True
2024-08-07
Così proveranno a bucare l’ombrello d’Israele
Il sistema di difesa israeliano Iron Dome intercetta i razzi lanciati dal Libano (Ansa)
Tutti abbiamo fatto l’esperienza di trovarci sotto uno scroscio di pioggia rannicchiati sotto un ombrello ed è ciò che gli israeliani stanno sperimentando in queste ore che il mondo definisce d’attesa. L’attesa, naturalmente, è per la rappresaglia o se si vuole la risposta che l’Iran si è impegnato a fornire dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh il 31 luglio scorso. La morte del capo politico di Hamas, a poche ore da quella del numero due di Hezbollah, oltre a mettere probabilmente la parola fine sul negoziato per Gaza, ha anche posto Teheran nell’imbarazzante posizione di dover fornire una decisa risposta. E questa volta, come testimoniano le bandiere rosse del martirio che già sventolano sulle moschee iraniane, non sarà una risposta di facciata. Ne è convinto il presidente Usa Joe Biden che ha rinforzato la già robusta presenza navale a Est di Cipro. Ne sono convinti tutti i governi dell’Unione europea. Ne sono convinti i libanesi che con rassegnazione attendono di passare ancora una volta per il tritacarne di una guerra non loro. E, soprattutto, ne sono convinti gli israeliani.
Nell’attesa non si può far altro che ipotizzare scenari nessuno dei quali, tuttavia, risponde alla domanda decisiva di ogni guerra: quale nuova situazione si spera di determinare con la eventuale e desiderata vittoria? Rimandiamo ogni riflessione al riguardo per concentrarci su quello che i militari fanno di solito: ipotesi operative. La prima riguarda la possibilità per l’Iran di agire direttamente contro Israele attraverso un robusto lancio di droni, missili da crociera e missili balistici. Lo schema sarebbe lo stesso messo in atto il 13 aprile quando Teheran lanciò un attacco massiccio ma simbolico contro obiettivi militari in Israele. Allora furono impiegati 170 droni, 30 missili da crociera e 120 missili balistici che provocarono solo lievi danni alla base aerea di Nevatim, nel Sud di Israele. Tutto bene? Non proprio perché se ci si concentra non sui danni ma sulla crisi sopportata dall’ombrello antiaereo aperto su Israele è chiaro che i comandi iraniani hanno ora in mano due importanti informazioni. La prima è contenuta in un semplice nome: saturazione. In altri termini esiste un limite alle capacità di intercettazione delle difese aeree oltre il quale qualsiasi oggetto volante per quanto tecnologicamente rozzo è destinato a raggiungere il bersaglio. La seconda informazione è la consapevolezza che senza l’appoggio diretto degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e quello inaspettato di altri Paesi arabi, Tel Aviv dispone di un ombrello inadeguato a ripararlo da una pioggia violenta. Il primo scenario si chiude quindi con sciami di droni, missili cruise e balistici, più densi di quelli sperimentati quasi quattro mesi fa. Il punto debole di questo primo scenario è il tempo. In particolare, il tempo di volo dai luoghi di lancio in Iran o Iraq a Israele. Un tempo che consentirebbe di diramare l’allarme generale con ampio anticipo e di predisporre difese efficaci anche se non totali. Lo scenario numero due è invece più pericoloso proprio perché in questo caso il tempo si calcolerebbe in decine di minuti e non in ore. Si parla in questo caso di quella parte di Libano controllata da Hezbollah. In questo caso ci si potrebbe attendere un massiccio lancio di razzi, colpi di artiglieria e magari anche qualche missile a corto raggio diretti tutti contro la Galilea settentrionale e magari il porto di Haifa. Da stime prudenti l’arsenale di Hezbollah è più che rifornito di questo tipo di munizioni in grado, se impiegate a massa, di saturare qualsiasi difesa aerea e colpire ovunque nel territorio a Nord di Tel Aviv. Se non bastasse, il Nord Galilea è costellata di piccoli villaggi e insediamenti agricoli. Il resto è fatto di campi coltivati, piccole macchie d’alberi e cespugli arsi dal sole. E anche in Galilea è agosto. Il rischio di un rogo infinito non è quindi da sottovalutare. La domanda è se Hezbollah dispone o meno dei mezzi di lancio necessari a saturare i cieli del Nord Israele. La risposta non è sicura, ma la prudenza spingerebbe a pensare di sì.
