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2020-01-04
Promossi e bocciati. Le pagelle della Serie A
Ansa
1) Pierluigi Gollini
Gollorius, il Rapper con i guanti (dal singolo inciso per divertimento), è entrato nella galleria degli eroi atalantini che hanno conquistato gli ottavi di Champions. Sui bar del Sentierone ha già un tavolino prenotato a vita perché Bergamo non dimentica. Formidabile fra i pali, migliorabile nelle uscite, è una sicurezza per la difesa di Gian Piero Gasperini, che gioca altissima e ha bisogno di un portiere intelligente alle spalle, capace di intuire calcio come il vecchio libero alla Franco Baresi. Lui ha imparato la specialità da italiano con la valigia in mano, andando a fare Erasmus sportivi prima al Manchester United, poi all'Aston Villa. Ha solo 24 anni, già una carriera da giramondo alle spalle e ha staccato il ticket della convocazione in Nazionale. Rappresenta l'Atalanta di Antonio Percassi, un club di Premier League (per visione strategica, organizzazione e concretezza) che gioca casualmente in Italia.
2) Aleksandar Kolarov
Il nonno sta bene di salute e dà lezioni gratis di terzinaggio moderno. Sornione, apparentemente trapassato remoto per quelle ombre argentate che ne segnano la capigliatura, Kolarov è la Treccani del ruolo. Difende da duro, attacca da ala e tira punizioni da artigliere sul Montello. A 34 anni manda a casa gli influencer della fascia (per esempio Andrea Conti e Valentino Lazaro), domina a destra ed è uno dei motori della Roma di Paulo Fonseca, una macchina sportiva affascinante in cui ribelli di genio come Lorenzo Pellegrini e Nicolò Zaniolo hanno bisogno, per crescere, del vecchio guerriero serbo. Per Natale la Roma gli ha proposto il prolungamento del contratto a 3 milioni di euro più la promessa di entrare nel parco dirigenti a fine carriera. Per come è andata a Totti e De Rossi, fidarsi è bene. Fino a un certo punto.
3) Stefan De Vrij
Fosforo olandese, niente di meno. Avrebbe potuto giocare scampoli nell'Arancia Meccanica di Johann Cruijff al posto di Wim Rijsbergen o Arie Haan, e in questo momento è nettamente il miglior centrale nella batteria dell'Inter capolista ex-aequo. Tra l'altro la squadra con la miglior difesa (14 gol subiti) della Serie A. La sua classe spicca quando fraseggia accanto al più ruvido Milan Skriniar, il suo senso della posizione è di un altro pianeta rispetto a quello (rivedibile nella sua avventura italiana) di Diego Godin. Il gioco di Conte parte spesso da lui, l'attaccante più intelligente degli avversari si infrange spesso davanti a lui. Un difetto ce l'ha, come tutti, ed è pure grave: ogni tanto si bea della propria classe e si perde la punta avversaria nell'area affollata. Ma questo capita anche al numero uno del ruolo, Koulibaly, in crisi esistenziale per mancanza di serenità.
4) Leonardo Bonucci
È la bandiera che sventola su Iwo Jima, aspettando Giorgio Chiellini. È l'eterno baluardo di una difesa storica, non sempre impenetrabile ma fra le più affidabili d'Europa. La Juve non può prescindere da lui soprattutto in questa fase di inserimento di nuovi volti e di nuove professionalità, per esempio quella del giovanissimo Matthijs De Ligt, fisicamente fortissimo ma acerbo per contrastare le malizie dell'italianuzzo campionato nostro. Fondamentale come collante dello spogliatoio, imprescindibile come guida del reparto, Bonucci ha il 50% dei meriti (l'altro 50% ce l'ha Wojciech Szczesny) d'una difesa che regge ogni urto benché sia un cantiere della metropolitana. In un contesto come questo la richiesta dei tifosi di far giocare stabilmente il tridente (CR7-Dybala-Higuain) più che affascinare Sarri, lo terrorizza.
5) Theo Hernandez
Forse la scelta è azzardata, ma nel Milan alla deriva che aspetta Ibrahimovic come il cavaliere della valle solitaria (sicuri che non sarebbe servito di più Mario Mandzukic?), il marsigliese di 22 anni è una pepita che brilla nella notte. Un continuo pericolo per gli avversari, dinamismo straripante, quattro gol come Krzysztof Piatek (giudizio implicito sul crollo del puntero polacco), Hernandez in questi mesi di depressione collettiva è stato così bravo da raddoppiare quasi il suo valore di mercato, da 20 a 35 milioni, un mezzo miracolo economico. L'unico della gestione Boban-Maldini-Gazidis. Ma Theo quei soldi li vale tutti, anzi li valeva anche due anni fa, quando il Real Madrid lo mise sotto contratto per poi mandarlo a far malinconia in provincia. Ricominciare da Hernandez senza rischiare di perderlo è l'imperativo del club. Come lui, fino a qui, solo Robin Gosens dell'Atalanta, che meriterebbe la medaglia per il valore aggiunto dei risultati. Ma la Dea non ha bisogno di incoraggiamento, il Milan sì.
6) Miralem Pjanic
Se parliamo di direttori d'orchestra non possiamo che partire da lui. Sullo stesso podio che era di Pirlo (equiparazione meritata), il bosniaco è il numero uno per intelligenza tattica, classe, lancio lungo, pericolosità balistica e cattiveria nel far sentire i tacchetti a fil di caviglia. Quando c'è, innesca Cristiano Ronaldo e Paulo Dybala con palloni letali dai giri contati. Quando non c'è, la Juventus è un'altra squadra. E ce ne siamo accorti tutti a Riad nella finale di Supercoppa persa contro la Lazio, dove Pjanic ha mandato l'ologramma. Stanco, spompato dalla pretesa dei «150 tocchi» voluti da Sarri, inerme davanti al dinamismo esplosivo di Luis Alberto. Quando si spegne la luce al regista, sono dolori e sono sconfitte. Questo rafforza la necessità di recuperarlo in pieno per le sfide di Champions in primavera. Quando Pjanic è al massimo anche gente da battaglia come Marcelo Brozovic e Allan sembra giocare in un campionato minore.
7) Dejan Kulusevski
Nella sua lunga stagione d'oro, l'Atalanta riesce a far diventare fenomeni non solo i suoi giocatori, ma anche quelli mandati in prestito. È il caso di Kulu, 19 anni, svedese di origine macedone (stesso impasto scandinavo-balcanico di Ibrahimovic), esploso in autunno e punto fermo del centrocampo del Parma. È un colpo di genio del guru del settore giovanile bergamasco Giovanni Sartori. Inserito nella lista delle rivelazioni mondiali dell'anno dal Guardian, ora vale 40 milioni ed è un giocatore totale: può essere decisivo da mezzala, da rifinitore, da ala. È devastante, lanciato in profondità spacca le difese. E al tempo stesso insegue chiunque, come fanno i ragazzi della sua generazione che ancora non conoscono la supponenza del divo. Non per niente l'ha preso al volo la Juventus per giugno, lasciando con un palmo di naso le concorrenti di mezza Europa. Inter e Chelsea innanzitutto.
8) Radja Nainggolan
Il ritorno del guerriero. Merito dell'aria di mare, del sorriso di Rolando Maran, dell'affetto di un'isola intera e di un fisico tornato a mostrare la tartaruga e non la panza alcolica. È l'anima del fenomeno Cagliari, un centrocampista di un'altra categoria che solo due stagioni fa portò di peso la Roma in semifinale di Champions. Sarebbe stato utilissimo anche a Conte, soprattutto dopo l'ecatombe in mediana per via degli infortuni, ma talvolta i cocci non si aggiustano (vedi il caso Mandzukic a Torino) e allora è meglio salutarsi senza rancore anche perdendoci dei soldi. A 31 anni il leone belga ha ancora moltissimo da dare e lo sta dando al Cagliari con una generosità totale. A Nahitan Nandez, a Giovanni Simeone, a Joao Pedro, a Luca Pellegrini. A chiunque gli passi accanto con la sua stessa maglia.
