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2020-01-04
Promossi e bocciati. Le pagelle della Serie A
Ansa
1) Pierluigi Gollini
Gollorius, il Rapper con i guanti (dal singolo inciso per divertimento), è entrato nella galleria degli eroi atalantini che hanno conquistato gli ottavi di Champions. Sui bar del Sentierone ha già un tavolino prenotato a vita perché Bergamo non dimentica. Formidabile fra i pali, migliorabile nelle uscite, è una sicurezza per la difesa di Gian Piero Gasperini, che gioca altissima e ha bisogno di un portiere intelligente alle spalle, capace di intuire calcio come il vecchio libero alla Franco Baresi. Lui ha imparato la specialità da italiano con la valigia in mano, andando a fare Erasmus sportivi prima al Manchester United, poi all'Aston Villa. Ha solo 24 anni, già una carriera da giramondo alle spalle e ha staccato il ticket della convocazione in Nazionale. Rappresenta l'Atalanta di Antonio Percassi, un club di Premier League (per visione strategica, organizzazione e concretezza) che gioca casualmente in Italia.
2) Aleksandar Kolarov
Il nonno sta bene di salute e dà lezioni gratis di terzinaggio moderno. Sornione, apparentemente trapassato remoto per quelle ombre argentate che ne segnano la capigliatura, Kolarov è la Treccani del ruolo. Difende da duro, attacca da ala e tira punizioni da artigliere sul Montello. A 34 anni manda a casa gli influencer della fascia (per esempio Andrea Conti e Valentino Lazaro), domina a destra ed è uno dei motori della Roma di Paulo Fonseca, una macchina sportiva affascinante in cui ribelli di genio come Lorenzo Pellegrini e Nicolò Zaniolo hanno bisogno, per crescere, del vecchio guerriero serbo. Per Natale la Roma gli ha proposto il prolungamento del contratto a 3 milioni di euro più la promessa di entrare nel parco dirigenti a fine carriera. Per come è andata a Totti e De Rossi, fidarsi è bene. Fino a un certo punto.
3) Stefan De Vrij
Fosforo olandese, niente di meno. Avrebbe potuto giocare scampoli nell'Arancia Meccanica di Johann Cruijff al posto di Wim Rijsbergen o Arie Haan, e in questo momento è nettamente il miglior centrale nella batteria dell'Inter capolista ex-aequo. Tra l'altro la squadra con la miglior difesa (14 gol subiti) della Serie A. La sua classe spicca quando fraseggia accanto al più ruvido Milan Skriniar, il suo senso della posizione è di un altro pianeta rispetto a quello (rivedibile nella sua avventura italiana) di Diego Godin. Il gioco di Conte parte spesso da lui, l'attaccante più intelligente degli avversari si infrange spesso davanti a lui. Un difetto ce l'ha, come tutti, ed è pure grave: ogni tanto si bea della propria classe e si perde la punta avversaria nell'area affollata. Ma questo capita anche al numero uno del ruolo, Koulibaly, in crisi esistenziale per mancanza di serenità.
4) Leonardo Bonucci
È la bandiera che sventola su Iwo Jima, aspettando Giorgio Chiellini. È l'eterno baluardo di una difesa storica, non sempre impenetrabile ma fra le più affidabili d'Europa. La Juve non può prescindere da lui soprattutto in questa fase di inserimento di nuovi volti e di nuove professionalità, per esempio quella del giovanissimo Matthijs De Ligt, fisicamente fortissimo ma acerbo per contrastare le malizie dell'italianuzzo campionato nostro. Fondamentale come collante dello spogliatoio, imprescindibile come guida del reparto, Bonucci ha il 50% dei meriti (l'altro 50% ce l'ha Wojciech Szczesny) d'una difesa che regge ogni urto benché sia un cantiere della metropolitana. In un contesto come questo la richiesta dei tifosi di far giocare stabilmente il tridente (CR7-Dybala-Higuain) più che affascinare Sarri, lo terrorizza.
5) Theo Hernandez
Forse la scelta è azzardata, ma nel Milan alla deriva che aspetta Ibrahimovic come il cavaliere della valle solitaria (sicuri che non sarebbe servito di più Mario Mandzukic?), il marsigliese di 22 anni è una pepita che brilla nella notte. Un continuo pericolo per gli avversari, dinamismo straripante, quattro gol come Krzysztof Piatek (giudizio implicito sul crollo del puntero polacco), Hernandez in questi mesi di depressione collettiva è stato così bravo da raddoppiare quasi il suo valore di mercato, da 20 a 35 milioni, un mezzo miracolo economico. L'unico della gestione Boban-Maldini-Gazidis. Ma Theo quei soldi li vale tutti, anzi li valeva anche due anni fa, quando il Real Madrid lo mise sotto contratto per poi mandarlo a far malinconia in provincia. Ricominciare da Hernandez senza rischiare di perderlo è l'imperativo del club. Come lui, fino a qui, solo Robin Gosens dell'Atalanta, che meriterebbe la medaglia per il valore aggiunto dei risultati. Ma la Dea non ha bisogno di incoraggiamento, il Milan sì.
6) Miralem Pjanic
Se parliamo di direttori d'orchestra non possiamo che partire da lui. Sullo stesso podio che era di Pirlo (equiparazione meritata), il bosniaco è il numero uno per intelligenza tattica, classe, lancio lungo, pericolosità balistica e cattiveria nel far sentire i tacchetti a fil di caviglia. Quando c'è, innesca Cristiano Ronaldo e Paulo Dybala con palloni letali dai giri contati. Quando non c'è, la Juventus è un'altra squadra. E ce ne siamo accorti tutti a Riad nella finale di Supercoppa persa contro la Lazio, dove Pjanic ha mandato l'ologramma. Stanco, spompato dalla pretesa dei «150 tocchi» voluti da Sarri, inerme davanti al dinamismo esplosivo di Luis Alberto. Quando si spegne la luce al regista, sono dolori e sono sconfitte. Questo rafforza la necessità di recuperarlo in pieno per le sfide di Champions in primavera. Quando Pjanic è al massimo anche gente da battaglia come Marcelo Brozovic e Allan sembra giocare in un campionato minore.
