Per capire che cosa sia davvero il Mondiale 2026 che si svolgerà tra giugno e luglio negli Stati Uniti, più che guardare ai tabelloni, alle fasce o alle città ospitanti conviene guardare ai conti e all’impressionante giro di soldi che ci gira intorno. Perché la storia economica della Coppa del Mondo è, in larga misura, la storia di come gli sponsor abbiano smesso di essere un contorno prestigioso per diventare uno dei pilastri dell’intero sistema FIFA. Oggi appare ovvio. Ma non è sempre stato così. Prima serve una premessa. Ospitare un Mondiale resta un investimento di prestigio, oltre che un’operazione economica. Per molti Paesi la Coppa del Mondo è un’occasione per rafforzare l’immagine internazionale e attrarre turismo, ma i risultati non sono sempre uguali. In Germania 2006, secondo il governo tedesco, il torneo avrebbe generato 300 milioni di euro aggiuntivi per il turismo, 2 miliardi per il commercio al dettaglio e 50 mila nuovi posti di lavoro. Negli Stati Uniti, il Mondiale del 1994 produsse invece un surplus di 60 milioni di dollari tra biglietti, sponsorizzazioni e licenze. In altri casi, però, i benefici sono stati molto più incerti: il Sudafrica, per esempio, avrebbe speso 1,48 miliardi di dollari per costruzione e ristrutturazione degli stadi senza ottenere un ritorno finanziario davvero significativo.
Rispetto agli sponsor, in ogni caso, sugli anni Cinquanta e Sessanta, in realtà, è difficile fare un calcolo esatto. Esistono dati storici sul torneo, sugli spettatori e sulla diffusione televisiva, ma non emerge con chiarezza una contabilità comparabile dei ricavi per singola edizione. È un vuoto che indica già qualcosa: a quei tempi il Mondiale era una manifestazione imporante sul piano simbolico, politico e anche diplomatico, ma non era ancora la macchina commerciale strutturata che conosciamo oggi. La sponsorizzazione moderna della Coppa del Mondo prende forma più tardi, soprattutto quando la Fifa inizia a costruire programmi globali più organizzati e più esclusivi. Coca-Cola, sul suo sito, ricorda di essere entrata nel “nuovo progetto globale di sponsorizzazione” nel 1976, uno dei segnali del passaggio verso una commercializzazione più sistematica.
La vera svolta, infatti, si vede negli anni Ottanta. Le ricostruzioni storiche sul marketing sportivo osservano che Fifa si mosse in una direzione sempre più simile a quella adottata dalle Olimpiadi di Los Angeles 1984: meno partner, più esclusività, più valore commerciale per ciascuna categoria. Non si trattava solo di vendere spazi pubblicitari, ma di creare un sistema di diritti strutturati, con sponsor capaci di finanziare in modo sempre più consistente l’evento e la federazione.
Il Mondiale di Messico 1986 mostra già una prima maturazione di questo modello. Le fonti storiche disponibili elencano 15 sponsor ufficiali del torneo, tra cui Budweiser, Canon, Coca-Cola, Fujifilm, Gillette, JVC, Philips e Seiko. E’ difficile trovare un dato esatto sugli introiti di allora, ma il numero stesso di azienda segnala che la Coppa del Mondo era già entrata in una fase di commercializzazione internazionale ben più definita rispetto ai decenni precedenti.
Con Italia ’90 il salto di scala diventa più visibile anche in termini economici. Già nel 1988 il Los Angeles Times scriveva che alcuni sponsor internazionali — fra loro Anheuser-Busch, Canon, Coca-Cola, Fuji Film, Gillette, JVC e Philips — avevano investito circa 10 milioni di dollari ciascuno, secondo le stime citate dal comitato organizzatore. Nello stesso momento risultavano concesse 27 licenze commerciali per 8,8 milioni di dollari in royalties. E il potenziale televisivo del torneo veniva stimato in una platea cumulata di 26 miliardi di contatti in 170 Paesi; per la sola finale si parlava di 1,1 miliardi di spettatori. Numeri che oggi sembrano quasi “normali” per la FIFA, ma che allora raccontavano già un evento capace di attrarre capitali globali su una scala prima impensabile.
Con USA 1994 il Mondiale entra ancora più chiaramente dentro la logica del grande business moderno. I National Archives statunitensi ricordano che dieci grandi corporation — tra cui Coca-Cola, Mastercard, General Motors e McDonald’s — si impegnarono come sponsor ufficiali del torneo. Gli organizzatori stimavano che l’evento avrebbe potuto generare fino a 4 miliardi di dollari per l’economia statunitense. The Sport Journal ricorda che il torneo generò un surplus di 60 milioni di dollari da biglietti, sponsorizzazioni e licensing agreements combinati. In altre parole, il Mondiale americano non fu soltanto un successo di pubblico: fu la prova che la Coppa del Mondo poteva diventare una piattaforma commerciale pienamente integrata in un grande mercato nazionale.
Negli anni Novanta, intanto, cresceva anche il mercato complessivo delle sponsorizzazioni sportive. Nel 1994 la spesa globale per sponsorship sportive, di intrattenimento e cause sociali avrebbe superato 2,8 miliardi di dollari. Quel dato non riguarda solo la FIFA, naturalmente, ma aiuta a capire il contesto: il Mondiale si trovava dentro un mercato che stava accelerando rapidamente, e la sua centralità come evento globale lo rendeva uno dei beneficiari naturali di quella crescita.
Il passaggio decisivo, però, arriva nel nuovo secolo, quando la sponsorizzazione smette di essere soltanto una somma di grandi contratti e diventa un’architettura globale a più livelli. Per il quadriennio 2007-2010, culminato con Sudafrica 2010, The Sport Journal, citando Ieg, parla di 1,6 miliardi di dollari di ricavi da sponsorship nei tre livelli di partnership Fifa. È il momento in cui il business commerciale della Coppa del Mondo entra pienamente nell’ordine del miliardo e consolida la propria struttura industriale.
Da lì in poi il salto è ancora più netto. Per il ciclo 2019-2022, chiuso con Qatar 2022, la FIFA ha registrato ricavi complessivi record pari a 7,568 miliardi di dollari. Di questi, 1,795 miliardi provenivano dai marketing rights, cioè dai diritti commerciali e di sponsorizzazione. La Fifa ha sottolineato che tutti i 14 slot disponibili tra FIFA Partners e FIFA World Cup Sponsors erano stati venduti, insieme a 18 Regional Supporters, risultato che ha portato a ricavi marketing definiti senza precedenti per quel ciclo. Qui non siamo più nel mondo dei dieci milioni per sponsor di Italia ’90: siamo in un sistema in cui il marketing vale quasi 1,8 miliardi in quattro anni.
Ed è a questo punto che il 2026 diventa decisivo. Per il ciclo 2023-2026, inizialmente, la FIFA aveva fissato l’obiettivo di ricavi a 11 miliardi di dollari. Poi lo ha rivisto al rialzo fino a 13 miliardi. Alla fine del 2024, quindi ben prima del torneo, dichiarava di avere già contrattualizzato il 62% del budget del quadriennio. Nello stesso 2024 la FIFA ha registrato 483 milioni di dollari di ricavi annuali, dei quali 304 milioni, cioè il 63%, derivavano dai diritti marketing. Tradotto: ancora prima che il Mondiale cominci, le sponsorizzazioni sono già la prima voce del conto economico annuale della federazione.
È su questo sfondo che va letta la lista degli sponsor del prossimo Mondiale: adidas, Coca-Cola, Visa, Hyundai-Kia, Lenovo, Qatar Airways, Aramco, più gli innesti di Bank of America, Verizon, Frito-Lay e altri partner legati alla geografia nordamericana. Non sono soltanto marchi che comprano visibilità. Sono marchi che presidiano funzioni: il pagamento, il viaggio, la connettività, il consumo domestico, la ritualità del tifo.
Ecco allora il punto. Il Mondiale 2026 non sarà soltanto il più grande di sempre sul piano sportivo, con 48 squadre e 104 partite distribuite in 16 città di tre Paesi. Sarà soprattutto il punto più alto, fin qui, di una lunga trasformazione economica che forse rischia di cambiare per sempre il mondo del calcio.