L’ultimo scenario è infine un mix dei primi due. Uno sforzo principale condotto dal Libano meridionale affidato ad Hezbollah, sostenuto da un nutrito lancio di missili e droni dal territorio iraniano. Questo sarebbe comunque uno sforzo ausiliario, concorrente al primo con lo scopo di ingaggiare la maggior parte delle difese antiaeree israeliane. A questo potrebbe aggiungersi qualche azione condotta dagli Huthi nello stretto di Bab-El-Mandeb che richiamerebbe risorse aeree statunitensi, britanniche e francesi. Quale che sia lo scenario che si verificherà la parola chiave rimane comunque saturazione perché anche se Benjamin Netanyahu ha in mano un ombrello di ottima qualità, Teheran è oggi l’uomo della pioggia.
Paolo Capitini, generale di brigata, analista e già docente di storia militare
Azione di Hezbollah contro la Galilea. Putin a Khamenei: «Evitare i civili»
Arrivati al 306° giorno della guerra tra Israele, Iran e alleati, si attende che Teheran dia l’ordine di attaccare lo Stato ebraico come ritorsione per le recenti eliminazioni del numero uno di Hamas Ismail Haniyeh e del numero due di Hezbollah Fuad Shukr. L’intelligence Usa prevede «due ondate di attacchi contro Israele, una da parte di Hezbollah e l’altra orchestrata dall’Iran» e questo è quello che è stato riferito al presidente Joe Biden e al vicepresidente Kamala Harris dal team di sicurezza nazionale durante una riunione svoltasi lunedì notte alla Casa Bianca, come rivelato dal sito Axios. Non è ancora chiaro chi inizierà gli attacchi né come si svolgeranno. L’Idf ha dichiarato che un’indagine iniziale sull’attacco di droni lanciati dal Libano verso il Nord di Israele «indica che un razzo intercettore israeliano è caduto a sud di Nahariya, causando diversi feriti (almeno sette). Il razzo ha mancato il bersaglio ed è caduto a terra, ferendo diversi civili», ha comunicato l’Idf, aggiungendo che «l’incidente è in fase di revisione». Hezbollah ha comunque rivendicato il fallito attacco affermando «di aver lanciato uno sciame di droni Shahed 101 contro una base militare, ma tutte le vittime sono civili. Una fonte interna al gruppo terroristico con sede in Libano ha dichiarato alla Reuters che l’attacco non era la rappresaglia prevista per l’uccisione di Fuad Shukr. Successivamente il ministero della Salute libanese ha comunicato che quattro combattenti di Hezbollah sono state uccisi in un attacco israeliano nel Sud del Paese. Aerei israeliani hanno volato a bassa quota sopra Beirut.
Da Teheran intanto arrivano segnali contraddittori. I media del regime islamista sono pieni di video che mostrano come Israele verrà distrutta e lo stesso fanno Hezbollah e Huthi, mentre le autorità si stanno facendo più caute. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante un incontro con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, in visita a Teheran, ha dichiarato: «L’Iran non sta assolutamente cercando di ampliare la portata della crisi nella regione, ma questo regime riceverà certamente una risposta per i suoi crimini e la sua arroganza». Perché? L’Iran sa benissimo di non poter reggere il confronto militare con Israele, inoltre, il pressing della diplomazia internazionale sta facendo breccia tra i mullah del regime che però qualcosa devono fare dopo essere stati ancora una volta umiliati dagli israeliani. Persino Vladimir Putin ha chiesto alla guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, di rispondere in modo moderato all’uccisione di Haniyeh, sconsigliando di attaccare i civili israeliani. Lo riporta Reuters sul proprio sito, citando due alte fonti iraniane. Parole di fuoco invece le ha pronunciate dal suo bunker un Hassan Nasrallah sempre più preoccupato di vedere un drone apparire sopra di lui: «Hezbollah risponderà, l’Iran risponderà, lo Yemen risponderà, e il nemico aspetta, osserva e valuta ogni reazione. L’importante è che ci siano la determinazione, la decisione e la capacità di reagire». A proposito dei terroristi yemeniti che da mesi infestano il Mar Rosso con i loro attacchi: funzionari americani e iracheni hanno confermato l’uccisione di Hussein Abdullah al-Shabal, un alto comandante degli Huthi esperto nell’uso dei droni.