7) Dejan Kulusevski
Nella sua lunga stagione d'oro, l'Atalanta riesce a far diventare fenomeni non solo i suoi giocatori, ma anche quelli mandati in prestito. È il caso di Kulu, 19 anni, svedese di origine macedone (stesso impasto scandinavo-balcanico di Ibrahimovic), esploso in autunno e punto fermo del centrocampo del Parma. È un colpo di genio del guru del settore giovanile bergamasco Giovanni Sartori. Inserito nella lista delle rivelazioni mondiali dell'anno dal Guardian, ora vale 40 milioni ed è un giocatore totale: può essere decisivo da mezzala, da rifinitore, da ala. È devastante, lanciato in profondità spacca le difese. E al tempo stesso insegue chiunque, come fanno i ragazzi della sua generazione che ancora non conoscono la supponenza del divo. Non per niente l'ha preso al volo la Juventus per giugno, lasciando con un palmo di naso le concorrenti di mezza Europa. Inter e Chelsea innanzitutto.
8) Radja Nainggolan
Il ritorno del guerriero. Merito dell'aria di mare, del sorriso di Rolando Maran, dell'affetto di un'isola intera e di un fisico tornato a mostrare la tartaruga e non la panza alcolica. È l'anima del fenomeno Cagliari, un centrocampista di un'altra categoria che solo due stagioni fa portò di peso la Roma in semifinale di Champions. Sarebbe stato utilissimo anche a Conte, soprattutto dopo l'ecatombe in mediana per via degli infortuni, ma talvolta i cocci non si aggiustano (vedi il caso Mandzukic a Torino) e allora è meglio salutarsi senza rancore anche perdendoci dei soldi. A 31 anni il leone belga ha ancora moltissimo da dare e lo sta dando al Cagliari con una generosità totale. A Nahitan Nandez, a Giovanni Simeone, a Joao Pedro, a Luca Pellegrini. A chiunque gli passi accanto con la sua stessa maglia.
9) Lautaro Martinez
Accolto dagli stessi sorrisini di scherno che avevano salutato Gabigol, il centravanti argentino di 22 anni è la testimonianza vivente che l'Inter a trazione cinese ha imparato a stare al mondo. Con 13 gol in 22 partite (5 in Champions) alcuni dei quali stupendi, Lautaro è uno degli attaccanti più feroci e completi d'Europa. Non è un'esagerazione, se è vero che il Barcellona lo ha messo in cima alla lista per sostituire Luis Suarez e il Real Madrid lo considera l'obiettivo numero due se dovesse sfuggirgli Kylian Mbappè. L'Inter teme di perderlo e Beppe Marotta si gioca parte del suo prestigio nel tentativo di far scomparire la clausola di 111 milioni diventata, partita dopo partita, quasi insignificante. Ora si capisce perché il Circo Wanda, al di là del folclore, a Milano non poteva reggere più.
10) Paulo Dybala
Bastava farlo giocare, bastava dargli una base atletica solida in estate e un doveroso quintale di fiducia in campo. Poi a vincere le partite ci pensa lui, con un'accelerazione in dribbling che ha soltanto Leo Messi (unico paragone possibile per il bene del bianconero) e una precisione di tiro da top player. Partendo da dietro è l'attaccante migliore della Juve e sta sfruttando alla perfezione gli spazi che CR7 gli apre portandosi via mezza difesa avversaria. Chi invoca il tridente non gli vuole bene perché il sacrificato a rientrare sarebbe proprio lui, non certo Cristiano e neppure l'hidalgo Gonzalo. E un Dybala con la lingua fuori dopo tre recuperi sarebbe un insulto, come appendere La Gioconda al contrario. In estate Fabio Paratici stava per venderlo allo United. Lui ha detto no, dimostrandosi più juventino del dirigente.
11) Ciro Immobile
Italiano vero. Il bomber di Torre Annunziata fa felice la Lazio con i suoi 84 gol in 120 partite, capocannoniere della Serie A con 17 reti in 15 presenze. Un martello. Un incubo per ogni difesa perché Simone Inzaghi è riuscito a costruire un gioco offensivo che esalta le qualità dello scugnizzo biondo: ripartenze veloci, lanci in profondità, praterie dove Ciro può correre per fare male. Con accanto una seconda punta di fantasia e dribbling come Correa, gode di ancora più spazio e alla soglia dei 30 anni diventa ancora più letale. Se la Lazio è lassù, terza pretendente allo scudetto, il merito è certamente della classe di Milinkovic-Savic, dell'intelligenza di Luis Alberto, del dinamismo di Leiva, Lazzari e Lulic, ma soprattutto delle reti di Immobile. È il più decisivo di tutti, lo dice Sky Sport: i suoi gol hanno portato 14 punti. Oro puro.
Rolando Maran
Gentile e schivo come un trentino che si rispetti, con uno stipendio di 1 milione di euro (11 volte meno di Conte, sei di Sarri e cinque del licenziato Ancelotti) l'inventore del Cagliari dei miracoli è quel che è sempre stato: allenatore di uomini più che inventore di schemi. Ha recuperato alla vita sportiva Robin Olsen, ha reinventato Simeone junior e ha ricaricato le pile di Nainggolan. Questo significa entrare nella testa di un giocatore e convincerlo che l'orizzonte è suo. La tattica viene dopo e dipende da mille variabili: al Chievo, Maran sapeva far suonare il violino come far parcheggiare il pullman sulla linea di porta. A Cagliari vive una stagione da sogno e sembra Gasperini. Con un Papu in meno e un Ninja in più.
I flop della Serie A

Ansa
1) Bartlomiej Dragowski
Nella partita prenatalizia contro la Roma ha mostrato tutto il campionario degli orrori possibili, ma non è questo il motivo per il quale il numero uno della Fiorentina è finito nella tribù dei Musi Lunghi. Il giovane portiere polacco è forte, ha mani e cuore grandi, la scorsa stagione (a soli 21 anni) vantava numeri da fenomeno. Qui non abitano gli scarsi ma i deludenti, i protagonisti mancati, quelli che al Fantacalcio ti fanno prima sognare e poi bestemmiare. E allora largo a Bartolomeo che a maggio è arrivato a un pelo dal salvare l'Empoli nell'epica partita di San Siro (12 parate più un rigore di Icardi) e oggi porta sulle spalle il peso, peraltro condiviso, dei 28 gol subiti in 17 gare da una squadra che avrebbe dovuto lottare per l'Europa e invece rischia di dibattersi nella tonnara della salvezza.
