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2020-07-22
Prestiti e sussidi arriveranno nel 2021. Ma l’Italia pagherà più di quel che riceve
Ormai da 48 ore si sprecano gli aggettivi per magnificare ed esaltare i risultati conseguiti dal premier Giuseppe Conte al termine della estenuante quattro giorni di Bruxelles.
L'attenzione si è comprensibilmente concentrata sul fondo aggiuntivo Next generation Eu, «mirato e limitato nel tempo», secondo le parole del presidente Charles Michel. Ma non bisogna perdere però di vista l'intera prospettiva dei nostri rapporti finanziari con la Ue, e qui la parte del padrone è recitata dal Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (Qfp) da 1.074 miliardi, ridottosi dai 1.100 iniziali.
Il Next generation Eu prevede di assumere il 70% degli impegni finanziari, cosa ben diversa dagli effettivi pagamenti, nel biennio 2021-2022, lasciando il residuo 30% al 2023, da ripartirsi peraltro con criteri diversi che tengano conto della caduta del Pil nel 2020-2021. Il Qfp invece impegnerà i suoi stanziamenti nell'arco del settennio, con effetti finanziari anche oltre il 2027, come ben sanno tutti coloro che lavorano con i progetti comunitari e che vedono arrivare i pagamenti anche due anni dopo la fine del ciclo.
I due pilastri della manovra sono profondamente intrecciati: ben 77,5 miliardi di sussidi, frazionati in sei programmi diversi, del Next generation Eu sono aggiuntivi rispetto a specifici capitoli di spesa già preesistenti e autonomamente finanziati nel Qfp.
Allora diventa fondamentale capire i meccanismi di funzionamento del Qfp, al quale non a caso il documento conclusivo del Consiglio europeo dedica ben 58 pagine su 67 totali. Non si potrà mai fare un bilancio degli effetti del recente accordo, se non si tiene conto del punto di partenza e, da lì, si fa la differenza rispetto a quello di arrivo.
Anche in questo caso, il diavolo si nasconde nei dettagli: secondo la Corte dei conti, che riprende i dati della Commissione, nel 2018 il nostro Paese è stato contribuente netto per circa 7 miliardi, con incassi per 10 miliardi e versamenti per 17 miliardi. Invece secondo la Commissione, il saldo è stato di soli 5 miliardi. I 2 miliardi di differenza sono dazi doganali che la Commissione considera risorse proprie e non contributi nazionali, come se - qualora l'Italia fosse fuori dalla Ue – il nostro Paese potesse rinunciare a quelle entrate. Già questo ci deve far riflettere sulla difficoltà di determinare il saldo netto finanziario dei nostri rapporti con l'Europa. Sappiamo per certo che quel saldo negativo non potrà che peggiorare per effetto dell'uscita del Regno Unito e il conseguente aumento della nostra quota sul reddito nazionale lordo dell'Ue a 27, che salirà dall'11% al 13% circa. Ma non aumenta solo la percentuale di contribuzione alla torta: aumenta anche la torta e, per chi è contribuente netto come noi, giocoforza peggiora il saldo.
Ora, è ragionevole ipotizzare che con un Qfp che prevede stanziamenti di spesa annui medi per circa 153 miliardi, in netto incremento rispetto ai 120/130 medi del precedente settennio (quindi 30 miliardi annui in più), l'Italia debba versare una contribuzione aggiuntiva per circa 27 miliardi in sette anni (13% di 210) e riceverne 16 (considerando lo stesso rapporto versamenti/contributi del 2018). Avremmo quindi un peggioramento del saldo negativo per circa 11 miliardi, da aggiungersi ai prevedibili 36 che avremmo comunque pagato se fosse stato confermato lo stesso bilancio del precedente settennio.
