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2022-06-26
Proteste nelle grandi città. I pro aborto vanno a caccia delle abitazioni delle toghe
Ansa
La tensione è salita alle stelle negli Stati Uniti dopo il pronunciamento della Corte suprema. A lanciare l’allarme in materia di ordine pubblico è stato il Dipartimento per la sicurezza interna che, in un memorandum ottenuto da alcune testate americane, ha reso noto che sarebbe «probabile» l’esplosione di violenza estremista. In particolare, sono definiti a rischio soprattutto i giudici della stessa Corte suprema, mentre altri probabili bersagli sono le strutture sanitarie pro life e le organizzazioni religiose.
Proteste sono, nel frattempo, esplose in varie città statunitensi: da Atlanta a Seattle, passando per New York, Detroit e Los Angeles. Venerdì sera, a Phoenix la polizia ha dovuto usare i lacrimogeni per disperdere una folla di facinorosi, che aveva ripetutamente colpito le porte dell’edificio che ospita il senato dell’Arizona. Dall’altra parte, un suv ha ferito un pedone a Cedar Rapids (in Iowa) durante una manifestazione. Ma la situazione resta maggiormente preoccupante a Washington. Ieri, tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio, centinaia di manifestanti si sono radunati davanti alla Corte suprema. L’entità delle proteste dovrebbe accrescersi nel corso del fine settimana. Tra l’altro, Newsweek riferiva che venerdì vari attivisti pro aborto hanno ripreso a pubblicare sui social network gli indirizzi delle abitazioni private dei supremi togati. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, si erano già tenute delle proteste davanti a queste case e che, di recente, uno squilibrato aveva cercato di uccidere il giudice, Brett Kavanaugh.
Ad alimentare il fuoco della tensione ci sta pensando il Partito democratico americano. L’altro ieri, dopo le dure parole di Nancy Pelosi che aveva bollato la Corte suprema come «radicale», un gruppo di deputati dem ha chiesto a Joe Biden di decretare un’emergenza sanitaria nazionale. La deputata Val Demings, attualmente candidata alla poltrona senatoriale della Florida, ha detto di essere «pronta a combattere» per la libertà riproduttiva. «Non avete ancora visto niente. Le donne controlleranno i loro corpi, non importa come cercheranno di fermarci. Al diavolo la Corte suprema. Ci opporremo», ha tuonato un’altra deputata dem, Maxine Waters. Tutto questo, mentre la sua collega Alexandria Ocasio Cortez ha definito la sentenza «illegittima», esortando inoltre le persone a «scendere in strada» e aggiungendo: «In questo momento le elezioni non bastano». Insomma, le parole di molti esponenti dem si stanno rivelando particolarmente violente e prive di senso delle istituzioni. Il grande rischio è che quindi contribuiscano a gettare benzina sul fuoco. «Penso che la Corte suprema abbia preso alcune decisioni terribili», ha dichiarato dal canto suo ieri Biden, che già venerdì aveva criticato la sentenza.
L’amministrazione americana ha comunque reso noto, sempre ieri, di non essere d’accordo con le richieste di riforma avanzate da quanti vorrebbero (soprattutto a sinistra) un aumento del numero dei supremi giudici, per annacquare il peso dei togati di nomina repubblicana. «Questo è qualcosa su cui il presidente non è d’accordo. Non è qualcosa che vuole fare», ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre. Si tratta di una notizia non di poco conto. Va riconosciuto che Biden non è mai stato un fautore di un allargamento della Corte. Eppure, spinto da alcuni settori del suo partito, aveva avviato una commissione che studiasse una simile eventualità. Ora, il presidente sembra aver chiuso definitivamente a tale ipotesi: il che, va detto, evita il rischio di una politicizzazione del massimo organo giudiziario statunitense.
Ricordiamo sempre che la Corte suprema non ha reso l’aborto illegale. Ha semmai riassegnato ai parlamenti dei singoli Stati l’autorità di decidere su questa materia. In tale quadro, almeno 13 Stati sono pronti ad emanare divieti per quanto riguarda l’interruzione di gravidanza: si tratterebbe in particolare di Arkansas, Idaho, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, North Dakota, Oklahoma, South Dakota, Tennessee, Texas, Utah e Wyoming. Di contro, sono 14 gli Stati che hanno codificato l’aborto a livello legislativo: parliamo di Washington, Oregon, California, Nevada, Colorado, New Mexico, Illinois, New York, New Jersey, Delaware, Maryland, Massachusetts, Maine e Vermont.
Va da sé che la questione è destinata a rivelarsi dirimente in vista delle prossime elezioni di metà mandato. Resta, tuttavia, il fatto che gli attacchi violenti e il discredito gettati da molti dem sulla Corte suprema rischiano di produrre delle conseguenze istituzionali devastanti negli Stati Uniti. Segno di come una certa sinistra non sia capace di distinguere il dissenso dalla delegittimazione. E questo è un problema enorme.
