
C’era una volta Tim. Presto, non ci sarà più. Almeno non come la conosciamo. Resterà autonoma ma il perimetro delle attività sarà profondamente modificato.
Poste Italiane ha lanciato un’offerta pubblica di scambio sul gruppo telefonico del valore di 10,8 miliardi. Chiude così una storia trentennale che somiglia più a un feuilleton che a una vicenda industriale: lunga, tortuosa, affollata di personaggi improbabili, colpi di scena e debiti. Tanti debiti. Circa 7 miliardi, per la precisione dopo una cura dimagrante spinta fino ai livelli dell’anoressia. Quella che al momento della privatizzazione era una delle regine di Piazza Affari oggi è ridotta al rango di «penny stock». Espressione che definisce i titoli che in Borsa valgono pochi centesimi. Tim torna in mani pubbliche priva della rete e senza ambizioni internazionali. Con il Brasile come unica partecipazione estera e un organico che ha conosciuto giorni migliori.
Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste, nel corso della presentazione alla comunità finanziaria dichiara che il quel dossier stava sul suo tavolo da cinque anni. Non era il momento però: troppo debito, troppe incognite, troppe cicatrici lasciate da stagioni industriali turbolente. Poi è arrivata la «cura Labriola», attuale amministratore delegato di Tim. Vendita delle reti e taglio al debito. Così l’operazione è diventata possibile. Anzi, urgente. Un anno fa Poste Italiane entra nel capitale di Tim. Lo fa in punta di piedi, ma neanche troppo: in pochi mesi sale fino al 27%, sostituendo i francesi di Vivendi e dando stabilità alla governance. Da lì al controllo pieno il tragitto è breve. Del Fante esclude la fusione. Nessuna incorporazione, nessuna cancellazione di identità. Tim resterà autonoma, il marchio «iconico» sarà protetto come simbolo della storia industriale del Paese.
Matteo Del Fante indica la strategia. Poste intende costruire una piattaforma integrata, capace di fare sistema tra logistica, pagamenti, servizi digitali e telecomunicazioni. Intende diventare il grande snodo attraverso cui passa tutto. Dalla raccomandata al cloud. Poi il discorso cade sulle sinergia da 700 milioni. Vuol dire che qualche taglio ci sarà: servizio ai clienti, acquisti, marketing, comunicazione. Non proprio dettagli. Tuttavia non ci saranno tagli. Solo spostamenti. E poi una fusione, sì: quella tra Poste Mobile e Tim, anticamera industriale del progetto più ampio. Il messaggio è chiaro: niente rivoluzioni visibili, ma un lento e metodico accorpamento delle funzioni chiave. Il vantaggio, sulla carta, è evidente. Fuori dai riflettori della Borsa, sostenuta dal flusso di cassa robusto di Poste, Tim potrà finalmente smettere di difendersi e tornare ad attaccare. Più aggressività commerciale, più spazio per consolidare un settore che in Italia è rimasto frammentato e spesso inefficiente. Il mercato, però, ha bisogno di capire. Gli investitori con gli occhi rivolti a Hormuz raccontano una storia meno epica. Scatenano il terremoto. Giù tutto. Poi la calma ritorna. Ma non del tutto. Tim sale del 4,7%. Poste scende del 6,85%. Il premio promesso dall’offerta si assottiglia fino quasi a scomparire. L’Opas, che dovrebbe essere lanciata a luglio, prevede che gli azionisti Tim ricevano una parte in contanti (16,7 centesimi) e una parte in titoli Poste (0,0218 azioni di nuova emissione). Ai valori di venerdì scorso c’era un premio del 9%. Ora l’offerta è alla pari.
Il mercato forse aspetta un rilancio ma Del Fante gela le aspettative: il prezzo non sarà ritoccato. Nel frattempo la politica applaude. Piace l’idea di un campione nazionale pubblico nelle telecomunicazioni e nei servizi digitali. Soprattutto in un’epoca in cui la sovranità tecnologica è diventata parola d’ordine. Anche i sindacati, con prudenza, vedono nell’operazione una possibile occasione. A condizione che non venga dimenticato il capitale umano, che in queste storie rischia sempre di essere la variabile più comprimibile. Così il calendario scorre: documento d’offerta entro metà aprile, assemblea di Poste Italiane a giugno per l’aumento di capitale, chiusura dell’operazione entro fine anno. Infine arriverà il piano industriale. Dovrà spiegare che nasce una piattaforma in grado di connettere il Paese. Del Fante andrà avanti. Perché in certe partite conta la convinzione. E in certe condizioni soprattutto il coraggio.











