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2020-07-22
Prestiti e sussidi arriveranno nel 2021. Ma l’Italia pagherà più di quel che riceve
Ormai da 48 ore si sprecano gli aggettivi per magnificare ed esaltare i risultati conseguiti dal premier Giuseppe Conte al termine della estenuante quattro giorni di Bruxelles.
L'attenzione si è comprensibilmente concentrata sul fondo aggiuntivo Next generation Eu, «mirato e limitato nel tempo», secondo le parole del presidente Charles Michel. Ma non bisogna perdere però di vista l'intera prospettiva dei nostri rapporti finanziari con la Ue, e qui la parte del padrone è recitata dal Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (Qfp) da 1.074 miliardi, ridottosi dai 1.100 iniziali.
Il Next generation Eu prevede di assumere il 70% degli impegni finanziari, cosa ben diversa dagli effettivi pagamenti, nel biennio 2021-2022, lasciando il residuo 30% al 2023, da ripartirsi peraltro con criteri diversi che tengano conto della caduta del Pil nel 2020-2021. Il Qfp invece impegnerà i suoi stanziamenti nell'arco del settennio, con effetti finanziari anche oltre il 2027, come ben sanno tutti coloro che lavorano con i progetti comunitari e che vedono arrivare i pagamenti anche due anni dopo la fine del ciclo.
I due pilastri della manovra sono profondamente intrecciati: ben 77,5 miliardi di sussidi, frazionati in sei programmi diversi, del Next generation Eu sono aggiuntivi rispetto a specifici capitoli di spesa già preesistenti e autonomamente finanziati nel Qfp.
Allora diventa fondamentale capire i meccanismi di funzionamento del Qfp, al quale non a caso il documento conclusivo del Consiglio europeo dedica ben 58 pagine su 67 totali. Non si potrà mai fare un bilancio degli effetti del recente accordo, se non si tiene conto del punto di partenza e, da lì, si fa la differenza rispetto a quello di arrivo.
Anche in questo caso, il diavolo si nasconde nei dettagli: secondo la Corte dei conti, che riprende i dati della Commissione, nel 2018 il nostro Paese è stato contribuente netto per circa 7 miliardi, con incassi per 10 miliardi e versamenti per 17 miliardi. Invece secondo la Commissione, il saldo è stato di soli 5 miliardi. I 2 miliardi di differenza sono dazi doganali che la Commissione considera risorse proprie e non contributi nazionali, come se - qualora l'Italia fosse fuori dalla Ue – il nostro Paese potesse rinunciare a quelle entrate. Già questo ci deve far riflettere sulla difficoltà di determinare il saldo netto finanziario dei nostri rapporti con l'Europa. Sappiamo per certo che quel saldo negativo non potrà che peggiorare per effetto dell'uscita del Regno Unito e il conseguente aumento della nostra quota sul reddito nazionale lordo dell'Ue a 27, che salirà dall'11% al 13% circa. Ma non aumenta solo la percentuale di contribuzione alla torta: aumenta anche la torta e, per chi è contribuente netto come noi, giocoforza peggiora il saldo.
Ora, è ragionevole ipotizzare che con un Qfp che prevede stanziamenti di spesa annui medi per circa 153 miliardi, in netto incremento rispetto ai 120/130 medi del precedente settennio (quindi 30 miliardi annui in più), l'Italia debba versare una contribuzione aggiuntiva per circa 27 miliardi in sette anni (13% di 210) e riceverne 16 (considerando lo stesso rapporto versamenti/contributi del 2018). Avremmo quindi un peggioramento del saldo negativo per circa 11 miliardi, da aggiungersi ai prevedibili 36 che avremmo comunque pagato se fosse stato confermato lo stesso bilancio del precedente settennio.
