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2024-08-07
Così proveranno a bucare l’ombrello d’Israele
Il sistema di difesa israeliano Iron Dome intercetta i razzi lanciati dal Libano (Ansa)
Tutti abbiamo fatto l’esperienza di trovarci sotto uno scroscio di pioggia rannicchiati sotto un ombrello ed è ciò che gli israeliani stanno sperimentando in queste ore che il mondo definisce d’attesa. L’attesa, naturalmente, è per la rappresaglia o se si vuole la risposta che l’Iran si è impegnato a fornire dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh il 31 luglio scorso. La morte del capo politico di Hamas, a poche ore da quella del numero due di Hezbollah, oltre a mettere probabilmente la parola fine sul negoziato per Gaza, ha anche posto Teheran nell’imbarazzante posizione di dover fornire una decisa risposta. E questa volta, come testimoniano le bandiere rosse del martirio che già sventolano sulle moschee iraniane, non sarà una risposta di facciata. Ne è convinto il presidente Usa Joe Biden che ha rinforzato la già robusta presenza navale a Est di Cipro. Ne sono convinti tutti i governi dell’Unione europea. Ne sono convinti i libanesi che con rassegnazione attendono di passare ancora una volta per il tritacarne di una guerra non loro. E, soprattutto, ne sono convinti gli israeliani.
Nell’attesa non si può far altro che ipotizzare scenari nessuno dei quali, tuttavia, risponde alla domanda decisiva di ogni guerra: quale nuova situazione si spera di determinare con la eventuale e desiderata vittoria? Rimandiamo ogni riflessione al riguardo per concentrarci su quello che i militari fanno di solito: ipotesi operative. La prima riguarda la possibilità per l’Iran di agire direttamente contro Israele attraverso un robusto lancio di droni, missili da crociera e missili balistici. Lo schema sarebbe lo stesso messo in atto il 13 aprile quando Teheran lanciò un attacco massiccio ma simbolico contro obiettivi militari in Israele. Allora furono impiegati 170 droni, 30 missili da crociera e 120 missili balistici che provocarono solo lievi danni alla base aerea di Nevatim, nel Sud di Israele. Tutto bene? Non proprio perché se ci si concentra non sui danni ma sulla crisi sopportata dall’ombrello antiaereo aperto su Israele è chiaro che i comandi iraniani hanno ora in mano due importanti informazioni. La prima è contenuta in un semplice nome: saturazione. In altri termini esiste un limite alle capacità di intercettazione delle difese aeree oltre il quale qualsiasi oggetto volante per quanto tecnologicamente rozzo è destinato a raggiungere il bersaglio. La seconda informazione è la consapevolezza che senza l’appoggio diretto degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e quello inaspettato di altri Paesi arabi, Tel Aviv dispone di un ombrello inadeguato a ripararlo da una pioggia violenta. Il primo scenario si chiude quindi con sciami di droni, missili cruise e balistici, più densi di quelli sperimentati quasi quattro mesi fa. Il punto debole di questo primo scenario è il tempo. In particolare, il tempo di volo dai luoghi di lancio in Iran o Iraq a Israele. Un tempo che consentirebbe di diramare l’allarme generale con ampio anticipo e di predisporre difese efficaci anche se non totali. Lo scenario numero due è invece più pericoloso proprio perché in questo caso il tempo si calcolerebbe in decine di minuti e non in ore. Si parla in questo caso di quella parte di Libano controllata da Hezbollah. In questo caso ci si potrebbe attendere un massiccio lancio di razzi, colpi di artiglieria e magari anche qualche missile a corto raggio diretti tutti contro la Galilea settentrionale e magari il porto di Haifa. Da stime prudenti l’arsenale di Hezbollah è più che rifornito di questo tipo di munizioni in grado, se impiegate a massa, di saturare qualsiasi difesa aerea e colpire ovunque nel territorio a Nord di Tel Aviv. Se non bastasse, il Nord Galilea è costellata di piccoli villaggi e insediamenti agricoli. Il resto è fatto di campi coltivati, piccole macchie d’alberi e cespugli arsi dal sole. E anche in Galilea è agosto. Il rischio di un rogo infinito non è quindi da sottovalutare. La domanda è se Hezbollah dispone o meno dei mezzi di lancio necessari a saturare i cieli del Nord Israele. La risposta non è sicura, ma la prudenza spingerebbe a pensare di sì.