L'altro aspetto da tenere in evidenza è l'effetto finanziario sul 2021, anno in cui il nostro Paese ha bisogno di fondi per sostenere la ripresa. Il Next generation Eu prevede un prefinanziamento per il 10% dell'importo del Recovery resilience fund (Rrf). Per l'Italia si tratta quindi di ricevere circa 7 miliardi, oltre a una quota non stimabile di eventuali prestiti, in ogni caso per un totale complessivo non superiore ai 20 miliardi. Non è infatti stimabile quanta parte dei 69 miliardi del Rrf si tradurrà in erogazioni da parte dell'Ue. Sarà inoltre possibile ricevere anche dei prefinanziamenti su tutti i programmi del Qfp, ma in misura poco significativa.
Penultimo addendo di questa complessa operazione è costituito dalla Bei (Banca Europea per gli Investimenti), che è pronta a battere cassa. Infatti, nella proposta del presidente Michel del 10 luglio era previsto un aumento di capitale per 175 miliardi, di cui 17,5 versati. Nelle conclusioni del Consiglio tali cifre sono scomparse e sostituite da un generico impegno per il 2020. In ogni caso, l'Italia contribuisce per il 19% e quindi sono altri miliardi che volano via. Infine, le tasse. Il bilancio Ue prevede di aumentare le risorse proprie fino al 1,4% del Gni, che, per rimborsare i prestiti di 750 miliardi, diventa eccezionalmente 2%. Ai commissari basterà decidere cosa tassare (e la plastica non riciclabile è già in pista dal gennaio 2021 con 0,80 euro al chilo) e bisognerà solo pagare.
Per riassumere, incasseremo in tutto 7 miliardi in meno di quanti ne verseremo nel 2021. Ancora convinti che il saldo sia ampiamente positivo per l'Italia?
I tanto strombazzati fondi residui finiranno per essere un miraggio
Accade con una certa frequenza che, se si entra in un negoziato considerando soddisfacente la base negoziale di partenza, quest'ultima diventa inevitabilmente la soglia per un compromesso al ribasso. Già all'indomani del 27 maggio, quando sia il presidente Giuseppe Conte sia il ministro Roberto Gualtieri espressero valutazioni positive sulla proposta della Commissione mentre il blocco nordico faceva circolare dichiarazioni di fuoco, apparve chiara la china discendente su cui era avviata la trattativa tra i 27 Stati membri.
E così è stato. Il Next generation Eu da 750 miliardi ha visto nettamente tagliata la componente sussidi a favore della componente prestiti per ben 110 miliardi.
Ma, tutto sommato, all'Italia non è poi andata così male. Infatti i sussidi, pari a iniziali 500 miliardi, erano a loro volta divisi in 310 miliardi previsti dal Recovery resilience fund (Rrf) e 190 miliardi frazionati in nove altri diversi fondi, aggiuntivi rispetto a specifiche misure di spesa già previste dal bilancio pluriennale. E sono stati soprattutto questi fondi a subire un taglio deciso, da 190 a 77,5 miliardi, mentre il Rrf ha beneficiato di un leggero ritocco al rialzo, attestandosi a 312,5 miliardi.
La quota inizialmente spettante all'Italia nel Rrf era il 20,4% (pari quindi a 68,4 miliardi di 334 miliardi a prezzi correnti) e si stima quindi abbia subito un lieve incremento. I residui 77,5 miliardi di sussidi sono invece destinati a essere ripartiti secondo i criteri propri di ciascuna misura del bilancio a cui sono stati aggiunti. Poiché questo bilancio ci vede contribuenti netti, qui i conti sono più complessi. Infatti l'Italia contribuisce in proporzione al proprio reddito nazionale lordo (13% circa dopo l'uscita del Regno Unito, in precedenza era l'11,2%) e beneficia di aiuti in misura inferiore. È quindi ragionevole stimare che, nel migliore dei casi, altri 13 miliardi si aggiungano ai 68 del Rrf, ma non è detto che l'Italia riesca a ottenerli.