2) Mateo Musacchio
Ha l'aria del capro espiatorio argentino, triste, solitario y final. L'anno scorso il centrale del Milan veniva regolarmente incolpato degli errori in uscita di Gigio Donnarumma (il derby perso nel recupero per una sfarfallata addossata a lui sta in videoteca), oggi è responsabile degli sbandamenti strutturali di una retroguardia che dà sempre l'impressione d'essere improvvisata, in balìa delle imbucate e dei calci piazzati. Se la cerniera di centrocampo va a farfalle, la difesa ne risente. Quella del Milan è un mezzo colabrodo (24 gol subiti, 1,4 a partita) nonostante il valore di Alessio Romagnoli, e le responsabilità di Musacchio sono evidenti. Da qualche settimana la cura di Stefano Pioli stava dando i suoi effetti, poi sui rossoneri si è abbattuta l'Atalanta e tutto è tornato in bilico. Lo staff dirigenziale rossonero ha messo nel mirino Jean Pierre Todibo, giovane centrale di riserva del Barcellona. Non certo per un capriccio.
3) Diego Godin
Chi l'avrebbe mai detto? Eppure è così, non ti basta il nome, non ti serve la carriera e non ti aiuta il precedente di Nemanja Vidic dentro lo stesso spogliatoio qualche anno fa. Il grande difensore uruguagio è arrivato all'Inter a parametro zero dopo un decennio da monumento vivente, proprio per blindare la retroguardia e trasferire nello spogliatoio la mentalità vincente. Risultato: fuori dalla Champions a dicembre, come 12 mesi fa, con un suo assist involontario. E con due aggravanti forse passeggere: la difficoltà ad adattarsi alla difesa a tre di Antonio Conte e lo scivolamento nelle gerarchie interne a beneficio del baby Alessandro Bastoni, oggi ritenuto più tonico, grintoso, perfino affidabile di lui. Lo sbarco in Italia è stato impietoso e nessuno gli ha perdonato nulla, neppure noi. Ma il 2020 potrebbe restituire al calcio il fuoriclasse di sempre, anche se a 34 anni l'avvenire è quasi sempre dietro le spalle.
4) Kostas Manolas
Chi lascia la casa vecchia per quella nuova, e via sdottorando di geronto proverbi. Il greco di Nasso, isola dove Teseo abbandonò Arianna nell'incrocio fra storia e mito, era convinto di poter finalmente lottare per lo scudetto a Napoli, alla corte di Carlo Ancelotti, accanto al bronzo di Riace chiamato Kalidou Koulibaly. Il Saggio e l'Infallibile gli avrebbero cambiato la vita e avrebbero mitigato la malinconia di chi lascia Roma per un altro posto. Invece il Saggio esonerato e l'Infallibile in crisi mistica anche per colpa sua. La coppia non funziona: con Manolas e Koulibaly hai due splendidi atleti, due grandi dell'uno contro uno. Ma non ne hai mezzo che sappia guidare il reparto con la raffinatezza tattica di Raul Albiol. Per verificare i danni basta guardare la classifica, mettere a fuoco la posizione della Roma abbandonata (e libera di ingaggiare Chris Smalling) e quella del Napoli delle speranze tradite. Questo in Italia perché in Champions gli azzurri si trasformano e Manolas potrebbe tornare uno splendido guerriero acheo.
5) Alessandro Florenzi
Da pupillo di Francesco Totti a riserva, fine di un sogno. Non è più il pendolino della domenica pomeriggio, arriva dopo, arriva male e troppo spesso guarda la partita dalla panchina. A 28 anni è troppo presto per imboccare il viale del tramonto, ma Paulo Fonseca lo non lo vede, gli ha preferito fin da subito Leonardo Spinazzola. E quando l'ex Juventus si è infortunato, ha mandato in campo Davide Santon. Terzo di tre, Florenzi, anche se ha giocato da titolare le ultime tre gare dell'anno. Terzo di tre, dopo che l'estate scorsa aveva resistito alla corte dell'Inter per rinnovare con la Magica e proseguire a casa sua una carriera da numero uno del ruolo. Il problema di Florenzi è l'esplosività che non c'è più, o almeno non si vede più senza la continuità. Ha bisogno di giocare, di sentirsi parte del progetto, di «stare lì sempre lì» come l'Oriali di Ligabue. Giocare 20 minuti non ha senso, allora è travolto dalla frenesia, poi dall'insicurezza, infine dalla malinconia.
6) Lucas Paquetà
La notizia non è che il Milan lo abbia messo in vendita per gli stessi 35 milioni pagati un anno fa. Ma che il Paris Saint Germain lo possa acquistare per quella cifra o scambiarlo con Julian Draxler più un po' di soldi. Sembra fantascienza, la storia del fantasista di Rio de Janeiro, ventiduenne giocatore di grande talento e di difficile collocazione tattica. Sembra fantascienza, anche se mitigata dal mentore del centrocampista brasiliano: lo stesso Leonardo che rischia di diventare l'uomo che lo comprò due volte. Paquetà è un ottimo giocatore solitario in un Milan che di solisti inutilmente abbonda. E se prima Gennaro Gattuso, poi Marco Giampaolo, infine Stefano Pioli hanno faticato a trovargli un ruolo in campo, la colpa non è sua. Lui sa chi è e cos'è: uno stupendo centrocampista offensivo che non conosce disciplina tattica e che questo Milan non può permettersi. Troppo anarchico, troppo incostante, troppo bohémien. Ecco, a Parigi potrebbe sfondare, trovare la sua vie en rose. Finché qualcuno non gli chiederà di rincorrere un anonimo mediano del Rennes.
