2020-05-08
Ursula von der Leyen (Ansa)
Le norme istitutive sancivano la garanzia di approvvigionamento. Ma in 30 anni l’Ue ha ottenuto solo un balzo dei prezzi del 35%.
L’allarme per la crisi energetica non accenna a diminuire. Lo Stretto di Hormuz è ancora bloccato e i prezzi di gasolio e benzina sono elevati, mentre i governi cercano di evitare il contagio inflazionistico abbassando le tasse sull’energia
Nel frattempo, dall’Ue non è arrivato granché, se non una serie di raccomandazioni e di impegni a «coordinare» stoccaggi e informazioni, con l’esortazione a investire in fonti rinnovabili. Di concreto si è visto solo il METSAF (Middle East crisis Temporary State Aid Framework), ovvero il quadro temporaneo di sospensione del divieto di aiuti di Stato in seguito alla crisi di Hormuz. Mentre nel caso della crisi energetica del 2021-2022 l’Ue è stata direttamente parte in causa del vertiginoso aumento dei prezzi del gas, in questo caso Bruxelles non è direttamente coinvolta nello scontro tra Usa e Iran.
Tuttavia, non si può fare a meno di rilevare che ancora una volta l’Europa si trova disarmata davanti ad uno shock esterno che colpisce il suo settore più strategico, quello dell’energia. La prima grande direttiva sulla liberalizzazione del mercato elettrico europeo è la 96/92/CE del 1996, a seguire le altre su gas e fonti rinnovabili. Evidentemente, non sono bastati 30 anni di direttive, raccomandazioni, regolamenti, programmi, piani, strategie, relazioni, comunicazioni e atti della più varia natura per mettere un punto fermo.
L’Europa dell’energia è ancora un cantiere di cui non si vede la fine e di cui si è persa la ragione d’essere. Diamo qualche numero. Nel 1995, un consumatore domestico nell’Ue pagava in media circa 13 centesimi di euro per kWh, che corrispondono a poco più di 21 centesimi a prezzi attuali, secondo le serie storiche di Eurostat contenute nel volume «Electricity prices» 1990-2003. Si tratta del prezzo al consumatore finale, tasse e trasporto inclusi. Nel 2025, sempre secondo Eurostat, la media europea si colloca attorno a 28,7 centesimi per kWh. In termini reali, cioè al netto dell’inflazione, significa un aumento compreso tra il 30% e il 40%. Il dato si conferma nei principali Paesi europei. In Germania si passa da circa 28 centesimi del 1995 a prezzi 2025 di quasi 39 centesimi, con un incremento vicino al 40%. In Francia si va da circa 18 centesimi nel 1995 a 24 centesimi del 2025, pari a un aumento nell’ordine del 30%. L’eccezione è l’Italia, dove nel 1995 il prezzo, riportato a valori odierni, era già attorno a 33 centesimi per kWh e oggi si colloca poco sopra 31 centesimi, risultando sostanzialmente stabile. Non si può dire che l’Unione europea abbia fatto bene ai prezzi dell’energia elettrica, dunque, né che il passaggio dai vari monopoli nazionali al «mercato» abbia dato frutti degni di questo nome. Ci risparmiamo qui i calcoli sul prezzo del gas.
I motivi di questo fallimento sono nella architettura stessa dell’Unione. L’articolo 194 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) è la base della politica energetica europea. Introdotto con il Trattato di Lisbona dal 2009, stabilisce che l’Unione deve perseguire quattro obiettivi: garantire il funzionamento del mercato dell’energia, garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, promuovere l’efficienza energetica e lo sviluppo delle rinnovabili, promuovere l’interconnessione delle reti. La differenza tra «garantire» e «promuovere» è piuttosto lampante, ma con il Green deal si sono ribaltate le priorità. Lo sviluppo delle rinnovabili è diventata priorità, a scapito della sicurezza degli approvvigionamenti. La costruzione del gasdotto Nord Stream 2 ha esposto l’Europa intera a una dipendenza eccessiva dal gas russo, mettendo a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti, come infatti è successo. Ma, in seguito, la corsa a distaccarsi in tutta fretta dalle forniture di gas dalla Russia mentre l’Europa ne era ancora pienamente dipendente rappresenta a sua volta un vulnus alla sicurezza degli approvvigionamenti.
