tra due leader. Esistono infatti dei nodi strutturali, che vanno ben compresi anche in considerazione di una eventuale ricucitura. Non è del resto un mistero che, nell’attuale amministrazione americana, siedano due figure che godono di ottimi rapporti con la Meloni: JD Vance e Marco Rubio. Entrambi, c’è da giurarci, non si sentiranno a proprio agio in queste ore, mentre si protrae lo scontro tra il presidente statunitense e l’inquilina di Palazzo Chigi. La situazione è ancor più interessante alla luce del fatto che il vicepresidente e il segretario di Stato sono considerati papabili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. Ne consegue che, se l’uno o l’altro dovessero vincere le prossime elezioni per la Casa Bianca, punterebbero prevedibilmente a rilanciare la sponda con la Meloni e, più in generale, con il centrodestra italiano, soprattutto se dovesse restare al governo dopo il 2027.
Vance considera il nostro esecutivo potenzialmente un alleato su più fronti: si pensi solo alla lotta all’immigrazione clandestina. Rubio, dall’altra parte, rappresenta, nell’attuale amministrazione statunitense, la figura meno ostile alla Nato. Recuperare il rapporto con la Meloni significherebbe, per lui, creare, in seno all’Alleanza atlantica, un blocco maggiormente vicino alla linea di Washington. Infine, ben ricordando la linea filocinese che fu attuata dal governo giallorosso, sia Vance che Rubio vedrebbero nel centrodestra italiano un possibile alleato contro Pechino.
Ma non è tutto. Al di là dell’amministrazione americana, anche un influente think tank conservatore, come la Heritage Foundation, potrebbe tifare per una ricucitura tra Washington e Roma. Da anni, questo importante pensatoio sta lavorando per creare un network politico conservatore che rafforzi le relazioni transatlantiche. Non solo ha sempre mostrato apprezzamento per la Meloni ma, in passato, ha anche puntato molto su Viktor Orbán. La recente sconfitta elettorale dell’ex premier ungherese potrebbe quindi spingere a maggior ragione la Heritage a lavorare per una ricomposizione dei rapporti tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca. Del resto, anche questo think tank sa bene che l’alternativa al centrodestra, in Italia, è un «campo largo» che, se dovesse arrivare al governo, aprirebbe le porte alla Cina, promuovendo una linea ben differente dalla Meloni che, nel 2023, uscì dalla Nuova via della seta. «Il presidente Trump e la premier Meloni dovrebbero fare pace. Ma spetta al presidente Trump avviare questo dialogo. La premier Meloni ha giustamente osservato che questa amministrazione ha spesso fallito nella gestione delle alleanze. E questo è un problema pericoloso, viste le minacce di Cina, Russia e Iran al mondo libero», ha dichiarato alla Verità Mary Kissel, senior fellow presso l’Hudson Institute ed ex consigliera di Mike Pompeo.
Insomma, i fautori di una ricucitura a Washington ci sono. E probabilmente faranno leva sugli interessi comuni tra i due litiganti per tentare di riavvicinarli. Trump, rompendo con l’inquilina di Palazzo Chigi, si priva di una sponda fondamentale in seno all’Ue sia per arginare le manovre antiamericane della Francia sia, soprattutto, per ostacolare l’avvicinamento - sponsorizzato tanto da Parigi quanto da Madrid - di Bruxelles nei confronti di Pechino. Senza contare che, per esigere l’uso delle basi, il presidente statunitense avrebbe dovuto interpellare gli alleati prima dell’attacco militare alla Repubblica islamica. Il governo italiano, dal canto suo, non può ignorare come la propria forza internazionale, in questi quattro anni, sia stata in gran parte dovuta agli stretti legami che la Meloni ha intelligentemente tessuto con gli Usa: prima con Joe Biden e poi con Trump. È vero: le relazioni speciali non devono essere di sudditanza ma paritetiche. Tuttavia, proprio perché sono potenzialmente ad alto rendimento, implicano anche l’assunzione di rischi. E questo vale soprattutto oggi, in un contesto geopolitico che si fa sempre più pericoloso. Se si eccede nell’avversione al rischio, il pericolo è quello di compromettere una rete diplomatica tessuta con pazienza e lungimiranza, facendo la felicità di chi ti ha sempre remato contro. Ed è quindi proprio da questo tema che potrebbe passare un’eventuale ricucitura tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca.
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Obiettivo 700 miliardi entro il 2027. Più accordi con Canada, Giappone e Uk. E ci serve una Borsa tecnologica.
L’indebolimento dell’asse con Usa e Ue impone all’Italia nuove strategie per sostenere export, investimenti e crescita. L’obiettivo è raggiungere 900 miliardi di esportazioni entro il 2030 attraverso nuove alleanze economiche, innovazione e attrazione di capitali.
Freddamente. Momento delicato per la priorità dell’interesse nazionale italiano di aumentare l’export sul piano globale. La strategia geoeconomica in atto per tale scopo si è finora basata sulla duplice convergenza con Stati Uniti e Ue come moltiplicatori di forza e «ombrello» per la piccola/media potenza politica dell’Italia combinata con la creazione di bilaterali strategici/privilegiati con un numero crescente di nazioni del Mediterraneo costiero e profondo (Asia centrale, Pacifico e Sudamerica), facilitati appunto dalla presenza dell’ombrello Da qualche mese tale ombrello si è indebolito. Dentro l’Ue, Francia e Germania mostrano segni di non voler lasciare all’Italia uno spazio eccessivo di manovra. La relazione con l’America a conduzione Trump si è indebolita. Da un lato, l’indebolimento geoeconomico causato da quello geopolitico non è al momento grave. Dall’altro, la tendenza in prospettiva non è positiva per l’Italia e quindi va avviata la ricerca di un terzo moltiplicatore di forza per la strategia di Italia globale (titolo di un mio libro del 2023, editore Rubbettino). Quale?
