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2020-01-04
Promossi e bocciati. Le pagelle della Serie A
Ansa
1) Pierluigi Gollini
Gollorius, il Rapper con i guanti (dal singolo inciso per divertimento), è entrato nella galleria degli eroi atalantini che hanno conquistato gli ottavi di Champions. Sui bar del Sentierone ha già un tavolino prenotato a vita perché Bergamo non dimentica. Formidabile fra i pali, migliorabile nelle uscite, è una sicurezza per la difesa di Gian Piero Gasperini, che gioca altissima e ha bisogno di un portiere intelligente alle spalle, capace di intuire calcio come il vecchio libero alla Franco Baresi. Lui ha imparato la specialità da italiano con la valigia in mano, andando a fare Erasmus sportivi prima al Manchester United, poi all'Aston Villa. Ha solo 24 anni, già una carriera da giramondo alle spalle e ha staccato il ticket della convocazione in Nazionale. Rappresenta l'Atalanta di Antonio Percassi, un club di Premier League (per visione strategica, organizzazione e concretezza) che gioca casualmente in Italia.
2) Aleksandar Kolarov
Il nonno sta bene di salute e dà lezioni gratis di terzinaggio moderno. Sornione, apparentemente trapassato remoto per quelle ombre argentate che ne segnano la capigliatura, Kolarov è la Treccani del ruolo. Difende da duro, attacca da ala e tira punizioni da artigliere sul Montello. A 34 anni manda a casa gli influencer della fascia (per esempio Andrea Conti e Valentino Lazaro), domina a destra ed è uno dei motori della Roma di Paulo Fonseca, una macchina sportiva affascinante in cui ribelli di genio come Lorenzo Pellegrini e Nicolò Zaniolo hanno bisogno, per crescere, del vecchio guerriero serbo. Per Natale la Roma gli ha proposto il prolungamento del contratto a 3 milioni di euro più la promessa di entrare nel parco dirigenti a fine carriera. Per come è andata a Totti e De Rossi, fidarsi è bene. Fino a un certo punto.
3) Stefan De Vrij
Fosforo olandese, niente di meno. Avrebbe potuto giocare scampoli nell'Arancia Meccanica di Johann Cruijff al posto di Wim Rijsbergen o Arie Haan, e in questo momento è nettamente il miglior centrale nella batteria dell'Inter capolista ex-aequo. Tra l'altro la squadra con la miglior difesa (14 gol subiti) della Serie A. La sua classe spicca quando fraseggia accanto al più ruvido Milan Skriniar, il suo senso della posizione è di un altro pianeta rispetto a quello (rivedibile nella sua avventura italiana) di Diego Godin. Il gioco di Conte parte spesso da lui, l'attaccante più intelligente degli avversari si infrange spesso davanti a lui. Un difetto ce l'ha, come tutti, ed è pure grave: ogni tanto si bea della propria classe e si perde la punta avversaria nell'area affollata. Ma questo capita anche al numero uno del ruolo, Koulibaly, in crisi esistenziale per mancanza di serenità.
4) Leonardo Bonucci
È la bandiera che sventola su Iwo Jima, aspettando Giorgio Chiellini. È l'eterno baluardo di una difesa storica, non sempre impenetrabile ma fra le più affidabili d'Europa. La Juve non può prescindere da lui soprattutto in questa fase di inserimento di nuovi volti e di nuove professionalità, per esempio quella del giovanissimo Matthijs De Ligt, fisicamente fortissimo ma acerbo per contrastare le malizie dell'italianuzzo campionato nostro. Fondamentale come collante dello spogliatoio, imprescindibile come guida del reparto, Bonucci ha il 50% dei meriti (l'altro 50% ce l'ha Wojciech Szczesny) d'una difesa che regge ogni urto benché sia un cantiere della metropolitana. In un contesto come questo la richiesta dei tifosi di far giocare stabilmente il tridente (CR7-Dybala-Higuain) più che affascinare Sarri, lo terrorizza.
5) Theo Hernandez
Forse la scelta è azzardata, ma nel Milan alla deriva che aspetta Ibrahimovic come il cavaliere della valle solitaria (sicuri che non sarebbe servito di più Mario Mandzukic?), il marsigliese di 22 anni è una pepita che brilla nella notte. Un continuo pericolo per gli avversari, dinamismo straripante, quattro gol come Krzysztof Piatek (giudizio implicito sul crollo del puntero polacco), Hernandez in questi mesi di depressione collettiva è stato così bravo da raddoppiare quasi il suo valore di mercato, da 20 a 35 milioni, un mezzo miracolo economico. L'unico della gestione Boban-Maldini-Gazidis. Ma Theo quei soldi li vale tutti, anzi li valeva anche due anni fa, quando il Real Madrid lo mise sotto contratto per poi mandarlo a far malinconia in provincia. Ricominciare da Hernandez senza rischiare di perderlo è l'imperativo del club. Come lui, fino a qui, solo Robin Gosens dell'Atalanta, che meriterebbe la medaglia per il valore aggiunto dei risultati. Ma la Dea non ha bisogno di incoraggiamento, il Milan sì.
6) Miralem Pjanic
Se parliamo di direttori d'orchestra non possiamo che partire da lui. Sullo stesso podio che era di Pirlo (equiparazione meritata), il bosniaco è il numero uno per intelligenza tattica, classe, lancio lungo, pericolosità balistica e cattiveria nel far sentire i tacchetti a fil di caviglia. Quando c'è, innesca Cristiano Ronaldo e Paulo Dybala con palloni letali dai giri contati. Quando non c'è, la Juventus è un'altra squadra. E ce ne siamo accorti tutti a Riad nella finale di Supercoppa persa contro la Lazio, dove Pjanic ha mandato l'ologramma. Stanco, spompato dalla pretesa dei «150 tocchi» voluti da Sarri, inerme davanti al dinamismo esplosivo di Luis Alberto. Quando si spegne la luce al regista, sono dolori e sono sconfitte. Questo rafforza la necessità di recuperarlo in pieno per le sfide di Champions in primavera. Quando Pjanic è al massimo anche gente da battaglia come Marcelo Brozovic e Allan sembra giocare in un campionato minore.
7) Dejan Kulusevski
Nella sua lunga stagione d'oro, l'Atalanta riesce a far diventare fenomeni non solo i suoi giocatori, ma anche quelli mandati in prestito. È il caso di Kulu, 19 anni, svedese di origine macedone (stesso impasto scandinavo-balcanico di Ibrahimovic), esploso in autunno e punto fermo del centrocampo del Parma. È un colpo di genio del guru del settore giovanile bergamasco Giovanni Sartori. Inserito nella lista delle rivelazioni mondiali dell'anno dal Guardian, ora vale 40 milioni ed è un giocatore totale: può essere decisivo da mezzala, da rifinitore, da ala. È devastante, lanciato in profondità spacca le difese. E al tempo stesso insegue chiunque, come fanno i ragazzi della sua generazione che ancora non conoscono la supponenza del divo. Non per niente l'ha preso al volo la Juventus per giugno, lasciando con un palmo di naso le concorrenti di mezza Europa. Inter e Chelsea innanzitutto.
8) Radja Nainggolan
Il ritorno del guerriero. Merito dell'aria di mare, del sorriso di Rolando Maran, dell'affetto di un'isola intera e di un fisico tornato a mostrare la tartaruga e non la panza alcolica. È l'anima del fenomeno Cagliari, un centrocampista di un'altra categoria che solo due stagioni fa portò di peso la Roma in semifinale di Champions. Sarebbe stato utilissimo anche a Conte, soprattutto dopo l'ecatombe in mediana per via degli infortuni, ma talvolta i cocci non si aggiustano (vedi il caso Mandzukic a Torino) e allora è meglio salutarsi senza rancore anche perdendoci dei soldi. A 31 anni il leone belga ha ancora moltissimo da dare e lo sta dando al Cagliari con una generosità totale. A Nahitan Nandez, a Giovanni Simeone, a Joao Pedro, a Luca Pellegrini. A chiunque gli passi accanto con la sua stessa maglia.
