Aldo Grasso (Imagoeconomica)
Firma del «Corriere», non disdegna il grande schermo, soprattutto quando ne va del suo portafoglio. Molto docile se intervista il suo editore, amabile con Fazio e la Cucciari che lo invitano, ma feroce coi suoi «nemici» come Berlinguer e, soprattutto, Ricci
Cognome e nome: Grasso Aldo. Critico televisivo del Corriere della Sera, autore di Cara Televisione - Una storia d’amore e altri sentimenti (Raffaello Cortina Editore, 2026), un mix di passioni e di ripulse shakerato in 36 anni di onorata carriera.
E dove è andato a promuoverlo?
Ma in tv, ovvio.
Proprio come uno di quei personaggetti (quorum ego, ai tempi in cui vivevo ingabbiato nel piccolo schermo da mane a sera) di cui scrive peste e corna, nel momento in cui si fanno piazzisti di sé stessi in video.
Si è quindi appalesato da Fabio Fazio il 9 marzo.
Poi, il 9 aprile, da Geppi Cucciari, una forzata della battuta spiritosa a tutti i costi, diventata un’eroina dei ceti medi riflessivi da quando al premio Strega ha infiocinato come un tordo l’allora ministro Gennaro Sangiuliano.
Nulla di male, ci mancherebbe.
Marketing is marketing.
Però la sensazione è stata comunque di straniamento.
Come ritrovare un critico gastronomico attovagliato in uno dei ristoranti che deve giudicare, ospite dello chef.
Fabiolo nel volumetto non è mai citato.
La Cucciara invece sì, una volta, conduttrice «brava e intelligente».
Una rasoiata in piena regola, nevvero?
Già in passato si era scagliato contro Maria Giuseppina e il suo manufatto tv.
Leggere per credere il suo attacco del 29 marzo 2024: «Lunga vita a Splendida cornice, Rai 3, un programma che sa affrontare problemi seri con leggerezza, che diverte sapendo suscitare curiosità e stimolare lo spettatore».
Valutazione al vetriolo bissata il 17 ottobre 2025: «Quanta roba! Quanti ospiti! Quanto tutto! Finalmente sono tornate Geppi Cucciari e la sua Splendida Cornice. Di aggettivi per descrivere la brillantezza con cui Geppi conduce ne abbiamo già spesi parecchi: brava, intelligente (aridanga, ndr), pronta, spiritosa, ironica».
Due mesi dopo: «Lunga vita (ari-aridanga, ndr) a Splendida cornice, una riserva indiana da difendere», 12 dicembre 2025.
Nota a margine: se il peccatuccio dell’incipit reiterato l’avesse commesso uno che a Grasso risulta pregiudizialmente antipatico, il «mediocre plagiatore» sarebbe stato sistemato per le feste.
Grasso è un cultore del situazionismo.
No, non quello di Guy Debord, intellettuale cult del Sessantotto.
Anche se citarlo fa chic e non impegna.
Come è successo a Grasso il 20 marzo 2001, che nel forum TeleVisioni ha spiegato che «Debord oggi sembra avere molti seguaci in televisione, nella pubblicistica, nelle arti figurative, perfino su Internet. Alcuni protagonisti di spicco della nuova tv, uno su tutti: Antonio Ricci, amano ricondurre alcuni gesti linguistici (?, ndr) che caratterizzano i loro programmi alla lezione di Debord, situazionisti moderni riconoscibili dal conto in banca a nove zeri», forse una stilettata proprio a Ricci, questo riferimento al vile denaro, vai a sapere.
Più banalmente, Grasso appare un situazionista che sa adattarsi alle situazioni contingenti.
14 settembre 2025.
Sul palco del Festival della Comunicazione di Camogli, Grasso - «un amico fedelissimo che da sempre ci accompagna nei momenti più importanti» - intervista Urbano Cairo.
Incidentalmente il suo editore.
Incidentalmente anche editore di La7.
Tv incidentalmente media partner della rassegna medesima.
La prima domanda è stato un inaspettato colpo sotto la cintola: «Il titolo che ho dato al nostro incontro, presidente, “pensare il futuro”, è un furto che io ho fatto a lei, una volta in cui è venuto in università, nel 2015, per parlare di tv e invece fece un discorso motivazionale per cui gli studenti impazzirono, e alla fine concluse: dovete sempre guardare in avanti, perché - affinché il futuro si realizzi - dovete pensare il futuro. Oggi si sentirebbe di fare ancora un’esortazione di questo genere?».
Un vero uppercut alla Mike Tyson.
Intendiamoci: interloquire in pubblico con il proprio datore di lavoro non è sbagliato o disdicevole di per sé, anche se «un giornalista che intervista il proprio editore è sospettabile di scarsa indipendenza» (così mise le mani avanti lo smaliziato Federico Rampini nell’introduzione di Per adesso, Longanesi 1999, suo libro-intervista con Carlo De Benedetti).