Prosegue l’azione diplomatica dell’Italia affinché il conflitto non si allarghi e questo proposito ieri Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato al telefono con il re di Giordania Abdallah II. La Meloni ha espresso preoccupazione per le tensioni in Medio Oriente, ringraziando il sovrano per la sua ricerca di una pace sostenibile e sottolineando l’importanza di evitare la regionalizzazione del conflitto. Entrambi i leader hanno concordato sulla necessità di moderazione e di astenersi da iniziative che possano ostacolare il dialogo. Hanno anche discusso dell’importanza di concludere i negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi, e hanno ribadito il loro impegno a rafforzare l’assistenza umanitaria, in particolare attraverso l’iniziativa Food for Gaza.
Infine, Hamas ha annunciato ieri che Yahya Sinwar, il leader dell’organizzazione terroristica nella Striscia di Gaza, sostituirà Haniyeh come leader dell’ufficio politico. Poco dopo l’annuncio, in molte località del Sud di Israele sono state attivate le sirene di allarme rosso.
Continua a leggereRiduci
L’obiettivo dell’Iran è lanciare così tanti missili da mettere ko le difese di Gerusalemme: non sarà una rappresaglia di facciata. Le ipotesi operative tengono conto di attacchi anche dal Libano, del rischio incendi incontrollabili e delle violenze degli Huthi.Caccia a bassa quota sorvolano Beirut. Telefonata fra la Meloni e il re di Giordania Abdallah II.Lo speciale contiene due articoli.Tutti abbiamo fatto l’esperienza di trovarci sotto uno scroscio di pioggia rannicchiati sotto un ombrello ed è ciò che gli israeliani stanno sperimentando in queste ore che il mondo definisce d’attesa. L’attesa, naturalmente, è per la rappresaglia o se si vuole la risposta che l’Iran si è impegnato a fornire dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh il 31 luglio scorso. La morte del capo politico di Hamas, a poche ore da quella del numero due di Hezbollah, oltre a mettere probabilmente la parola fine sul negoziato per Gaza, ha anche posto Teheran nell’imbarazzante posizione di dover fornire una decisa risposta. E questa volta, come testimoniano le bandiere rosse del martirio che già sventolano sulle moschee iraniane, non sarà una risposta di facciata. Ne è convinto il presidente Usa Joe Biden che ha rinforzato la già robusta presenza navale a Est di Cipro. Ne sono convinti tutti i governi dell’Unione europea. Ne sono convinti i libanesi che con rassegnazione attendono di passare ancora una volta per il tritacarne di una guerra non loro. E, soprattutto, ne sono convinti gli israeliani.Nell’attesa non si può far altro che ipotizzare scenari nessuno dei quali, tuttavia, risponde alla domanda decisiva di ogni guerra: quale nuova situazione si spera di determinare con la eventuale e desiderata vittoria? Rimandiamo ogni riflessione al riguardo per concentrarci su quello che i militari fanno di solito: ipotesi operative. La prima riguarda la possibilità per l’Iran di agire direttamente contro Israele attraverso un robusto lancio di droni, missili da crociera e missili balistici. Lo schema sarebbe lo stesso messo in atto il 13 aprile quando Teheran lanciò un attacco massiccio ma simbolico contro obiettivi militari in Israele. Allora furono impiegati 170 droni, 30 missili da crociera e 120 missili balistici che provocarono solo lievi danni alla base aerea di Nevatim, nel Sud di Israele. Tutto bene? Non proprio perché se ci si concentra non sui danni ma sulla crisi sopportata dall’ombrello antiaereo aperto su Israele è chiaro che i comandi iraniani hanno ora in mano due importanti informazioni. La prima è contenuta in un semplice nome: saturazione. In altri termini esiste un limite alle capacità di intercettazione delle difese