Quanto al funzionamento del mercato dell’energia elettrica, siamo oggi al paradosso di vedere prezzi negativi dell’energia, che segnalano un dannoso eccesso di offerta, mentre in altri paesi i prezzi superano costantemente la media annuale di 100 €/MWh. Si è assistito a un clamoroso blackout in Spagna, dovuto al mancato adeguamento delle reti in seguito all’assalto degli impianti fotovoltaici, mentre la Germania ha spento le sue centrali nucleari provocando un aumento dei prezzi in tutta Europa. La Francia ha nazionalizzato di nuovo EdF e nessuno a Bruxelles ha alzato un sopracciglio. L’Ue impone il Green, che richiede ingenti sussidi pubblici, mentre dall’altra parte prescrive vincoli di bilancio che costringono i governi a scelte dolorose.
Tutta compresa nel suo ruolo di punta di lancia del green, l’Ue non si è mai preoccupata di avere una strategia su greggio e combustibili derivati, come se tutto riguardasse solo l’energia elettrica e il gas e non l’energia primaria, cioè tutta l’energia che viene utilizzata da famiglie e imprese. L’Ue non ha una idea di quante riserve di carburanti abbia a disposizione, per dirne una.
Anche il progetto di elettrificazione dei consumi energetici rappresenta una minaccia per la sicurezza degli approvvigionamenti. Non solo perché estremamente costosa, non solo perché stravolge i mercati elettrici, e non solo perché se il sistema elettrico cade non ci sono alternative. Ma anche perché si fonda sulla dipendenza tecnologica pressoché totale dalla Cina. In questo bailamme, famiglie e imprese sono vittima dei prezzi alti, l’economia europea frena e la recessione è alle porte. Se agli apprendisti stregoni di Bruxelles è stata lasciata mano libera troppo a lungo, occorre prenderne atto. Tocca ai governi, che rispondono ai cittadini, farsi carico delle scelte e prendere le decisioni utili a rimetterci in carreggiata, prima che sia troppo tardi.
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Giancarlo Giorgetti e Valdis Dombrovskis (Ansa)
Muro di Dombrovskis al pressing di Giorgetti: «Usare flessibilità già prevista». Eppure l’allarme sulle forniture arriva anche dal commissario all’Energia. Lagarde intanto avvisa: inflazione su dello 0,2% con Ets2 nel 2028.
Anche se in ritardo, la Commissione europea ora riconosce che la guerra nel Golfo, con il blocco dello stretto di Hormuz, sta portando il Vecchio Continente verso una crisi senza precedente, in una spirale di recessione e inflazione.
Eppure nonostante la consapevolezza della gravità della congiuntura, Bruxelles rimane sorda alle richieste di maggiore flessibilità sui vincoli di bilancio.
Le parole del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, al vertice dell’Eurogruppo di lunedì sono cadute nel vuoto. Di concedere l’attivazione della clausola di salvaguardia a tutti gli Stati membri non se ne parla, come pure di utilizzare i fondi per la difesa a copertura delle maggiori spese energetiche. Seppur grave, per la Commissione non c’è ancora una situazione di emergenza tale da richiedere interventi straordinari.
Una posizione che stride con i messaggi di allarme che pure continuano ad arrivare dagli stessi rappresentanti delle istituzioni comunitarie. Ieri il commissario all’Energia, Dan Jorgensen, al termine del Dialogo energetico di alto livello Ue-Moldavia, ha fatto un sintetico bilancio di quanto i Paesi dell’Unione hanno già speso in più per i combustibili fossili senza ricevere alcun aumento delle forniture.
