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2020-09-30
Presa «mamma Isis»: da Lecco alla Siria insegnava ai figli a morire per Allah
Ansa
L'hanno rintracciata in Siria, nel campo di prigionia di Al-Hawl, tra 20.000 donne e 50.000 bambini, dopo quattro anni di ricerche in un non luogo diviso in prigionieri siriani e iracheni da un lato, e stranieri dall'altro, e al cui centro c'è la montagna di Al-Baghuz, dedicata agli irriducibili.
A riportarla in Italia, con i quattro bambini, sono stati gli agenti dell'Aise, il servizio segreto italiano che si occupa di minaccia estera, e i carabinieri del Ros di Milano dopo averle dato la caccia nei territori abbandonati dall'Isis in ritirata, da quando il gip Manuela Cannavale, nel 2016, emise un'ordinanza cautelare per la famiglia di foreign fighters che era partita da Bulciago, in provincia di Lecco, per combattere per lo Stato islamico. Fbi e curdi hanno individuato la famiglia e segnalato la presenza agli uomini dell'Aise.
Che hanno preparato il rientro con un aereo della presidenza del Consiglio dei ministri e con gli uomini del Ros a bordo. Ora Alice Aisha (nome acquisito con la conversione) Brignoli, che per tutti è «mamma Isis», moglie del militante dell'Isis italiano di origine marocchina Mohamed Koraichi, morto da qualche mese per una infezione intestinale e non con l'agognata morte sul campo alla quale aspirava da buon terrorista, è in carcere.
I piccoli Koraichi, invece, verranno affidati a una comunità. La famiglia Koraichi aveva iniziato il percorso di radicalizzazione nel 2009, in concomitanza con la nascita del primo figlio: lei ha iniziato a indossare il velo e a studiare l'arabo, lui, frequentatore delle moschee di Costa Masnaga e di viale Jenner, si è fatto crescere la barba e ha indossato la tunica bianca. Con il passare del tempo i due hanno tagliato i ponti con le rispettive famiglie e a maggio 2015 sono partiti per la Siria. Quando i carabinieri del Ros e gli investigatori della Digos perquisirono la loro abitazione trovarono una bandiera artigianale ottenuta da una stampa, con sfondo nero, riportante nella parte centrale il logo bianco, rotondo, con la scritta in lingua araba della dichiarazione di fede della religione islamica (shahada) che è diventata simbolo dell'Isis, e un un foglio A4 con un messaggio in lingua araba sulla parte superiore e nella parte inferiore, invece, la fotografia del noto Abu Bakr Al Baghdad I, ovvero il Califfo dell'autoproclamato Stato islamico.
La mamma di Alice, invece, quando entrò nell'appartamento della figlia trovò un biglietto: «Sono partita, non mi cercate, non torno». Ora Alice ha fatto sapere di essere «felicissima» di rientrare, anche se è finita dietro le sbarre. «Una bellissima storia italiana», la definisce il procuratore aggiunto Alberto Nobili, capo del pool Antiterrorismo: «Una storia che ha consentito di riportare alla vita quattro ragazzini e la loro mamma».
I due aspiranti foreign fighters, la sorella e il cognato di Koraichi e un'ulteriore coppia di radicalizzati e appartenenti allo Stato islamico raggiunsero tutti la Siria in auto, attraverso i Balcani e poi la Turchia. «Il figlio maggiore », spiega Nobili, «appena arrivato in Siria fu inserito nei campi di addestramento». Aveva solo sei anni, ora è un ragazzino di undici. I fratellini ne hanno nove, sette e il più piccolo tre. È nato in Siria ed è figlio di una seconda moglie di Koraichi, Yassine, vedova di un martire e conosciuta durante la detenzione in un campo siriano. Alice Aisha li teneva tutti assieme in una foto, ritratti in tuta mimetica e col dito puntato in cielo, sul suo stato di Whatsapp. «Per la Brignoli», annotarono gli investigatori, «si tratta dell'immagine simbolo della sua attuale vita».