L'altro aspetto da tenere in evidenza è l'effetto finanziario sul 2021, anno in cui il nostro Paese ha bisogno di fondi per sostenere la ripresa. Il Next generation Eu prevede un prefinanziamento per il 10% dell'importo del Recovery resilience fund (Rrf). Per l'Italia si tratta quindi di ricevere circa 7 miliardi, oltre a una quota non stimabile di eventuali prestiti, in ogni caso per un totale complessivo non superiore ai 20 miliardi. Non è infatti stimabile quanta parte dei 69 miliardi del Rrf si tradurrà in erogazioni da parte dell'Ue. Sarà inoltre possibile ricevere anche dei prefinanziamenti su tutti i programmi del Qfp, ma in misura poco significativa.
Penultimo addendo di questa complessa operazione è costituito dalla Bei (Banca Europea per gli Investimenti), che è pronta a battere cassa. Infatti, nella proposta del presidente Michel del 10 luglio era previsto un aumento di capitale per 175 miliardi, di cui 17,5 versati. Nelle conclusioni del Consiglio tali cifre sono scomparse e sostituite da un generico impegno per il 2020. In ogni caso, l'Italia contribuisce per il 19% e quindi sono altri miliardi che volano via. Infine, le tasse. Il bilancio Ue prevede di aumentare le risorse proprie fino al 1,4% del Gni, che, per rimborsare i prestiti di 750 miliardi, diventa eccezionalmente 2%. Ai commissari basterà decidere cosa tassare (e la plastica non riciclabile è già in pista dal gennaio 2021 con 0,80 euro al chilo) e bisognerà solo pagare.
Per riassumere, incasseremo in tutto 7 miliardi in meno di quanti ne verseremo nel 2021. Ancora convinti che il saldo sia ampiamente positivo per l'Italia?
I tanto strombazzati fondi residui finiranno per essere un miraggio
Accade con una certa frequenza che, se si entra in un negoziato considerando soddisfacente la base negoziale di partenza, quest'ultima diventa inevitabilmente la soglia per un compromesso al ribasso. Già all'indomani del 27 maggio, quando sia il presidente Giuseppe Conte sia il ministro Roberto Gualtieri espressero valutazioni positive sulla proposta della Commissione mentre il blocco nordico faceva circolare dichiarazioni di fuoco, apparve chiara la china discendente su cui era avviata la trattativa tra i 27 Stati membri.
E così è stato. Il Next generation Eu da 750 miliardi ha visto nettamente tagliata la componente sussidi a favore della componente prestiti per ben 110 miliardi.
Ma, tutto sommato, all'Italia non è poi andata così male. Infatti i sussidi, pari a iniziali 500 miliardi, erano a loro volta divisi in 310 miliardi previsti dal Recovery resilience fund (Rrf) e 190 miliardi frazionati in nove altri diversi fondi, aggiuntivi rispetto a specifiche misure di spesa già previste dal bilancio pluriennale. E sono stati soprattutto questi fondi a subire un taglio deciso, da 190 a 77,5 miliardi, mentre il Rrf ha beneficiato di un leggero ritocco al rialzo, attestandosi a 312,5 miliardi.
La quota inizialmente spettante all'Italia nel Rrf era il 20,4% (pari quindi a 68,4 miliardi di 334 miliardi a prezzi correnti) e si stima quindi abbia subito un lieve incremento. I residui 77,5 miliardi di sussidi sono invece destinati a essere ripartiti secondo i criteri propri di ciascuna misura del bilancio a cui sono stati aggiunti. Poiché questo bilancio ci vede contribuenti netti, qui i conti sono più complessi. Infatti l'Italia contribuisce in proporzione al proprio reddito nazionale lordo (13% circa dopo l'uscita del Regno Unito, in precedenza era l'11,2%) e beneficia di aiuti in misura inferiore. È quindi ragionevole stimare che, nel migliore dei casi, altri 13 miliardi si aggiungano ai 68 del Rrf, ma non è detto che l'Italia riesca a ottenerli.