Ma si sa: gli interessi in conflitto sono sempre quelli altrui.
Come gli ha ricordato un’inviperita Bianca Berlinguer (nel libro gode di una citazione, «ecco intervenire l’artificio dell’ipocrisia, succede spesso nel suo salotto»).
Giugno 2022.
Il titolo dell’intervento del critico è già tutto un programma: È finita Cartabianca e spero non torni più.
Berlinguer carica - giustamente - a testa bassa, come un muflone sardo: «Ma vi sembra normale che il critico televisivo del gruppo editoriale al quale appartiene la trasmissione mia diretta concorrente, DiMartedì su La7, si auguri la chiusura d’autorità del mio talk?».
Di più: «E dico “d’autorità” dal momento che gli ascolti ci hanno costantemente premiato, ma per Grasso la risposta positiva del pubblico sarebbe un criterio valido solo per le tv commerciali perché i loro bilanci dipendono dagli ascolti, non per il servizio pubblico. Mentre la Rai finanziata in parte dal canone, cioè dai soldi dei cittadini, dovrebbe disinteressarsi del consenso degli ascoltatori».
Non è agli atti alcuna replica dell’interessato.
Che però deve essersela legata al dito nel momento del passaggio di Berlinguer da Rai a Mediaset.
Il 13 settembre 2023, nell’occuparsi del debutto di È sempre Cartabianca su Rete4, intinge tastiera e mouse nel miele: «Siamo ancora a Non è la Rai, la recensione potrebbe essere scritta senza guardare il programma».
Ah, e come mai? «Tanto è sempre il solito circo», una sentenza da bar social, ma pazienza.
Poi passa alle insolenze nei confronti della padrona di casa: «Ha ribadito che è stata affascinata dai segnali di pluralismo di Pier Silvio Berlusconi (“segnali di pluralismo” is the new “conto in banca”). L’idea che mi sono fatto, potrò anche sbagliare, è che Berlinguer abbia vinto alla Lotteria. Ora, stretta fra Mario Giordano e Francesco Borgonovo, può finalmente vergognarsi di aver condiviso un giovanile entusiasmo collettivo», ovvero la red passion di famiglia.
Con Antonio Ricci la ruggine è addirittura atavica (ne so qualcosa anch’io, quando nella seconda metà degli anni Ottanta firmavo inchieste sulla tv per Panorama: avendo preso le parti del patron di Striscia la notizia in una querelle con Grasso, l’Insigne mi ha messo nel suo libro nero, e pazienza).
Giovedì scorso la singolar tenzone si è arricchita di un nuovo capitolo.
Ospite della Cucciara, Grasso si è intestato l’invenzione del Tapiro: «Scrissi di Gerry Scotti: ha un cervello di tapiro. Io mi presi una querela, ma da lì nacque il famoso Tapiro d’oro».
Fake news colossale, l’ha spernacchiato Ricci (testo e video sono in rete).
Primo: il tapiro è la trasposizione dell’idolatrato Vitello d’oro della Bibbia, come messo nero su bianco dallo stesso Ricci in Me Tapiro, Mondadori 2017.
Vero è che Grasso, nel libro Al paese dei Berlusconi (Garzanti, 1993), aveva bersagliato Scotti: «Esami radiologici hanno dimostrato che il soggetto possiede un cervello non comune, con un coefficiente di intelligenza pari a quello di un tapiro».
Solo che il riconoscimento non è mai stato destinato al minus habens di turno, quanto piuttosto a chi ha subito uno smacco.
Tant’è che il Tapiro fu appioppato a Scotti (l’8 aprile 1997, mentre stava registrando La sai l’ultima?) dopo aver perso la causa intentata proprio nei confronti di Grasso, rimettendoci peraltro sette milioni e mezzo di lire dell’epoca.
Mentre il primo in assoluto fu recapitato il 26 novembre 1996 a un pm cui era stata sottratta un’inchiesta, e il cerimoniere non fu Valerio Staffelli ma il Gabibbo.
C’è qualcosa che Aldo Grasso teme? Pare abbia terrore delle «pulci» di Stefano Lorenzetto, occhiuto esaminatore di siti, giornali e giornalisti (ha «pizzicato» pure me). Il 14 novembre 2014 Grasso, nel recensire l’affettuoso ricordo dedicato da Massimiliano Del Papa all’«irriverenza fatta persona», cioè allo storico critico televisivo dell’Espresso: Il rompicoglioni. L’eredità perduta di Sergio Saviane, scolpisce: «Il rompicoglioni rende anche il giusto omaggio, nutrendosene, al magistrale ritratto che Lorenzetto ha tratteggiato dello scrittore veneto nel suo libro Hic Sunt Leones», Marsilio 2013.