9) Lautaro Martinez
Accolto dagli stessi sorrisini di scherno che avevano salutato Gabigol, il centravanti argentino di 22 anni è la testimonianza vivente che l'Inter a trazione cinese ha imparato a stare al mondo. Con 13 gol in 22 partite (5 in Champions) alcuni dei quali stupendi, Lautaro è uno degli attaccanti più feroci e completi d'Europa. Non è un'esagerazione, se è vero che il Barcellona lo ha messo in cima alla lista per sostituire Luis Suarez e il Real Madrid lo considera l'obiettivo numero due se dovesse sfuggirgli Kylian Mbappè. L'Inter teme di perderlo e Beppe Marotta si gioca parte del suo prestigio nel tentativo di far scomparire la clausola di 111 milioni diventata, partita dopo partita, quasi insignificante. Ora si capisce perché il Circo Wanda, al di là del folclore, a Milano non poteva reggere più.
10) Paulo Dybala
Bastava farlo giocare, bastava dargli una base atletica solida in estate e un doveroso quintale di fiducia in campo. Poi a vincere le partite ci pensa lui, con un'accelerazione in dribbling che ha soltanto Leo Messi (unico paragone possibile per il bene del bianconero) e una precisione di tiro da top player. Partendo da dietro è l'attaccante migliore della Juve e sta sfruttando alla perfezione gli spazi che CR7 gli apre portandosi via mezza difesa avversaria. Chi invoca il tridente non gli vuole bene perché il sacrificato a rientrare sarebbe proprio lui, non certo Cristiano e neppure l'hidalgo Gonzalo. E un Dybala con la lingua fuori dopo tre recuperi sarebbe un insulto, come appendere La Gioconda al contrario. In estate Fabio Paratici stava per venderlo allo United. Lui ha detto no, dimostrandosi più juventino del dirigente.
11) Ciro Immobile
Italiano vero. Il bomber di Torre Annunziata fa felice la Lazio con i suoi 84 gol in 120 partite, capocannoniere della Serie A con 17 reti in 15 presenze. Un martello. Un incubo per ogni difesa perché Simone Inzaghi è riuscito a costruire un gioco offensivo che esalta le qualità dello scugnizzo biondo: ripartenze veloci, lanci in profondità, praterie dove Ciro può correre per fare male. Con accanto una seconda punta di fantasia e dribbling come Correa, gode di ancora più spazio e alla soglia dei 30 anni diventa ancora più letale. Se la Lazio è lassù, terza pretendente allo scudetto, il merito è certamente della classe di Milinkovic-Savic, dell'intelligenza di Luis Alberto, del dinamismo di Leiva, Lazzari e Lulic, ma soprattutto delle reti di Immobile. È il più decisivo di tutti, lo dice Sky Sport: i suoi gol hanno portato 14 punti. Oro puro.
Rolando Maran
Gentile e schivo come un trentino che si rispetti, con uno stipendio di 1 milione di euro (11 volte meno di Conte, sei di Sarri e cinque del licenziato Ancelotti) l'inventore del Cagliari dei miracoli è quel che è sempre stato: allenatore di uomini più che inventore di schemi. Ha recuperato alla vita sportiva Robin Olsen, ha reinventato Simeone junior e ha ricaricato le pile di Nainggolan. Questo significa entrare nella testa di un giocatore e convincerlo che l'orizzonte è suo. La tattica viene dopo e dipende da mille variabili: al Chievo, Maran sapeva far suonare il violino come far parcheggiare il pullman sulla linea di porta. A Cagliari vive una stagione da sogno e sembra Gasperini. Con un Papu in meno e un Ninja in più.
I flop della Serie A

Ansa
1) Bartlomiej Dragowski
Nella partita prenatalizia contro la Roma ha mostrato tutto il campionario degli orrori possibili, ma non è questo il motivo per il quale il numero uno della Fiorentina è finito nella tribù dei Musi Lunghi. Il giovane portiere polacco è forte, ha mani e cuore grandi, la scorsa stagione (a soli 21 anni) vantava numeri da fenomeno. Qui non abitano gli scarsi ma i deludenti, i protagonisti mancati, quelli che al Fantacalcio ti fanno prima sognare e poi bestemmiare. E allora largo a Bartolomeo che a maggio è arrivato a un pelo dal salvare l'Empoli nell'epica partita di San Siro (12 parate più un rigore di Icardi) e oggi porta sulle spalle il peso, peraltro condiviso, dei 28 gol subiti in 17 gare da una squadra che avrebbe dovuto lottare per l'Europa e invece rischia di dibattersi nella tonnara della salvezza.
2) Mateo Musacchio
Ha l'aria del capro espiatorio argentino, triste, solitario y final. L'anno scorso il centrale del Milan veniva regolarmente incolpato degli errori in uscita di Gigio Donnarumma (il derby perso nel recupero per una sfarfallata addossata a lui sta in videoteca), oggi è responsabile degli sbandamenti strutturali di una retroguardia che dà sempre l'impressione d'essere improvvisata, in balìa delle imbucate e dei calci piazzati. Se la cerniera di centrocampo va a farfalle, la difesa ne risente. Quella del Milan è un mezzo colabrodo (24 gol subiti, 1,4 a partita) nonostante il valore di Alessio Romagnoli, e le responsabilità di Musacchio sono evidenti. Da qualche settimana la cura di Stefano Pioli stava dando i suoi effetti, poi sui rossoneri si è abbattuta l'Atalanta e tutto è tornato in bilico. Lo staff dirigenziale rossonero ha messo nel mirino Jean Pierre Todibo, giovane centrale di riserva del Barcellona. Non certo per un capriccio.
3) Diego Godin
Chi l'avrebbe mai detto? Eppure è così, non ti basta il nome, non ti serve la carriera e non ti aiuta il precedente di Nemanja Vidic dentro lo stesso spogliatoio qualche anno fa. Il grande difensore uruguagio è arrivato all'Inter a parametro zero dopo un decennio da monumento vivente, proprio per blindare la retroguardia e trasferire nello spogliatoio la mentalità vincente. Risultato: fuori dalla Champions a dicembre, come 12 mesi fa, con un suo assist involontario. E con due aggravanti forse passeggere: la difficoltà ad adattarsi alla difesa a tre di Antonio Conte e lo scivolamento nelle gerarchie interne a beneficio del baby Alessandro Bastoni, oggi ritenuto più tonico, grintoso, perfino affidabile di lui. Lo sbarco in Italia è stato impietoso e nessuno gli ha perdonato nulla, neppure noi. Ma il 2020 potrebbe restituire al calcio il fuoriclasse di sempre, anche se a 34 anni l'avvenire è quasi sempre dietro le spalle.
4) Kostas Manolas
Chi lascia la casa vecchia per quella nuova, e via sdottorando di geronto proverbi. Il greco di Nasso, isola dove Teseo abbandonò Arianna nell'incrocio fra storia e mito, era convinto di poter finalmente lottare per lo scudetto a Napoli, alla corte di Carlo Ancelotti, accanto al bronzo di Riace chiamato Kalidou Koulibaly. Il Saggio e l'Infallibile gli avrebbero cambiato la vita e avrebbero mitigato la malinconia di chi lascia Roma per un altro posto. Invece il Saggio esonerato e l'Infallibile in crisi mistica anche per colpa sua. La coppia non funziona: con Manolas e Koulibaly hai due splendidi atleti, due grandi dell'uno contro uno. Ma non ne hai mezzo che sappia guidare il reparto con la raffinatezza tattica di Raul Albiol. Per verificare i danni basta guardare la classifica, mettere a fuoco la posizione della Roma abbandonata (e libera di ingaggiare Chris Smalling) e quella del Napoli delle speranze tradite. Questo in Italia perché in Champions gli azzurri si trasformano e Manolas potrebbe tornare uno splendido guerriero acheo.