9) Lautaro Martinez
Accolto dagli stessi sorrisini di scherno che avevano salutato Gabigol, il centravanti argentino di 22 anni è la testimonianza vivente che l'Inter a trazione cinese ha imparato a stare al mondo. Con 13 gol in 22 partite (5 in Champions) alcuni dei quali stupendi, Lautaro è uno degli attaccanti più feroci e completi d'Europa. Non è un'esagerazione, se è vero che il Barcellona lo ha messo in cima alla lista per sostituire Luis Suarez e il Real Madrid lo considera l'obiettivo numero due se dovesse sfuggirgli Kylian Mbappè. L'Inter teme di perderlo e Beppe Marotta si gioca parte del suo prestigio nel tentativo di far scomparire la clausola di 111 milioni diventata, partita dopo partita, quasi insignificante. Ora si capisce perché il Circo Wanda, al di là del folclore, a Milano non poteva reggere più.
10) Paulo Dybala
Bastava farlo giocare, bastava dargli una base atletica solida in estate e un doveroso quintale di fiducia in campo. Poi a vincere le partite ci pensa lui, con un'accelerazione in dribbling che ha soltanto Leo Messi (unico paragone possibile per il bene del bianconero) e una precisione di tiro da top player. Partendo da dietro è l'attaccante migliore della Juve e sta sfruttando alla perfezione gli spazi che CR7 gli apre portandosi via mezza difesa avversaria. Chi invoca il tridente non gli vuole bene perché il sacrificato a rientrare sarebbe proprio lui, non certo Cristiano e neppure l'hidalgo Gonzalo. E un Dybala con la lingua fuori dopo tre recuperi sarebbe un insulto, come appendere La Gioconda al contrario. In estate Fabio Paratici stava per venderlo allo United. Lui ha detto no, dimostrandosi più juventino del dirigente.
11) Ciro Immobile
Italiano vero. Il bomber di Torre Annunziata fa felice la Lazio con i suoi 84 gol in 120 partite, capocannoniere della Serie A con 17 reti in 15 presenze. Un martello. Un incubo per ogni difesa perché Simone Inzaghi è riuscito a costruire un gioco offensivo che esalta le qualità dello scugnizzo biondo: ripartenze veloci, lanci in profondità, praterie dove Ciro può correre per fare male. Con accanto una seconda punta di fantasia e dribbling come Correa, gode di ancora più spazio e alla soglia dei 30 anni diventa ancora più letale. Se la Lazio è lassù, terza pretendente allo scudetto, il merito è certamente della classe di Milinkovic-Savic, dell'intelligenza di Luis Alberto, del dinamismo di Leiva, Lazzari e Lulic, ma soprattutto delle reti di Immobile. È il più decisivo di tutti, lo dice Sky Sport: i suoi gol hanno portato 14 punti. Oro puro.
Rolando Maran
Gentile e schivo come un trentino che si rispetti, con uno stipendio di 1 milione di euro (11 volte meno di Conte, sei di Sarri e cinque del licenziato Ancelotti) l'inventore del Cagliari dei miracoli è quel che è sempre stato: allenatore di uomini più che inventore di schemi. Ha recuperato alla vita sportiva Robin Olsen, ha reinventato Simeone junior e ha ricaricato le pile di Nainggolan. Questo significa entrare nella testa di un giocatore e convincerlo che l'orizzonte è suo. La tattica viene dopo e dipende da mille variabili: al Chievo, Maran sapeva far suonare il violino come far parcheggiare il pullman sulla linea di porta. A Cagliari vive una stagione da sogno e sembra Gasperini. Con un Papu in meno e un Ninja in più.
I flop della Serie A

Ansa
1) Bartlomiej Dragowski
Nella partita prenatalizia contro la Roma ha mostrato tutto il campionario degli orrori possibili, ma non è questo il motivo per il quale il numero uno della Fiorentina è finito nella tribù dei Musi Lunghi. Il giovane portiere polacco è forte, ha mani e cuore grandi, la scorsa stagione (a soli 21 anni) vantava numeri da fenomeno. Qui non abitano gli scarsi ma i deludenti, i protagonisti mancati, quelli che al Fantacalcio ti fanno prima sognare e poi bestemmiare. E allora largo a Bartolomeo che a maggio è arrivato a un pelo dal salvare l'Empoli nell'epica partita di San Siro (12 parate più un rigore di Icardi) e oggi porta sulle spalle il peso, peraltro condiviso, dei 28 gol subiti in 17 gare da una squadra che avrebbe dovuto lottare per l'Europa e invece rischia di dibattersi nella tonnara della salvezza.
2) Mateo Musacchio
Ha l'aria del capro espiatorio argentino, triste, solitario y final. L'anno scorso il centrale del Milan veniva regolarmente incolpato degli errori in uscita di Gigio Donnarumma (il derby perso nel recupero per una sfarfallata addossata a lui sta in videoteca), oggi è responsabile degli sbandamenti strutturali di una retroguardia che dà sempre l'impressione d'essere improvvisata, in balìa delle imbucate e dei calci piazzati. Se la cerniera di centrocampo va a farfalle, la difesa ne risente. Quella del Milan è un mezzo colabrodo (24 gol subiti, 1,4 a partita) nonostante il valore di Alessio Romagnoli, e le responsabilità di Musacchio sono evidenti. Da qualche settimana la cura di Stefano Pioli stava dando i suoi effetti, poi sui rossoneri si è abbattuta l'Atalanta e tutto è tornato in bilico. Lo staff dirigenziale rossonero ha messo nel mirino Jean Pierre Todibo, giovane centrale di riserva del Barcellona. Non certo per un capriccio.
3) Diego Godin
Chi l'avrebbe mai detto? Eppure è così, non ti basta il nome, non ti serve la carriera e non ti aiuta il precedente di Nemanja Vidic dentro lo stesso spogliatoio qualche anno fa. Il grande difensore uruguagio è arrivato all'Inter a parametro zero dopo un decennio da monumento vivente, proprio per blindare la retroguardia e trasferire nello spogliatoio la mentalità vincente. Risultato: fuori dalla Champions a dicembre, come 12 mesi fa, con un suo assist involontario. E con due aggravanti forse passeggere: la difficoltà ad adattarsi alla difesa a tre di Antonio Conte e lo scivolamento nelle gerarchie interne a beneficio del baby Alessandro Bastoni, oggi ritenuto più tonico, grintoso, perfino affidabile di lui. Lo sbarco in Italia è stato impietoso e nessuno gli ha perdonato nulla, neppure noi. Ma il 2020 potrebbe restituire al calcio il fuoriclasse di sempre, anche se a 34 anni l'avvenire è quasi sempre dietro le spalle.
4) Kostas Manolas
Chi lascia la casa vecchia per quella nuova, e via sdottorando di geronto proverbi. Il greco di Nasso, isola dove Teseo abbandonò Arianna nell'incrocio fra storia e mito, era convinto di poter finalmente lottare per lo scudetto a Napoli, alla corte di Carlo Ancelotti, accanto al bronzo di Riace chiamato Kalidou Koulibaly. Il Saggio e l'Infallibile gli avrebbero cambiato la vita e avrebbero mitigato la malinconia di chi lascia Roma per un altro posto. Invece il Saggio esonerato e l'Infallibile in crisi mistica anche per colpa sua. La coppia non funziona: con Manolas e Koulibaly hai due splendidi atleti, due grandi dell'uno contro uno. Ma non ne hai mezzo che sappia guidare il reparto con la raffinatezza tattica di Raul Albiol. Per verificare i danni basta guardare la classifica, mettere a fuoco la posizione della Roma abbandonata (e libera di ingaggiare Chris Smalling) e quella del Napoli delle speranze tradite. Questo in Italia perché in Champions gli azzurri si trasformano e Manolas potrebbe tornare uno splendido guerriero acheo.