Come lo ripaga Lorenzetto?
14 dicembre 2025. Grasso: «Sul palco di Atreju, Federico Mollicone ha detto che “Pier Paolo Pasolini sarebbe onorato di essere accostato a Charlie Kirk”. Insomma, Ppp è stato pigiato nel Pantheon della destra, a 53 anni dalla morte, attraverso una seduta spiritica».
E Lorenzetto: «Si è portato avanti con il lavoro Atreju, oppure Grasso ha previsto il futuro nel corso della medesima seduta spiritica? I 53 anni dalla morte di Pasolini cadranno solo nel 2028», tiè.
«Molti dirigenti della televisione attuale si sono laureati con me» ha svelato Grasso in un’intervista telefonica del 26 settembre 2018 a Myriam Mereu dell’università di Cagliari. Al Franti che è in me è sorto un dubbio: sarà mica questa la vera causa del declino del mezzo?
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Una delle sigle delle vetture pubbliche milanesi ha integrato i servizi sulla piattaforma utilizzata dall’app americana. Risultato: risse e scambi di accuse fra i conducenti.
A Milano le auto bianche sono sempre più «nere». Di rabbia. Ci riferiamo ai taxi in perenne conflitto con Uber, la multinazionale americana che offre via app il noleggio con conducente (Ncc) alternativo al taxi e simboleggiato da un veicolo nero, per l’appunto: berlina o van a portata di tutti, ovunque, non più solo un lusso per facoltosi passeggeri come alle origini.
Una concorrenza ritenuta «sleale» da molti tassisti, in continua mobilitazione per denunciare l’invasione da altri Comuni lombardi di autisti privati «abusivi», cioè di vettori neri che operano come un’auto bianca pur avendo (per legge) regole d’ingaggio differenti. «Per esempio, i mezzi Ncc non potrebbero stazionare in strada rimorchiando il cliente, ma devono partire da una rimessa situata nel Comune che ha rilasciato l’autorizzazione Ncc», spiega Claudio Giudici, presidente nazionale del sindacato Uritaxi, «invece questi conducenti aggirano la norma, oltre a non prestare servizio nel proprio territorio meno redditizio, continuando a circolare per la metropoli perché così l’algoritmo di Uber li premierà con più richieste. Nel frattempo, inquinano e incidono sul traffico. Poi, di notte, con meno vigili in strada, sostano pure su piazza, tanto il mezzo Ncc non dà nell’occhio: come lo si riconosce? E chissà per quante ore lavorano. Noi dobbiamo rispettare i turni…».
C’è poi la questione delle tariffe. Quelle dei taxi (servizio pubblico non di linea) sono fisse, determinate dalle amministrazioni comunali e applicate sul tassametro, mentre Uber può variare i prezzi anche in base al meteo. Riprende Giudici: «Piove? Possibili rincari. Uguale nelle festività. E se in una certa fascia oraria cresce la domanda di corse? L’utente paga di più. In caso contrario, la tariffa calerà per essere più conveniente. È così che lavora l’algoritmo dinamico di Uber, è così che si manifesta la concorrenza sleale».
Eppure, proprio a Milano, nel 2022, qualcuno ha stretto un accordo con il «nemico». È il Radiotaxi del 6969, che ha integrato l’app italiana del consorzio itTaxi a Uber, per offrire ai propri tassisti (1.500) un altro canale digitale di chiamata. «È un modo per intercettare l’utenza internazionale, Uber è un colosso che non si può ignorare: lo straniero che oggi atterra in aeroporto difficilmente cerca il numero del Radiotaxi», spiega Marco Gentile, presidente del 6969. «Ciò non significa che tolleriamo l’operato di alcuni Ncc, anche noi vogliamo una legge che disciplini meglio i ruoli», precisa Gentile. Tuttavia, l’alleanza ha aperto una faida cittadina nella categoria: da una parte i «conservatori», gli anti Uber, dall’altra i «traditori», quelli del 6969. Una guerra che, come ultimo atto, ha visto due tassisti battagliare in pieno centro. Con tanto di prova video.
