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2024-08-07
Così proveranno a bucare l’ombrello d’Israele
Il sistema di difesa israeliano Iron Dome intercetta i razzi lanciati dal Libano (Ansa)
Tutti abbiamo fatto l’esperienza di trovarci sotto uno scroscio di pioggia rannicchiati sotto un ombrello ed è ciò che gli israeliani stanno sperimentando in queste ore che il mondo definisce d’attesa. L’attesa, naturalmente, è per la rappresaglia o se si vuole la risposta che l’Iran si è impegnato a fornire dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh il 31 luglio scorso. La morte del capo politico di Hamas, a poche ore da quella del numero due di Hezbollah, oltre a mettere probabilmente la parola fine sul negoziato per Gaza, ha anche posto Teheran nell’imbarazzante posizione di dover fornire una decisa risposta. E questa volta, come testimoniano le bandiere rosse del martirio che già sventolano sulle moschee iraniane, non sarà una risposta di facciata. Ne è convinto il presidente Usa Joe Biden che ha rinforzato la già robusta presenza navale a Est di Cipro. Ne sono convinti tutti i governi dell’Unione europea. Ne sono convinti i libanesi che con rassegnazione attendono di passare ancora una volta per il tritacarne di una guerra non loro. E, soprattutto, ne sono convinti gli israeliani.
Nell’attesa non si può far altro che ipotizzare scenari nessuno dei quali, tuttavia, risponde alla domanda decisiva di ogni guerra: quale nuova situazione si spera di determinare con la eventuale e desiderata vittoria? Rimandiamo ogni riflessione al riguardo per concentrarci su quello che i militari fanno di solito: ipotesi operative. La prima riguarda la possibilità per l’Iran di agire direttamente contro Israele attraverso un robusto lancio di droni, missili da crociera e missili balistici. Lo schema sarebbe lo stesso messo in atto il 13 aprile quando Teheran lanciò un attacco massiccio ma simbolico contro obiettivi militari in Israele. Allora furono impiegati 170 droni, 30 missili da crociera e 120 missili balistici che provocarono solo lievi danni alla base aerea di Nevatim, nel Sud di Israele. Tutto bene? Non proprio perché se ci si concentra non sui danni ma sulla crisi sopportata dall’ombrello antiaereo aperto su Israele è chiaro che i comandi iraniani hanno ora in mano due importanti informazioni. La prima è contenuta in un semplice nome: saturazione. In altri termini esiste un limite alle capacità di intercettazione delle difese aeree oltre il quale qualsiasi oggetto volante per quanto tecnologicamente rozzo è destinato a raggiungere il bersaglio. La seconda informazione è la consapevolezza che senza l’appoggio diretto degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e quello inaspettato di altri Paesi arabi, Tel Aviv dispone di un ombrello inadeguato a ripararlo da una pioggia violenta. Il primo scenario si chiude quindi con sciami di droni, missili cruise e balistici, più densi di quelli sperimentati quasi quattro mesi fa. Il punto debole di questo primo scenario è il tempo. In particolare, il tempo di volo dai luoghi di lancio in Iran o Iraq a Israele. Un tempo che consentirebbe di diramare l’allarme generale con ampio anticipo e di predisporre difese efficaci anche se non totali. Lo scenario numero due è invece più pericoloso proprio perché in questo caso il tempo si calcolerebbe in decine di minuti e non in ore. Si parla in questo caso di quella parte di Libano controllata da Hezbollah. In questo caso ci si potrebbe attendere un massiccio lancio di razzi, colpi di artiglieria e magari anche qualche missile a corto raggio diretti tutti contro la Galilea settentrionale e magari il porto di Haifa. Da stime prudenti l’arsenale di Hezbollah è più che rifornito di questo tipo di munizioni in grado, se impiegate a massa, di saturare qualsiasi difesa aerea e colpire ovunque nel territorio a Nord di Tel Aviv. Se non bastasse, il Nord Galilea è costellata di piccoli villaggi e insediamenti agricoli. Il resto è fatto di campi coltivati, piccole macchie d’alberi e cespugli arsi dal sole. E anche in Galilea è agosto. Il rischio di un rogo infinito non è quindi da sottovalutare. La domanda è se Hezbollah dispone o meno dei mezzi di lancio necessari a saturare i cieli del Nord Israele. La risposta non è sicura, ma la prudenza spingerebbe a pensare di sì.