5) Alessandro Florenzi
Da pupillo di Francesco Totti a riserva, fine di un sogno. Non è più il pendolino della domenica pomeriggio, arriva dopo, arriva male e troppo spesso guarda la partita dalla panchina. A 28 anni è troppo presto per imboccare il viale del tramonto, ma Paulo Fonseca lo non lo vede, gli ha preferito fin da subito Leonardo Spinazzola. E quando l'ex Juventus si è infortunato, ha mandato in campo Davide Santon. Terzo di tre, Florenzi, anche se ha giocato da titolare le ultime tre gare dell'anno. Terzo di tre, dopo che l'estate scorsa aveva resistito alla corte dell'Inter per rinnovare con la Magica e proseguire a casa sua una carriera da numero uno del ruolo. Il problema di Florenzi è l'esplosività che non c'è più, o almeno non si vede più senza la continuità. Ha bisogno di giocare, di sentirsi parte del progetto, di «stare lì sempre lì» come l'Oriali di Ligabue. Giocare 20 minuti non ha senso, allora è travolto dalla frenesia, poi dall'insicurezza, infine dalla malinconia.
6) Lucas Paquetà
La notizia non è che il Milan lo abbia messo in vendita per gli stessi 35 milioni pagati un anno fa. Ma che il Paris Saint Germain lo possa acquistare per quella cifra o scambiarlo con Julian Draxler più un po' di soldi. Sembra fantascienza, la storia del fantasista di Rio de Janeiro, ventiduenne giocatore di grande talento e di difficile collocazione tattica. Sembra fantascienza, anche se mitigata dal mentore del centrocampista brasiliano: lo stesso Leonardo che rischia di diventare l'uomo che lo comprò due volte. Paquetà è un ottimo giocatore solitario in un Milan che di solisti inutilmente abbonda. E se prima Gennaro Gattuso, poi Marco Giampaolo, infine Stefano Pioli hanno faticato a trovargli un ruolo in campo, la colpa non è sua. Lui sa chi è e cos'è: uno stupendo centrocampista offensivo che non conosce disciplina tattica e che questo Milan non può permettersi. Troppo anarchico, troppo incostante, troppo bohémien. Ecco, a Parigi potrebbe sfondare, trovare la sua vie en rose. Finché qualcuno non gli chiederà di rincorrere un anonimo mediano del Rennes.
7) Adrien Rabiot
L'enfant prodige di Parigi sta qui in mezzo perché nessuno lo ha ancora visto. È stato inseguito, desiderato, convinto da Gianluigi Buffon nello spogliatoio del Psg a passare dalla Senna al Po. Doveva essere il centrocampista perfetto per completare la raffinatezza del possesso palla della Juve di Sarri; doveva eventualmente dare qualche turno di riposo a Miralem Pjanic in regia. Zero, un fantasma. È vero che scalare posizioni dentro la corazzata bianconera è difficilissimo perché ti trovi davanti Blaise Matuidi, Rodrigo Bentancur, Sami Khedira, Emre Can, Aaron Ramsey (defilato quasi quanto lui), ma sembra che Rabiot l'abbia presa comoda. Non ha inciso, non ha mostrato il suo cambio di passo supportato da un fisico che potrebbe renderlo un fattore. A Sarri il suo piede educato piace parecchio, ma la squadra ha bisogno di altre velocità per supportare Paulo Dybala e Cristiano Ronaldo. Così Rabiot diventa una speranza, un'ipotesi di carta vincente da Champions. A 24 anni c'è tempo, ma non troppo.
8) Hirving Lozano
È il grande cruccio di Aurelio De Laurentiis. Ancora più di Insigne, ancora più dell'ultimo Koulibaly. Credeva di avere ingaggiato un fenomenale rifinitore, ha in casa un malinconico giocoliere con l'autonomia di mezz'ora. Uno spreco di talento (e di denaro, 42 milioni al Psv Eindhoven) enorme. Uno dei motivi dell'allontanamento del compassato Ancelotti. Quello stupendo attaccante messicano dal tiro micidiale utilizzato così poco e così male è uno schiaffo al dio del calcio, ma il problema è nel sistema tattico del Napoli che mai potrebbe - se non cambiando pelle in modo significativo - esaltare le caratteristiche di un genio contropiedista come Lozano. Anche qui arriva in soccorso la Champions. Sarà un paradosso, ma l'incursore messicano ha più possibilità di far impazzire il San Paolo contro il Liverpool che contro la Spal.
9) Cristiano Biraghi
Giocare a tutta fascia è una cayenna, giocare a tutta fascia in una squadra di Conte è quasi un suicidio. Lo è per calciatori speciali, figuriamoci per bravi ragazzi come Biraghi, che stava da re nella Fiorentina e un certo giorno di fine mercato si è ritrovato all'Inter dove era cresciuto e aveva accarezzato la Serie A dalla Primavera. Gettato nella mischia per i limiti fisici (e di usura) di Kwadwo Asamoah, Biraghi ha mostrato generosa applicazione. Che è come dire: limiti su limiti. Preciso senza essere fenomenale in copertura, è praticamente nullo in attacco, dove nessuno gli ha mai insegnato non solo a saltare l'uomo, ma neanche a immaginare di farlo. Così lotta, regge, sbanda, scricchiola, mostra vuoti ma non si arrende. E questa indomita propensione alla sofferenza, al tecnico del parossismo organizzato piace. Bontà sua.
10) Krzysztof Piatek
Se c'è una delusione visibile a occhio nudo in tutto il panorama del pallone italiano, questa delusione è Piatek. È vero che paga una stagione in cui ogni starnuto era un gol; è vero che sconta i limiti strutturali di un club alla ricerca di sé stesso, gestito in modo ragionieristico da un fondo e in modo avventuroso da ex calciatori che si credono manager; è vero che ha sofferto il cambio di quattro allenatori in un anno e mezzo tra Genoa e Milan. Ma il bomber polacco sta facendo una cilecca da paura. E sembra avere perso la caratteristica da grande attaccante: il senso del gol. Adesso arriva male e sbaglia, una due dieci volte. Zlatan Ibrahimovic potrebbe fargli bene, la pressione da gennaio sarà tutta sul vecchio fenomeno svedese e la rinascita di Piatek potrebbe coincidere con il ritorno dei rossoneri dove la storia del calcio li ha voluti, lassù sulle alte cime. Però il giovane polacco (ultimo affare indecente di Enrico Preziosi) dovrà cambiare passo. E da paggio tornare pistolero.
11) Mario Balotelli
Basterebbe la riga con nome e cognome. Più flop di così non è possibile. Non riuscendo a dribblare un paracarro, a correre più veloce di un pensionato con un ginocchio rotto, a inventarsi qualcosa di utile per salvare il suo Brescia (che nobilmente gli aveva teso la mano) colui che si autodefinì fenomeno ha trovato un modo comodo per farsi notare almeno fuori dal campo: si è trasformato in un attivista che lotta contro questa società consumista, razzista e antibalotellista. Neanche fosse dentro Mississippi Burning. Ha cominciato l'anno facendosi sorprendere alle 6 di mattina accanto a una 500 semidistrutta davanti a un cancello. Una partenza da atleta simbolo. Straordinario cannoniere del passato bruciato dall'indolenza e dalla supponenza, Balotelli ormai convince solo qualche nostalgico e qualche sardina, le uniche categorie dello spirito ancora disposte a definirlo una vittima. Ci sarebbe anche Roberto Mancini, che aspetta solo un respiro del nostro (un tiro al volo, un gol di tacco, una spizzata casuale) per portarlo agli Europei. E allungare di qualche mese la lagna di un calciatore fantasma.
Carlo Ancelotti
Dopo l'esonero è stato fermo due settimane. Poi ha vinto al Superenalotto perché passare dai 6,5 milioni del Napoli agli 11,5 all'anno per cinque anni dell'Everton (la seconda squadra in una città nella quale conta solo la prima, il Liverpool) ha in sé qualcosa di metafisico per il tecnico di Reggiolo reduce da una stagione e mezza di aurea mediocritas italiana. È vero, il turno di Champions l'ha passato, ma era un obiettivo minimo per un club come quello partenopeo. E ha perso quelle caratteristiche glamour che, con Sarri in panchina, ne facevano una delle squadre più fascinose d'Europa. Ancelotti è come certi politici di centrosinistra dopo le elezioni: cade sempre in piedi fra gli applausi degli aficionados e della stampa, fondamentale nel rendere eterne e ridondanti le qualità di un bravo tecnico in declino. Il palmarès è dalla sua parte: è stato l'unico a vincere con Milan, Real Madrid, Psg, Chelsea, Bayern Monaco. Ma come dice Mourinho «è stato anche l'unico a perdere una finale di Champions che all'intervallo vinceva 3-0». Il calcio è anche perfidia.
