2020-05-08
Christine Lagarde (Ansa)
L’indice Pmi della produzione dell’Eurozona scende a 48,8. Malgrado la contrazione in atto, la Bce è pronta ad alzare il costo del denaro. Cipollone: «Scenario cambiato».
La crisi energetica legata al conflitto in Medio Oriente comporta due possibili conseguenze dense di rischi: da un lato una crescita dell’inflazione, legata all’aumento dei prezzi delle materie prime e dei trasporti che si riflette sui prezzi al consumo. Dall’altra il rallentamento della crescita economica, con l’incubo che possa addirittura trasformarsi in recessione.
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Le Fiamme gialle sono intervenute dopo una segnalazione interna per vagliare alcuni finanziamenti concessi dalle commissioni a pellicole come «Tradita» con la Arcuri o il biopic su Gigi D’Alessio. Diktat di Schlein a Giuli: «Dialoghiamo ma sulle nostre idee».
Che il ministero della Cultura dissipi centinaia di milioni di euro per finanziare produzioni cinematografiche quantomeno discutibili, per usare un eufemismo, è un dato di fatto, accertato negli ultimi mesi da molti (anche se non tutti: qualche coraggioso giapponese resiste nelle ridotte della mangiatoia di Stato) protagonisti del settore.
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Il capo della diplomazia Usa è arrivato a Roma, dove stamani vedrà il Santo Padre. Tra gli obiettivi non solo ricucire, ma anche presentare le proprie rimostranze sugli accordi con il Dragone (siglati nel 2018 da Parolin).
È notevole l’attesa che si registra per la visita di Marco Rubio in Vaticano. Il capo del Dipartimento di Stato americano incontrerà stamane Leone XIV e il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, mentre domani vedrà Giorgia Meloni alle 11.30 e, a seguire, avrà colloqui bilaterali con Antonio Tajani e Guido Crosetto.
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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Donald Trump (Ansa)
- Donald vuole l’accordo prima del suo viaggio in Cina. Teheran frena: «Ancora punti inaccettabili». Macron sente Pezeshkian.
- Il ministro degli Esteri, Wang Yi, incontra il suo omologo iraniano: «Guerra illegittima, il cessate il fuoco non ammette ritardi».
Lo speciale contiene due articoli
La Casa Bianca ha annunciato la sospensione temporanea dell’operazione navale «Project Freedom», la missione militare statunitense avviata per garantire il passaggio delle navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz durante il conflitto con l’Iran.A comunicarlo è stato il presidente americano Donald Trump, che ha collegato la decisione ai progressi registrati nei contatti diplomatici con Teheran e alle pressioni esercitate da alcuni Paesi mediatori, tra cui il Pakistan. Secondo quanto riferito dal presidente statunitense, Washington avrebbe accettato una pausa limitata dell’operazione, pur mantenendo attivo il blocco marittimo imposto nelle ultime settimane attorno alle coste iraniane. L’obiettivo è verificare la possibilità di arrivare rapidamente alla firma di un’intesa politica capace di congelare l’escalation militare e aprire una nuova fase negoziale.
Trump ha parlato di «progressi significativi» nei colloqui indiretti con la Repubblica islamica, sostenendo che la sospensione della missione rappresenti un test sulla reale disponibilità iraniana a raggiungere un accordo stabile. In un’intervista concessa alla rete americana Pbs, Donald Trump ha dichiarato di ritenere possibile la firma dell’accordo con Teheran prima della sua visita ufficiale in Cina, prevista per il 14 e 15 maggio. «È possibile», ha affermato il presidente americano parlando della possibilità di una rapida conclusione del negoziato. La risposta ufficiale iraniana è attesa entro 48 ore.
Secondo indiscrezioni pubblicate dal sito americano Axios, emissari statunitensi e iraniani starebbero lavorando alla definizione di un memorandum composto da quattordici punti. Il documento dovrebbe sancire la cessazione delle ostilità e aprire un periodo di 30 giorni dedicato a negoziati più approfonditi. Tra i temi centrali figurerebbero la riapertura stabile dello Stretto di Hormuz, il contenimento del programma nucleare iraniano, la graduale eliminazione delle sanzioni economiche americane e lo sblocco di fondi iraniani congelati all’estero. Il negoziato è gestito, per la parte americana, da Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre Teheran partecipa sia direttamente sia tramite canali di mediazione internazionali. Le future sessioni di confronto potrebbero svolgersi a Islamabad oppure a Ginevra. Fonti americane precisano però che, in caso di fallimento delle trattative, Washington sarebbe pronta a ripristinare immediatamente il blocco o a riprendere le operazioni militari. Secondo il Wall Street Journal, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a un’intesa preliminare per rilanciare i negoziati, che potrebbero riprendere già la prossima settimana a Islamabad.
Nel frattempo, però, il clima nel Golfo Persico resta estremamente teso. Una nave portacontainer della compagnia francese Cma Cgm, la Sant’Antonio, è stata colpita durante il transito nello Stretto di Hormuz. L’azienda ha confermato che alcuni membri dell’equipaggio sono rimasti feriti e che l’imbarcazione ha riportato danni strutturali. «In nessun caso è stata presa di mira la Francia», ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, precisando che l’imbarcazione «era sotto bandiera maltese, con un equipaggio filippino». Macron ha riferito di aver parlato con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, esprimendo preoccupazione per l’escalation e condannando gli attacchi contro infrastrutture civili e navi. Macron ha chiesto la fine del blocco dello Stretto di Hormuz e il ritorno alla piena libertà di navigazione, spiegando che la missione navale franco-britannica e il dispiegamento nell’area della portaerei Charles de Gaulle puntano a ristabilire fiducia e sicurezza nella regione.
