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2020-07-22
Prestiti e sussidi arriveranno nel 2021. Ma l’Italia pagherà più di quel che riceve
Ormai da 48 ore si sprecano gli aggettivi per magnificare ed esaltare i risultati conseguiti dal premier Giuseppe Conte al termine della estenuante quattro giorni di Bruxelles.
L'attenzione si è comprensibilmente concentrata sul fondo aggiuntivo Next generation Eu, «mirato e limitato nel tempo», secondo le parole del presidente Charles Michel. Ma non bisogna perdere però di vista l'intera prospettiva dei nostri rapporti finanziari con la Ue, e qui la parte del padrone è recitata dal Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (Qfp) da 1.074 miliardi, ridottosi dai 1.100 iniziali.
Il Next generation Eu prevede di assumere il 70% degli impegni finanziari, cosa ben diversa dagli effettivi pagamenti, nel biennio 2021-2022, lasciando il residuo 30% al 2023, da ripartirsi peraltro con criteri diversi che tengano conto della caduta del Pil nel 2020-2021. Il Qfp invece impegnerà i suoi stanziamenti nell'arco del settennio, con effetti finanziari anche oltre il 2027, come ben sanno tutti coloro che lavorano con i progetti comunitari e che vedono arrivare i pagamenti anche due anni dopo la fine del ciclo.
I due pilastri della manovra sono profondamente intrecciati: ben 77,5 miliardi di sussidi, frazionati in sei programmi diversi, del Next generation Eu sono aggiuntivi rispetto a specifici capitoli di spesa già preesistenti e autonomamente finanziati nel Qfp.
Allora diventa fondamentale capire i meccanismi di funzionamento del Qfp, al quale non a caso il documento conclusivo del Consiglio europeo dedica ben 58 pagine su 67 totali. Non si potrà mai fare un bilancio degli effetti del recente accordo, se non si tiene conto del punto di partenza e, da lì, si fa la differenza rispetto a quello di arrivo.
Anche in questo caso, il diavolo si nasconde nei dettagli: secondo la Corte dei conti, che riprende i dati della Commissione, nel 2018 il nostro Paese è stato contribuente netto per circa 7 miliardi, con incassi per 10 miliardi e versamenti per 17 miliardi. Invece secondo la Commissione, il saldo è stato di soli 5 miliardi. I 2 miliardi di differenza sono dazi doganali che la Commissione considera risorse proprie e non contributi nazionali, come se - qualora l'Italia fosse fuori dalla Ue – il nostro Paese potesse rinunciare a quelle entrate. Già questo ci deve far riflettere sulla difficoltà di determinare il saldo netto finanziario dei nostri rapporti con l'Europa. Sappiamo per certo che quel saldo negativo non potrà che peggiorare per effetto dell'uscita del Regno Unito e il conseguente aumento della nostra quota sul reddito nazionale lordo dell'Ue a 27, che salirà dall'11% al 13% circa. Ma non aumenta solo la percentuale di contribuzione alla torta: aumenta anche la torta e, per chi è contribuente netto come noi, giocoforza peggiora il saldo.
Ora, è ragionevole ipotizzare che con un Qfp che prevede stanziamenti di spesa annui medi per circa 153 miliardi, in netto incremento rispetto ai 120/130 medi del precedente settennio (quindi 30 miliardi annui in più), l'Italia debba versare una contribuzione aggiuntiva per circa 27 miliardi in sette anni (13% di 210) e riceverne 16 (considerando lo stesso rapporto versamenti/contributi del 2018). Avremmo quindi un peggioramento del saldo negativo per circa 11 miliardi, da aggiungersi ai prevedibili 36 che avremmo comunque pagato se fosse stato confermato lo stesso bilancio del precedente settennio.