L’ultimo scenario è infine un mix dei primi due. Uno sforzo principale condotto dal Libano meridionale affidato ad Hezbollah, sostenuto da un nutrito lancio di missili e droni dal territorio iraniano. Questo sarebbe comunque uno sforzo ausiliario, concorrente al primo con lo scopo di ingaggiare la maggior parte delle difese antiaeree israeliane. A questo potrebbe aggiungersi qualche azione condotta dagli Huthi nello stretto di Bab-El-Mandeb che richiamerebbe risorse aeree statunitensi, britanniche e francesi. Quale che sia lo scenario che si verificherà la parola chiave rimane comunque saturazione perché anche se Benjamin Netanyahu ha in mano un ombrello di ottima qualità, Teheran è oggi l’uomo della pioggia.
Paolo Capitini, generale di brigata, analista e già docente di storia militare
Azione di Hezbollah contro la Galilea. Putin a Khamenei: «Evitare i civili»
Arrivati al 306° giorno della guerra tra Israele, Iran e alleati, si attende che Teheran dia l’ordine di attaccare lo Stato ebraico come ritorsione per le recenti eliminazioni del numero uno di Hamas Ismail Haniyeh e del numero due di Hezbollah Fuad Shukr. L’intelligence Usa prevede «due ondate di attacchi contro Israele, una da parte di Hezbollah e l’altra orchestrata dall’Iran» e questo è quello che è stato riferito al presidente Joe Biden e al vicepresidente Kamala Harris dal team di sicurezza nazionale durante una riunione svoltasi lunedì notte alla Casa Bianca, come rivelato dal sito Axios. Non è ancora chiaro chi inizierà gli attacchi né come si svolgeranno. L’Idf ha dichiarato che un’indagine iniziale sull’attacco di droni lanciati dal Libano verso il Nord di Israele «indica che un razzo intercettore israeliano è caduto a sud di Nahariya, causando diversi feriti (almeno sette). Il razzo ha mancato il bersaglio ed è caduto a terra, ferendo diversi civili», ha comunicato l’Idf, aggiungendo che «l’incidente è in fase di revisione». Hezbollah ha comunque rivendicato il fallito attacco affermando «di aver lanciato uno sciame di droni Shahed 101 contro una base militare, ma tutte le vittime sono civili. Una fonte interna al gruppo terroristico con sede in Libano ha dichiarato alla Reuters che l’attacco non era la rappresaglia prevista per l’uccisione di Fuad Shukr. Successivamente il ministero della Salute libanese ha comunicato che quattro combattenti di Hezbollah sono state uccisi in un attacco israeliano nel Sud del Paese. Aerei israeliani hanno volato a bassa quota sopra Beirut.
Da Teheran intanto arrivano segnali contraddittori. I media del regime islamista sono pieni di video che mostrano come Israele verrà distrutta e lo stesso fanno Hezbollah e Huthi, mentre le autorità si stanno facendo più caute. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante un incontro con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, in visita a Teheran, ha dichiarato: «L’Iran non sta assolutamente cercando di ampliare la portata della crisi nella regione, ma questo regime riceverà certamente una risposta per i suoi crimini e la sua arroganza». Perché? L’Iran sa benissimo di non poter reggere il confronto militare con Israele, inoltre, il pressing della diplomazia internazionale sta facendo breccia tra i mullah del regime che però qualcosa devono fare dopo essere stati ancora una volta umiliati dagli israeliani. Persino Vladimir Putin ha chiesto alla guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, di rispondere in modo moderato all’uccisione di Haniyeh, sconsigliando di attaccare i civili israeliani. Lo riporta Reuters sul proprio sito, citando due alte fonti iraniane. Parole di fuoco invece le ha pronunciate dal suo bunker un Hassan Nasrallah sempre più preoccupato di vedere un drone apparire sopra di lui: «Hezbollah risponderà, l’Iran risponderà, lo Yemen risponderà, e il nemico aspetta, osserva e valuta ogni reazione. L’importante è che ci siano la determinazione, la decisione e la capacità di reagire». A proposito dei terroristi yemeniti che da mesi infestano il Mar Rosso con i loro attacchi: funzionari americani e iracheni hanno confermato l’uccisione di Hussein Abdullah al-Shabal, un alto comandante degli Huthi esperto nell’uso dei droni.