aeree oltre il quale qualsiasi oggetto volante per quanto tecnologicamente rozzo è destinato a raggiungere il bersaglio. La seconda informazione è la consapevolezza che senza l’appoggio diretto degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e quello inaspettato di altri Paesi arabi, Tel Aviv dispone di un ombrello inadeguato a ripararlo da una pioggia violenta. Il primo scenario si chiude quindi con sciami di droni, missili cruise e balistici, più densi di quelli sperimentati quasi quattro mesi fa. Il punto debole di questo primo scenario è il tempo. In particolare, il tempo di volo dai luoghi di lancio in Iran o Iraq a Israele. Un tempo che consentirebbe di diramare l’allarme generale con ampio anticipo e di predisporre difese efficaci anche se non totali. Lo scenario numero due è invece più pericoloso proprio perché in questo caso il tempo si calcolerebbe in decine di minuti e non in ore. Si parla in questo caso di quella parte di Libano controllata da Hezbollah. In questo caso ci si potrebbe attendere un massiccio lancio di razzi, colpi di artiglieria e magari anche qualche missile a corto raggio diretti tutti contro la Galilea settentrionale e magari il porto di Haifa. Da stime prudenti l’arsenale di Hezbollah è più che rifornito di questo tipo di munizioni in grado, se impiegate a massa, di saturare qualsiasi difesa aerea e colpire ovunque nel territorio a Nord di Tel Aviv. Se non bastasse, il Nord Galilea è costellata di piccoli villaggi e insediamenti agricoli. Il resto è fatto di campi coltivati, piccole macchie d’alberi e cespugli arsi dal sole. E anche in Galilea è agosto. Il rischio di un rogo infinito non è quindi da sottovalutare. La domanda è se Hezbollah dispone o meno dei mezzi di lancio necessari a saturare i cieli del Nord Israele. La risposta non è sicura, ma la prudenza spingerebbe a pensare di sì. L’ultimo scenario è infine un mix dei primi due. Uno sforzo principale condotto dal Libano meridionale affidato ad Hezbollah, sostenuto da un nutrito lancio di missili e droni dal territorio iraniano. Questo sarebbe comunque uno sforzo ausiliario, concorrente al primo con lo scopo di ingaggiare la maggior parte delle difese antiaeree israeliane. A questo potrebbe aggiungersi qualche azione condotta dagli Huthi nello stretto di Bab-El-Mandeb che richiamerebbe risorse aeree statunitensi, britanniche e francesi. Quale che sia lo scenario che si verificherà la parola chiave rimane comunque saturazione perché anche se Benjamin Netanyahu ha in mano un ombrello di ottima qualità, Teheran è oggi l’uomo della pioggia. Paolo Capitini, generale di brigata, analista e già docente di storia militare<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/proveranno-a-bucare-ombrello-israele-2668905001.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="azione-di-hezbollah-contro-la-galilea-putin-a-khamenei-evitare-i-civili" data-post-id="2668905001" data-published-at="1722981104" data-use-pagination="False"> Azione di Hezbollah contro la Galilea. Putin a Khamenei: «Evitare i civili» Arrivati al 306° giorno della guerra tra Israele, Iran e alleati, si attende che Teheran dia l’ordine di attaccare lo Stato ebraico come ritorsione per le recenti eliminazioni del numero uno di Hamas Ismail Haniyeh e del numero due di Hezbollah Fuad Shukr. L’intelligence Usa prevede «due ondate di attacchi contro Israele, una da parte di Hezbollah e l’altra orchestrata dall’Iran» e questo è quello che è stato riferito al presidente Joe Biden e al vicepresidente Kamala Harris dal team di sicurezza nazionale durante una riunione svoltasi lunedì notte alla Casa Bianca, come rivelato dal sito Axios. Non è ancora chiaro chi inizierà gli attacchi né come si svolgeranno. L’Idf ha dichiarato che un’indagine