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2024-05-28
Il raid a Rafah agita Gerusalemme che ora indaga su 70 azioni militari
Ansa
Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno confermato di aver attaccato domenica sera nella zona di Tal as Sultan, che si trova a Nordovest di Rafah, precisando di aver mirato una sede di Hamas mentre era in corso una riunione di alto livello. «L’attacco è stato effettuato contro terroristi, che sono un bersaglio in conformità con il diritto internazionale, utilizzando munizioni di precisione e sulla base di informazioni d’intelligence», dice l’Idf, secondo cui l’attacco successivamente avrebbe causato un incendio che si è diffuso in un campo per sfollati palestinesi, causando vittime tra i civili. Quanto accaduto «è ora oggetto di indagini». Avi Hyman, portavoce del governo, ha affermato che «i primi risultati dell’indagine mostrano che l’attacco aereo contro Hamas ha provocato un incendio che ha ucciso civili palestinesi», mentre per il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che ieri ha avuto un incontro con le famiglie degli ostaggi che lo hanno contestato, quanto accaduto «è un tragico incidente di cui rammaricarsi». L’Onu ha chiesto a Israele «un’inchiesta completa e trasparente sull’attacco».
Il ministero della Sanità di Gaza, controllato dai jihadisti di Hamas, ha dichiarato che 50-60 persone sarebbero morte e decine sono rimaste ferite a seguito degli attacchi aerei su Rafah. Ma quali erano gli obiettivi del raid? In una nota l’Idf ha affermato che «sono stati eliminati il terrorista Yassin Rabia, comandante della leadership di Hamas in Giudea e Samaria, nonché Khaled Nagar, alto funzionario dell’ala di Hamas in Giudea e Samaria». Le vittime al momento sarebbero 45. Contrariamente a quanto sostengono i nemici di Israele, lo Stato ebraico prende molto sul serio le accuse che gli vengono rivolte e lo dimostrano le parole del procuratore generale militare, Yifat Tomer Yerushalmi: «I dettagli del grave incidente sono oggetto d’inchiesta, che ci impegniamo a portare avanti al massimo». Poi la Yerushalmi ha reso noto che «sono aperte 70 inchieste per sospetti incidenti criminali durante la guerra», vedi presunte torture a prigionieri, uccisioni indiscriminate e altri reati. Tra queste c’è anche quella sul centro di detenzione militare di Sde Teiman dove sono rinchiusi i miliziani di Hamas catturati dal 7 ottobre in poi e molte altre vicende. Dettaglio da non trascurare è che la maggior parte delle denunce sono state inoltrate da gruppi israeliani per i diritti umani, poi da Reporter senza frontiere, Amnesty international e altri.
Sempre a proposito di quanto accaduto a Tal as Sultan, domenica sera la Casa Bianca ha fatto sapere di essere a conoscenza dell’attacco israeliano al campo profughi di Rafah e di volere dei chiarimenti: «Stiamo raccogliendo maggiori informazioni». Nessuna inchiesta è invece in corso da parte dell’Autorità nazionale palestinese o dagli Stati arabi in merito agli efferati crimini di Hamas che continua a lanciare missili su Israele anche da Rafah; così come nessuno di questi attori si è mai attivato per chiedere la liberazione degli ostaggi.
Sempre nella notte tra domenica e lunedì, l’Idf ha preso di mira ed eliminato un terrorista che è stato avvistato ad Ainat, nel Sud del Libano, da cui sono state effettuate operazioni di bombardamento verso l’area di Malkiyah. Inoltre, aerei da guerra hanno attaccato un edificio militare appartenente all’organizzazione terroristica Hezbollah nella zona di Aitaroun, nel Sud del Libano. L’esercito israeliano ha annunciato di aver distrutto un tunnel di Hamas nel quartiere Sabra, a Gaza City. Il tunnel, lungo 800 metri e scavato a una profondità di 18 metri, era situato vicino al corridoio Netzarim, che attraversa orizzontalmente la Striscia di Gaza, dove si trovavano truppe israeliane. Questa informazione è stata fornita dal portavoce militare. Sempre nella notte tra domenica e lunedì, gli uomini dell’unità 869 dell’Idf hanno identificato una cellula terroristica che operava in una struttura militare di Hezbollah nella Regione di Yaroun, nel Sud del Libano, che è stata distrutta dai caccia da combattimento israeliani. Inoltre, un aereo dell’Aeronautica militare ha attaccato una cellula terroristica dell’organizzazione, che è stata identificata dalla Brigata Sayeret Golani, operante nella Regione di Hula. Contemporaneamente, caccia da combattimento e aerei dell’Aeronautica militare hanno attaccato altri obiettivi di Hezbollah nel Sud del Libano e tra gli obiettivi attaccati, ci sono un deposito di armi e una struttura militare di Hezbollah nella zona di Mays al-Jabal, insieme a infrastrutture terroristiche nella zona di al-Khiam e altri edifici militari nella zona di Hula.