Prosegue l’azione diplomatica dell’Italia affinché il conflitto non si allarghi e questo proposito ieri Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato al telefono con il re di Giordania Abdallah II. La Meloni ha espresso preoccupazione per le tensioni in Medio Oriente, ringraziando il sovrano per la sua ricerca di una pace sostenibile e sottolineando l’importanza di evitare la regionalizzazione del conflitto. Entrambi i leader hanno concordato sulla necessità di moderazione e di astenersi da iniziative che possano ostacolare il dialogo. Hanno anche discusso dell’importanza di concludere i negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi, e hanno ribadito il loro impegno a rafforzare l’assistenza umanitaria, in particolare attraverso l’iniziativa Food for Gaza.
Infine, Hamas ha annunciato ieri che Yahya Sinwar, il leader dell’organizzazione terroristica nella Striscia di Gaza, sostituirà Haniyeh come leader dell’ufficio politico. Poco dopo l’annuncio, in molte località del Sud di Israele sono state attivate le sirene di allarme rosso.
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L’obiettivo dell’Iran è lanciare così tanti missili da mettere ko le difese di Gerusalemme: non sarà una rappresaglia di facciata. Le ipotesi operative tengono conto di attacchi anche dal Libano, del rischio incendi incontrollabili e delle violenze degli Huthi.Caccia a bassa quota sorvolano Beirut. Telefonata fra la Meloni e il re di Giordania Abdallah II.Lo speciale contiene due articoli.Tutti abbiamo fatto l’esperienza di trovarci sotto uno scroscio di pioggia rannicchiati sotto un ombrello ed è ciò che gli israeliani stanno sperimentando in queste ore che il mondo definisce d’attesa. L’attesa, naturalmente, è per la rappresaglia o se si vuole la risposta che l’Iran si è impegnato a fornire dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh il 31 luglio scorso. La morte del capo politico di Hamas, a poche ore da quella del numero due di Hezbollah, oltre a mettere probabilmente la parola fine sul negoziato per Gaza, ha anche posto Teheran nell’imbarazzante posizione di dover fornire una decisa risposta. E questa volta, come testimoniano le bandiere rosse del martirio che già sventolano sulle moschee iraniane, non sarà una risposta di facciata. Ne è convinto il presidente Usa Joe Biden che ha rinforzato la già robusta presenza navale a Est di Cipro. Ne sono convinti tutti i governi dell’Unione europea. Ne sono convinti i libanesi che con rassegnazione attendono di passare ancora una volta per il tritacarne di una guerra non loro. E, soprattutto, ne sono convinti gli israeliani.Nell’attesa non si può far altro che ipotizzare scenari nessuno dei quali, tuttavia, risponde alla domanda decisiva di ogni guerra: quale nuova situazione si spera di determinare con la eventuale e desiderata vittoria? Rimandiamo ogni riflessione al riguardo per concentrarci su quello che i militari fanno di solito: ipotesi operative. La prima riguarda la possibilità per l’Iran di agire direttamente contro Israele attraverso un robusto lancio di droni, missili da crociera e missili balistici. Lo schema sarebbe lo stesso messo in atto il 13 aprile quando Teheran lanciò un attacco massiccio ma simbolico contro obiettivi militari in Israele. Allora furono impiegati 170 droni, 30 missili da crociera e 120 missili balistici che provocarono solo lievi danni alla base aerea di Nevatim, nel Sud di Israele. Tutto bene? Non proprio perché se ci si concentra non sui danni ma sulla crisi sopportata dall’ombrello antiaereo aperto su Israele è chiaro che i comandi iraniani hanno ora in mano due importanti informazioni. La prima è contenuta in un semplice nome: saturazione. In altri termini esiste un limite alle capacità di intercettazione delle difese aeree oltre il quale qualsiasi oggetto volante per quanto tecnologicamente rozzo è destinato a raggiungere il bersaglio. La seconda informazione è la