5) Alessandro Florenzi
Da pupillo di Francesco Totti a riserva, fine di un sogno. Non è più il pendolino della domenica pomeriggio, arriva dopo, arriva male e troppo spesso guarda la partita dalla panchina. A 28 anni è troppo presto per imboccare il viale del tramonto, ma Paulo Fonseca lo non lo vede, gli ha preferito fin da subito Leonardo Spinazzola. E quando l'ex Juventus si è infortunato, ha mandato in campo Davide Santon. Terzo di tre, Florenzi, anche se ha giocato da titolare le ultime tre gare dell'anno. Terzo di tre, dopo che l'estate scorsa aveva resistito alla corte dell'Inter per rinnovare con la Magica e proseguire a casa sua una carriera da numero uno del ruolo. Il problema di Florenzi è l'esplosività che non c'è più, o almeno non si vede più senza la continuità. Ha bisogno di giocare, di sentirsi parte del progetto, di «stare lì sempre lì» come l'Oriali di Ligabue. Giocare 20 minuti non ha senso, allora è travolto dalla frenesia, poi dall'insicurezza, infine dalla malinconia.
6) Lucas Paquetà
La notizia non è che il Milan lo abbia messo in vendita per gli stessi 35 milioni pagati un anno fa. Ma che il Paris Saint Germain lo possa acquistare per quella cifra o scambiarlo con Julian Draxler più un po' di soldi. Sembra fantascienza, la storia del fantasista di Rio de Janeiro, ventiduenne giocatore di grande talento e di difficile collocazione tattica. Sembra fantascienza, anche se mitigata dal mentore del centrocampista brasiliano: lo stesso Leonardo che rischia di diventare l'uomo che lo comprò due volte. Paquetà è un ottimo giocatore solitario in un Milan che di solisti inutilmente abbonda. E se prima Gennaro Gattuso, poi Marco Giampaolo, infine Stefano Pioli hanno faticato a trovargli un ruolo in campo, la colpa non è sua. Lui sa chi è e cos'è: uno stupendo centrocampista offensivo che non conosce disciplina tattica e che questo Milan non può permettersi. Troppo anarchico, troppo incostante, troppo bohémien. Ecco, a Parigi potrebbe sfondare, trovare la sua vie en rose. Finché qualcuno non gli chiederà di rincorrere un anonimo mediano del Rennes.
7) Adrien Rabiot
L'enfant prodige di Parigi sta qui in mezzo perché nessuno lo ha ancora visto. È stato inseguito, desiderato, convinto da Gianluigi Buffon nello spogliatoio del Psg a passare dalla Senna al Po. Doveva essere il centrocampista perfetto per completare la raffinatezza del possesso palla della Juve di Sarri; doveva eventualmente dare qualche turno di riposo a Miralem Pjanic in regia. Zero, un fantasma. È vero che scalare posizioni dentro la corazzata bianconera è difficilissimo perché ti trovi davanti Blaise Matuidi, Rodrigo Bentancur, Sami Khedira, Emre Can, Aaron Ramsey (defilato quasi quanto lui), ma sembra che Rabiot l'abbia presa comoda. Non ha inciso, non ha mostrato il suo cambio di passo supportato da un fisico che potrebbe renderlo un fattore. A Sarri il suo piede educato piace parecchio, ma la squadra ha bisogno di altre velocità per supportare Paulo Dybala e Cristiano Ronaldo. Così Rabiot diventa una speranza, un'ipotesi di carta vincente da Champions. A 24 anni c'è tempo, ma non troppo.
8) Hirving Lozano
È il grande cruccio di Aurelio De Laurentiis. Ancora più di Insigne, ancora più dell'ultimo Koulibaly. Credeva di avere ingaggiato un fenomenale rifinitore, ha in casa un malinconico giocoliere con l'autonomia di mezz'ora. Uno spreco di talento (e di denaro, 42 milioni al Psv Eindhoven) enorme. Uno dei motivi dell'allontanamento del compassato Ancelotti. Quello stupendo attaccante messicano dal tiro micidiale utilizzato così poco e così male è uno schiaffo al dio del calcio, ma il problema è nel sistema tattico del Napoli che mai potrebbe - se non cambiando pelle in modo significativo - esaltare le caratteristiche di un genio contropiedista come Lozano. Anche qui arriva in soccorso la Champions. Sarà un paradosso, ma l'incursore messicano ha più possibilità di far impazzire il San Paolo contro il Liverpool che contro la Spal.
9) Cristiano Biraghi
Giocare a tutta fascia è una cayenna, giocare a tutta fascia in una squadra di Conte è quasi un suicidio. Lo è per calciatori speciali, figuriamoci per bravi ragazzi come Biraghi, che stava da re nella Fiorentina e un certo giorno di fine mercato si è ritrovato all'Inter dove era cresciuto e aveva accarezzato la Serie A dalla Primavera. Gettato nella mischia per i limiti fisici (e di usura) di Kwadwo Asamoah, Biraghi ha mostrato generosa applicazione. Che è come dire: limiti su limiti. Preciso senza essere fenomenale in copertura, è praticamente nullo in attacco, dove nessuno gli ha mai insegnato non solo a saltare l'uomo, ma neanche a immaginare di farlo. Così lotta, regge, sbanda, scricchiola, mostra vuoti ma non si arrende. E questa indomita propensione alla sofferenza, al tecnico del parossismo organizzato piace. Bontà sua.
10) Krzysztof Piatek
Se c'è una delusione visibile a occhio nudo in tutto il panorama del pallone italiano, questa delusione è Piatek. È vero che paga una stagione in cui ogni starnuto era un gol; è vero che sconta i limiti strutturali di un club alla ricerca di sé stesso, gestito in modo ragionieristico da un fondo e in modo avventuroso da ex calciatori che si credono manager; è vero che ha sofferto il cambio di quattro allenatori in un anno e mezzo tra Genoa e Milan. Ma il bomber polacco sta facendo una cilecca da paura. E sembra avere perso la caratteristica da grande attaccante: il senso del gol. Adesso arriva male e sbaglia, una due dieci volte. Zlatan Ibrahimovic potrebbe fargli bene, la pressione da gennaio sarà tutta sul vecchio fenomeno svedese e la rinascita di Piatek potrebbe coincidere con il ritorno dei rossoneri dove la storia del calcio li ha voluti, lassù sulle alte cime. Però il giovane polacco (ultimo affare indecente di Enrico Preziosi) dovrà cambiare passo. E da paggio tornare pistolero.
11) Mario Balotelli
Basterebbe la riga con nome e cognome. Più flop di così non è possibile. Non riuscendo a dribblare un paracarro, a correre più veloce di un pensionato con un ginocchio rotto, a inventarsi qualcosa di utile per salvare il suo Brescia (che nobilmente gli aveva teso la mano) colui che si autodefinì fenomeno ha trovato un modo comodo per farsi notare almeno fuori dal campo: si è trasformato in un attivista che lotta contro questa società consumista, razzista e antibalotellista. Neanche fosse dentro Mississippi Burning. Ha cominciato l'anno facendosi sorprendere alle 6 di mattina accanto a una 500 semidistrutta davanti a un cancello. Una partenza da atleta simbolo. Straordinario cannoniere del passato bruciato dall'indolenza e dalla supponenza, Balotelli ormai convince solo qualche nostalgico e qualche sardina, le uniche categorie dello spirito ancora disposte a definirlo una vittima. Ci sarebbe anche Roberto Mancini, che aspetta solo un respiro del nostro (un tiro al volo, un gol di tacco, una spizzata casuale) per portarlo agli Europei. E allungare di qualche mese la lagna di un calciatore fantasma.
