Ha ammesso i suoi errori. Ha chiesto scusa. Ha detto di aver «perso la testa». Ma ha continuato a negare di aver gestito un giro di spaccio o chiesto il pizzo ai pusher del boschetto di Rogoredo. Davanti al gip Domenico Santoro, nel carcere di San Vittore, Carmelo Cinturrino ha risposto per due ore a tutte le domande. «Dovevo far rispettare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia», ha riferito il suo legale, Piero Porciani.
Il poliziotto ha ribadito di aver sparato per «paura». Poi, quando ha visto che Abderrahim Mansouri stava morendo, ha detto di essersi sentito «perso». «Sa bene cosa accade a loro quando sparano», ha spiegato il difensore. Cinturrino ha riferito di essere entrato nel panico subito dopo lo sparo, temendo di restare per anni intrappolato in un procedimento giudiziario, come accaduto ai carabinieri coinvolti nella vicenda di Giuseppe Uva, poi assolti dopo undici anni di iter processuale. Da lì, l’idea folle di «mettere una toppa»: l’ordine al collega di andare al commissariato Mecenate a prendere la replica di una pistola, un’arma giocattolo che - secondo quanto riferito dalla difesa - avrebbe trovato anni prima in zona Ponte Lambro e tenuto con sé. Sul martello, oggetto ricorrente nei verbali, la difesa ha chiarito che si trattava di un «martelletto» usato per dissotterrare la droga nascosta nel bosco. «Qualche volta aveva anche una paletta», ha aggiunto Porciani. Ma mentre in carcere, durante le due ore di interrogatorio, Cinturrino chiede scusa e ammette di aver sbagliato, nelle carte dell’inchiesta emergono accuse pesantissime che arrivano proprio dai colleghi che erano con lui quel pomeriggio.
Negli interrogatori del 19 febbraio, i secondi dopo quelli iniziali in cui avevano sostanzialmente confermato la linea dell’assistente capo, gli agenti Davide Picciotto, Gaetano Raimondi e Luigi Ramundo tracciano un quadro che va oltre il 26 gennaio e descrivono un metodo di intervento definito dagli inquirenti «allarmante».
Picciotto, in particolare, nel secondo interrogatorio racconta di aver temuto per la propria incolumità: dice di aver avuto paura che Cinturrino potesse «sparargli alle spalle» mentre eseguiva l’ordine di andare al commissariato a prendere la valigetta. Un timore che, riferisce, nasce da una consuetudine, descrivendo il collega come rude e aggressivo. Raimondi conferma quella paura e aggiunge che nel bosco «se ne parlava», che si sapeva che Cinturrino «non era tutto pulito e lineare”, senza che però nessuno avesse mai denunciato.
È proprio questo silenzio protratto per anni a pesare nell’inchiesta: gli stessi agenti che oggi parlano di violenze e intimidazioni hanno lavorato con Cinturrino per oltre un decennio senza segnalare nulla. Negli atti compare anche l’episodio che riguarda Puskas, un uomo disabile che frequentava il bosco e che, secondo più testimoni, sarebbe stato picchiato e derubato, inserendosi in un quadro di condotte violente mai emerse prima dell’omicidio di Abderrahim Mansouri. La domanda resta sullo sfondo, e pesa quanto le accuse: se davvero Cinturrino era temuto, se il suo comportamento era noto, perché nessuno ha parlato prima? Perché solo dopo lo sparo del 26 gennaio - e poco prima del fermo - quelle stesse voci si sono fatte precise, dettagliate, convergenti?
A fare da contrappunto alle accuse dei colleghi c’è la testimonianza di Valeria, portinaia al Corvetto e fidanzata di Cinturrino da oltre otto anni. Ieri la sua casa è stata perquisita. Valeria ricorda di averlo conosciuto durante un intervento nel suo palazzo e di aver costruito con lui un rapporto di amicizia profonda, al punto che nel 2019, durante la sua malattia, Cinturrino l’avrebbe accompagnata per mesi alle sedute di chemioterapia, aspettandola anche sei ore fuori dall’ospedale per riportarla a casa. «È sempre stato gentile e disponibile», dice, descrivendolo come un poliziotto operativo, impegnato nei contesti più difficili - dal boschetto di Rogoredo a piazza Gabriele Rosa - e spesso elogiato, a suo dire, da dirigenti e colleghi. Valeria respinge con decisione le accuse di pizzo e intimidazioni: racconta di non aver mai visto favori, tangenti o rapporti opachi, e si dice sorpresa che proprio ora emergano queste contestazioni: «Se davvero si comportava così, possibile che chi era in macchina con lui non se ne sia mai accorto prima?». Ricorda anzi un clima di rispetto diffuso attorno a Cinturrino, anche da parte di chi viveva ai margini, e sottolinea come fosse spesso contattato fuori servizio da colleghi più giovani.
Nel fratempo Angelo Bonelli (Avs) parla di «vergognosa campagna» e accusa Meloni, Salvini e Piantedosi di aver «attaccato giudici e magistrati» per propaganda, chiedendo ancora le loro scuse. Sulla stessa linea Ilaria Cucchi, che avverte: «Con questo clima politico di terrorismo sulla magistratura, il processo per mio fratello non ci sarebbe mai stato».
Dal centrodestra arriva la replica. Cristian Garavaglia difende lo il dl sicurezza sostenendo che «chi sbaglia paga, sempre», mentre Ignazio La Russa afferma: «Io mi rifarei a quello che diceva Giorgio Almirante ai tempi del terrorismo: se il terrorista è di sinistra chiedo la pena di morte, se il terrorista è di destra chiedo una doppia pena di morte. Impossibile ma rende l'idea». Intanto ieri una troupe di Telelombardia è stata aggredita ieri sera a Rogoredo. Operatore e giornalista sono stati bersagliati da un lancio di pietre che ha danneggiato l’auto, senza provocare feriti.