L’ultimo scenario è infine un mix dei primi due. Uno sforzo principale condotto dal Libano meridionale affidato ad Hezbollah, sostenuto da un nutrito lancio di missili e droni dal territorio iraniano. Questo sarebbe comunque uno sforzo ausiliario, concorrente al primo con lo scopo di ingaggiare la maggior parte delle difese antiaeree israeliane. A questo potrebbe aggiungersi qualche azione condotta dagli Huthi nello stretto di Bab-El-Mandeb che richiamerebbe risorse aeree statunitensi, britanniche e francesi. Quale che sia lo scenario che si verificherà la parola chiave rimane comunque saturazione perché anche se Benjamin Netanyahu ha in mano un ombrello di ottima qualità, Teheran è oggi l’uomo della pioggia.
Paolo Capitini, generale di brigata, analista e già docente di storia militare
Azione di Hezbollah contro la Galilea. Putin a Khamenei: «Evitare i civili»
Arrivati al 306° giorno della guerra tra Israele, Iran e alleati, si attende che Teheran dia l’ordine di attaccare lo Stato ebraico come ritorsione per le recenti eliminazioni del numero uno di Hamas Ismail Haniyeh e del numero due di Hezbollah Fuad Shukr. L’intelligence Usa prevede «due ondate di attacchi contro Israele, una da parte di Hezbollah e l’altra orchestrata dall’Iran» e questo è quello che è stato riferito al presidente Joe Biden e al vicepresidente Kamala Harris dal team di sicurezza nazionale durante una riunione svoltasi lunedì notte alla Casa Bianca, come rivelato dal sito Axios. Non è ancora chiaro chi inizierà gli attacchi né come si svolgeranno. L’Idf ha dichiarato che un’indagine iniziale sull’attacco di droni lanciati dal Libano verso il Nord di Israele «indica che un razzo intercettore israeliano è caduto a sud di Nahariya, causando diversi feriti (almeno sette). Il razzo ha mancato il bersaglio ed è caduto a terra, ferendo diversi civili», ha comunicato l’Idf, aggiungendo che «l’incidente è in fase di revisione». Hezbollah ha comunque rivendicato il fallito attacco affermando «di aver lanciato uno sciame di droni Shahed 101 contro una base militare, ma tutte le vittime sono civili. Una fonte interna al gruppo terroristico con sede in Libano ha dichiarato alla Reuters che l’attacco non era la rappresaglia prevista per l’uccisione di Fuad Shukr. Successivamente il ministero della Salute libanese ha comunicato che quattro combattenti di Hezbollah sono state uccisi in un attacco israeliano nel Sud del Paese. Aerei israeliani hanno volato a bassa quota sopra Beirut.
Da Teheran intanto arrivano segnali contraddittori. I media del regime islamista sono pieni di video che mostrano come Israele verrà distrutta e lo stesso fanno Hezbollah e Huthi, mentre le autorità si stanno facendo più caute. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante un incontro con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, in visita a Teheran, ha dichiarato: «L’Iran non sta assolutamente cercando di ampliare la portata della crisi nella regione, ma questo regime riceverà certamente una risposta per i suoi crimini e la sua arroganza». Perché? L’Iran sa benissimo di non poter reggere il confronto militare con Israele, inoltre, il pressing della diplomazia internazionale sta facendo breccia tra i mullah del regime che però qualcosa devono fare dopo essere stati ancora una volta umiliati dagli israeliani. Persino Vladimir Putin ha chiesto alla guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, di rispondere in modo moderato all’uccisione di Haniyeh, sconsigliando di attaccare i civili israeliani. Lo riporta Reuters sul proprio sito, citando due alte fonti iraniane. Parole di fuoco invece le ha pronunciate dal suo bunker un Hassan Nasrallah sempre più preoccupato di vedere un drone apparire sopra di lui: «Hezbollah risponderà, l’Iran risponderà, lo Yemen risponderà, e il nemico aspetta, osserva e valuta ogni reazione. L’importante è che ci siano la determinazione, la decisione e la capacità di reagire». A proposito dei terroristi yemeniti che da mesi infestano il Mar Rosso con i loro attacchi: funzionari americani e iracheni hanno confermato l’uccisione di Hussein Abdullah al-Shabal, un alto comandante degli Huthi esperto nell’uso dei droni.