«Oltre 30 miliardi di euro in più». A cui ha aggiunto un’analisi impietosa: «Il mondo sta affrontando quella che è probabilmente la più grave crisi energetica di sempre che sta mettendo a dura prova la resilienza delle nostre economie, delle nostre società e delle nostre partnership».
Insomma, in ballo ci sono qualche miliardo di scostamento di bilancio contro i 30 miliardi di maggiori spese energetiche già pagati dai Paesi Ue.
Ma non è tutto. Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, al termine dell’Ecofin è tornato a ribadire la linea della fermezza. Ha riferito che l’Eurogruppo ha discusso la proposta avanzata dal ministro Giancarlo Giorgetti di estendere all’energia la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per la difesa, e che «i ministri hanno espresso opinioni divergenti sulla necessità di una maggiore flessibilità fiscale. Attualmente, quindi, il nostro consiglio è di utilizzare la flessibilità già esistente, compreso l’uso degli stabilizzatori automatici». La strategia resta «wait and see», aspettare e guardare gli eventi. Anche se l’Europa intanto affonda.
«Come Commissione, continuiamo a monitorare attentamente la situazione e siamo pronti a reagire qualora la situazione lo richieda», ha aggiunto. «Di fronte a uno shock dell’offerta, se ci sono misure ampie in molti Stati membri e altri Paesi a sostegno dei consumi, smorzando il segnale dei prezzi, ciò potrebbe finire per fare aumentare i prezzi dell’energia con costi fiscali elevati e con benefici molto limitati per le famiglie e le imprese che avrebbero dovuto aiutare».
Intanto, consapevole della grave crisi economica, il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic, cerca di strappare qualche concessione agli Stati Uniti sul fronte dei dazi. Nell’incontro di ieri, di quasi due ore a Parigi con il Rappresentante degli Usa al Commercio, Jamieson Greer, il commissario ha chiesto «un rapido ritorno ai termini concordati a Turnberry, ovvero un’aliquota tariffaria onnicomprensiva del 15%, con le deroghe concordate per l’Ue».
Ad aggravare la situazione ci sono le misure della transizione ecologica, che, a quanto pare, nessuno vuole mettere in discussione. Ecco quello che ha detto la presidente della Bce, Christine Lagarde, intervenendo a una conferenza a Francoforte sul rapporto fra clima, natura e politica monetaria. «L’introduzione dell’Ets2, che estende per la prima volta il prezzo del carbonio nell’Ue agli edifici e al trasporto su strada, aggiungerà 0,2 punti percentuali all’inflazione nel 2028.
Lagarde ha fatto questa analisi: «L’anno scorso le emissioni globali di carbonio da combustibili fossili hanno raggiunto un livello record. E, sebbene in passato i governi abbiano mostrato una determinazione comune a Parigi, oggi assistiamo a passi indietro in alcune giurisdizioni». Lagarde ha ricordato che c’è stato un acceso dibattito in Europa «sul fatto che la transizione verde abbia reso il continente più vulnerabile nell’attuale contesto geopolitico volatile, aumentando i costi dell’energia. Ma lo status quo è chiaramente insostenibile. L’Europa importa circa il 60% della sua energia, quasi tutta da combustibili fossili, e l’aumento dei prezzi è un promemoria del costo di questa dipendenza. Le fonti alternative di energia offrono il percorso più chiaro per minimizzare i compromessi tra gli obiettivi della politica energetica europea di sostenibilità e accessibilità».
Quindi lo scenario è questo: no flessibilità e avanti tutta con le fonti energetiche alternative. Una linea che preoccupa il mondo dell’industria. «Bene Giorgetti. Oggi l’energia è un problema enorme per il nostro Paese» ha detto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, riferendosi alla richiesta di deroghe al Patto di stabilità.