Per quanto riguarda i prestiti, stimati pari a 127,4 miliardi (da iniziali 84) la grancassa della propaganda non ha esitato a darli come cifre già nelle nostre tasche. Con ciò sottovalutando due aspetti. Il primo: la crescita deriva dall'aumento del limite massimo disponibile per ciascuno Stato pari al 6,8% del Gni (reddito nazionale lordo), dall'iniziale 4,7% della proposta del presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Avendo l'Italia un Gni di 1.780 miliardi, ecco spiegato l'aumento dei prestiti potenzialmente disponibili. Ma ciò che in molti trascurano di aggiungere è che se tutti gli Stati membri chiedessero prestiti nell'ambito del Rrf fino al limite massimo disponibile, sarebbero necessari ben 920 miliardi di prestiti (il 6,8% del Gni della Ue a 27), altro che i 360 miliardi previsti dall'accordo del 21 luglio. Quindi la disponibilità dei 121 miliardi per l'Italia si basa sul presupposto, francamente ottimistico, che molti Paesi non attingano al prestito e l'Italia riesca a prendersi quasi il 34% del plafond disponibile. Sognare è legittimo, ma poi ci si sveglia in modo brusco.
Ma vi è di più. Il considerando 29 della proposta di regolamento del Rrf, formulata dalla Commissione lo scorso 29 maggio, stabilisce chiaramente che la richiesta di un prestito si giustifica solo alla luce di ulteriori investimenti e riforme che contribuiscono a rendere il fabbisogno finanziario del piano di ripresa più elevato dei sussidi disponibili. Quindi, il prestito arriverà solo nel caso in cui ci siano fabbisogni aggiuntivi, non sarà autonomamente attingibile. Pare superfluo aggiungere che anche tali prestiti saranno erogati per stati di avanzamento, in relazione al conseguimento dei risultati previsti dal piano di ripresa.
In definitiva, come era logico attendersi, considerata l'evoluzione storica dei nostri rapporti con la Ue, appena si solleva il fumo della propaganda, l'arrosto si rivela molto meno consistente.
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L'anno prossimo incasseremo circa 20 miliardi dal nuovo fondo. Dentro un bilancio totale che ci vede sempre contribuenti netti.Divisi in nove capitoli di spesa, sono il frutto di una stima ottimista di Palazzo Chigi.Lo speciale contiene due articoli.Ormai da 48 ore si sprecano gli aggettivi per magnificare ed esaltare i risultati conseguiti dal premier Giuseppe Conte al termine della estenuante quattro giorni di Bruxelles.L'attenzione si è comprensibilmente concentrata sul fondo aggiuntivo Next generation Eu, «mirato e limitato nel tempo», secondo le parole del presidente Charles Michel. Ma non bisogna perdere però di vista l'intera prospettiva dei nostri rapporti finanziari con la Ue, e qui la parte del padrone è recitata dal Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (Qfp) da 1.074 miliardi, ridottosi dai 1.100 iniziali.Il Next generation Eu prevede di assumere il 70% degli impegni finanziari, cosa ben diversa dagli effettivi pagamenti, nel biennio 2021-2022, lasciando il residuo 30% al 2023, da ripartirsi peraltro con criteri diversi che tengano conto della caduta del Pil nel 2020-2021. Il Qfp invece impegnerà i suoi stanziamenti nell'arco del settennio, con effetti finanziari anche oltre il 2027, come ben sanno tutti coloro che lavorano con i progetti comunitari e che vedono arrivare i pagamenti anche due anni dopo la fine del ciclo.I due pilastri della manovra sono profondamente intrecciati: ben 77,5 miliardi di sussidi, frazionati in sei programmi diversi, del Next generation Eu sono aggiuntivi rispetto a specifici capitoli di spesa già preesistenti e autonomamente finanziati nel Qfp.Allora diventa fondamentale capire i meccanismi di funzionamento del Qfp, al quale non a caso il documento conclusivo del Consiglio europeo dedica ben 58 pagine su 67 totali. Non si potrà mai fare un bilancio degli effetti del recente