Prosegue l’azione diplomatica dell’Italia affinché il conflitto non si allarghi e questo proposito ieri Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato al telefono con il re di Giordania Abdallah II. La Meloni ha espresso preoccupazione per le tensioni in Medio Oriente, ringraziando il sovrano per la sua ricerca di una pace sostenibile e sottolineando l’importanza di evitare la regionalizzazione del conflitto. Entrambi i leader hanno concordato sulla necessità di moderazione e di astenersi da iniziative che possano ostacolare il dialogo. Hanno anche discusso dell’importanza di concludere i negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi, e hanno ribadito il loro impegno a rafforzare l’assistenza umanitaria, in particolare attraverso l’iniziativa Food for Gaza.
Infine, Hamas ha annunciato ieri che Yahya Sinwar, il leader dell’organizzazione terroristica nella Striscia di Gaza, sostituirà Haniyeh come leader dell’ufficio politico. Poco dopo l’annuncio, in molte località del Sud di Israele sono state attivate le sirene di allarme rosso.
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L’obiettivo dell’Iran è lanciare così tanti missili da mettere ko le difese di Gerusalemme: non sarà una rappresaglia di facciata. Le ipotesi operative tengono conto di attacchi anche dal Libano, del rischio incendi incontrollabili e delle violenze degli Huthi.Caccia a bassa quota sorvolano Beirut. Telefonata fra la Meloni e il re di Giordania Abdallah II.Lo speciale contiene due articoli.Tutti abbiamo fatto l’esperienza di trovarci sotto uno scroscio di pioggia rannicchiati sotto un ombrello ed è ciò che gli israeliani stanno sperimentando in queste ore che il mondo definisce d’attesa. L’attesa, naturalmente, è per la rappresaglia o se si vuole la risposta che l’Iran si è impegnato a fornire dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh il 31 luglio scorso. La morte del capo politico di Hamas, a poche ore da quella del numero due di Hezbollah, oltre a mettere probabilmente la parola fine sul negoziato per Gaza, ha anche posto Teheran nell’imbarazzante posizione di dover fornire una decisa risposta. E questa volta, come testimoniano le bandiere rosse del martirio che già sventolano sulle moschee iraniane, non sarà una risposta di facciata. Ne è convinto il presidente Usa Joe Biden che ha rinforzato la già robusta presenza navale a Est di Cipro. Ne sono convinti tutti i governi dell’Unione europea. Ne sono convinti i libanesi che con rassegnazione attendono di passare ancora una volta per il tritacarne di una guerra non loro. E, soprattutto, ne sono convinti gli israeliani.Nell’attesa non si può far altro che ipotizzare scenari nessuno dei quali, tuttavia, risponde alla domanda decisiva di ogni guerra: quale nuova situazione si spera di determinare con la eventuale e desiderata vittoria? Rimandiamo ogni riflessione al riguardo per concentrarci su quello che i militari fanno di solito: ipotesi operative. La prima riguarda la possibilità per l’Iran di agire direttamente contro Israele attraverso un robusto lancio di droni, missili da crociera e missili balistici. Lo schema sarebbe lo stesso messo in atto il 13 aprile quando Teheran lanciò un attacco massiccio ma simbolico contro obiettivi militari in Israele. Allora furono impiegati 170 droni, 30 missili da crociera e 120 missili balistici che provocarono solo lievi danni alla base aerea di Nevatim, nel Sud di Israele. Tutto bene? Non proprio perché se ci si concentra non sui danni ma sulla crisi sopportata dall’ombrello antiaereo aperto su Israele è chiaro che i comandi iraniani hanno ora in mano due importanti informazioni. La prima è contenuta in un semplice nome: saturazione. In altri termini esiste un limite alle capacità