Per quanto riguarda i prestiti, stimati pari a 127,4 miliardi (da iniziali 84) la grancassa della propaganda non ha esitato a darli come cifre già nelle nostre tasche. Con ciò sottovalutando due aspetti. Il primo: la crescita deriva dall'aumento del limite massimo disponibile per ciascuno Stato pari al 6,8% del Gni (reddito nazionale lordo), dall'iniziale 4,7% della proposta del presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Avendo l'Italia un Gni di 1.780 miliardi, ecco spiegato l'aumento dei prestiti potenzialmente disponibili. Ma ciò che in molti trascurano di aggiungere è che se tutti gli Stati membri chiedessero prestiti nell'ambito del Rrf fino al limite massimo disponibile, sarebbero necessari ben 920 miliardi di prestiti (il 6,8% del Gni della Ue a 27), altro che i 360 miliardi previsti dall'accordo del 21 luglio. Quindi la disponibilità dei 121 miliardi per l'Italia si basa sul presupposto, francamente ottimistico, che molti Paesi non attingano al prestito e l'Italia riesca a prendersi quasi il 34% del plafond disponibile. Sognare è legittimo, ma poi ci si sveglia in modo brusco.
Ma vi è di più. Il considerando 29 della proposta di regolamento del Rrf, formulata dalla Commissione lo scorso 29 maggio, stabilisce chiaramente che la richiesta di un prestito si giustifica solo alla luce di ulteriori investimenti e riforme che contribuiscono a rendere il fabbisogno finanziario del piano di ripresa più elevato dei sussidi disponibili. Quindi, il prestito arriverà solo nel caso in cui ci siano fabbisogni aggiuntivi, non sarà autonomamente attingibile. Pare superfluo aggiungere che anche tali prestiti saranno erogati per stati di avanzamento, in relazione al conseguimento dei risultati previsti dal piano di ripresa.
In definitiva, come era logico attendersi, considerata l'evoluzione storica dei nostri rapporti con la Ue, appena si solleva il fumo della propaganda, l'arrosto si rivela molto meno consistente.
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L'anno prossimo incasseremo circa 20 miliardi dal nuovo fondo. Dentro un bilancio totale che ci vede sempre contribuenti netti.Divisi in nove capitoli di spesa, sono il frutto di una stima ottimista di Palazzo Chigi.Lo speciale contiene due articoli.Ormai da 48 ore si sprecano gli aggettivi per magnificare ed esaltare i risultati conseguiti dal premier Giuseppe Conte al termine della estenuante quattro giorni di Bruxelles.L'attenzione si è comprensibilmente concentrata sul fondo aggiuntivo Next generation Eu, «mirato e limitato nel tempo», secondo le parole del presidente Charles Michel. Ma non bisogna perdere però di vista l'intera prospettiva dei nostri rapporti finanziari con la Ue, e qui la parte del padrone è recitata dal Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (Qfp) da 1.074 miliardi, ridottosi dai 1.100 iniziali.Il Next generation Eu prevede di assumere il 70% degli impegni finanziari, cosa ben diversa dagli effettivi pagamenti, nel biennio 2021-2022, lasciando il residuo 30% al 2023, da ripartirsi peraltro con criteri diversi che tengano conto della caduta del Pil nel 2020-2021. Il Qfp invece impegnerà i suoi stanziamenti nell'arco del settennio, con effetti finanziari anche oltre il 2027, come ben sanno tutti coloro che lavorano con i progetti comunitari e che vedono arrivare i pagamenti anche due anni dopo la fine del ciclo.I due pilastri della manovra sono profondamente intrecciati: ben 77,5 miliardi di sussidi, frazionati in sei programmi diversi, del Next generation Eu sono aggiuntivi rispetto a specifici capitoli di spesa già preesistenti e autonomamente finanziati nel Qfp.Allora diventa fondamentale capire i meccanismi di funzionamento del Qfp, al quale non a caso il documento conclusivo del Consiglio europeo dedica ben 58 pagine su 67 totali. Non si potrà mai fare un bilancio degli effetti del recente accordo, se non si tiene conto del punto