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Il giro di boa s'avvicina, è tempo di bilanci: Radja Nainggolan resuscitato, Aleksandar Kolarov invece è immortale. Paulo Dybala fuori dal cono d'ombra di CR7, la Lazio ha il miglior Ciro Immobile di sempre. E che belva Lautaro Martinez.Diego Godin non è quello visto all'Atletico e Alessandro Florenzi perde colpi. Lucas Paquetà e Adrien Rabiot andrebbero cercati a «Chi l'ha visto?». Piatek non sa più far gol, mentre Balotelli sta bruciando l'ennesima chance.Lo speciale contiene la top e la flop 11 di questa prima parte di stagione.1) Pierluigi Gollini Gollorius, il Rapper con i guanti (dal singolo inciso per divertimento), è entrato nella galleria degli eroi atalantini che hanno conquistato gli ottavi di Champions. Sui bar del Sentierone ha già un tavolino prenotato a vita perché Bergamo non dimentica. Formidabile fra i pali, migliorabile nelle uscite, è una sicurezza per la difesa di Gian Piero Gasperini, che gioca altissima e ha bisogno di un portiere intelligente alle spalle, capace di intuire calcio come il vecchio libero alla Franco Baresi. Lui ha imparato la specialità da italiano con la valigia in mano, andando a fare Erasmus sportivi prima al Manchester United, poi all'Aston Villa. Ha solo 24 anni, già una carriera da giramondo alle spalle e ha staccato il ticket della convocazione in Nazionale. Rappresenta l'Atalanta di Antonio Percassi, un club di Premier League (per visione strategica, organizzazione e concretezza) che gioca casualmente in Italia. 2) Aleksandar Kolarov Il nonno sta bene di salute e dà lezioni gratis di terzinaggio moderno. Sornione, apparentemente trapassato remoto per quelle ombre argentate che ne segnano la capigliatura, Kolarov è la Treccani del ruolo. Difende da duro, attacca da ala e tira punizioni da artigliere sul Montello. A 34 anni manda a casa gli influencer della fascia (per esempio Andrea Conti e Valentino Lazaro), domina a destra ed è uno dei motori della Roma di Paulo Fonseca, una macchina sportiva affascinante in cui ribelli di genio come Lorenzo Pellegrini e Nicolò Zaniolo hanno bisogno, per crescere, del vecchio guerriero serbo. Per Natale la Roma gli ha proposto il prolungamento del contratto a 3 milioni di euro più la promessa di entrare nel parco dirigenti a fine carriera. Per come è andata a Totti e De Rossi, fidarsi è bene. Fino a un certo punto.3) Stefan De Vrij Fosforo olandese, niente di meno. Avrebbe potuto giocare scampoli nell'Arancia Meccanica di Johann Cruijff al posto di Wim Rijsbergen o Arie Haan, e in questo momento è nettamente il miglior centrale nella batteria dell'Inter capolista ex-aequo. Tra l'altro la squadra con la miglior difesa (14 gol subiti) della Serie A. La sua classe spicca quando fraseggia accanto al più ruvido Milan Skriniar, il suo senso della posizione è di un altro pianeta rispetto a quello (rivedibile nella sua avventura italiana) di Diego Godin. Il gioco di Conte parte spesso da lui, l'attaccante più intelligente degli avversari si infrange spesso davanti a lui. Un difetto ce l'ha, come tutti, ed è pure grave: ogni tanto si bea della propria classe e si perde la punta avversaria nell'area affollata. Ma questo capita anche al numero uno del ruolo, Koulibaly, in crisi esistenziale per mancanza di serenità.4) Leonardo Bonucci È la bandiera che sventola su Iwo Jima, aspettando Giorgio Chiellini. È l'eterno baluardo di una difesa storica, non sempre impenetrabile ma fra le più affidabili d'Europa. La Juve non può prescindere da lui soprattutto in questa fase di inserimento di nuovi volti e di nuove professionalità, per esempio quella del giovanissimo Matthijs De Ligt, fisicamente fortissimo ma acerbo per contrastare le malizie dell'italianuzzo campionato nostro. Fondamentale come collante dello spogliatoio, imprescindibile come guida del reparto, Bonucci ha il 50% dei meriti (l'altro 50% ce l'ha Wojciech Szczesny) d'una difesa che regge ogni urto benché sia un cantiere della metropolitana. In un contesto come questo la richiesta dei tifosi di far giocare stabilmente il tridente (CR7-Dybala-Higuain) più che affascinare Sarri, lo terrorizza. 5) Theo Hernandez Forse la scelta è azzardata, ma nel Milan alla deriva che aspetta Ibrahimovic come il cavaliere della valle solitaria (sicuri che non sarebbe servito di più Mario Mandzukic?), il marsigliese di 22 anni è una pepita che brilla nella notte. Un continuo pericolo per gli avversari, dinamismo straripante, quattro gol come Krzysztof Piatek (giudizio implicito sul crollo del puntero polacco), Hernandez in questi mesi di depressione collettiva è stato così bravo da raddoppiare quasi il suo valore di mercato, da 20 a 35 milioni, un mezzo miracolo economico. L'unico della gestione Boban-Maldini-Gazidis. Ma Theo quei soldi li vale tutti, anzi li valeva anche due anni fa, quando il Real Madrid lo mise sotto contratto per poi mandarlo a far malinconia in provincia. Ricominciare da Hernandez senza rischiare di perderlo è l'imperativo del club. Come lui, fino a qui, solo Robin Gosens dell'Atalanta, che meriterebbe la medaglia per il valore aggiunto dei risultati. Ma la Dea non ha bisogno di incoraggiamento, il Milan sì.6) Miralem Pjanic Se parliamo di direttori d'orchestra non possiamo che partire da lui. Sullo stesso podio che era di Pirlo (equiparazione meritata), il bosniaco è il numero uno per intelligenza tattica, classe, lancio lungo, pericolosità balistica e cattiveria nel far sentire i tacchetti a fil di caviglia. Quando c'è, innesca Cristiano Ronaldo e Paulo Dybala con palloni letali dai giri contati. Quando non c'è, la Juventus è un'altra squadra. E ce ne siamo accorti tutti a Riad nella finale di Supercoppa persa contro la Lazio, dove Pjanic ha mandato l'ologramma. Stanco, spompato dalla pretesa dei «150 tocchi» voluti da Sarri, inerme davanti al dinamismo esplosivo di Luis Alberto. Quando si spegne la luce al regista, sono dolori e sono sconfitte. Questo rafforza la necessità di recuperarlo in pieno per le sfide di Champions in primavera. Quando Pjanic è al massimo anche gente da battaglia come Marcelo Brozovic e Allan sembra giocare in un campionato minore.7) Dejan Kulusevski Nella sua lunga stagione d'oro, l'Atalanta riesce a far diventare fenomeni non solo i suoi giocatori, ma anche quelli mandati in prestito. È il caso di Kulu, 19 anni, svedese di origine macedone (stesso impasto scandinavo-balcanico di Ibrahimovic), esploso in autunno e punto fermo del centrocampo del Parma. È un colpo di genio del guru del settore giovanile bergamasco Giovanni Sartori. Inserito nella lista delle rivelazioni mondiali dell'anno dal Guardian, ora vale 40 milioni ed è un giocatore totale: può essere decisivo da mezzala, da rifinitore, da ala. È devastante, lanciato in profondità spacca le difese. E al tempo stesso insegue chiunque, come fanno i ragazzi della sua generazione che ancora non conoscono la supponenza del divo. Non per niente l'ha preso al volo la Juventus per giugno, lasciando con un palmo di naso le concorrenti di mezza Europa. Inter e Chelsea innanzitutto. 