di intercettazione delle difese aeree oltre il quale qualsiasi oggetto volante per quanto tecnologicamente rozzo è destinato a raggiungere il bersaglio. La seconda informazione è la consapevolezza che senza l’appoggio diretto degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e quello inaspettato di altri Paesi arabi, Tel Aviv dispone di un ombrello inadeguato a ripararlo da una pioggia violenta. Il primo scenario si chiude quindi con sciami di droni, missili cruise e balistici, più densi di quelli sperimentati quasi quattro mesi fa. Il punto debole di questo primo scenario è il tempo. In particolare, il tempo di volo dai luoghi di lancio in Iran o Iraq a Israele. Un tempo che consentirebbe di diramare l’allarme generale con ampio anticipo e di predisporre difese efficaci anche se non totali. Lo scenario numero due è invece più pericoloso proprio perché in questo caso il tempo si calcolerebbe in decine di minuti e non in ore. Si parla in questo caso di quella parte di Libano controllata da Hezbollah. In questo caso ci si potrebbe attendere un massiccio lancio di razzi, colpi di artiglieria e magari anche qualche missile a corto raggio diretti tutti contro la Galilea settentrionale e magari il porto di Haifa. Da stime prudenti l’arsenale di Hezbollah è più che rifornito di questo tipo di munizioni in grado, se impiegate a massa, di saturare qualsiasi difesa aerea e colpire ovunque nel territorio a Nord di Tel Aviv. Se non bastasse, il Nord Galilea è costellata di piccoli villaggi e insediamenti agricoli. Il resto è fatto di campi coltivati, piccole macchie d’alberi e cespugli arsi dal sole. E anche in Galilea è agosto. Il rischio di un rogo infinito non è quindi da sottovalutare. La domanda è se Hezbollah dispone o meno dei mezzi di lancio necessari a saturare i cieli del Nord Israele. La risposta non è sicura, ma la prudenza spingerebbe a pensare di sì. L’ultimo scenario è infine un mix dei primi due. Uno sforzo principale condotto dal Libano meridionale affidato ad Hezbollah, sostenuto da un nutrito lancio di missili e droni dal territorio iraniano. Questo sarebbe comunque uno sforzo ausiliario, concorrente al primo con lo scopo di ingaggiare la maggior parte delle difese antiaeree israeliane. A questo potrebbe aggiungersi qualche azione condotta dagli Huthi nello stretto di Bab-El-Mandeb che richiamerebbe risorse aeree statunitensi, britanniche e francesi. Quale che sia lo scenario che si verificherà la parola chiave rimane comunque saturazione perché anche se Benjamin Netanyahu ha in mano un ombrello di ottima qualità, Teheran è oggi l’uomo della pioggia. 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L’intelligence Usa prevede «due ondate di attacchi contro Israele, una da parte di Hezbollah e l’altra orchestrata dall’Iran» e questo è quello che è stato riferito al presidente Joe Biden e al vicepresidente Kamala Harris dal team di sicurezza nazionale durante una riunione svoltasi lunedì notte alla Casa Bianca, come rivelato dal sito Axios. Non è ancora chiaro chi inizierà gli attacchi né come si svolgeranno. L’Idf ha dichiarato che un’indagine iniziale sull’attacco di droni lanciati dal Libano verso il Nord di Israele «indica che un razzo intercettore israeliano è caduto a sud di Nahariya, causando diversi feriti (almeno sette). Il razzo ha mancato il bersaglio ed è caduto a terra, ferendo diversi civili», ha comunicato l’Idf, aggiungendo che «l’incidente è in fase di revisione». Hezbollah ha comunque rivendicato il fallito attacco affermando «di aver lanciato uno sciame di droni Shahed 101 contro una base militare, ma tutte le vittime sono civili. Una fonte interna al gruppo terroristico con sede in Libano ha dichiarato alla Reuters che l’attacco non era la rappresaglia prevista per l’uccisione di Fuad Shukr. Successivamente il ministero della Salute libanese ha comunicato che quattro combattenti di Hezbollah sono state uccisi in un attacco israeliano nel Sud del Paese. Aerei israeliani hanno volato a bassa quota sopra Beirut. Da Teheran intanto arrivano segnali contraddittori. I media del regime islamista sono pieni di video che mostrano come Israele verrà distrutta e lo stesso fanno Hezbollah e Huthi, mentre le autorità si stanno facendo più caute. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante un incontro con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, in visita a Teheran, ha dichiarato: «L’Iran non sta assolutamente cercando di ampliare la portata della crisi nella regione, ma questo regime riceverà certamente una risposta per i suoi crimini e la sua arroganza». Perché? L’Iran sa benissimo di non poter reggere il confronto militare con Israele, inoltre, il pressing della diplomazia internazionale sta facendo breccia tra i mullah del regime che però qualcosa devono fare dopo essere stati ancora una volta umiliati dagli israeliani. Persino Vladimir Putin ha chiesto alla guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, di rispondere in modo moderato all’uccisione di Haniyeh, sconsigliando di attaccare i civili israeliani. Lo riporta Reuters sul proprio sito, citando due alte fonti iraniane. Parole di fuoco invece le ha pronunciate dal suo bunker un Hassan Nasrallah sempre più preoccupato di vedere un drone apparire sopra di lui: «Hezbollah risponderà, l’Iran risponderà, lo Yemen risponderà, e il nemico aspetta, osserva e valuta ogni reazione. L’importante è che ci siano la determinazione, la decisione e la capacità di reagire». A proposito dei terroristi yemeniti che da mesi infestano il Mar Rosso con i loro attacchi: funzionari americani e iracheni hanno confermato l’uccisione di Hussein Abdullah al-Shabal, un alto comandante degli Huthi esperto nell’uso dei droni. Prosegue l’azione diplomatica dell’Italia affinché il conflitto non si allarghi e questo proposito ieri Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato al telefono con il re di Giordania Abdallah II. La Meloni ha espresso preoccupazione per le tensioni in Medio Oriente, ringraziando il sovrano per la sua ricerca di una pace sostenibile e sottolineando l’importanza di evitare la regionalizzazione del conflitto. Entrambi i leader hanno concordato sulla necessità di moderazione e di astenersi da iniziative che possano ostacolare il dialogo. Hanno anche discusso dell’importanza di concludere i negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi, e hanno ribadito il loro impegno a rafforzare l’assistenza umanitaria, in particolare attraverso l’iniziativa Food for Gaza. Infine, Hamas ha annunciato ieri che Yahya Sinwar, il leader dell’organizzazione terroristica nella Striscia di Gaza, sostituirà Haniyeh come leader dell’ufficio politico. Poco dopo l’annuncio, in molte località del Sud di Israele sono state attivate le sirene di allarme rosso.
il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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Il riciclaggio di denaro attraverso le criptovalute non è più un fenomeno marginale né confinato al cybercrime. È diventato un sistema globale, strutturato e in rapida espansione. Secondo il report Confronting the Illicit-Finance Hydra in Crypto Markets, negli ultimi vent’anni almeno 350 miliardi di dollari sono stati ripuliti attraverso asset digitali in 164 casi documentati, con una crescita media annua del 16,5%. Numeri che raccontano una trasformazione profonda: il passaggio da un’economia criminale tradizionale a una finanza parallela digitale, capace di aggirare controlli, confini e sistemi bancari.