«Sono al pronto soccorso, devo farmi controllare il timpano». La voce è quella di Guido Grassi, tassista in servizio da 25 anni nonché rappresentante di Federtaxi Cisal Milano. Denuncia di essere stato aggredito da uno dei «boss» del 6969, ovvero il veterano Vincenzo Mazza, detto «Gegè», che durante un’accesa discussione in corso Venezia ha allungato le mani nell’abitacolo del rivale: strattoni, insulti. «Poi mi ha minacciato: “Ti faccio un buco in testa”. Il passeggero che avevo a bordo ha ripreso tutto», si sfoga Grassi, in realtà più ferito per l’alleanza Uber-6969: «Hanno spaccato la categoria dei tassisti, sono traditori, danno munizioni al nemico mentre il Comune non fa nulla per difenderci». «Non è andata proprio così, Mazza è stato provocato per l’ennesima volta dopo un pedinamento dalla stazione Centrale, tanto che il passeggero di Grassi era un influencer che collabora con certi tassisti», chiarisce Gentile, esausto per lo stalking verso i tassisti del 6969: «Da quando siamo sull’app di Uber le vessazioni sono all’ordine del giorno, tra lanci di uova e pietre, gomme bucate, graffi alla carrozzeria, striscioni. Alcuni tassisti ci hanno abbandonato perché avevano paura. Un clima inaccettabile». Ribatte Grassi: «Nessun pedinamento da parte mia, posso dimostrare che hanno manipolato la registrazione dall’auto di Gegè per creare la loro narrazione, cioè che li perseguitiamo…»
Insomma, Uber divide et impera. È la vera macchina da soldi. Stando a uno studio dell’Università di Oxford, che ha analizzato un milione e mezzo di corse nel Regno Unito, il sistema dei prezzi dinamici (introdotto nel 2023) ha comportato un aumento dei costi per i passeggeri ma un calo dei guadagni degli autisti Ncc, la cui commissione è passata dal 25% al 29%. È una delle «fregature di Uber» denunciate dal giornalista Antonio Galdo in un articolo pubblicato su Nonsprecare.it: «Quando Uber arriva, per conquistare il consenso e vincere il braccio di ferro con la corporazione dei tassisti, propone tariffe più basse, sconti e promozioni per chi sceglie la piattaforma e un bonus agli autisti che si iscrivono. Tutto questo castello di promesse si smonta in un attimo, appena Uber ha consolidato la sua posizione sul mercato. Intanto gli autisti diventano i tipici lavoratori sfruttati e trattati con i noti metodi da gig economy».
Un concetto ripreso anche da Giudici: «È il bullismo dei capitali americani per depredare il mercato», sostiene il presidente di Uritaxi, deluso anche dai nostri legislatori che non riescono a definire il perimetro d’azione degli Ncc. «La Corte Costituzionale, nel 2020, ha dichiarato illegittimo l’obbligo di rientro in rimessa al termine di ogni corsa, tuttavia è rimasto il divieto di stazionamento su strada, un’aporia che favorisce l’abusivismo», conclude il sindacalista, «nel frattempo il valore delle autorizzazioni Ncc ha pareggiato quello delle licenze taxi: qualcuno ne ha fatto incetta, visto che quelle Ncc sono pure cumulabili, e oggi può gestire flotte di veicoli». Sorride ironico Loreno Bittarelli, presidente di itTaxi: «Il paradosso è che le modifiche normative di cui Giudici si lamenta sono state chieste e ottenute da una certa parte della categoria, a suon di scioperi». Tra i litiganti, avanza l’esercito Uber alles.
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Ansa
Un’inchiesta dell’«Economist» rivela: le liste d’attesa infinite derivano dagli strascichi della pandemia. E non è un fenomeno italiano, è lo stesso in 18 Paesi. Avendo trascurato gli altri malati, ora ne paghiamo le conseguenze. Anche con morti evitabili.
I numerosi esponenti di sinistra che continuano a insistere sulle condizioni difficili della sanità italiana e che in colpano il governo per le liste di attesa smisurate e tutti i problemi che affliggono i nostri ospedali - problemi che di sicuro esistono e di cui troppi fanno le spese - prima di berciare inutilmente dovrebbero dare una scorsa alla robusta inchiesta pubblicata dall’Economist sull’ultimo numero ora in edicola.
Si tratta di un lungo e approfondito servizio in cui il settimanale britannico indaga le cause del collasso dei sistemi ospedalieri di varie nazioni occidentali. Le quali hanno sistemi sanitari molto diversi eppure presentano analoghe criticità (e già questo è un bel tema su cui ragionare). E la conclusione è chiara quanto drammatica: «Nei primi mesi del 2020, gli ospedali hanno sospeso le normali attività per liberare posti letto in previsione di un’ondata di pazienti affetti da Covid-19. La strategia si è rivelata utile in un momento di crisi. Ma, a distanza di diversi anni, sta diventando chiaro che tali misure hanno causato danni duraturi ai sistemi sanitari. [...] Dal ricovero alla dimissione, l’assistenza ospedaliera è ora più difficile da ottenere, richiede più tempo ed è di qualità inferiore. Il bilancio che ne deriva include morti evitabili. Quasi tutti ne sono colpiti: in 18 democrazie ricche, la soddisfazione per la qualità dell’assistenza sanitaria è diminuita drasticamente dopo la pandemia e rimane ben al di sotto della norma pre-pandemia. [...] Un numero record di malati e feriti semplicemente si arrende e lascia i pronto soccorso prima di essere visitato dal personale».