L'altro aspetto da tenere in evidenza è l'effetto finanziario sul 2021, anno in cui il nostro Paese ha bisogno di fondi per sostenere la ripresa. Il Next generation Eu prevede un prefinanziamento per il 10% dell'importo del Recovery resilience fund (Rrf). Per l'Italia si tratta quindi di ricevere circa 7 miliardi, oltre a una quota non stimabile di eventuali prestiti, in ogni caso per un totale complessivo non superiore ai 20 miliardi. Non è infatti stimabile quanta parte dei 69 miliardi del Rrf si tradurrà in erogazioni da parte dell'Ue. Sarà inoltre possibile ricevere anche dei prefinanziamenti su tutti i programmi del Qfp, ma in misura poco significativa.
Penultimo addendo di questa complessa operazione è costituito dalla Bei (Banca Europea per gli Investimenti), che è pronta a battere cassa. Infatti, nella proposta del presidente Michel del 10 luglio era previsto un aumento di capitale per 175 miliardi, di cui 17,5 versati. Nelle conclusioni del Consiglio tali cifre sono scomparse e sostituite da un generico impegno per il 2020. In ogni caso, l'Italia contribuisce per il 19% e quindi sono altri miliardi che volano via. Infine, le tasse. Il bilancio Ue prevede di aumentare le risorse proprie fino al 1,4% del Gni, che, per rimborsare i prestiti di 750 miliardi, diventa eccezionalmente 2%. Ai commissari basterà decidere cosa tassare (e la plastica non riciclabile è già in pista dal gennaio 2021 con 0,80 euro al chilo) e bisognerà solo pagare.
Per riassumere, incasseremo in tutto 7 miliardi in meno di quanti ne verseremo nel 2021. Ancora convinti che il saldo sia ampiamente positivo per l'Italia?
I tanto strombazzati fondi residui finiranno per essere un miraggio
Accade con una certa frequenza che, se si entra in un negoziato considerando soddisfacente la base negoziale di partenza, quest'ultima diventa inevitabilmente la soglia per un compromesso al ribasso. Già all'indomani del 27 maggio, quando sia il presidente Giuseppe Conte sia il ministro Roberto Gualtieri espressero valutazioni positive sulla proposta della Commissione mentre il blocco nordico faceva circolare dichiarazioni di fuoco, apparve chiara la china discendente su cui era avviata la trattativa tra i 27 Stati membri.
E così è stato. Il Next generation Eu da 750 miliardi ha visto nettamente tagliata la componente sussidi a favore della componente prestiti per ben 110 miliardi.
Ma, tutto sommato, all'Italia non è poi andata così male. Infatti i sussidi, pari a iniziali 500 miliardi, erano a loro volta divisi in 310 miliardi previsti dal Recovery resilience fund (Rrf) e 190 miliardi frazionati in nove altri diversi fondi, aggiuntivi rispetto a specifiche misure di spesa già previste dal bilancio pluriennale. E sono stati soprattutto questi fondi a subire un taglio deciso, da 190 a 77,5 miliardi, mentre il Rrf ha beneficiato di un leggero ritocco al rialzo, attestandosi a 312,5 miliardi.
La quota inizialmente spettante all'Italia nel Rrf era il 20,4% (pari quindi a 68,4 miliardi di 334 miliardi a prezzi correnti) e si stima quindi abbia subito un lieve incremento. I residui 77,5 miliardi di sussidi sono invece destinati a essere ripartiti secondo i criteri propri di ciascuna misura del bilancio a cui sono stati aggiunti. Poiché questo bilancio ci vede contribuenti netti, qui i conti sono più complessi. Infatti l'Italia contribuisce in proporzione al proprio reddito nazionale lordo (13% circa dopo l'uscita del Regno Unito, in precedenza era l'11,2%) e beneficia di aiuti in misura inferiore. È quindi ragionevole stimare che, nel migliore dei casi, altri 13 miliardi si aggiungano ai 68 del Rrf, ma non è detto che l'Italia riesca a ottenerli.