Infine, le Forze di difesa israeliane hanno confermato «che c’è stata una sparatoria con l’esercito egiziano al valico di Rafah», che ha causato la morte di almeno un soldato egiziano. Secondo il Times of Israel, l’Idf ha spiegato che «c’è stata una sparatoria al confine egiziano, l’incidente è sotto indagine ed è in corso un dialogo con la parte egiziana». Fonti dell’Idf, citate da Ynet, hanno fatto anche sapere che «sono stati i soldati egiziani a iniziare a sparare contro una forza dell’Idf che passava attraverso l’area del valico di Rafah, provocando lo scontro a fuoco». Si tratta di un incidente pericolosissimo che potrebbe infiammare gli animi dei soldati egiziani in un’area come quella di Rafah dove la tensione è da mesi alle stelle.
Crosetto: «Così Israele semina odio»
Su Rafah la maggior parte dei Paesi sembra d’accordo: Israele doveva fermarsi. Da qui parte il ragionamento del ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, che pur confermando il sostegno a Israele decide di esternare un pensiero comune a molti alleati. «Siamo convinti che Israele dovesse risolvere il problema con Hamas, ma fin dal primo giorno abbiamo detto che questa cosa andava affrontata in modo diverso. Tutti gli Stati sono concordi che su Rafah Israele doveva fermarsi. Non siamo stati ascoltati e ora guardiamo con disperazione la situazione». Crosetto dice di avere l’impressione che Israele in questo modo «stia seminando un odio tra la popolazione palestinese che coinvolgerà figli e nipoti»: «Hamas è un conto, il popolo palestinese è un altro. Dovevano discernere tra le due cose e fare una scelta più coraggiosa dal punto di vista democratico». Le sue riflessioni, ha confermato poi il ministro, erano già state condivise con il suo omologo israeliano. Non si tratta di una condanna di Israele quindi, come sottolinea Crosetto, ma anzi del «primo dovere di qualsiasi collega di un Paese amico come sono io ed è l’Italia verso Israele».
Una linea confermata anche dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Bisogna scongiurare l’escalation. Basta guerra. Ora è il momento del dialogo». Poi ha aggiunto: «Siamo contro l’attacco a Rafah e siamo per un cessate il fuoco immediato e ovviamente siamo per la liberazione degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas, come siamo contro gli attacchi di missili di Hamas contro Israele». Una posizione quindi che non vuole tradursi in una rottura con Gerusalemme, ma in un chiarimento, per assumere un atteggiamento più dialogante tra le parti.
Ed è in questo quadro che rientra anche la visita di sabato scorso del premier palestinese, Mohammed Mustafa, a Roma. Va evidenziato che nella sua trasferta estera, quello con Meloni è stato l’unico incontro con un leader europeo. Elemento che porrebbe l’Italia come possibile intermediario per una tregua tra i due Stati. Strategia chiarita dallo stesso premier in un’intervista su Radio 1, quando ha spiegato che «l’Italia ha già dimostrato di poter fare da capofila su molte politiche e fare da apripista su molti dossier». Meloni si riferiva all’Europa, certo, ma questo non esclude che la stessa strategia si possa applicare anche al di fuori dei confini europei. Soprattutto quando bisognerà pensare al dopo guerra a Gaza, l’Italia potrebbe essere presente sul territorio dopo essersi posta come attore super partes.
La condanna dell’operazione a Rafah d’altronde è arrivata da più parti. Gli stessi Stati Uniti più volte hanno avvertito il governo Netanyahu di non andare avanti con il piano. Esiste anche una sentenza della corte internazionale di Giustizia che dice a Israele di fermare immediatamente l’offensiva. Proprio ieri il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha detto: «Esorto a rispettare il diritto internazionale umanitario. Ricordo al governo israeliano che l’accordo di associazione Ue-Israele deve continuare a basarsi sul rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, in linea con i nostri valori». Mentre l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, si è detto «inorridito per gli attacchi israeliani». E Madrid è arrivata a richiamare l’ambasciatrice spagnola in Israele, Ana María Salomon, dopo «l’atroce crimine di guerra» commessi con i raid a Rafah.