«Nessun Paese può essere lasciato indietro. Oggi l’Italia ha un prezzo di energia più alto di altri Paesi e quanto detto dal ministro è giustissimo per dare la capacità all’Italia di allinearsi. Sarebbe molto miope pensare che alcuni Paesi ce la possano fare e altri no». Il ministro dei Trasporti e vicepremier, Matteo Salvini, ha usato toni meno soft. «È sorda e inutile un’Europa che ci dice puoi spendere più soldi per le armi, ma non per aiutare gli italiani a pagare le bollette e a fare benzina. Un’Europa così non ci serve».
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(Getty Images)
Ieri neanche un rigo sugli spari fuori dalla Casa Bianca. Ma grandi retroscena sullo zar.
Sui giornaloni, nei talk show frequentati dalla sinistra di lotta e tacco dodici come Silvia Salis, che snobba il vecchio scarpone degli alpini e calza solo Manolo Blahnik, ci sono due manifestazioni del male assoluto: Donald Trump e Vladimir Putin. Ma il primo è assai più pernicioso dell’altro.
Per misurarlo è sufficiente osservare quanto ci si preoccupi della sopravvivenza di ciascuno di loro. Le pallottole dirette a Donald Trump non fanno rumore, anzi a dire il vero lui l’attentato se lo crea; le inesistenti (o comunque non provate) minacce di colpo di Stato contro Vladimir Putin valgono la massima allerta.
A parole la nostra sinistra odia l’uno quanto l’altro. Perché in fin dei conti Donald Trump, votato da 80 milioni di americani, è un autocrate come quello del Cremlino. E tuttavia si coglie una sfumatura: Trump che se la piglia con l’Europa - si vedano Ernesto Galli della Loggia e Paolo Gentiloni tra i tanti - è un nemico, Putin è pure un nemico, ma in maniera diversa. Lunedì nel tardo pomeriggio, a Washington, un uomo ha aperto il fuoco a poca distanza dalla Casa Bianca, dove Donald Trump stava tenendo un discorso. Nella residenza presidenziale è scattato il lockdown e tutta la zona fino a Washington Monument è stata presidiata dal Secret service, che ha colpito l’assalitore dopo che era riuscito a ferire un ragazzo. Di questo episodio non c’è traccia sui giornali di ieri. Si dirà: ma era tardi e non valeva la pena «ribattere» (aggiornare le pagine) per una notizia così, né infilarla in un telegiornale. Il retropensiero, invece, è lo stesso che è scattato dopo la sparatoria dell’Hilton Hotel il 25 aprile scorso, durante la cena di Trump con i corrispondenti esteri. Molti scrissero: il presidente americano se l’è cercata. In quell’occasione, i vertici della Casa Bianca erano i bersagli di Cole Tomas Allen, ingegnere trentunenne della California tifoso della democrat Kamala Harris, ma in Italia si è cominciato a dubitare. La sicurezza era troppa blanda e, per dirla col metodo Ranucci, una fonte - riferiva il Fatto Quotidiano - «di cui si sta cercando ancora conferma ha raccontato che per entrare all’Hilton bastava mostrare un biglietto». E magari Trump si era messo d’accordo anche con lo sparatore di Butler in campagna elettorale due anni fa. Memorabile il commento dell’Oliver Hardy de noantri, al secolo Alan Friedman, che su La Stampa il 26 aprile scriveva: «Oggi, nell’America di Trump, il clima d’odio nasce dal suo incitamento quotidiano, si nutre del rancore che semina e produce una società più feroce, più frammentata, più impaurita. Trump non ha inventato la violenza americana. Ma l’ha sdoganata». Gli faceva eco su Repubblica Gabriele Romagnoli che, citando i presidenti Usa ammazzati - Kennedy, Roosevelt, Lincoln -, notava: «In generale il bersaglio è una cucitura, l’attentatore uno strappo. Da Mar-a-Lago è venuto invece un inedito, un opposto che gira il film della presidenza al negativo. È lui è l’agente del caos, il provocatore quotidiano, l’estremista». E per non essere da meno Augusto Minzolini su X sentenziava: «Chi divide, usa un linguaggio violento, preferisce l’autoritarismo alla democrazia, apre conflitti senza sapere come chiuderli finisce per seminare vento e raccogliere tempesta».