di partenza e, da lì, si fa la differenza rispetto a quello di arrivo.Anche in questo caso, il diavolo si nasconde nei dettagli: secondo la Corte dei conti, che riprende i dati della Commissione, nel 2018 il nostro Paese è stato contribuente netto per circa 7 miliardi, con incassi per 10 miliardi e versamenti per 17 miliardi. Invece secondo la Commissione, il saldo è stato di soli 5 miliardi. I 2 miliardi di differenza sono dazi doganali che la Commissione considera risorse proprie e non contributi nazionali, come se - qualora l'Italia fosse fuori dalla Ue – il nostro Paese potesse rinunciare a quelle entrate. Già questo ci deve far riflettere sulla difficoltà di determinare il saldo netto finanziario dei nostri rapporti con l'Europa. Sappiamo per certo che quel saldo negativo non potrà che peggiorare per effetto dell'uscita del Regno Unito e il conseguente aumento della nostra quota sul reddito nazionale lordo dell'Ue a 27, che salirà dall'11% al 13% circa. Ma non aumenta solo la percentuale di contribuzione alla torta: aumenta anche la torta e, per chi è contribuente netto come noi, giocoforza peggiora il saldo.Ora, è ragionevole ipotizzare che con un Qfp che prevede stanziamenti di spesa annui medi per circa 153 miliardi, in netto incremento rispetto ai 120/130 medi del precedente settennio (quindi 30 miliardi annui in più), l'Italia debba versare una contribuzione aggiuntiva per circa 27 miliardi in sette anni (13% di 210) e riceverne 16 (considerando lo stesso rapporto versamenti/contributi del 2018). Avremmo quindi un peggioramento del saldo negativo per circa 11 miliardi, da aggiungersi ai prevedibili 36 che avremmo comunque pagato se fosse stato confermato lo stesso bilancio del precedente settennio.L'altro aspetto da tenere in evidenza è l'effetto finanziario sul 2021, anno in cui il nostro Paese ha bisogno di fondi per sostenere la ripresa. Il Next generation Eu prevede un prefinanziamento per il 10% dell'importo del Recovery resilience fund (Rrf). Per l'Italia si tratta quindi di ricevere circa 7 miliardi, oltre a una quota non stimabile di eventuali prestiti, in ogni caso per un totale complessivo non superiore ai 20 miliardi. Non è infatti stimabile quanta parte dei 69 miliardi del Rrf si tradurrà in erogazioni da parte dell'Ue. Sarà inoltre possibile ricevere anche dei prefinanziamenti su tutti i programmi del Qfp, ma in misura poco significativa.Penultimo addendo di questa complessa operazione è costituito dalla Bei (Banca Europea per gli Investimenti), che è pronta a battere cassa. Infatti, nella proposta del presidente Michel del 10 luglio era previsto un aumento di capitale per 175 miliardi, di cui 17,5 versati. Nelle conclusioni del Consiglio tali cifre sono scomparse e sostituite da un generico impegno per il 2020. In ogni caso, l'Italia contribuisce per il 19% e quindi sono altri miliardi che volano via. Infine, le tasse. Il bilancio Ue prevede di aumentare le risorse proprie fino al 1,4% del Gni, che, per rimborsare i prestiti di 750 miliardi, diventa eccezionalmente 2%. Ai commissari basterà decidere cosa tassare (e la plastica non riciclabile è già in pista dal gennaio 2021 con 0,80 euro al chilo) e bisognerà solo pagare.Per riassumere, incasseremo in tutto 7 miliardi in meno di quanti ne verseremo nel 2021. Ancora convinti che il saldo sia ampiamente positivo per l'Italia?