In buona sostanza, il modo in cui è stata gestita la pandemia ha procurato danni a lungo termine che ancora stiamo pagando, derivanti per lo più dal fatto - da noi ampiamente criticato - che l’intero sistema sanitario si è concentrato esclusivamente sul Covid trascurando tutto il resto. I risultati sono visibili: «Milioni di persone sono bloccate nelle liste d’attesa. I tempi di attesa per le protesi d’anca, per fare un esempio, erano superiori ai livelli pre-pandemia nel 2024 in nove degli 11 Paesi Ocse per i quali esistono dati. Il Canada è forse il più colpito. Il tempo di attesa mediano per il trattamento specialistico era di 29 settimane nel 2025, oltre un terzo in più rispetto al dato di riferimento del 2019, secondo il Fraser Institute, think tank di Vancouver. Questo è il secondo peggior risultato da quando è iniziato il sondaggio nel 1993, il record di 30 settimane è stato stabilito nel 2024. Il principale sindacato ospedaliero francese afferma che l’accesso all’assistenza sanitaria nel Paese sta subendo un deterioramento senza precedenti».
A quanto pare, dunque, il caso italiano non è certo isolato e i guai della nostra sanità, per quanto pesanti, non sono tra i peggiori in Occidente. Ma ecco un altro punto centrale che l’Economist mette in luce: «In molti Paesi le criticità degli ospedali sono viste come il prodotto di scelte politiche interne. Il governo britannico, come quello di Giorgia Meloni in Italia, è stato eletto in parte con la promessa di ridurre le liste d’attesa, gli elettori australiani hanno punito i politici per le ambulanze in ritardo fuori dal pronto soccorso; e in Francia, dove la carenza di personale ha costretto alla chiusura di alcune cliniche, si parla di déserts médicaux. Ma gli effetti a lungo termine della pandemia sugli ospedali sono uniformi in tutti i Paesi. Un articolo pubblicato a gennaio da Luigi Siciliani dell’Università di York e dai suoi coautori non rileva alcuna relazione tra le caratteristiche di un sistema sanitario, pubblico o privato che sia, e l’effetto del Covid sul suo funzionamento. La quantità di finanziamenti di un sistema, la sua capacità di posti letto e il numero di medici impiegati hanno avuto poca o nessuna relazione con i forti aumenti delle liste d’attesa per gli interventi chirurgici elettivi tra il 2020 e il 2023, che si sono verificati in tutti i Paesi».
Il fatto è che «gli ospedali sono sovraffollati nonostante dispongano di risorse adeguate. I finanziamenti per l’assistenza sanitaria sono ai massimi storici, al di fuori del periodo Covid. Dopo essersi stabilizzata negli anni 2010, la spesa nell’Ocse è salita a quasi il 10% del Pil in seguito alla pandemia. La spesa media pro capite in Europa è aumentata del 13% a prezzi costanti dal 2019. Ci sono anche più persone disposte ad aiutare. Gli ospedali hanno aggiunto quasi 140.000 posti di lavoro in America lo scorso anno, più di tutto il resto dell’economia. Le assunzioni da parte del Servizio sanitario nazionale inglese sono aumentate notevolmente: il suo organico è cresciuto del 25% dal 2019, arrivando a impiegare circa 1,4 milioni di persone, ovvero il 2% della popolazione».
Il dato sconcertante è che più si stanziano risorse, più alcuni sistemi sanitari sembrano andare peggio. Quali sono le cause di questo malfunzionamento? Sono varie e complesse, a quanto sembra.
«Gli ospedali, in quanto sistemi grandi e complessi, non si sono mai completamente ripresi. Una spiegazione risiede nella forza lavoro ospedaliera. Circa la metà della crescita dello scorso anno delle spese operative degli ospedali americani è derivata da fattori come i costi del lavoro, che sono cresciuti del 5,6% in termini nominali. Lo stress dell’era pandemica ha aumentato il turnover, poiché medici e infermieri si sono dimessi o sono andati in pensione anticipatamente. Coloro che sono rimasti hanno ridotto il loro “sforzo discrezionale” durante gli straordinari volontari che hanno aiutato i sistemi sanitari fragili, che subiscono un’impennata nei periodi di picco. Il burnout rimane elevato. Entrambi i fattori hanno creato un bisogno acuto di personale, e ha stimolato una grande campagna di assunzioni. L’effetto a catena è che gli operatori sanitari oggi sono meno esperti e forse meno produttivi. [...] Inoltre, sebbene medici e infermieri siano stati assunti rapidamente, in alcuni Paesi le assunzioni per altri lavori vitali per la produttività, come assistenti di sala operatoria e direttori ospedalieri, non hanno tenuto il passo. L’altra metà dei costi in rapido aumento deriva dall’avere più pazienti e pazienti più malati. Quattro fattori si applicano a tutti i Paesi ricchi: i tempi di attesa più lunghi hanno reso i pazienti più malati, i pazienti più malati richiedono più tempo per essere curati, i trattamenti più lunghi intasano la capacità, la capacità ridotta crea tempi di attesa più lunghi. È un circolo vizioso».