accordo, se non si tiene conto del punto di partenza e, da lì, si fa la differenza rispetto a quello di arrivo.Anche in questo caso, il diavolo si nasconde nei dettagli: secondo la Corte dei conti, che riprende i dati della Commissione, nel 2018 il nostro Paese è stato contribuente netto per circa 7 miliardi, con incassi per 10 miliardi e versamenti per 17 miliardi. Invece secondo la Commissione, il saldo è stato di soli 5 miliardi. I 2 miliardi di differenza sono dazi doganali che la Commissione considera risorse proprie e non contributi nazionali, come se - qualora l'Italia fosse fuori dalla Ue – il nostro Paese potesse rinunciare a quelle entrate. Già questo ci deve far riflettere sulla difficoltà di determinare il saldo netto finanziario dei nostri rapporti con l'Europa. Sappiamo per certo che quel saldo negativo non potrà che peggiorare per effetto dell'uscita del Regno Unito e il conseguente aumento della nostra quota sul reddito nazionale lordo dell'Ue a 27, che salirà dall'11% al 13% circa. Ma non aumenta solo la percentuale di contribuzione alla torta: aumenta anche la torta e, per chi è contribuente netto come noi, giocoforza peggiora il saldo.Ora, è ragionevole ipotizzare che con un Qfp che prevede stanziamenti di spesa annui medi per circa 153 miliardi, in netto incremento rispetto ai 120/130 medi del precedente settennio (quindi 30 miliardi annui in più), l'Italia debba versare una contribuzione aggiuntiva per circa 27 miliardi in sette anni (13% di 210) e riceverne 16 (considerando lo stesso rapporto versamenti/contributi del 2018). Avremmo quindi un peggioramento del saldo negativo per circa 11 miliardi, da aggiungersi ai prevedibili 36 che avremmo comunque pagato se fosse stato confermato lo stesso bilancio del precedente settennio.L'altro aspetto da tenere in evidenza è l'effetto finanziario sul 2021, anno in cui il nostro Paese ha bisogno di fondi per sostenere la ripresa. Il Next generation Eu prevede un prefinanziamento per il 10% dell'importo del Recovery resilience fund (Rrf). Per l'Italia si tratta quindi di ricevere circa 7 miliardi, oltre a una quota non stimabile di eventuali prestiti, in ogni caso per un totale complessivo non superiore ai 20 miliardi. Non è infatti stimabile quanta parte dei 69 miliardi del Rrf si tradurrà in erogazioni da parte dell'Ue. Sarà inoltre possibile ricevere anche dei prefinanziamenti su tutti i programmi del Qfp, ma in misura poco significativa.Penultimo addendo di questa complessa operazione è costituito dalla Bei (Banca Europea per gli Investimenti), che è pronta a battere cassa. Infatti, nella proposta del presidente Michel del 10 luglio era previsto un aumento di capitale per 175 miliardi, di cui 17,5 versati. Nelle conclusioni del Consiglio tali cifre sono scomparse e sostituite da un generico impegno per il 2020. In ogni caso, l'Italia contribuisce per il 19% e quindi sono altri miliardi che volano via. Infine, le tasse. Il bilancio Ue prevede di aumentare le risorse proprie fino al 1,4% del Gni, che, per rimborsare i prestiti di 750 miliardi, diventa eccezionalmente 2%. Ai commissari basterà decidere cosa tassare (e la plastica non riciclabile è già in pista dal gennaio 2021 con 0,80 euro al chilo) e bisognerà solo pagare.Per riassumere, incasseremo in tutto 7 miliardi in meno di quanti ne verseremo nel 2021. Ancora convinti che il saldo sia ampiamente positivo per l'Italia?