Per quanto riguarda i prestiti, stimati pari a 127,4 miliardi (da iniziali 84) la grancassa della propaganda non ha esitato a darli come cifre già nelle nostre tasche. Con ciò sottovalutando due aspetti. Il primo: la crescita deriva dall'aumento del limite massimo disponibile per ciascuno Stato pari al 6,8% del Gni (reddito nazionale lordo), dall'iniziale 4,7% della proposta del presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Avendo l'Italia un Gni di 1.780 miliardi, ecco spiegato l'aumento dei prestiti potenzialmente disponibili. Ma ciò che in molti trascurano di aggiungere è che se tutti gli Stati membri chiedessero prestiti nell'ambito del Rrf fino al limite massimo disponibile, sarebbero necessari ben 920 miliardi di prestiti (il 6,8% del Gni della Ue a 27), altro che i 360 miliardi previsti dall'accordo del 21 luglio. Quindi la disponibilità dei 121 miliardi per l'Italia si basa sul presupposto, francamente ottimistico, che molti Paesi non attingano al prestito e l'Italia riesca a prendersi quasi il 34% del plafond disponibile. Sognare è legittimo, ma poi ci si sveglia in modo brusco.
Ma vi è di più. Il considerando 29 della proposta di regolamento del Rrf, formulata dalla Commissione lo scorso 29 maggio, stabilisce chiaramente che la richiesta di un prestito si giustifica solo alla luce di ulteriori investimenti e riforme che contribuiscono a rendere il fabbisogno finanziario del piano di ripresa più elevato dei sussidi disponibili. Quindi, il prestito arriverà solo nel caso in cui ci siano fabbisogni aggiuntivi, non sarà autonomamente attingibile. Pare superfluo aggiungere che anche tali prestiti saranno erogati per stati di avanzamento, in relazione al conseguimento dei risultati previsti dal piano di ripresa.
In definitiva, come era logico attendersi, considerata l'evoluzione storica dei nostri rapporti con la Ue, appena si solleva il fumo della propaganda, l'arrosto si rivela molto meno consistente.
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L'anno prossimo incasseremo circa 20 miliardi dal nuovo fondo. Dentro un bilancio totale che ci vede sempre contribuenti netti.Divisi in nove capitoli di spesa, sono il frutto di una stima ottimista di Palazzo Chigi.Lo speciale contiene due articoli.Ormai da 48 ore si sprecano gli aggettivi per magnificare ed esaltare i risultati conseguiti dal premier Giuseppe Conte al termine della estenuante quattro giorni di Bruxelles.L'attenzione si è comprensibilmente concentrata sul fondo aggiuntivo Next generation Eu, «mirato e limitato nel tempo», secondo le parole del presidente Charles Michel. Ma non bisogna perdere però di vista l'intera prospettiva dei nostri rapporti finanziari con la Ue, e qui la parte del padrone è recitata dal Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (Qfp) da 1.074 miliardi, ridottosi dai 1.100 iniziali.Il Next generation Eu prevede di assumere il 70% degli impegni finanziari, cosa ben diversa dagli effettivi pagamenti, nel biennio 2021-2022, lasciando il residuo 30% al 2023, da ripartirsi peraltro con criteri diversi che tengano conto della caduta del Pil nel 2020-2021. Il Qfp invece impegnerà i suoi stanziamenti nell'arco del settennio, con effetti finanziari anche oltre il 2027, come ben sanno tutti coloro che lavorano con i progetti comunitari e che vedono arrivare i pagamenti anche due anni dopo la fine del ciclo.I due pilastri della manovra sono profondamente intrecciati: ben 77,5 miliardi di sussidi, frazionati in sei programmi diversi, del Next generation Eu sono aggiuntivi rispetto a specifici capitoli di spesa già preesistenti e autonomamente finanziati nel Qfp.Allora diventa fondamentale capire i meccanismi di funzionamento del Qfp, al quale non a caso il documento conclusivo del Consiglio europeo dedica ben 58 pagine su 67 totali. Non si potrà mai fare un bilancio degli effetti del recente accordo, se non si tiene conto del punto