Il fatto di aver costretto, in tempi di pandemia, numerosi pazienti a rimandare le cure (cosa che si sarebbe potuta evitare con scelte politiche e gestionali differenti, e che è stata favorita dalla psicosi pandemica) ha creato una massa di malati più complicata da gestire. E l’intasamento non si è mai risolto del tutto. «Le lunghe attese per le cure hanno reso le condizioni dei pazienti più complesse. Alcune malattie, come i tumori, sono rimaste non diagnosticate più a lungo perché le persone hanno evitato ospedali e cliniche durante la pandemia. Inoltre, le popolazioni sono più anziane rispetto a prima della pandemia. Le malattie croniche, come malattie cardiache, cancro e malattie del fegato, sono in aumento come quota del carico di lavoro ospedaliero. I tassi di mortalità sono più alti rispetto a prima della pandemia».
In buona sostanza siamo di fronte a una cascata di problemi tutti correlati fra loro: «I pazienti che rimangono più a lungo occupano preziosi posti letto. L’occupazione dei posti letto è ulteriormente gonfiata da servizi di medicina generale inefficienti e case di cura per anziani sovraffollate, entrambi fattori che convogliano un numero crescente di malati e infermi negli ospedali».
Ovvio: non tutto dipende dal Covid. L’invecchiamento della popolazione produce conseguenze nefaste e appesantisce tutti i sistemi sanitari. Ma la gestione scriteriata della pandemia (il grande nodo che l’Economist si limita a lambire) ha fatto precipitare tutto molto più rapidamente del previsto. Chi di quella gestione è responsabile oggi, prima di parlare, dovrebbe farsi un nell’esame di coscienza. Per quel tipo di analisi, se non altro, non ci sono lunghe liste di attesa.
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Ansa
Il massimo trionfo dell’Anm, ottenuto al referendum sulla riforma della magistratura, segna anche il suo punto di non ritorno: l’estremismo massimalista rende l’Associazione inadatta a una vera rappresentanza.
Magistrato penale
Nel 2010 la Corte Suprema Usa (caso Citizen united vs Federal election commission) abolì qualsiasi tetto ai finanziamenti delle corporation nelle campagne elettorali. La sentenza di fatto escluse milioni di cittadini americani dalla partecipazione politica, visto che a quel punto nessun candidato «normale» poteva sperare di avere chance reali di affermazione rispetto ai candidati iper finanziati. Da alcuni osservatori (Joseph Stiglitz, per esempio, o Paul Krugman) quella sentenza è considerata il punto di avvio del processo crescente di sfiducia popolare nel sistema giudiziario Usa e del progressivo astensionismo elettorale.
Evidente il cortocircuito: i candidati finanziati dalle grandi holding, una volta (facilmente) eletti, potevano poi favorire a loro volta la nomina di giudici contigui, che dal canto loro potevano poi garantire gli interessi dei grandi enti finanziatori. È da quel momento che le elezioni Usa sono diventate definitivamente affare di ceti molto ricchi ed elitari.
Ma se il 2010 è l’anno cruciale della perdita di verginità della politica, ma anche della giustizia Usa, in Italia la giustizia è incappata in due anni peggio che bisestili: uno è il 2019, con la vicenda dell’hotel Champagne e delle chat, che ha disvelato chiaramente ciò che si agita nella faccia buia del correntismo giudiziario. L’altro anno - super crucialissimo - è il nostro 2026, dove l’entrata a gamba tesa del correntismo medesimo nella competizione politico-referendaria ha definitivamente cantato la messa funebre all’immagine di certa magistratura come organismo di neutralità politica e di garanzia, con la foto dei magistrati «Bella Ciao» bene in vista sulla lapide, ad imperitura immagine simbolo.
Dopo una scivolata simile, ogni sentenza, ogni atto giudiziario, perfino il più onesto, rischia di essere visto solo come un atto politico di appartenenza. Insomma: una doppia sentenza Citizen. Ma ai vertici associativi poco importa. Nei giorni immediatamente dopo l’insperata vittoria, lo champagne dei «Bella Ciao» è andato giù liscio che era una meraviglia, mentre si sentiva il dolce canto di pubblici ufficiali che irridevano apertamente altre figure istituzionali.