7) Adrien Rabiot
L'enfant prodige di Parigi sta qui in mezzo perché nessuno lo ha ancora visto. È stato inseguito, desiderato, convinto da Gianluigi Buffon nello spogliatoio del Psg a passare dalla Senna al Po. Doveva essere il centrocampista perfetto per completare la raffinatezza del possesso palla della Juve di Sarri; doveva eventualmente dare qualche turno di riposo a Miralem Pjanic in regia. Zero, un fantasma. È vero che scalare posizioni dentro la corazzata bianconera è difficilissimo perché ti trovi davanti Blaise Matuidi, Rodrigo Bentancur, Sami Khedira, Emre Can, Aaron Ramsey (defilato quasi quanto lui), ma sembra che Rabiot l'abbia presa comoda. Non ha inciso, non ha mostrato il suo cambio di passo supportato da un fisico che potrebbe renderlo un fattore. A Sarri il suo piede educato piace parecchio, ma la squadra ha bisogno di altre velocità per supportare Paulo Dybala e Cristiano Ronaldo. Così Rabiot diventa una speranza, un'ipotesi di carta vincente da Champions. A 24 anni c'è tempo, ma non troppo.
8) Hirving Lozano
È il grande cruccio di Aurelio De Laurentiis. Ancora più di Insigne, ancora più dell'ultimo Koulibaly. Credeva di avere ingaggiato un fenomenale rifinitore, ha in casa un malinconico giocoliere con l'autonomia di mezz'ora. Uno spreco di talento (e di denaro, 42 milioni al Psv Eindhoven) enorme. Uno dei motivi dell'allontanamento del compassato Ancelotti. Quello stupendo attaccante messicano dal tiro micidiale utilizzato così poco e così male è uno schiaffo al dio del calcio, ma il problema è nel sistema tattico del Napoli che mai potrebbe - se non cambiando pelle in modo significativo - esaltare le caratteristiche di un genio contropiedista come Lozano. Anche qui arriva in soccorso la Champions. Sarà un paradosso, ma l'incursore messicano ha più possibilità di far impazzire il San Paolo contro il Liverpool che contro la Spal.
9) Cristiano Biraghi
Giocare a tutta fascia è una cayenna, giocare a tutta fascia in una squadra di Conte è quasi un suicidio. Lo è per calciatori speciali, figuriamoci per bravi ragazzi come Biraghi, che stava da re nella Fiorentina e un certo giorno di fine mercato si è ritrovato all'Inter dove era cresciuto e aveva accarezzato la Serie A dalla Primavera. Gettato nella mischia per i limiti fisici (e di usura) di Kwadwo Asamoah, Biraghi ha mostrato generosa applicazione. Che è come dire: limiti su limiti. Preciso senza essere fenomenale in copertura, è praticamente nullo in attacco, dove nessuno gli ha mai insegnato non solo a saltare l'uomo, ma neanche a immaginare di farlo. Così lotta, regge, sbanda, scricchiola, mostra vuoti ma non si arrende. E questa indomita propensione alla sofferenza, al tecnico del parossismo organizzato piace. Bontà sua.
10) Krzysztof Piatek
Se c'è una delusione visibile a occhio nudo in tutto il panorama del pallone italiano, questa delusione è Piatek. È vero che paga una stagione in cui ogni starnuto era un gol; è vero che sconta i limiti strutturali di un club alla ricerca di sé stesso, gestito in modo ragionieristico da un fondo e in modo avventuroso da ex calciatori che si credono manager; è vero che ha sofferto il cambio di quattro allenatori in un anno e mezzo tra Genoa e Milan. Ma il bomber polacco sta facendo una cilecca da paura. E sembra avere perso la caratteristica da grande attaccante: il senso del gol. Adesso arriva male e sbaglia, una due dieci volte. Zlatan Ibrahimovic potrebbe fargli bene, la pressione da gennaio sarà tutta sul vecchio fenomeno svedese e la rinascita di Piatek potrebbe coincidere con il ritorno dei rossoneri dove la storia del calcio li ha voluti, lassù sulle alte cime. Però il giovane polacco (ultimo affare indecente di Enrico Preziosi) dovrà cambiare passo. E da paggio tornare pistolero.
11) Mario Balotelli
Basterebbe la riga con nome e cognome. Più flop di così non è possibile. Non riuscendo a dribblare un paracarro, a correre più veloce di un pensionato con un ginocchio rotto, a inventarsi qualcosa di utile per salvare il suo Brescia (che nobilmente gli aveva teso la mano) colui che si autodefinì fenomeno ha trovato un modo comodo per farsi notare almeno fuori dal campo: si è trasformato in un attivista che lotta contro questa società consumista, razzista e antibalotellista. Neanche fosse dentro Mississippi Burning. Ha cominciato l'anno facendosi sorprendere alle 6 di mattina accanto a una 500 semidistrutta davanti a un cancello. Una partenza da atleta simbolo. Straordinario cannoniere del passato bruciato dall'indolenza e dalla supponenza, Balotelli ormai convince solo qualche nostalgico e qualche sardina, le uniche categorie dello spirito ancora disposte a definirlo una vittima. Ci sarebbe anche Roberto Mancini, che aspetta solo un respiro del nostro (un tiro al volo, un gol di tacco, una spizzata casuale) per portarlo agli Europei. E allungare di qualche mese la lagna di un calciatore fantasma.
Carlo Ancelotti
Dopo l'esonero è stato fermo due settimane. Poi ha vinto al Superenalotto perché passare dai 6,5 milioni del Napoli agli 11,5 all'anno per cinque anni dell'Everton (la seconda squadra in una città nella quale conta solo la prima, il Liverpool) ha in sé qualcosa di metafisico per il tecnico di Reggiolo reduce da una stagione e mezza di aurea mediocritas italiana. È vero, il turno di Champions l'ha passato, ma era un obiettivo minimo per un club come quello partenopeo. E ha perso quelle caratteristiche glamour che, con Sarri in panchina, ne facevano una delle squadre più fascinose d'Europa. Ancelotti è come certi politici di centrosinistra dopo le elezioni: cade sempre in piedi fra gli applausi degli aficionados e della stampa, fondamentale nel rendere eterne e ridondanti le qualità di un bravo tecnico in declino. Il palmarès è dalla sua parte: è stato l'unico a vincere con Milan, Real Madrid, Psg, Chelsea, Bayern Monaco. Ma come dice Mourinho «è stato anche l'unico a perdere una finale di Champions che all'intervallo vinceva 3-0». Il calcio è anche perfidia.