di partenza e, da lì, si fa la differenza rispetto a quello di arrivo.Anche in questo caso, il diavolo si nasconde nei dettagli: secondo la Corte dei conti, che riprende i dati della Commissione, nel 2018 il nostro Paese è stato contribuente netto per circa 7 miliardi, con incassi per 10 miliardi e versamenti per 17 miliardi. Invece secondo la Commissione, il saldo è stato di soli 5 miliardi. I 2 miliardi di differenza sono dazi doganali che la Commissione considera risorse proprie e non contributi nazionali, come se - qualora l'Italia fosse fuori dalla Ue – il nostro Paese potesse rinunciare a quelle entrate. Già questo ci deve far riflettere sulla difficoltà di determinare il saldo netto finanziario dei nostri rapporti con l'Europa. Sappiamo per certo che quel saldo negativo non potrà che peggiorare per effetto dell'uscita del Regno Unito e il conseguente aumento della nostra quota sul reddito nazionale lordo dell'Ue a 27, che salirà dall'11% al 13% circa. Ma non aumenta solo la percentuale di contribuzione alla torta: aumenta anche la torta e, per chi è contribuente netto come noi, giocoforza peggiora il saldo.Ora, è ragionevole ipotizzare che con un Qfp che prevede stanziamenti di spesa annui medi per circa 153 miliardi, in netto incremento rispetto ai 120/130 medi del precedente settennio (quindi 30 miliardi annui in più), l'Italia debba versare una contribuzione aggiuntiva per circa 27 miliardi in sette anni (13% di 210) e riceverne 16 (considerando lo stesso rapporto versamenti/contributi del 2018). Avremmo quindi un peggioramento del saldo negativo per circa 11 miliardi, da aggiungersi ai prevedibili 36 che avremmo comunque pagato se fosse stato confermato lo stesso bilancio del precedente settennio.L'altro aspetto da tenere in evidenza è l'effetto finanziario sul 2021, anno in cui il nostro Paese ha bisogno di fondi per sostenere la ripresa. Il Next generation Eu prevede un prefinanziamento per il 10% dell'importo del Recovery resilience fund (Rrf). Per l'Italia si tratta quindi di ricevere circa 7 miliardi, oltre a una quota non stimabile di eventuali prestiti, in ogni caso per un totale complessivo non superiore ai 20 miliardi. Non è infatti stimabile quanta parte dei 69 miliardi del Rrf si tradurrà in erogazioni da parte dell'Ue. Sarà inoltre possibile ricevere anche dei prefinanziamenti su tutti i programmi del Qfp, ma in misura poco significativa.Penultimo addendo di questa complessa operazione è costituito dalla Bei (Banca Europea per gli Investimenti), che è pronta a battere cassa. Infatti, nella proposta del presidente Michel del 10 luglio era previsto un aumento di capitale per 175 miliardi, di cui 17,5 versati. Nelle conclusioni del Consiglio tali cifre sono scomparse e sostituite da un generico impegno per il 2020. In ogni caso, l'Italia contribuisce per il 19% e quindi sono altri miliardi che volano via. Infine, le tasse. Il bilancio Ue prevede di aumentare le risorse proprie fino al 1,4% del Gni, che, per rimborsare i prestiti di 750 miliardi, diventa eccezionalmente 2%. Ai commissari basterà decidere cosa tassare (e la plastica non riciclabile è già in pista dal gennaio 2021 con 0,80 euro al chilo) e bisognerà solo pagare.Per riassumere, incasseremo in tutto 7 miliardi in meno di quanti ne verseremo nel 2021. Ancora convinti che il saldo sia ampiamente positivo per l'Italia?