Eppure, qualche dubbio i festeggianti farebbero bene ad avercelo: in un articolo sulla Verità del 10 gennaio avevamo scritto che la vittoria del Sì era molto probabile, salvo che non si profilasse uno scenario di guerra o una crisi economica. Sarà che forse portiamo sfiga noi, ma ecco l’Iran prima e l’aumento della benzina dopo. In più, la mobilitazione al rallentatore della stessa maggioranza politica che pure aveva proposto la riforma.
Ma c’è soprattutto un punto che è emerso plateale: lo slogan che ha mosso gli eserciti non è stato «politica cattiva - magistratura eroica», bensì «riforma chissenefrega, buttiamo giù il governo Meloni». Insomma: la marcia vittoriosa del No è stata frutto soprattutto di congiunture astrali favorevoli, di ritardi altrui, di tattiche mediatiche opportunistiche.
Facciamo i rosiconi? Forse sì e forse no. Di certo, la narrazione titanistica «politica corrotta - magistratura eroica», che era stata dominante ed egemonica all’epoca di Mani Pulite, oggi è caduta e il messaggio che ha smosso il voto è stato completamente differente. Che la campagna del correntismo abbia dovuto ricorrere ad armi chimiche proibite (vedi le interviste fake di Falcone et similia) dimostra, paradossalmente, che in una disfida ad armi pari e senza le interferenze guerresche altrui l’esito del voto sarebbe stato molto diverso.
Se così è, vuol dire che la fiaba del correntismo immacolato portato in trionfo dalle folle adoranti è finita. Ed è finita anche all’interno, come dimostra ampiamente il fenomeno dei magistrati del Sì, più esteso di quanto ci abbiano voluto far credere. Oltretutto, la rivendicazione di protagonismo politico del correntismo togato rischia di essere una mina vagante anche per la stessa opposizione politica che, per restare al passo dei magistrati «Bella Ciao», ha dovuto perfino abiurare quelle posizioni riformiste che pure erano presenti nei suoi stessi programmi politici, collocandosi quindi in posizione debitoria.
E i debiti, in questo caso, rischiano di pagarsi con un ulteriore arretramento della politica democratica rispetto ad ordini tecnocratici che non rispondono al controllo popolare. Il che è un problema per la destra, certo, ma anche per la sinistra. Esattamente ciò che voleva dire il ministro Nordio quando dichiarava che la riforma «conveniva» anche alla sinistra. Una riflessione ampiamente condivisibile, che la demagogia ha immediatamente voluto tradurre come una specie di invito a «rubare» tutti insieme, in barba al controllo giudiziario.
Insomma: ha davvero stravinto il correntismo? Ai posteri l’ardua sentenza. Salvo che i posteri non arrivino prima e non facciano notare un’altra cosa: Claudio Galoppi, noto esponente delle correnti «moderate», non ha partecipato alla festa dei «Bella Ciao» e si è dimesso, parlando di «mancanza di trasparenza, carrierismi, personalismi e attaccamento alle cariche» (Il Foglio, 30 marzo 2026). E su Repubblica del 31 marzo ha evocato «dinamiche distorsive di localismi e tentativi di carrierismo».
Lui lo ha detto un minuto dopo. Noi del Sì lo avevamo detto fino a un minuto prima. Idem il consigliere del Csm Bernadette Nicotra, altrettanto critica nei confronti della propria corrente, Magistratura indipendente, la stessa del suo collega Galoppi. Ecco una bomba a miccia lunga per la Anm «compattissima» e «trionfante»: l’assoluta inconsistenza delle cosiddette correnti «moderate», schiacciate completamente su quelle oltranziste. Stessi slogan, stessa strategia, interviste tutte uguali, stesse dinamiche interne.
Tutto prevedibile, però, per chi è buon osservatore: pochi anni fa la stessa corrente di Magistratura indipendente, quella «moderata», aveva organizzato a Reggio Calabria un piccolo convegno in salsa woke, in cui alcune giovani leve «moderate», ma molto alla moda, si erano fatte portavoce delle istanze LGBTQQIAPK (eccetera), con la singolare giustificazione che quelle rivendicazioni non potevano essere appannaggio solo delle varie magistrature democratiche et similia. Episodio rivelatore e poco noto, ma significativo. Passato inosservato perfino fra i «moderati», il che è tutto dire.
Perfettamente in linea il nuovo presidente Anm, il «moderato» Antonio Tango, quello che denunciava la «deriva autoritaria» del governo, ha oggi pensato bene di parlare inclusivamente di «padri e madri costituenti». Stessi concetti, stesso linguaggio alla moda.