Carlo Ancelotti
Dopo l'esonero è stato fermo due settimane. Poi ha vinto al Superenalotto perché passare dai 6,5 milioni del Napoli agli 11,5 all'anno per cinque anni dell'Everton (la seconda squadra in una città nella quale conta solo la prima, il Liverpool) ha in sé qualcosa di metafisico per il tecnico di Reggiolo reduce da una stagione e mezza di aurea mediocritas italiana. È vero, il turno di Champions l'ha passato, ma era un obiettivo minimo per un club come quello partenopeo. E ha perso quelle caratteristiche glamour che, con Sarri in panchina, ne facevano una delle squadre più fascinose d'Europa. Ancelotti è come certi politici di centrosinistra dopo le elezioni: cade sempre in piedi fra gli applausi degli aficionados e della stampa, fondamentale nel rendere eterne e ridondanti le qualità di un bravo tecnico in declino. Il palmarès è dalla sua parte: è stato l'unico a vincere con Milan, Real Madrid, Psg, Chelsea, Bayern Monaco. Ma come dice Mourinho «è stato anche l'unico a perdere una finale di Champions che all'intervallo vinceva 3-0». Il calcio è anche perfidia.
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Il giro di boa s'avvicina, è tempo di bilanci: Radja Nainggolan resuscitato, Aleksandar Kolarov invece è immortale. Paulo Dybala fuori dal cono d'ombra di CR7, la Lazio ha il miglior Ciro Immobile di sempre. E che belva Lautaro Martinez.Diego Godin non è quello visto all'Atletico e Alessandro Florenzi perde colpi. Lucas Paquetà e Adrien Rabiot andrebbero cercati a «Chi l'ha visto?». Piatek non sa più far gol, mentre Balotelli sta bruciando l'ennesima chance.Lo speciale contiene la top e la flop 11 di questa prima parte di stagione.1) Pierluigi Gollini Gollorius, il Rapper con i guanti (dal singolo inciso per divertimento), è entrato nella galleria degli eroi atalantini che hanno conquistato gli ottavi di Champions. Sui bar del Sentierone ha già un tavolino prenotato a vita perché Bergamo non dimentica. Formidabile fra i pali, migliorabile nelle uscite, è una sicurezza per la difesa di Gian Piero Gasperini, che gioca altissima e ha bisogno di un portiere intelligente alle spalle, capace di intuire calcio come il vecchio libero alla Franco Baresi. Lui ha imparato la specialità da italiano con la valigia in mano, andando a fare Erasmus sportivi prima al Manchester United, poi all'Aston Villa. Ha solo 24 anni, già una carriera da giramondo alle spalle e ha staccato il ticket della convocazione in Nazionale. Rappresenta l'Atalanta di Antonio Percassi, un club di Premier League (per visione strategica, organizzazione e concretezza) che gioca casualmente in Italia. 2) Aleksandar Kolarov Il nonno sta bene di salute e dà lezioni gratis di terzinaggio moderno. Sornione, apparentemente trapassato remoto per quelle ombre argentate che ne segnano la capigliatura, Kolarov è la Treccani del ruolo. Difende da duro, attacca da ala e tira punizioni da artigliere sul Montello. A 34 anni manda a casa gli influencer della fascia (per esempio Andrea Conti e Valentino Lazaro), domina a destra ed è uno dei motori della Roma di Paulo Fonseca, una macchina sportiva affascinante in cui ribelli di genio come Lorenzo Pellegrini e Nicolò Zaniolo hanno bisogno, per crescere, del vecchio guerriero serbo. Per Natale la Roma gli ha proposto il prolungamento del contratto a 3 milioni di euro più la promessa di entrare nel parco dirigenti a fine carriera. Per come è andata a Totti e De Rossi, fidarsi è bene. Fino a un certo punto.3) Stefan De Vrij Fosforo olandese, niente di meno. Avrebbe potuto giocare scampoli nell'Arancia Meccanica di Johann Cruijff al posto di Wim Rijsbergen o Arie Haan, e in questo momento è nettamente il miglior centrale nella batteria dell'Inter capolista ex-aequo. Tra l'altro la squadra con la miglior difesa (14 gol subiti) della Serie A. La sua classe spicca quando fraseggia accanto al più ruvido Milan Skriniar, il suo senso della posizione è di un altro pianeta rispetto a quello (rivedibile nella sua avventura italiana) di Diego Godin. Il gioco di Conte parte spesso da lui, l'attaccante più intelligente degli avversari si infrange spesso davanti a lui. Un difetto ce l'ha, come tutti, ed è pure grave: ogni tanto si bea della propria classe e si perde la punta avversaria nell'area affollata. Ma questo capita anche al numero uno del ruolo, Koulibaly, in crisi esistenziale per mancanza di serenità.4) Leonardo Bonucci È la bandiera che sventola su Iwo Jima, aspettando Giorgio Chiellini. È l'eterno baluardo di una difesa storica, non sempre impenetrabile ma fra le più affidabili d'Europa. La Juve non può prescindere da lui soprattutto in questa fase di inserimento di nuovi volti e di nuove professionalità, per esempio quella del giovanissimo Matthijs De Ligt, fisicamente fortissimo ma acerbo per contrastare le malizie dell'italianuzzo campionato nostro. Fondamentale come collante dello spogliatoio, imprescindibile come guida del reparto, Bonucci ha il 50% dei meriti (l'altro 50% ce l'ha Wojciech Szczesny) d'una difesa che regge ogni urto benché sia un cantiere della metropolitana. In un contesto come questo la richiesta dei tifosi di far giocare stabilmente il tridente (CR7-Dybala-Higuain) più che affascinare Sarri, lo terrorizza. 5) Theo Hernandez Forse la scelta è azzardata, ma nel Milan alla deriva che aspetta Ibrahimovic come il cavaliere della valle solitaria (sicuri che non sarebbe servito di più Mario Mandzukic?), il marsigliese di 22 anni è una pepita che brilla nella notte. Un continuo pericolo per gli avversari, dinamismo straripante, quattro gol come Krzysztof Piatek (giudizio implicito sul crollo del puntero polacco), Hernandez in questi mesi di depressione collettiva è stato così bravo da raddoppiare quasi il suo valore di mercato, da 20 a 35 milioni, un mezzo miracolo economico. L'unico della gestione Boban-Maldini-Gazidis. Ma Theo quei soldi li vale tutti, anzi li valeva anche due anni fa, quando il Real Madrid lo mise sotto contratto per poi mandarlo a far malinconia in provincia. Ricominciare da Hernandez senza rischiare di perderlo è l'imperativo del club. Come lui, fino a qui, solo Robin Gosens dell'Atalanta, che meriterebbe la medaglia per il valore aggiunto dei risultati. Ma la Dea non ha bisogno di incoraggiamento, il Milan sì.6) Miralem Pjanic Se parliamo di direttori d'orchestra non possiamo che partire da lui. Sullo stesso podio che era di Pirlo (equiparazione meritata), il bosniaco è il numero uno per intelligenza tattica, classe, lancio lungo, pericolosità balistica e cattiveria nel far sentire i tacchetti a fil di caviglia. Quando c'è, innesca Cristiano Ronaldo e Paulo Dybala con palloni letali dai giri contati. Quando non c'è, la Juventus è un'altra squadra. E ce ne siamo accorti tutti a Riad nella finale di Supercoppa persa contro la Lazio, dove Pjanic ha mandato l'ologramma. Stanco, spompato dalla pretesa dei «150 tocchi» voluti da Sarri, inerme davanti al dinamismo esplosivo di Luis Alberto. Quando si spegne la luce al regista, sono dolori e sono sconfitte. Questo rafforza la necessità di recuperarlo in pieno per le sfide di Champions in primavera. Quando Pjanic è al massimo anche gente da battaglia come Marcelo Brozovic e Allan sembra giocare in un campionato minore.7) Dejan Kulusevski Nella sua lunga stagione d'oro, l'Atalanta riesce a far diventare fenomeni non solo i suoi giocatori, ma anche quelli mandati in prestito. È il caso di Kulu, 19 anni, svedese di origine macedone (stesso impasto scandinavo-balcanico di Ibrahimovic), esploso in autunno e punto fermo del centrocampo del Parma. È un colpo di genio del guru del settore giovanile bergamasco Giovanni Sartori. Inserito nella lista delle rivelazioni mondiali dell'anno dal Guardian, ora vale 40 milioni ed è un giocatore totale: può essere decisivo da mezzala, da rifinitore, da ala. È devastante, lanciato in profondità spacca le difese. E al tempo stesso insegue chiunque, come fanno i ragazzi della sua generazione che ancora non conoscono la supponenza del divo. Non per niente l'ha preso al volo la Juventus per giugno, lasciando con un palmo di naso le concorrenti di mezza Europa. Inter e Chelsea innanzitutto. 