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2024-08-07
Così proveranno a bucare l’ombrello d’Israele
Il sistema di difesa israeliano Iron Dome intercetta i razzi lanciati dal Libano (Ansa)
Tutti abbiamo fatto l’esperienza di trovarci sotto uno scroscio di pioggia rannicchiati sotto un ombrello ed è ciò che gli israeliani stanno sperimentando in queste ore che il mondo definisce d’attesa. L’attesa, naturalmente, è per la rappresaglia o se si vuole la risposta che l’Iran si è impegnato a fornire dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh il 31 luglio scorso. La morte del capo politico di Hamas, a poche ore da quella del numero due di Hezbollah, oltre a mettere probabilmente la parola fine sul negoziato per Gaza, ha anche posto Teheran nell’imbarazzante posizione di dover fornire una decisa risposta. E questa volta, come testimoniano le bandiere rosse del martirio che già sventolano sulle moschee iraniane, non sarà una risposta di facciata. Ne è convinto il presidente Usa Joe Biden che ha rinforzato la già robusta presenza navale a Est di Cipro. Ne sono convinti tutti i governi dell’Unione europea. Ne sono convinti i libanesi che con rassegnazione attendono di passare ancora una volta per il tritacarne di una guerra non loro. E, soprattutto, ne sono convinti gli israeliani.
Nell’attesa non si può far altro che ipotizzare scenari nessuno dei quali, tuttavia, risponde alla domanda decisiva di ogni guerra: quale nuova situazione si spera di determinare con la eventuale e desiderata vittoria? Rimandiamo ogni riflessione al riguardo per concentrarci su quello che i militari fanno di solito: ipotesi operative. La prima riguarda la possibilità per l’Iran di agire direttamente contro Israele attraverso un robusto lancio di droni, missili da crociera e missili balistici. Lo schema sarebbe lo stesso messo in atto il 13 aprile quando Teheran lanciò un attacco massiccio ma simbolico contro obiettivi militari in Israele. Allora furono impiegati 170 droni, 30 missili da crociera e 120 missili balistici che provocarono solo lievi danni alla base aerea di Nevatim, nel Sud di Israele. Tutto bene? Non proprio perché se ci si concentra non sui danni ma sulla crisi sopportata dall’ombrello antiaereo aperto su Israele è chiaro che i comandi iraniani hanno ora in mano due importanti informazioni. La prima è contenuta in un semplice nome: saturazione. In altri termini esiste un limite alle capacità di intercettazione delle difese aeree oltre il quale qualsiasi oggetto volante per quanto tecnologicamente rozzo è destinato a raggiungere il bersaglio. La seconda informazione è la consapevolezza che senza l’appoggio diretto degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e quello inaspettato di altri Paesi arabi, Tel Aviv dispone di un ombrello inadeguato a ripararlo da una pioggia violenta. Il primo scenario si chiude quindi con sciami di droni, missili cruise e balistici, più densi di quelli sperimentati quasi quattro mesi fa. Il punto debole di questo primo scenario è il tempo. In particolare, il tempo di volo dai luoghi di lancio in Iran o Iraq a Israele. Un tempo che consentirebbe di diramare l’allarme generale con ampio anticipo e di predisporre difese efficaci anche se non totali. Lo scenario numero due è invece più pericoloso proprio perché in questo caso il tempo si calcolerebbe in decine di minuti e non in ore. Si parla in questo caso di quella parte di Libano controllata da Hezbollah. In questo caso ci si potrebbe attendere un massiccio lancio di razzi, colpi di artiglieria e magari anche qualche missile a corto raggio diretti tutti contro la Galilea settentrionale e magari il porto di Haifa. Da stime prudenti l’arsenale di Hezbollah è più che rifornito di questo tipo di munizioni in grado, se impiegate a massa, di saturare qualsiasi difesa aerea e colpire ovunque nel territorio a Nord di Tel Aviv. Se non bastasse, il Nord Galilea è costellata di piccoli villaggi e insediamenti agricoli. Il resto è fatto di campi coltivati, piccole macchie d’alberi e cespugli arsi dal sole. E anche in Galilea è agosto. Il rischio di un rogo infinito non è quindi da sottovalutare. La domanda è se Hezbollah dispone o meno dei mezzi di lancio necessari a saturare i cieli del Nord Israele. La risposta non è sicura, ma la prudenza spingerebbe a pensare di sì.
L’ultimo scenario è infine un mix dei primi due. Uno sforzo principale condotto dal Libano meridionale affidato ad Hezbollah, sostenuto da un nutrito lancio di missili e droni dal territorio iraniano. Questo sarebbe comunque uno sforzo ausiliario, concorrente al primo con lo scopo di ingaggiare la maggior parte delle difese antiaeree israeliane. A questo potrebbe aggiungersi qualche azione condotta dagli Huthi nello stretto di Bab-El-Mandeb che richiamerebbe risorse aeree statunitensi, britanniche e francesi. Quale che sia lo scenario che si verificherà la parola chiave rimane comunque saturazione perché anche se Benjamin Netanyahu ha in mano un ombrello di ottima qualità, Teheran è oggi l’uomo della pioggia.