Il nuovo fronte legale è sulla pillola
Dopo la sentenza della Corte suprema che ha ribaltato il giudizio del 1973, in America si preannuncia già una nuova battaglia legale sullo stesso tema. E lo scontro, che riguarda l’accesso all’aborto farmacologico, potrebbe alla fine erodere il potere del governo federale di decidere quali farmaci sono sicuri ed efficaci, oltre a trasformarsi in un altro fronte politico per l’amministrazione Biden, a ridosso delle elezioni di midterm che si terranno a novembre.
Ieri il presidente Usa, commentando la sentenza della Corte, ha dichiarato che cercherà di impedire ai singoli Stati di vietare la vendita delle pillole abortive, che a seguito della sentenza, è schizzata. Solo le richieste ad Aid Access sono passate da un giorno all’altro da 1.200 a 38.000. L’aborto medico (medication abortion) negli Usa è noto come «piano C» (il «piano B» è la pillola del giorno dopo) e costa tra i 300 dollari fino a un massimo di 750. In America costituisce il 54% degli aborti su un volume di affari totale dell’«industria dell’aborto» pari a circa 831 milioni di dollari l’anno, e rappresenta la strada più comune per interrompere una gravidanza (dal 1973 a oggi negli Usa ci sono stati più di 50 milioni di aborti). È stato approvato nel 2000 dalla Food and drug administration (Fda), è consentito fino alla decima settimana di gravidanza (poco più del terzo mese) e comporta l’assunzione di due farmaci a 24-48 ore di distanza. Il primo, chiamato RU 486 o mifepristone, è un ormone che blocca il progesterone e impedisce alla gravidanza di andare avanti. In America è commercializzato con il nome di Mifeprex ed è prodotto dalla Danco Laboratories, società privata che ha sede a New York, nel cuore di Manhattan, che non ha mai voluto rivelare i nomi dei suoi investitori. Il secondo farmaco previsto per realizzare l’aborto medico è il misoprostolo, medicinale che provoca contrazioni e sanguinamento che svuotano l’utero.
Secondo gli analisti giuridici che hanno commentato le dichiarazioni di Joe Biden, l’amministrazione potrebbe appellarsi alla cosiddetta «clausola di supremazia» della Costituzione degli Stati Uniti, sostenendo in tribunale che l’approvazione del mifepristone da parte della Food and drug administration, che è un’Agenzia federale (dunque nazionale), è gerarchicamente superiore a qualsiasi eventuale restrizione da parte dei singoli Stati, perché l’autorità federale è giuridicamente prevalente rispetto a qualsiasi legge statale.
Se prevarranno i sostenitori pro-choice, l’accesso all’aborto farmacologico potrebbe essere protetto in tutti i 50 Stati americani. Ma attualmente non è così: già 19 Stati hanno posto restrizioni sull’aborto farmacologico, richiedendo la presenza fisica di un medico quando il farmaco viene somministrato. Non solo: diversi Stati hanno anche espressamente vietato l’invio per posta delle pillole, che era stato preventivamente (e propedeuticamente) autorizzato da Fda pochi mesi fa, nel dicembre del 2021. La decisione della Fda aveva facilitato l’accesso all’aborto medico alle donne che avevano difficoltà a procurarsi il Mifeprex di persona e preferivano interrompere la gravidanza a casa. La decisione di Fda aveva quindi consentito alle pazienti di ottenere la prescrizione della pillola attraverso una visita online (telemedicine visits), ricevendo in seguito il farmaco per posta, in genere entro due settimane.
Le prossime battaglie sul mifepristone stanno entrando in un territorio legale in gran parte inesplorato. Gli Stati americani, infatti, non possono autorizzare farmaci che la Fda non abbia approvato, ma è meno chiaro se possano regolamentare i farmaci in maniera più restrittiva di quanto faccia la Fda. Si tratta, dunque, di una controversia molto scivolosa, che non riguarda «soltanto», si fa per dire, i diritti delle donne, ma anche i poteri dell’amministrazione federale rispetto ai singoli Stati americani e perfino l’autorevolezza delle decisioni di Fda, messa potenzialmente in discussione da 50 diversi standard (uno per ogni Stato) per qualsiasi farmaco. Politica, salute e diritti civili: ci sono tutti gli ingredienti per consegnare l’America a un futuro estremamente conflittuale.