8) Radja Nainggolan Il ritorno del guerriero. Merito dell'aria di mare, del sorriso di Rolando Maran, dell'affetto di un'isola intera e di un fisico tornato a mostrare la tartaruga e non la panza alcolica. È l'anima del fenomeno Cagliari, un centrocampista di un'altra categoria che solo due stagioni fa portò di peso la Roma in semifinale di Champions. Sarebbe stato utilissimo anche a Conte, soprattutto dopo l'ecatombe in mediana per via degli infortuni, ma talvolta i cocci non si aggiustano (vedi il caso Mandzukic a Torino) e allora è meglio salutarsi senza rancore anche perdendoci dei soldi. A 31 anni il leone belga ha ancora moltissimo da dare e lo sta dando al Cagliari con una generosità totale. A Nahitan Nandez, a Giovanni Simeone, a Joao Pedro, a Luca Pellegrini. A chiunque gli passi accanto con la sua stessa maglia.9) Lautaro Martinez Accolto dagli stessi sorrisini di scherno che avevano salutato Gabigol, il centravanti argentino di 22 anni è la testimonianza vivente che l'Inter a trazione cinese ha imparato a stare al mondo. Con 13 gol in 22 partite (5 in Champions) alcuni dei quali stupendi, Lautaro è uno degli attaccanti più feroci e completi d'Europa. Non è un'esagerazione, se è vero che il Barcellona lo ha messo in cima alla lista per sostituire Luis Suarez e il Real Madrid lo considera l'obiettivo numero due se dovesse sfuggirgli Kylian Mbappè. L'Inter teme di perderlo e Beppe Marotta si gioca parte del suo prestigio nel tentativo di far scomparire la clausola di 111 milioni diventata, partita dopo partita, quasi insignificante. Ora si capisce perché il Circo Wanda, al di là del folclore, a Milano non poteva reggere più.10) Paulo Dybala Bastava farlo giocare, bastava dargli una base atletica solida in estate e un doveroso quintale di fiducia in campo. Poi a vincere le partite ci pensa lui, con un'accelerazione in dribbling che ha soltanto Leo Messi (unico paragone possibile per il bene del bianconero) e una precisione di tiro da top player. Partendo da dietro è l'attaccante migliore della Juve e sta sfruttando alla perfezione gli spazi che CR7 gli apre portandosi via mezza difesa avversaria. Chi invoca il tridente non gli vuole bene perché il sacrificato a rientrare sarebbe proprio lui, non certo Cristiano e neppure l'hidalgo Gonzalo. E un Dybala con la lingua fuori dopo tre recuperi sarebbe un insulto, come appendere La Gioconda al contrario. In estate Fabio Paratici stava per venderlo allo United. Lui ha detto no, dimostrandosi più juventino del dirigente. 11) Ciro Immobile Italiano vero. Il bomber di Torre Annunziata fa felice la Lazio con i suoi 84 gol in 120 partite, capocannoniere della Serie A con 17 reti in 15 presenze. Un martello. Un incubo per ogni difesa perché Simone Inzaghi è riuscito a costruire un gioco offensivo che esalta le qualità dello scugnizzo biondo: ripartenze veloci, lanci in profondità, praterie dove Ciro può correre per fare male. Con accanto una seconda punta di fantasia e dribbling come Correa, gode di ancora più spazio e alla soglia dei 30 anni diventa ancora più letale. Se la Lazio è lassù, terza pretendente allo scudetto, il merito è certamente della classe di Milinkovic-Savic, dell'intelligenza di Luis Alberto, del dinamismo di Leiva, Lazzari e Lulic, ma soprattutto delle reti di Immobile. È il più decisivo di tutti, lo dice Sky Sport: i suoi gol hanno portato 14 punti. Oro puro. Rolando Maran Gentile e schivo come un trentino che si rispetti, con uno stipendio di 1 milione di euro (11 volte meno di Conte, sei di Sarri e cinque del licenziato Ancelotti) l'inventore del Cagliari dei miracoli è quel che è sempre stato: allenatore di uomini più che inventore di schemi. Ha recuperato alla vita sportiva Robin Olsen, ha reinventato Simeone junior e ha ricaricato le pile di Nainggolan. Questo significa entrare nella testa di un giocatore e convincerlo che l'orizzonte è suo. La tattica viene dopo e dipende da mille variabili: al Chievo, Maran sapeva far suonare il violino come far parcheggiare il pullman sulla linea di porta. A Cagliari vive una stagione da sogno e sembra Gasperini. Con un Papu in meno e un Ninja in più. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/promossi-e-bocciati-le-pagelle-della-serie-a-2643771725.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-flop-della-serie-a" data-post-id="2643771725" data-published-at="1776685996" data-use-pagination="False"> I flop della Serie A Ansa 1) Bartlomiej Dragowski Nella partita prenatalizia contro la Roma ha mostrato tutto il campionario degli orrori possibili, ma non è questo il motivo per il quale il numero uno della Fiorentina è finito nella tribù dei Musi Lunghi. Il giovane portiere polacco è forte, ha mani e cuore grandi, la scorsa stagione (a soli 21 anni) vantava numeri da fenomeno. Qui non abitano gli scarsi ma i deludenti, i protagonisti mancati, quelli che al Fantacalcio ti fanno prima sognare e poi bestemmiare. E allora largo a Bartolomeo che a maggio è arrivato a un pelo dal salvare l'Empoli nell'epica partita di San Siro (12 parate più un rigore di Icardi) e oggi porta sulle spalle il peso, peraltro condiviso, dei 28 gol subiti in 17 gare da una squadra che avrebbe dovuto lottare per l'Europa e invece rischia di dibattersi nella tonnara della salvezza. 2) Mateo Musacchio Ha l'aria del capro espiatorio argentino, triste, solitario y final. L'anno scorso il centrale del Milan veniva regolarmente incolpato degli errori in uscita di Gigio Donnarumma (il derby perso nel recupero per una sfarfallata addossata a lui sta in videoteca), oggi è responsabile degli sbandamenti strutturali di una retroguardia che dà sempre l'impressione d'essere improvvisata, in balìa delle imbucate e dei calci piazzati. Se la cerniera di centrocampo va a farfalle, la difesa ne risente. Quella del Milan è un mezzo colabrodo (24 gol subiti, 1,4 a partita) nonostante il valore di Alessio Romagnoli, e le responsabilità di Musacchio sono evidenti. Da qualche settimana la cura di Stefano Pioli stava dando i suoi effetti, poi sui rossoneri si è abbattuta l'Atalanta e tutto è tornato in bilico. Lo staff dirigenziale rossonero ha messo nel mirino Jean Pierre Todibo, giovane centrale di riserva del Barcellona. Non certo per un capriccio. 