Paolo Capitini, generale di brigata, analista e già docente di storia militare
Azione di Hezbollah contro la Galilea. Putin a Khamenei: «Evitare i civili»
Arrivati al 306° giorno della guerra tra Israele, Iran e alleati, si attende che Teheran dia l’ordine di attaccare lo Stato ebraico come ritorsione per le recenti eliminazioni del numero uno di Hamas Ismail Haniyeh e del numero due di Hezbollah Fuad Shukr. L’intelligence Usa prevede «due ondate di attacchi contro Israele, una da parte di Hezbollah e l’altra orchestrata dall’Iran» e questo è quello che è stato riferito al presidente Joe Biden e al vicepresidente Kamala Harris dal team di sicurezza nazionale durante una riunione svoltasi lunedì notte alla Casa Bianca, come rivelato dal sito Axios. Non è ancora chiaro chi inizierà gli attacchi né come si svolgeranno. L’Idf ha dichiarato che un’indagine iniziale sull’attacco di droni lanciati dal Libano verso il Nord di Israele «indica che un razzo intercettore israeliano è caduto a sud di Nahariya, causando diversi feriti (almeno sette). Il razzo ha mancato il bersaglio ed è caduto a terra, ferendo diversi civili», ha comunicato l’Idf, aggiungendo che «l’incidente è in fase di revisione». Hezbollah ha comunque rivendicato il fallito attacco affermando «di aver lanciato uno sciame di droni Shahed 101 contro una base militare, ma tutte le vittime sono civili. Una fonte interna al gruppo terroristico con sede in Libano ha dichiarato alla Reuters che l’attacco non era la rappresaglia prevista per l’uccisione di Fuad Shukr. Successivamente il ministero della Salute libanese ha comunicato che quattro combattenti di Hezbollah sono state uccisi in un attacco israeliano nel Sud del Paese. Aerei israeliani hanno volato a bassa quota sopra Beirut.
Da Teheran intanto arrivano segnali contraddittori. I media del regime islamista sono pieni di video che mostrano come Israele verrà distrutta e lo stesso fanno Hezbollah e Huthi, mentre le autorità si stanno facendo più caute. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante un incontro con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, in visita a Teheran, ha dichiarato: «L’Iran non sta assolutamente cercando di ampliare la portata della crisi nella regione, ma questo regime riceverà certamente una risposta per i suoi crimini e la sua arroganza». Perché? L’Iran sa benissimo di non poter reggere il confronto militare con Israele, inoltre, il pressing della diplomazia internazionale sta facendo breccia tra i mullah del regime che però qualcosa devono fare dopo essere stati ancora una volta umiliati dagli israeliani. Persino Vladimir Putin ha chiesto alla guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, di rispondere in modo moderato all’uccisione di Haniyeh, sconsigliando di attaccare i civili israeliani. Lo riporta Reuters sul proprio sito, citando due alte fonti iraniane. Parole di fuoco invece le ha pronunciate dal suo bunker un Hassan Nasrallah sempre più preoccupato di vedere un drone apparire sopra di lui: «Hezbollah risponderà, l’Iran risponderà, lo Yemen risponderà, e il nemico aspetta, osserva e valuta ogni reazione. L’importante è che ci siano la determinazione, la decisione e la capacità di reagire». A proposito dei terroristi yemeniti che da mesi infestano il Mar Rosso con i loro attacchi: funzionari americani e iracheni hanno confermato l’uccisione di Hussein Abdullah al-Shabal, un alto comandante degli Huthi esperto nell’uso dei droni.
Prosegue l’azione diplomatica dell’Italia affinché il conflitto non si allarghi e questo proposito ieri Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato al telefono con il re di Giordania Abdallah II. La Meloni ha espresso preoccupazione per le tensioni in Medio Oriente, ringraziando il sovrano per la sua ricerca di una pace sostenibile e sottolineando l’importanza di evitare la regionalizzazione del conflitto. Entrambi i leader hanno concordato sulla necessità di moderazione e di astenersi da iniziative che possano ostacolare il dialogo. Hanno anche discusso dell’importanza di concludere i negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi, e hanno ribadito il loro impegno a rafforzare l’assistenza umanitaria, in particolare attraverso l’iniziativa Food for Gaza.
Infine, Hamas ha annunciato ieri che Yahya Sinwar, il leader dell’organizzazione terroristica nella Striscia di Gaza, sostituirà Haniyeh come leader dell’ufficio politico. Poco dopo l’annuncio, in molte località del Sud di Israele sono state attivate le sirene di allarme rosso.