consapevolezza che senza l’appoggio diretto degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e quello inaspettato di altri Paesi arabi, Tel Aviv dispone di un ombrello inadeguato a ripararlo da una pioggia violenta. Il primo scenario si chiude quindi con sciami di droni, missili cruise e balistici, più densi di quelli sperimentati quasi quattro mesi fa. Il punto debole di questo primo scenario è il tempo. In particolare, il tempo di volo dai luoghi di lancio in Iran o Iraq a Israele. Un tempo che consentirebbe di diramare l’allarme generale con ampio anticipo e di predisporre difese efficaci anche se non totali. Lo scenario numero due è invece più pericoloso proprio perché in questo caso il tempo si calcolerebbe in decine di minuti e non in ore. Si parla in questo caso di quella parte di Libano controllata da Hezbollah. In questo caso ci si potrebbe attendere un massiccio lancio di razzi, colpi di artiglieria e magari anche qualche missile a corto raggio diretti tutti contro la Galilea settentrionale e magari il porto di Haifa. Da stime prudenti l’arsenale di Hezbollah è più che rifornito di questo tipo di munizioni in grado, se impiegate a massa, di saturare qualsiasi difesa aerea e colpire ovunque nel territorio a Nord di Tel Aviv. Se non bastasse, il Nord Galilea è costellata di piccoli villaggi e insediamenti agricoli. Il resto è fatto di campi coltivati, piccole macchie d’alberi e cespugli arsi dal sole. E anche in Galilea è agosto. Il rischio di un rogo infinito non è quindi da sottovalutare. La domanda è se Hezbollah dispone o meno dei mezzi di lancio necessari a saturare i cieli del Nord Israele. La risposta non è sicura, ma la prudenza spingerebbe a pensare di sì. L’ultimo scenario è infine un mix dei primi due. Uno sforzo principale condotto dal Libano meridionale affidato ad Hezbollah, sostenuto da un nutrito lancio di missili e droni dal territorio iraniano. Questo sarebbe comunque uno sforzo ausiliario, concorrente al primo con lo scopo di ingaggiare la maggior parte delle difese antiaeree israeliane. A questo potrebbe aggiungersi qualche azione condotta dagli Huthi nello stretto di Bab-El-Mandeb che richiamerebbe risorse aeree statunitensi, britanniche e francesi. Quale che sia lo scenario che si verificherà la parola chiave rimane comunque saturazione perché anche se Benjamin Netanyahu ha in mano un ombrello di ottima qualità, Teheran è oggi l’uomo della pioggia. 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L’intelligence Usa prevede «due ondate di attacchi contro Israele, una da parte di Hezbollah e l’altra orchestrata dall’Iran» e questo è quello che è stato riferito al presidente Joe Biden e al vicepresidente Kamala Harris dal team di sicurezza nazionale durante una riunione svoltasi lunedì notte alla Casa Bianca, come rivelato dal sito Axios. Non è ancora chiaro chi inizierà gli attacchi né come si svolgeranno. L’Idf ha dichiarato che un’indagine iniziale sull’attacco di droni lanciati dal Libano verso il Nord di Israele «indica che un razzo intercettore israeliano è caduto a sud di Nahariya, causando diversi feriti (almeno sette). Il razzo ha mancato il bersaglio ed è caduto a terra, ferendo diversi civili», ha comunicato l’Idf, aggiungendo che «l’incidente è in fase di revisione». Hezbollah ha comunque rivendicato il fallito attacco affermando «di aver lanciato uno sciame di droni Shahed 101 contro una base militare, ma tutte le vittime sono civili. Una fonte interna al gruppo terroristico con sede in Libano ha dichiarato alla Reuters che l’attacco non era la rappresaglia prevista per l’uccisione di Fuad Shukr. Successivamente il ministero della Salute libanese ha comunicato che quattro combattenti di Hezbollah sono state uccisi in un attacco israeliano nel Sud del Paese. Aerei israeliani hanno volato a bassa quota sopra Beirut. Da Teheran intanto arrivano segnali contraddittori. I media del regime islamista sono pieni di video che mostrano come Israele verrà distrutta e lo stesso fanno Hezbollah e Huthi, mentre le autorità si stanno facendo più caute. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante un incontro con il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, in visita a Teheran, ha dichiarato: «L’Iran non sta assolutamente cercando di ampliare la portata della crisi nella regione, ma questo regime riceverà certamente una risposta per i suoi crimini e la sua arroganza». Perché? L’Iran sa benissimo di non poter reggere il confronto militare con Israele, inoltre, il pressing della diplomazia internazionale sta facendo breccia tra i mullah del regime che però qualcosa devono fare dopo essere stati ancora una volta umiliati dagli israeliani. Persino Vladimir Putin ha chiesto alla guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, di rispondere in modo moderato all’uccisione di Haniyeh, sconsigliando di attaccare i civili israeliani. Lo riporta Reuters sul proprio sito, citando due alte fonti iraniane. Parole di fuoco invece le ha pronunciate dal suo bunker un Hassan Nasrallah sempre più preoccupato di vedere un drone apparire sopra di lui: «Hezbollah risponderà, l’Iran risponderà, lo Yemen risponderà, e il nemico aspetta, osserva e valuta ogni reazione. L’importante è che ci siano la determinazione, la decisione e la capacità di reagire». A proposito dei terroristi yemeniti che da mesi infestano il Mar Rosso con i loro attacchi: funzionari americani e iracheni hanno confermato l’uccisione di Hussein Abdullah al-Shabal, un alto comandante degli Huthi esperto nell’uso dei droni. Prosegue l’azione diplomatica dell’Italia affinché il conflitto non si allarghi e questo proposito ieri Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato al telefono con il re di Giordania Abdallah II. La Meloni ha espresso preoccupazione per le tensioni in Medio Oriente, ringraziando il sovrano per la sua ricerca di una pace sostenibile e sottolineando l’importanza di evitare la regionalizzazione del conflitto. Entrambi i leader hanno concordato sulla necessità di moderazione e di astenersi da iniziative che possano ostacolare il dialogo. Hanno anche discusso dell’importanza di concludere i negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi, e hanno ribadito il loro impegno a rafforzare l’assistenza umanitaria, in particolare attraverso l’iniziativa Food for Gaza. Infine, Hamas ha annunciato ieri che Yahya Sinwar, il leader dell’organizzazione terroristica nella Striscia di Gaza, sostituirà Haniyeh come leader dell’ufficio politico. Poco dopo l’annuncio, in molte località del Sud di Israele sono state attivate le sirene di allarme rosso.
A “La Borsa e la vita” avevamo annunciato il mini rally delle Borse a inizio aprile. Ora i mercati sono sui massimi, così come i debiti, mentre l’inflazione rialza la testa. E se alzano i tassi? Occhio al Giappone, il temporale può partire da lì.
Donald Trump (Ansa)
Tale scelta, oltre che dalla priorità di evitare rischiose operazioni terrestri, deriva dalla necessità di risparmiare mezzi offensivi e relativi costi e allo stesso tempo aumentare la pressione su Teheran attraverso la negazione di risorse finanziarie. Non si tratta di abbandono totale della strategia del falco utile per deterrenza, ma di sua secondarizzazione come eventualità di ultima istanza. Tra gli analisti prevale l’idea che la strategia del boa abbia notevole efficacia non solo contro l’Iran, ma anche per convincere la Cina, molto danneggiata per il calo di circa la metà dei suoi rifornimenti petroliferi a causa del blocco di Hormuz e porti iraniani, a fare più pressione sull’Iran per una resa. In questo quadro - pur continuamente mobile - ho annotato un particolare rilevante che tocca le scelte strategiche degli europei e dell’Italia: Washington ha dichiarato di non avere fretta, cioè punta a uno strangolamento anche lento per far accettare a Teheran le sue condizioni.