3) Diego Godin Chi l'avrebbe mai detto? Eppure è così, non ti basta il nome, non ti serve la carriera e non ti aiuta il precedente di Nemanja Vidic dentro lo stesso spogliatoio qualche anno fa. Il grande difensore uruguagio è arrivato all'Inter a parametro zero dopo un decennio da monumento vivente, proprio per blindare la retroguardia e trasferire nello spogliatoio la mentalità vincente. Risultato: fuori dalla Champions a dicembre, come 12 mesi fa, con un suo assist involontario. E con due aggravanti forse passeggere: la difficoltà ad adattarsi alla difesa a tre di Antonio Conte e lo scivolamento nelle gerarchie interne a beneficio del baby Alessandro Bastoni, oggi ritenuto più tonico, grintoso, perfino affidabile di lui. Lo sbarco in Italia è stato impietoso e nessuno gli ha perdonato nulla, neppure noi. Ma il 2020 potrebbe restituire al calcio il fuoriclasse di sempre, anche se a 34 anni l'avvenire è quasi sempre dietro le spalle. 4) Kostas Manolas Chi lascia la casa vecchia per quella nuova, e via sdottorando di geronto proverbi. Il greco di Nasso, isola dove Teseo abbandonò Arianna nell'incrocio fra storia e mito, era convinto di poter finalmente lottare per lo scudetto a Napoli, alla corte di Carlo Ancelotti, accanto al bronzo di Riace chiamato Kalidou Koulibaly. Il Saggio e l'Infallibile gli avrebbero cambiato la vita e avrebbero mitigato la malinconia di chi lascia Roma per un altro posto. Invece il Saggio esonerato e l'Infallibile in crisi mistica anche per colpa sua. La coppia non funziona: con Manolas e Koulibaly hai due splendidi atleti, due grandi dell'uno contro uno. Ma non ne hai mezzo che sappia guidare il reparto con la raffinatezza tattica di Raul Albiol. Per verificare i danni basta guardare la classifica, mettere a fuoco la posizione della Roma abbandonata (e libera di ingaggiare Chris Smalling) e quella del Napoli delle speranze tradite. Questo in Italia perché in Champions gli azzurri si trasformano e Manolas potrebbe tornare uno splendido guerriero acheo. 5) Alessandro Florenzi Da pupillo di Francesco Totti a riserva, fine di un sogno. Non è più il pendolino della domenica pomeriggio, arriva dopo, arriva male e troppo spesso guarda la partita dalla panchina. A 28 anni è troppo presto per imboccare il viale del tramonto, ma Paulo Fonseca lo non lo vede, gli ha preferito fin da subito Leonardo Spinazzola. E quando l'ex Juventus si è infortunato, ha mandato in campo Davide Santon. Terzo di tre, Florenzi, anche se ha giocato da titolare le ultime tre gare dell'anno. Terzo di tre, dopo che l'estate scorsa aveva resistito alla corte dell'Inter per rinnovare con la Magica e proseguire a casa sua una carriera da numero uno del ruolo. Il problema di Florenzi è l'esplosività che non c'è più, o almeno non si vede più senza la continuità. Ha bisogno di giocare, di sentirsi parte del progetto, di «stare lì sempre lì» come l'Oriali di Ligabue. Giocare 20 minuti non ha senso, allora è travolto dalla frenesia, poi dall'insicurezza, infine dalla malinconia. 6) Lucas Paquetà La notizia non è che il Milan lo abbia messo in vendita per gli stessi 35 milioni pagati un anno fa. Ma che il Paris Saint Germain lo possa acquistare per quella cifra o scambiarlo con Julian Draxler più un po' di soldi. Sembra fantascienza, la storia del fantasista di Rio de Janeiro, ventiduenne giocatore di grande talento e di difficile collocazione tattica. Sembra fantascienza, anche se mitigata dal mentore del centrocampista brasiliano: lo stesso Leonardo che rischia di diventare l'uomo che lo comprò due volte. Paquetà è un ottimo giocatore solitario in un Milan che di solisti inutilmente abbonda. E se prima Gennaro Gattuso, poi Marco Giampaolo, infine Stefano Pioli hanno faticato a trovargli un ruolo in campo, la colpa non è sua. Lui sa chi è e cos'è: uno stupendo centrocampista offensivo che non conosce disciplina tattica e che questo Milan non può permettersi. Troppo anarchico, troppo incostante, troppo bohémien. Ecco, a Parigi potrebbe sfondare, trovare la sua vie en rose. Finché qualcuno non gli chiederà di rincorrere un anonimo mediano del Rennes. 7) Adrien Rabiot L'enfant prodige di Parigi sta qui in mezzo perché nessuno lo ha ancora visto. È stato inseguito, desiderato, convinto da Gianluigi Buffon nello spogliatoio del Psg a passare dalla Senna al Po. Doveva essere il centrocampista perfetto per completare la raffinatezza del possesso palla della Juve di Sarri; doveva eventualmente dare qualche turno di riposo a Miralem Pjanic in regia. Zero, un fantasma. È vero che scalare posizioni dentro la corazzata bianconera è difficilissimo perché ti trovi davanti Blaise Matuidi, Rodrigo Bentancur, Sami Khedira, Emre Can, Aaron Ramsey (defilato quasi quanto lui), ma sembra che Rabiot l'abbia presa comoda. Non ha inciso, non ha mostrato il suo cambio di passo supportato da un fisico che potrebbe renderlo un fattore. A Sarri il suo piede educato piace parecchio, ma la squadra ha bisogno di altre velocità per supportare Paulo Dybala e Cristiano Ronaldo. Così Rabiot diventa una speranza, un'ipotesi di carta vincente da Champions. A 24 anni c'è tempo, ma non troppo. 8) Hirving Lozano È il grande cruccio di Aurelio De Laurentiis. Ancora più di Insigne, ancora più dell'ultimo Koulibaly. Credeva di avere ingaggiato un fenomenale rifinitore, ha in casa un malinconico giocoliere con l'autonomia di mezz'ora. Uno spreco di talento (e di denaro, 42 milioni al Psv Eindhoven) enorme. Uno dei motivi dell'allontanamento del compassato Ancelotti. Quello stupendo attaccante messicano dal tiro micidiale utilizzato così poco e così male è uno schiaffo al dio del calcio, ma il problema è nel sistema tattico del Napoli che mai potrebbe - se non cambiando pelle in modo significativo - esaltare le caratteristiche di un genio contropiedista come Lozano. Anche qui arriva in soccorso la Champions. Sarà un paradosso, ma l'incursore messicano ha più possibilità di far impazzire il San Paolo contro il Liverpool che contro la Spal. 9) Cristiano Biraghi Giocare a tutta fascia è una cayenna, giocare a tutta fascia in una squadra di Conte è quasi un suicidio. Lo è per calciatori speciali, figuriamoci per bravi ragazzi come Biraghi, che stava da re nella Fiorentina e un certo giorno di fine mercato si è ritrovato all'Inter dove era cresciuto e aveva accarezzato la Serie A dalla Primavera. Gettato nella mischia per i limiti fisici (e di usura) di Kwadwo Asamoah, Biraghi ha mostrato generosa applicazione. Che è come dire: limiti su limiti. Preciso senza essere fenomenale in copertura, è praticamente nullo in attacco, dove nessuno gli ha mai insegnato non solo a saltare l'uomo, ma neanche a immaginare di farlo. Così lotta, regge, sbanda, scricchiola, mostra vuoti ma non si arrende. E questa indomita propensione alla sofferenza, al tecnico del parossismo organizzato piace. Bontà sua. 10) Krzysztof Piatek Se c'è una delusione visibile a occhio nudo in tutto il panorama del pallone italiano, questa delusione è Piatek. È vero che paga una stagione in cui ogni starnuto era un gol; è vero che sconta i limiti strutturali di un club alla ricerca di sé stesso, gestito in modo ragionieristico da un fondo e in modo avventuroso da ex calciatori che si credono manager; è vero che ha sofferto il cambio di quattro allenatori in un anno e mezzo tra Genoa e Milan. Ma il bomber polacco sta facendo una cilecca da paura. E sembra avere perso la caratteristica da grande attaccante: il senso del gol. Adesso arriva male e sbaglia, una due dieci volte. Zlatan Ibrahimovic potrebbe fargli bene, la pressione da gennaio sarà tutta sul vecchio fenomeno svedese e la rinascita di Piatek potrebbe coincidere con il ritorno dei rossoneri dove la storia del calcio li ha voluti, lassù sulle alte cime. Però il giovane polacco (ultimo affare indecente di Enrico Preziosi) dovrà cambiare passo. E da paggio tornare pistolero. 