8) Radja Nainggolan Il ritorno del guerriero. Merito dell'aria di mare, del sorriso di Rolando Maran, dell'affetto di un'isola intera e di un fisico tornato a mostrare la tartaruga e non la panza alcolica. È l'anima del fenomeno Cagliari, un centrocampista di un'altra categoria che solo due stagioni fa portò di peso la Roma in semifinale di Champions. Sarebbe stato utilissimo anche a Conte, soprattutto dopo l'ecatombe in mediana per via degli infortuni, ma talvolta i cocci non si aggiustano (vedi il caso Mandzukic a Torino) e allora è meglio salutarsi senza rancore anche perdendoci dei soldi. A 31 anni il leone belga ha ancora moltissimo da dare e lo sta dando al Cagliari con una generosità totale. A Nahitan Nandez, a Giovanni Simeone, a Joao Pedro, a Luca Pellegrini. A chiunque gli passi accanto con la sua stessa maglia.9) Lautaro Martinez Accolto dagli stessi sorrisini di scherno che avevano salutato Gabigol, il centravanti argentino di 22 anni è la testimonianza vivente che l'Inter a trazione cinese ha imparato a stare al mondo. Con 13 gol in 22 partite (5 in Champions) alcuni dei quali stupendi, Lautaro è uno degli attaccanti più feroci e completi d'Europa. Non è un'esagerazione, se è vero che il Barcellona lo ha messo in cima alla lista per sostituire Luis Suarez e il Real Madrid lo considera l'obiettivo numero due se dovesse sfuggirgli Kylian Mbappè. L'Inter teme di perderlo e Beppe Marotta si gioca parte del suo prestigio nel tentativo di far scomparire la clausola di 111 milioni diventata, partita dopo partita, quasi insignificante. Ora si capisce perché il Circo Wanda, al di là del folclore, a Milano non poteva reggere più.10) Paulo Dybala Bastava farlo giocare, bastava dargli una base atletica solida in estate e un doveroso quintale di fiducia in campo. Poi a vincere le partite ci pensa lui, con un'accelerazione in dribbling che ha soltanto Leo Messi (unico paragone possibile per il bene del bianconero) e una precisione di tiro da top player. Partendo da dietro è l'attaccante migliore della Juve e sta sfruttando alla perfezione gli spazi che CR7 gli apre portandosi via mezza difesa avversaria. Chi invoca il tridente non gli vuole bene perché il sacrificato a rientrare sarebbe proprio lui, non certo Cristiano e neppure l'hidalgo Gonzalo. E un Dybala con la lingua fuori dopo tre recuperi sarebbe un insulto, come appendere La Gioconda al contrario. In estate Fabio Paratici stava per venderlo allo United. Lui ha detto no, dimostrandosi più juventino del dirigente. 11) Ciro Immobile Italiano vero. Il bomber di Torre Annunziata fa felice la Lazio con i suoi 84 gol in 120 partite, capocannoniere della Serie A con 17 reti in 15 presenze. Un martello. Un incubo per ogni difesa perché Simone Inzaghi è riuscito a costruire un gioco offensivo che esalta le qualità dello scugnizzo biondo: ripartenze veloci, lanci in profondità, praterie dove Ciro può correre per fare male. Con accanto una seconda punta di fantasia e dribbling come Correa, gode di ancora più spazio e alla soglia dei 30 anni diventa ancora più letale. Se la Lazio è lassù, terza pretendente allo scudetto, il merito è certamente della classe di Milinkovic-Savic, dell'intelligenza di Luis Alberto, del dinamismo di Leiva, Lazzari e Lulic, ma soprattutto delle reti di Immobile. È il più decisivo di tutti, lo dice Sky Sport: i suoi gol hanno portato 14 punti. Oro puro. Rolando Maran Gentile e schivo come un trentino che si rispetti, con uno stipendio di 1 milione di euro (11 volte meno di Conte, sei di Sarri e cinque del licenziato Ancelotti) l'inventore del Cagliari dei miracoli è quel che è sempre stato: allenatore di uomini più che inventore di schemi. Ha recuperato alla vita sportiva Robin Olsen, ha reinventato Simeone junior e ha ricaricato le pile di Nainggolan. Questo significa entrare nella testa di un giocatore e convincerlo che l'orizzonte è suo. La tattica viene dopo e dipende da mille variabili: al Chievo, Maran sapeva far suonare il violino come far parcheggiare il pullman sulla linea di porta. A Cagliari vive una stagione da sogno e sembra Gasperini. Con un Papu in meno e un Ninja in più. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/promossi-e-bocciati-le-pagelle-della-serie-a-2643771725.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-flop-della-serie-a" data-post-id="2643771725" data-published-at="1782626561" data-use-pagination="False"> I flop della Serie A Ansa 1) Bartlomiej Dragowski Nella partita prenatalizia contro la Roma ha mostrato tutto il campionario degli orrori possibili, ma non è questo il motivo per il quale il numero uno della Fiorentina è finito nella tribù dei Musi Lunghi. Il giovane portiere polacco è forte, ha mani e cuore grandi, la scorsa stagione (a soli 21 anni) vantava numeri da fenomeno. Qui non abitano gli scarsi ma i deludenti, i protagonisti mancati, quelli che al Fantacalcio ti fanno prima sognare e poi bestemmiare. E allora largo a Bartolomeo che a maggio è arrivato a un pelo dal salvare l'Empoli nell'epica partita di San Siro (12 parate più un rigore di Icardi) e oggi porta sulle spalle il peso, peraltro condiviso, dei 28 gol subiti in 17 gare da una squadra che avrebbe dovuto lottare per l'Europa e invece rischia di dibattersi nella tonnara della salvezza. 2) Mateo Musacchio Ha l'aria del capro espiatorio argentino, triste, solitario y final. L'anno scorso il centrale del Milan veniva regolarmente incolpato degli errori in uscita di Gigio Donnarumma (il derby perso nel recupero per una sfarfallata addossata a lui sta in videoteca), oggi è responsabile degli sbandamenti strutturali di una retroguardia che dà sempre l'impressione d'essere improvvisata, in balìa delle imbucate e dei calci piazzati. Se la cerniera di centrocampo va a farfalle, la difesa ne risente. Quella del Milan è un mezzo colabrodo (24 gol subiti, 1,4 a partita) nonostante il valore di Alessio Romagnoli, e le responsabilità di Musacchio sono evidenti. Da qualche settimana la cura di Stefano Pioli stava dando i suoi effetti, poi sui rossoneri si è abbattuta l'Atalanta e tutto è tornato in bilico. Lo staff dirigenziale rossonero ha messo nel mirino Jean Pierre Todibo, giovane centrale di riserva del Barcellona. Non certo per un capriccio. 3) Diego Godin Chi l'avrebbe mai detto? Eppure è così, non ti basta il nome, non ti serve la carriera e non ti aiuta il precedente di Nemanja Vidic dentro lo stesso spogliatoio qualche anno fa. Il grande difensore uruguagio è arrivato all'Inter a parametro zero dopo un decennio da monumento vivente, proprio per blindare la retroguardia e trasferire nello spogliatoio la mentalità vincente. Risultato: fuori dalla Champions a dicembre, come 12 mesi fa, con un suo assist involontario. E con due aggravanti forse passeggere: la difficoltà ad adattarsi alla difesa a tre di Antonio Conte e lo scivolamento nelle gerarchie interne a beneficio del baby Alessandro Bastoni, oggi ritenuto più tonico, grintoso, perfino affidabile di lui. Lo sbarco in Italia è stato impietoso e nessuno gli ha perdonato nulla, neppure noi. Ma il 2020 potrebbe restituire al calcio il fuoriclasse di sempre, anche se a 34 anni l'avvenire è quasi sempre dietro le spalle. 4) Kostas Manolas Chi lascia la casa vecchia per quella nuova, e via sdottorando di geronto proverbi. Il greco di Nasso, isola dove Teseo abbandonò Arianna nell'incrocio fra storia e mito, era convinto di poter finalmente lottare per lo scudetto a Napoli, alla corte di Carlo Ancelotti, accanto al bronzo di Riace chiamato Kalidou Koulibaly. Il Saggio e l'Infallibile gli avrebbero cambiato la vita e avrebbero mitigato la malinconia di chi lascia Roma per un altro posto. Invece il Saggio esonerato e l'Infallibile in crisi mistica anche per colpa sua. La coppia non funziona: con Manolas e Koulibaly hai due splendidi atleti, due grandi dell'uno contro uno. Ma non ne hai mezzo che sappia guidare il reparto con la raffinatezza tattica di Raul Albiol. Per verificare i danni basta guardare la classifica, mettere a fuoco la posizione della Roma abbandonata (e libera di ingaggiare Chris Smalling) e quella del Napoli delle speranze tradite. Questo in Italia perché in Champions gli azzurri si trasformano e Manolas potrebbe tornare uno splendido guerriero acheo. 