Il report utilizza una metafora efficace: quella dell’Idra. Ogni volta che le autorità chiudono un canale di riciclaggio, ne emergono altri, più sofisticati e difficili da tracciare. È questa capacità di adattamento a rendere il fenomeno particolarmente insidioso. Le operazioni di contrasto restano spesso reattive, mentre le reti criminali evolvono in tempo reale, sfruttando nuove tecnologie e falle normative. Il meccanismo ricalca le tre fasi classiche del riciclaggio — ingresso, occultamento e reintegrazione — ma con strumenti completamente nuovi. Nella fase iniziale, i fondi illeciti entrano nel sistema crypto attraverso darknet, attacchi hacker, ransomware e schemi Ponzi, generando oltre 127 miliardi di dollari. Tuttavia, meno di un terzo viene recuperato dalle autorità. Segue la fase più opaca, quella del cosiddetto «layering», in cui i fondi vengono frammentati e nascosti tramite mixer, piattaforme DeFi e passaggi tra diverse blockchain. Infine, il denaro viene riportato nell’economia reale attraverso exchange centralizzati o broker over-the-counter: un passaggio critico dove i controlli risultano ancora insufficienti, con sequestri inferiori ai 500 milioni di dollari a fronte di flussi illeciti per 22 miliardi.
Il dato più preoccupante riguarda però l’impunità. Il report evidenzia che il 79% dei casi non ha portato a condanne, mentre il tasso medio di recupero dei fondi si ferma al 27%.
Un contesto in cui il rischio penale resta limitato rispetto ai profitti genera un incentivo evidente per gruppi criminali e attori ostili. E proprio la dimensione geopolitica rappresenta uno degli elementi più rilevanti. La Corea del Nord, secondo lo studio, ricaverebbe fino a un terzo delle proprie entrate statali da operazioni illecite in criptovalute, utilizzate anche per finanziare programmi militari. La Russia emerge come hub centrale per exchange e gruppi ransomware, con metà delle piattaforme illecite e la maggior parte delle organizzazioni criminali legate al settore. Non si tratta quindi solo di criminalità diffusa, ma di un ecosistema ibrido in cui cybercrime, intelligence e finanza si sovrappongono. Nel frattempo, anche gli strumenti utilizzati stanno cambiando. Se in passato il Bitcoin dominava le transazioni illegali, oggi il report segnala una crescente preferenza per le stablecoin, più stabili e facilmente convertibili in valuta reale. Un’evoluzione che indica una maggiore maturità operativa delle reti criminali, sempre più orientate all’efficienza finanziaria.Accanto a questi sviluppi, emergono nuove forme di minaccia.
Le cosiddette truffe «pig butchering» — schemi che combinano relazioni sentimentali e falsi investimenti — colpiscono un numero crescente di vittime, mentre in alcuni casi si registra un aumento della violenza fisica per costringere al trasferimento di asset digitali. È il segnale di un passaggio ulteriore: dalla criminalità digitale pura a una forma ibrida che integra strumenti tecnologici e coercizione tradizionale. Il vero salto, però, è nella democratizzazione del crimine finanziario. Oggi non servono più strutture complesse o reti internazionali: bastano uno smartphone, accesso a piattaforme decentralizzate e competenze di base. File, servizi e infrastrutture sono disponibili online, spesso «chiavi in mano», abbattendo drasticamente le barriere d’ingresso. Il report riconosce alcuni limiti — a partire dalla difficoltà di tracciare un fenomeno per sua natura opaco e dalla parzialità dei dati disponibili — ma il quadro che emerge è chiaro. Il riciclaggio attraverso criptovalute non rappresenta ancora la quota principale del denaro illecito globale, stimata tra il 2% e il 5% del PIL mondiale, ma la sua incidenza è in crescita costante.
In questo scenario, la sfida non è tanto tecnologica quanto politica. Le criptovalute continueranno a essere parte integrante del sistema finanziario globale. Il problema è la distanza tra la velocità dell’innovazione e la capacità degli Stati di regolamentarla e controllarla. Ed è proprio in questo spazio che l’Idra continua a moltiplicare le sue teste.
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