iniziale sull’attacco di droni lanciati dal Libano verso il Nord di Israele «indica che un razzo intercettore israeliano è caduto a sud di Nahariya, causando diversi feriti (almeno sette). Il razzo ha mancato il bersaglio ed è caduto a terra, ferendo diversi civili», ha comunicato l’Idf, aggiungendo che «l’incidente è in fase di revisione». Hezbollah ha comunque rivendicato il fallito attacco affermando «di aver lanciato uno sciame di droni Shahed 101 contro una base militare, ma tutte le vittime sono civili. Una fonte interna al gruppo terroristico con sede in Libano ha dichiarato alla Reuters che l’attacco non era la rappresaglia prevista per l’uccisione di Fuad Shukr. Successivamente il ministero della Salute libanese ha comunicato che quattro combattenti di Hezbollah sono state uccisi in un attacco israeliano nel Sud del Paese. Aerei israeliani hanno volato a bassa quota sopra Beirut. Da Teheran intanto arrivano segnali contraddittori. I media del regime islamista sono pieni di video che mostrano come Israele verrà distrutta e lo stesso fanno Hezbollah e Huthi, mentre le autorità si stanno facendo più caute. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante un incontro con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, in visita a Teheran, ha dichiarato: «L’Iran non sta assolutamente cercando di ampliare la portata della crisi nella regione, ma questo regime riceverà certamente una risposta per i suoi crimini e la sua arroganza». Perché? L’Iran sa benissimo di non poter reggere il confronto militare con Israele, inoltre, il pressing della diplomazia internazionale sta facendo breccia tra i mullah del regime che però qualcosa devono fare dopo essere stati ancora una volta umiliati dagli israeliani. Persino Vladimir Putin ha chiesto alla guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, di rispondere in modo moderato all’uccisione di Haniyeh, sconsigliando di attaccare i civili israeliani. Lo riporta Reuters sul proprio sito, citando due alte fonti iraniane. Parole di fuoco invece le ha pronunciate dal suo bunker un Hassan Nasrallah sempre più preoccupato di vedere un drone apparire sopra di lui: «Hezbollah risponderà, l’Iran risponderà, lo Yemen risponderà, e il nemico aspetta, osserva e valuta ogni reazione. L’importante è che ci siano la determinazione, la decisione e la capacità di reagire». A proposito dei terroristi yemeniti che da mesi infestano il Mar Rosso con i loro attacchi: funzionari americani e iracheni hanno confermato l’uccisione di Hussein Abdullah al-Shabal, un alto comandante degli Huthi esperto nell’uso dei droni. Prosegue l’azione diplomatica dell’Italia affinché il conflitto non si allarghi e questo proposito ieri Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato al telefono con il re di Giordania Abdallah II. La Meloni ha espresso preoccupazione per le tensioni in Medio Oriente, ringraziando il sovrano per la sua ricerca di una pace sostenibile e sottolineando l’importanza di evitare la regionalizzazione del conflitto. Entrambi i leader hanno concordato sulla necessità di moderazione e di astenersi da iniziative che possano ostacolare il dialogo. Hanno anche discusso dell’importanza di concludere i negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi, e hanno ribadito il loro impegno a rafforzare l’assistenza umanitaria, in particolare attraverso l’iniziativa Food for Gaza. Infine, Hamas ha annunciato ieri che Yahya Sinwar, il leader dell’organizzazione terroristica nella Striscia di Gaza, sostituirà Haniyeh come leader dell’ufficio politico. Poco dopo l’annuncio, in molte località del Sud di Israele sono state attivate le sirene di allarme rosso.
content.jwplatform.com
In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».