Un ritratto di Vladimir Putin? No, si parla di Donald Trump, uno che se l’è cercata. Al contempo, vengono invece date per certe le voci su presunte minacce a Putin di cui fino adesso non c’è stata evidenza alcuna. Tutti i giornali à la page e le televisioni a reti unificate ieri raccontavano che è chiuso in un bunker perché teme un colpo di Stato e un attentato. Repubblica ieri in prima pagina aveva questo titolo: «Bunker e controlli. Putin in paranoia teme un golpe dall’ex Shoigu». Enrico Franceschini - che scrive da Londra e sa tutto, o forse ha solo letto il Financial Times che, con dovizia di particolari, narra l’angoscia di Putin, trasformatosi da dittatore in talpa - racconta che «ormai non dorme più nelle dacie presidenziali di Mosca e del Valdai, passa la maggior parte del tempo nei bunker sotterranei». A farlo fuori dovrebbe pensarci il segretario del consiglio di sicurezza Sergei Shoigu. I solitamente bene orientati spiegano che il 9 maggio la parata può essere rovinata dalle bombe di Zelensky. Sul Foglio raccontano che da giorno dell’orgoglio si è passati oggi al giorno della preoccupazione russa. La colpa? Di Vladimir Putin, che non teme un colpo di Stato bensì un drone ucraino che lo faccia secco mentre assiste alla parata. E allora come la Flotilla: tutti sotto coperta. È un coro: il bunker, il golpe, la parata blindata. L’obiettivo? Probabilmente destabilizzare. Ma forse un po’ ci sperano.
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Marco Rubio (Ansa)
Il Papa replica: «Annuncio il Vangelo». L’obiettivo del tycoon non è minare la missione del suo uomo: è il segretario di Stato.
Torna a salire la tensione tra Casa Bianca e Santa Sede. Donald Trump ha infatti di nuovo criticato Leone XIV. «Il Papa preferirebbe parlare del fatto che per l’Iran va bene avere un’arma nucleare, e non credo che questo sia un bene», ha dichiarato, per poi aggiungere: «Penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone».
Pur non avendo mai difeso l’idea che il regime khomeinista possa entrare in possesso dell’arma atomica, il pontefice si è più volte mostrato critico verso la guerra in Iran, auspicando una sua risoluzione diplomatica. «Il Papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, di predicare la pace - come direbbe San Paolo - opportune et importune», ha dichiarato il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, commentando le parole di Trump. Parole che sono state bollate come «non condivisibili» anche dal vicepremier Antonio Tajani. In serata, poi, ha risposto anche il pontefice: «La missione della Chiesa è predicare il Vangelo e la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, lo faccia. La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi non c’è alcun dubbio».
Le nuove fibrillazioni tra la Casa Bianca e la Santa Sede si sono registrate poco prima dell’incontro, previsto per domani al Palazzo apostolico, tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e lo stesso Leone: un incontro che, almeno in origine, avrebbe dovuto avviare una fase di disgelo nei rapporti tra Trump e il Papa. È del resto cosa nota che Rubio sia cattolico. Un dettaglio, questo, non certo trascurabile: il fatto che il presidente americano avesse inviato lui a Roma era infatti stato letto come una sorta di mano tesa al pontefice, per archiviare lo scontro che si era registrato il mese scorso.