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prestiti-e-sussidi-arriveranno-nel-2021-ma-litalia-paghera-piu-di-quel-che-riceve-2646447473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-tanto-strombazzati-fondi-residui-finiranno-per-essere-un-miraggio" data-post-id="2646447473" data-published-at="1595368270" data-use-pagination="False"> I tanto strombazzati fondi residui finiranno per essere un miraggio Accade con una certa frequenza che, se si entra in un negoziato considerando soddisfacente la base negoziale di partenza, quest'ultima diventa inevitabilmente la soglia per un compromesso al ribasso. Già all'indomani del 27 maggio, quando sia il presidente Giuseppe Conte sia il ministro Roberto Gualtieri espressero valutazioni positive sulla proposta della Commissione mentre il blocco nordico faceva circolare dichiarazioni di fuoco, apparve chiara la china discendente su cui era avviata la trattativa tra i 27 Stati membri. E così è stato. Il Next generation Eu da 750 miliardi ha visto nettamente tagliata la componente sussidi a favore della componente prestiti per ben 110 miliardi. Ma, tutto sommato, all'Italia non è poi andata così male. Infatti i sussidi, pari a iniziali 500 miliardi, erano a loro volta divisi in 310 miliardi previsti dal Recovery resilience fund (Rrf) e 190 miliardi frazionati in nove altri diversi fondi, aggiuntivi rispetto a specifiche misure di spesa già previste dal bilancio pluriennale. E sono stati soprattutto questi fondi a subire un taglio deciso, da 190 a 77,5 miliardi, mentre il Rrf ha beneficiato di un leggero ritocco al rialzo, attestandosi a 312,5 miliardi. La quota inizialmente spettante all'Italia nel Rrf era il 20,4% (pari quindi a 68,4 miliardi di 334 miliardi a prezzi correnti) e si stima quindi abbia subito un lieve incremento. I residui 77,5 miliardi di sussidi sono invece destinati a essere ripartiti secondo i criteri propri di ciascuna misura del bilancio a cui sono stati aggiunti. Poiché questo bilancio ci vede contribuenti netti, qui i conti sono più complessi. Infatti l'Italia contribuisce in proporzione al proprio reddito nazionale lordo (13% circa dopo l'uscita del Regno Unito, in precedenza era l'11,2%) e beneficia di aiuti in misura inferiore. È quindi ragionevole stimare che, nel migliore dei casi, altri 13 miliardi si aggiungano ai 68 del Rrf, ma non è detto che l'Italia riesca a ottenerli. Per quanto riguarda i prestiti, stimati pari a 127,4 miliardi (da iniziali 84) la grancassa della propaganda non ha esitato a darli come cifre già nelle nostre tasche. Con ciò sottovalutando due aspetti. Il primo: la crescita deriva dall'aumento del limite massimo disponibile per ciascuno Stato pari al 6,8% del Gni (reddito nazionale lordo), dall'iniziale 4,7% della proposta del presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Avendo l'Italia un Gni di 1.780 miliardi, ecco spiegato l'aumento dei prestiti potenzialmente disponibili. Ma ciò che in molti trascurano di aggiungere è che se tutti gli Stati membri chiedessero prestiti nell'ambito del Rrf fino al limite massimo disponibile, sarebbero necessari ben 920 miliardi di prestiti (il 6,8% del Gni della Ue a 27), altro che i 360 miliardi previsti dall'accordo del 21 luglio. Quindi la disponibilità dei 121 miliardi per l'Italia si basa sul presupposto, francamente ottimistico, che molti Paesi non attingano al prestito e l'Italia riesca a prendersi quasi il 34% del plafond disponibile. Sognare è legittimo, ma poi ci si sveglia in modo brusco. Ma vi è di più. Il considerando 29 della proposta di regolamento del Rrf, formulata dalla Commissione lo scorso 29 maggio, stabilisce chiaramente che la richiesta di un prestito si giustifica solo alla luce di ulteriori investimenti e riforme che contribuiscono a rendere il fabbisogno finanziario del piano di ripresa più elevato dei sussidi disponibili. Quindi, il prestito arriverà solo nel caso in cui ci siano fabbisogni aggiuntivi, non sarà autonomamente attingibile. Pare superfluo aggiungere che anche tali prestiti saranno erogati per stati di avanzamento, in relazione al conseguimento dei risultati previsti dal piano di ripresa. In definitiva, come era logico attendersi, considerata l'evoluzione storica dei nostri rapporti con la Ue, appena si solleva il fumo della propaganda, l'arrosto si rivela molto meno consistente.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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