Insomma: con questo andazzo, che fine faranno i cosiddetti «magistrati moderati»? Reagiranno o si afflosceranno definitivamente? O migreranno in blocco verso le correnti «Bella Ciao», abbandonando quelle fotocopia? Intanto registriamo che, in una intervista su Il Dubbio, uno dei leader Md torna a parlare di «pluralismo delle idee» in seno alla Anm e propone l’ennesimo arzigogolo elettoralistico: «voto di lista e preferenza unica con collegio unico nazionale» (15 aprile u.s.).
Insomma: tarapia tapioco, come se fosse Antani. In attesa di Tognazzi e Monicelli, è ricominciata la cantilena. L’eterno ritorno dell’uguale, che si divide fra Frattocchie e parrocchie associative dall’architettura desolatamente simile. Come si fa a non vedere che è soltanto un piccolo mondo in decadenza, dove l’incipriatura del naso nasconde le rughe profonde di un sottopotere vecchio e stracotto, del conformismo sottoculturale, dei «localismi, personalismi e tentativi di carrierismo» di cui parla Galoppi?
In questo scenario confuso e mortuario la magistratura vera è l’unica e sola vittima della irresponsabile deriva autoreferenziale dell’oligarchia associativa, che ha preteso di difendere l’indifendibile in nome del totem della «libertà di opinione politica».
E qui torniamo all’inizio, perché le dinamiche del referendum hanno espresso esattamente lo stesso meccanismo distorsivo alla base della sentenza Citizen: in quel caso la Corte Suprema, rifacendosi al Primo emendamento e, peraltro, a strettissima maggioranza, pretese di riconoscere alle corporations miliardarie lo stesso diritto alla partecipazione politica dei semplici individui o di quelle aggregazioni di individui che sono le associazioni o i partiti politici.
Nel 2026, in Italia, è stato lo stesso correntismo giudiziario che si è auto-riconosciuto manu militari lo stesso diritto, al pari - appunto - di una qualsiasi persona fisica. Il risultato è stato identico: la difesa ottusa di un concetto di eguaglianza astratta che produce una concretissima diseguaglianza di fatto.
La verità vera è che né le grandi concentrazioni di ricchezza né il correntismo giudiziario italiano possono essere collocati sullo stesso piano degli individui o delle loro associazioni, per la semplice ed indiscutibile ragione che non sono individui, ma Po-te-ri. E mettere in competizione dei Po-te-ri con delle persone fisiche, più o meno aggregate, è un fattore alterante del gioco democratico sotto qualsiasi latitudine storica: quale partito tradizionale può competere con corporation dotate di riserve illimitate di denaro? O con gruppi di pubblici ufficiali che hanno il controllo dell’azione penale e che godono del privilegio indiscusso di non dover mai sottoporsi alla verifica periodica della fiducia popolare?
In un articolo sulla Verità del 18 marzo abbiamo scritto che «la democrazia è incompatibile con i centri di potere che non rispondono mai al controllo popolare. Il contrasto prescinde dalle volontà individuali ed è destinato ad aumentare comunque, non a ridursi». Il conflitto riprenderà, stiamone certi, e forse prima di quanto possiamo immaginare.
Certo, non subito. Ora, per un po’, il tema sarà rimosso dall’agenda politica. Troppa la delusione per una sconfitta evitabilissima. E poi ora ci sono altre urgenze. Però Babbo Natale non esiste, purtroppo, e l’abbiamo scoperto tutti, anche quelli che hanno votato No.
Nei Quaderni dal carcere Gramsci spiega che il potere si conserva non tanto con la forza, ma soprattutto con la «egemonia culturale», cioè attraverso una sorta di consenso collettivo indotto, in virtù del quale i sudditi accettano spontaneamente simboli, costruzioni teoriche e linguaggi trendy sollecitati dai tenutari del potere.
La costruzione mitologica della magistratura associata come «pluralismo democratico», come «unità nelle differenze», è stata per anni il terreno su cui si è sviluppata l’egemonia interna delle correnti: un racconto fantastico, in virtù del quale un 30% di correntizzati ha potuto dominare su 9.000 magistrati. Ma ora che l’immagine della magistratura associata è quella di un soggetto platealmente partigiano che fa blocco con uno specifico complesso editoriale, ora che il racconto mitologico si è rotto perfino all’interno dello schieramento vincitore, ora che per la prima volta si parla di una seconda Anm in opposizione alla prima, sul terreno restano i cocci.
E sono cocci su cui rischiano di farsi male tutti, anche i vincitori. E infatti il primo lamento è venuto proprio dai magistrati cosiddetti «moderati», sedicenti vincitori anche loro, ma che nella foto dei trionfatori sono finiti in ultima fila e si vedono poco.
Ad ogni modo, inutile parlare di queste cose. Perché sciupare il dopo-festa? Dolce è stato lo champagne. Allegra la tarantella napoletana. Al sicuro il sottopotere di sempre. Per un po’ sarà così. Poi, si vedrà. Ora, in alto i calici. Ad maiora.
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