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prestiti-e-sussidi-arriveranno-nel-2021-ma-litalia-paghera-piu-di-quel-che-riceve-2646447473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-tanto-strombazzati-fondi-residui-finiranno-per-essere-un-miraggio" data-post-id="2646447473" data-published-at="1595368270" data-use-pagination="False"> I tanto strombazzati fondi residui finiranno per essere un miraggio Accade con una certa frequenza che, se si entra in un negoziato considerando soddisfacente la base negoziale di partenza, quest'ultima diventa inevitabilmente la soglia per un compromesso al ribasso. Già all'indomani del 27 maggio, quando sia il presidente Giuseppe Conte sia il ministro Roberto Gualtieri espressero valutazioni positive sulla proposta della Commissione mentre il blocco nordico faceva circolare dichiarazioni di fuoco, apparve chiara la china discendente su cui era avviata la trattativa tra i 27 Stati membri. E così è stato. Il Next generation Eu da 750 miliardi ha visto nettamente tagliata la componente sussidi a favore della componente prestiti per ben 110 miliardi. Ma, tutto sommato, all'Italia non è poi andata così male. Infatti i sussidi, pari a iniziali 500 miliardi, erano a loro volta divisi in 310 miliardi previsti dal Recovery resilience fund (Rrf) e 190 miliardi frazionati in nove altri diversi fondi, aggiuntivi rispetto a specifiche misure di spesa già previste dal bilancio pluriennale. E sono stati soprattutto questi fondi a subire un taglio deciso, da 190 a 77,5 miliardi, mentre il Rrf ha beneficiato di un leggero ritocco al rialzo, attestandosi a 312,5 miliardi. La quota inizialmente spettante all'Italia nel Rrf era il 20,4% (pari quindi a 68,4 miliardi di 334 miliardi a prezzi correnti) e si stima quindi abbia subito un lieve incremento. I residui 77,5 miliardi di sussidi sono invece destinati a essere ripartiti secondo i criteri propri di ciascuna misura del bilancio a cui sono stati aggiunti. Poiché questo bilancio ci vede contribuenti netti, qui i conti sono più complessi. Infatti l'Italia contribuisce in proporzione al proprio reddito nazionale lordo (13% circa dopo l'uscita del Regno Unito, in precedenza era l'11,2%) e beneficia di aiuti in misura inferiore. È quindi ragionevole stimare che, nel migliore dei casi, altri 13 miliardi si aggiungano ai 68 del Rrf, ma non è detto che l'Italia riesca a ottenerli. Per quanto riguarda i prestiti, stimati pari a 127,4 miliardi (da iniziali 84) la grancassa della propaganda non ha esitato a darli come cifre già nelle nostre tasche. Con ciò sottovalutando due aspetti. Il primo: la crescita deriva dall'aumento del limite massimo disponibile per ciascuno Stato pari al 6,8% del Gni (reddito nazionale lordo), dall'iniziale 4,7% della proposta del presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Avendo l'Italia un Gni di 1.780 miliardi, ecco spiegato l'aumento dei prestiti potenzialmente disponibili. Ma ciò che in molti trascurano di aggiungere è che se tutti gli Stati membri chiedessero prestiti nell'ambito del Rrf fino al limite massimo disponibile, sarebbero necessari ben 920 miliardi di prestiti (il 6,8% del Gni della Ue a 27), altro che i 360 miliardi previsti dall'accordo del 21 luglio. Quindi la disponibilità dei 121 miliardi per l'Italia si basa sul presupposto, francamente ottimistico, che molti Paesi non attingano al prestito e l'Italia riesca a prendersi quasi il 34% del plafond disponibile. Sognare è legittimo, ma poi ci si sveglia in modo brusco. Ma vi è di più. Il considerando 29 della proposta di regolamento del Rrf, formulata dalla Commissione lo scorso 29 maggio, stabilisce chiaramente che la richiesta di un prestito si giustifica solo alla luce di ulteriori investimenti e riforme che contribuiscono a rendere il fabbisogno finanziario del piano di ripresa più elevato dei sussidi disponibili. Quindi, il prestito arriverà solo nel caso in cui ci siano fabbisogni aggiuntivi, non sarà autonomamente attingibile. Pare superfluo aggiungere che anche tali prestiti saranno erogati per stati di avanzamento, in relazione al conseguimento dei risultati previsti dal piano di ripresa. In definitiva, come era logico attendersi, considerata l'evoluzione storica dei nostri rapporti con la Ue, appena si solleva il fumo della propaganda, l'arrosto si rivela molto meno consistente.
Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma (Ansa)
La pozza di sangue formatasi vicino al punto dell’aggressione avrebbe potuto crearsi in meno di tre minuti. Questo ridimensionò una delle ipotesi emerse nel primo processo, cioè quella di un’aggressione prolungata.
La relazione mise anche in discussione la possibilità che Stasi avesse attraversato la villetta senza sporcarsi di sangue. Gli esperti ritenevano, infatti, «marginali» le probabilità che qualcuno potesse percorrere quei punti senza intercettare tracce ematiche e, quindi, senza impregnare le scarpe di sangue. Oggi Roberto Testi, che nel curriculum vanta «circa 150 consulenze d’ufficio all’anno in ambito penale e civile», è commissario del Centro avanzato di diagnostica di Orbassano (Torino), uno dei poli più noti della genetica forense italiana (struttura che si occupa di analisi tossicologiche, genetico forensi e biochimico-cliniche). Nato principalmente per i controlli sportivi (infatti precedentemente si chiamava Centro regionale antidoping), negli anni, ha ampliato le proprie attività sino a diventare un laboratorio di riferimento per molte Procure italiane.
Ai tempi della consulenza, Testi era responsabile dell’Unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino. Nella documentazione del processo d’Appello bis contro Stasi, però, si fa ampio riferimento, a proposito della consulenza di Testi, ai laboratori di Orbassano. Alcune delle prove che in quel momento furono presentate come «sperimentali» (in particolare quelle sulle piastrelle) si tennero proprio nei laboratori orbassanesi. Si trattava della famose «prove di calpestio». Che ora si possono tranquillamente bollare come imprecise e decisamente sfavorevoli all’imputato, perché furono effettuate tramite un «soggetto sperimentatore» dal peso di 85 chili, ben superiore a quello di Stasi, che era di 60.
Nel 2016 Testi entrò nel Consiglio d’amministrazione del Cad. E oggi, del centro, è il commissario. Il direttore tecnico-scientifico dello stesso centro è il medico-legale Paolo Garofano. Il cognome dice già tutto. È il nipote del generale Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma. Fu protagonista della prima stagione investigativa di Garlasco, curò la Bpa (Bloodstain pattern analysis, l’analisi delle macchie di sangue) e nel 2016 è diventato consulente della difesa di Andrea Sempio. Si occupò, su incarico del pool difensivo di allora, di una perizia (l’unica consulenza peraltro fatturata ai familiari dell’indagato) sul Dna prelevato dalle unghie di Chiara Poggi mai depositata. Ma c’è ancora una coincidenza: nel dicembre 2016 il generale inviò al laboratorio di Orbassano diretto dal nipote il campione di saliva di Sempio per le analisi di parte, annotando sulla busta proprio «alla cortese attenzione del dottor Paolo Garofano».
Formalmente non c’è nulla di irrituale. Ma il quadro che emerge appare di certo come insolito: il perito dell’Appello bis Stasi guida il centro diretto dal nipote dell’ex generale del Ris che torna nel caso come consulente di Sempio. Questa rete riaffiora a Genova, nel processo per il «Delitto del trapano», un cold case riaperto dopo quasi 30 anni. La vittima è Luigia Borrelli, uccisa il 5 settembre 1995 in un basso dei caruggi dove si prostituiva. Era una insospettabile infermiera. Fu ritrovata con un trapano conficcato nel collo. Il pm Patrizia Petruzziello (la stessa che nel 1995 era di turno e che dall’inizio ha seguito le indagini) vorrebbe ora portare a giudizio un carrozziere, Fortunato Verduci, all’epoca trentacinquenne, oggi ultrasessantenne. Sulla placca di un interruttore del basso saltò fuori un profilo genetico completo, «perfettamente coincidente», secondo l’accusa, con uno repertato nel 1995. Una verifica nella banca dati del Dna ha portato poi verso il profilo genetico di un parente del carrozziere. E da quel match si è arrivati a Verduci (che si professa innocente).