11) Mario Balotelli Basterebbe la riga con nome e cognome. Più flop di così non è possibile. Non riuscendo a dribblare un paracarro, a correre più veloce di un pensionato con un ginocchio rotto, a inventarsi qualcosa di utile per salvare il suo Brescia (che nobilmente gli aveva teso la mano) colui che si autodefinì fenomeno ha trovato un modo comodo per farsi notare almeno fuori dal campo: si è trasformato in un attivista che lotta contro questa società consumista, razzista e antibalotellista. Neanche fosse dentro Mississippi Burning. Ha cominciato l'anno facendosi sorprendere alle 6 di mattina accanto a una 500 semidistrutta davanti a un cancello. Una partenza da atleta simbolo. Straordinario cannoniere del passato bruciato dall'indolenza e dalla supponenza, Balotelli ormai convince solo qualche nostalgico e qualche sardina, le uniche categorie dello spirito ancora disposte a definirlo una vittima. Ci sarebbe anche Roberto Mancini, che aspetta solo un respiro del nostro (un tiro al volo, un gol di tacco, una spizzata casuale) per portarlo agli Europei. E allungare di qualche mese la lagna di un calciatore fantasma. Carlo Ancelotti Dopo l'esonero è stato fermo due settimane. Poi ha vinto al Superenalotto perché passare dai 6,5 milioni del Napoli agli 11,5 all'anno per cinque anni dell'Everton (la seconda squadra in una città nella quale conta solo la prima, il Liverpool) ha in sé qualcosa di metafisico per il tecnico di Reggiolo reduce da una stagione e mezza di aurea mediocritas italiana. È vero, il turno di Champions l'ha passato, ma era un obiettivo minimo per un club come quello partenopeo. E ha perso quelle caratteristiche glamour che, con Sarri in panchina, ne facevano una delle squadre più fascinose d'Europa. Ancelotti è come certi politici di centrosinistra dopo le elezioni: cade sempre in piedi fra gli applausi degli aficionados e della stampa, fondamentale nel rendere eterne e ridondanti le qualità di un bravo tecnico in declino. Il palmarès è dalla sua parte: è stato l'unico a vincere con Milan, Real Madrid, Psg, Chelsea, Bayern Monaco. Ma come dice Mourinho «è stato anche l'unico a perdere una finale di Champions che all'intervallo vinceva 3-0». Il calcio è anche perfidia.
Michele Emiliano (Imagoeconomica)
Almeno fino a quando arriveranno le elezioni e diventerà parlamentare, come le hanno promesso. Ma manca un anno e mezzo. E fino ad allora? Vorremmo aiutarla, caro Emiliano, e perciò in via eccezionale trasformiamo questo spazio in un’inserzione: AAA cercasi dispensatore di stipendi per mantenere ex governatore in astinenza da gettoni d’oro. Somma minima richiesta: 10.000 euro al mese. Astenersi perditempo.
Speriamo che funzioni. Saremmo lieti di dare una mano a risolvere il rebus che sta occupando da mesi le migliori intelligenze del Pd. Uno si immagina il principale partito d’opposizione impegnato, senza distrazioni, a studiare i dossier sul Medio Oriente, i nuovi piani economici, le strategie per la politica sanitaria. Spiace, invece, vedere tante risorse dedicate soltanto a trovare il modo di darle uno stipendio. E senza riuscirci per altro. Uffici studi, riunioni, vertici, esperti: niente infatti è servito, almeno finora, per raggiungere l’ambito scopo. E cioè il suo bonifico mensile. Che per il Pd resta più difficile da ottenere che l’alleanza con Renzi e Conte.
La questione è nota. Lei è stato 23 anni in politica come magistrato in aspettativa. Dal 7 gennaio 2026, finito il secondo mandato in Regione, dovrebbe quindi rimettersi la toga addosso. Ma lei non lo vuole fare. Intanto perché fare politica è pur sempre meglio che lavorare. E in secondo luogo perché, ovviamente, non potrebbe farlo a Bari, dove è stato prima sindaco poi governatore. Può un barese doc come lei, amante delle cozze pelose e delle cime di rapa, trasferirsi a Gorizia o Cuneo (dico due città a caso)? Così è nata l’idea di un incarico pro tempore in Regione, giusto il tempo che arrivino le elezioni per portarla in carrozza a Montecitorio. Ma è qui che si sono schiantate le migliori intelligenze della sinistra.
La sua idea, infatti, era di avere un terzo mandato come governatore: «Ci vogliono facce nuove», disse infatti in tempi non sospetti, proponendosi subito dopo come successore di sé stesso. L’idea fu ovviamente scartata. Allora pensò di fare l’assessore del nuovo governatore Decaro, ma quello col piffero che lo vuole in squadra. Così si andò alla affannosa ricerca di soluzioni alternative. Prima l’hanno proposta come consulente giuridico della Regione. Ma la legge dice esplicitamente che un consulente giuridico non può avere il distacco dalla magistratura. Allora l’hanno proposta come «consigliere speciale per l’Ilva». Ma il Csm ha risposto con un documento traducibile con «’ca nisciuno è fesso». Ora siamo in attesa della prossima proposta. Nel caso i cervelloni della sinistra fossero in difficoltà, suggeriamo di nominarla, caro Emiliano, come responsabile del master: «Servire le istituzioni o servirsi delle istituzioni?». Il distacco, nel caso, è assicurato. Forse non dalla magistratura, ma di certo dalla realtà.
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Ansa
Un piano che i più hanno accolto come una follia totale e che, vale la pena di ricordarlo, mesi fa è stato bocciato pure dal Tar. Eppure l’amministrazione progressista bolognese non ha voluto fermarsi né davanti all’opposizione dei cittadini né davanti al provvedimento del tribunale. Pur di imporre il limite dei 30 chilometri all’ora su 258 chilometri di strade urbane, il sindaco ha fatto elaborare oltre una ventina di ordinanze specifiche, esibendo una tigna degna di miglior causa. La fase due del progetto scatta oggi, e andrà a toccare non solo zone sensibili vicine a scuole, ospedali o asili (dove effettivamente ha senso mettere restrizioni) ma anche vie non a rischio in cui non si registrano incidenti da anni. Per l’occasione saranno introdotti rallentatori, segnali luminosi e altre meravigliose innovazioni: altri soldi spesi per giustificare l’ingiustificabile. Il risultato sarà quello di causare alla popolazione fastidi e problemi di vario genere, con inevitabile corredo di multe a cui anche i più attenti faticheranno a sfuggire.
Lo hanno capito non soltanto gli avversari di Lepore, ma pure esponenti progressisti come il sindaco di Modena Massimo Mezzetti. Parlando a una tavola rotonda nel museo dedicato a Enzo Ferrari, Mezzetti ha spiegato che nella sua città non agirebbe mai come il collega di Bologna. Se «Città Trenta» «deve diventare una bandierina ideologica, e tutti dicono “fate come Bologna”, io dico di no, non farò come loro, preferisco trasformare gradualmente più pezzi di città ai 30 all’ora, partendo da scuole, ospedali e aree residenziali, fino ad allargare sempre più, in modo che la scelta venga assorbita, compresa e praticata».