Adesso, dopo le nuove tensioni, la situazione potrebbe tornare a complicarsi. Ieri, l’ambasciatore americano presso la Santa Sede, Brian Burch, ha, sì, cercato di gettare acqua sul fuoco, ma, tra le righe, ha anche lasciato intendere che il faccia a faccia di domani potrebbe non rivelarsi totalmente in discesa. «Le nazioni hanno divergenze, e credo che uno dei modi per superarle sia attraverso la fraternità e un dialogo autentico. Credo che il segretario sia venuto qui con questo spirito: per avere una conversazione franca sulla politica statunitense, per impegnarsi in un dialogo», ha affermato, riferendosi a Rubio. Ora, non è un mistero che, quando in diplomazia si parla di «conversazioni franche», ci si riferisce a discussioni che, a porte chiuse, possono anche arrivare a una certa asprezza.
Al di là della già citata guerra in Iran, i vescovi statunitensi (e la Santa Sede) sono assai critici verso le politiche della Casa Bianca su immigrazione clandestina e ambiente. È tuttavia anche strano che il presidente americano torni a polemizzare con il Papa a due giorni dalla visita distensiva di Rubio. Come si può interpretare questo paradosso? Una chiave di lettura è che la freddezza dell’amministrazione Trump sia in realtà rivolta nei confronti di Parolin. Il mondo repubblicano americano non ha mai amato l’attuale cardinale segretario di Stato, ritenendolo il principale artefice del controverso accordo tra Santa Sede e Cina sulla nomina dei vescovi: accordo che, firmato la prima volta nel 2018, è stato rinnovato nel 2024 e che il cardinal segretario di Stato, a ottobre scorso, è tornato a difendere, definendolo un «seme di speranza».
Un’intesa, quella con Pechino, che, oltre a Parolin, è stata sostenuta ai tempi del pontificato di Francesco da vari ambienti all’interno della Chiesa: dalla Compagnia di Gesù alla Comunità di Sant’Egidio. Sarà un caso ma, proprio ieri, il fondatore della stessa Sant’Egidio, Andrea Riccardi, è tornato a promuovere la distensione tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese. «Rubio conosce bene l’interlocuzione vaticana con la Cina. La Santa Sede verso Pechino non è guidata da calcoli politici, ma da una visione pastorale. Oggi Pechino, che ha voce in capitolo in scenari come l’Iran, è consapevole che la Santa Sede ha un ruolo internazionale», ha dichiarato alla Stampa.
Non è un mistero che i settori maggiormente filocinesi della Chiesa uscirono sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In tal senso, Trump, che già durante il primo mandato si era opposto all’intesa con Pechino sui vescovi, si aspettava un cambio di passo più marcato rispetto alla politica della Santa Sede nei confronti della Repubblica popolare. Un cambio di passo che, agli occhi della Casa Bianca, non si sarebbe tuttavia ancora verificato. E qui il ruolo di Rubio, nella sua imminente visita vaticana, acquisisce una nuova luce: il segretario di Stato americano, , che ieri ha avuto una telefonata «costruttiva» con l’omologo russo Sergej Lavrov, è, sì, cattolico, ma nell’attuale amministrazione statunitense è anche un notorio falco anticinese. Da senatore della Florida, nel 2018, fu un aspro critico dell’accordo tra Cina e Santa Sede. Del resto, per la Casa Bianca il tema è geopolitico.
Trump ha rilanciato la Dottrina Monroe con l’obiettivo di escludere Pechino dall’Emisfero occidentale. In questo quadro, è noto come l’influenza cinese sia storicamente assai significativa su un’area, l’America Latina, la cui popolazione è a maggioranza cattolica. Non a caso, il Dipartimento di Stato americano ha fatto sapere che, domani, Rubio e il Papa parleranno anche di questioni legate all’Emisfero occidentale. Leone, che pure ha parzialmente ripreso a spostare il baricentro della politica estera vaticana più a Occidente rispetto al predecessore, manterrà probabilmente il suo approccio dialettico con Washington, facendo tuttavia attenzione a quegli ambienti che cercano di spingerlo verso una rottura irreparabile con il governo statunitense.
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