Le frizioni esterne si ripercuotono inevitabilmente anche all’interno di Israele. Il premier, Benjamin Netanyahu, non gode di consenso e anzi, sono in molti a volerlo fuori dall’esecutivo. Ieri l’ennesimo attacco del leader di opposizione, Yair Lapid, che alla Knesset ha detto: «Perché sei ancora primo ministro? Perché non sali su questo podio, chiedi perdono al popolo d’Israele e non vai a casa? Non hai adempiuto al tuo ruolo, hai fallito e fallito. Un primo ministro illegittimo e questo governo», ha aggiunto, «è illegittimo».
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L’Idf: «Colpiti i capi di Hamas, poi è partito l’incendio». I morti sarebbero 45. Benjamin Netanyahu: «Incidente di cui rammaricarsi». Usa e Onu chiedono chiarimenti. Soldato egiziano muore in uno scontro a fuoco.Il ministro della Difesa Guido Crosetto critica l’alleato: «Doveva fermarsi, non ci ha ascoltato». Antonio Tajani: «Scongiurare l’escalation». Condanne dall’Ue, Madrid richiama la sua ambasciatrice.Lo speciale contiene due articoli.Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno confermato di aver attaccato domenica sera nella zona di Tal as Sultan, che si trova a Nordovest di Rafah, precisando di aver mirato una sede di Hamas mentre era in corso una riunione di alto livello. «L’attacco è stato effettuato contro terroristi, che sono un bersaglio in conformità con il diritto internazionale, utilizzando munizioni di precisione e sulla base di informazioni d’intelligence», dice l’Idf, secondo cui l’attacco successivamente avrebbe causato un incendio che si è diffuso in un campo per sfollati palestinesi, causando vittime tra i civili. Quanto accaduto «è ora oggetto di indagini». Avi Hyman, portavoce del governo, ha affermato che «i primi risultati dell’indagine mostrano che l’attacco aereo contro Hamas ha provocato un incendio che ha ucciso civili palestinesi», mentre per il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che ieri ha avuto un incontro con le famiglie degli ostaggi che lo hanno contestato, quanto accaduto «è un tragico incidente di cui rammaricarsi». L’Onu ha chiesto a Israele «un’inchiesta completa e trasparente sull’attacco».Il ministero della Sanità di Gaza, controllato dai jihadisti di Hamas, ha dichiarato che 50-60 persone sarebbero morte e decine sono rimaste ferite a seguito degli attacchi aerei su Rafah. Ma quali erano gli obiettivi del raid? In una nota l’Idf ha affermato che «sono stati eliminati il terrorista Yassin Rabia, comandante della leadership di Hamas in Giudea e Samaria, nonché Khaled Nagar, alto funzionario dell’ala di Hamas in Giudea e Samaria». Le vittime al momento sarebbero 45. Contrariamente a quanto sostengono i nemici di Israele, lo Stato ebraico prende molto sul serio le accuse che gli vengono rivolte e lo dimostrano le parole del procuratore generale militare, Yifat Tomer Yerushalmi: «I dettagli del grave incidente sono oggetto d’inchiesta, che ci impegniamo a portare avanti al massimo». Poi la Yerushalmi ha reso noto che «sono aperte 70 inchieste per sospetti incidenti criminali durante la guerra», vedi presunte torture a prigionieri, uccisioni indiscriminate e altri reati. Tra queste c’è anche quella sul centro di detenzione militare di Sde Teiman dove sono rinchiusi i miliziani di Hamas catturati dal 7 ottobre in poi e molte altre vicende. Dettaglio da non trascurare è che la maggior parte delle denunce sono state inoltrate da gruppi israeliani per i diritti umani, poi da Reporter senza frontiere, Amnesty international e altri. Sempre a proposito di quanto accaduto a Tal as Sultan, domenica sera la Casa Bianca ha fatto sapere di essere a conoscenza dell’attacco israeliano al campo profughi di Rafah e di volere dei chiarimenti: «Stiamo raccogliendo maggiori informazioni». Nessuna inchiesta è invece in corso da parte dell’Autorità nazionale palestinese o dagli Stati arabi in merito agli efferati crimini di Hamas che continua a lanciare missili su Israele anche da Rafah; così come nessuno di questi attori si è mai attivato per chiedere la liberazione degli ostaggi. Sempre nella notte tra domenica e lunedì, l’Idf ha preso di mira ed eliminato un terrorista che è stato avvistato ad Ainat, nel Sud del Libano, da cui sono state effettuate operazioni di bombardamento verso l’area di Malkiyah. Inoltre, aerei da guerra hanno attaccato un edificio militare appartenente all’organizzazione terroristica Hezbollah nella zona di Aitaroun, nel Sud del Libano. L’esercito israeliano ha annunciato di aver distrutto un tunnel di Hamas nel quartiere Sabra, a Gaza City. Il tunnel, lungo 800 metri e scavato a una profondità di 18 metri, era situato vicino al corridoio Netzarim, che attraversa orizzontalmente la Striscia di Gaza, dove si trovavano truppe israeliane. Questa informazione è stata fornita dal portavoce militare. Sempre nella notte tra domenica e lunedì, gli uomini dell’unità 869 dell’Idf hanno identificato una cellula