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Il giro di boa s'avvicina, è tempo di bilanci: Radja Nainggolan resuscitato, Aleksandar Kolarov invece è immortale. Paulo Dybala fuori dal cono d'ombra di CR7, la Lazio ha il miglior Ciro Immobile di sempre. E che belva Lautaro Martinez.Diego Godin non è quello visto all'Atletico e Alessandro Florenzi perde colpi. Lucas Paquetà e Adrien Rabiot andrebbero cercati a «Chi l'ha visto?». Piatek non sa più far gol, mentre Balotelli sta bruciando l'ennesima chance.Lo speciale contiene la top e la flop 11 di questa prima parte di stagione.1) Pierluigi Gollini Gollorius, il Rapper con i guanti (dal singolo inciso per divertimento), è entrato nella galleria degli eroi atalantini che hanno conquistato gli ottavi di Champions. Sui bar del Sentierone ha già un tavolino prenotato a vita perché Bergamo non dimentica. Formidabile fra i pali, migliorabile nelle uscite, è una sicurezza per la difesa di Gian Piero Gasperini, che gioca altissima e ha bisogno di un portiere intelligente alle spalle, capace di intuire calcio come il vecchio libero alla Franco Baresi. Lui ha imparato la specialità da italiano con la valigia in mano, andando a fare Erasmus sportivi prima al Manchester United, poi all'Aston Villa. Ha solo 24 anni, già una carriera da giramondo alle spalle e ha staccato il ticket della convocazione in Nazionale. Rappresenta l'Atalanta di Antonio Percassi, un club di Premier League (per visione strategica, organizzazione e concretezza) che gioca casualmente in Italia. 2) Aleksandar Kolarov Il nonno sta bene di salute e dà lezioni gratis di terzinaggio moderno. Sornione, apparentemente trapassato remoto per quelle ombre argentate che ne segnano la capigliatura, Kolarov è la Treccani del ruolo. Difende da duro, attacca da ala e tira punizioni da artigliere sul Montello. A 34 anni manda a casa gli influencer della fascia (per esempio Andrea Conti e Valentino Lazaro), domina a destra ed è uno dei motori della Roma di Paulo Fonseca, una macchina sportiva affascinante in cui ribelli di genio come Lorenzo Pellegrini e Nicolò Zaniolo hanno bisogno, per crescere, del vecchio guerriero serbo. Per Natale la Roma gli ha proposto il prolungamento del contratto a 3 milioni di euro più la promessa di entrare nel parco dirigenti a fine carriera. Per come è andata a Totti e De Rossi, fidarsi è bene. Fino a un certo punto.3) Stefan De Vrij Fosforo olandese, niente di meno. Avrebbe potuto giocare scampoli nell'Arancia Meccanica di Johann Cruijff al posto di Wim Rijsbergen o Arie Haan, e in questo momento è nettamente il miglior centrale nella batteria dell'Inter capolista ex-aequo. Tra l'altro la squadra con la miglior difesa (14 gol subiti) della Serie A. La sua classe spicca quando fraseggia accanto al più ruvido Milan Skriniar, il suo senso della posizione è di un altro pianeta rispetto a quello (rivedibile nella sua avventura italiana) di Diego Godin. Il gioco di Conte parte spesso da lui, l'attaccante più intelligente degli avversari si infrange spesso davanti a lui. Un difetto ce l'ha, come tutti, ed è pure grave: ogni tanto si bea della propria classe e si perde la punta avversaria nell'area affollata. Ma questo capita anche al numero uno del ruolo, Koulibaly, in crisi esistenziale per mancanza di serenità.4) Leonardo Bonucci È la bandiera che sventola su Iwo Jima, aspettando Giorgio Chiellini. È l'eterno baluardo di una difesa storica, non sempre impenetrabile ma fra le più affidabili d'Europa. La Juve non può prescindere da lui soprattutto in questa fase di inserimento di nuovi volti e di nuove professionalità, per esempio quella del giovanissimo Matthijs De Ligt, fisicamente fortissimo ma acerbo per contrastare le malizie dell'italianuzzo campionato nostro. Fondamentale come collante dello spogliatoio, imprescindibile come guida del reparto, Bonucci ha il 50% dei meriti (l'altro 50% ce l'ha Wojciech Szczesny) d'una difesa che regge ogni urto benché sia un cantiere della metropolitana. In un contesto come questo la richiesta dei tifosi di far giocare stabilmente il tridente (CR7-Dybala-Higuain) più che affascinare Sarri, lo terrorizza. 5) Theo Hernandez Forse la scelta è azzardata, ma nel Milan alla deriva che aspetta Ibrahimovic come il cavaliere della valle solitaria (sicuri che non sarebbe servito di più Mario Mandzukic?), il marsigliese di 22 anni è una pepita che brilla nella notte. Un continuo pericolo per gli avversari, dinamismo straripante, quattro gol come Krzysztof Piatek (giudizio implicito sul crollo del puntero polacco), Hernandez in questi mesi di depressione collettiva è stato così bravo da raddoppiare quasi il suo valore di mercato, da 20 a 35 milioni, un mezzo miracolo economico. L'unico della gestione Boban-Maldini-Gazidis. Ma Theo quei soldi li vale tutti, anzi li valeva anche due anni fa, quando il Real Madrid lo mise sotto contratto per poi mandarlo a far malinconia in provincia. Ricominciare da Hernandez senza rischiare di perderlo è l'imperativo del club. Come lui, fino a qui, solo Robin Gosens dell'Atalanta, che meriterebbe la medaglia per il valore aggiunto dei risultati. Ma la Dea non ha bisogno di incoraggiamento, il Milan sì.6) Miralem Pjanic Se parliamo di direttori d'orchestra non possiamo che partire da lui. Sullo stesso podio che era di Pirlo (equiparazione meritata), il bosniaco è il numero uno per intelligenza tattica, classe, lancio lungo, pericolosità balistica e cattiveria nel far sentire i tacchetti a fil di caviglia. Quando c'è, innesca Cristiano Ronaldo e Paulo Dybala con palloni letali dai giri contati. Quando non c'è, la Juventus è un'altra squadra. E ce ne siamo accorti tutti a Riad nella finale di Supercoppa persa contro la Lazio, dove Pjanic ha mandato l'ologramma. Stanco, spompato dalla pretesa dei «150 tocchi» voluti da Sarri, inerme davanti al dinamismo esplosivo di Luis Alberto. Quando si spegne la luce al regista, sono dolori