Il consulente del pubblico ministero è Luciano Garofano. Il perito nominato dal giudice dell’udienza preliminare, Alberto Lippini, è Selena Cisana, medico-legale e biologa forense che lavora, coincidenza, nel laboratorio di Biologia e genetica forense del Centro di Orbassano diretto da Paolo Garofano, nipote del consulente del pm. Il difensore del carrozziere, l’avvocato Emanuele Canepa, che deve aver immediatamente percepito l’intreccio come un segno avverso, lo verbalizza davanti al giudice: «La dottoressa Cisana lavora presso il laboratorio ove il direttore responsabile Paolo Garofano è il nipote del consulente nominato dal pubblico ministero Luciano Garofano». Il pm afferma che «non era a conoscenza di questa circostanza» ma «ritiene comunque che non vi sia incompatibilità».
Il giudice rigetta l’eccezione con questa argomentazione: «Allo stato», ritiene, «non sussiste alcuna incompatibilità». Ma la questione centrale non è il codice. Nessuna norma vieta automaticamente queste relazioni professionali o familiari. Emerge però un circuito tecnico-forense talmente ristretto da rendere apparentemente difficile separare del tutto ruoli e relazioni. E quando questo groviglio finisce per sfiorare contemporaneamente il consulente dell’accusa e l’orbita del giudice terzo, è inevitabile che le difese percepiscano il terreno come in pendenza.
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Primo piatto assai gustoso che pesca da un “frutto” di stagione che sta iniziando a entrare a piena maturazione: la melanzana. Se leggeste La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, che resta un monumento della nostra cultura gastronomica, vi imbattereste in ricette a base di petonciani. È l’antico nome toscano dato alla “mela insana”, questa solanacea che al pari di patate pomodori al suo apparire suscitò più di un dubbio. È vero che non si può mangiare cruda, ma è anche vero che la melanzana è oggi uno dei must della nostra profumatissima cucina del Meridione. Noi abbiamo pensato di usarla per un primo piatto che mette insieme Napoli e Firenze.
Ingredienti – Due melanzane per un totale di 250 gr (meglio quelle oblunghe), 150 gr di guanciale di maiale, 360 gr di pasta di semola di grano italiano, un cucchiaio abbondante di concentrato di pomodoro, due spicchi d’aglio, un mazzetto di prezzemolo, 80 gr di Parmigiano Reggiano e Grana Padano (ma volendo anche Provolone del monaco grattugiato in quel caso attenti al sale), olio extravergine di oliva, sale, pepe o peperoncino q.b.
Procedimento – In una capace padella (ci dove saltare la pasta) fate sudare il guanciale ridotto a cubetti. Nel frattempo fate a cubetti piuttosto piccoli le melanzane e mettete sul fuoco una pentola colma d’acqua leggermente salata per la pasta. Quando il guanciale avrà sudato ritiratelo lasciando il grasso di cottura in padella, aggiungete un po’ di olio extravergine di oliva, i due spicchi d’aglio: fate prendere appena colore all’aglio e poi aggiungete i cubetti di melanzana a fuoco brillante in modo che si cuociano bene. A questo punto rimettete in padella anche il guanciale. Nel frattempo lessate la pasta. Quando manca uno paio di minuti alla cottura della pasta aggiungete in padella il concentrato di pomodoro. Scolate la pasta con una schiumarola passandola direttamente in padella e mantecate bene in modo che il concentrato di pomodoro si leghi perfettamente alla pasta e alle melanzane spolverizzando con abbondante formaggio grattugiato. Aggiustate di sale e di pepe o peperoncino macinato e guarnite con generoso prezzemolo tritato.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire a loro i piatti con il prezzemolo
Abbinamento – L’abbinamento ideale con questo piatto è il Syrah che ha Cortona uno dei suoi habitat privilegiati. Vanno benissimo anche tre vini da vitigni autoctoni del Meridione: Primitivo di Manduria e siamo in Puglia, Nero d’Avola e siamo in Sicilia o Magliocco e Gaglioppo con il Cirò e siamo in Calabria.