terroristica che operava in una struttura militare di Hezbollah nella Regione di Yaroun, nel Sud del Libano, che è stata distrutta dai caccia da combattimento israeliani. Inoltre, un aereo dell’Aeronautica militare ha attaccato una cellula terroristica dell’organizzazione, che è stata identificata dalla Brigata Sayeret Golani, operante nella Regione di Hula. Contemporaneamente, caccia da combattimento e aerei dell’Aeronautica militare hanno attaccato altri obiettivi di Hezbollah nel Sud del Libano e tra gli obiettivi attaccati, ci sono un deposito di armi e una struttura militare di Hezbollah nella zona di Mays al-Jabal, insieme a infrastrutture terroristiche nella zona di al-Khiam e altri edifici militari nella zona di Hula. Infine, le Forze di difesa israeliane hanno confermato «che c’è stata una sparatoria con l’esercito egiziano al valico di Rafah», che ha causato la morte di almeno un soldato egiziano. Secondo il Times of Israel, l’Idf ha spiegato che «c’è stata una sparatoria al confine egiziano, l’incidente è sotto indagine ed è in corso un dialogo con la parte egiziana». Fonti dell’Idf, citate da Ynet, hanno fatto anche sapere che «sono stati i soldati egiziani a iniziare a sparare contro una forza dell’Idf che passava attraverso l’area del valico di Rafah, provocando lo scontro a fuoco». 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Tutti gli Stati sono concordi che su Rafah Israele doveva fermarsi. Non siamo stati ascoltati e ora guardiamo con disperazione la situazione». Crosetto dice di avere l’impressione che Israele in questo modo «stia seminando un odio tra la popolazione palestinese che coinvolgerà figli e nipoti»: «Hamas è un conto, il popolo palestinese è un altro. Dovevano discernere tra le due cose e fare una scelta più coraggiosa dal punto di vista democratico». Le sue riflessioni, ha confermato poi il ministro, erano già state condivise con il suo omologo israeliano. Non si tratta di una condanna di Israele quindi, come sottolinea Crosetto, ma anzi del «primo dovere di qualsiasi collega di un Paese amico come sono io ed è l’Italia verso Israele». Una linea confermata anche dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Bisogna scongiurare l’escalation. Basta guerra. Ora è il momento del dialogo». Poi ha aggiunto: «Siamo contro l’attacco a Rafah e siamo per un cessate il fuoco immediato e ovviamente siamo per la liberazione degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas, come siamo contro gli attacchi di missili di Hamas contro Israele». Una posizione quindi che non vuole tradursi in una rottura con Gerusalemme, ma in un chiarimento, per assumere un atteggiamento più dialogante tra le parti. Ed è in questo quadro che rientra anche la visita di sabato scorso del premier palestinese, Mohammed Mustafa, a Roma. Va evidenziato che nella sua trasferta estera, quello con Meloni è stato l’unico incontro con un leader europeo. Elemento che porrebbe l’Italia come possibile intermediario per una tregua tra i due Stati. Strategia chiarita dallo stesso premier in un’intervista su Radio 1, quando ha spiegato che «l’Italia ha già dimostrato di poter fare da capofila su molte politiche e fare da apripista su molti dossier». Meloni si riferiva all’Europa, certo, ma questo non esclude che la stessa strategia si possa applicare anche al di fuori dei confini europei. Soprattutto quando bisognerà pensare al dopo guerra a Gaza, l’Italia potrebbe essere presente sul territorio dopo essersi posta come attore super partes. La condanna dell’operazione a Rafah d’altronde è arrivata da più parti. Gli stessi Stati Uniti più volte hanno avvertito il governo Netanyahu di non andare avanti con il piano. Esiste anche una sentenza della corte internazionale di Giustizia che dice a Israele di fermare immediatamente l’offensiva. Proprio ieri il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha detto: «Esorto a rispettare il diritto internazionale umanitario. Ricordo al governo israeliano che l’accordo di associazione Ue-Israele deve continuare a basarsi sul rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, in linea con i nostri valori». Mentre l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, si è detto «inorridito per gli attacchi israeliani». E Madrid è arrivata a richiamare l’ambasciatrice spagnola in Israele, Ana María Salomon, dopo «l’atroce crimine di guerra» commessi con i raid a Rafah. Le frizioni esterne si ripercuotono inevitabilmente anche all’interno di Israele. Il premier, Benjamin Netanyahu, non gode di consenso e anzi, sono in molti a volerlo fuori dall’esecutivo. Ieri l’ennesimo attacco del leader di opposizione, Yair Lapid, che alla Knesset ha detto: «Perché sei ancora primo ministro? Perché non sali su questo podio, chiedi perdono al popolo d’Israele e non vai a casa? Non hai adempiuto al tuo ruolo, hai fallito e fallito. Un primo ministro illegittimo e questo governo», ha aggiunto, «è illegittimo».
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella del Pd è una risoluzione corposa, suddivisa in sette temi principali e 26 impegni chiesti al governo. I dem chiedono all’esecutivo di «scegliere senza esitazioni e ambiguità, di fronte alle minacce globali e alle sfide continue rappresentate dall’amministrazione americana, l’interesse europeo, all’interno del quale si promuove e realizza il nostro interesse nazionale, collocando l’Italia sulla frontiera più avanzata dell’integrazione contro le spinte disgregatrici, le interferenze esterne e i ripiegamenti nazionalisti». Sulla crisi iraniana, l’impegno chiesto è quello di «assumere, in ogni sede bilaterale e multilaterale, ogni iniziativa utile e urgente volta a fermare le azioni militari in corso».
Quattro le mozioni presentate dalle opposizioni: una del Pd, una del M5s, una di Avs e una di Azione-Iv-Aut (che alla Camera ha il sostegno anche di +Europa e del Pld). Il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, ha spiegato che alcuni punti delle mozioni presentate dal Terzo polo (firmata anche dal dem Pier Ferdinando Casini) e dal Pd trovano accoglimento della risoluzione di maggioranza. Poi c’è chi va in ordine sparso come il deputato dem Marianna Madia che ha votato «la risoluzione del Pd» e ha firmato pure quella dei tre gruppi centristi, «visto che condivido tutto il testo e penso sia un buon impianto in vista del Consiglio europeo e di tutto ciò che sta accadendo nel mondo». Il documento punta, tra le altre cose, a «condannare il ruolo destabilizzante dell’Iran in tutta la regione, esprimendo il suo pieno sostegno al popolo iraniano nella sua lotta per la libertà». E a «ribadire l’importanza di salvaguardare l’integrità e la sicurezza delle frontiere terrestri, aeree e marittime dell’Unione europea, e ad assicurare che esse siano efficacemente protette».
Non manca il tempo per le scenette: il M5s ha regalato simbolicamente cappellini rossi in stile Maga, ma con la scritta «No alla guerra» al premier, con il fine di ironizzare sulla sintonia del capo dell’esecutivo con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È successo a Palazzo Madama al termine della dichiarazione di voto del capogruppo del M5s, Luca Pirondini e i senatori pentastellati hanno sventolato i berretti.
Ma dal lato delle opposizioni questa volta si siede anche Roberto Vannacci con i suoi. I tre deputati che hanno aderito al movimento fondato dal generale, Futuro nazionale, e iscritti al gruppo Misto, alla Camera hanno votato no sulla risoluzione del centrodestra. Lo ha annunciato Edoardo Ziello, che con Rossano Sasso ed Emanuele Pozzolo si trova critico su alcuni punti della risoluzione di maggioranza, tanto da aver chiesto una votazione per parti separate ma, viene spiegato, la richiesta non sarebbe stata accolta e, dunque, il voto dei tre vannacciani è stato contrario al testo predisposto dal centrodestra. Perché «prima di parlare di Iran e ancor più di Ucraina ci sono gli italiani». I tre deputati invitano così come già fatto dal vicepremier, Matteo Salvini, ad aprire alle offerte del presidente russo, Vladimir Putin, sul gas e il petrolio di Mosca.