5) Alessandro Florenzi Da pupillo di Francesco Totti a riserva, fine di un sogno. Non è più il pendolino della domenica pomeriggio, arriva dopo, arriva male e troppo spesso guarda la partita dalla panchina. A 28 anni è troppo presto per imboccare il viale del tramonto, ma Paulo Fonseca lo non lo vede, gli ha preferito fin da subito Leonardo Spinazzola. E quando l'ex Juventus si è infortunato, ha mandato in campo Davide Santon. Terzo di tre, Florenzi, anche se ha giocato da titolare le ultime tre gare dell'anno. Terzo di tre, dopo che l'estate scorsa aveva resistito alla corte dell'Inter per rinnovare con la Magica e proseguire a casa sua una carriera da numero uno del ruolo. Il problema di Florenzi è l'esplosività che non c'è più, o almeno non si vede più senza la continuità. Ha bisogno di giocare, di sentirsi parte del progetto, di «stare lì sempre lì» come l'Oriali di Ligabue. Giocare 20 minuti non ha senso, allora è travolto dalla frenesia, poi dall'insicurezza, infine dalla malinconia. 6) Lucas Paquetà La notizia non è che il Milan lo abbia messo in vendita per gli stessi 35 milioni pagati un anno fa. Ma che il Paris Saint Germain lo possa acquistare per quella cifra o scambiarlo con Julian Draxler più un po' di soldi. Sembra fantascienza, la storia del fantasista di Rio de Janeiro, ventiduenne giocatore di grande talento e di difficile collocazione tattica. Sembra fantascienza, anche se mitigata dal mentore del centrocampista brasiliano: lo stesso Leonardo che rischia di diventare l'uomo che lo comprò due volte. Paquetà è un ottimo giocatore solitario in un Milan che di solisti inutilmente abbonda. E se prima Gennaro Gattuso, poi Marco Giampaolo, infine Stefano Pioli hanno faticato a trovargli un ruolo in campo, la colpa non è sua. Lui sa chi è e cos'è: uno stupendo centrocampista offensivo che non conosce disciplina tattica e che questo Milan non può permettersi. Troppo anarchico, troppo incostante, troppo bohémien. Ecco, a Parigi potrebbe sfondare, trovare la sua vie en rose. Finché qualcuno non gli chiederà di rincorrere un anonimo mediano del Rennes. 7) Adrien Rabiot L'enfant prodige di Parigi sta qui in mezzo perché nessuno lo ha ancora visto. È stato inseguito, desiderato, convinto da Gianluigi Buffon nello spogliatoio del Psg a passare dalla Senna al Po. Doveva essere il centrocampista perfetto per completare la raffinatezza del possesso palla della Juve di Sarri; doveva eventualmente dare qualche turno di riposo a Miralem Pjanic in regia. Zero, un fantasma. È vero che scalare posizioni dentro la corazzata bianconera è difficilissimo perché ti trovi davanti Blaise Matuidi, Rodrigo Bentancur, Sami Khedira, Emre Can, Aaron Ramsey (defilato quasi quanto lui), ma sembra che Rabiot l'abbia presa comoda. Non ha inciso, non ha mostrato il suo cambio di passo supportato da un fisico che potrebbe renderlo un fattore. A Sarri il suo piede educato piace parecchio, ma la squadra ha bisogno di altre velocità per supportare Paulo Dybala e Cristiano Ronaldo. Così Rabiot diventa una speranza, un'ipotesi di carta vincente da Champions. A 24 anni c'è tempo, ma non troppo. 8) Hirving Lozano È il grande cruccio di Aurelio De Laurentiis. Ancora più di Insigne, ancora più dell'ultimo Koulibaly. Credeva di avere ingaggiato un fenomenale rifinitore, ha in casa un malinconico giocoliere con l'autonomia di mezz'ora. Uno spreco di talento (e di denaro, 42 milioni al Psv Eindhoven) enorme. Uno dei motivi dell'allontanamento del compassato Ancelotti. Quello stupendo attaccante messicano dal tiro micidiale utilizzato così poco e così male è uno schiaffo al dio del calcio, ma il problema è nel sistema tattico del Napoli che mai potrebbe - se non cambiando pelle in modo significativo - esaltare le caratteristiche di un genio contropiedista come Lozano. Anche qui arriva in soccorso la Champions. Sarà un paradosso, ma l'incursore messicano ha più possibilità di far impazzire il San Paolo contro il Liverpool che contro la Spal. 9) Cristiano Biraghi Giocare a tutta fascia è una cayenna, giocare a tutta fascia in una squadra di Conte è quasi un suicidio. Lo è per calciatori speciali, figuriamoci per bravi ragazzi come Biraghi, che stava da re nella Fiorentina e un certo giorno di fine mercato si è ritrovato all'Inter dove era cresciuto e aveva accarezzato la Serie A dalla Primavera. Gettato nella mischia per i limiti fisici (e di usura) di Kwadwo Asamoah, Biraghi ha mostrato generosa applicazione. Che è come dire: limiti su limiti. Preciso senza essere fenomenale in copertura, è praticamente nullo in attacco, dove nessuno gli ha mai insegnato non solo a saltare l'uomo, ma neanche a immaginare di farlo. Così lotta, regge, sbanda, scricchiola, mostra vuoti ma non si arrende. E questa indomita propensione alla sofferenza, al tecnico del parossismo organizzato piace. Bontà sua. 10) Krzysztof Piatek Se c'è una delusione visibile a occhio nudo in tutto il panorama del pallone italiano, questa delusione è Piatek. È vero che paga una stagione in cui ogni starnuto era un gol; è vero che sconta i limiti strutturali di un club alla ricerca di sé stesso, gestito in modo ragionieristico da un fondo e in modo avventuroso da ex calciatori che si credono manager; è vero che ha sofferto il cambio di quattro allenatori in un anno e mezzo tra Genoa e Milan. Ma il bomber polacco sta facendo una cilecca da paura. E sembra avere perso la caratteristica da grande attaccante: il senso del gol. Adesso arriva male e sbaglia, una due dieci volte. Zlatan Ibrahimovic potrebbe fargli bene, la pressione da gennaio sarà tutta sul vecchio fenomeno svedese e la rinascita di Piatek potrebbe coincidere con il ritorno dei rossoneri dove la storia del calcio li ha voluti, lassù sulle alte cime. Però il giovane polacco (ultimo affare indecente di Enrico Preziosi) dovrà cambiare passo. E da paggio tornare pistolero. 11) Mario Balotelli Basterebbe la riga con nome e cognome. Più flop di così non è possibile. Non riuscendo a dribblare un paracarro, a correre più veloce di un pensionato con un ginocchio rotto, a inventarsi qualcosa di utile per salvare il suo Brescia (che nobilmente gli aveva teso la mano) colui che si autodefinì fenomeno ha trovato un modo comodo per farsi notare almeno fuori dal campo: si è trasformato in un attivista che lotta contro questa società consumista, razzista e antibalotellista. Neanche fosse dentro Mississippi Burning. Ha cominciato l'anno facendosi sorprendere alle 6 di mattina accanto a una 500 semidistrutta davanti a un cancello. Una partenza da atleta simbolo. Straordinario cannoniere del passato bruciato dall'indolenza e dalla supponenza, Balotelli ormai convince solo qualche nostalgico e qualche sardina, le uniche categorie dello spirito ancora disposte a definirlo una vittima. Ci sarebbe anche Roberto Mancini, che aspetta solo un respiro del nostro (un tiro al volo, un gol di tacco, una spizzata casuale) per portarlo agli Europei. E allungare di qualche mese la lagna di un calciatore fantasma. Carlo Ancelotti Dopo l'esonero è stato fermo due settimane. Poi ha vinto al Superenalotto perché passare dai 6,5 milioni del Napoli agli 11,5 all'anno per cinque anni dell'Everton (la seconda squadra in una città nella quale conta solo la prima, il Liverpool) ha in sé qualcosa di metafisico per il tecnico di Reggiolo reduce da una stagione e mezza di aurea mediocritas italiana. È vero, il turno di Champions l'ha passato, ma era un obiettivo minimo per un club come quello partenopeo. E ha perso quelle caratteristiche glamour che, con Sarri in panchina, ne facevano una delle squadre più fascinose d'Europa. Ancelotti è come certi politici di centrosinistra dopo le elezioni: cade sempre in piedi fra gli applausi degli aficionados e della stampa, fondamentale nel rendere eterne e ridondanti le qualità di un bravo tecnico in declino. Il palmarès è dalla sua parte: è stato l'unico a vincere con Milan, Real Madrid, Psg, Chelsea, Bayern Monaco. Ma come dice Mourinho «è stato anche l'unico a perdere una finale di Champions che all'intervallo vinceva 3-0». Il calcio è anche perfidia.