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Donald Trump (Ansa)
Perché mentre il presidente parlava con Xi Jinping di dazi, chip, Intelligenza artificiale e riapertura del mercato cinese, dalle carte depositate presso l’Ufficio per l’etica governativa americano emergeva un dettaglio non proprio secondario: nei primi tre mesi del 2026 Trump ha movimentato centinaia di milioni di dollari in titoli delle stesse aziende che gli facevano da corteo a Pechino. Una coincidenza? I documenti raccontano una raffica di operazioni su colossi come Nvidia, Apple, Meta, Tesla, Visa, Citigroup, Boeing, Qualcomm, GE Aerospace e Paramount Global. Solo su Nvidia risultano quindici transazioni in pochi mesi. Una frenesia da trader. The Donald non si limita a fare geopolitica. Fa storytelling finanziario. Trasforma ogni summit in un palcoscenico, ogni vertice in un reality globale dove politica, Borsa e propaganda si mescolano come ingredienti di un gigantesco hamburger patriottico servito in salsa Maga .«È stato un onore avere con me questi leader straordinari, incluso il grande Jensen Huang», ha scritto Trump sul suo social Truth. E poi la frase che vale quasi un manifesto economico: «Chiederò al presidente Xi di aprire la Cina affinché queste persone brillanti possano compiere le loro magie». Magie. Non investimenti. In fondo il punto è proprio questo. Trump ha capito prima di molti altri che il nuovo petrolio elettorale sono i chip. Sono i data center. Sono i colossi dell’Intelligenza artificiale. Capitalismo relazionale versione XXL. Naturalmente è esplosa la polemica. Trump e la sua famiglia sono già finiti sotto osservazione per investimenti che potrebbero beneficiare delle politiche della sua amministrazione. Sul tavolo c’è anche il ruolo del figlio Eric, sempre più attivo nella galassia economica trumpiana. La difesa della famiglia è arrivata immediata e chirurgica. Un portavoce della Trump Organization ha spiegato che il presidente, la famiglia e la holding «non svolgono alcun ruolo nella selezione, indicazione o approvazione di investimenti specifici». Tutto sarebbe gestito da istituzioni finanziarie indipendenti. Formalmente impeccabile. Politicamente meno semplice.
Perché il sospetto che aleggia a Washington è che questa gigantesca liquidità possa avere anche un altro obiettivo: preparare la guerra delle elezioni di metà mandato. Ed è qui che il racconto finanziario diventa racconto politico. Mancano meno di sei mesi al voto di midterm e i repubblicani arrivano all’appuntamento con il fiatone. L’economia rallenta. L’inflazione è una ferita aperta. La guerra contro l’Iran è sempre più impopolare. Chi conosce il personaggio sa che Donald Trump può perdere consensi. Mai il senso dello spettacolo. Secondo il Wall Street Journal, il super pac Maga Inc. sarebbe pronto a riversare sulle elezioni una cifra mostruosa: 347 milioni di dollari. Una potenza di fuoco elettorale senza precedenti, pensata per evitare che il voto diventi un referendum contro il presidente. Ecco allora che i pezzi del puzzle iniziano a comporsi. Le operazioni sui mercati. I rapporti con le Big Tech. Il viaggio a Pechino. I manager in delegazione. I disinvestimenti milionari. La macchina elettorale pronta a partire. Tutto dentro un unico gigantesco meccanismo politico-finanziario dove il confine tra Wall Street e Pennsylvania Avenue diventa sempre più sottile.
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