Potrebbe l’America veramente sostenere una crisi prolungata dei traffici globali che se anche non tocca le sue disponibilità di energie fossili ha un notevole impatto inflazionistico interno (già visibile) via moltiplicatore finanziario dei prezzi? Se i costi per l’elettorato statunitense non scendessero entro i prossimi mesi, l’amministrazione Trump sarebbe punita nelle elezioni parlamentari di novembre e perderebbe la maggioranza repubblicana quasi certamente alla Camera e probabilmente al Senato. Alcuni colleghi statunitensi con cui cerco di probabilizzare lo scenario stimano in ipotesi preliminare che Washington potrebbe, in teoria, tenere il blocco fino ad agosto per poi ottenere vittoria e riduzione rapida dei costi petroliferi in settembre e ottobre, invertendo in tal modo il gap corrente di consenso per Donald Trump. Ma, se questo scenario fosse realistico, gli europei e molti asiatici dovrebbero affrontare una crisi di scarsità energetica generativa di inflazione già verso fine maggio con picco recessivo pesante in estate. Non ho dati sulla resilienza delle nazioni arabe/sunnite del Golfo, ma sentendone riservatamente le lamentele ritengo che i loro calcoli portino a scenari economicamente catastrofici se il blocco di Hormuz durasse oltre maggio. Inoltre, si intravede un’azione molto attiva e riservata della Cina per riempire lo spazio di influenza geopolitica dell’America reso contendibile dall’insufficiente rispetto delle esigenze di sicurezza economica degli alleati. Semplificando, l’affermazione che l’America non abbia alcuna fretta di chiudere il caso - anche considerando il vantaggio nell’aumento della dipendenza globale dal suo petrolio e gas e una cointeressenza della Russia per un prolungamento della crisi di Hormuz - non mi sembra realistica.
Soluzioni? Una crisi geopolitica ad alto impatto economico in forma di scarsità diffusa di materie di rilevanza sistemica quali l’energia ha soluzioni geopolitiche e non finanziarie. Per gli europei e l’Italia la soluzione di generare a debito un contrasto all’inflazione può essere una soluzione solo di breve termine. In teoria c’è anche la soluzione di sostituire i traffici via Hormuz, ma tale opzione prenderebbe almeno tre anni creando un periodo di scarsità/inflazione generativo di gravi rischi recessivi. Mosca sta aspettando/sperando che gli europei le chiedano aiuto riaprendo i rifornimenti di gas e petrolio in cambio dell’accettazione della sua vittoria sull’Ucraina, ma al momento tale ipotesi è esclusa. Resta una soluzione per gli europei: riconvergere con l’America che è in difficoltà, fatto derivabile dalla frustrazione rabbiosa di Trump per la mancata collaborazione degli europei stessi nell’azione militare contro l’Iran.
Possibile? La divergenza euroamericana è forte e motivata dai dazi, dall’obbligo ricattatorio per maggiori spese di sicurezza, dagli insulti e, soprattutto, dal fatto che la strategia statunitense iniziale ha calcolato male lo scenario del conflitto contro l’Iran. Inoltre, i dati di consenso nell’area europea mostrano in maggioranza ostilità totale alla conduzione Trump dell’America. Ma il rischio di crisi economica per gli europei è troppo elevato. Pertanto la soluzione più razionale è l’attivazione di un ingaggio di una coalizione di europei per la sicurezza del canale di Hormuz che integri le forze statunitensi insufficienti per farlo da sole e solo sufficienti per un blocco navale lontano dalle coste. L’idea è già allo studio della coalizione dei volonterosi con l’interesse di decine di nazioni, in particolare del Pacifico e delle nazioni arabe-sunnite del Golfo. L’America vorrà mostrare che riesce da sola a condizionare l’Iran? Probabilmente, ma resterà comunque (in assenza di un cambio di regime in Iran) il problema della sicurezza dei transiti nello stretto di Hormuz che implica un presidio di polizia che da sola l’America non può fare. In conclusione, serve una riconvergenza euroamericana per evitare il peggio. Come? L’America aggiunga al blocco navale un corridoio di sicurezza per transiti non iraniani e gli europei e altri alleati del Pacifico mandino mezzi di sicurezza per difenderlo. Questa soluzione sarebbe di massimo vantaggio/minor rischio per l’Italia.
www.carlopelanda.com
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