Mezzetti ha dettagliato il suo pensiero con toni piuttosto ruvidi: «A Bologna la “Città Trenta” è un’aspirazione dove ci sono i cantieri», ha detto, «e non si può andare oltre i 15 all’ora, mentre nelle altre zone nessuno sta più rispettando la “Città Trenta”. Se impongo la “Città Trenta”, e dopo una settimana di controlli lascio tutti liberi di correre quanto vogliono, ho brandito la mia bandierina, ma di fatto non ho davvero realizzato la trasformazione».
In realtà, Mezzetti ha semplicemente scoperto l’acqua calda. Si è limitato a prendere atto della realtà, notando che il provvedimento sui 30 all’ora è delirante e inapplicabile, e infatti nella prima fase - ancora prima di essere fermato dal Tar - non è stato applicato, anche perché avrebbe probabilmente provocato qualche sorta di rivolta sociale. Ostinarsi a portarlo avanti significa nei fatti decidere di vessare la cittadinanza, applicando uno strumento di controllo sociale particolarmente invasivo. Un amministratore con un po’ di sale in zucca non può non rendersene conto.
Il problema è che nei dintorni del Pd se qualcuno dice una cosa di buon senso immediatamente suscita sospetto o peggio irritazione. E infatti il bolognese Lepore si è subito risentito ed è esplosa una polemica interna con sfumature patetiche. «Mezzetti mi ha chiamato e ha detto di essere stato equivocato», ha detto il primo cittadino di Bologna alla stampa che lo interpellava sulle dichiarazioni del collega. A stretto giro, anche il povero sindaco di Modena è stato costretto a rimangiarsi in parte le uscite critiche. «La bandierina ideologica è quella che mi viene sventolata spesso dai comitati modenesi, tutte le volte che accade un incidente, e ci viene detto che dobbiamo fare come a Bologna», ha detto Mezzetti. «Io credo al limite dei 30 all’ora e lo stiamo attuando, ma in un modo diverso. Non è un mistero e lo avevo già detto. La lettura suggestiva che queste parole celino un attacco a un collega è quindi destituita di fondamento, perché io non l’ho mai nominato. Ho anzi insistito sul fatto che credo nei cambiamenti, ma solo se sono anche culturali. Forse è un processo che prevede più tempo, ma per me l’unico che funziona». In sostanza, il sindaco di Modena ha ribadito la sua posizione, ma ha dovuto precisare di non aver mai contestato l’amico Lepore.
Tutto da copione: chiunque sa che il piano bolognese è una stupidaggine, ma guai a contestarlo, perché non si può certo aprire un caso politico. Dunque chi, pur a ragione, avanza dubbi, deve fare retromarcia. E deve farla alla rapidissima: la fedeltà alla linea non conosce limiti di velocità.
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Ansa
Tale emendamento stabilisce sostanzialmente che ai legali venga offerto un incentivo economico (che dovrebbe appunto essere corrisposto dal Consiglio nazionale) per invitare gli stranieri a rientrare in patria. L’incentivo dovrebbe essere analogo a quello che oggi il migrante rimpatriato riceve per le «prime esigenze». Secondo Riccardo Magi di +Europa parliamo di circa 615 euro per ogni rimpatrio.
Niente di allucinante: certo la norma potrebbe essere ridiscussa e raffinata, ma vale la pena di ricordare che il rimpatrio volontario assistito non solo è previsto dalle leggi vigenti ma è anche una procedura di assoluta civiltà: si foraggiano gli stranieri, li si aiuta a ristabilirsi a casa e si evitano loro peggiori destini in Italia. Eppure i cari progressisti, che con tutta evidenza non avevano nemmeno contezza dell’emendamento, hanno perso la brocca. Angelo Bonelli dei Verdi parla di una violazione dei principi costituzionali che garantiscono il diritto alla difesa. Debora Serracchiani del Pd grida che il governo vuole dare un incentivo agli avvocati per la «remigrazione dei loro assistiti». Il già citato Magi sostiene che «siamo a un passo dall’Ice di Trump». Sul tema si è esposto pure l’esecutivo di Magistratura democratica, secondo cui l’emendamento rappresenta «la lesione di un diritto e di una funzione», motivo per cui andrebbe assolutamente ritirato in sede di conversione del decreto alla Camera. Il Consiglio nazionale forense, invece, ci ha tenuto a dissociarsi dal provvedimento, affermando di non esserne stato informato.
Questa vicenda, benché surreale, è emblematica dell’atteggiamento della sinistra italica sulla questione migratoria. Ricordiamo che qui non si parla di un premio per chi getta a mare gli stranieri, ma di una spinta affinché si convincono le persone a rientrare a casa senza rischi. Perché un legale non dovrebbe consigliare questa possibilità a un suo assistito? In secondo luogo, va considerato che ad oggi gli avvocati vengono pagati dallo Stato per fare l’esatto contrario, cioè per aiutare gli stranieri a fare ricorso contro il rigetto della richiesta di asilo. Stando ai dati più recenti risulta che nel 2024 la spesa complessiva per il gratuito patrocinio nel processo penale è stata di 266,5 milioni di euro, ovviamente a carico dei contribuenti. Gli stranieri che hanno beneficiato di tale agevolazione in ambito penale sono stati 56.359 (nel 1995 erano appena 3.335). A guadagnarci ovviamente sono soprattutto i legali. Più o meno il 93% della spesa a carico dello Stato è rappresentato dal compenso dei difensori. Quanto alle tariffe, secondo alcuni calcoli la parcella media di un avvocato per il gratuito patrocinio si aggira attorno ai 798 euro per il penale e 429,81 euro per il civile, al netto delle tasse. Se ci tariamo su questi numeri e consideriamo i calcoli fatti di Magi sull’incentivo per il rimpatrio, dobbiamo dedurne che per un avvocato sarebbe comunque più profittevole assistere un migrante che convincerlo a tornare a casa. Dopo tutto, questo è esattamente ciò che vogliono i progressisti: pagare gli avvocati dei migranti va bene. Ma solo se si prodigano per farli restare qui.
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Donald Trump (Getty Images)
Giovedì, il presidente americano ha ammorbidito i toni per quanto riguarda il pontefice. «È molto semplice. Non ho nulla contro il papa. Non ho intenzione di litigare con lui», ha affermato, per poi aggiungere: «Il papa può dire quello che vuole e io voglio che dica quello che vuole, ma posso non essere d'accordo». «Il papa deve capire che questo è il mondo reale. È un mondo brutto. Ma per quanto riguarda il papa e il dire quello che vuole, può farlo. Sono sicuro che il papa sia una brava persona. Non l'ho incontrato, ma non sono d'accordo con il papa, se il papa permettesse all'Iran di avere un'arma nucleare», ha continuato.
Sabato, è stato invece Leone a gettare acqua sul fuoco. «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me», ha detto. «Gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto», ha proseguito, sostenendo che il suo discorso del 16 aprile, interpretato dalla stampa come critico nei confronti della Casa Bianca, «era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo». «Eppure», ha aggiunto, «è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Insomma, dopo le tensioni, sembrerebbe che entrambi i leader stiano cercando una sorta di distensione. Trump è il primo ad averne bisogno. Criticando duramente il papa, il presidente rischia innanzitutto di alienarsi quel voto cattolico che, nel 2024, aveva invece nettamente vinto. Trump non può permettersi un simile scenario, soprattutto in vista delle Midterm novembrine. In secondo luogo, la Casa Bianca deve fare anche attenzione al 2028: JD Vance e Marco Rubio, entrambi cattolici, sono infatti i principali possibili contendenti per la nomination presidenziale repubblicana. Inoltre, sul fronte dem, uno dei nomi più forti è un altro cattolico, come il governatore della California, Gavin Newsom. Infine, con il suo aspro attacco al papa, Trump ha rischiato indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi che, nella Chiesa cattolica, erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. Settori che di certo non hanno appoggiato Leone e da cui il pontefice ha a sua volta necessità di guardarsi con estrema attenzione.
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