Per indirizzare la risposta, ricordo che il governo italiano ha definito l’obiettivo di arrivare a 700 miliardi di export annuo nel 2027-28, a partire dai circa 620-30 miliardi oggi stimabili pur in modo impreciso. Questa cifra è a rischio. Non solo: il mio gruppo di ricerca stima che la crescita necessaria trainata dall’export per dedebitazione e rafforzamento industriale nazionale ottimale, entro il 2030, stia attorno ai 900 miliardi l’anno. In sostituzione di questo numero, stimiamo un obiettivo di 750 miliardi qualora ci fosse una crescita robusta dei consumi interni e un più rapido adeguamento alla rivoluzione tecnologica portatrice di più produttività. Ma la probabilità di questa minore dipendenza dall’export grazie all’aumento dei consumi e produttività interni non è elevata. Pertanto, la ricchezza nazionale resterà molto dipendente dall’export per molti anni. Va aggiunto che ora l’Italia ha raggiunto il quarto posto al mondo come esportatore, ma togliendo dalle statistiche il mercato delle nuove tecnologie legate all’Intelligenza artificiale dove altre nazioni stanno prendendo velocità come razzi. In sintesi, la missione di breve/medio termine è:
a) arrivare nel 2030 il più vicino possibile a un export di 900 miliardi l’anno; 800 comunque sufficienti; b) accelerare la rivoluzione tecnologica con impatto positivo sovrano pur con ampie collaborazioni internazionali; c) attrarre più capitale estero per investimenti in Italia. Come?
Non facile, ma il tentarlo aumenta la probabilità di invertire il declino economico dell’Italia, ora in riduzione ma non ancora invertito, e di ottenere crescite del Pil superiori allo zerovirgola come attualmente previsto. La strategia per farlo è un mix di molteplici azioni esterne e interne. Azione M3, cioè relazioni più strette e reciprocamente produttive con le nazioni del G7 extra Ue e America, cioè Giappone, Canada e Regno Unito. I trattati doganali dell’Ue con Tokyo e Ottawa hanno dato un vantaggio particolare all’export italiano: su questa base vanno approfonditi bilaterali basati sul reciproco vantaggio e collaborazioni tecnologiche.
Con il Giappone tale approccio sta decollando e, con il Canada, Roma recentemente ha trovato un accesso produttivo ai minerali critici. Va approfondita ancora di più la relazione con Londra, anche pensando a una proiezione italiana di sicurezza verso l’Atlantico settentrionale e il Baltico, ricordando che l’industria militare italiana ha una forte presenza nel Regno Unito e che Londra è un tradizionale protettore degli Stati baltici. In cambio, più proiezione di sicurezza nordica nel Mediterraneo. Geometria variabile intraeuropea, azione «Eurobipack»: relazioni variate su programmi specifici dove l’Italia approfondisce co-interessenze bilaterali concrete e selettive, enfatizzando un’idea di alleanza europea non a conduzione diarchica, ma condivisa da tutti, linguaggio già impostato dal governo. La Francia vuole la conduzione delle euro-operazioni nel Mediterraneo: nel prossimo vertice bilaterale va negoziata, invece, una condivisione che non limiti la proiezione di Roma verso l’Africa e una collaborazione per spostare più risorse europee verso il Mediterraneo stesso. E tanti altri dettagli.
Ma l’Italia ha la forza per negoziarli? Potenzialmente ce l’ha con i compromessi di reciproca utilità per l’inclusione dei Balcani occidentali nell’Ue ed altri. In sintesi, diluire l’Europa franco-tedesca con un’Europa fatta di collaborazioni nazionali eurocompatibili. Senza escludere cooperazioni rafforzate selettive, ma facendo la «sindacalista» in difesa delle nazioni più piccole. Un collaboratore di ricerca mi ha segnalato che se nel 2027 la sinistra vincesse le elezioni politiche, l’Italia perderebbe forza negoziale a causa dell’europeismo lirico che cederebbe sovranità a Francia e Germania, facendo diventare l’Italia solo una spiaggia per vacanze. È un rischio notevole, ma anche stimolo per una collocazione dell’Italia euro convergente ma aperta a negoziare i propri interessi enfatizzando una qualità che altri Paesi non hanno: individuare i reciproci vantaggi collaborativi.
E con l’America? Riconvergere in silenzio aspettando l’esito delle elezioni presidenziali del 2028 per poi siglare un bilaterale. Qui non c’è spazio per analizzare la modernizzazione interna utile a un’Italia globale, ma va enfatizzato che la capacità tecnologica competitiva c’è e andrebbe meglio connessa al capitale di investimento attraverso una nuova Borsa tecnologica a Milano, fattore fondamentale per il terzo moltiplicatore sul piano dell’attrazione di capitale finanziario dal mondo. Dettagli in un prossimo aggiornamento.
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