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Donald Trump (Ansa)
È in tal senso che ieri, parlando con Axios, l’inquilino della Casa Bianca è tornato ad affermare che il conflitto terminerà «presto», sostenendo che «non c’è più praticamente nulla da colpire» in Iran. D’altronde, sempre ieri, Centcom rendeva noto di aver finora colpito 5.500 obiettivi nel Paese, tra cui oltre 60 navi.
Eppure, mentre l’Fbi teme attacchi di droni iraniani in California, questa exit strategy potrebbe incorrere in uno scoglio: lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti d’intelligence statunitense sentite dalla Cnn, il regime khomeinista avrebbe infatti iniziato a piazzare mine nell’area. Una notizia, che, nella serata di martedì, aveva innescato la dura reazione di Trump. «Se l’Iran ha posizionato delle mine nello Stretto di Hormuz, e non abbiamo notizie in merito, vogliamo che vengano rimosse immediatamente! Se per qualsiasi motivo sono state posizionate delle mine e non vengono rimosse immediatamente, le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima», aveva tuonato su Truth, per poi proseguire: «Stiamo utilizzando la stessa tecnologia e le stesse capacità missilistiche impiegate contro i trafficanti di droga per eliminare definitivamente qualsiasi imbarcazione o nave che tenti di minare lo Stretto di Hormuz». «Sono lieto di annunciare che nelle ultime ore abbiamo colpito e completamente distrutto dieci imbarcazioni e/o navi posamine inattive, e ne seguiranno altre», aveva aggiunto, sempre martedì, poco dopo.
È in questo quadro che, ieri, Trump ha esortato le petroliere a usare lo Stretto. «Penso che dovrebbero usarlo, abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine in una notte», ha detto, riferendosi agli iraniani, per poi tornare a minacciare di interrompere i rapporti commerciali con Madrid, da lui accusata di «non collaborare affatto». Sempre ieri, Centcom ha esortato i civili a evitare i porti situati nello Stretto di Hormuz, che vengono usati dal regime khomeinista per «condurre operazioni militari che minacciano la navigazione internazionale».
Ora, non è un mistero che da Hormuz passi circa il 20% del greggio a livello mondiale. In tal senso, i pasdaran puntano a rendere la vita dura alle imbarcazioni americane nell’area proprio per mettere in difficoltà Trump sul fronte interno. Il presidente si trova quindi davanti a un dilemma. Da una parte, vuole affrettare la fine delle ostilità per portare il prezzo del petrolio a scendere. Dall’altra, non può escludere interventi armati ad Hormuz, per neutralizzare i tentativi iraniani di tenere alto il costo del greggio. È del resto in quest’ottica che l’amministrazione statunitense sta valutando da giorni la possibilità di scortare le petroliere che transitano nello Stretto. «Se ci verrà assegnato il compito di scortare, valuteremo la gamma di opzioni per definire le condizioni militari necessarie per poterlo fare», ha affermato, l’altro ieri, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, mentre il segretario dell’Interno americano, Doug Burgum, ha annunciato che le compagnie petrolifere Usa aumenteranno presto la produzione.
D’altronde, la questione del greggio è stata anche al centro di attriti tra Washington e Gerusalemme. Gli attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane avevano infatti irritato l’amministrazione Trump che, secondo Axios, ha chiesto lunedì alla Stato ebraico di astenersi da simili operazioni in futuro. Stando alla testata, una delle motivazioni che hanno spinto Washington a lamentarsi con Gerusalemme sarebbe da ricercarsi nel fatto che «Trump intende cooperare con il settore petrolifero iraniano dopo la guerra, in modo simile all’approccio adottato con il Venezuela». Sotto questo aspetto, l’obiettivo della Casa Bianca è chiaro: abbassare il prezzo del greggio e colpire la Cina sotto due aspetti, vale a dire l’approvvigionamento petrolifero e la tutela del predominio del dollaro nelle transazioni energetiche.
È anche in questo senso che Trump sta cercando di arrivare a una soluzione venezuelana per il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vuole evitare un regime change alla Bush jr sia per non rimanere impelagato in costose operazioni di nation building sia per avere un interlocutore «interno» che, adeguatamente «addomesticato», garantisca la stabilità e, quindi, la cooperazione con Washington sul dossier petrolifero. Quello che Trump sta cercando è, in altre parole, una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Lo stesso Israele, che originariamente era più propenso per un cambio di regime in senso classico, sembrerebbe ultimamente essersi allineato alla posizione della Casa Bianca.
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