«Del futuro di questi ragazzini ci dobbiamo occupare», ha spiegato Nobili: «Non è finita, sono bambini che portano dentro un odio feroce. Far tornare in Italia queste persone è una politica che non tutti i Paesi seguono». E il procuratore capo Francesco Greco avverte: «La minaccia è sempre costante». Anche perché, mentre Koraichi, ritengono gli investigatori, avrebbe partecipato direttamente alle operazioni militari dell'Isis, Alice avrebbe ricoperto un «ruolo attivo nell'istruzione dei figli alla causa del jihad».
Per questo aveva chiesto la «tazkiya», l'autorizzazione per aderire al Califfato, a un ignoto sceicco. La famiglia Koraichi sognava un attentato agli infedeli e la «Shahada», il martirio, possibilmente in Italia, come emerge dalle intercettazioni.
Tra le quali ce n'era una inequivocabile. Un messaggio audio Whatsapp intitolato «Poema bomba». Il testo è stato trascritto dagli investigatori del Ros: «Fratello nostro, ascolta lo Sceicco, colpisci! (…) fai esplodere la tua cintura nelle folle dicendo Allah akbar!». Il gip definì quel messaggio «di chiaro e grave contenuto probatorio». E ora il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli chiede che «si valuti con attenzione il peso delle responsabilità di questa terrorista. Questa donna ha scelto di schierarsi contro di noi, contro quello che siamo, come italiani e europei. Per questo mamma Isis merita lo stesso trattamento di Cesare Battisti. E lo stesso deve valere per gli altri foreign fighter italiani rimpatriati dalla Siria e dall'Iraq».
L’uomo che voleva un «Charlie» bis era arrivato in Francia dall’Italia
Il terrorista islamico pakistano, autore dell'attentato davanti alla ex sede di Charlie Hebdo è passato anche dall'Italia, prima di approdare a Parigi. Lo ha confessato lui stesso agli inquirenti che lo interrogavano nell'ambito delle indagini successive all'attacco di venerdì scorso, che ha provocato il grave ferimento di due dipendenti dell'agenzia giornalistica Premières Lignes.
Il giovane ha dato anche altre conferme agli investigatori. In primo luogo ha rivelato che il suo vero nome è Zaheer Hassan Mahmoud, e non Ali H., né Hasham U, come era stato scritto dai media francesi dopo l'aggressione terroristica. Un'altra informazione che non ha colto di sorpresa inquirenti e opinione pubblica è stata quella relativa all'età. Le foto circolate più o meno clandestinamente sui social network lasciavano supporre che l'uomo fosse più vecchio di quanto dichiarato. Jean-François Ricard - capo della Procura nazionale antiterrorismo (Pnat) - ha spiegato in una conferenza stampa, che nel telefono dell'attentatore è stata ritrovata la fotografia di un documento d'identità. Dopo questo rinvenimento, l'aggressore ha in effetti confermato di avere 25 anni e non 18, come aveva fatto credere dopo essere arrivato in Francia, beneficiando così dei sussidi previsti per i minori non accompagnati.
Il clandestino pakistano avrebbe lasciato il proprio Paese nel mese di marzo 2018. Come spiegato dal numero uno della Pnat, Mahmoud è passato anche dall'Iran, dalla Turchia e dal nostro Paese. Arrivato in Francia, ha potuto ricevere e l'aiuto, anche finanziario, dell'Ase, l'assistenza sociale all'infanzia. Poi, qualche settimana dopo il suo presunto diciottesimo compleanno, ha compiuto l'atto terroristico che lo ha portato su tutti i giornali. Il capo della Pnat ha confermato che il terrorista era un clandestino, visto che «non possedeva alcun titolo di soggiorno.
Tuttavia, aveva un appuntamento alla prefettura della Val-d'Oise, il giorno stesso dell'attacco.»