Giuseppe Conte (Ansa)
Su questo svicola, soprattutto dall’invito a presentarsi davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sfruttando cavilli procedurali legati alla propria nomina a commissario.
Adesso però è arrivato il momento di metterci un punto. Mentre fino ad oggi erano soprattutto quelli di Fratelli d’Italia a stare con il fiato sul collo all’ex premier, ora ci si sono messi anche i leghisti a colpire duro. «Conte venga in audizione a spiegare in che modo è stato gestito l’acquisto delle mascherine», incalza la deputata della Lega e capogruppo in Commissione d’inchiesta Covid, Simona Loizzo. «Deve chiarire le criticità che stiamo facendo emergere in commissione, da cui prende forma un quadro inquietante». La collega senatrice della Lega, Tilde Minasi, rilancia: «Il comportamento ostruzionistico di Conte e i suoi continui tentativi di sottrarsi al confronto istituzionale rappresentano uno schiaffo ai cittadini italiani. È nostro dovere fare piena luce sull’utilizzo dei soldi pubblici in un momento in cui la nazione era paralizzata da confinamenti stringenti e da rigide restrizioni della libertà personali, spesso imposte tramite decreti d’urgenza non adeguatamente supportati da evidenze scientifiche condivise e trasparenti».
Se davvero Conte non ha nulla da nascondere, così come non esita a dichiarare sulla stampa, perché è restio ad andare a riferire in commissione? Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, rincara: «Conte parla dovunque di Covid tranne dove dovrebbe, cioè la commissione d’inchiesta, mentre escono notizie preoccupanti di presunte fatture false intestate a consorzi cinesi fittizi per una commessa di mascherine farlocche di oltre un miliardo di euro. Il tutto senza gara ma con un affidamento diretto». Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, chiede addirittura le sue dimissioni: «Conte si è fatto nominare componente di commissione nella consapevolezza che un commissario non può essere audito, creandosi così una sorta di immunità. Ci sono tanti aspetti su cui è doveroso fare luce. Stiamo combattendo contro il tempo perché l’ostruzionismo della sinistra ha fatto iniziare i lavori con due anni di ritardo».
Il leader M5s sceglie Repubblica per spararle grosse sostenendo di non saperne nulla: «Dal 2021 ho chiarito decine di volte che non mi sono mai occupato di contratti per l’acquisto di mascherine e respiratori, né di quali imprese o professionisti fossero coinvolti». Circostanza a dir poco risibile. E rigira addirittura la frittata: «Secondo voi è pensabile che un presidente del Consiglio possa pensare ai contratti delle mascherine? Siamo sicuri che nessun esponente di vertice di Fratelli d’Italia si sia preoccupato di suggerire o raccomandare imprese o professionisti?». Per il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, «va fatta chiarezza», perché «si sta evidenziando un uso del denaro pubblico caratterizzato da ombre e opacità, e soprattutto sugli affidamenti diretti di materiale sanitario si starebbe delineando un sistema che avrebbe favorito alcune consulenze e in particolare alcune aziende rispetto ad altre».
Conte fa la vittima attaccando i giornalisti, i quotidiani considerati nemici e il fantasmagorico sistema mediatico schierato contro di lui. L’atto di accusa è sempre lo stesso: se la prende con le televisioni che, secondo lui, sarebbero controllate dal governo. Chi osa porre l’accento sul dossier viene investito dall’ira contiana che la butta in caciara: «Il caldo ha dato alla testa a qualcuno, hanno individuato in me il nemico pubblico numero uno».
«Io sulla gestione Covid», si giustifica, «sono andato a fornire tutte le spiegazioni nei tribunali ricavandone una completa archiviazione, ho dato tutte le risposte di fronte all’opinione pubblica in decine e decine di interviste, ho comunicato subito la mia disponibilità anche ad essere audito dalla commissione Covid diventata un tribunale politico di FdI contro il sottoscritto senza ricevere risposte. Sono anni che ho dato la mia disponibilità a essere audito, solo che a questa disponibilità non è stato dato alcun seguito. Attendo quindi di sapere la data della mia audizione, perché è in corso un gioco sporco che non posso più permettere».
Ma la questione non è così semplice dato che, come detto, Conte fa parte della commissione Covid e la prassi parlamentare impedisce che venga convocato come testimone. Un cortocircuito procedurale che ha risvolti essenziali: capire se e come una commissione possa ascoltare in audizione un proprio componente. Facendosi nominare membro della stessa commissione, Conte ha sfruttato una prassi parlamentare non scritta per evitare l’audizione, creando di fatto una sorta di scudo protettivo. Una «stortura» che ha spinto i presidenti di Camera e Senato a convocare la Giunta per il regolamento per cercare una via d’uscita.
Il costituzionalista Tommaso Edoardo Frosini smonta però questo «scudo» e spiega subito come risolvere il cortocircuito: «È obbligato a spiegare, lo stabilisce la Carta». Non ci sono più scuse.
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Hormuz riapre e il petrolio cala, ma restano tensioni nell’OPEC. Reti elettriche sotto stress, carbone cinese e crisi Volkswagen.
Domenico Arcuri (Ansa)
Quasi per gioco ha inviato un messaggio a un amico per informarlo dell’avvistamento. Da qui è rimasto segnato sul cellulare l’orario d’arrivo. Ma dopo circa mezz’ora, il testimone ha avuto una visione che ha reso quell’incontro fortuito una notizia. Ebbene, verso le 20:30, nel portone si è infilato, a passo svelto, l’ex premier Giuseppe Conte.
Una coincidenza? Oppure il presidente del M5s è andato a discutere con il suo vecchio collaboratore? E di cosa?
Quel che è certo è che da giorni stanno montando le polemiche per la mancata audizione dell’ex premier in Commissione Covid.
Il motivo lo ricostruisce con La Verità il presidente Marco Lisei: «Un membro di una commissione d’inchiesta, quale è Conte, non può essere audito. Ma lui dice di essere disponibile a rispondere e, per questo, oltre un anno fa gli ho proposto di dimettersi, farsi audire e poi rientrare in commissione. Pochi giorni fa anche i presidenti di Camera e Senato hanno fatto capire che è una strada percorribile. Ma, di fronte a questa mia proposta, ha risposto negativamente. Mi pare che non abbia la volontà di rispondere alle domande dei commissari».
Ieri, in un’intervista alla Repubblica, Conte ha dato la sua versione: «Sono anni che ho dato la mia disponibilità a essere audito». E ha accusato Palazzo Chigi di avere dato l’ordine ai commissari di Fdi di screditare la sua persona: «È in corso un gioco sporco che non posso più permettere».
Il cuore del problema sono le provvigioni multimilionarie dietro all’appalto da 1,25 miliardi di euro e 800 milioni di mascherine cinesi rivelate da questo giornale nel novembre del 2020. Una vicenda che abbiamo sviscerato per più di un lustro e che, a distanza di anni, ha iniziato a interessare anche altre testate, sebbene a livello giudiziario e investigativo non ci siano reali novità rispetto a quanto da noi già raccontato. Conte ha respinto per l’ennesima volta i sospetti che lo inseguono dal nostro primo scoop, con queste parole: «Non mi sono mai occupato di contratti per l’acquisto di mascherine e respiratori, né di quali imprese o professionisti fossero coinvolti».
Di fronte all’incredulità dell’intervistatore («Come è possibile che lei non si occupasse delle forniture?»), l’ex premier non ha fatto un plissé: «Ma scusate, torniamo a quei mesi, con un’Italia in ginocchio e la riorganizzazione di un intero Paese da gestire, secondo voi è pensabile che un presidente del Consiglio possa pensare ai contratti delle mascherine?».
Purtroppo pm e giudici non hanno trovato nessun colpevole per quell’enorme spreco di denaro pubblico e Conte ha gioco facile nel rimarcare che «sono vicende che, da un punto di vista giudiziario, si sono tutte tradotte in un nulla di fatto». E per questo è meglio tornare alla nostra storia e alla bella piazza nel cuore di Roma.
Il 17 giugno, alle 8:30 del mattino, in commissione, succede qualcosa.
Durante la riunione dell’Ufficio di presidenza, convocato per discutere di nuove deleghe, è venuto fuori il tema, caro al Pd, di una seconda audizione di Arcuri. Una proposta su cui i dem insistono da inizio anno.
Il presidente Lisei, pur non sapendo che cosa Arcuri abbia di tanto importante da riferire, essendo già stato ascoltato per diverse ore, ha, però, ricordato che l’ex commissario non sarebbe più stato sentito in libera audizione, ma, come viene fatto da mesi, «a testimonianza», cioè come tutti i testi dei processi penali, a cui è fatto divieto assoluto di mentire, pena l’incriminazione per falsa testimonianza.
A quel punto sarebbe intervenuto il deputato pentastellato Alfonso Colucci, unico rappresentante delle opposizioni presente quel giorno: «No, Arcuri non si può sentire a testimonianza visto il ruolo che ha ricoperto», avrebbe dichiarato.
La notizia diventa subito virale e La Verità, il 18 giugno, titola: «Il Movimento 5 stelle pretende che Arcuri possa mentire sul Covid».
La stessa sera Arcuri e Conte si incontrano a casa del primo. Il giorno dopo l’ex commissario Covid invia al presidente Lisei una lettera in cui spiega di essere pronto a dire tutta la sua verità, alle condizioni della commissione: «Avendo appreso da alcuni organi di stampa i contenuti di discussioni che si sarebbero tenute in seno all’Ufficio di Presidenza della Commissione che Lei presiede e che riguarderebbero una mia futura audizione, ritengo doveroso comunicarLe con questa mia che non sussiste da parte del sottoscritto alcun problema né alcun impedimento ad essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale, come peraltro previsto dalla vigente normativa» si legge nella missiva.
Che prosegue così: «Colgo altresì l’occasione per ribadire a Lei, come ho già fatto con gli Uffici della Commissione, il mio auspicio ad essere audito, Le ripeto in qualsiasi forma si riterrà opportuna, con l’esclusivo fine di dare ai componenti la Commissione un contributo autentico e complessivo intorno all’effettivo svolgimento dei fatti che hanno caratterizzato una stagione così drammatica per il nostro Paese, come quella della pandemia, fornendo loro il più adeguato materiale probatorio».
La lettera è stata concordata con Conte la sera precedente? Entrambi negano. L’ex premier prima ci spiega la natura del suo rapporto con il manager: «Da quando Arcuri è stato attaccato, pur essendo uscito indenne dalle inchieste della magistratura, gli ho offerto la mia solidarietà, apprezzando l’impegno con cui ha servito il Paese. La campagna di fango contro di lui è assolutamente indegna». E la cena del 18 giugno? Lo staff del presidente del Movimento è netto: «Arcuri e Conte non hanno mai parlato di eventuali lettere che Arcuri avrebbe fatto pervenire nei giorni successivi alla Commissione».
L’ex ad di Invitalia, dal suo buen retiro toscano, è molto meno sintetico: «Visto quello che leggo da parte di altri giornali, ho nostalgia di voi. Fate con profondità il vostro lavoro, poi certo, ognuno ha le sue idee, ma lo fate con un tasso di professionalità informativa che altrove non trovo».
Per questo accetta di spiegare il legame con Giuseppi, la cena del 18 giugno e che cosa potrebbe svelare nella sua possibile prossima audizione.
La prima risposta è sulla frequentazione: «Quando Conte è diventato presidente del Consiglio, io non l’avevo mai visto in vita mia. Abbiamo collaborato per questioni legate al Mezzogiorno per il mio ruolo di amministratore delegato di Invitalia. Quando mi ha chiesto di fare il commissario ho accettato e abbiamo stabilito, come con tutti gli attori di quella stagione, un rapporto di consuetudine. Lo chiami lei come vuole. Dopodiché, viste le tristi vicende che mi hanno colpito, diciamo che questo rapporto di consuetudine e di collaborazione si è trasformato in un rapporto di amicizia».
Gli chiediamo se il trait d’union possa essere stato Massimo D’Alema, in buoni rapporti con entrambi, e Arcuri risponde: «No, il rapporto tra me e Conte è nato, dimostrabilmente, sulle politiche innovative per lo sviluppo del Mezzogiorno che il governo Conte 1 avviò con Invitalia protagonista. Non ho nessun problema a dirle che mi capita di vedere Conte anche in questo periodo, mentre D’Alema io non lo incontro da molti anni». E con Giuseppi ogni quanto vi incrociate? L’ex commissario resta sul vago: «Ci capita di vederci, ma non è che abbiamo appuntamenti fissi, né ricorrenti».
Quindi il discorso passa alla lettera inviata alla Commissione: «È un anno e mezzo che io chiedo di essere audito. Sono stato sentito solo per la vicenda Jc electronics (società che per il Tribunale di Roma sarebbe stata ingiustamente estromessa dalla fornitura di mascherine, ndr) e, in quell’occasione, ero limitato, non potevo raccontare l’emergenza». Arcuri non si tiene: «Le opposizioni chiedono invano da un anno e mezzo che io venga chiamato. Sono stato inserito inutilmente nella loro lista delle persone da audire. Dopodiché ho letto che in un ufficio di presidenza si è detto che io dovessi essere sentito in libera audizione e che per alcuni media questo significava che si voleva che io andassi a dire menzogne. Allora ho preso carta e penna e ho detto: “Io vengo nella forma che volete voi”». Arcuri insiste sul fatto che è pronto a portare in commissione «adeguato materiale probatorio».
L’ex ad di Invitalia nega che la missiva sia da collegare all’incontro con Conte: «Si immagini se abbiamo parlato della lettera, quella è stata un mio automatismo, scattato dopo che mi sono indignato la mattina di fronte ai titoli dei giornali… con tutto quello che mi è successo, secondo lei, ho problemi ad andare in escussione testimoniale?».
A questo punto ci promette un’esclusiva, ma solo dopo l’audizione e ci annuncia che è pronto a mostrarci documenti inediti: «Facciamo un’intervista aperta in cui mi chiedete quello che volete. Avrei piacere di darvi anche un po’ di carte, perché ormai sono pubbliche, soltanto che non tutti hanno accesso. Il mio problema, sempre perché sono uno stupido amante delle istituzioni, è che io vorrei capire se questi signori mi audiscono, perché se non lo faranno, mi sentirò libero di venire da voi e dire ciò che voglio, visto che ho chiesto di farlo in commissione, senza riuscirci».
Gli spieghiamo che ci risulta difficile credere che, dopo gli articoli del 18 giugno, lui e Conte non abbiano discusso della lettera, ma Arcuri è irremovibile: «Il tema della serata non è stato quello. Con lui parliamo di tutto e di niente come persone che hanno condiviso una stagione brutta, e noi solo sappiamo quanto brutta, e che si sentono ingiustamente perseguitati».
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