e sono sconfitte. Questo rafforza la necessità di recuperarlo in pieno per le sfide di Champions in primavera. Quando Pjanic è al massimo anche gente da battaglia come Marcelo Brozovic e Allan sembra giocare in un campionato minore.7) Dejan Kulusevski Nella sua lunga stagione d'oro, l'Atalanta riesce a far diventare fenomeni non solo i suoi giocatori, ma anche quelli mandati in prestito. È il caso di Kulu, 19 anni, svedese di origine macedone (stesso impasto scandinavo-balcanico di Ibrahimovic), esploso in autunno e punto fermo del centrocampo del Parma. È un colpo di genio del guru del settore giovanile bergamasco Giovanni Sartori. Inserito nella lista delle rivelazioni mondiali dell'anno dal Guardian, ora vale 40 milioni ed è un giocatore totale: può essere decisivo da mezzala, da rifinitore, da ala. È devastante, lanciato in profondità spacca le difese. E al tempo stesso insegue chiunque, come fanno i ragazzi della sua generazione che ancora non conoscono la supponenza del divo. Non per niente l'ha preso al volo la Juventus per giugno, lasciando con un palmo di naso le concorrenti di mezza Europa. Inter e Chelsea innanzitutto. 8) Radja Nainggolan Il ritorno del guerriero. Merito dell'aria di mare, del sorriso di Rolando Maran, dell'affetto di un'isola intera e di un fisico tornato a mostrare la tartaruga e non la panza alcolica. È l'anima del fenomeno Cagliari, un centrocampista di un'altra categoria che solo due stagioni fa portò di peso la Roma in semifinale di Champions. Sarebbe stato utilissimo anche a Conte, soprattutto dopo l'ecatombe in mediana per via degli infortuni, ma talvolta i cocci non si aggiustano (vedi il caso Mandzukic a Torino) e allora è meglio salutarsi senza rancore anche perdendoci dei soldi. A 31 anni il leone belga ha ancora moltissimo da dare e lo sta dando al Cagliari con una generosità totale. A Nahitan Nandez, a Giovanni Simeone, a Joao Pedro, a Luca Pellegrini. A chiunque gli passi accanto con la sua stessa maglia.9) Lautaro Martinez Accolto dagli stessi sorrisini di scherno che avevano salutato Gabigol, il centravanti argentino di 22 anni è la testimonianza vivente che l'Inter a trazione cinese ha imparato a stare al mondo. Con 13 gol in 22 partite (5 in Champions) alcuni dei quali stupendi, Lautaro è uno degli attaccanti più feroci e completi d'Europa. Non è un'esagerazione, se è vero che il Barcellona lo ha messo in cima alla lista per sostituire Luis Suarez e il Real Madrid lo considera l'obiettivo numero due se dovesse sfuggirgli Kylian Mbappè. L'Inter teme di perderlo e Beppe Marotta si gioca parte del suo prestigio nel tentativo di far scomparire la clausola di 111 milioni diventata, partita dopo partita, quasi insignificante. Ora si capisce perché il Circo Wanda, al di là del folclore, a Milano non poteva reggere più.10) Paulo Dybala Bastava farlo giocare, bastava dargli una base atletica solida in estate e un doveroso quintale di fiducia in campo. Poi a vincere le partite ci pensa lui, con un'accelerazione in dribbling che ha soltanto Leo Messi (unico paragone possibile per il bene del bianconero) e una precisione di tiro da top player. Partendo da dietro è l'attaccante migliore della Juve e sta sfruttando alla perfezione gli spazi che CR7 gli apre portandosi via mezza difesa avversaria. Chi invoca il tridente non gli vuole bene perché il sacrificato a rientrare sarebbe proprio lui, non certo Cristiano e neppure l'hidalgo Gonzalo. E un Dybala con la lingua fuori dopo tre recuperi sarebbe un insulto, come appendere La Gioconda al contrario. In estate Fabio Paratici stava per venderlo allo United. Lui ha detto no, dimostrandosi più juventino del dirigente. 11) Ciro Immobile Italiano vero. Il bomber di Torre Annunziata fa felice la Lazio con i suoi 84 gol in 120 partite, capocannoniere della Serie A con 17 reti in 15 presenze. Un martello. Un incubo per ogni difesa perché Simone Inzaghi è riuscito a costruire un gioco offensivo che esalta le qualità dello scugnizzo biondo: ripartenze veloci, lanci in profondità, praterie dove Ciro può correre per fare male. Con accanto una seconda punta di fantasia e dribbling come Correa, gode di ancora più spazio e alla soglia dei 30 anni diventa ancora più letale. Se la Lazio è lassù, terza pretendente allo scudetto, il merito è certamente della classe di Milinkovic-Savic, dell'intelligenza di Luis Alberto, del dinamismo di Leiva, Lazzari e Lulic, ma soprattutto delle reti di Immobile. È il più decisivo di tutti, lo dice Sky Sport: i suoi gol hanno portato 14 punti. Oro puro. Rolando Maran Gentile e schivo come un trentino che si rispetti, con uno stipendio di 1 milione di euro (11 volte meno di Conte, sei di Sarri e cinque del licenziato Ancelotti) l'inventore del Cagliari dei miracoli è quel che è sempre stato: allenatore di uomini più che inventore di schemi. Ha recuperato alla vita sportiva Robin Olsen, ha reinventato Simeone junior e ha ricaricato le pile di Nainggolan. Questo significa entrare nella testa di un giocatore e convincerlo che l'orizzonte è suo. La tattica viene dopo e dipende da mille variabili: al Chievo, Maran sapeva far suonare il violino come far parcheggiare il pullman sulla linea di porta. A Cagliari vive una stagione da sogno e sembra Gasperini. Con un Papu in meno e un Ninja in più. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/promossi-e-bocciati-le-pagelle-della-serie-a-2643771725.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-flop-della-serie-a" data-post-id="2643771725" data-published-at="1770499904" data-use-pagination="False"> I flop della Serie A Ansa 1) Bartlomiej Dragowski Nella partita prenatalizia contro la Roma ha mostrato tutto il campionario degli orrori possibili, ma non è questo il motivo per il quale il numero uno della Fiorentina è finito nella tribù dei Musi Lunghi. Il giovane portiere polacco è forte, ha mani e cuore grandi, la scorsa stagione (a soli 21 anni) vantava numeri da fenomeno. Qui non abitano gli scarsi ma i deludenti, i protagonisti mancati, quelli che al Fantacalcio ti fanno prima sognare e poi bestemmiare. E allora largo a Bartolomeo che a maggio è arrivato a un pelo dal salvare l'Empoli nell'epica partita di San Siro (12 parate più un rigore di Icardi) e oggi porta sulle spalle il peso, peraltro condiviso, dei 28 gol subiti in 17 gare da una squadra che avrebbe dovuto lottare per l'Europa e invece rischia di dibattersi nella tonnara della salvezza. 