Mentre la diplomazia accelera, sul piano militare continuano i movimenti delle grandi flotte internazionali. La portaerei Gerald Ford, rimasta per mesi nel Mediterraneo orientale in preallerta, è stata richiamata verso gli Usa. Secondo fonti israeliane citate da Reuters, lo Stato ebraico non sarebbe stato informato in anticipo dell’accelerazione diplomatica avviata da Trump. Le stesse fonti sostengono che apparati militari israeliani ritenessero imminente un ampliamento delle operazioni contro l’Iran. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato il gabinetto di sicurezza e, al termine, ha spento le polemiche: «C’è pieno coordinamento tra me e Trump, e l’obiettivo più importante è la rimozione del materiale arricchito dall’Iran».
Uno dei nodi principali dei colloqui resta il programma nucleare iraniano. Secondo Axios, Washington pretenderebbe una lunga moratoria sull’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica islamica. Alcune fonti parlano di una sospensione minima di 12 anni, mentre altre indicano 15 anni come possibile compromesso finale. L’Iran avrebbe invece proposto un congelamento limitato a 5 anni.
Nel frattempo, i Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato che il transito nello Stretto di Hormuz sarebbe nuovamente consentito «in condizioni di sicurezza», a patto che le navi rispettino le procedure fissate dalle autorità iraniane. I Pasdaran hanno ringraziato gli armatori che avrebbero collaborato attenendosi alle disposizioni di Teheran. L’Iran ha poi respinto la bozza di risoluzione presentata dagli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Magari l’accordo si farà; tuttavia, restano i segnali contrastanti da Teheran. Media locali hanno fatto sapere che per il governo «la proposta americana contiene diverse clausole inaccettabili». Il portavoce della Commissione Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano, Ebrahim Rezaei, ha definito il memorandum circolato sui media occidentali «la lista dei desideri degli americani».
La svolta di Pechino: «Ora ruolo più incisivo nel Golfo»
Con un tempismo da manuale, Pechino ha accolto ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, mentre si accelerano i tentativi per far sedere Teheran e Washington al tavolo dei negoziati. La visita, che conferma gli stretti legami tra i due Paesi, arriva a ridosso dell’incontro tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump e l’omologo cinese Xi Jinping.
Nel bilaterale con il capo della diplomazia cinese Wang Yi, il ministro degli Esteri iraniano ha fatto il punto sulla crisi nel Golfo. Araghchi ha comunicato che Teheran è disposta ad accettare un accordo con Washington solo se sarà «equo e completo». Ha poi garantito che «l’Iran, così come ha dimostrato forza nel difendersi, è altrettanto serio nel campo della diplomazia», fermo restando che il regime farà «del suo meglio» per «proteggere i propri diritti e interessi legittimi nei negoziati».
Con Pechino che cerca di ritagliarsi un ruolo di primo piano nell’attività diplomatica, Wang Yi, all’inizio del faccia a faccia, ha sottolineato: «Riteniamo che un cessate il fuoco totale non ammetta ritardi, che una ripresa delle ostilità sia sconsigliabile e che perseverare nei negoziati sia particolarmente importante». La linea cinese resta comunque quella di ritenere «illegittima» la guerra condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro il regime iraniano. Inoltre, è stata ribadita la piena fiducia sul programma nucleare: «La Cina apprezza l’impegno dell’Iran a non sviluppare armi nucleari e ribadisce il suo legittimo diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare».
Nell’incontro, anche la questione dello Stretto di Hormuz è stata centrale visto che Pechino, prima del conflitto, acquistava più dell’80% del petrolio iraniano esportato. Il ministero degli Esteri cinese ha quindi esortato «le parti coinvolte» a ripristinare «il passaggio normale e sicuro» attraverso il canale marittimo. E stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, Araghchi ha fatto presente che la questione dello Stretto deve essere «gestita in modo adeguato e risolta il prima possibile». Pare che Pechino abbia accolto indirettamente l’appello del segretario del Tesoro statunitense, Scott Bessent: all’inizio di questa settimana ha infatti invitato la Cina ad aumentare i suoi sforzi diplomatici per convincere il regime iraniano ad aprire lo Stretto. Tra l’altro, Pechino ieri ha confermato la propria volontà di «proseguire gli sforzi per allentare le tensioni». Xinhua ha aggiunto che Wang Yi ha comunicato che la Cina svolgerà «un ruolo più incisivo» nel ristabilire «la pace e la tranquillità in Medio Oriente».
La posizione di Pechino è stata accolta positivamente da Araghchi, che ha scritto su X: «L’Iran si fida della Cina e si aspetta che continui a svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace e nella risoluzione del conflitto nella regione, oltre a sostenere la creazione di un nuovo quadro regionale postbellico in grado di conciliare lo sviluppo e la sicurezza».
Il colloquio tra i due capi della diplomazia dell’Iran e della Cina si è svolto mentre si avvicina l’incontro tra Trump e Xi Jinping. Con il viaggio del tycoon fissato per il 14 e 15 maggio, diversi esperti ritengono che il presidente americano voglia concludere il conflitto proprio prima di presentarsi davanti al leader cinese. In questo contesto, sono stati confermati i solidi rapporti bilaterali tra la Cina e l’Iran. Wang Yi ha assicurato che Pechino resta «un partner strategico affidabile» del regime. A tal proposito, su Xinhua si legge: «Wang ha aggiunto che la Cina è disposta a collaborare con l’Iran per consolidare e approfondire la fiducia politica reciproca, mantenere e rafforzare gli scambi ad alto livello, approfondire la cooperazione reciprocamente vantaggiosa in vari settori e continuare a promuovere la partnership strategica tra la Cina e l’Iran».
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