Il procuratore capo antiterrorista ha rivelato che il venticinquenne pakistano aveva fatto dei sopralluoghi nel quartiere in cui aveva sede fino al 2015 il giornale satirico, in tre date diverse: il 18, il 22 e il 24 settembre. L'attentatore ha anche acquistato, in un negozio della banlieue «calda» di Saint-Denis, un martello, del liquido infiammabile e la mannaia usata per ferire gravemente i due dipendenti dell'agenzia.
Ma il piano originario dell'attentatore pakistano era un altro. Il capo della Pnat ha spiegato che «voleva penetrare nei locali del giornale, se necessario usando il martello, prima di incendiarli». Mahmoud ha confessato agli inquirenti di essere stato «in collera» per la ripubblicazione delle caricature del profeta dell'islam da parte di Charlie Hebdo.
In questo senso, secondo quanto riferito agli uomini della Pnat dagli altri sospetti fermati, il giovane clandestino avrebbe guardato «abbondantemente» dei video del partito Tehreek-i-Labbaik Pakistan (TLP), definito da Le Figaro di ispirazione «islamista radicale» e fondato da Khadim Hussain Rizvi. Prima di passare all'atto, Mahmoud ha registrato un video spiegando che si voleva «rivoltare» contro la Francia, dove venivano pubblicate le vignette del «nostro puro, grande e ben amato profeta».
Nel pomeriggio di ieri - dopo che erano trascorse le 96 ore di fermo previste dalla legge francese antiterrorismo - è stato presentato ad un giudice con l'accusa di «tentato omicidio a carattere terroristico» e «associazione terroristica». La Pnat ha chiesto che ne fosse disposto l'arresto.
Sono stati invece scagionati e rilasciati gli ultimi cinque dei nove fermati tra venerdì e sabato nel quadro dell'inchiesta.
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Arrestata e rimpatriata. Si era unita col marito al Califfato nel 2015 portando con sé i bambini, ora affidati a una comunitàL'attentatore islamico con la mannaia è passato indisturbato anche da Iran e TurchiaLo speciale contiene due articoli L'hanno rintracciata in Siria, nel campo di prigionia di Al-Hawl, tra 20.000 donne e 50.000 bambini, dopo quattro anni di ricerche in un non luogo diviso in prigionieri siriani e iracheni da un lato, e stranieri dall'altro, e al cui centro c'è la montagna di Al-Baghuz, dedicata agli irriducibili.A riportarla in Italia, con i quattro bambini, sono stati gli agenti dell'Aise, il servizio segreto italiano che si occupa di minaccia estera, e i carabinieri del Ros di Milano dopo averle dato la caccia nei territori abbandonati dall'Isis in ritirata, da quando il gip Manuela Cannavale, nel 2016, emise un'ordinanza cautelare per la famiglia di foreign fighters che era partita da Bulciago, in provincia di Lecco, per combattere per lo Stato islamico. Fbi e curdi hanno individuato la famiglia e segnalato la presenza agli uomini dell'Aise. Che hanno preparato il rientro con un aereo della presidenza del Consiglio dei ministri e con gli uomini del Ros a bordo. Ora Alice Aisha (nome acquisito con la conversione) Brignoli, che per tutti è «mamma Isis», moglie del militante dell'Isis italiano di origine marocchina Mohamed Koraichi, morto da qualche mese per una infezione intestinale e non con l'agognata morte sul campo alla quale aspirava da buon terrorista, è in carcere. I piccoli Koraichi, invece, verranno affidati a una comunità. La famiglia Koraichi aveva iniziato il percorso di radicalizzazione nel 2009, in concomitanza con la nascita del primo figlio: lei ha iniziato a indossare il velo e a studiare l'arabo, lui, frequentatore delle moschee di Costa Masnaga e di viale Jenner, si è fatto crescere la barba e ha indossato la tunica bianca. Con il passare del tempo i due hanno tagliato i ponti con le rispettive famiglie e a maggio 2015 sono partiti per la Siria. Quando i carabinieri del Ros e gli investigatori della Digos perquisirono la loro abitazione trovarono una bandiera artigianale ottenuta da una stampa, con sfondo nero, riportante nella parte centrale il logo bianco, rotondo, con la scritta in lingua araba della dichiarazione di fede della religione islamica (shahada) che è diventata simbolo dell'Isis, e un un foglio A4 con un messaggio in lingua araba sulla parte superiore e nella parte inferiore, invece, la fotografia del noto Abu Bakr Al Baghdad I, ovvero il Califfo dell'autoproclamato Stato islamico.La mamma di Alice, invece, quando entrò nell'appartamento della figlia trovò un biglietto: «Sono partita, non mi cercate, non torno». Ora Alice ha fatto sapere di essere «felicissima» di rientrare, anche se è finita dietro le sbarre. «Una bellissima storia italiana», la definisce il procuratore aggiunto Alberto Nobili, capo del pool Antiterrorismo: «Una storia che ha consentito di riportare alla vita quattro ragazzini e la loro mamma». I due aspiranti foreign fighters, la sorella e il cognato di Koraichi e un'ulteriore coppia di radicalizzati e appartenenti allo Stato islamico raggiunsero tutti la Siria in auto, attraverso i Balcani e poi la Turchia. «Il figlio maggiore », spiega Nobili, «appena arrivato in Siria fu inserito nei campi di addestramento». Aveva solo sei anni, ora è un ragazzino di undici. I fratellini ne hanno nove, sette e il più piccolo tre. È nato in Siria ed è figlio di una seconda moglie di Koraichi, Yassine, vedova di un martire e conosciuta durante la detenzione in un campo siriano. Alice Aisha li teneva tutti assieme in una foto, ritratti in tuta mimetica e col dito puntato in cielo, sul suo stato di Whatsapp. «Per la Brignoli», annotarono gli investigatori, «si tratta dell'immagine simbolo della sua attuale vita».«Del futuro di questi ragazzini ci dobbiamo occupare», ha spiegato Nobili: «Non è finita, sono bambini che portano dentro un odio feroce. Far tornare in Italia queste persone è una politica che non tutti i Paesi seguono». E il procuratore capo Francesco Greco avverte: «La minaccia è sempre costante». Anche perché, mentre Koraichi, ritengono gli investigatori, avrebbe partecipato direttamente alle operazioni militari dell'Isis, Alice avrebbe ricoperto un «ruolo attivo nell'istruzione dei figli alla causa del jihad». Per questo aveva chiesto la «tazkiya», l'autorizzazione per aderire al Califfato, a un ignoto sceicco. La famiglia Koraichi sognava un attentato agli infedeli e la «Shahada», il martirio, possibilmente in Italia, come emerge dalle intercettazioni. Tra le quali ce n'era una inequivocabile. Un messaggio audio Whatsapp intitolato «Poema bomba». Il testo è stato trascritto dagli investigatori del Ros: «Fratello nostro, ascolta lo Sceicco, colpisci! (…) fai esplodere la tua cintura nelle folle dicendo Allah akbar!». Il gip definì quel messaggio «di chiaro e grave contenuto probatorio». E ora il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli chiede che «si valuti con attenzione il peso delle responsabilità di questa terrorista. Questa donna ha scelto di schierarsi contro di noi, contro quello che siamo, come italiani e europei. Per questo mamma Isis merita lo stesso trattamento di Cesare Battisti. E lo stesso deve valere per gli altri foreign fighter italiani rimpatriati dalla Siria e dall'Iraq».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/presa-mamma-isis-da-lecco-alla-siria-insegnava-ai-figli-a-morire-per-allah-2647864927.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="luomo-che-voleva-un-charlie-bis-era-arrivato-in-francia-dallitalia" data-post-id="2647864927" data-published-at="1601455353" data-use-pagination="False"> L’uomo che voleva un «Charlie» bis era arrivato in Francia dall’Italia Il terrorista islamico pakistano, autore dell'attentato davanti alla ex sede di Charlie Hebdo è passato anche dall'Italia, prima di approdare a Parigi. Lo ha confessato lui stesso agli inquirenti che lo interrogavano nell'ambito delle indagini successive all'attacco di venerdì scorso, che ha provocato il grave ferimento di due dipendenti dell'agenzia giornalistica Premières Lignes. Il giovane ha dato anche altre conferme agli investigatori. In primo luogo ha rivelato che il suo vero nome è Zaheer Hassan Mahmoud, e non Ali H., né Hasham U, come era stato scritto dai media francesi dopo l'aggressione terroristica. Un'altra informazione che non ha colto di sorpresa inquirenti e opinione pubblica è stata quella relativa all'età. Le foto circolate più o meno clandestinamente sui social network lasciavano supporre che l'uomo fosse più vecchio di quanto dichiarato. Jean-François Ricard - capo della Procura nazionale antiterrorismo (Pnat) - ha spiegato in una conferenza stampa, che nel telefono dell'attentatore è stata ritrovata la fotografia di un documento d'identità. Dopo questo rinvenimento, l'aggressore ha in effetti confermato di avere 25 anni e non 18, come aveva fatto credere dopo essere arrivato in Francia, beneficiando così dei sussidi previsti per i minori non accompagnati. Il clandestino pakistano avrebbe lasciato il proprio Paese nel mese di marzo 2018. Come spiegato dal numero uno della Pnat, Mahmoud è passato anche dall'Iran, dalla Turchia e dal nostro Paese. Arrivato in Francia, ha potuto ricevere e l'aiuto, anche finanziario, dell'Ase, l'assistenza sociale all'infanzia. Poi, qualche settimana dopo il suo presunto diciottesimo compleanno, ha compiuto l'atto terroristico che lo ha portato su tutti i giornali. Il capo della Pnat ha confermato che il terrorista era un clandestino, visto che «non possedeva alcun titolo di soggiorno. Tuttavia, aveva un appuntamento alla prefettura della Val-d'Oise, il giorno stesso dell'attacco.» Il procuratore capo antiterrorista ha rivelato che il venticinquenne pakistano aveva fatto dei sopralluoghi nel quartiere in cui aveva sede fino al 2015 il giornale satirico, in tre date diverse: il 18, il 22 e il 24 settembre. L'attentatore ha anche acquistato, in un negozio della banlieue «calda» di Saint-Denis, un martello, del liquido infiammabile e la mannaia usata per ferire gravemente i due dipendenti dell'agenzia. Ma il piano originario dell'attentatore pakistano era un altro. Il capo della Pnat ha spiegato che «voleva penetrare nei locali del giornale, se necessario usando il martello, prima di incendiarli». Mahmoud ha confessato agli inquirenti di essere stato «in collera» per la ripubblicazione delle caricature del profeta dell'islam da parte di Charlie Hebdo. In questo senso, secondo quanto riferito agli uomini della Pnat dagli altri sospetti fermati, il giovane clandestino avrebbe guardato «abbondantemente» dei video del partito Tehreek-i-Labbaik Pakistan (TLP), definito da Le Figaro di ispirazione «islamista radicale» e fondato da Khadim Hussain Rizvi. Prima di passare all'atto, Mahmoud ha registrato un video spiegando che si voleva «rivoltare» contro la Francia, dove venivano pubblicate le vignette del «nostro puro, grande e ben amato profeta». Nel pomeriggio di ieri - dopo che erano trascorse le 96 ore di fermo previste dalla legge francese antiterrorismo - è stato presentato ad un giudice con l'accusa di «tentato omicidio a carattere terroristico» e «associazione terroristica». La Pnat ha chiesto che ne fosse disposto l'arresto. Sono stati invece scagionati e rilasciati gli ultimi cinque dei nove fermati tra venerdì e sabato nel quadro dell'inchiesta.
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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iStock
La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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