2) Mateo Musacchio Ha l'aria del capro espiatorio argentino, triste, solitario y final. L'anno scorso il centrale del Milan veniva regolarmente incolpato degli errori in uscita di Gigio Donnarumma (il derby perso nel recupero per una sfarfallata addossata a lui sta in videoteca), oggi è responsabile degli sbandamenti strutturali di una retroguardia che dà sempre l'impressione d'essere improvvisata, in balìa delle imbucate e dei calci piazzati. Se la cerniera di centrocampo va a farfalle, la difesa ne risente. Quella del Milan è un mezzo colabrodo (24 gol subiti, 1,4 a partita) nonostante il valore di Alessio Romagnoli, e le responsabilità di Musacchio sono evidenti. Da qualche settimana la cura di Stefano Pioli stava dando i suoi effetti, poi sui rossoneri si è abbattuta l'Atalanta e tutto è tornato in bilico. Lo staff dirigenziale rossonero ha messo nel mirino Jean Pierre Todibo, giovane centrale di riserva del Barcellona. Non certo per un capriccio. 3) Diego Godin Chi l'avrebbe mai detto? Eppure è così, non ti basta il nome, non ti serve la carriera e non ti aiuta il precedente di Nemanja Vidic dentro lo stesso spogliatoio qualche anno fa. Il grande difensore uruguagio è arrivato all'Inter a parametro zero dopo un decennio da monumento vivente, proprio per blindare la retroguardia e trasferire nello spogliatoio la mentalità vincente. Risultato: fuori dalla Champions a dicembre, come 12 mesi fa, con un suo assist involontario. E con due aggravanti forse passeggere: la difficoltà ad adattarsi alla difesa a tre di Antonio Conte e lo scivolamento nelle gerarchie interne a beneficio del baby Alessandro Bastoni, oggi ritenuto più tonico, grintoso, perfino affidabile di lui. Lo sbarco in Italia è stato impietoso e nessuno gli ha perdonato nulla, neppure noi. Ma il 2020 potrebbe restituire al calcio il fuoriclasse di sempre, anche se a 34 anni l'avvenire è quasi sempre dietro le spalle. 4) Kostas Manolas Chi lascia la casa vecchia per quella nuova, e via sdottorando di geronto proverbi. Il greco di Nasso, isola dove Teseo abbandonò Arianna nell'incrocio fra storia e mito, era convinto di poter finalmente lottare per lo scudetto a Napoli, alla corte di Carlo Ancelotti, accanto al bronzo di Riace chiamato Kalidou Koulibaly. Il Saggio e l'Infallibile gli avrebbero cambiato la vita e avrebbero mitigato la malinconia di chi lascia Roma per un altro posto. Invece il Saggio esonerato e l'Infallibile in crisi mistica anche per colpa sua. La coppia non funziona: con Manolas e Koulibaly hai due splendidi atleti, due grandi dell'uno contro uno. Ma non ne hai mezzo che sappia guidare il reparto con la raffinatezza tattica di Raul Albiol. Per verificare i danni basta guardare la classifica, mettere a fuoco la posizione della Roma abbandonata (e libera di ingaggiare Chris Smalling) e quella del Napoli delle speranze tradite. Questo in Italia perché in Champions gli azzurri si trasformano e Manolas potrebbe tornare uno splendido guerriero acheo. 5) Alessandro Florenzi Da pupillo di Francesco Totti a riserva, fine di un sogno. Non è più il pendolino della domenica pomeriggio, arriva dopo, arriva male e troppo spesso guarda la partita dalla panchina. A 28 anni è troppo presto per imboccare il viale del tramonto, ma Paulo Fonseca lo non lo vede, gli ha preferito fin da subito Leonardo Spinazzola. E quando l'ex Juventus si è infortunato, ha mandato in campo Davide Santon. Terzo di tre, Florenzi, anche se ha giocato da titolare le ultime tre gare dell'anno. Terzo di tre, dopo che l'estate scorsa aveva resistito alla corte dell'Inter per rinnovare con la Magica e proseguire a casa sua una carriera da numero uno del ruolo. Il problema di Florenzi è l'esplosività che non c'è più, o almeno non si vede più senza la continuità. Ha bisogno di giocare, di sentirsi parte del progetto, di «stare lì sempre lì» come l'Oriali di Ligabue. Giocare 20 minuti non ha senso, allora è travolto dalla frenesia, poi dall'insicurezza, infine dalla malinconia. 6) Lucas Paquetà La notizia non è che il Milan lo abbia messo in vendita per gli stessi 35 milioni pagati un anno fa. Ma che il Paris Saint Germain lo possa acquistare per quella cifra o scambiarlo con Julian Draxler più un po' di soldi. Sembra fantascienza, la storia del fantasista di Rio de Janeiro, ventiduenne giocatore di grande talento e di difficile collocazione tattica. Sembra fantascienza, anche se mitigata dal mentore del centrocampista brasiliano: lo stesso Leonardo che rischia di diventare l'uomo che lo comprò due volte. Paquetà è un ottimo giocatore solitario in un Milan che di solisti inutilmente abbonda. E se prima Gennaro Gattuso, poi Marco Giampaolo, infine Stefano Pioli hanno faticato a trovargli un ruolo in campo, la colpa non è sua. Lui sa chi è e cos'è: uno stupendo centrocampista offensivo che non conosce disciplina tattica e che questo Milan non può permettersi. Troppo anarchico, troppo incostante, troppo bohémien. Ecco, a Parigi potrebbe sfondare, trovare la sua vie en rose. Finché qualcuno non gli chiederà di rincorrere un anonimo mediano del Rennes. 