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Quanto eri bella Roma: ora mi fai ribrezzo e anche un po’ paura

Qualche giorno fa ho deciso di non andare più a Roma. Un amico mi ha chiesto il motivo di un proposito tanto insolito. Gli ho risposto: «Perché la Roma di oggi mi fa ribrezzo e anche paura». Lui mi ha domandato: «Davvero ribrezzo?». «Sì, Roma è ormai il cadavere di se stessa, un mummia che mi suscita orrore. E impedisce ai miei ricordi di presentarsi con la nitidezza elegante di un tempo». Ho visto per la prima volta Roma nell'estate del 1961. Avevo venticinque anni e lavoravo alla «Stampa» da praticante. Il direttore, Giulio De Benedetti, settantenne, era il dittatore del giornale. Quando entrava nella grande sala della redazione, tutti ci alzavamo in piedi. E per riprendere a lavorare si aspettava un suo ordine: «Signori, seduti!».

Gidibì comprese che avrei fatto strada nella cronaca politica. E mi mandò a Roma perché incontrassi Vittorio Gorresio, il numero uno in Italia tra quanti si occupavano dei partiti. Modenese di origine, cinquantuno anni, Gorresio, piccolo, tutto nervi, capelli tagliati all'umberta, viveva con la moglie in un appartamento affacciato su piazza Navona. Accanto c'era la casa di Indro Montanelli. Vittorio mi portò da lui. E Indro mi chiese: «Quanti anni hai?» «A ottobre ne farò ventisei». «Allora ci seppellirai tutti. Quando scriverai i necrologi di Vittorio e il mio, non limitarti ai nostri difetti. Ricorda anche le donne che ci hanno amato».

Nel 1961 le automobili potevano ancora passare per Piazza Navona e parcheggiarvi. Ma tutto avveniva in un silenzio magico. Persino il ristorante più frequentato, «I tre scalini», disponeva i tavoli all'esterno senza fare rumore. Non volavano cartacce. I rifiuti erano invisibili. Vedevo passare ragazze splendide, un tantino cicciose. E pensavo che Roma fosse la più bella città del mondo.

Oggi non proverei mai ad arrivare a Piazza Navona. Entro in città dall'Autostrada del Sole e mi inoltro lungo via Nomentana. L'inferno della capitale comincia subito. I muri coperti di vecchi manifesti elettorali, laceri, sporchi, che nessuno pensa di staccare. I palazzi deturpati da scritte incomprensibili. Tutti i tronchi degli alberi con le radici coperte di spazzatura. Turbe di mendicanti ti circondano l'auto esigendo l'elemosina con la rabbia di chi ti chiede una tassa. Gruppi di donne e uomini anziani aspettano invano il passaggio di un autobus. Li osservo e dico a me stesso: «Di certo non verrò a morire a Roma».

Il caos del traffico privato è infernale. Le auto stanno in terza fila. Ma i vigili urbani devono essere stati aboliti. Infatti nei miei due ultimi giorni romani non ne ho visto nessuno. Succede sempre così, mi dicono in tanti. Due giorni fa, a Trastevere, sono stati chiamati per un incidente stradale. Sono arrivati, lemme lemme, dopo quattro ore.

Mi domando: dove staranno inguattati? Forse a sorvegliare la metropolitana. Ecco un altro esempio della morte di Roma. Dicono che la metro sia il luogo più pericoloso della Capitale. Qualche giorno fa, nel vedere due tizi che accendevano le sigarette, un giovane ha osato rammentare che nella metro non si fuma. I due tizi l'hanno aggredito e pestato con sadismo, tanto da spedirlo in ospedale.

Gli aggressori, venticinque e ventisette anni, sono finiti in carcere. Erano arrivati a Roma da Caserta e venivano da un rave party. Non dormivano da due giorni e apparivano strafatti di droga. Secondo il giudice per le indagini preliminari che li ha spediti in cella, erano consapevoli di poter uccidere. Ma non hanno esitato a scatenarsi contro il passeggero che ha rischiato di morire.