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L’obiettivo dell’Iran è lanciare così tanti missili da mettere ko le difese di Gerusalemme: non sarà una rappresaglia di facciata. Le ipotesi operative tengono conto di attacchi anche dal Libano, del rischio incendi incontrollabili e delle violenze degli Huthi.Caccia a bassa quota sorvolano Beirut. Telefonata fra la Meloni e il re di Giordania Abdallah II.Lo speciale contiene due articoli.Tutti abbiamo fatto l’esperienza di trovarci sotto uno scroscio di pioggia rannicchiati sotto un ombrello ed è ciò che gli israeliani stanno sperimentando in queste ore che il mondo definisce d’attesa. L’attesa, naturalmente, è per la rappresaglia o se si vuole la risposta che l’Iran si è impegnato a fornire dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh il 31 luglio scorso. La morte del capo politico di Hamas, a poche ore da quella del numero due di Hezbollah, oltre a mettere probabilmente la parola fine sul negoziato per Gaza, ha anche posto Teheran nell’imbarazzante posizione di dover fornire una decisa risposta. E questa volta, come testimoniano le bandiere rosse del martirio che già sventolano sulle moschee iraniane, non sarà una risposta di facciata. Ne è convinto il presidente Usa Joe Biden che ha rinforzato la già robusta presenza navale a Est di Cipro. Ne sono convinti tutti i governi dell’Unione europea. Ne sono convinti i libanesi che con rassegnazione attendono di passare ancora una volta per il tritacarne di una guerra non loro. E, soprattutto, ne sono convinti gli israeliani.Nell’attesa non si può far altro che ipotizzare scenari nessuno dei quali, tuttavia, risponde alla domanda decisiva di ogni guerra: quale nuova situazione si spera di determinare con la eventuale e desiderata vittoria? Rimandiamo ogni riflessione al riguardo per concentrarci su quello che i militari fanno di solito: ipotesi operative. La prima riguarda la possibilità per l’Iran di agire direttamente contro Israele attraverso un robusto lancio di droni, missili da crociera e missili balistici. Lo schema sarebbe lo stesso messo in atto il 13 aprile quando Teheran lanciò un attacco massiccio ma simbolico contro obiettivi militari in Israele. Allora furono impiegati 170 droni, 30 missili da crociera e 120 missili balistici che provocarono solo lievi danni alla base aerea di Nevatim, nel Sud di Israele. Tutto bene? Non proprio perché se ci si concentra non sui danni ma sulla crisi sopportata dall’ombrello antiaereo aperto su Israele è chiaro che i comandi iraniani hanno ora in mano due importanti informazioni. La prima è contenuta in un semplice nome: saturazione. In altri termini esiste un limite alle capacità di intercettazione delle difese aeree oltre il quale qualsiasi oggetto volante per quanto tecnologicamente rozzo è destinato a raggiungere il bersaglio. La seconda informazione è la consapevolezza che senza l’appoggio diretto degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e quello inaspettato di altri Paesi arabi, Tel Aviv dispone di un ombrello inadeguato a ripararlo da una pioggia violenta. Il primo scenario si chiude quindi con sciami di droni, missili cruise e balistici, più densi di quelli sperimentati quasi quattro mesi fa. Il punto debole di questo primo scenario è il tempo. In particolare, il tempo di volo dai luoghi di lancio in Iran o Iraq a Israele. Un tempo che consentirebbe di diramare l’allarme generale con ampio anticipo e di predisporre difese efficaci anche se non totali. Lo scenario numero due è invece più pericoloso proprio perché in questo caso il tempo si calcolerebbe in decine di minuti e non in ore. Si parla in questo caso di quella parte di Libano controllata da Hezbollah. In questo caso ci si potrebbe attendere un massiccio lancio di razzi, colpi di artiglieria e magari anche qualche missile a corto raggio diretti tutti contro la Galilea settentrionale e magari il porto di Haifa. Da stime prudenti l’arsenale di Hezbollah è più che rifornito di questo tipo di munizioni in grado, se impiegate a massa, di saturare qualsiasi difesa aerea e colpire ovunque nel territorio a Nord di Tel Aviv. Se non bastasse, il Nord Galilea è costellata di piccoli villaggi e insediamenti agricoli. Il resto è fatto di campi coltivati, piccole macchie d’alberi e cespugli arsi dal sole. E anche in Galilea è agosto. Il rischio di un rogo infinito non è quindi da sottovalutare. La domanda è se Hezbollah dispone o meno dei mezzi di lancio necessari a saturare i cieli del Nord Israele. La risposta non è sicura, ma la prudenza spingerebbe a pensare di sì. L’ultimo scenario è infine un mix dei primi due. Uno sforzo principale condotto dal Libano meridionale affidato ad Hezbollah, sostenuto da un nutrito lancio di missili e droni dal territorio iraniano. Questo sarebbe comunque uno sforzo ausiliario, concorrente al primo con lo scopo di ingaggiare la maggior parte delle difese antiaeree israeliane. A questo potrebbe aggiungersi qualche azione condotta dagli Huthi nello stretto di Bab-El-Mandeb che richiamerebbe risorse aeree statunitensi, britanniche e francesi. Quale che sia lo scenario che si verificherà la parola chiave rimane comunque saturazione perché anche se Benjamin Netanyahu ha in mano un ombrello di ottima qualità, Teheran è oggi l’uomo della pioggia. 