7) Adrien Rabiot L'enfant prodige di Parigi sta qui in mezzo perché nessuno lo ha ancora visto. È stato inseguito, desiderato, convinto da Gianluigi Buffon nello spogliatoio del Psg a passare dalla Senna al Po. Doveva essere il centrocampista perfetto per completare la raffinatezza del possesso palla della Juve di Sarri; doveva eventualmente dare qualche turno di riposo a Miralem Pjanic in regia. Zero, un fantasma. È vero che scalare posizioni dentro la corazzata bianconera è difficilissimo perché ti trovi davanti Blaise Matuidi, Rodrigo Bentancur, Sami Khedira, Emre Can, Aaron Ramsey (defilato quasi quanto lui), ma sembra che Rabiot l'abbia presa comoda. Non ha inciso, non ha mostrato il suo cambio di passo supportato da un fisico che potrebbe renderlo un fattore. A Sarri il suo piede educato piace parecchio, ma la squadra ha bisogno di altre velocità per supportare Paulo Dybala e Cristiano Ronaldo. Così Rabiot diventa una speranza, un'ipotesi di carta vincente da Champions. A 24 anni c'è tempo, ma non troppo. 8) Hirving Lozano È il grande cruccio di Aurelio De Laurentiis. Ancora più di Insigne, ancora più dell'ultimo Koulibaly. Credeva di avere ingaggiato un fenomenale rifinitore, ha in casa un malinconico giocoliere con l'autonomia di mezz'ora. Uno spreco di talento (e di denaro, 42 milioni al Psv Eindhoven) enorme. Uno dei motivi dell'allontanamento del compassato Ancelotti. Quello stupendo attaccante messicano dal tiro micidiale utilizzato così poco e così male è uno schiaffo al dio del calcio, ma il problema è nel sistema tattico del Napoli che mai potrebbe - se non cambiando pelle in modo significativo - esaltare le caratteristiche di un genio contropiedista come Lozano. Anche qui arriva in soccorso la Champions. Sarà un paradosso, ma l'incursore messicano ha più possibilità di far impazzire il San Paolo contro il Liverpool che contro la Spal. 9) Cristiano Biraghi Giocare a tutta fascia è una cayenna, giocare a tutta fascia in una squadra di Conte è quasi un suicidio. Lo è per calciatori speciali, figuriamoci per bravi ragazzi come Biraghi, che stava da re nella Fiorentina e un certo giorno di fine mercato si è ritrovato all'Inter dove era cresciuto e aveva accarezzato la Serie A dalla Primavera. Gettato nella mischia per i limiti fisici (e di usura) di Kwadwo Asamoah, Biraghi ha mostrato generosa applicazione. Che è come dire: limiti su limiti. Preciso senza essere fenomenale in copertura, è praticamente nullo in attacco, dove nessuno gli ha mai insegnato non solo a saltare l'uomo, ma neanche a immaginare di farlo. Così lotta, regge, sbanda, scricchiola, mostra vuoti ma non si arrende. E questa indomita propensione alla sofferenza, al tecnico del parossismo organizzato piace. Bontà sua. 10) Krzysztof Piatek Se c'è una delusione visibile a occhio nudo in tutto il panorama del pallone italiano, questa delusione è Piatek. È vero che paga una stagione in cui ogni starnuto era un gol; è vero che sconta i limiti strutturali di un club alla ricerca di sé stesso, gestito in modo ragionieristico da un fondo e in modo avventuroso da ex calciatori che si credono manager; è vero che ha sofferto il cambio di quattro allenatori in un anno e mezzo tra Genoa e Milan. Ma il bomber polacco sta facendo una cilecca da paura. E sembra avere perso la caratteristica da grande attaccante: il senso del gol. Adesso arriva male e sbaglia, una due dieci volte. Zlatan Ibrahimovic potrebbe fargli bene, la pressione da gennaio sarà tutta sul vecchio fenomeno svedese e la rinascita di Piatek potrebbe coincidere con il ritorno dei rossoneri dove la storia del calcio li ha voluti, lassù sulle alte cime. Però il giovane polacco (ultimo affare indecente di Enrico Preziosi) dovrà cambiare passo. E da paggio tornare pistolero. 11) Mario Balotelli Basterebbe la riga con nome e cognome. Più flop di così non è possibile. Non riuscendo a dribblare un paracarro, a correre più veloce di un pensionato con un ginocchio rotto, a inventarsi qualcosa di utile per salvare il suo Brescia (che nobilmente gli aveva teso la mano) colui che si autodefinì fenomeno ha trovato un modo comodo per farsi notare almeno fuori dal campo: si è trasformato in un attivista che lotta contro questa società consumista, razzista e antibalotellista. Neanche fosse dentro Mississippi Burning. Ha cominciato l'anno facendosi sorprendere alle 6 di mattina accanto a una 500 semidistrutta davanti a un cancello. Una partenza da atleta simbolo. Straordinario cannoniere del passato bruciato dall'indolenza e dalla supponenza, Balotelli ormai convince solo qualche nostalgico e qualche sardina, le uniche categorie dello spirito ancora disposte a definirlo una vittima. Ci sarebbe anche Roberto Mancini, che aspetta solo un respiro del nostro (un tiro al volo, un gol di tacco, una spizzata casuale) per portarlo agli Europei. E allungare di qualche mese la lagna di un calciatore fantasma. Carlo Ancelotti Dopo l'esonero è stato fermo due settimane. Poi ha vinto al Superenalotto perché passare dai 6,5 milioni del Napoli agli 11,5 all'anno per cinque anni dell'Everton (la seconda squadra in una città nella quale conta solo la prima, il Liverpool) ha in sé qualcosa di metafisico per il tecnico di Reggiolo reduce da una stagione e mezza di aurea mediocritas italiana. È vero, il turno di Champions l'ha passato, ma era un obiettivo minimo per un club come quello partenopeo. E ha perso quelle caratteristiche glamour che, con Sarri in panchina, ne facevano una delle squadre più fascinose d'Europa. Ancelotti è come certi politici di centrosinistra dopo le elezioni: cade sempre in piedi fra gli applausi degli aficionados e della stampa, fondamentale nel rendere eterne e ridondanti le qualità di un bravo tecnico in declino. Il palmarès è dalla sua parte: è stato l'unico a vincere con Milan, Real Madrid, Psg, Chelsea, Bayern Monaco. Ma come dice Mourinho «è stato anche l'unico a perdere una finale di Champions che all'intervallo vinceva 3-0». Il calcio è anche perfidia.
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Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
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Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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