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prestiti-e-sussidi-arriveranno-nel-2021-ma-litalia-paghera-piu-di-quel-che-riceve-2646447473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-tanto-strombazzati-fondi-residui-finiranno-per-essere-un-miraggio" data-post-id="2646447473" data-published-at="1595368270" data-use-pagination="False"> I tanto strombazzati fondi residui finiranno per essere un miraggio Accade con una certa frequenza che, se si entra in un negoziato considerando soddisfacente la base negoziale di partenza, quest'ultima diventa inevitabilmente la soglia per un compromesso al ribasso. Già all'indomani del 27 maggio, quando sia il presidente Giuseppe Conte sia il ministro Roberto Gualtieri espressero valutazioni positive sulla proposta della Commissione mentre il blocco nordico faceva circolare dichiarazioni di fuoco, apparve chiara la china discendente su cui era avviata la trattativa tra i 27 Stati membri. E così è stato. Il Next generation Eu da 750 miliardi ha visto nettamente tagliata la componente sussidi a favore della componente prestiti per ben 110 miliardi. Ma, tutto sommato, all'Italia non è poi andata così male. Infatti i sussidi, pari a iniziali 500 miliardi, erano a loro volta divisi in 310 miliardi previsti dal Recovery resilience fund (Rrf) e 190 miliardi frazionati in nove altri diversi fondi, aggiuntivi rispetto a specifiche misure di spesa già previste dal bilancio pluriennale. E sono stati soprattutto questi fondi a subire un taglio deciso, da 190 a 77,5 miliardi, mentre il Rrf ha beneficiato di un leggero ritocco al rialzo, attestandosi a 312,5 miliardi. La quota inizialmente spettante all'Italia nel Rrf era il 20,4% (pari quindi a 68,4 miliardi di 334 miliardi a prezzi correnti) e si stima quindi abbia subito un lieve incremento. I residui 77,5 miliardi di sussidi sono invece destinati a essere ripartiti secondo i criteri propri di ciascuna misura del bilancio a cui sono stati aggiunti. Poiché questo bilancio ci vede contribuenti netti, qui i conti sono più complessi. Infatti l'Italia contribuisce in proporzione al proprio reddito nazionale lordo (13% circa dopo l'uscita del Regno Unito, in precedenza era l'11,2%) e beneficia di aiuti in misura inferiore. È quindi ragionevole stimare che, nel migliore dei casi, altri 13 miliardi si aggiungano ai 68 del Rrf, ma non è detto che l'Italia riesca a ottenerli. Per quanto riguarda i prestiti, stimati pari a 127,4 miliardi (da iniziali 84) la grancassa della propaganda non ha esitato a darli come cifre già nelle nostre tasche. Con ciò sottovalutando due aspetti. Il primo: la crescita deriva dall'aumento del limite massimo disponibile per ciascuno Stato pari al 6,8% del Gni (reddito nazionale lordo), dall'iniziale 4,7% della proposta del presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Avendo l'Italia un Gni di 1.780 miliardi, ecco spiegato l'aumento dei prestiti potenzialmente disponibili. Ma ciò che in molti trascurano di aggiungere è che se tutti gli Stati membri chiedessero prestiti nell'ambito del Rrf fino al limite massimo disponibile, sarebbero necessari ben 920 miliardi di prestiti (il 6,8% del Gni della Ue a 27), altro che i 360 miliardi previsti dall'accordo del 21 luglio. Quindi la disponibilità dei 121 miliardi per l'Italia si basa sul presupposto, francamente ottimistico, che molti Paesi non attingano al prestito e l'Italia riesca a prendersi quasi il 34% del plafond disponibile. Sognare è legittimo, ma poi ci si sveglia in modo brusco. Ma vi è di più. Il considerando 29 della proposta di regolamento del Rrf, formulata dalla Commissione lo scorso 29 maggio, stabilisce chiaramente che la richiesta di un prestito si giustifica solo alla luce di ulteriori investimenti e riforme che contribuiscono a rendere il fabbisogno finanziario del piano di ripresa più elevato dei sussidi disponibili. Quindi, il prestito arriverà solo nel caso in cui ci siano fabbisogni aggiuntivi, non sarà autonomamente attingibile. Pare superfluo aggiungere che anche tali prestiti saranno erogati per stati di avanzamento, in relazione al conseguimento dei risultati previsti dal piano di ripresa. In definitiva, come era logico attendersi, considerata l'evoluzione storica dei nostri rapporti con la Ue, appena si solleva il fumo della propaganda, l'arrosto si rivela molto meno consistente.
iStock
Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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