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L’intelligence Usa prevede «due ondate di attacchi contro Israele, una da parte di Hezbollah e l’altra orchestrata dall’Iran» e questo è quello che è stato riferito al presidente Joe Biden e al vicepresidente Kamala Harris dal team di sicurezza nazionale durante una riunione svoltasi lunedì notte alla Casa Bianca, come rivelato dal sito Axios. Non è ancora chiaro chi inizierà gli attacchi né come si svolgeranno. L’Idf ha dichiarato che un’indagine iniziale sull’attacco di droni lanciati dal Libano verso il Nord di Israele «indica che un razzo intercettore israeliano è caduto a sud di Nahariya, causando diversi feriti (almeno sette). Il razzo ha mancato il bersaglio ed è caduto a terra, ferendo diversi civili», ha comunicato l’Idf, aggiungendo che «l’incidente è in fase di revisione». Hezbollah ha comunque rivendicato il fallito attacco affermando «di aver lanciato uno sciame di droni Shahed 101 contro una base militare, ma tutte le vittime sono civili. Una fonte interna al gruppo terroristico con sede in Libano ha dichiarato alla Reuters che l’attacco non era la rappresaglia prevista per l’uccisione di Fuad Shukr. Successivamente il ministero della Salute libanese ha comunicato che quattro combattenti di Hezbollah sono state uccisi in un attacco israeliano nel Sud del Paese. Aerei israeliani hanno volato a bassa quota sopra Beirut. Da Teheran intanto arrivano segnali contraddittori. I media del regime islamista sono pieni di video che mostrano come Israele verrà distrutta e lo stesso fanno Hezbollah e Huthi, mentre le autorità si stanno facendo più caute. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante un incontro con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, in visita a Teheran, ha dichiarato: «L’Iran non sta assolutamente cercando di ampliare la portata della crisi nella regione, ma questo regime riceverà certamente una risposta per i suoi crimini e la sua arroganza». Perché? L’Iran sa benissimo di non poter reggere il confronto militare con Israele, inoltre, il pressing della diplomazia internazionale sta facendo breccia tra i mullah del regime che però qualcosa devono fare dopo essere stati ancora una volta umiliati dagli israeliani. Persino Vladimir Putin ha chiesto alla guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, di rispondere in modo moderato all’uccisione di Haniyeh, sconsigliando di attaccare i civili israeliani. Lo riporta Reuters sul proprio sito, citando due alte fonti iraniane. Parole di fuoco invece le ha pronunciate dal suo bunker un Hassan Nasrallah sempre più preoccupato di vedere un drone apparire sopra di lui: «Hezbollah risponderà, l’Iran risponderà, lo Yemen risponderà, e il nemico aspetta, osserva e valuta ogni reazione. L’importante è che ci siano la determinazione, la decisione e la capacità di reagire». A proposito dei terroristi yemeniti che da mesi infestano il Mar Rosso con i loro attacchi: funzionari americani e iracheni hanno confermato l’uccisione di Hussein Abdullah al-Shabal, un alto comandante degli Huthi esperto nell’uso dei droni. Prosegue l’azione diplomatica dell’Italia affinché il conflitto non si allarghi e questo proposito ieri Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato al telefono con il re di Giordania Abdallah II. La Meloni ha espresso preoccupazione per le tensioni in Medio Oriente, ringraziando il sovrano per la sua ricerca di una pace sostenibile e sottolineando l’importanza di evitare la regionalizzazione del conflitto. Entrambi i leader hanno concordato sulla necessità di moderazione e di astenersi da iniziative che possano ostacolare il dialogo. Hanno anche discusso dell’importanza di concludere i negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi, e hanno ribadito il loro impegno a rafforzare l’assistenza umanitaria, in particolare attraverso l’iniziativa Food for Gaza. Infine, Hamas ha annunciato ieri che Yahya Sinwar, il leader dell’organizzazione terroristica nella Striscia di Gaza, sostituirà Haniyeh come leader dell’ufficio politico. Poco dopo l’annuncio, in molte località del Sud di Israele sono state attivate le sirene di allarme rosso.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.