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Gli indirizzi sono stati resi pubblici dagli attivisti. Washington è in massima allerta. A Phoenix la polizia ha disperso violenti che avevano assaltato il Senato dell’Arizona.Il nuovo fronte legale è sulla pillola. Joe Biden vuole impedire ai singoli Stati di vietare la vendita dei farmaci che interrompono una gravidanza. E può riuscirci perché approvati dalla Food and drug administration.Lo speciale comprende due articoli. La tensione è salita alle stelle negli Stati Uniti dopo il pronunciamento della Corte suprema. A lanciare l’allarme in materia di ordine pubblico è stato il Dipartimento per la sicurezza interna che, in un memorandum ottenuto da alcune testate americane, ha reso noto che sarebbe «probabile» l’esplosione di violenza estremista. In particolare, sono definiti a rischio soprattutto i giudici della stessa Corte suprema, mentre altri probabili bersagli sono le strutture sanitarie pro life e le organizzazioni religiose. Proteste sono, nel frattempo, esplose in varie città statunitensi: da Atlanta a Seattle, passando per New York, Detroit e Los Angeles. Venerdì sera, a Phoenix la polizia ha dovuto usare i lacrimogeni per disperdere una folla di facinorosi, che aveva ripetutamente colpito le porte dell’edificio che ospita il senato dell’Arizona. Dall’altra parte, un suv ha ferito un pedone a Cedar Rapids (in Iowa) durante una manifestazione. Ma la situazione resta maggiormente preoccupante a Washington. Ieri, tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio, centinaia di manifestanti si sono radunati davanti alla Corte suprema. L’entità delle proteste dovrebbe accrescersi nel corso del fine settimana. Tra l’altro, Newsweek riferiva che venerdì vari attivisti pro aborto hanno ripreso a pubblicare sui social network gli indirizzi delle abitazioni private dei supremi togati. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, si erano già tenute delle proteste davanti a queste case e che, di recente, uno squilibrato aveva cercato di uccidere il giudice, Brett Kavanaugh.Ad alimentare il fuoco della tensione ci sta pensando il Partito democratico americano. L’altro ieri, dopo le dure parole di Nancy Pelosi che aveva bollato la Corte suprema come «radicale», un gruppo di deputati dem ha chiesto a Joe Biden di decretare un’emergenza sanitaria nazionale. La deputata Val Demings, attualmente candidata alla poltrona senatoriale della Florida, ha detto di essere «pronta a combattere» per la libertà riproduttiva. «Non avete ancora visto niente. Le donne controlleranno i loro corpi, non importa come cercheranno di fermarci. Al diavolo la Corte suprema. Ci opporremo», ha tuonato un’altra deputata dem, Maxine Waters. Tutto questo, mentre la sua collega Alexandria Ocasio Cortez ha definito la sentenza «illegittima», esortando inoltre le persone a «scendere in strada» e aggiungendo: «In questo momento le elezioni non bastano». Insomma, le parole di molti esponenti dem si stanno rivelando particolarmente violente e prive di senso delle istituzioni. Il grande rischio è che quindi contribuiscano a gettare benzina sul fuoco. «Penso che la Corte suprema abbia preso alcune decisioni terribili», ha dichiarato dal canto suo ieri Biden, che già venerdì aveva criticato la sentenza. L’amministrazione americana ha comunque reso noto, sempre ieri, di non essere d’accordo con le richieste di riforma avanzate da quanti vorrebbero (soprattutto a sinistra) un aumento del numero dei supremi giudici, per annacquare il peso dei togati di nomina repubblicana. «Questo è qualcosa su cui il presidente non è d’accordo. Non è qualcosa che vuole fare», ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre. Si tratta di una notizia non di poco conto. Va riconosciuto che Biden non è mai stato un fautore di un allargamento della Corte. Eppure, spinto da alcuni settori del suo partito, aveva avviato una commissione che studiasse una simile eventualità. Ora, il presidente sembra aver chiuso definitivamente a tale ipotesi: il che, va detto, evita il rischio di una politicizzazione del massimo organo giudiziario statunitense. Ricordiamo sempre che la Corte suprema non ha reso l’aborto illegale. Ha semmai riassegnato ai parlamenti dei singoli Stati l’autorità di decidere su questa materia. In tale quadro, almeno 13 Stati sono pronti ad emanare divieti per quanto riguarda l’interruzione di gravidanza: si tratterebbe in particolare di Arkansas, Idaho, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, North Dakota, Oklahoma, South Dakota, Tennessee, Texas, Utah e Wyoming. Di contro, sono 14 gli Stati che hanno codificato l’aborto a livello legislativo: parliamo di Washington, Oregon, California, Nevada, Colorado, New Mexico, Illinois, New York, New Jersey, Delaware, Maryland, Massachusetts, Maine e Vermont. Va da sé che la questione è destinata a rivelarsi dirimente in vista delle prossime elezioni di metà mandato. Resta, tuttavia, il fatto che gli attacchi violenti e il discredito gettati da molti dem sulla Corte suprema rischiano di produrre delle conseguenze istituzionali devastanti negli Stati Uniti. Segno di come una certa sinistra non sia capace di distinguere il dissenso dalla delegittimazione. E questo è un problema enorme. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/proteste-nelle-grandi-citta-i-pro-aborto-vanno-a-caccia-delle-abitazioni-delle-toghe-2657563227.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nuovo-fronte-legale-e-sulla-pillola" data-post-id="2657563227" data-published-at="1656203337" data-use-pagination="False"> Il nuovo fronte legale è sulla pillola Dopo la sentenza della Corte suprema che ha ribaltato il giudizio del 1973, in America si preannuncia già una nuova battaglia legale sullo stesso tema. E lo scontro, che riguarda l’accesso all’aborto farmacologico, potrebbe alla fine erodere il potere del governo federale di decidere quali farmaci sono sicuri ed efficaci, oltre a trasformarsi in un altro fronte politico per l’amministrazione Biden, a ridosso delle elezioni di midterm che si terranno a novembre. Ieri il presidente Usa, commentando la sentenza della Corte, ha dichiarato che cercherà di impedire ai singoli Stati di vietare la vendita delle pillole abortive, che a seguito della sentenza, è schizzata. Solo le richieste ad Aid Access sono passate da un giorno all’altro da 1.200 a 38.000. L’aborto medico (medication abortion) negli Usa è noto come «piano C» (il «piano B» è la pillola del giorno dopo) e costa tra i 300 dollari fino a un massimo di 750. In America costituisce il 54% degli aborti su un volume di affari totale dell’«industria dell’aborto» pari a circa 831 milioni di dollari l’anno, e rappresenta la strada più comune per interrompere una gravidanza (dal 1973 a oggi negli Usa ci sono stati più di 50 milioni di aborti). È stato approvato nel 2000 dalla Food and drug administration (Fda), è consentito fino alla decima settimana di gravidanza (poco più del terzo mese) e comporta l’assunzione di due farmaci a 24-48 ore di distanza. Il primo, chiamato RU 486 o mifepristone, è un ormone che blocca il progesterone e impedisce alla gravidanza di andare avanti. In America è commercializzato con il nome di Mifeprex ed è prodotto dalla Danco Laboratories, società privata che ha sede a New York, nel cuore di Manhattan, che non ha mai voluto rivelare i nomi dei suoi investitori. Il secondo farmaco previsto per realizzare l’aborto medico è il misoprostolo, medicinale che provoca contrazioni e sanguinamento che svuotano l’utero. Secondo gli analisti giuridici che hanno commentato le dichiarazioni di Joe Biden, l’amministrazione potrebbe appellarsi alla cosiddetta «clausola di supremazia» della Costituzione degli Stati Uniti, sostenendo in tribunale che l’approvazione del mifepristone da parte della Food and drug administration, che è un’Agenzia federale (dunque nazionale), è gerarchicamente superiore a qualsiasi eventuale restrizione da parte dei singoli Stati, perché l’autorità federale è giuridicamente prevalente rispetto a qualsiasi legge statale. Se prevarranno i sostenitori pro-choice, l’accesso all’aborto farmacologico potrebbe essere protetto in tutti i 50 Stati americani. Ma attualmente non è così: già 19 Stati hanno posto restrizioni sull’aborto farmacologico, richiedendo la presenza fisica di un medico quando il farmaco viene somministrato. Non solo: diversi Stati hanno anche espressamente vietato l’invio per posta delle pillole, che era stato preventivamente (e propedeuticamente) autorizzato da Fda pochi mesi fa, nel dicembre del 2021. La decisione della Fda aveva facilitato l’accesso all’aborto medico alle donne che avevano difficoltà a procurarsi il Mifeprex di persona e preferivano interrompere la gravidanza a casa. La decisione di Fda aveva quindi consentito alle pazienti di ottenere la prescrizione della pillola attraverso una visita online (telemedicine visits), ricevendo in seguito il farmaco per posta, in genere entro due settimane. Le prossime battaglie sul mifepristone stanno entrando in un territorio legale in gran parte inesplorato. Gli Stati americani, infatti, non possono autorizzare farmaci che la Fda non abbia approvato, ma è meno chiaro se possano regolamentare i farmaci in maniera più restrittiva di quanto faccia la Fda. Si tratta, dunque, di una controversia molto scivolosa, che non riguarda «soltanto», si fa per dire, i diritti delle donne, ma anche i poteri dell’amministrazione federale rispetto ai singoli Stati americani e perfino l’autorevolezza delle decisioni di Fda, messa potenzialmente in discussione da 50 diversi standard (uno per ogni Stato) per qualsiasi farmaco. Politica, salute e diritti civili: ci sono tutti gli ingredienti per consegnare l’America a un futuro estremamente conflittuale.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara