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2020-01-04
Promossi e bocciati. Le pagelle della Serie A
Ansa
1) Pierluigi Gollini
Gollorius, il Rapper con i guanti (dal singolo inciso per divertimento), è entrato nella galleria degli eroi atalantini che hanno conquistato gli ottavi di Champions. Sui bar del Sentierone ha già un tavolino prenotato a vita perché Bergamo non dimentica. Formidabile fra i pali, migliorabile nelle uscite, è una sicurezza per la difesa di Gian Piero Gasperini, che gioca altissima e ha bisogno di un portiere intelligente alle spalle, capace di intuire calcio come il vecchio libero alla Franco Baresi. Lui ha imparato la specialità da italiano con la valigia in mano, andando a fare Erasmus sportivi prima al Manchester United, poi all'Aston Villa. Ha solo 24 anni, già una carriera da giramondo alle spalle e ha staccato il ticket della convocazione in Nazionale. Rappresenta l'Atalanta di Antonio Percassi, un club di Premier League (per visione strategica, organizzazione e concretezza) che gioca casualmente in Italia.
2) Aleksandar Kolarov
Il nonno sta bene di salute e dà lezioni gratis di terzinaggio moderno. Sornione, apparentemente trapassato remoto per quelle ombre argentate che ne segnano la capigliatura, Kolarov è la Treccani del ruolo. Difende da duro, attacca da ala e tira punizioni da artigliere sul Montello. A 34 anni manda a casa gli influencer della fascia (per esempio Andrea Conti e Valentino Lazaro), domina a destra ed è uno dei motori della Roma di Paulo Fonseca, una macchina sportiva affascinante in cui ribelli di genio come Lorenzo Pellegrini e Nicolò Zaniolo hanno bisogno, per crescere, del vecchio guerriero serbo. Per Natale la Roma gli ha proposto il prolungamento del contratto a 3 milioni di euro più la promessa di entrare nel parco dirigenti a fine carriera. Per come è andata a Totti e De Rossi, fidarsi è bene. Fino a un certo punto.
3) Stefan De Vrij
Fosforo olandese, niente di meno. Avrebbe potuto giocare scampoli nell'Arancia Meccanica di Johann Cruijff al posto di Wim Rijsbergen o Arie Haan, e in questo momento è nettamente il miglior centrale nella batteria dell'Inter capolista ex-aequo. Tra l'altro la squadra con la miglior difesa (14 gol subiti) della Serie A. La sua classe spicca quando fraseggia accanto al più ruvido Milan Skriniar, il suo senso della posizione è di un altro pianeta rispetto a quello (rivedibile nella sua avventura italiana) di Diego Godin. Il gioco di Conte parte spesso da lui, l'attaccante più intelligente degli avversari si infrange spesso davanti a lui. Un difetto ce l'ha, come tutti, ed è pure grave: ogni tanto si bea della propria classe e si perde la punta avversaria nell'area affollata. Ma questo capita anche al numero uno del ruolo, Koulibaly, in crisi esistenziale per mancanza di serenità.
4) Leonardo Bonucci
È la bandiera che sventola su Iwo Jima, aspettando Giorgio Chiellini. È l'eterno baluardo di una difesa storica, non sempre impenetrabile ma fra le più affidabili d'Europa. La Juve non può prescindere da lui soprattutto in questa fase di inserimento di nuovi volti e di nuove professionalità, per esempio quella del giovanissimo Matthijs De Ligt, fisicamente fortissimo ma acerbo per contrastare le malizie dell'italianuzzo campionato nostro. Fondamentale come collante dello spogliatoio, imprescindibile come guida del reparto, Bonucci ha il 50% dei meriti (l'altro 50% ce l'ha Wojciech Szczesny) d'una difesa che regge ogni urto benché sia un cantiere della metropolitana. In un contesto come questo la richiesta dei tifosi di far giocare stabilmente il tridente (CR7-Dybala-Higuain) più che affascinare Sarri, lo terrorizza.
5) Theo Hernandez
Forse la scelta è azzardata, ma nel Milan alla deriva che aspetta Ibrahimovic come il cavaliere della valle solitaria (sicuri che non sarebbe servito di più Mario Mandzukic?), il marsigliese di 22 anni è una pepita che brilla nella notte. Un continuo pericolo per gli avversari, dinamismo straripante, quattro gol come Krzysztof Piatek (giudizio implicito sul crollo del puntero polacco), Hernandez in questi mesi di depressione collettiva è stato così bravo da raddoppiare quasi il suo valore di mercato, da 20 a 35 milioni, un mezzo miracolo economico. L'unico della gestione Boban-Maldini-Gazidis. Ma Theo quei soldi li vale tutti, anzi li valeva anche due anni fa, quando il Real Madrid lo mise sotto contratto per poi mandarlo a far malinconia in provincia. Ricominciare da Hernandez senza rischiare di perderlo è l'imperativo del club. Come lui, fino a qui, solo Robin Gosens dell'Atalanta, che meriterebbe la medaglia per il valore aggiunto dei risultati. Ma la Dea non ha bisogno di incoraggiamento, il Milan sì.
6) Miralem Pjanic
Se parliamo di direttori d'orchestra non possiamo che partire da lui. Sullo stesso podio che era di Pirlo (equiparazione meritata), il bosniaco è il numero uno per intelligenza tattica, classe, lancio lungo, pericolosità balistica e cattiveria nel far sentire i tacchetti a fil di caviglia. Quando c'è, innesca Cristiano Ronaldo e Paulo Dybala con palloni letali dai giri contati. Quando non c'è, la Juventus è un'altra squadra. E ce ne siamo accorti tutti a Riad nella finale di Supercoppa persa contro la Lazio, dove Pjanic ha mandato l'ologramma. Stanco, spompato dalla pretesa dei «150 tocchi» voluti da Sarri, inerme davanti al dinamismo esplosivo di Luis Alberto. Quando si spegne la luce al regista, sono dolori e sono sconfitte. Questo rafforza la necessità di recuperarlo in pieno per le sfide di Champions in primavera. Quando Pjanic è al massimo anche gente da battaglia come Marcelo Brozovic e Allan sembra giocare in un campionato minore.
7) Dejan Kulusevski
Nella sua lunga stagione d'oro, l'Atalanta riesce a far diventare fenomeni non solo i suoi giocatori, ma anche quelli mandati in prestito. È il caso di Kulu, 19 anni, svedese di origine macedone (stesso impasto scandinavo-balcanico di Ibrahimovic), esploso in autunno e punto fermo del centrocampo del Parma. È un colpo di genio del guru del settore giovanile bergamasco Giovanni Sartori. Inserito nella lista delle rivelazioni mondiali dell'anno dal Guardian, ora vale 40 milioni ed è un giocatore totale: può essere decisivo da mezzala, da rifinitore, da ala. È devastante, lanciato in profondità spacca le difese. E al tempo stesso insegue chiunque, come fanno i ragazzi della sua generazione che ancora non conoscono la supponenza del divo. Non per niente l'ha preso al volo la Juventus per giugno, lasciando con un palmo di naso le concorrenti di mezza Europa. Inter e Chelsea innanzitutto.
8) Radja Nainggolan
Il ritorno del guerriero. Merito dell'aria di mare, del sorriso di Rolando Maran, dell'affetto di un'isola intera e di un fisico tornato a mostrare la tartaruga e non la panza alcolica. È l'anima del fenomeno Cagliari, un centrocampista di un'altra categoria che solo due stagioni fa portò di peso la Roma in semifinale di Champions. Sarebbe stato utilissimo anche a Conte, soprattutto dopo l'ecatombe in mediana per via degli infortuni, ma talvolta i cocci non si aggiustano (vedi il caso Mandzukic a Torino) e allora è meglio salutarsi senza rancore anche perdendoci dei soldi. A 31 anni il leone belga ha ancora moltissimo da dare e lo sta dando al Cagliari con una generosità totale. A Nahitan Nandez, a Giovanni Simeone, a Joao Pedro, a Luca Pellegrini. A chiunque gli passi accanto con la sua stessa maglia.
9) Lautaro Martinez
Accolto dagli stessi sorrisini di scherno che avevano salutato Gabigol, il centravanti argentino di 22 anni è la testimonianza vivente che l'Inter a trazione cinese ha imparato a stare al mondo. Con 13 gol in 22 partite (5 in Champions) alcuni dei quali stupendi, Lautaro è uno degli attaccanti più feroci e completi d'Europa. Non è un'esagerazione, se è vero che il Barcellona lo ha messo in cima alla lista per sostituire Luis Suarez e il Real Madrid lo considera l'obiettivo numero due se dovesse sfuggirgli Kylian Mbappè. L'Inter teme di perderlo e Beppe Marotta si gioca parte del suo prestigio nel tentativo di far scomparire la clausola di 111 milioni diventata, partita dopo partita, quasi insignificante. Ora si capisce perché il Circo Wanda, al di là del folclore, a Milano non poteva reggere più.
10) Paulo Dybala
Bastava farlo giocare, bastava dargli una base atletica solida in estate e un doveroso quintale di fiducia in campo. Poi a vincere le partite ci pensa lui, con un'accelerazione in dribbling che ha soltanto Leo Messi (unico paragone possibile per il bene del bianconero) e una precisione di tiro da top player. Partendo da dietro è l'attaccante migliore della Juve e sta sfruttando alla perfezione gli spazi che CR7 gli apre portandosi via mezza difesa avversaria. Chi invoca il tridente non gli vuole bene perché il sacrificato a rientrare sarebbe proprio lui, non certo Cristiano e neppure l'hidalgo Gonzalo. E un Dybala con la lingua fuori dopo tre recuperi sarebbe un insulto, come appendere La Gioconda al contrario. In estate Fabio Paratici stava per venderlo allo United. Lui ha detto no, dimostrandosi più juventino del dirigente.
11) Ciro Immobile
Italiano vero. Il bomber di Torre Annunziata fa felice la Lazio con i suoi 84 gol in 120 partite, capocannoniere della Serie A con 17 reti in 15 presenze. Un martello. Un incubo per ogni difesa perché Simone Inzaghi è riuscito a costruire un gioco offensivo che esalta le qualità dello scugnizzo biondo: ripartenze veloci, lanci in profondità, praterie dove Ciro può correre per fare male. Con accanto una seconda punta di fantasia e dribbling come Correa, gode di ancora più spazio e alla soglia dei 30 anni diventa ancora più letale. Se la Lazio è lassù, terza pretendente allo scudetto, il merito è certamente della classe di Milinkovic-Savic, dell'intelligenza di Luis Alberto, del dinamismo di Leiva, Lazzari e Lulic, ma soprattutto delle reti di Immobile. È il più decisivo di tutti, lo dice Sky Sport: i suoi gol hanno portato 14 punti. Oro puro.
Rolando Maran
Gentile e schivo come un trentino che si rispetti, con uno stipendio di 1 milione di euro (11 volte meno di Conte, sei di Sarri e cinque del licenziato Ancelotti) l'inventore del Cagliari dei miracoli è quel che è sempre stato: allenatore di uomini più che inventore di schemi. Ha recuperato alla vita sportiva Robin Olsen, ha reinventato Simeone junior e ha ricaricato le pile di Nainggolan. Questo significa entrare nella testa di un giocatore e convincerlo che l'orizzonte è suo. La tattica viene dopo e dipende da mille variabili: al Chievo, Maran sapeva far suonare il violino come far parcheggiare il pullman sulla linea di porta. A Cagliari vive una stagione da sogno e sembra Gasperini. Con un Papu in meno e un Ninja in più.
I flop della Serie A

Ansa
1) Bartlomiej Dragowski
Nella partita prenatalizia contro la Roma ha mostrato tutto il campionario degli orrori possibili, ma non è questo il motivo per il quale il numero uno della Fiorentina è finito nella tribù dei Musi Lunghi. Il giovane portiere polacco è forte, ha mani e cuore grandi, la scorsa stagione (a soli 21 anni) vantava numeri da fenomeno. Qui non abitano gli scarsi ma i deludenti, i protagonisti mancati, quelli che al Fantacalcio ti fanno prima sognare e poi bestemmiare. E allora largo a Bartolomeo che a maggio è arrivato a un pelo dal salvare l'Empoli nell'epica partita di San Siro (12 parate più un rigore di Icardi) e oggi porta sulle spalle il peso, peraltro condiviso, dei 28 gol subiti in 17 gare da una squadra che avrebbe dovuto lottare per l'Europa e invece rischia di dibattersi nella tonnara della salvezza.
2) Mateo Musacchio
Ha l'aria del capro espiatorio argentino, triste, solitario y final. L'anno scorso il centrale del Milan veniva regolarmente incolpato degli errori in uscita di Gigio Donnarumma (il derby perso nel recupero per una sfarfallata addossata a lui sta in videoteca), oggi è responsabile degli sbandamenti strutturali di una retroguardia che dà sempre l'impressione d'essere improvvisata, in balìa delle imbucate e dei calci piazzati. Se la cerniera di centrocampo va a farfalle, la difesa ne risente. Quella del Milan è un mezzo colabrodo (24 gol subiti, 1,4 a partita) nonostante il valore di Alessio Romagnoli, e le responsabilità di Musacchio sono evidenti. Da qualche settimana la cura di Stefano Pioli stava dando i suoi effetti, poi sui rossoneri si è abbattuta l'Atalanta e tutto è tornato in bilico. Lo staff dirigenziale rossonero ha messo nel mirino Jean Pierre Todibo, giovane centrale di riserva del Barcellona. Non certo per un capriccio.
3) Diego Godin
Chi l'avrebbe mai detto? Eppure è così, non ti basta il nome, non ti serve la carriera e non ti aiuta il precedente di Nemanja Vidic dentro lo stesso spogliatoio qualche anno fa. Il grande difensore uruguagio è arrivato all'Inter a parametro zero dopo un decennio da monumento vivente, proprio per blindare la retroguardia e trasferire nello spogliatoio la mentalità vincente. Risultato: fuori dalla Champions a dicembre, come 12 mesi fa, con un suo assist involontario. E con due aggravanti forse passeggere: la difficoltà ad adattarsi alla difesa a tre di Antonio Conte e lo scivolamento nelle gerarchie interne a beneficio del baby Alessandro Bastoni, oggi ritenuto più tonico, grintoso, perfino affidabile di lui. Lo sbarco in Italia è stato impietoso e nessuno gli ha perdonato nulla, neppure noi. Ma il 2020 potrebbe restituire al calcio il fuoriclasse di sempre, anche se a 34 anni l'avvenire è quasi sempre dietro le spalle.
4) Kostas Manolas
Chi lascia la casa vecchia per quella nuova, e via sdottorando di geronto proverbi. Il greco di Nasso, isola dove Teseo abbandonò Arianna nell'incrocio fra storia e mito, era convinto di poter finalmente lottare per lo scudetto a Napoli, alla corte di Carlo Ancelotti, accanto al bronzo di Riace chiamato Kalidou Koulibaly. Il Saggio e l'Infallibile gli avrebbero cambiato la vita e avrebbero mitigato la malinconia di chi lascia Roma per un altro posto. Invece il Saggio esonerato e l'Infallibile in crisi mistica anche per colpa sua. La coppia non funziona: con Manolas e Koulibaly hai due splendidi atleti, due grandi dell'uno contro uno. Ma non ne hai mezzo che sappia guidare il reparto con la raffinatezza tattica di Raul Albiol. Per verificare i danni basta guardare la classifica, mettere a fuoco la posizione della Roma abbandonata (e libera di ingaggiare Chris Smalling) e quella del Napoli delle speranze tradite. Questo in Italia perché in Champions gli azzurri si trasformano e Manolas potrebbe tornare uno splendido guerriero acheo.
5) Alessandro Florenzi
Da pupillo di Francesco Totti a riserva, fine di un sogno. Non è più il pendolino della domenica pomeriggio, arriva dopo, arriva male e troppo spesso guarda la partita dalla panchina. A 28 anni è troppo presto per imboccare il viale del tramonto, ma Paulo Fonseca lo non lo vede, gli ha preferito fin da subito Leonardo Spinazzola. E quando l'ex Juventus si è infortunato, ha mandato in campo Davide Santon. Terzo di tre, Florenzi, anche se ha giocato da titolare le ultime tre gare dell'anno. Terzo di tre, dopo che l'estate scorsa aveva resistito alla corte dell'Inter per rinnovare con la Magica e proseguire a casa sua una carriera da numero uno del ruolo. Il problema di Florenzi è l'esplosività che non c'è più, o almeno non si vede più senza la continuità. Ha bisogno di giocare, di sentirsi parte del progetto, di «stare lì sempre lì» come l'Oriali di Ligabue. Giocare 20 minuti non ha senso, allora è travolto dalla frenesia, poi dall'insicurezza, infine dalla malinconia.
6) Lucas Paquetà
La notizia non è che il Milan lo abbia messo in vendita per gli stessi 35 milioni pagati un anno fa. Ma che il Paris Saint Germain lo possa acquistare per quella cifra o scambiarlo con Julian Draxler più un po' di soldi. Sembra fantascienza, la storia del fantasista di Rio de Janeiro, ventiduenne giocatore di grande talento e di difficile collocazione tattica. Sembra fantascienza, anche se mitigata dal mentore del centrocampista brasiliano: lo stesso Leonardo che rischia di diventare l'uomo che lo comprò due volte. Paquetà è un ottimo giocatore solitario in un Milan che di solisti inutilmente abbonda. E se prima Gennaro Gattuso, poi Marco Giampaolo, infine Stefano Pioli hanno faticato a trovargli un ruolo in campo, la colpa non è sua. Lui sa chi è e cos'è: uno stupendo centrocampista offensivo che non conosce disciplina tattica e che questo Milan non può permettersi. Troppo anarchico, troppo incostante, troppo bohémien. Ecco, a Parigi potrebbe sfondare, trovare la sua vie en rose. Finché qualcuno non gli chiederà di rincorrere un anonimo mediano del Rennes.
7) Adrien Rabiot
L'enfant prodige di Parigi sta qui in mezzo perché nessuno lo ha ancora visto. È stato inseguito, desiderato, convinto da Gianluigi Buffon nello spogliatoio del Psg a passare dalla Senna al Po. Doveva essere il centrocampista perfetto per completare la raffinatezza del possesso palla della Juve di Sarri; doveva eventualmente dare qualche turno di riposo a Miralem Pjanic in regia. Zero, un fantasma. È vero che scalare posizioni dentro la corazzata bianconera è difficilissimo perché ti trovi davanti Blaise Matuidi, Rodrigo Bentancur, Sami Khedira, Emre Can, Aaron Ramsey (defilato quasi quanto lui), ma sembra che Rabiot l'abbia presa comoda. Non ha inciso, non ha mostrato il suo cambio di passo supportato da un fisico che potrebbe renderlo un fattore. A Sarri il suo piede educato piace parecchio, ma la squadra ha bisogno di altre velocità per supportare Paulo Dybala e Cristiano Ronaldo. Così Rabiot diventa una speranza, un'ipotesi di carta vincente da Champions. A 24 anni c'è tempo, ma non troppo.
8) Hirving Lozano
È il grande cruccio di Aurelio De Laurentiis. Ancora più di Insigne, ancora più dell'ultimo Koulibaly. Credeva di avere ingaggiato un fenomenale rifinitore, ha in casa un malinconico giocoliere con l'autonomia di mezz'ora. Uno spreco di talento (e di denaro, 42 milioni al Psv Eindhoven) enorme. Uno dei motivi dell'allontanamento del compassato Ancelotti. Quello stupendo attaccante messicano dal tiro micidiale utilizzato così poco e così male è uno schiaffo al dio del calcio, ma il problema è nel sistema tattico del Napoli che mai potrebbe - se non cambiando pelle in modo significativo - esaltare le caratteristiche di un genio contropiedista come Lozano. Anche qui arriva in soccorso la Champions. Sarà un paradosso, ma l'incursore messicano ha più possibilità di far impazzire il San Paolo contro il Liverpool che contro la Spal.
9) Cristiano Biraghi
Giocare a tutta fascia è una cayenna, giocare a tutta fascia in una squadra di Conte è quasi un suicidio. Lo è per calciatori speciali, figuriamoci per bravi ragazzi come Biraghi, che stava da re nella Fiorentina e un certo giorno di fine mercato si è ritrovato all'Inter dove era cresciuto e aveva accarezzato la Serie A dalla Primavera. Gettato nella mischia per i limiti fisici (e di usura) di Kwadwo Asamoah, Biraghi ha mostrato generosa applicazione. Che è come dire: limiti su limiti. Preciso senza essere fenomenale in copertura, è praticamente nullo in attacco, dove nessuno gli ha mai insegnato non solo a saltare l'uomo, ma neanche a immaginare di farlo. Così lotta, regge, sbanda, scricchiola, mostra vuoti ma non si arrende. E questa indomita propensione alla sofferenza, al tecnico del parossismo organizzato piace. Bontà sua.
10) Krzysztof Piatek
Se c'è una delusione visibile a occhio nudo in tutto il panorama del pallone italiano, questa delusione è Piatek. È vero che paga una stagione in cui ogni starnuto era un gol; è vero che sconta i limiti strutturali di un club alla ricerca di sé stesso, gestito in modo ragionieristico da un fondo e in modo avventuroso da ex calciatori che si credono manager; è vero che ha sofferto il cambio di quattro allenatori in un anno e mezzo tra Genoa e Milan. Ma il bomber polacco sta facendo una cilecca da paura. E sembra avere perso la caratteristica da grande attaccante: il senso del gol. Adesso arriva male e sbaglia, una due dieci volte. Zlatan Ibrahimovic potrebbe fargli bene, la pressione da gennaio sarà tutta sul vecchio fenomeno svedese e la rinascita di Piatek potrebbe coincidere con il ritorno dei rossoneri dove la storia del calcio li ha voluti, lassù sulle alte cime. Però il giovane polacco (ultimo affare indecente di Enrico Preziosi) dovrà cambiare passo. E da paggio tornare pistolero.
11) Mario Balotelli
Basterebbe la riga con nome e cognome. Più flop di così non è possibile. Non riuscendo a dribblare un paracarro, a correre più veloce di un pensionato con un ginocchio rotto, a inventarsi qualcosa di utile per salvare il suo Brescia (che nobilmente gli aveva teso la mano) colui che si autodefinì fenomeno ha trovato un modo comodo per farsi notare almeno fuori dal campo: si è trasformato in un attivista che lotta contro questa società consumista, razzista e antibalotellista. Neanche fosse dentro Mississippi Burning. Ha cominciato l'anno facendosi sorprendere alle 6 di mattina accanto a una 500 semidistrutta davanti a un cancello. Una partenza da atleta simbolo. Straordinario cannoniere del passato bruciato dall'indolenza e dalla supponenza, Balotelli ormai convince solo qualche nostalgico e qualche sardina, le uniche categorie dello spirito ancora disposte a definirlo una vittima. Ci sarebbe anche Roberto Mancini, che aspetta solo un respiro del nostro (un tiro al volo, un gol di tacco, una spizzata casuale) per portarlo agli Europei. E allungare di qualche mese la lagna di un calciatore fantasma.
Carlo Ancelotti
Dopo l'esonero è stato fermo due settimane. Poi ha vinto al Superenalotto perché passare dai 6,5 milioni del Napoli agli 11,5 all'anno per cinque anni dell'Everton (la seconda squadra in una città nella quale conta solo la prima, il Liverpool) ha in sé qualcosa di metafisico per il tecnico di Reggiolo reduce da una stagione e mezza di aurea mediocritas italiana. È vero, il turno di Champions l'ha passato, ma era un obiettivo minimo per un club come quello partenopeo. E ha perso quelle caratteristiche glamour che, con Sarri in panchina, ne facevano una delle squadre più fascinose d'Europa. Ancelotti è come certi politici di centrosinistra dopo le elezioni: cade sempre in piedi fra gli applausi degli aficionados e della stampa, fondamentale nel rendere eterne e ridondanti le qualità di un bravo tecnico in declino. Il palmarès è dalla sua parte: è stato l'unico a vincere con Milan, Real Madrid, Psg, Chelsea, Bayern Monaco. Ma come dice Mourinho «è stato anche l'unico a perdere una finale di Champions che all'intervallo vinceva 3-0». Il calcio è anche perfidia.
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Il giro di boa s'avvicina, è tempo di bilanci: Radja Nainggolan resuscitato, Aleksandar Kolarov invece è immortale. Paulo Dybala fuori dal cono d'ombra di CR7, la Lazio ha il miglior Ciro Immobile di sempre. E che belva Lautaro Martinez.Diego Godin non è quello visto all'Atletico e Alessandro Florenzi perde colpi. Lucas Paquetà e Adrien Rabiot andrebbero cercati a «Chi l'ha visto?». Piatek non sa più far gol, mentre Balotelli sta bruciando l'ennesima chance.Lo speciale contiene la top e la flop 11 di questa prima parte di stagione.1) Pierluigi Gollini Gollorius, il Rapper con i guanti (dal singolo inciso per divertimento), è entrato nella galleria degli eroi atalantini che hanno conquistato gli ottavi di Champions. Sui bar del Sentierone ha già un tavolino prenotato a vita perché Bergamo non dimentica. Formidabile fra i pali, migliorabile nelle uscite, è una sicurezza per la difesa di Gian Piero Gasperini, che gioca altissima e ha bisogno di un portiere intelligente alle spalle, capace di intuire calcio come il vecchio libero alla Franco Baresi. Lui ha imparato la specialità da italiano con la valigia in mano, andando a fare Erasmus sportivi prima al Manchester United, poi all'Aston Villa. Ha solo 24 anni, già una carriera da giramondo alle spalle e ha staccato il ticket della convocazione in Nazionale. Rappresenta l'Atalanta di Antonio Percassi, un club di Premier League (per visione strategica, organizzazione e concretezza) che gioca casualmente in Italia. 2) Aleksandar Kolarov Il nonno sta bene di salute e dà lezioni gratis di terzinaggio moderno. Sornione, apparentemente trapassato remoto per quelle ombre argentate che ne segnano la capigliatura, Kolarov è la Treccani del ruolo. Difende da duro, attacca da ala e tira punizioni da artigliere sul Montello. A 34 anni manda a casa gli influencer della fascia (per esempio Andrea Conti e Valentino Lazaro), domina a destra ed è uno dei motori della Roma di Paulo Fonseca, una macchina sportiva affascinante in cui ribelli di genio come Lorenzo Pellegrini e Nicolò Zaniolo hanno bisogno, per crescere, del vecchio guerriero serbo. Per Natale la Roma gli ha proposto il prolungamento del contratto a 3 milioni di euro più la promessa di entrare nel parco dirigenti a fine carriera. Per come è andata a Totti e De Rossi, fidarsi è bene. Fino a un certo punto.3) Stefan De Vrij Fosforo olandese, niente di meno. Avrebbe potuto giocare scampoli nell'Arancia Meccanica di Johann Cruijff al posto di Wim Rijsbergen o Arie Haan, e in questo momento è nettamente il miglior centrale nella batteria dell'Inter capolista ex-aequo. Tra l'altro la squadra con la miglior difesa (14 gol subiti) della Serie A. La sua classe spicca quando fraseggia accanto al più ruvido Milan Skriniar, il suo senso della posizione è di un altro pianeta rispetto a quello (rivedibile nella sua avventura italiana) di Diego Godin. Il gioco di Conte parte spesso da lui, l'attaccante più intelligente degli avversari si infrange spesso davanti a lui. Un difetto ce l'ha, come tutti, ed è pure grave: ogni tanto si bea della propria classe e si perde la punta avversaria nell'area affollata. Ma questo capita anche al numero uno del ruolo, Koulibaly, in crisi esistenziale per mancanza di serenità.4) Leonardo Bonucci È la bandiera che sventola su Iwo Jima, aspettando Giorgio Chiellini. È l'eterno baluardo di una difesa storica, non sempre impenetrabile ma fra le più affidabili d'Europa. La Juve non può prescindere da lui soprattutto in questa fase di inserimento di nuovi volti e di nuove professionalità, per esempio quella del giovanissimo Matthijs De Ligt, fisicamente fortissimo ma acerbo per contrastare le malizie dell'italianuzzo campionato nostro. Fondamentale come collante dello spogliatoio, imprescindibile come guida del reparto, Bonucci ha il 50% dei meriti (l'altro 50% ce l'ha Wojciech Szczesny) d'una difesa che regge ogni urto benché sia un cantiere della metropolitana. In un contesto come questo la richiesta dei tifosi di far giocare stabilmente il tridente (CR7-Dybala-Higuain) più che affascinare Sarri, lo terrorizza. 5) Theo Hernandez Forse la scelta è azzardata, ma nel Milan alla deriva che aspetta Ibrahimovic come il cavaliere della valle solitaria (sicuri che non sarebbe servito di più Mario Mandzukic?), il marsigliese di 22 anni è una pepita che brilla nella notte. Un continuo pericolo per gli avversari, dinamismo straripante, quattro gol come Krzysztof Piatek (giudizio implicito sul crollo del puntero polacco), Hernandez in questi mesi di depressione collettiva è stato così bravo da raddoppiare quasi il suo valore di mercato, da 20 a 35 milioni, un mezzo miracolo economico. L'unico della gestione Boban-Maldini-Gazidis. Ma Theo quei soldi li vale tutti, anzi li valeva anche due anni fa, quando il Real Madrid lo mise sotto contratto per poi mandarlo a far malinconia in provincia. Ricominciare da Hernandez senza rischiare di perderlo è l'imperativo del club. Come lui, fino a qui, solo Robin Gosens dell'Atalanta, che meriterebbe la medaglia per il valore aggiunto dei risultati. Ma la Dea non ha bisogno di incoraggiamento, il Milan sì.6) Miralem Pjanic Se parliamo di direttori d'orchestra non possiamo che partire da lui. Sullo stesso podio che era di Pirlo (equiparazione meritata), il bosniaco è il numero uno per intelligenza tattica, classe, lancio lungo, pericolosità balistica e cattiveria nel far sentire i tacchetti a fil di caviglia. Quando c'è, innesca Cristiano Ronaldo e Paulo Dybala con palloni letali dai giri contati. Quando non c'è, la Juventus è un'altra squadra. E ce ne siamo accorti tutti a Riad nella finale di Supercoppa persa contro la Lazio, dove Pjanic ha mandato l'ologramma. Stanco, spompato dalla pretesa dei «150 tocchi» voluti da Sarri, inerme davanti al dinamismo esplosivo di Luis Alberto. Quando si spegne la luce al regista, sono dolori e sono sconfitte. Questo rafforza la necessità di recuperarlo in pieno per le sfide di Champions in primavera. Quando Pjanic è al massimo anche gente da battaglia come Marcelo Brozovic e Allan sembra giocare in un campionato minore.7) Dejan Kulusevski Nella sua lunga stagione d'oro, l'Atalanta riesce a far diventare fenomeni non solo i suoi giocatori, ma anche quelli mandati in prestito. È il caso di Kulu, 19 anni, svedese di origine macedone (stesso impasto scandinavo-balcanico di Ibrahimovic), esploso in autunno e punto fermo del centrocampo del Parma. È un colpo di genio del guru del settore giovanile bergamasco Giovanni Sartori. Inserito nella lista delle rivelazioni mondiali dell'anno dal Guardian, ora vale 40 milioni ed è un giocatore totale: può essere decisivo da mezzala, da rifinitore, da ala. È devastante, lanciato in profondità spacca le difese. E al tempo stesso insegue chiunque, come fanno i ragazzi della sua generazione che ancora non conoscono la supponenza del divo. Non per niente l'ha preso al volo la Juventus per giugno, lasciando con un palmo di naso le concorrenti di mezza Europa. Inter e Chelsea innanzitutto. 8) Radja Nainggolan Il ritorno del guerriero. Merito dell'aria di mare, del sorriso di Rolando Maran, dell'affetto di un'isola intera e di un fisico tornato a mostrare la tartaruga e non la panza alcolica. È l'anima del fenomeno Cagliari, un centrocampista di un'altra categoria che solo due stagioni fa portò di peso la Roma in semifinale di Champions. Sarebbe stato utilissimo anche a Conte, soprattutto dopo l'ecatombe in mediana per via degli infortuni, ma talvolta i cocci non si aggiustano (vedi il caso Mandzukic a Torino) e allora è meglio salutarsi senza rancore anche perdendoci dei soldi. A 31 anni il leone belga ha ancora moltissimo da dare e lo sta dando al Cagliari con una generosità totale. A Nahitan Nandez, a Giovanni Simeone, a Joao Pedro, a Luca Pellegrini. A chiunque gli passi accanto con la sua stessa maglia.9) Lautaro Martinez Accolto dagli stessi sorrisini di scherno che avevano salutato Gabigol, il centravanti argentino di 22 anni è la testimonianza vivente che l'Inter a trazione cinese ha imparato a stare al mondo. Con 13 gol in 22 partite (5 in Champions) alcuni dei quali stupendi, Lautaro è uno degli attaccanti più feroci e completi d'Europa. Non è un'esagerazione, se è vero che il Barcellona lo ha messo in cima alla lista per sostituire Luis Suarez e il Real Madrid lo considera l'obiettivo numero due se dovesse sfuggirgli Kylian Mbappè. L'Inter teme di perderlo e Beppe Marotta si gioca parte del suo prestigio nel tentativo di far scomparire la clausola di 111 milioni diventata, partita dopo partita, quasi insignificante. Ora si capisce perché il Circo Wanda, al di là del folclore, a Milano non poteva reggere più.10) Paulo Dybala Bastava farlo giocare, bastava dargli una base atletica solida in estate e un doveroso quintale di fiducia in campo. Poi a vincere le partite ci pensa lui, con un'accelerazione in dribbling che ha soltanto Leo Messi (unico paragone possibile per il bene del bianconero) e una precisione di tiro da top player. Partendo da dietro è l'attaccante migliore della Juve e sta sfruttando alla perfezione gli spazi che CR7 gli apre portandosi via mezza difesa avversaria. Chi invoca il tridente non gli vuole bene perché il sacrificato a rientrare sarebbe proprio lui, non certo Cristiano e neppure l'hidalgo Gonzalo. E un Dybala con la lingua fuori dopo tre recuperi sarebbe un insulto, come appendere La Gioconda al contrario. In estate Fabio Paratici stava per venderlo allo United. Lui ha detto no, dimostrandosi più juventino del dirigente. 11) Ciro Immobile Italiano vero. Il bomber di Torre Annunziata fa felice la Lazio con i suoi 84 gol in 120 partite, capocannoniere della Serie A con 17 reti in 15 presenze. Un martello. Un incubo per ogni difesa perché Simone Inzaghi è riuscito a costruire un gioco offensivo che esalta le qualità dello scugnizzo biondo: ripartenze veloci, lanci in profondità, praterie dove Ciro può correre per fare male. Con accanto una seconda punta di fantasia e dribbling come Correa, gode di ancora più spazio e alla soglia dei 30 anni diventa ancora più letale. Se la Lazio è lassù, terza pretendente allo scudetto, il merito è certamente della classe di Milinkovic-Savic, dell'intelligenza di Luis Alberto, del dinamismo di Leiva, Lazzari e Lulic, ma soprattutto delle reti di Immobile. È il più decisivo di tutti, lo dice Sky Sport: i suoi gol hanno portato 14 punti. Oro puro. Rolando Maran Gentile e schivo come un trentino che si rispetti, con uno stipendio di 1 milione di euro (11 volte meno di Conte, sei di Sarri e cinque del licenziato Ancelotti) l'inventore del Cagliari dei miracoli è quel che è sempre stato: allenatore di uomini più che inventore di schemi. Ha recuperato alla vita sportiva Robin Olsen, ha reinventato Simeone junior e ha ricaricato le pile di Nainggolan. Questo significa entrare nella testa di un giocatore e convincerlo che l'orizzonte è suo. La tattica viene dopo e dipende da mille variabili: al Chievo, Maran sapeva far suonare il violino come far parcheggiare il pullman sulla linea di porta. A Cagliari vive una stagione da sogno e sembra Gasperini. Con un Papu in meno e un Ninja in più. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/promossi-e-bocciati-le-pagelle-della-serie-a-2643771725.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-flop-della-serie-a" data-post-id="2643771725" data-published-at="1779802724" data-use-pagination="False"> I flop della Serie A Ansa 1) Bartlomiej Dragowski Nella partita prenatalizia contro la Roma ha mostrato tutto il campionario degli orrori possibili, ma non è questo il motivo per il quale il numero uno della Fiorentina è finito nella tribù dei Musi Lunghi. Il giovane portiere polacco è forte, ha mani e cuore grandi, la scorsa stagione (a soli 21 anni) vantava numeri da fenomeno. Qui non abitano gli scarsi ma i deludenti, i protagonisti mancati, quelli che al Fantacalcio ti fanno prima sognare e poi bestemmiare. E allora largo a Bartolomeo che a maggio è arrivato a un pelo dal salvare l'Empoli nell'epica partita di San Siro (12 parate più un rigore di Icardi) e oggi porta sulle spalle il peso, peraltro condiviso, dei 28 gol subiti in 17 gare da una squadra che avrebbe dovuto lottare per l'Europa e invece rischia di dibattersi nella tonnara della salvezza. 2) Mateo Musacchio Ha l'aria del capro espiatorio argentino, triste, solitario y final. L'anno scorso il centrale del Milan veniva regolarmente incolpato degli errori in uscita di Gigio Donnarumma (il derby perso nel recupero per una sfarfallata addossata a lui sta in videoteca), oggi è responsabile degli sbandamenti strutturali di una retroguardia che dà sempre l'impressione d'essere improvvisata, in balìa delle imbucate e dei calci piazzati. Se la cerniera di centrocampo va a farfalle, la difesa ne risente. Quella del Milan è un mezzo colabrodo (24 gol subiti, 1,4 a partita) nonostante il valore di Alessio Romagnoli, e le responsabilità di Musacchio sono evidenti. Da qualche settimana la cura di Stefano Pioli stava dando i suoi effetti, poi sui rossoneri si è abbattuta l'Atalanta e tutto è tornato in bilico. Lo staff dirigenziale rossonero ha messo nel mirino Jean Pierre Todibo, giovane centrale di riserva del Barcellona. Non certo per un capriccio. 3) Diego Godin Chi l'avrebbe mai detto? Eppure è così, non ti basta il nome, non ti serve la carriera e non ti aiuta il precedente di Nemanja Vidic dentro lo stesso spogliatoio qualche anno fa. Il grande difensore uruguagio è arrivato all'Inter a parametro zero dopo un decennio da monumento vivente, proprio per blindare la retroguardia e trasferire nello spogliatoio la mentalità vincente. Risultato: fuori dalla Champions a dicembre, come 12 mesi fa, con un suo assist involontario. E con due aggravanti forse passeggere: la difficoltà ad adattarsi alla difesa a tre di Antonio Conte e lo scivolamento nelle gerarchie interne a beneficio del baby Alessandro Bastoni, oggi ritenuto più tonico, grintoso, perfino affidabile di lui. Lo sbarco in Italia è stato impietoso e nessuno gli ha perdonato nulla, neppure noi. Ma il 2020 potrebbe restituire al calcio il fuoriclasse di sempre, anche se a 34 anni l'avvenire è quasi sempre dietro le spalle. 4) Kostas Manolas Chi lascia la casa vecchia per quella nuova, e via sdottorando di geronto proverbi. Il greco di Nasso, isola dove Teseo abbandonò Arianna nell'incrocio fra storia e mito, era convinto di poter finalmente lottare per lo scudetto a Napoli, alla corte di Carlo Ancelotti, accanto al bronzo di Riace chiamato Kalidou Koulibaly. Il Saggio e l'Infallibile gli avrebbero cambiato la vita e avrebbero mitigato la malinconia di chi lascia Roma per un altro posto. Invece il Saggio esonerato e l'Infallibile in crisi mistica anche per colpa sua. La coppia non funziona: con Manolas e Koulibaly hai due splendidi atleti, due grandi dell'uno contro uno. Ma non ne hai mezzo che sappia guidare il reparto con la raffinatezza tattica di Raul Albiol. Per verificare i danni basta guardare la classifica, mettere a fuoco la posizione della Roma abbandonata (e libera di ingaggiare Chris Smalling) e quella del Napoli delle speranze tradite. Questo in Italia perché in Champions gli azzurri si trasformano e Manolas potrebbe tornare uno splendido guerriero acheo. 5) Alessandro Florenzi Da pupillo di Francesco Totti a riserva, fine di un sogno. Non è più il pendolino della domenica pomeriggio, arriva dopo, arriva male e troppo spesso guarda la partita dalla panchina. A 28 anni è troppo presto per imboccare il viale del tramonto, ma Paulo Fonseca lo non lo vede, gli ha preferito fin da subito Leonardo Spinazzola. E quando l'ex Juventus si è infortunato, ha mandato in campo Davide Santon. Terzo di tre, Florenzi, anche se ha giocato da titolare le ultime tre gare dell'anno. Terzo di tre, dopo che l'estate scorsa aveva resistito alla corte dell'Inter per rinnovare con la Magica e proseguire a casa sua una carriera da numero uno del ruolo. Il problema di Florenzi è l'esplosività che non c'è più, o almeno non si vede più senza la continuità. Ha bisogno di giocare, di sentirsi parte del progetto, di «stare lì sempre lì» come l'Oriali di Ligabue. Giocare 20 minuti non ha senso, allora è travolto dalla frenesia, poi dall'insicurezza, infine dalla malinconia. 6) Lucas Paquetà La notizia non è che il Milan lo abbia messo in vendita per gli stessi 35 milioni pagati un anno fa. Ma che il Paris Saint Germain lo possa acquistare per quella cifra o scambiarlo con Julian Draxler più un po' di soldi. Sembra fantascienza, la storia del fantasista di Rio de Janeiro, ventiduenne giocatore di grande talento e di difficile collocazione tattica. Sembra fantascienza, anche se mitigata dal mentore del centrocampista brasiliano: lo stesso Leonardo che rischia di diventare l'uomo che lo comprò due volte. Paquetà è un ottimo giocatore solitario in un Milan che di solisti inutilmente abbonda. E se prima Gennaro Gattuso, poi Marco Giampaolo, infine Stefano Pioli hanno faticato a trovargli un ruolo in campo, la colpa non è sua. Lui sa chi è e cos'è: uno stupendo centrocampista offensivo che non conosce disciplina tattica e che questo Milan non può permettersi. Troppo anarchico, troppo incostante, troppo bohémien. Ecco, a Parigi potrebbe sfondare, trovare la sua vie en rose. Finché qualcuno non gli chiederà di rincorrere un anonimo mediano del Rennes. 7) Adrien Rabiot L'enfant prodige di Parigi sta qui in mezzo perché nessuno lo ha ancora visto. È stato inseguito, desiderato, convinto da Gianluigi Buffon nello spogliatoio del Psg a passare dalla Senna al Po. Doveva essere il centrocampista perfetto per completare la raffinatezza del possesso palla della Juve di Sarri; doveva eventualmente dare qualche turno di riposo a Miralem Pjanic in regia. Zero, un fantasma. È vero che scalare posizioni dentro la corazzata bianconera è difficilissimo perché ti trovi davanti Blaise Matuidi, Rodrigo Bentancur, Sami Khedira, Emre Can, Aaron Ramsey (defilato quasi quanto lui), ma sembra che Rabiot l'abbia presa comoda. Non ha inciso, non ha mostrato il suo cambio di passo supportato da un fisico che potrebbe renderlo un fattore. A Sarri il suo piede educato piace parecchio, ma la squadra ha bisogno di altre velocità per supportare Paulo Dybala e Cristiano Ronaldo. Così Rabiot diventa una speranza, un'ipotesi di carta vincente da Champions. A 24 anni c'è tempo, ma non troppo. 8) Hirving Lozano È il grande cruccio di Aurelio De Laurentiis. Ancora più di Insigne, ancora più dell'ultimo Koulibaly. Credeva di avere ingaggiato un fenomenale rifinitore, ha in casa un malinconico giocoliere con l'autonomia di mezz'ora. Uno spreco di talento (e di denaro, 42 milioni al Psv Eindhoven) enorme. Uno dei motivi dell'allontanamento del compassato Ancelotti. Quello stupendo attaccante messicano dal tiro micidiale utilizzato così poco e così male è uno schiaffo al dio del calcio, ma il problema è nel sistema tattico del Napoli che mai potrebbe - se non cambiando pelle in modo significativo - esaltare le caratteristiche di un genio contropiedista come Lozano. Anche qui arriva in soccorso la Champions. Sarà un paradosso, ma l'incursore messicano ha più possibilità di far impazzire il San Paolo contro il Liverpool che contro la Spal. 9) Cristiano Biraghi Giocare a tutta fascia è una cayenna, giocare a tutta fascia in una squadra di Conte è quasi un suicidio. Lo è per calciatori speciali, figuriamoci per bravi ragazzi come Biraghi, che stava da re nella Fiorentina e un certo giorno di fine mercato si è ritrovato all'Inter dove era cresciuto e aveva accarezzato la Serie A dalla Primavera. Gettato nella mischia per i limiti fisici (e di usura) di Kwadwo Asamoah, Biraghi ha mostrato generosa applicazione. Che è come dire: limiti su limiti. Preciso senza essere fenomenale in copertura, è praticamente nullo in attacco, dove nessuno gli ha mai insegnato non solo a saltare l'uomo, ma neanche a immaginare di farlo. Così lotta, regge, sbanda, scricchiola, mostra vuoti ma non si arrende. E questa indomita propensione alla sofferenza, al tecnico del parossismo organizzato piace. Bontà sua. 10) Krzysztof Piatek Se c'è una delusione visibile a occhio nudo in tutto il panorama del pallone italiano, questa delusione è Piatek. È vero che paga una stagione in cui ogni starnuto era un gol; è vero che sconta i limiti strutturali di un club alla ricerca di sé stesso, gestito in modo ragionieristico da un fondo e in modo avventuroso da ex calciatori che si credono manager; è vero che ha sofferto il cambio di quattro allenatori in un anno e mezzo tra Genoa e Milan. Ma il bomber polacco sta facendo una cilecca da paura. E sembra avere perso la caratteristica da grande attaccante: il senso del gol. Adesso arriva male e sbaglia, una due dieci volte. Zlatan Ibrahimovic potrebbe fargli bene, la pressione da gennaio sarà tutta sul vecchio fenomeno svedese e la rinascita di Piatek potrebbe coincidere con il ritorno dei rossoneri dove la storia del calcio li ha voluti, lassù sulle alte cime. Però il giovane polacco (ultimo affare indecente di Enrico Preziosi) dovrà cambiare passo. E da paggio tornare pistolero. 11) Mario Balotelli Basterebbe la riga con nome e cognome. Più flop di così non è possibile. Non riuscendo a dribblare un paracarro, a correre più veloce di un pensionato con un ginocchio rotto, a inventarsi qualcosa di utile per salvare il suo Brescia (che nobilmente gli aveva teso la mano) colui che si autodefinì fenomeno ha trovato un modo comodo per farsi notare almeno fuori dal campo: si è trasformato in un attivista che lotta contro questa società consumista, razzista e antibalotellista. Neanche fosse dentro Mississippi Burning. Ha cominciato l'anno facendosi sorprendere alle 6 di mattina accanto a una 500 semidistrutta davanti a un cancello. Una partenza da atleta simbolo. Straordinario cannoniere del passato bruciato dall'indolenza e dalla supponenza, Balotelli ormai convince solo qualche nostalgico e qualche sardina, le uniche categorie dello spirito ancora disposte a definirlo una vittima. Ci sarebbe anche Roberto Mancini, che aspetta solo un respiro del nostro (un tiro al volo, un gol di tacco, una spizzata casuale) per portarlo agli Europei. E allungare di qualche mese la lagna di un calciatore fantasma. Carlo Ancelotti Dopo l'esonero è stato fermo due settimane. Poi ha vinto al Superenalotto perché passare dai 6,5 milioni del Napoli agli 11,5 all'anno per cinque anni dell'Everton (la seconda squadra in una città nella quale conta solo la prima, il Liverpool) ha in sé qualcosa di metafisico per il tecnico di Reggiolo reduce da una stagione e mezza di aurea mediocritas italiana. È vero, il turno di Champions l'ha passato, ma era un obiettivo minimo per un club come quello partenopeo. E ha perso quelle caratteristiche glamour che, con Sarri in panchina, ne facevano una delle squadre più fascinose d'Europa. Ancelotti è come certi politici di centrosinistra dopo le elezioni: cade sempre in piedi fra gli applausi degli aficionados e della stampa, fondamentale nel rendere eterne e ridondanti le qualità di un bravo tecnico in declino. Il palmarès è dalla sua parte: è stato l'unico a vincere con Milan, Real Madrid, Psg, Chelsea, Bayern Monaco. Ma come dice Mourinho «è stato anche l'unico a perdere una finale di Champions che all'intervallo vinceva 3-0». Il calcio è anche perfidia.
Stefano Zenni, musicologo jazz, ricorda Sonny Rollins, leggendario sassofonista scomparso a 95 anni e a poche ore dal centenario di Miles Davis. La sua inesauribile fantasia, unita a generose dosi di ironia e sarcasmo, lo ha reso un colosso assoluto dell’arte dell’improvvisazione.
Nel riquadro, un frame dell'episodio di violenza nei confronti di due docenti in un parco di Parma (iStock-Ansa)
Codraro ha chiesto che la scuola prenda provvedimenti contro lo studente, ma ha deciso di non denunciarlo. Ricevendo per questo il plauso del segretario generale della Flc Cgil di Pordenone, Giuseppe Mancaniello, che ha dichiarato al Gazzettino: «L’insegnante si è comportato bene non denunciando, perché in questo caso si trattava di giovanissimi sotto i 14 anni».
È la stessa decisione che hanno preso, a Parma, i due professori pesantemente malmenati da un gruppo di maranza in un parco fuori da un istituto tecnico. Sdegno sì, ma niente vie legali. Sulle prime anche il provveditore di Parma, Andrea Grossi, aveva caldeggiato la linea morbida, spiegando che la scuola «educa ma non sanziona». Poi però, forse riflettendoci un poco di più, ha cambiato opinione: «La scuola educa anche sanzionando».
Sulla rissa di Pordenone interviene invece Silvia Burelli, vicepreside della scuola secondaria di primo grado Terzo Drusin, che afferma: «Da domani ci attiveremo per tutte quelle azioni educative che possiamo avviare, in accordo con la famiglia. Azioni che prevedono attività con le tante associazioni del territorio che ci supportano». Insomma, il ragazzino picchiatore se la caverà con un po’ di volontariato.
È un fatto: ogni volta che esplodono casi di violenza adolescenziale si assiste a un profluvio di dichiarazioni di tenore più o meno analogo. C’è chi sostiene che si ascoltino poco e male i giovani, chi propone ore di educazione affettiva, chi se la prende con gli adulti che fanno la guerra. E può anche darsi che ci sia del vero in tutte queste affermazioni. Il problema, nel frattempo, resta e peggiora. Il che suggerirebbe, forse, di cambiare prospettiva.
A Parma il disastro era annunciato. Anzi è stato preceduto da altri e numerosi disastri. Sono anni che dal territorio si levano voci allarmate riguardo all’esorbitante presenza di maranza intemperanti. Fuori dal coro e altre trasmissioni hanno dedicato servizi alla (un tempo) placida città emiliana. Le denunce pubbliche di cittadini e politici, negli anni, sono state fin troppe. Il fenomeno è talmente evidente che l’anno scorso qualcuno ha avuto la brillante idea di girare un video musicale in stile trap intitolato Parma città di maranza, interpretato da studenti anche minorenni. Una operazione perfino divertente a testimonianza di una situazione drammatica. Segno che qualche provvedimento si poteva e si doveva prendere anche prima. Il massimo che le istituzioni sono riuscite a escogitare è l’introduzione dei cosiddetti «street tutor», figure a metà tra gli addetti alla sicurezza delle discoteche (da cui in effetti sembra che alcuni provengano) e i mediatori culturali che dovrebbe occuparsi di «prevenzione dei rischi e mediazione dei conflitti», anche grazie alla conoscenza dell’arabo. Insomma, vigilantes anti maranza che però non sono vigilantes e non hanno compiti di polizia ma di mediazione culturale. Boh.
È chiaro: non esistono soluzioni semplici e immediatamente efficaci. Tuttavia, è abbastanza ovvio che servano due approcci congiunti: uno politico (più misure di sicurezza) e uno culturale. Quest’ultimo potrebbe seguire alcune direttrici che vari analisti nel corso del tempo hanno indicato. Tra questi c’è il filosofo Stefano Zecchi, che sul tema dei maranza e della violenza giovanile ha le idee piuttosto chiare.
«Cominciamo dalla scuola e dalla famiglia che sono le due istituzioni che educano i ragazzi», dice. «In entrambe quello che viene a mancare ormai da tanti anni è l’autorità, il senso del rispetto di un’autorità che oltrepassa, trascende le singole persone. Questa autorità è stata sostituita da uno sfrenato individualismo, per cui ognuno pensa per sé e pensa di raggiungere da solo certi risultati. Questo porta evidentemente a situazioni paradossali, come nei casi in cui i genitori fanno da schermo per evitare danni ai figli oppure essi stessi aggrediscono i professori».
In tanti lo hanno detto: manca il padre simbolico, cioè colui che fissa le regole e i limiti. «Il padre è l’autorevolezza, non voglio dire la parola autorità che oggi sembra sconcia, nella famiglia», spiega Zecchi. «Non dico che debba prendere le decisioni da solo, deve certo condividerle, ma il suo compito è cercare di portare una razionalità all’interno della famiglia: soprattutto il padre ha questa funzione. Nella scuola vale lo stesso con la figura dell’insegnante. Sento dire che la scuola educa, ma non è vero. La scuola non educa, deve insegnare. Ha un compito molto complesso, quello di insegnare e attraverso l’insegnamento far capire i modi di comportamento. A scuola non vengono insegnate le buone maniere: si prende semmai, dico per fare un esempio, una poesia di Pascoli e attraverso quella poesia si comincia anche a capire il mondo e a rispettare gli altri».
La mancanza del padre non è una banalità da psicologi: è un tema serissimo che trova conferma nella rinuncia dei docenti alle denunce e a un approccio più severo: sembra che l’autorità debba essere sempre smorzata.
Quanto alla mancanza di dialogo con gli adolescenti, Zecchi appare scettico. «Questo discorso lo sento fare in continuazione», dice. «Mi sembra una via di fuga e anche una specie di giustificazione. Non è che i ragazzi non vengano ascoltati, semmai i ragazzi non hanno intenzione di parlare. Oggi il mondo dei ragazzi è una specie di recinto chiuso da questa ipnotica visione del cellulare che sostituisce i discorsi. Non è che i genitori non ascoltano i figli, i figli non parlano con i genitori, questo è il problema. Questa retorica di dare la colpa sempre ai genitori perché non ascoltano è sociologistica, non riflette bene su ciò che accade. Io mi muovo a Milano con la metropolitana: non c’è una persona adulta, meno adulta, piccola, non piccola che non abbia in mano il cellulare. L’altro giorno sempre in metropolitana è arrivata una banda di ragazzini delle elementari, erano proprio piccoli: erano festosi, gridavano, scherzavano tra di loro, toccavano... Il cellulare non esisteva. Ma piano piano, andando avanti con l’età, tutto questo sparisce».
Forse allora bisogna pensare a limitazioni serie sull’uso della tecnologia, e ragionare sul rapporto che hanno con essa anche gli adulti, non solo i più piccoli. E poi c’è un altro tema enorme che non si può eludere: l’immigrazione.
«È un elemento di rottura di uno schema convenzionale, tradizionale», dice Zecchi. «Ormai dobbiamo abituarci a convivere con questa realtà e a scuola si fa molto per favorire l’integrazione. Che però resta una cosa, come dire, non naturale. Non voglio usare parole troppo dure ma è qualcosa fuori dalla naturalezza, a cui non c’è un’adeguata preparazione. L’integrazione in fondo è una violenza, è sradicare la persona dalla sua storia, dalla sua tradizione, dalla sua religione. Sono state tentate tante vie per l’integrazione: c’è quella inglese, c’è quella tedesca e c’è quella francese... Non ha funzionato nessuna delle tre».
Come si vede, le questioni sono stratificate e complesse, e tocca agire a più livelli. Ma una bussola, spiega Zecchi, l’abbiamo: «Non bisogna aver paura di sostenere l’autorità, di sostenere le figure paterne dentro la famiglia e gli insegnanti dentro la scuola».
Viene da dire che anche gli insegnanti, in questo senso, talvolta potrebbero offrire un maggiore contributo. Ai fini di difendere la presenza di una autorità non sembra molto utile evitare di denunciare chi picchia e bastona.
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Per Fausto Biloslavo l'attacco di Modena fatto da Salim El Koudri ricalca fedelmente la cosiddetta «tattica dei mille tagli», una strategia di terrore teorizzata dallo Stato Islamico e rilanciata anche di recente sulle sue riviste digitali. Un metodo che spinge lupi solitari e soggetti instabili a colpire nelle piazze europee usando armi di uso quotidiano, come automobili e coltelli da cucina. Ne è prova anche l'arresto eseguito a Reggio Emilia dell'ennesimo radicalizzato che progettava attacchi.
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
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