Ecco una storia romana che spiega meglio di altre l'agonia della nostra presunta Capitale. Nessuno dei testimoni del pestaggio ha osato reagire. Chi stava seduto non si è alzato. Non solo: guardava dall'altra parte, per non vedere quel che stava accadendo. Avrebbero chiuso gli occhi anche di fronte a un delitto. Questa vergogna mi ha ricordato un vecchio racconto di fantascienza. Dove gli umani non hanno più gli occhi, ma soltanto orbite vuote.

Il 115, chiamata la linea dell'incubo, è diventato famoso per un atto di teppismo portato all'estremo. Il conducente è stato costretto a nascondersi nella cabina di guida per evitare che un teppista lo accoppasse. E un ragazzo di diciannove anni è stato massacrato mentre aspettava di scendere.

Mi raccontano che anche gli autobus sono da tempo il territorio di guerra di schiere per giovani femmine rom, chiamate con delicatezza zingarelle. Sono specialiste nei borseggi. Prendono di mira soprattutto persone anziane. Le circondano, le assordano strillando, poi le derubano dei portafogli e dei borsellini. Ed è un'utopia pensare che nelle vetture ci sia almeno una guardia comunale. Sento dire: «Le guardie non si vedono mai. Forse stanno di continuo in sciopero. Oppure ci sono, ma non osano intervenire».

Le sponde del Tevere sono occupate da baraccati. Un popolo di disperati che campano ai margini della Capitale. Si sono costruiti dei rifugi, uno accanto all'altro, in una promiscuità umiliante. Nessuna autorità è in grado di affrontarli e tanto meno di farli sloggiare. Alcuni dei loro capanni funzionano da bordelli improvvisati. Ospitano prostitute vicine alla pensione, orrendi travestiti che si vendono sul posto, persino puttane minorenni.

La scalinata di Trinità dei Monti è stata appena restaurata. Presenta una calda venatura color avorio che esalta la patina originale del travertino. Ma adesso è più vulnerabile di un tempo. Il rischio è di essere invasa dai vandali e di diventare un bivacco di bande. La sindaca Raggi ha già annunciato un'ordinanza anti-bivacco. L'assessore alla Cultura, Luca Bergamo, non vuole ricorrere alle cancellate. Però non sarà facile difendere i preziosi gradini rimessi all'onor del mondo grazie alla famiglia Bulgari.

Ma la Roma del 2016 è soprattutto una città violenta. Come ha osservato Mario Ajello sul Messaggero, nella capitale «ormai la paura non ha orari né confini». Alla Stazione Termini sono al lavoro i taglieggiatori. Più in centro operano i borseggiatori che assaltano le colonne di turisti. A San Lorenzo il territorio è in mano ai pusher, gli spacciatori di droga. Quanto ai tossici si incontrano dovunque. Ragazzi e ragazze giovanissimi che si bucano in pieno giorno, sulla strada e nelle piazze. Anche nel centro di una capitale che guarda altrove.

Negli anni Ottanta, il leader socialista Bettino Craxi mi confermò di sapere bene in che modo stava cambiando Roma. Quando non si occupava del partito di Milano, viveva in un hotel alle spalle di Piazza Navona. Ci conoscevamo da anni e mi parlava sempre con franchezza: «De Gaulle sosteneva che era inutile tentare di governare i francesi. Lo stesso dovremmo dire dei romani. Prima o poi, questa città morirà. E chi la abita dovrà incolpare soltanto se stesso!». Vedo che la sindaca di Roma, Virginia Raggi, ha detto no alle Olimpiadi del 2024. Il motivo è che la capitale ha bisogno di una cura quotidiana e non di una festa dello sport. A cominciare dalle condizioni delle strade, anche di quelle centrali, per finire con il ripristino di un minimo di sicurezza per tutti. Per quanto mi riguarda, nel 2024 sarò già morto. Quanto a Giovanni Malagò, il presidente del Coni, avrà sessantacinque anni. E lui potrà vedere se la sindaca pentastellata ha avuto ragione o torto.